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Le elezioni in Perù, quelle farsa in Siria e i lacrimogeni di Idomeni. La settimana per immagini

A girl looks at a self-defense force member during a meeting about security for tomorrow's general election in Uchuraccay, Peru, Saturday, April 9, 2016. In Uchuraccay, self-defense members will provide security alongside police and soldiers. (AP Photo/Rodrigo Abd)

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Immagine in evidenza: 9 aprile 2016. Una ragazza a Uchuraccay guarda un rappresentante delle forze di autodifesa che affiancano poliziotti e soldati durante le elezioni in Perù. (AP Photo/Rodrigo Abd)

La Vallonia rifiuta il Ceta (il Ttip con il Canada), l’accordo di libero scambio tra Canada e Unione europea

Ceta – che sta per Accordo generale per l’economia e il commercio – è uno dei due accordi commerciali che l’Unione europea ha intenzione di sottoscrivere con il Canada, insieme a quello con gli Stati Uniti, il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, il Ttip (se ancora non avete chiaro cos’è, provate a cliccare qui). Rispetto al Ttip, Ceta è avanti di quattro anni, ma contiene regolamentazioni simili a quelle del Ttip, come i collegi arbitrali privati (Isds) e il reciproco riconoscimento degli standards. Chi sostiene gli accordi di libero scambio, in nome crescita economica, annuncia la creazione di posti di lavoro. Ma da quando i contenuti di questi segretissimi accordi sono venuti allo scoperto, aumentano le fila dei contrari, per cui saranno le grandi multinazionali a beneficiare da questi accordi e non i cittadini. L’ultimo No al libero scambio arriva dal Belgio e in relazione al Canada. L’annuncio è arrivato nella mattinata del 13 aprile, dal primo ministro della Vallonia, Paul Magnette: la Vallonia – che è una delle tre regioni che formano il Belgio e costituisce il 32% della popolazione belga – si rifiuta di dare pieni poteri al governo federale per firmare l’accordo di libero scambio tra il Canada e l’Unione europea, Ceta.

«Non abbiamo garanzie», ha detto il primo ministro che per questa risoluzione ha trovato il supporto dei gruppi Ps-Cdh-Ecolo. Molte le questioni lasciate in sospeso nel testo in fase di negoziazione, secondo la Vallonia, in particolare per quanto riguarda il meccanismo di arbitrato tra gli Stati e le multinazionali. Intanto, il movimento non si indebolisce il contrario: proprio il 13 aprile, a Bruxelles, i movimenti belga si sono riuniti sotto la bandiera “Stop Ttip&Ceta” per preparare una grande mobilitazione a settembre.

Gli italiani, invece, non attenderanno l’autunno. La manifestazione nazionale contro il Ttip è stata fissata per il 7 maggio, a Roma.

Savonarola e le sue 5 stelle

Gianroberto Casaleggio esce dal Senato della Repubblica dopo aver incontrato i gruppi del M5S a Palazzo Madama, 19 dicembre 2013 a Roma. ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Nel cuore di Ferrara, al centro della piazza che porta il suo nome, svetta alta la statua di Girolamo Savonarola. Il frate domenicano rimane lì, di marmo e con le braccia aperte, ad ammonire i passanti con il suo sguardo torvo e severo. Oggi, cinque secoli dopo, quando la vicenda umana e politica di Gianroberto Casaleggio esce dalla cronaca per entrare (forse) nella Storia, c’è da chiedersi se una memoria simile, duratura e popolare, spetterà anche al fondatore del Movimento 5 stelle morto la notte del 12 aprile a Milano. Se davvero si vuole comprendere cosa ha rappresentato questo manager datosi alla politica, infatti, se si vuole cercare almeno un filo per raccontare il profilo di quest’uomo dalla voce sottile e dai modi sfuggenti, è anche alla categoria dei “profeti” che bisogna accostarsi.

A prima vista Gianroberto Casaleggio sembrerebbe il primo e più precoce esempio italiano di esponente di spicco della società connessa. A prima vista potrebbe assomigliare a una sorta di Mark Zuckerberg della politica italiana. Di una generazione precedente, nato nel canavese nel’54, già perito informatico, il futuro “guru” pentastellato fa esperienza in Olivetti fino a quando la passione per i computer lo porta, tra i primi, ad appassionarsi della nascente tecnologia Internet. A cavallo del secolo è amministratore delegato di Webegg, azienda in joint venture con Telecom, fino alla fondazione della sua Casaleggio Associati, che si farà conoscere prima per l’innovativa gestione dell’immagine di Antonio Di Pietro e poi per essere diventata la rampa di lancio dalla quale Beppe Grillo salirà in orbita.
Casaleggio condivide con Zuckerberg il talento dell’innovatore, di chi prima degli altri riesce a creare dei prodotti che rispondono a nuovi bisogni. Il fondatore di Facebook ripete di continuo che la sua piattaforma vuole rendere «il mondo più piccolo» ma al contempo monitora ogni attività dei suoi utenti per rendere più efficace la pubblicità. Casaleggio si è fatto portatore di una idea simile della Rete: nelle sue parole Internet è lo strumento politico che porterà all’anelata “democrazia diretta”: grazie al web la politica non sarà più delega, ma partecipazione; non più apparati, ma “comunità” piuttosto, “cittadini in Rete”. Ma la Casaleggio e Associati è anche l’azienda privata che distribuisce dividendi a fine anno grazie a un uso massicciamente commerciale della stessa Rete: l’obiettivo dei post di beppegrillo.it, delle sue iniziative, delle sue campagne, è sempre stato quello di diventare virale, raccogliere click, non certo di addentrarsi nelle sottigliezze del ragionamento e dei distinguo.
Eppure questo non basta. Come detto non capiremmo a pieno il co-fondatore del Movimento 5 stelle appena scomparso se sottovalutassimo il suo anelito profetico che si muove tra due poli distanti ma coerenti, tra Jean Jacque Rousseau e la mitica Gaia.


 

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Panama papers: il capitalismo non è bello non è giusto e non è virtuoso

Il capitalismo decadente, internazionale ma individualistico, nelle mani del quale ci siamo ritrovati dopo la guerra, non è un successo. Esso non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non mantiene le promesse. Così scriveva John Maynard Keynes nel 1933. La condizione odierna del capitalismo non è molto differente, se consideriamo che noi, così come Keynes, ci ritroviamo nel bel mezzo di una grande crisi innescata dalla finanza.

I Panama Papers, l’inchiesta-shock di un consorzio internazionale di giornalisti sulle ricchezze nascoste nei paradisi fiscali di politici, imprenditori e celebrità, ha conquistato le prime pagine dei media in tutto il mondo. Sia chiaro, nulla di nuovo sotto il sole. L’evasione e l’elusione fiscale sono parte del capitalismo moderno, che «non è bello, non è giusto, non è virtuoso». Così come lo sono le manipolazioni dei tassi di interesse e dei cambi, che hanno fatto scalpore qualche anno fa. O lo scandalo LuxLeaks nel quale è stato coinvolto il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, facilitatore per diversi anni, nella veste di primo ministro del Lussemburgo, di pratiche illegali o al limite della legalità e in ogni caso ben lontane da quello spirito di collaborazione e coordinamento che dovrebbero essere alla base dell’Unione europea. Perché, questo è poco chiaro in questi giorni in cui si parla solo di Panama, l’Unione Europea stessa contiene dei paradisi fiscali.

Partiamo dall’elusione fiscale, la versione “legale” dell’evasione fiscale. La forma più comune di elusione fiscale è il cosiddetto transfer pricing, che consiste nella pratica, comune a tutte le multinazionali, di “spostare” gli utili verso quei Paesi con regimi fiscali più “convenienti” (cosa ovviamente non consentita ai comuni mortali). In Europa questa pratica si traduce nel fenomeno – diffusissimo – del dumping fiscale, quella forma di concorrenza fiscale in cui gli Stati europei competono tra di loro nell’abbassare le aliquote sulle imprese e sui redditi alti nel tentativo di attrarre investimenti e capitali, in una folle corsa al ribasso. È uno dei motivi per cui oggi l’Ue presenta in media uno dei livelli di tassazione d’impresa più bassi al mondo. Spostando i profitti verso i Paesi a fiscalità agevolata – tra cui spiccano l’Irlanda, la Svizzera, l’Olanda e il Lussemburgo -, a prescindere dal Paese in cui vendono i loro prodotti, le grandi imprese transnazionali che operano in Europa riescono a pagare ancora meno dell’aliquota media europea. In cima alla lista dei “peggiori elusori fiscali del continente” spiccano megacorporation come Apple, la società di maggior valore al mondo (che nel 2012 ha pagato un’aliquota risibile dell’1,9 per cento sugli utili percepiti fuori dagli Usa utilizzando delle sussidiarie irlandesi e olandesi), Amazon, Google, Ebay, Starbucks e Cisco Systems. Secondo uno studio condotto dall’organizzazione Tax Research Uk, il fenomeno dell’elusione fiscale costa agli Stati dell’Ue circa 150 miliardi di euro l’anno.

Si tratta di una cifra esorbitante, che impallidisce però di fronte al costo dell’evasione fiscale, a sua volta collegato al problema dei paradisi fiscali, che ha ricadute ancora più pesanti sui conti pubblici. Secondo la “lista nera” stilata dall’organizzazione britannica Tax Justice Network, esistono 73 paradisi fiscali al mondo (secondo l’Ocse, gli unici due paradisi fiscali rimasti al mondo sarebbero invece le due isole-nazioni di Nauru e di Niue). Incredibilmente, tra i 20 maggiori paradisi fiscali al mondo, otto di questi – Svizzera, Lussemburgo, Jersey, Germania (“destinataria di grossi volumi di flussi illeciti da varie parti del mondo”), Regno Unito, Belgio, Austria e Cipro – si trovano in Europa (e con l’eccezione della Svizzera e di Jersey fanno parte dell’Unione europea). Stabilire con precisione la somma di denaro occultata in questi paradisi è, per ovvi motivi, piuttosto difficile. Secondo le stime di James S. Henry, ex capo economista della McKinsey e autore di uno degli studi più esaurienti sul tema realizzati finora, essa ammonterebbe a qualcosa tra i 21 e i 32 trilioni di dollari (appartenenti in buona parte a individui facoltosi e imprese transnazionali), pari al 24-32 per cento di tutti gli investimenti globali e più del Pil degli Stati Uniti e del Giappone messi insieme.


 

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Tre motivi per cui Bernie Sanders sarà in Vaticano

Democratic presidential candidates Sen. Bernie Sanders, I-Vt., right, and Hillary Clinton speak during the CNN Democratic Presidential Primary Debate at the Brooklyn Navy Yard on Thursday, April 14, 2016 in New York. (AP Photo/Seth Wenig) NYPM109

Dopo uno scambio piuttosto duro, il più duro, con Hillary Clinton nel dibattito Tv che precede le primarie di New York (e poi Pennsylvania e altri Stati il 26), Bernie Sanders oggi sarà in Vaticano. Ci sono diverse ragioni per fermare la campagna elettorale e fare questa visita lampo.

Cosa è successo al dibattito di stanotte?

Che sul ring, come al solito, Hillary tende a essere più brava e preparata e che, ancora una volta, Bernie ha argomenti capaci di mettere l’ex Segretario di Stato in difficoltà. Sui soldi presi per parlare ai convegni organizzati dalle grandi banche Clinton non ha nulla da rispondere se non che il suo curriculum mostra come non si sia mai fatta influenzare dalla relazione con la finanza. Vero solo in parte: negli anni d’oro dei Clinton le banche e Wall Street non erano viste come il male assoluto e le politiche nei loro confronti piuttosto accondiscendenti (ho sbagliato, disse Clinton qualche anno fa). Hillary ribatte sulle armi e qui, Bernie, scivola difendendo il venditore di armi. La differenza cruciale è che in un caso il sospetto di una relazione con la lobby è credibile, nel secondo si tratta di vezzeggiare un elettorato che Sanders sa poter essere suo e a cui le armi un pochino piacciono. Il risultato è uno scontro duro che, è la prima volta che c’è questo clima dall’inizio delle primarie, divide un po’ il partito.

Perché Bernie va in Vaticano?

Ci sono diverse cose che uniscono il candidato democratico e Bergoglio, le ha elencate Sanders in un’intervista a Repubblica e si mettono in fila facilmente: cambiamento climatico, necessità di creare un’economia più attenta agli ultimi (come direbbe la Chiesa) e la riforma dell’immigrazione – milioni di ispanici senza diritti negli Stati Uniti per i quali la Chiesa è in prima fila da anni, anche organizzando grandi manifestazioni. C’è insomma un’intesa di Sanders con una figura importante del panorama politico mondiale e al senatore del Vermont, che fino a ieri era uno sconosciuto, un appuntamento internazionale di alto profilo serve per darsi un’immagine di candidato serio e credibile. Se c’è un gap con Clinton è proprio quello, la mancanza di relazioni. Partecipare a un convegno non cambia le cose, ma aiuta, tanto più che si tratta di un appuntamento con un programma importante.

I numeri dei cattolici

Il secondo aspetto è più da calcolatrice. Il voto di New York è cruciale per Sanders: se rimarrà incollato a Clinton anche in questa occasione, continuerà la sua corsa credibile e per Hillary saranno ancora mal di testa. La settimana dopo si vota in una serie di Stati del New England, oltre che in Pennsylvania. Bene, tutti questi Stati, pur con composizioni demografiche non identiche, hanno una caratteristica in comune: l’alto numero di elettori cattolici. Nel New York State sono sei milioni su circa 20 milioni di abitanti, in Pennsylvania il 30% della popolazione, in Connecticut un terzo della popolazione e in Rhode Island il 43%. Il premio più grande, quello di NY, è cruciale per Bernie e sommare ai giovani di sinistra di New York City, un po’ di voto cattolico bianco e ispanico, potrebbe essere determinante. Una foto opportunity con Bergoglio due giorni prima del voto, è uno spot importante.

Il dibattito Tv nella sintesi di tre minuti del Washington Post

 

Trivelle: i “rottamatori” attaccati al biberon di Napolitano

Renzi e Napolitano lanciano la volata per il Sì

Povero Giorgio Napolitano: dopo nove anni da Presidente della Repubblica la pensione deve essere una dannazione. Lui che aveva sudato al massimo per il processo sulla “trattativa” oggi si deve sentire molto solo a non avere nessuna voce in capitolo. E allora cosa fa? Rilascia un’intervista a Repubblica (sempre più lettiera di Matteo Renzi) per dirci che lui il giorno del referendum sarà in gita ma che comunque rivendica il diritto di non votare. Un ex Presidente della Repubblica: un po’ come se un vegano aprisse una catena di macellerie.

Ma il lampo d’ingegno raggiunge vette altissime: Napolitano (il Presidente della Repubblica più distratto del west) è lo stesso che nel 2011 disse che «il voto è un dovere dell’elettore» ma oggi dichiara il contrario con la leggerezza di un’adolescente che si è stancata del suo vecchio fidanzato. Che grande presidente Napolitano: è super partes per qualsiasi argomento in cui rischia di scottarsi ma è pronto a bollire il luogo comune dei potenti. Li chiamavano mediatori, una volta, poi oggi qualcuno si permette di dire che forse in fondo in fondo sono un po’ vigliacchi.

E cosa fa turboRenzi? Esulta. Ma esulta a suo solito con l’eleganza di un paninaro che è riuscito a prendere il codino sul calcinculo. Dice che è una “bufala” il referendum. Proprio così: nemmeno Attila il Flagello di dio riuscirebbe a sparare una cazzata tanto grossa ma i quotidiani allineati lo riprendono come se fosse un oracolo. «Napolitano magistrale» dice il rottamatore che vorrebbe rendere trendy il presidente più lungo della storia d’Italia come se fosse il nuovo Justin Bieber.

E così questa mattina la stampa italiana, buona per farci il cono di carta del fritto, riprende questo conato come se fosse l’illuminata posizione di un’accolita di statisti. E invece sono sempre loro: stanchi, rarefatti, travestiti male di un nuovo che puzza già da lontano e che ci offrono il sacchetto dell’umido convincendoci che sia un buffet.

«Andremo a votare per lui» dice Pippo Civati in un comunicato che non riprenderà nessuno. E forse ha ragione lui. Perché in fondo è l’opera buffa più tragica che ci potesse capitare. Se continua così Renzi, alla fine, riesce a farci raggiungere il quorum.

Buon venerdì.

Primavera dei referendum, Italicum, scuola, Jobs act e ambiente. Caccia alle firme

Cinque referendum abrogativi (con più quesiti ciascuno), due leggi di iniziativa popolare (Lip) e una petizione popolare. Sei mesi di tempo per raccogliere 50mila firme necessarie per le Lip e 500mila firme in tre mesi per i referendum abrogativi. «Una primavera politica sta sbocciando». Così il giurista Domenico Gallo del Comitato per la Democrazia Costituzionale ha definito la campagna di raccolta firme appena partita il 9 e 10 aprile. Con i cittadini chiamati a votare domenica 17 aprile per il quesito sulle trivelle, sui media l’attenzione per gli altri referendum promossi da comitati ampi di cui fanno parte sindacati, associazioni e anche partiti e forze della sinistra è stata scarsissima. Invece si tratta di referendum che si pongono l’obiettivo di smontare leggi fondamentali del governo Renzi: dall’Italicum, che definisce la rappresentanza in Parlamento e quindi la forma di governo e la democrazia stessa, alla legge della Buona scuola che disegna il tipo di istruzione e di formazione delle generazioni future. Accanto ai referendum sulla scuola, c’è anche la raccolta firme per una legge di iniziativa popolare sul diritto allo studio, visto che permangono ancora diseguaglianze notevoli tra le regioni nell’erogazione delle borse di studio.

Insomma, democrazia e sapere, due temi cruciali. E poi l’altro tema fondamentale: il lavoro.

La Cgil infatti oltre a raccogliere le firme per due quesiti che abrogano due punti chiave del Jobs act, sta proponendo una legge di iniziativa popolare, la Carta dei diritti universali del lavoro che è una vera rivoluzione: la tutela dei diritti di tutti i lavoratori, pubblici e privati, a prescindere dal tipo di contrattoE poi c’è l’ambiente rappresentato dai referendum sociali (v.qui). Ma andiamo per ordine.

Italicum

Scrive Domenico Gallo che «i due referendum abrogativi dell’Italicum e, sullo sfondo, il referendum per bloccare la riforma costituzionale, sono il paradigma senza il quale tutta la mobilitazione sociale che parte in questi giorni sui temi della dignità del lavoro, della tutela dell’ambiente, del ripristino dei valori repubblicani della scuola pubblica, rischia di arenarsi anche se tutti i referendum proposti andassero a segno. Perché il problema è la democrazia».
I quesiti sono due:

Buona scuola

I quesiti sono quattro (v.qui):

  • Abrogazione di norme sul potere discrezionale del dirigente scolastico di scegliere e confermare i docenti nella sede.
  • Abrogazione di norme sul potere del dirigente di scegliere i docenti da premiare economicamente e sul comitato di valutazione.
  • Abrogazione di norme sull’obbligo di norme sull’obbligo di almeno 400-200 ore di alternanza scuola-lavoro.
  • Abrogazione di norme sui finanziamenti privati a singole scuole.

Lavoro

I quesiti sono tre, pubblicati sulla G.U. n.69 del 23 marzo 2016 finalizzati al sostegno della proposta di legge della Carta per i diritti universali del lavoro.

  • Cancellazione del lavoro accessorio (voucher)
  • Reintroduzione della piena responsabilità solidale in tema di appalti
    Nuova tutela reintegratoria nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo per tutte le aziende al di sopra dei cinque dipendenti.
  • La proposta di legge di iniziativa popolare (il testo, molto bello, si può leggere qui), racconta ad Articolo1 il costituzionalista Vittorio Angiolini si rivolge a tutti i lavoratori e vuole tutelare «un patrimonio di diritti individuali e collettivi quanto alla rappresentanza di tutti, privati e pubblici, subordinati e autonomi e occasionali, basta che intrattengano un rapporto di lavoro», compreso anche lo stage e o il tirocinio. L’obiettivo è che «ogni lavoratore non si deve trovare alla mercè dell’organizzazione e ognuno possa esprimere la propria personalità».

Ambiente

I quesiti sono due, più la petizione popolare sui beni comuni.

  • Trivelle zero, per chiedere l’abrogazione in Italia di nuovi progetti di perforazione ed estrazione in terraferma e in mare (non riguarda le concessioni già assegnate dallo Stato).
  • Inceneritori. Si tratta di cancellare la classificazione degli inceneritori come strutture strategiche di preminente interesse nazionale. L’obiettivo è quello di bloccare nuovi e vecchi impianti.
  • Beni comuni, la petizione che sancisce ancora una volta che l’acqua è un bene pubblico (principio stabilito dal referendum del 2011 e disatteso) e che il decreto attuativo della legge Madia sulla Pa deve essere ritirato visto che riduce la gestione pubblica dei servizi.

 

Povertà, siamo il Paese con più poveri d’Europa e gli strumenti di welfare non funzionano

ANSA/CLAUDIO PERI

Si chiama Sia: Sostegno per l’inclusione attiva. È la misura contro la povertà su cui il governo ha puntato per il suo piano nazionale contro la povertà. Un intervento che riprende quanto previsto dal governo Letta e che oggi è affidato al ministro Giuliano Poletti.  Nei fatti: un assegno da distribuire a famiglie con figli piccoli (o minorenni), prendendo ancora una volta come riferimento un reddito Isee (pare di un massimo di 3mila euro, ben al di sotto della soglia di 6mila euro necessaria per la social card), nella misura rientrano anche obblighi per le famiglie, come mandare i figli a scuola e sottoporsi a un obbligo formativo. La sperimentazione riguarda 12 città italiane con oltre 250mila abitanti: Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino, Venezia, Verona. Anche se nella Capitale la sperimentazione non è ancora cominciata.

Un passo indietro, cos’è il Sia? Ecco la definizione del ministero del Welfare: «Non solo sostegno economico alle famiglie beneficiarie, ma un progetto ben più ampio di inclusione sociale attiva: lavorativa per gli adulti, scolastica per i bambini, sociale e sanitaria per tutta la famiglia». La scorsa estate si è conclusa. In vista dell’estensione di questa misura a tutto il territorio nazionale – che dovrebbe avvenire nel corso del 2016 -, l’Alleanza contro la povertà presenta un documento in cui prova a fare il punto sull’iter normativo della legge delega sulla povertà del governo.

Quali risultati ha ottenuto la sperimentazione? Dati certi e dettagliati non ce ne sono, perciò è impossibile tracciare un vero e proprio bilancio. Quello che sappiamo è scritto su un report di settembre 2014: hanno percepito il Sia più di 6.500 nuclei familiari (che contano 27.000 persone) in condizione di povertà, per un beneficio medio mensile di 334 euro. Il basso numero di domande e l’alto numero di richieste rifiutate (perché non avevano i requisiti richiesti), ha fatto sì che in questa prima fase della sperimentazione in diverse città le risorse disponibili non siano andate esaurite: i Comuni in questione hanno impegnato tra la metà e i due terzi del totale delle risorse. Sulle risorse, l’Alleanza contro la povertà denuncia: «Il finanziamento previsto dalla legge di stabilità è insufficiente a sostenere una misura universale». E «il disegno di legge delega, per come è strutturato, sembra proporsi l’obiettivo di veicolare verso la povertà risorse oggi impegnate su altre prestazioni assistenziali o anche di natura previdenziale». «La sperimentazione del Sia nelle 12 città ha fatto emergere una serie di problemi legati prevalentemente ai ritardi attuativi e al ridotto utilizzo dei fondi assegnati», denuncia l’Alleanza nel documento. Per superare queste difficoltà, spiegano, è necessario che nuovi criteri e nuove modalità vengano stabiliti nel decreto interministeriale che regolerà l’estensione della misura su tutto il territorio nazionale.

Soldi a parte, obiettivo del Sia è far uscire i nuclei coinvolti dalla condizione di povertà di partenza. Ma in mancanza dei numeri definitivi è impossibile dare una risposta a questa domanda. Per l’Alleanza «resta l’incognita sull’efficacia dei percorsi di reinserimento socio-lavorativi avviati per i nuclei familiari presi in carico. Mancano, infatti, le elaborazioni dei dettagliati questionari distribuiti a questi nuclei familiari beneficiari del Sia». Al momento, in Italia, riesce a uscire dai circuiti della povertà il 5% delle persone coinvolte, contro una media europea dell’8,9%.

Intanto, in attesa che le sempre più lente istituzioni centrali trovino risposte contro l’avanzata della povertà nel Paese, alcune Regioni si cominciano a dotare di strumenti per contenere l’impoverimento. Resta il fatto, conclude l’Alleanza, che manca un coordinamento adeguato: «I provvedimenti regionali rischiano di sovrapporsi alla misura nazionale e di acuire le differenze già presenti tra i territori».

 

Ma quanti sono i poveri in Italia e in Europa?

I dati Eurostat relativi al 2015 segnalano una discesa sensibile del numero di poveri in Europa e solo marginale in Italia. Nel 2015 in Europa il tasso di povertà è sceso a 8,2% sul totale dei cittadini europei, dal 9% del 2014.

Sono 41,092 milioni i poveri in Europa. L’Italia, invece, è passata dall’11,6% all’11,5%, ovvero un totale di 6,982 milioni di persone che vivono in conclamate condizioni di povertà. Per Eurostat, si tratta di persone che non possono affrontare una spesa inaspettata, permettersi un pasto a base di carne ogni due giorni, mantenere una casa. Il numero è molto più basso in Germania (3,974 milioni), dove il tasso è appena del 5%, e anche in Francia (2,824 milioni), con un tasso del 4,5%, entrambi Paesi più popolosi dell’Italia. In generale sono poveri soprattutto i genitori ‘single’ (17,3% del totale Ue) e gli adulti senza compagno (11%).

Sul rapporto sulla Povertà in Italia presentato dall’Istat a marzo di quest’anno fa riferimento ai dati del 2014 leggiamo quanto segue:

Nel 2014 le persone a rischio di povertà sono stimate pari al 19,4%, quelle che vivono in famiglie gravemente deprivate l’11,6%, mentre le persone appartenenti a famiglie dove l’intensità lavorativa è bassa rappresentano il 12,1%. L’indicatore del rischio povertà o esclusione sociale rimane stabile rispetto al 2013: la diminuzione della quota di persone in famiglie gravemente deprivate (la stima passa dal 12,3% all’11,6%) viene infatti compensata dall’aumento della quota di chi vive in famiglie a bassa intensità lavorativa (dall’11,3% al 12,1%); la stima del rischio di povertà è invece invariata

Nel 2014, 1 milione e 470 mila famiglie (5,7% di quelle residenti) era in condizione di povertà assoluta, per un totale di 4 milioni 102 mila persone (6,8% della popolazione residente).

Dopo due anni di aumento, l’incidenza della povertà assoluta si mantiene sostanzialmente stabile. La povertà assoluta è sostanzialmente stabile anche sul territorio, si attesta al 4,2% al Nord, al 4,8% al Centro e all’8,6% nel Mezzogiorno. Migliora la situazione delle coppie con figli (tra quelle che ne hanno due l’incidenza di povertà assoluta passa dall’8,6% al 5,9%), e delle famiglie con a capo una persona tra i 45 e i 54 anni (dal 7,4% al 6%); la povertà assoluta diminuisce anche tra le famiglie con a capo una persona in cerca di occupazione (dal 23,7% al 16,2%), a seguito del fatto che più spesso, rispetto al 2013, queste famiglie hanno al proprio interno occupati o ritirati dal lavoro.

Interessante, a proposito del tema di cui trattiamo in questo articolo – le politiche di intervento pubblico a sostegno della povertà – la tabella Eurostat qui sotto, che compara il dato relativo alla povertà prima e dopo le politiche di welfare. Il dato italiano è uno di quelli nei quali l’incidenza della povertà diminuisce di meno, segno di un welfare che non è capace di incidere in maniera sostanziale. E segno che l’idea di un reddito di inclusione sociale – o un’altra forma di sostegno al reddito di cittadinanza – è utile e necessaria.

Percentuale di persone a rischio povertà, prima e dopo le misure di welfare (Eurostat) 

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A due anni dal rapimento, il video delle ragazze in mano a Boko Haram

Le ragazze non sono affatto tornate. A due anni dal rapimento da parte di Boko Haram di 276 alunne in una scuola di Chibok, 219 sono ancora nelle mani del gruppo armato islamista nigeriano. Cnn diffonde un video nel quale se ne vedono una quindicina, segno che almeno una parte di loro è ancora viva. Il video lo vedete qui sotto. Le ragazze appaiono in buona salute e, naturalmente, vestite di nero, dicono di stare bene ma chiedono di tornare a casa, segno probabile che Boko Haram abbia intenzione di trattare un riscatto per restituirle. Esse stesse si identificano come alcune delle alunne rapite e in diversi casi i genitori le hanno riconosciute. Il video dovrebbe essere stato registrato intorno a Natale 2015.

I genitori delle ragazze, 57 delle quali sono riuscite a fuggire da un campo di prigionia, manifesteranno ad Abuja per chiedere che il governo si muova. Il governo precedente è accusato di non aver fatto quasi nulla per liberare le ragazze. Amnesty International si annuncia che si unirà alle manifestazioni accomunate dall’hashtag #BringBackOurGirls nella capitale nigeriana e altrove per ricordare tutte le persone rapite, uccise e sfollate dal gruppo armato.

«La sofferenza di genitori che non vedono le loro figlie da due anni è inimmaginabile» – ha dichiarato M. K. Ibrahim, direttore di Amnesty International Nigeria. «Oltre alle alunne di Chibok, oggi ricordiamo tutti coloro che sono stati rapiti, uccisi e sfollati. Due anni dopo, le ragazze di Chibok sono diventate il simbolo di tutti i civili la cui vita è stata devastata da Boko Haram» – ha aggiunto Ibrahim.

La sorte di 219 delle 276 alunne rapite da una scuola di Chibok resta sconosciuta, così come quella di migliaia di donne, bambine, ragazzi e bambini rapiti da Boko Haram.

Cos’è Boko Haram

Boko Haram ha provocato il caos e la sofferenza a milioni di persone nel nord-est Nigeria a partire dal 2009. Il gruppo armato ha ucciso migliaia di persone, ne ha rapite almeno 2000 e costretto più di un milione a fuggire dalle loro case. Attraverso una campagna di uccisioni quotidiane, attentati, rapimenti, saccheggi e incendi, Boko Haram ha paralizzato la vita nel nord-est della Nigeria. Città e villaggi sono stati saccheggiati. Scuole, chiese, moscheee altri edifici pubblici sono stati attaccati e distrutti. Boko Haram maltratta i civili intrappolati nelle zone sotto il suo controllo e impedisce l’amministrazione di servizi di base quali salute. Nata nel 2002 Boko Haram si batte contro l’influenza dell’educazione occidentale (BH significa “l’educazione occidentale è proibita”), ha cominciato i suoi attacchi a partire dal 2009 e l’anno scorso si è dichiarata affiliata all’Isis. Ha occupato una parte consistente del nord est nigeriano dichiarandolo provincia dell’ovest del Califfato. Nel corso dello scorso anno le forze militari nigeriani hanno ripreso il controllo dei centri abitati occupati dal gruppo armato.

L’eccesso di difesa del ministro Delrio

Siamo uno strano Paese, noi: salutiamo come novità buone pratiche ormai consolidate e costruiamo scoop su notizie stravecchie. Così succede che il Ministro Graziano Delrio (uno dei renziani della prima ora) d’improvviso si desti gridando allo scandalo come se non fossero ormai anni che si discute delle sue “disattenzioni” sulle infiltrazioni ‘ndranghetiste in quel di Reggio Emilia e del suo viaggio elettorale a Cutro (era la primavera del 2009 e Delrio correva per la poltrona di sindaco della città): basterebbe riprendere le parole del Procuratore Nazione Antimafia Franco Roberti che, a proposito, disse senza troppi giri di parole che «se tu in occasione delle elezioni che si fanno qui in Emilia vai a fare campagna elettorale in Calabria, vuol dire che sai che l’appoggio o il non appoggio alla tua elezione viene dalla Calabria non dall’Emilia».

Così come basta leggere l’interrogatorio del ministro (ai tempi ancora sindaco) davanti ai magistrati dell’antimafia il 17 ottobre del 2012 per capire quanto Delrio fosse politicamente sprovveduto per affrontare il tema della criminalità organizzata nel suo territorio: «.. io personalmente, adesso parlo di me, io personalmente – si legge nel verbale di interrogatorio – non ho mai avuto l’idea che la ‘ndrangheta tentasse di infiltrarsi in una zona, in un appalto, o che tentasse di influenzare che ne so, un piano di riqualificazione urbana o robe del genere. (…) Da questo punto di vista, le risultanze per esempio che sono venute fuori con l’ultima interdittiva del Prefetto sulla ditta Bacchi di Novellara che avrebbe avuto rapporti di subappalto con personaggi… Eccetera, e quindi quello che sospeso l’appalto della tangenziale di Novellara… È un elemento che, come dire, ha sorpreso, cioè perlomeno per quanto mi riguarda io sono rimasto sorpreso».

Insomma Delrio vorrebbe convincerci che un sindaco di Reggio Emilia che fa campagna elettorale a Cutro non conosca il peso della comunità cutrese nella propria città e che fosse l’unico amministratore disinformato sulla penetrazione della criminalità calabrese all’interno degli affari del nord. E, attenzione, non c’entra nulla il presunto pregiudizio verso i calabresi tutti: il razzismo è l’arma usata spesso dai mafiosi stessi per cercare di delegittimare chi li accusa non funziona più. E non importa che il Prefetto Antonella De Miro più di una volta ammonì le pubbliche amministrazioni diffidando alcune aziende legate alla ‘ndrangheta: fu lo stesso Delrio ad accompagnare in Prefettura alcuni imprenditori cutresi per chiedere che non ci fosse “pregiudizio” nell’emettere interdittive antimafia. Roba da fantascienza: in un Paese con mafie in tutti i pori qualcuno si permette di non aprire il vocabolario dell’attenzione istituzionale e alla fine diventa ministro.

Così sembra così terribilmente ininfluente il rischio che in tutto questo Delrio sia stato per caso e inconsapevolmente fotografato con qualche mafioso che stupisce più di tutto la rabbiosa reazione del ministro che parla di “dossieraggio” riferendosi a critiche sul suo conto (politiche, si badi bene) che non hanno bisogno di servizi segreti; basterebbe sfogliare i giornali per sapere che sono in molti a chiedere da anni spiegazioni sulla generale sottovalutazione del fenomeno mafioso di Delrio. Non c’è bisogno di fare esposti ma piuttosto sarebbe il caso che Delrio ci spieghi o semplicemente si scusi. Niente di così terribilmente articolato, nessun complotto: talvolta si può essere inopportuni anche senza essere indagati. Tutto qui.

Buon giovedì’.