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Il partito dei vigliacchetti dal grilletto facile

Ieri sono accaduti due fatti slegati ma molto più vicini di quel che possa sembrare, uno di quei segnali che arrivano e vanno presi perché sono un messaggio in bottiglia. Pur mancando la bottiglia. Uno di quei giorni in cui la vita ti dà il privilegio di leggere l’introduzione e uno dei capitoli finali per farti un’idea di come leggere il libro del domani.

È successo ieri che alla Camera si è discusso della legge sulla “legittima difesa”. In breve, la politica ha pensato che fosse il caso di determinare con piglio e giudizio cosa è lecito e cosa non lo è in un Paese che per legittima difesa ogni tanto sembra essere pronto a bruciare gli altri, basta che non siano dei nostri. Perché l’Italia, soffocata dal razzismo e dalla paura, sta sviluppando un nuovo patetico modello di solidarietà applicabile solo a quelli che riteniamo degni di essere nostri sodali per razza o per pensiero: e la solidarietà tra sodali è il seme marcio di una comunità mafiosa, massonica, chiusa, frigida e sterile. Si è alzato un gran polverone ieri quando il mancato accordo ha costretto la Camera a rinviare il testo in commissione. Chi si è arrabbiato? NCD e ovviamente la Lega che, abituata a drenare voti nella psicotica comunità degli aspiranti pistoleri, non ha trovato niente di meglio che esporre una maglietta che diceva “la difesa è sempre legittima”. Un aforisma da bacio perugina che preso alla lettera dovrebbe sdoganare il diritto di spedire Salvini in Libia a bordo di un barcone. Una cosa così. “La difesa è sempre legittima” è una frase che potrebbe fare il paio con “le donne sono tutte sceme”, “gli uomini hanno sempre ragione” oppure “i dipendenti pubblici sono tutti stronzi”: un integralismo che spaventa anche senza avere bisogno del velo.

Proprio ieri, giusto ieri, nella periferia romana, zona Lunghezza, un uomo ha deciso di sparare quattro colpi alla moglie in un bar della zona. Quattro colpi ben assestati se è vero che la donna è morta praticamente quasi subito. Lui, l’eroe con la pistola in mano, ha tentato di scappare prendendo un bus: un fuggitivo da fumetto. Salire su un bus a Roma significa arrivare consapevolmente dopo il pedibus della casa di riposo. E sembra che l’autista, tra l’altro, non l’abbia nemmeno fatto salire: se fosse una barzelletta sarebbe da scompisciarsi dal ridere, peccato che c’è il morto. Il distinto signore, tra l’altro, compare in un’intervista della trasmissione Piazza Pulita (nomen omen) di La7 in cui dichiarava di essere pronto a qualsiasi cosa pur di proteggere la propria famiglia “dagli stranieri” e, mentre recitava cotanta fesseria, mostrava fiero i tatuaggi inneggianti al fascismo. E di sicuro quell’intervista avrà scaldato il cuore di molti di quelli che vorrebbero una legittima difesa che sia un diritto “allo sparo libero” se non fosse che per i vigliacchi dal grilletto facile si diventa stranieri anche al primo disaccordo: una malata e feticcia idea di razza che finisce per comprendere solo se stessi rinsecchiti in una buia solitudine.

Così ieri i vigliacchetti dal grilletto facile, questa nuova schiera di codardi coraggiosi capaci di esser forti solo con i fragili, hanno avuto la doppia smerdata in un giorno solo: i rappresentanti in Parlamento a piantare la solita gazzarra per lucrare un pugno di voti e uno di loro che ha deciso all’improvviso che la moglie fosse “rom” perché non d’accordo con lui. Un gran giorno, certo, uno di quei giorni in cui unire i puntini e arrivare alle più giuste conclusioni.

Buon venerdì.

Baltimora, una anno dopo la morte di Freddie Gray, com’era e com’è

FILE - In this Dec. 16, 2015 file photo, Jazmin Holloway sits below a mural depicting Freddie Gray at the intersection of his arrest in Baltimore following a hung jury and a mistrial in the trial of police officer William Porter. Gray's death a week after he was injured in a police transport van became a focal point in the national debate over police treatment of African-Americans. When the smoke cleared, Baltimore looked much the same, but change has been gradually cropping up. (AP Photo/Patrick Semansky, File)

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I 200 anni di Charlotte Brontë. Una biografia e una mostra ne offrono un ritratto inedito

Charlotte Bronte

Charlotte  Bronte non era un genio maledetto e isolato nella selvaggia brughiera. come voleva il mito romantico.  E nemmeno, all’opposto,  una figura decorosa  dal «carattere domestico» come l’ha descritta Elizabeth Gaskell, la sua prima biografa. «Tra il 1846 e il 1853 le sorelle Brontë  pubblicarono Poesie, Agnese Grey, Jane Eyre, Cime Tempestose, Il segreto della signora in nero, Shirley e Villette. Eppure per gli estranei non erano nulla e meno di nulla in quanto ragazze a servizio in case di campagna».  Racconta l’anglista dell’università di Oxford Lyndall Gordon nella biografia  Charlotte Brontë. Una vita appassionata (Fazi editore) in cui –  nel bicentenario delle nascita della scrittrice inglese – ne offre un ritratto  liberato da molti falsi miti.

Charlotte Brontë era una scrittrice consapevole e che voleva esprimere la propria ricca vita interiore. Certo non ha avuto una vita avventurosa, ma aveva fantasia e immaginava vite tumultose, piene di passione.

Ma veniamo ai fatti: Charlotte Brontë (Thornton, 21 aprile 1816 – Haworth, 31 marzo 1855) era la prima delle tre sorelle figlie di un pastore protestante, nate e vissute per quasi tutta la vita nello Yorkshire. Uscì dalla sua Inghilterra solo per andare a studiare il francese in Belgio. Ed ebbe un breve matrimonio. Con un reverendo. La scrittrice morì mentre aspettava il suo primo figlio. Il matrimonio le aveva permesso di emanciparsi al lavoro di governante in case private dove le padrone non erano affatto interessate al suo lavoro di scrittrice. Anzi, lo annullavano deliberatamente. «Ho detto nella mia ultima lettera che la signora Sidwick non mi conosceva» scrisse Charlotte ad Emily. «Ora inizio a capire che non intende conoscermi.. Pensavo  che mi sarebbe piaciuto stare a contatto con la buona società ma ne ho avuto abbastanza è un compito penoso osservare e ascoltare».

Come biografa Gordon, però, non si è fermata agli aridi fatti e in questo libro ha cercato di ricostruire quale fosse il  vissuto della scrittrice attraverso il suo epistolario e interrogando le opere più autobiografiche della Brontë  come Villette e come Shirley  ( ora riproposti da Fazi, insieme a Il professore che  giudicato troppo realistico fu pubblicato nel 1857, due anni dopo la morte dell’autrice) . Dalle quasi cinquecento pagine di questa nuova biografia emerge così la fisionomia di una donna di talento, niente affatto lacrimevole, al contrario, arguta e piena di humour. E che  a suo modo, anche attraverso la letteratura, si  opponeva alle discriminazioni a cui erano sottoposte le donne nella sua epoca. un aspetto che traspare in alcuni personaggi come  Jane Eyre che, «si rifiuta di attenersi a una serie di copioni sociali già scritti in sostanza il rifiuto di forzare la propria natura».

bronte-683x1024E se da un punto di vista di stile di vita la scrittrice dovette necessariamente piegarsi allo stile vittoriano, adattandosi alla figura della «povera creatura» timida e discreta che le aveva cucito addosso la sua “amica” Elisabeth Gaskell (facendo il gioco del pubblico vittoriano) sul piano della letteratura, come sottolinea Gordon «l’impatto della sua voce invisibile» fu potentissimo. E non meno forte si capisce dalle lettereera la sua aspirazione ad emergere sul piano pubblico. Al contempo Charlotte era consapevole dell’esigenza di avere «una stanza per sé»,  di avere la possibilità di isolarsi per poter scrivere. Un’esigenza che il suo lavoro le impedisce di realizzare. Nonostante questo riuscì a scrivere un libro come Jane Eyre, il romanzo che consacrò  il talento di Charlotte Brontë  e che è stato riproposto al cinema in molte versioni. La prima trasposizione cinematografica risale addirittura al cinema muto mentre la più recente risale a cinque anni fa. Interessante è anche l’eco che i romanzi della Brontë  hanno avuto in Paesi asiatici  come l’India e soprattutto il Pakistan dove ha avuto una grande circolazione tradotto in urdu.

In occasione dei duecento anna dalla nascita della scrittrice  la National Portrait Gallery di Londra ospita attualmente una mostra intitolata Celebrating Charlotte Brontë. Mentre Neri Pozza pubblica “L’ho sposato, lettore mio. Sulle tracce di Charlotte Brontë (pp. 304, 18,00 euro, titolo originale Reader, I Married Him: Stories Inspired by Jane Eyre), un’antologia di scritti a cura di Tracy Chevalier, ispirati all’autrice di “Jane Eyre”, che ha come sottotitolo “Sulle tracce di Charlotte Brontë”, mentre due mostre in Gran Bretagna la celebrano. @simonamaggiorel

«L’etica nella ricerca conta» e per questo c’è chi chiede le dimissioni del presidente Cnr

I fatti sono noti. Massimo Inguscio, fisico e presidente da pochi mesi del Cnr,  durante un incontro a Catania ha parlato di una ricerca che in Italia deve andare avanti facendo sinergie, mettere insieme le forze, «senza pensare…a principi etici». «Guai a chi parla dell’etica superiore di tutti perché questo era Robespierre», ha detto tra l’altro. Non si trattava di una riunione tra amici ma dell’incontro intitolato “Il futuro della ricerca. Cnr e Università insieme per l’innovazione”, che si è svolto venerdì 8 aprile 2016, nell’aula magna del Palazzo Centrale dell’Università di Catania. Inguscio era stato invitato dal rettore Giacomo Pignataro. In particolare, le frasi choc riguardavano la collaborazione con l’Iit, l’Istituto italiano di tecnologia che è diventato il protagonista del progetto Human Technopole da realizzarsi a Milano nell’area ex Expo. Un progetto presentato in pompa magna dal presidente del Consiglio Matteo Renzi il 24 febbraio scorso («un progetto petaloso», aveva detto). L’Iit è una fondazione di diritto privato, ricordiamo, fondato dal ministro Tremonti nel 2003 con la legge n.326 con la quale il Ministero dell’Istruzione e il ministero dell’Economia e finanze creavano l’Istituto finanziandolo con 100 milioni per dieci anni. Negli anni ci sono state sull’Iit anche alcune interrogazioni parlamentari (Tocci, Bachelet) e adesso, dopo la presentazione del progetto Human Technopole, che sarà finanziato con 1 miliardo e mezzo di euro nei prossimi dieci anni, sono piovute notevoli critiche – tra gli altri, dalla  scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo e da Giovanni Bignami già presidente dell’Istituto nazionale di Astrofisica.

Inguscio, a proposito dell’Iit a Catania ha detto: «L’Istituto italiano di tecnologia … perché esiste, è una realtà che esiste, che usa i soldi. Li usa come come noi vorremmo usarli anche noi. Cioè non è che uno dice “Vade retro Satana”».
Una settimana dopo, intervistato da Silvia Bencivelli su la Repubblica, Inguscio si è detto «stupito e dispiaciuto» dopo aver visto il frammento di video e quelle frasi catturate da una televisione locale e poi riportate in rete (sul sito di Roars qui).

La cosa ovviamente ha fatto molto rumore.  Soprattutto in ambito accademico. E infatti alcuni docenti hanno scritto una lettera-appello (qui) per chiedere le dimissioni del presidente del Cnr. A firmare l’appello Roberta De Monticelli, Ruggero Pardi e Guido Poli, tutti dell’Università San Raffaele, e per Libertà e giustizia, il presidente Nadia Urbinati (Columbia University, New York), Tomaso Montanari, vicepresidente, (Università di Napoli), Gustavo Zagrebelsky, Università di Torino e Paul Ginsborg (Università di Firenze).
I promotori della lettera – che ha avuto molte altre adesioni (da Salvatore Settis a Stefano Rodotà, da Lorenza Carlassare a Remo Bodei) scrivono: «È una bella risposta a tutti quelli che invocano criteri di trasparenza ed equità nella gestione delle risorse pubbliche». Tra l’altro, oltre a Cattaneo e Bignami, hanno espresso critiche molti altri scienziati come quelli che hanno firmato un altro appello sul progetto Human Technopole (qui).

Non solo. Nella lettera si segnala anche che «Forse non tutti sanno che il neo presidente del Cnr presiede anche la Commissione per l’etica della ricerca». «Ma come è possibile rivestire questo ruolo – si chiedono – e, contemporaneamente, permettersi quei toni allusivi, opachi?».
Dopo aver analizzato altri aspetti delle dichiarazioni del presidente Cnr, si configura, scrivono, «un’incompatibilità assoluta con l’alto ruolo pubblico di Presidente del Cnr e quindi della Commissione per l’etica della ricerca. Chiediamo quindi le dimissioni del professor Inguscio da questa carica, augurandoci che questa richiesta sia condivisa da tutti i ricercatori e i cittadini a cui sta a cuore una vera politica pubblica degli investimenti in conoscenza e ricerca, al fine di promuovere un’autentica ascesa del nostro Paese agli standard di civiltà all’altezza delle altre nazioni libere ed avanzate, nonché del suo glorioso passato scientifico e culturale».

Per leggere e firmare l’appello qui

Left #17 cosa ci abbiamo messo dentro

Numero difficile, perché quando tutti vincono – i rederendari con 15 milioni di voti, gli astensionisti che hanno impedito il quorum – non vince la verità. Chiara Saraceno ce lo racconta, il referendum No Triv, a modo suo. Nadia Urbinati spiega che, vi piaccia o no, questo era solo l’antipasto della madre di tutta le battaglie, il referendum costituzionale, nel quale Renzi si gioca il collo. E così facendo evita che se ne parli nel merito. Vecchia tecnica.
Insomma ci chiedono di seppellire la Costituzione nata dalla Resistenza. Talmente grossa che Vauro, in copertina, scrive “Non ci arRenziamo”. Ascanio Celestini, invece, racconta le sue conversazioni con Andrea Camilleri. E quando gli parlò di un paesino delle colline metallifere dove, ammazzati dai nazifascisti, finirono gli operai che difendevano le miniere. Oggi non ti ammazzano col plotone e i fucili puntati ma muori di lavoro, muori di mancate protezioni, muori perché il denaro è re e il lavoro sembra tornato solo una variabile dipendente.
Una goccia di sangue ci salverà? Può darsi, ci spiega Pietro Greco. Pare che nel sangue siano marcati i segni del tumore che arriva. Controllare, prevenire, curare. Ma quanto costa e quando? Poi, dai, Left è anche da leggere, parliamo di supereroi, prima e intorno a Lo chiamavano Jeeg robot, che ha vinto 7 premi al David di Donatello. Damasco com’è, cosa si dice in Egitto su the young italian man, il nostro Giulio Regeni, e Giulio Cavalli che indaga sull’eredità di Gianroberto Casaleggio: come cambieranno i 5 stelle?

Brasile, impeachment approda al Senato. E Dilma Rousseff vola a New York per denunciare il golpe

17/11/2015 - Brasília - DF - O governador do Espírito Santo, Paulo Hartung e o governador de Minas Gerais, Fernando Pimentel, durante entrevista coletiva com a presidente Dilma Rousseff, após reunião no Palácio do Planalto. Foto: Lula Marques/ Agência PT

«Lei non ha rubato nulla, ma sta per essere giudicata da una banda di ladri», ha scritto il New York Times il 15 aprile. Mentre al Senato si sta per insediare la commissione che dovrà decidere dell’impeachment della Presidenta (il 26 aprile), Dilma Rousseff vola a New York per assistere alla firma dell’accordo globale sui cambiamenti climatici insieme a decine di capi di Stato e di governo. E coglie l’occasione per denunciare i “golpisti” che vogliono destituire il suo governo.

scontri in Aula durante il voto sull'impeachment
scontri in Aula durante il voto sull’impeachment

L’iter è tracciato: dopo il via libera della Camera (che ha raggiunto i 342 voti necessari durate le votazioni della notte di domenica), la speciale Commissione (costituita da 21 membri e 21 supplenti, rappresentanti di tutti i partiti politici) avrà dodici giorni di tempo per decidere se accogliere o no la proposta delle opposizioni. In caso positivo, l’impeachment sarà votato dal Senato e Rousseff avrà 180 giorni di tempo per difendersi davanti ai giudici della Corta costituzionale. A quel punto, il Senato dovrà votare una seconda volta, dopo aver ascoltato la difesa della Presidenta e solo in caso di voto favorevole, a maggioranza dei due terzi degli 81 senatori, Dilma decadrebbe dall’incarico e, al suo posto, si insedierebbe ufficialmente il vicepresidente Michel Temer, che assumerebbe l’interim durante i 180 giorni di sospensione della presidente. Dilma Rousseff corre il rischio di essere destituita dalla presidenza del Brasile dopo che la Camera dei Deputati – domenica notte – ha dato il via libera per l’avvio del processo politico. Un’Aula – va detto – in cui il 50% dei deputati è imputato davanti alla giustizia. Come previsto dalla legge, l’impeachment passa adesso al Senato, dove proprio oggi si terrà il primo voto. L’opposizione accusa Dilma Rousseff di aver manipolato i conti pubblici. Un’accusa che, si difende la Presidenta, basta a mettere in discussione la legittimità dell’impeachment.

L’aria si fa sempre più pesa. Bastino due fatti, su tutti: il presidente della Camera, il deputato Eduardo Cunha. Egli è accusato di molti crimini ed è reo presso il Supremo Tribunale Federale: «Un gangster che giudica una donna decorosa alla quale nessuno ha osato attribuite alcun crimine», ha scritto Leonardo Boff. E domenica notte il deputato di ultradestra Bolsonaro ha dedicato il suo voto di impeachment contro Rousseff a Carlos Brilhante Ustra, il colonnello che durante la dittatura militare brasiliana ha guidato l’unità militare che torturava i dissidenti poi (e l’ex guerrigliera Dilma è stata tra le vittime di quel torturatore).

Intanto, in Brasile e non solo, si urla al golpe contro Dilma. E sono tanti gli artisti e le organizzazioni sindacali e politiche che si schierano in difesa dell’ex guerrigliera e del vecchio presidente Luiz Inacio Lula da Silva. Proprio ieri sera, fuori dal teatro in cui si svolgeva il live di Gilberto Gil e Caetao Veloso sono apparse le scritte contro il golpe. E Caetano Veloso non ha esitato a paragonare l’attuale scenario politico con il golpe del 1964. Un colpo di Stato, quello brasiliano, che pose fine al governo di João Goulart, detto “Jango”, per instaurare una dittatura, all’indomani delle marce per la religione, la famiglia, Dio e contro la corruzione. Quelle che piombarono il Brasile in 21 anni di dittatura.

E alla fine Berlusconi ripone il fido Bertolaso

Il candidato sindaco di Roma Guido Bertolaso (S) con SIlvio Berlusconi durante la conferenza stampa a Roma, 23 marzo 2016. ANSA/FABIO CAMPANA

«Farà quello che gli verrà chiesto». In Forza Italia scommettono sul fatto che Guido Bertolaso obbedirà, un po’ reticente, scocciato per la fatica e l’esposizione che gli è stata imposta da Silvio Berlusconi, su una candidatura nata già per esser ritirata e che pure lo ha portato ad incollare il suo grosso faccione sui cartelloni della città e lo ha spinto a girare per i centri anziani e per i mercati. Quando mercoledì gli è arrivata la convocazione a palazzo Grazioli per l’ennesima riunione, Bertolaso aveva appena finito di immergersi nel mercato di via Sannio ed era da poco arrivato a un incontro nella roccaforte dei Parioli.

Ha mollato i generoni dei Parioli, Bertolaso, per sentirsi dire, sondaggi alla mano, che tocca ricompattare il centrodestra. E così sarà, si scommette mentre è in corso l’ufficio di presidenza di Forza Italia. E tra le due spinte interne al partito di Berlusconi – sempre meno partito e sempre meno Berlusconi -, una che vorrebbe convergere su Marchini e un’altra che vorrebbe andare su Meloni, pare proprio vincerà la seconda, per la gioia di Francesco Storace che così si ritira anche lui, «in favore di Giorgia».

È nel giorno del Natale di Roma che Bertolaso partecipa dunque come ai vecchi tempi de L’Aquila all’ufficio di presidenza di Forza Italia, che non di new town ma della sua candidatura deve però discutere. Arrivando a una decisione dopo settimane di tira e molla e una serie di riunioni a palazzo Grazioli, l’ultima – appunto – terminata dopo mezzanotte, quando Francesco Totti aveva già finito da un pezzo di festeggiare i due gol last minute al Torino.

Fino all’ultimo, in realtà, resta in campo anche l’ipotesi di sostenere Marchini, che un po’ ci spera, e infatti mentre è in corso la presidenza diffonde una nota di miele farcita, indirizzata a Berlusconi e Bertolaso: «Guido Bertolaso ha dimostrato nella sua vita di essere un uomo che ha risolto molti problemi. Di lui ho grande rispetto. In tutta questa vicenda Berlusconi eBertolaso hanno dimostrato che anche in politica esiste la correttezza, una cosa che fa onore a entrambi». A spingere però l’opzione Meloni (nonostante il sempre difficile rapporto con la Lega di Salvini, che è già sulla leader di Fratelli d’Italia) è il valore politico che potrebbe assumere un suo arrivo al ballottaggio, magari contro i 5 stelle, al posto di Giachetti. È difficile, ma sarebbe uno sgambetto a Renzi per cui vale la pena maltrattare un po’ il caro Guido.

Il Canada legalizzerà la marijuana. All’Assemblea Onu cambia il discorso ma non le politiche

Il governo del neopremier canadese Justin Trudeau ha annunciato che il prossimo anno introdurrà una legge che renderà legale la vendita di marijuana. L’annuncio viene a un giorno dalla chiusura dell’Assemblea speciale dell’Onu sulle droghe (Ungass2016). Il Canada non è l’Uruguay, ma la decima potenza economica mondiale e un vicino degli Usa, dove pue le cose stanno cambiando uno Stato alla volta. La ministra della Salute Jane Philpott che ha fatto l’annuncio si è detta comunque impegnata a tenere la marijuana «fuori dalla portata dei bambini e i profitti lontani dalle mani dei criminali». La legge è ancora in fase di scrittura e la marijuana nel frattempo rimane illegale – l’uso medico è già consentito.

Il primo ministro Justin Trudeau aveva promesso la legalizzazione durante la sua campagna vittoriosa dello scorso anno e la legalizzazione, qui come altrove, è anche vista come uno strumento per alleggerire il peso della lotta alla droga sul sistema penale e penitenziario: Obama si sta impegnando per ridurre le pene comminate ai consumatori che non si sono macchiati di reati violenti.

La guerra alla droga è stata un disastro dal punto di vista degli effetti sui sistemi penali, ha generato e rafforzato alcuni grandi cartelli della droga – il caso della violenza dei narcos in Messico è clamoroso – e non ha ridotto in nessun modo il consumo di sostanze stupefacenti nel mondo. È da questo dato che in questi giorni si sarebbe dovuti partire alla sessione speciale dell’Assemblea Onu. In parte è stato così e in parte no.


 

Leggi anche: i numeri della guerra alla droga

Mille-miliarditanto-è-costata-la-war-on-drugs-agli-Usa


Se da un lato c’è una coalizione di Paesi, tra quelli che con più foga hanno combattuto la guerra che in questi anni ha cambiato le leggi nazionali e chiede di adotare un nuovo approccio a livello planetario – una gamma di latinoamericani, a partire da Colombia, Messico e Guatemala dove la guerra ha fatto morti, generato conflitti politici e poi, un po’ meno convinti, gli Stati Uniti- dall’altra c’è la coalizione di quelli che non vogliono cambiare nulla e continuano a pensare che il carcere, la rieducazione coatta e persino la pena di morte siano le strade giuste per far smettere la gente di drogarsi. Tra i membri di questa coalizione probizionista ci sono i governi russo, cinese e iraniano. Come spesso accade nelle assemblee Onu, il piccolo paradosso, non determinante è che la sessione ha come presidente e vice un egiziano, un iraniano, un afghano.
Quel che è certo è che la fase del consenso globale dei governi sulla necessità di combattere una guerra contro la droga è finita nonostante non si sia trovato accordo sul cambiare la strategia globale. Il comunicato finale è insomma una delusione. A New York i canadesi, i colombiani e i boliviani hanno chiesto di cambiare i trattati che regolano l’argomento – che sono tre – in maniera sostanziale, non è successo nulla. Vedremo se almeno nelle dichiarazioni finali verrà inserito fatto riferimento a non usare la pena di morte come deterrente come avviene in alcuni Paesi: il rapporto Amnesty 2016 sulla pena di morte ci ricorda infatti che qui e la, ad esempio in Iran, che ha un problema serio, come il vicino Afghanistan, con la coltivazione dell’oppio, le persone mandate a morte per consumo e spaccio siano ancora molte. Anche per queste ragioni Paesi come l’Uruguay, uno dei primi legalizzatori della marijuana a scopo ricreativo, ha parlato di «risultato deludente».

Alla Ungass è anche arrivata una lettera appello firmata tra gli altri da diversi senatori americani (ce n’è uno famoso, Bernie Sanders), il miliardario e finanziere Warren Buffet, Sting, ma anche l’ex presidente messicano di centrodestra Zedillo si chiedeva di cambiare. Non è andata così, i processi sono lenti, ma è importante che l’inutile consenso sulla guerra alla droga sia andato in pezzi. Gli stessi Stati Uniti, un tempo campioni della tolleranza zero e determinanti nello scrivere i trattati proibizionisti in vigore, oggi sono ritenuti violatori dei trattati internazionali a causa delle leggi permissive adottate in alcuni Stati come Colorado, Oregoe e Washington.

Il sito di Non me la spacci giusta, la campagna italiana per la legalizzazione

Roma ieri ha toccato il fondo. Ma non se n’è accorto (quasi) nessuno. Candidati inclusi.

Italian Public Prosecutor PM Luca Tescaroli in the courtroom of the courthouse during the second hearing of Mafia Capitale trial in Rome, Italy, 17 November 2015. A motley crew of left- and right-wing politicians, former neo-fascist terrorists, businessmen and public sector managers appeared on the dock in Rome, as a trial on alleged Mafia-type corruption opened 05 November 2015. Since December, more than 80 people have been arrested or placed under house arrest as a result of so-called Mafia Capitale (Mafia capital) investigations. Criminal proceedings started against 46 of them. ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

C’è qualcosa di peggio della mafia che si fa politica e penetra in un tessuto amministrativo come è successo a Roma,  ben raccontato in questi giorni  dal processo ‘Mafia Capitale’? C’è qualcosa di peggio del superficiale ping pong tra le forze politiche in campo per le prossime elezioni amministrative che giocano a rimpallarsi amicizie mafiose come se stessero giocando a “mio papà è più grosso del tuo” nel cortile di un asilo? Potrebbe andare peggio rispetto ad una campagna elettorale che ha i toni di una telenovela in cui l’essere candidato sindaco è solo la scusa per la conta interna e un po’ di spudorato esibizionismo? Sì, può andare peggio. Ed è successo ieri.

Ieri Roma ha imboccato una di quelle strade che porta perdutamente all’istituzionalizzazione della mafia quando si fa più credibile dello Stato per di più in un’aula di giustizia: è successo (per chi fosse stato troppo distratto) che un testimone chiave del processo Mafia Capitale, l’imprenditore Filippo Maria Macchi, ha ufficialmente indossato il vestito dell’omertoso come si legge nei libri dello sperduto sud di qualche decennio fa. Arrivato in aula accompagnato dai carabinieri (dopo aver finto un lutto mai avvenuto di un famigliare per giustificarsi delle assenze precedenti) non ha risposto alle domande del magistrato fingendo di non ricordare di essere stato vittima d’usura da parte del ‘cecato’ Massimo Carminati, accusato di essere una delle menti della mafia romana. Un prestito di 30 mila euro ad un tasso del 400% che lo “sbadato” Macchi ha dichiarato di non avere ricevuto e poi di non avere mai restituito. E quando il pm ha fatto ascoltare la registrazione della telefonata in cui Macchi diceva al maresciallo dei carabinieri di avere paura di Carminati e soci che “anche se in galera prima o poi comunque escono e non dimenticano” lui, l’imprenditore spaventato e omertoso, si è lamentato dell’intercettazione. Giuro. Dell’intercettazione, mica delle parole dette. Succede a tutti i livelli, di questi tempi.

Così a Roma si è consumata una dinamica gravissima: un cittadino ha dichiarato sentirsi più al sicuro facendosi amico Carminati piuttosto che affidarsi allo Stato. È successo in pratica, ieri, che un presunto mafioso abbia vinto in autorevolezza dentro un tribunale. Meglio sfidare la legge piuttosto che la mafia, deve avere pensato il testimone. E non serve molto altro per capire quanto il segnale desti un allarme che dovrebbe essere tra le priorità della campagna elettorale. E invece no. Niente. Spunta solo un comunicato stampa di Pippo Civati di Possibile (che al momento non appoggia nessun candidato in campo, per dire) che giustamente si chiede «in questo momento di campagna elettorale e di strumentalizzazione sul tema della sicurezza cosa direbbero Prefettura, Questura e candidati sindaci di un uomo che continua a temere Carminati (pur in galera) piuttosto che affidarsi alla protezione dello Stato?». Già, la sicurezza. Quella che ieri Salvini indicava tra i senza tetto vicino alla stazione e la Meloni è andata a scufrugliare a Tor Sapienza. La sicurezza, appunto. Mentre Giachetti si scandalizza per il praticantato della Raggi. Pensa te che sbadati, i candidati.

Presto una donna nera afro-americana ed ex schiava sui 20 dollari

Una donna sul biglietto da venti dollari. La campagna virale per stampare e onorare, finalmente, una donna protagonista della storia americana ha avuto successo. Con un aspetto in più, la donna sul biglietto da 20 (e non da 10 come si era detto in anticipo) sarà Harriet Tubman e la sorpresa è doppia, perché Tubman è una afroamericana ex schiava e campionessa dei diritti civili dei neri quando questi erano davvero molto lontani. L’annuncio verrà fatto in settimana dal Segretario al Tesoro Jack Lew. Tubman prenderà il posto di Andrew Jackson e non quello di Alexander Hamilton. E naturalmente ci sarà chi protesterà.

Harriet Tubman è forse la più nota di tutti gli Underground Railroad, una rete che liberava schiavi e li aiutava a passare il confine. Durante un arco di dieciTubman_inlineanni ha fatto 19 viaggi a Sud e aiutato a passare oltre 300 schiavi. E, come una volta con orgoglio ha fatto notare, in tutti i suoi viaggi che «non ha mai perso un solo passeggero».
Tubman nacque schiava nella contea di Dorchester in Maryland intorno al 1820. All’età di cinque o sei anni, iniziò a lavorare come serva. Sette anni dopo fu mandata a lavorare nei campi. Mentre era ancora adolescente, ha subito un incidente che l’avrebbe segnata. Sempre pronto a battersi per qualcun altro, Tubman ha bloccato una porta per proteggere un’altra mano da un sorvegliante del campo. Il sorvegliante raccolse un peso e lo gettò contro la donna colpendola in testa. Tubman non si è mai pienamente ripresa dal colpo, per dei periodi cadeva in un sonno profondo.
Nel 1849, nel timore di essere venduta, Tubman decise di scappare con l’aiuto da una donna bianca e seguendo la stella polare dove riuscì ad arrivare a Philadelphia. L’anno successivo tornò in Maryland e scortò sua sorella e i due figli alla libertà. Poi di nuovo verso Sud per salvare il fratello e altri due uomini. Nel 1856 la taglia sulla donna era di 40mila dollari.
Tubman aveva fatto il viaggio 19 volte nel 1860, tra cui uno particolarmente impegnativo in cui ha salvato i suoi genitori. Di lei Frederick Douglass disse «Eccetto John Brown non conosco nessuno che abbia volontariamente incontrato più pericoli e disagi per servire il nostro popolo».
Durante la guerra civile lavorò per l’Unione come cuoca, infermiera e anche come spia. Dopo la guerra si stabilì a Auburn, New York, dove avrebbe trascorso il resto della sua lunga vita. Morì nel 1913.