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Idomeni, nuovi lacrimogeni sui rifugiati

epa05255601 Refugees walk next to a border fence on the Greek side of the border as Macedonian police officers guard the Macedonian side, near the makeshift camp for refugees and migrants near Idomeni, northern Greece, 12 April 2016. Thousands of refugees are stuck in Greece following the closure of the borders of the Balkan route and after the implementation of the migration agreement between the European Union (EU) and Turkey. EPA/VALDRIN XHEMAJ

Ci risiamo, la polizia macedone ha usato lacrimogeni contro i rifugiati che cercano di passare il confine a Idomeni per la seconda volta in tre giorni. E le autorità greche hanno fermato cinque attivisti che aiutano le persone a cercare di trovare strade per passare. Non è un bello spettacolo, quello offerto dall’Europa nell’indifferenza dei governi. L’accusa agli attivisti è quella di incoraggiare le proteste delle persone che da settimane sono ferme a Idomeni perché così facendo solleciteranno una risposta dei governi europei.

epa05256869 Refugees pull barbed wire fence during a protest demanding the opening of the borders, at the refugee camp in Idomeni, on the border between Greece and the Former Yugoslav Republic of Macedonia (FYROM), 13 April 2016. Two Greek police squads were deployed along the fence in the buffer zone at Idomeni in an attempt to prevent refugees to reach the fence. Currently an estimate 100 refugees are scattered in the fields next to the fence. A few days earlier Macedonian police had thrown tear gas at refugees trying to tear down the fence and get into FYROM.  EPA/KOSTAS TSIRONIS

Probabile anche che, almeno i giovani maschi, si rivoltino da soli all’idea di rimanere fermi in un paesino di confine dopo essere fuggiti dalla guerra. Ma certo, ci sono anche gli attivisti, ma il problema esiste a prescindere dalle proteste o dalla rivolta sobillata da militanti pro-diritti tedeschi, britannici o di altri Paesi.
Il governo greco aveva avvertito che con la chiusura delle frontiere balcaniche e l’accordo con la Turchia, la Grecia si sarebbe trasformata in un campo profughi. Ed è questo quel che sta avvenendo: le richieste di asilo delle persone fuggite dalla Siria, che prima speravano di poter fare domanda in Germania o in altri Paesi nordici, ora vengono fatte all’interno dei confini greci. E le autorità sono travolte sia dalle domande che dalla necessità di gestire i flussi e le persone bloccate dove non vorrebbero rimanere.

Intanto l’Italia protesta con l’Unione europea per la chiusura del Brennero. Il rischio è quello che anche da noi si vengano a creare delle piccole o grandi Idomeni. «Le misure annunciate» dall’Austria «inducono a chiedere con estrema urgenza la verifica da parte della Commissione della loro compatibilità con le regole di Schengen» hanno scritto al commissario Ue Avramopoulos i ministri degli Esteri Gentiloni e dell’Interno Alfano sottolineando che «la decisione di ripristinare i controlli interni con l’Italia non appare suffragata da elementi fattuali».

Resta poco efficace il programma europeo di ricollocazione approvato a ottobre, così segnala lo stesso commissario europeo all’immigrazione. I progressi fatti sono «nel complesso insoddisfacenti»: «pochi» sui ricollocamenti, mentre sui reinsediamenti sono «buoni». Così il secondo rapporto della Commissione Ue sui migranti. «Gli sforzi sui ricollocamenti devono aumentare in modo marcato per rispondere all’urgente situazione umanitaria in Grecia e per evitare qualsiasi peggioramento della situazione in Italia», ha dichiarato Avramopoulos.

epa05248140 A refugee woman is seen through barbed wirefence during a protest demanding the opening of the borders at the border line between Greece and FYROM at the refugee camp of Idomeni, Greece, 07 April 2016. Migrants who refuse to apply for asylum are to be deported to Turkey, in accordance with a tit-for-tat agreement between the European Union (EU) and Turkey on the refugee and migration crisis.  EPA/KOSTAS TSIRONIS

Loris De Filippi, presidente di Medici senza Frontiere Italia denuncia la polizia macedone: «Negli scontri – ha detto – almeno 200 persone sono rimaste ferite da gas lacrimogeni e altre 37 da proiettili di gomma sparati ad altezza non di uomo, ma di bambino». E questo è quel che rimarrà di questa crisi: mentre i governi sono lenti ad applicare progetti concordati a livello europeo, si affrettano a chiudere le frontiere e non chiedono conto delle violazioni dei diritti umani a Idomeni e altrove. In questi mesi abbiamo assistito al programma di ricollocazione naufragato, all’accordo illegale con la Turchia e a poco altro. L’Europa, ancora una volta, è ferma a Idomeni.

Vauro: «Le gogne non mi preoccupano, io cerco di fare satira, e la satira è libertà»

È la quarta settimana che firma la copertina di Left e che dedichiamo due pagine a “Vaurandom”, una rubrica curata da Vauro che da ieri si ritrova coperto di insulti per una vignetta che ritrae Grillo afflosciato a terra, come fosse un burattino a cui sono stati tagliati i fili “della vita”. Il riferimento è alla recente scomparsa di Gianroberto Casaleggio e alle conseguenze che questa potrebbe avere sulla vita dei Cinque stelle.

Vauro che succede? Perché questa gogna?
Non so, ma non mi sono mai preoccupato troppo delle gogne, la satira è un linguaggio libero e, senza presunzione, posso anche dire che è un linguaggio artistico. Ci sono tanti livelli di lettura di una vignetta: c’è il testo, il tratto, la costruzione dell’immagine. La vignetta e la satira sono strumenti di libertà perché tutti i livelli di lettura danno, a chi ne fruisce, la libertà di interpretarla come meglio crede. Ci vuole capacità, qualche strumento critico…. certo non è obbligatorio averli! Anzi, sembra non siano in molti ad averceli in questo momento.

Sì, ma spiegaci: com’è che tu fai una vignetta dove si vede Grillo burattino e si arrabbiano come se fosse un oltraggio a Casaleggio. Che psicopatologia è?

Ve lo spiego semplicemente, sono un “radical chic” e da buon radical chic posso dire che questo Paese, purtroppo, in buona parte si divide tra il fanatismo degli indifferenti, cioè di quelli a cui non frega un cazzo di niente (che è una forma di fanatismo pure quella) e il fanatismo degli adepti a qualsiasi guru, si chiami Grillo, o Berlusconi, o Renzi. Quello che questo Paese ha perso è la critica e la fantasia. Per cui che ci siano reazioni da ultras per una vignetta devo dire, con amarezza, non mi stupisce affatto.

Cosa volevi dire con quella vignetta? Morto Casaleggio, morto Grillo?

La morte è un personaggio della satira oltre che della vita e i fili che si tagliano sono l’icona della morte. Volevo semplicemente dire… anzi no! Non voglio spiegarlo, non mi piace raccontarlo. Quello che volevo dire, lo dice la vignetta.

Siria, nuovo round di colloqui mentre Damasco preme su Aleppo

In this image posted on the Twitter page of Syria's al-Qaida-linked Nusra Front on Friday, April 1, 2016, shows fighters from al-Qaida's branch in Syria, the Nusra Front, marching toward the northern village of al-Ais in Aleppo province, Syria. The Britain-based Syrian Observatory for Human Rights says 12 Hezbollah fighters were killed and dozens were wounded in Saturday's attack by militants led by al-Qaida's Syria branch — known as the Nusra Front — on the northern village of al-Ais. The title in Arabic that reads "holy warriors getting ready to attack the enemies of God in al-Ais." (Al-Nusra Front via AP)

A Ginevra riprendono i colloqui di pace siriani, per ora saranno presenti solo i rappresentanti dei ribelli, quelli governativi si faranno vivi venerdì. «La tregua regge ed è ora di cominciare a mettere in agenda una transizione politica, spero che questi colloqui siano concreti» ha detto l’inviato Onu Staffan De Mistura in visita in Iran per colloqui preparatori. I colloqui dovrebbero partire dalla risoluzione Onu che invita alla formazione di un governo di transizione, alla scrittura di una costituzione e a nuove elezioni. Un compito gigantesco per colloqui molto fragili: se guardiamo alla pessima situazione irachena, dove pure ci sono state elezioni e dove il Paese non è stato dilaniato dalla guerra civile come è la Siria, è difficile immaginare come si possa pensare a un salto di qualità tale da avviare un vero processo politico. Il destino di Assad resta il primo, enorme, ostacolo da superare.

La grande preoccupazione di tutti coloro che vorrebbero che il secondo round di colloqui aprisse davvero una nuova fase in una guerra che ha fatto almeno 270mila morti e ha distrutto e spopolato un Paese, è come e quanto il cessate il fuoco regga. Negli ultimi giorni aerei e truppe governative hanno infatti ripreso l’offensiva su Aleppo e altre aree controllate dal Fronte al Nusra, la branca qaedista dell’opposizione siriana. L’offensiva delle truppe di Assad, che in teoria non vìola i termini del cessate il fuoco perché le aree controllate da gruppi religiosi estremisti – Isis, al Nusra e altri – non sono incluse nell’accordo. Naturalmente, nel caos siriano, le cose sono più complicate di così: in diverse aree del Paese, infatti, al Nusra combatte fianco a fianco con altri gruppi ribelli o controlla quartieri di città confinanti con altri in mano ad altri gruppi. Attaccare con l’artiglieria o bombardare dal cielo, come ad Aleppo, significa rischiare di coinvolgere milizie che partecipano alla cessazione temporanea delle ostilità.

L’ambasciatore americano all’Onu, Samantha Powers, ha chiesto alla Russia di premere su Assad affinché diminuisca l’intensità degli attacchi. «Siamo preoccupati per la chiara volontà di Damasco di attaccare e riprendere Aleppo, dove sono presenti anche diversi gruppi dell’opposizione che partecipano al cessate il fuoco» ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Toner.

Governativi sostenuti da miliziani iraniani e libanesi e aerei russi e al Nusra hanno combattuto anche ad El-Is, mentre l’Isis ha preso possesso dei campi profughi palestinesi nei dintorni della capitale. Critiche a Damasco arrivano anche per aver impedito il passaggio di convogli umanitari a Daarya, sobborgo della città dove la situazione sembra essere drammatica.

Nelle zone controllate dalle forze di Assad si tengono intanto elezioni parlamentari come se niente fosse. Le elezioni non vengono riconosciute dalle Nazioni Unite.

This photo released on the official Facebook page of Syrian Presidency, shows Syrian President Bashar Assad casting his ballot in the parliamentary elections, as his wife Asma, left, is standing next to him, in Damascus, Syria, Wednesday, April 13, 2016. Syrians living in government-held areas are to vote Wednesday in parliamentary elections, hours ahead of the resumption of talks in Geneva to resolve the country's five-year-long civil war. (Syrian Presidency via AP)

Dall’Iraq – o meglio – dalla parte di Paese controllata dall’Isis giunge la notizia – da fonte statunitense – di una continua perdita di territorio da parte di Daesh. Anche le reclute diminuiscono, sostengono i militari americani. Che riconoscono però non esserci un legame diretto tra la perdita di territorio e la capacità di Isis di colpire in Europa o negli Stati Uniti.

Se la Costituzione è un lecca lecca

No, mi spiace, no, non c’entra nulla il tifo, la posizione politica, l’essere turboinnovatori spinti o conservatori e non c’entra nemmeno l’essere poco inclini ad apprezzare questo cumulo che vorrebbe essere un governo. Si tratta di politica, in senso stretto (che poi è larghissimo) dell’avere cura dell’impianto costituzionale di un Paese, il nostro, che non ha ceduto in decenni di sotterfugi e tentativi di golpe ma che porta le ferite di una democrazia stressata da affaristi, puttanieri e combriccole assortite.

Partiamo dall’inizio: “la riforma che tutti aspettano” è la frase con cui Renzi, sorci e Verdini ci dicono che questa “è la volta buona” e già così lo slogan rimbomba di tutto il vuoto che contiene. Eppure non è vero che nessuno ha voluto cambiarla la Costituzione, anzi: sono in molti ad avere desiderato uno spostamento di poteri dal Parlamento al Governo o peggio ancora al leader e forse ci si ricorda che già una volta un referendum ha sventato un assalto.

Ci dicono che la riforma è necessaria per la governabilità e anche in questo caso sopraggiungono i ricordi peggiori: governabilità non significa “facilità di governare” ma “capacità di governare” e in un Paese frantumato in diverse posizioni (stiamo parlando di un’Italia in cui il partito di maggioranza è l’astensionismo, per chiarirsi) la varietà di sensibilità di cui tenere conto non sono nient’altro che le regole imposte dalla democrazia. Se avessimo adorato il feticcio della governabilità non ci sarebbe stata la Resistenza, ad esempio.

Dicono che il “bicameralismo perfetto” doveva essere superato già nelle intenzioni dei padri costituenti e ci dicono una cazzata di proporzioni mastodontiche: l’idea di semplificare la struttura parlamentare era sostenuta dall’esigenza di mantenere la centralità del Parlamento (Ingrao diceva “democrazia di massa”) e quel progetto non ha nulla a che vedere con una riforma che accentra i poteri locali e per di più conferisce più poteri al Governo. I padri costituenti li prenderebbero a calci, questi.

Ci dicono che questa riforma prevede finalmente “il taglio dei costi” e che chi si oppone vuole mantenere i privilegi della classe politica. E usano la carota come cerotto di una riforma immonda pensando di usare il populismo (loro, che gridano “populisti” agli altri) per giustificare un progetto di indebolimento della democrazia. Sappia Renzi (e i suoi) che gli basterebbe confezionare una legge ad hoc sul taglio degli stipendi, senza incollarla ad altre nefandezze, per avere tutto il nostro supporto, tutta la nostra energia e, in questo caso sì, la stragrande maggioranza degli elettori.

Dice Renzi che chi è contro la riforma in realtà lo fa contro di lui. Ed è lo stesso Renzi che ha personalizzato un referendum (costituzionale, per intendersi) come medaglia d’onore da appuntarsi al petto contro i suoi avversari gufi. Renzi, insomma, lamenta una dinamica che lui stesso ha creato e interviene al Parlamento con la solita arroganza paninara di chi vive la politica come viatico dell’affermazione personale. Gioca a carte con la Costituzione, ne fa il lecca lecca da esibire davanti ai compagnetti più sfigati e poi se ne lamenta. Il bue che dice cornuto all’asino.

Buon mercoledì.

«Rifugiati in Italia abbandonati a loro stessi in decine di campi informali»

Foggia, Italia, Dicembre 22, 2015. Soulayman, Mali, 21 anni nel ghetto di Rignano Scalo, dove vive.

Ex fabbriche, palazzine abbandonate, parchi, stazioni ferroviarie. Li vedete dai treni, passando in auto, o da lontano, sulla sponda di un fiume. E magari non vi viene in mente che quel campo informale è il frutto della mancanza di accoglienza dei rifugiati e richiedenti asilo da parte delle istituzioni italiane. Medici Senza Frontiere ha provato a capire come sia messo il sistema mettendo al lavoro un equipe di ricercatori propri e dell’università di Palermo

Risultato? Un rapporto che potete leggere qui e una conclusione: il sistema di accoglienza per i richiedenti asilo che sbarcano in Italia non funziona. Non è una novità: il nostro Paese non ha una legge specifica sull’asilo e, tradizionalmente, non esiste un sistema capace di coordinare le necessità delle decine di migliaia di persone che arrivano da noi in fuga dalla guerra o da persecuzioni politiche da parte delle autorità. La crisi siriana non ha fatto che aggravare una situazione già pessima – momenti simili l’Italia li aveva vissuti negli anni della guerra nella ex Jugoslavia. Oggi? C’è un piano, ora che il governo di Vienna sceglie di chiudere le frontiere e si rischia un nuovo affollamento di persone? E che fine faranno le persone a cui negli hotspot viene negato sbrigativamente l’accesso alle procedure di richiesta di asilo?

Bari, Italia, Dicembre 2015. All'interno del Ex Set.
Bari, Italia, Dicembre 2015. All’interno del Ex Set.

Roma, Italia, Dicembre 17, 2015. Rifugiato del Eritrea stende i panni sul tetto dell'occupazione di via Tiburtina.
Roma, Italia, Dicembre 17, 2015. Rifugiato del Eritrea stende i panni sul tetto dell’occupazione di via Tiburtina.

Medici Senza Frontiere ha provato a monitorare la situazione, scoprendo – o meglio, verificando – quanto rifugiati e richiedenti asilo vivano in condizioni difficili, fuori dal sistema di accoglienza o gestiti da organizzazioni che non hanno esperienza.

Msf ha individuato 27 siti dove vivono dove vivono almeno 50 persone, una parte importante grandi. Qui la maggior parte delle persone che vivono sono soprattutto africane: Somalia, Ghana, Eritrea e poi Pakistan e Afghanistan.

2014-2015 sbarcati circa 220mila persone, tra quesiti più di 150mila hanno fatto domanda di asilo, quasi tutti fuori dall’Italia.

Il sistema di accoglienza ordinario dispone di 30mila posti e questo ha determinato la apertura di decine di luoghi di ospitalità per 80mila posti gestiti da enti che non hanno alcuna esperienza nella gestione dei rifugiati. A giudizio di Msf è proprio il sistema straordinario che determina una espulsione dal sistema di accoglienza, generando situazioni informali e difficili.

distribuzione rifugiati

Ancora numeri: 30mila son i transitanti che vogliono aggirare Dublino e chiedere asilo in altri Paesi europei, poi ci sono i richiedenti asilo in Italia, che hanno diritto ad avere l’accoglienza mentre aspettano che il loro status venga verificato. A volte fino a tre mesi, ad esempio a Udine, nei sottopassaggi della stazione, davanti al cimitero o sulle rive dell’Isonzo di Gorizia – un ragazzo pakistano è morto nelle acque del fiume. A Torino nei giardini dietro a Palazzo Reale o alla stazione di Crotone.

Il gruppo più grande di persone incontrate in questi insediamenti è quello dei rifugiati riconosciuti che scaduti i termini di accoglienza vengono messi in strada senza paracadute. Tra le persone con queste caratteristiche monitorate da Msf uno su quattro non ha mai avuto posto in accoglienza, mentre 3 su 4 sono fuori. A Foggia si vive in un vecchio areoporto a pochi metri dal centro di accoglienza del Ministero dell’Interno, 350 rifugiati vivono in uno scambio continuo tra il centro ufficiale e il campo fuori. A Torino in 1200 vivono in palazzine dell’ex villaggio olimpico.

In metà dei siti monitorati mancano acqua e luce, molti dei rifugiati riconosciuti non sono iscritti al Sistema sanitario nazionale pur avendone diritto e due terzi non hanno un medico di base o al pediatra – per questo Msf chiede che si svincoli, per i rifugiati, l’assegnazione del medico di base dalla residenza, visto che queste persone si spostano spesso per lavoro o per insediarsi in pezzi delal loro comunità.

Foggia, Italia, Dicembre 22, 2015.
Foggia, Italia, Dicembre 22, 2015.

SILOS_TRIESTE Ahmad Siraq

Bari, Italia, Dicembre 19,  2015. Nsia, Sud Sudan, 32 anni, taglia i capelli ad un suo amico all'interno del Ex Set dove vive.
Bari, Italia, Dicembre 19, 2015. Nsia, Sud Sudan, 32 anni, taglia i capelli ad un suo amico all’interno del Ex Set dove vive.

Perché l’accoglienza viene fatta male? Perché le organizzazioni che gestiscono i siti di accoglienza straordinaria non hanno esperienza, non fanno corsi, non lavorano all’integrazione, non sanno spiegare i diritti e i doveri alle persone. Insomma, offrono un letto e poi ciao. E così persone che se avviate alla nuova vita potrebbero adattarsi, trovare lavoro, integrarsi, passano mesi in un limbo di marginalità. C’è il rischio che i centomila giunti quest’anno che oggi vivono all’interno del sistema di accoglienza, finiscano, uscendo dai centri, in questi insediamenti informali. Specie, come si diceva, ora che arriva l’estate, la rotta balcanica è chiusa e alcuni Paesi chiudono le frontiere.

Serve, assolutamente, che l’Italia garantisca e ampli il sistema di accoglienza strutturato e che si garantisca l’assistenza sanitaria a tutti e allargare l’assistenza ai siti informali: «se ne conosce l’esistenza, continueranno ad esistere, tanto vale lavorare anche in questi» Loris de Filippi, direttore di Msf Italia. Oppure, aspettiamoci qualche grande e piccola Idomeni sparsa per l’Italia, come del resto capitò in piccolo a Ventimiglia lo scorso anno. Con le organizzazioni umanitarie a svolgere il lavoro delle istituzioni. Non sarebbe sussidiarietà, ma lavarsene le mani.

Localizzazione siti informali

Questa sera il rapporto verrà discusso in un evento presso l’ex fabbrica occupata “Metropoliz” a Roma (via Prenestina 913 alle 20.00)

 

Morto Casaleggio, qual è il futuro del Movimento 5 stelle?

Non è, non è stata, una persona banale. Studioso dell’innovazione ha provato a innovare. Sia come imprenditore che come politico. Del blog di Beppe Grillo -il sacro blog, come lo chiama Crozza- se ne occupa, insieme al figlio Davide, dal 2005. Lo ha trasformato in una macchina da guerra: capace di far soldi proponendo contenuti gratuiti, capace di tenere insieme, di orientare, di animare un partito di massa quale è il Movimento 5 Stelle.

Scorrendo l’intervento che svolse, il 6 settembre del 2014 a Cernobbio, si trovano tutti, i temi della sua riflessione: disintermediazione, free economy, globalizzazione, educazione in rete. Era convinto che internet offrisse straordinarie possibilità di partecipazione a grandi masse e, al tempo stesso, segnasse una sorta di reductio ad unum. Il movimento è stato costruito così. Tentando di porre questioni semplici, alle quali non fosse difficile dare una risposta e dunque scegliere; ma una volta scelto, l’obbligo di seguire, senza remore né dubbi, come si trattasse di un individuo collettivo.

Una critica, quella di Casaleggio, più radicale di quella di Lenin alla democrazia rappresentativa: i parlamentari si definiscono portavoce, portavoce dei cittadini in parlamento senza autonomia del mandato. Ma qual è il punto di vista dei “cittadini” cui i portavoce dovranno attenersi? Semplice: quello espresso, grazie alle tecnologie messe a disposizione dalla Casaleggio Associati, dagli iscritti certificati al Movimento. Altro che teoria dell’avanguardia o centralismo democratico!

Con Casaleggio il Movimento non è avanguardia, è il Paese, stesso, perché ne raccoglie malessere, idee, speranze e le trasferisce nella rete. Qui si forma, di volta in volta, la decisione politica: la procedura diventa garanzia della autenticità e, dunque, di inappellabilità della scelta. Chi non ci sta, è fuori.

E ora? Beppe Grillo l’altro fondatore, l’altro console del Movimento 5 Stelle, è tornato al teatro. Forse perché deluso dall’aver trovato tra i cittadini in rete meno eccellenze di quante non ne immaginasse, e più donne e uomini assai normali, talvolta banali. Forse anche perché Grillo sapeva della malattia dell’amico ed era per lui fuori discussione di poter proseguire in politica senza di lui.

Per i parlamentari dei 5 stelle, i quali, sì, va bene, sono solo portavoce, ma sono loro dopotutto che formano il “direttorio”, è arrivato il momento, obbligato e doloroso, di fare il salto nell’età adulta. Proprio quando potrebbero doversi misurare con responsabilità di governo, se non dell’Italia, almeno di Roma. Compito non sarà facile, gli mancherà il consiglio di Gianroberto, quello di Davide, il figlio, non avrà lo stesso carisma.

Chi è questo premier?

Ma chi è questo premier? Che a un referendum, quello sulle trivelle, dice che non si deve votare – e si prende perciò la reprimenda del presidente della Consulta – mentre su un altro – quello costituzionale – annuncia che se non lo vincerà smetterà di far politica. Chi è questo premier che si è rifiutato di discutere – quando sarebbe servito discutere – del suo progetto di riforma, affidandone la scrittura a trattative riservate – fra “decisori” come Finocchiaro e Boschi, forse con lobbisti ad assistere – imponendo in aula emendamenti canguro, che cancellavano tutti gli altri, e invece vorrebbe discutere, ora che emendare più non si può, alla camera dove la maggioranza è scontata grazie a un premio ottenuto da un altro che egli pur pretende di avere “spianato”, e grazie a una legge dichiarata, dalla Corte, incostituzionale? Le opposizioni lo hanno lasciato solo in aula. Non per sottrarsi al confronto – come egli dice – ma per ricordare come ormai si sappia cosa siano le sue riforme. Un uomo solo al comando. Meno controlli democratici e più trattative riservate con i gruppi d’interesse. Una democrazia semplificata che funziona addirittura meglio se la maggioranza degli elettori non va a votare.

Con educazione, forse con dispiacere, i commentatori gli voltano le spalle. Ezio Mauro sulle trivelle: “l’astensionismo invocato rischia da domani di diventare la malattia senile di democrazie esauste appagate dalla loro vacuità”. Federico Geremicca sulla Stampa: il tempo passa, le cose cambiano e non è quasi mai vero che il potere logora chi non ce l’ha. Anche il potere logora: soprattutto se accentrato e gestito in maniera spiccia, diciamo alla fiorentina”. Michele Ainis entra, per i lettori del Corriere, nel merito della riforma costituzionale: “La Costituzione: 47 articoli cambiati da un Parlamento espresso con una legge elettorale (il Porcellum) annullata poi dalla Consulta”. “Il potere: la riforma lo concentra, lo riunifica, una sola camera politica, un Governo più stabile e più forte e uno Stato solitario al centro della scena”. L’efficienza: una maggior concentrazione del potere dovrebbe assicurarla, però non è detto, dipende dalle complicazioni della semplificazione. 22 categorie di leggi bicamerali. Insomma, dalla teoria alla prassi il principio efficientista rischia di rivelarsi inefficiente”. “Le garanzie: con un’unica Camera dominata da un unico partito (per effetto dell’Italicum), addio ai governi del presidente, quali furono gli esecutivi Dini, Monti, Letta. Ma addio anche al potere di sciogliere anzitempo il Parlamento: di fatto, sarà il leader politico a decretare vita e morte della legislatura. E addio alla garanzia del bicameralismo paritario, che a suo tempo bloccò varie leggi ad personam cucinate da Berlusconi”. “Partecipazione: aumenta la fatica di raccogliere le firme: da 50 a 150 mila per l’iniziativa legislativa popolare; da 500 a 800 mila per il referendum abrogativo, in cambio dell’abbassamento del quorum”. Insomma, votate meno, votate in pochi!

Il voto un dovere, sul referendum l’effetto Consulta, scrive Repubblica. Ma il Fatto fa i conti e avverte che l’astensione rischia di vincere domenica. Gli italiani si faranno fare. Il presidente della Repubblica no. Rifiuta di correggere Renzi ma fa sommessamente sapere che eserciterà quel diritto, che fonda la cittadinanza, e il 17 aprile e andrà alle urne. Secondo Giannelli, “Renzi è preoccupato e la Boschi lo consola”. Sapete come? Gli dice “stai sereno”! Intanto un dossier accusa di “spese folli” il capo di stato maggiore della marina, indagato dai giudici di Potenza nel contesto dell’affare Tempa Rossa. Intanto gli austriaci avvertono che costruiranno un muro (anti migranti) al Brennero. Intanto gli economisti – anche quelli di corte – cominciano a temere che la ripresa resterà dello zero-virgola anche nel 2016. Intanto l’amico al Sisi ci sta regalando solo bugie sulla tortura e l’assassinio di Giulio Regeni. E l’amico Erdogan, guardia carceraria dei profughi che non vorremmo, presenta il prezzo dei suoi servigi e pretende che in Germania censurino la satira che lo offende. Intanto servono altri soldi – sei miliardi – per salvare le banche italiane che – si diceva – scoppiassero di salute. Intanto le pensioni rischiano di venire usate come bancomat: ieri era il contributo di solidarietà, domani il DEFinanza potrebbe prevedere il taglio di quelle di reversibilità.

Ma chi è questo premier? Finora votato soltanto da un milione 895mila elettori del Pd, e affinché facesse il segretario non il Presidente del Consiglio. E un uomo che quando si trova in difficoltà, invece di provare a capire, sceglie di asfaltare il primo che gli capita a tiro, meglio se sindacalista o “gufo”. É un uomo fragile, che non accetta le sconfitte e perciò è costretto sempre a sfidare: sotto un altro. Ha una grande dote: nessuno come lui è abile nella politica come tattica, nessuno vede meglio le debolezze dell’altro, nessuno intuisce tanto bene la linea di minor resistenza nella quale passare. Ma ha pure un grande limite: gli manca una visione del futuro, vive alla giornata. Quando non sa che dire mormora che è “70 anni che se ne parla”. E che ora basta: tocca a lui decidere. Come non si sa, in quale direzione non lo sa.

Renzi parla da solo e conferma: vuole un plebiscito

Una veduta dell'Aula della Camera durante la replica del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, per la discussione sulle linee generali del disegno di legge sulle Riforme Costituzionali, Roma, 11 aprile 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Matteo Renzi non ha seguito il dibattito parlamentare, offendendo così le opposizioni che – tutte, anche se pure loro a ranghi ridotti – hanno abbandonato l’aula quando è toccato al premier intervenire, alla fine di una lunga giornata di dibattito francamente stanco e prevedibile, con i deputati del Pd a sottolineare «la svolta storica» e le opposizioni, dai 5 stelle a Sinistra italiana, dalla Lega a Forza Italia, ad elencare i limiti ormai stranoti della riforma, soprattutto se combinata con l’Italicum e il suo premio di maggioranza. È così che la riforma costituzionale si avvicina al suo sesto sì, al quarto voto conforme, senza modifiche, e quindi poi al referendum.

Non ha seguito il dibattito, Renzi, ma poi si è presentato con un discorso – scritto – «nel merito», dai toni che ha evidentemente immaginato istituzionali, «per rispondere alle venticinque osservazioni dei deputati». L’effetto è comunque polemico, però, perché non rinuncia alle stoccate, Renzi, come quando dice che «c’è qualcuno più a suo agio fuori dal parlamento, evidentemente» e aggiunge che è un bene visto che «ci si ritroverà dopo le prossime elezioni».

Teatrino a parte, comunque, (buona la scena di Renzi che alla buvette prende il caffè, finalmente arrivato, ma entra in aula solo quando è ormai quasi finito pure l’ultimo intervento del dem Sanna), il centro politico del passaggio parlamentare è la conferma che arriva dallo stesso Renzi: quello sulla riforma sarà un referendum sul suo governo, oltre che sulla riforma Boschi. E se perde va a casa. «La nascita di questo governo», dice in aula, «è dovuta al fatto che quello precedente era in una situazione di stagnazione. L’accettazione dell’incarico di premier è stata subordinata all’impegno preso col presidente della Repubblica di realizzare una serie di riforme. Nell’eventualità in cui non ci fosse un riscontro popolare, sarebbe responsabile trarne le conseguenze».

Renzi si gioca tutto, insomma, come dice testuale, e punta, lui ma soprattutto Maria Elena Boschi, sul sì, da esprimere magari con una convocazione più ravvicinata, e non a ottobre, che ottobre è lontano e tra trivelle (cominciano a impensierirsi, a palazzo Chigi), banche e amministrative chissà in che stato ci si arriva. Si gioca tutto, sapendo che a quel referendum «l’affluenza non conta», dice ancora, «e non importa con che percentuale: basta vincere». Si gioca tutto sapendo che il partito alla fine lo sosterrà, minoranza dem compresa: d’altronde voteranno anche questo ultimo passaggio e sarebbe curioso si battessero poi per il no l referendum. Anche Enrico Letta, dal ritiro parigino, a La Stampa dice che voterà sì: non ci sono più le faide di una volta.

La salute delle donne è a rischio in Italia. La nuova condanna del Consiglio d’Europa

ABORTO: NAPOLI, PARTITO CORTEO '194PAROLEPERLALIBERTA''. MANIFESTAZIONE NAZIONALE IN DIFESA DELLA LEGGE 194. Una immagine della manifestazione nazionale in difesa della Legge 194, svoltasi oggi a Napoli . CIRO FUSCO /ANSA /JI

Il Consiglio d’Europa condanna l’Italia perché la legge sull’interruzione di gravidanza è disapplicata a causa degli elevatissimi tassi di obiezione di coscienza fra i medici ginecologi, mentre i pochi non obiettori vengono discriminati. «Dopo la condanna del nostro Paese, due anni fa, per la mancata applicazione della legge 194, il comitato europeo per i diritti sociali ha accolto il ricorso della Cgil, in difesa degli operatori sanitari non obiettori. E’ una decisione importante, che sottolinea come la violazione del diritto alla salute delle donne sia strettamente intrecciata con le discriminazioni subite dal personale sanitario non obiettore», commenta il medico ginecologo Anna Pompili, da sempre impegnata in corsia e sulla scena pubblica per la piena applicazione della Legge 194.

Troppo spesso, infatti, negli ospedali in cui la quasi totalità degli operatori ha sollevato obiezione di coscienza, «i non obiettori sono costretti ad occuparsi quasi esclusivamente di interruzioni di gravidanza, con gravi penalizzazioni per la loro professione e per le loro carriere». Le altissime percentuali dell’obiezione di coscienza che in alcune regioni arrivano al 90 per cento dei ginecologi «comportano inoltre lunghi tempi di attesa, con un aumento del rischio di complicazioni, tanto più alto quanto maggiore è l’epoca gestazionale e del rischio professionale per gli operatori stessi», denuncia Anna Pompili.

«Ma il ministro Lorenzin – sottolinea la ginecologa – che si prepara a celebrare la prima giornata dedicata alla salute delle donne, festeggia la riduzione del numero degli aborti, per la prima volta al di sotto dei 100mila l’anno, ignorando gli allarmi che da più parti ci parlano del rischio del ritorno alla clandestinità. La stessa Ministra ci dice arrogantemente che quel 35 per cento degli ospedali italiani nei quali non è possibile abortire non sono un problema e non meritano la visita dei suoi famosi ispettori. Non sarà allora che i clandestini sono loro, la ministra e il suo governo che inasprisce in maniera inaudita le sanzioni per gli aborti clandestini, senza preoccuparsi delle possibili conseguenze per la salute delle donne?» E non sarà tempo , per le donne italiane, di uscire dall’isolamento delle mura domestiche entro le quali si manda giù un pugno di pasticche comprate via internet, ritrovando invece la forza di una risposta collettiva che sappia imporre il rispetto del diritto alle scelte riproduttive? Magari insieme agli operatori sanitari che hanno scelto di occuparsi a tutto tondo della loro salute, e che chiedono rispetto per la dignità di questo loro lavoro».

«Ancora una volta l’Italia conquista maglia nera d’Europa in tema di diritti» constata amaramente Mirella Parachini, ginecologa e attivista dei Radicali italiani. «La decisione del Consiglio d’Europa dimostra quello che diciamo da tempo, che negli ospedali del nostro Paese siano sistematicamente violati sia il diritto alla salute delle donne, che non riescono ad accedere all’interruzione di gravidanza, che i diritti dei medici non obiettori che ogni giorno, con il proprio lavoro, cercano di far rispettare la legge 194». Violazioni che il Consiglio d’Europa aveva già denunciato con una sentenza emessa due anni fa.

Anche allora L’associazione Luca Coscioni aveva contribuito con osservazioni depositate al Comitato per i diritti Sociali del Consiglio di Europa. «Nonostante ciò – rileva il segretario dell’associazione, l’avvocato Filomena Gallo – non solo il governo ha continuato a fare finta di nulla, ma dal 15 gennaio scorso ha perfino inasprito le multe per le donne che, non riuscendo a interrompere la gravidanza per mancanza di medici non obiettori, sono costrette a rivolgersi a strutture non accreditate o a medici non autorizzati. Un provvedimento che riporta l’Italia a un clima pre-194 e non considera che il ritorno dell’aborto clandestino è diretta conseguenza del dilagare dell’obiezione di coscienza».

Per questo l’associazione Coscioni con l’Aied avanza alcune proposte concrete come la creazione di un albo pubblico dei medici obiettori di coscienza, il varo di una legge quadro che definisca e regolamenti l’obiezione di coscienza, concorsi pubblici riservati a medici non obiettori per la gestione dei servizi di interruzione di gravidanza, l’impiego di medici “a gettone” per sopperire urgentemente alle carenze dei medici non obiettori e infine una deroga al blocco dei turnover nelle Regioni dove i servizi di interruzione di gravidanza sono scoperti. In modo, conclude Filomena Gallo da «garantire la piena applicazione della legge 194, senza ledere il diritto delle donne che decidono d’interrompere la gravidanza e quello dei medici che decidono di obiettare non è difficile: Un obiettivo raggiungibile, basta volerlo fare».

Il nuovo metadone è l’ottimismo. Obbligatorio

E niente, anche oggi Renzi ci ha detto che se l’Italia va male è colpa (anche) di quelli che ne parlano male. Sempre la stessa storia: i ristoranti pieni, i meridionali piagnoni, la mafia che ci rovina a parlarne, il rimboccarsi le maniche e il tutto andrà meglio se noi ce ne convinciamo. Ormai è una minestra scaldata per ogni stagione: chi non è almeno barzotto del semplice fatto di essere italiano è una franchigia che frena la crescita. Lo diceva Silvio, lo diceva Craxi, lo diceva Monti e ora lo sibila anche Matteo.

La narrazione sotto vuoto spinto pretende che nessuno sporchi l’ottimismo dell’ottimistatore e così mentre la cricca petrolifera si mangiava mezza sedia di un ministro, mentre la Rai si trasforma in pro loco di Cosa Nostra, mentre l’Europa spara ai profughi, mentre le banche ipotecano una generazione, mentre l’Egitto si lecca le dita con i resti di Regeni, mentre Verdini ritocca la Costituzione, mentre Napoli si sveglia con un morto al giorno, mentre (ancora) magistrati e politici si beccano con la leggerezza dei monelli giù in cortile, mentre ci anestetizziamo alla corruzione, mentre dilaga l’analfabetismo funzionale noi dovremmo comunque essere felici perché spremiamo il vino più buono del mondo.

E attenzione: sia lodato il vino e la bellezza e la bontà del Paese e siano lodate (laicamente) le tante intelligenze ma davvero è una buona mossa di marketing politico abbinare il vino alla disoccupazione? Davvero continuiamo a permettere a qualche abbindolatore guascone di decidere le priorità di un Pese? Ma non è un Paese al cloroformio quel Paese che decide l’agenda della stampa secondo le bizze dei suoi poteri? Possibile che un cin cin rimbombi più delle lacrime urlate di rabbia in aula dal padre di una vittima di mafia (e forse di Stato) come Vincenzo Agostino?

No, niente. Siamo stronzi noi che vorremmo scrivere di lobbisti al posto delle bollicine e che osiamo addirittura chiedere spiegazioni. Un pubblico ammaestrato: la cittadinanza più desiderata dalla classe politica è un popolo di elettori in batteria che applaudono fessi. È colpa nostra se non riusciamo a convincerci che tutto vada bene. Loro, eroici, governano nonostante noi. E l’ottimismo è il nuovo metadone: distribuito a sacchi per evitare disordini.

Buon martedì.