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Donne e potere: i numeri della parità di genere che non c’è

Sono passati circa 70 anni da quando in Italia è stato dichiarato il suffragio universale femminile e le donne hanno potuto finalmente ricoprire ruoli elettivi e partecipare più attivamente alla vita politica del Paese. La prime donne a varcare la soglia di Montecitorio furono prima quelle che fecero parte della Consulta Nazionale e successivamente quelle elette nell’Assemblea Costituente. Le “deputatesse”, come vennero definite sui giornali dell’epoca, erano 21 su un totale di 556 componenti, fra queste spiccano i nomi di Nilde Iotti, che sarà la prima presidente della Camera nella storia della Repubblica e Lina Merlin, promotrice dell’omonima legge sulla prostituzione.

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“La Domenica del Corriere”, anno 48 — 19, Le ventuno donne dell’Assemblea Costituente
Adele Bei Ciufoli, Laura Bianchini, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici Agamben, Angela Gotelli, Nilde Iotti, Angelina Merlin, Rita Montagnana Togliatti, Teresa Noce Longo, Elettra Pollastrini, Bianca Bianchi, Elsa Conci, Filomena Delli Castelli, Nadia Gallico Spano, Angela Maria Guidi Cingolani, Teresa Mattei, Angiola Minella Molinari, Maria Nicotra Verzotto, Ottavia Penna Buscemi, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.

Jotti e Merlin proseguono poi la loro carriera politica anche durante la prima legislatura, dal 1948 al 1953. Nelle elezioni del ’48 le donne elette sono 39 e per la maggior parte alla Camera dei Deputati dove la percentuale femminile era molto più alta che al Senato: 7% contro 1,4%.

Ma come e quanto è cambiata dopo tutti questi anni la presenza delle donne nei nostri organi di rappresentanza?

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Una prima risposta la si può osservare in questa infografica che mostra come, dopo una prima apertura, la percentuale femminile eletta in parlamento va via via diminuendo rispetto al secondo dopoguerra. Nel 1968 le deputate erano solo il 3% dei membri della Camera e il rapporto impari variava di poco al Senato. Gli anni 70 e 80 inaugurano però un periodo di lotte e di emancipazione che vede le donne più partecipi nella vita politica e maggiormente rappresentate negli organi elettivi. Nel 1987 le presenze femminili alla Camera superano, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, il 10 per cento arrivando a toccare il 12, 7% per ridiscendere poi all’8,4% con la successiva tornata elettorale del 1992. Tangentopoli e la seconda Repubblica, nel 1994, portano in parlamento un numero ancora maggiore di donne che subisce però una lieve flessione fino al 2006. Addirittura nel 2008 la presenza femminile raggiunge il 18% al senato e il 20% alla Camera. È però l’attuale legislatura a fissare un picco positivo per la rappresentanza di genere a palazzo Madama e a Montecitorio dove le percentuali arrivano rispettivamente a toccare il 29,6% e il 31,3%.
Eppure questo record storico, come riporta un recente report di Openpolis, vale all’Italia, fra i 28 paesi dell’Unione Europea, solo l’11 posto per presenza femminile nelle istituzioni. Insomma meglio di noi fanno: Svezia, Spagna, Germania. Peggio Ungheria e Polonia, ma anche Regno Unito e Francia.

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E se anche al Parlamento europeo l’Italia si ferma a metà classifica (vedi tabella sopra), facciamo meglio sul fronte del Governo dove invece ci piazziamo al quinto posto perché il 38% dei nostri ministri è donna. Inizialmente la parità di genere era stata utilizzata come uno spot da Matteo Renzi che ci aveva tenuto a nominare 8 ministri e 8 ministre, ma che con le nomine successive ha provveduto a “riequilibrare” la situazione in favore degli uomini.

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Ad occupare anche qui il vertice della classifica troviamo ancora una volta la Svezia (52%) e all’ultimo posto l’Ungheria che non ha alcun ministro donna, come Grecia e Slovacchia.
«Tra i capi di stato europei le donne sono 5 su 28, ma due di queste lo sono per diritto dinastico: Elisabetta II d’Inghilterra e Margherita II di Danimarca» si legge nel report Trova l’intrusa stilato da Openpolis, e «solo in due paesi dell’Unione europea il capo del governo è una donna la Germania (con Angela Merkel) e la Polonia (con Beata Szydło)».
Sicuramente per quanto riguarda i ruoli chiave la percentuale di donne che arriva a ricoprirli è sicuramente ancora molto bassa. Insomma nelle stanze dei bottoni europee, non solo i primi ministri di genere femminile sono solo due in tutta Europa, ma i numeri sono bassi anche quando si guarda alle percentuali nel consiglio europeo, in quello degli affari esteri o finanziari. «Nelle istituzioni europee cosi` come nella società, dunque, esiste un soffitto di cristallo, che ostacola il percorso verso i ruoli apicali, e un recinto di attivita`, che confina le donne in determinati settori. Le donne rimangono legate agli ambiti ritenuti tipicamente femminili: gli incarichi di governo affidati a loro si fanno piu` numerosi per settori quali cura, welfare, istruzione e cultura. Sono escluse, o quasi, dai ruoli economici. In sostanza, più è importante la delega e minore è la presenza di donne».
Questo ovviamente accade anche a livello nazionale, anzi soprattutto a livello nazionale, ed è per questo che si ripercuote nelle sedi di rappresentanza europee.
Le donne quindi, quando arrivano a ricoprire ruoli di potere, spesso vengono relegate ad ambiti che sono considerati maggiormente in linea con lo stereotipo di genere. Le deleghe che sono loro attribuite appartengono per lo più all’ambito “Lavoro e affari sociali”, pittosto che “Famiglia, giovani, anziani e sport”, “Educazione e cultura” o “Salute”. E se andate indietro con la mente ai vari ministri donna che abbiamo avuto in Italia con gli ultimi governi, sicuramente troverete sfilze di ministre della Sanità, della Scuola (dove si sono succedute per esempio Letizia Moratti, Mariastella Gelmini, Maria Chiara Carrozza e Stefania Giannini, attualmente in carica) o delle Pari opportunità.
Foto ambiti di competenza
Qualche tempo fa il femminile Elle Uk aveva sottolineato il problema in maniera ironica realizzando la campagna #MoreWomen. Da una serie di foto ufficiali delle stanze del potere e dai luoghi che, molto più in generale “contano” erano stati cancellati tutti gli uomini, rendendo evidente la disparità di genere nei luoghi istituzionali. Ecco il risultato in una gallery:

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E in uno short film, prodotto da Alex Holder e Alyssa Boni.

Ne parliamo anche nel numero di Left in edicola

 

SOMMARIO ACQUISTA

Referendum trivelle, risposte allo spot del Pd che invita a votare No (o quasi)

Qualche giorno fa, sul suo canale YouTube il Partito Democratico ha caricato un video dedicato al referendum sulle trivellazioni che si terrà il 17 aprile. Prendetevi qualche minuto e guardatelo. Poi leggete.

Il video, rimasto per lo più inosservato (conta poco più di 5 mila visualizzazioni) è uno spot per convincere i sostenitori Pd, proprio quando la sinistra (e non solo) si schiera tutta dal lato opposto, a votare No al referendum o ad astenersi, impedendo di raggiungere il quorum. La strategia comunicativa è piuttosto semplice: una carrellata di volti di tecnici e operai, in qualche caso sinceramente preoccupati per il proprio posto di lavoro, prestano accorati la loro voce alle ragioni del no o dell’astensione (ovvero la posizione assunta dal Pd di Matteo Renzi, anche se in teoria a decidere dovrebbe essere la direzione del 4 aprile). Il problema è che lo fanno spesso senza avere informazioni corrette sul tema. Abbiamo quindi messo in fila dubbi e domande e risposto alle questioni sollevate dai lavoratori del video.

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MARCO. ISTRUTTORE CENTRO FORMAZIONE

«Se vincesse il sì sarebbe una batosta per migliaia di famiglie che fanno girare parzialmente una nazione in difficoltà»

Caro Marco, le piattaforme petrolifere oggetto del referendum sono solo quelle entro le 12 miglia e nessuno intende chiuderle da un giorno all’altro. La stragrande maggioranza delle 92 piattaforme oggetto della consultazione non chiuderà a breve: qualcuna era già a fine vita e tante altre hanno già beneficiato della proroga resa possibile dal governo a fine 2015.
Se vince il sì accade che l’impianto dovrà essere dismesso soltanto alla scadenza della concessione, di regola trentennale, quindi c’è tutto il tempo per ricollocare gli operai e per il governo di dirottare gli incentivi alle fossili su investimenti in efficienza e fonti rinnovabili.

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GRAZIANO. INGEGNERE

«Da tecnico posso dire che le preoccupazioni sull’impatto ambientale sono infondate»

Caro Graziano, su questo punto ti sottoponiamo alcune riflessioni.
L’attività estrattiva di petrolio e gas comporta l’utilizzo di sostanze chimiche e il rischio di rilascio in mare di queste ultime ma anche di greggio, metalli pesanti e altri contaminanti. A questo si aggiunge l’impatto sulla pesca e sull’ecosistema della tecnica dell’airgun, esplosioni prodotte da iniezioni di aria compressa per individuare i giacimenti. Il nostro mare, poi, in particolare l’alto Adriatico, ha già sperimentato le conseguenze della cosiddetta subsidenza, l’abbassamento della superficie topografica del suolo costiero dovuto anche all’estrazione di gas. Questo per non parlare dei pericoli derivanti da eventuali incidenti in un mare chiuso come il Mediterraneo (ti ricordo soltanto che la Deepwater Horizon che ha devastato il Golfo del Messico era a 66 miglia dalla costa). Ed evito di soffermarmi sul contributo dell’estrazione di idrocarburi al surriscaldamento del Pianeta.

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MARIO. SUPERVISIONE MONTAGGI PIATTAFORME

«Ho sentito dire che le cozze sarebbero inquinate. Io sono 55 anni che mangio cozze e sono qua tranquillo e beato che le mangio ancora»

Non può che farci piacere Mario, ma registriamo il fatto che – secondo i dati raccolti da Ispra per Eni e recuperati da Greenpeace presso il ministero dell’Ambiente – le analisi sui campioni di cozze raccolti nei pressi delle piattaforme nostrane mostrano che circa l’86% del totale preso in esame (una trentina di impianti) superava il limite di concentrazione di mercurio. Questo non vuol dire che le cozze sono avvelenate, ma come saprai il problema sono i rischi legati all’accumulo nel nostro organismo di metalli pesanti. Come dice il saggio? Prevenire è meglio che curare!

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ETTORE. DIRETTORE COMMESSE

«Il turismo si è sviluppato nella nostra zona senza avere alcun tipo di problema legato alla presenza delle piattaforme»

Il turismo non ha problemi finché il mare è pulito, gentile Ettore. Pensi che cosa accadrebbe se ci fosse una fuoriuscita di greggio in un bacino, quello del Mare Nostrum, che ospita il 20% della biodiversità marina globale e molte aree protette.

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DAVIDE. MANOVRATORE DI GRU

«Anzi, c’erano delle navi che facevano dei giri attorno alle piattaforme per portare i turisti, per farle vedere».

“De gustibus…” verrebbe da dire, Davide. Personalmente preferisco vedere i fondali senza l’intralcio dell’acciaio dei piloni e mi sento più sicuro senza avere nei paraggi un colosso che pompa gas e petrolio.

MARCO. ISTRUTTORE CENTRO FORMAZIONE

«Prevalentemente si estraggono gas, metano, comunque energia pulita».

Non è proprio così. Le parole “gas” e “metano” non possono essere sinonimo di energia pulita.

GRAZIANO. INGEGNERE

«Al gas metano non possiamo rinunciare e comunque non dà controindicazioni».

Questa delle controindicazioni, Graziano, da un ingegnere non ce l’aspettavamo. Estraendo gas si riduce la pressione nelle riserve sotterranee provocando la subsidenza. Estrazione e trasporto non sono a impatto zero e anche se il gas naturale è quella a minore contenuto di carbonio tra le fonti fossili, la sua combustione produce anidride carbonica e altri gas serra. Ti ricorda qualcosa se ti diciamo accordi sul clima di Parigi?

MARCO. ISTRUTTORE CENTRO FORMAZIONE

«Per non parlare dell’assurdità che altre compagnie e altre nazioni verrebbero a fare vicino a casa nostra quello che possiamo fare noi»

In realtà il governo di centrosinistra della Croazia ha già detto no a nuove trivellazioni e il Montenegro è a un passo dal farlo. E in ogni caso, è preferibile dare il buon esempio e non fare danni a se stessi e al pianeta anche se altri decidono di comportarsi diversamente. Soprattutto quando ci sono a disposizione alternative migliori.

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STEFANO. MAGAZZINIERE

«La soluzione migliore sarebbe farle andare avanti. Non servirebbe a niente chiudere le piattaforme»

Stefano, in realtà siamo l’unico Paese che fa andare avanti le estrazioni petrolifere “ad libitum” (peraltro pagando royalty irrisorie e spesso senza neanche pagarle dati i quantitativi minimi estratti). Lo ha permesso il governo con l’ultima legge di Stabilità andando contro le regole europee per le quali ogni concessione pubblica è soggetta a scadenza. Chiudere le piattaforme a tempo debito (e non certo il 18 aprile!) servirebbe a costringere la politica a spostare altrove le sue attenzioni e, ripeto, a dirottare sussidi e incentivi verso energie pulite ed efficienza energetica.

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BARBARA: CONTROLLO QUALITÀ

«Sono preoccupata per il mio posto di lavoro, visto che ho una famiglia e ho dei figli».

Barbara, comprendiamo la preoccupazione ma non c’è alcun rischio immediato. Le piattaforme, se vince il sì, saranno chiuse soltanto a scadenza della concessione e il governo dovrà farsi carico di garantire intanto nuovi posti di lavoro legati alle ecoenergie e all’efficienza. Se voti sì, magari i tuoi figli da grandi faranno il controllo qualità in un impianto eolico offshore e ti saranno grati per aver superato le tue paure accogliendo al visione di un mondo che per tante valide ragioni smette pian piano di estrarre idrocarburi.

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ALESSANDRO. TECNICO IPERBARICO
«Se dovesse passare questo referendum è a rischio il mio lavoro e anche il mare»

Caro Alessandro, sul lavoro ho già risposto a Barbara ma aggiungo che il trend globale è di aumento dell’occupazione delle rinnovabili (anche in Italia dove il governo le mortifica) e riduzione nel settore degli idrocarburi. Quanto al rischio per il mare, gli esperti del settore e la cronologia degli incidenti avvenuti finora confermano che il vero rischio è tenerle in funzione le piattaforme.

Un governo antimafioso con le pallottole degli altri

Quindi alla fine il testimone di giustizia Ignazio Cutrò ha deciso di darsi fuoco. Oltre ad avere denunciato la mafia di Bivona (profonda Sicilia) deve lottare con un governo che riesce a fare addirittura peggio dei precedenti. Per quello che riguarda la protezione testimoni Renzi e compagnia bella (nella persona del grigio viceministro Filippo Bubbico), il cosiddetto centrocentrocentrocentrocentrosinistra riesce a fare peggio del governo di centrodestra. Del resto una Rosy Bindi come presidente della Commissione Antimafia (sfanculata da un Vincenzo De Luca, per intenderci) è la perfetta fotografia di un imbarazzo istituzionale che investe una delle squadre meno preparate degli ultimi trent’anni. Va bene così: per Renzi la mafia è al massimo una pisciata fuori dal vaso di qualcuno del M5S e anche i valorosi antimafiosi di centrosinistra, che si dicevano pronti a denunciare il proprio partito, sono rientrati nei ranghi come pecorelle quasi smarrite.

Al massimo si aggira in giro per la “società civile” (che è ormai il cassonetto dell’umido della politica) qualche politico autonominato “civile” che con far direttorio ambisce ad una fetta in commissione per non sparire nel gorgo delle bucce sbucciate da Renzi. La Commissione Antimafia finge di indagare sulla mafia nell’antimafia (che alla fine è tutta zuppa che bolle intorno al PD) mentre si dimentica della tanta antimafia non convenzionale che continua ad agire gratuitamente. Gratis. Pensa te che coglioni, in un campo in cui piovono soldi per un passaggio minimo in odore di eroismo e santità.

Così mentre i testimoni di giustizia impazziscono per l’incuria di Stato si corre tutti a celebrare Lea Garofalo, testimone di giustizia pure lei, che lo Stato aveva deciso di abbandonarlo da un pezzo, preferendo i parenti mafiosi piuttosto che una coltre di protezione pronta ad additarla come esaltata pazza piuttosto che proteggerla. Del resto antimafiosi bisogna imparare a sembrarci, senza rischiare di denunciare qualcuno, così da ottenere tutti i benefici riuscendo a non farsi nemmeno una mezza tacca di nemico.

L’antimafia trasformata in sculettamento è il gradino più basso che ci si potesse aspettare: questi si fregiano di avere inventato «l’antimafia moderata» che non rompe le scatole a nessuno, come una ciambella con un buco che non si nota, come un governo di pseudosinistra che conia azioni di destra.

Però commemorano tutti. Anche Peppino Impastato, se serve per aprire la bocca stupita di qualche classe di liceo dentro la frigidità del parlamento. Senza sapere, poveri loro, che Peppino sarebbe andato fiero a prenderli tutti a calci nel culo, questi antimafiosi paramassoni e inetti, che esibiscono un tesserino parlamentare come unico certificato di coraggio. E intanto il Paese gocciola coraggiosi che si arrendono, che alzano la mano perché non ce la fanno più: e al nucleo di protezione esultano per essere riusciti a tagliare le spese.

Tagliano il coraggio e lo chiamano guadagno. Chissà come ridono, quegli altri.

Buon giovedì.

Trump “il bambino di 5 anni” e le primarie repubblicane nel caos

Per otto mesi tutti, a partire da Donald Trump, hanno giurato che chiunque si sarebbe presentato con più delegati alla convention repubblicana di Cleveland, lui lo avrebbe lealmente sostenuto. Stessa cosa avevano fatto tutti gli allora 16 candidati alle primarie. Non è più così, durante un’intervista con Anderson Cooper della Cnn, il miliardario destinato a vincere le primarie (ma probabilmente non con il 50% dei delegati) ha spiegato che non è più certo di mantenere quella promessa. Nella stessa intervista Trump ha anche difeso lo scambio di insulti via Twitter sulle rispettive mogli con Ted Cruz sostenendo che «non ho cominciato io, ha cominciato lui» . Anderson Cooper, nel video qui sotto, gli risponde: «Ha cominciato lui è un argomento da bambino di 5 anni». Trump aveva postato una foto della moglie di Cruz dicendo «vorreste una così come first lady?».
Cooper non ha tutti i torti, ma evidentemente c’è un pezzo di America che ammira i ragionamenti semplici e le maniere forti: il manager della campagna di Trump è indagato per aver strattonato una giornalista e il video – e la sua esegesi fotogramma per fotogramma, in fondo all’articolo una Gif – è su tutte le prima pagine dei siti d’America. Una risposta simile a quella di Trump la hanno data Ted Cruz e John Kasich, aggirando un po’ la domanda e senza nominare il miliardario. Nel partito repubblicano, dentro e fuori di esso, è insomma in corso una guerra totale termonucleare che potrebbe arrivare alla convention. Che a sua volta sarebbe uno spettacolo entusiasmante dal punto di vista dello show, ma un po’ meno per il destino del partito che fu di Reagan.


Trump sente, a ragione, di essere stato trattato in maniera poco equa: Romney, Bush, Scott Walker e molti altri stanno facendo carte false per cercare di spingere la gente a votare Ted Cruz, nonostante anche il senatore del Texas sia indigesto alla parte moderata del partito. Il problema, sembra id capire, è quello della sopravvivenza del partito repubblicano: un candidato perdente ma proveniente dalle fila del partito è meglio di qualcuno controverso come Trump, che non si sa bene cosa pensi e dove vada.
Il succo di questa vicenda è che un partito che ha nutrito gli elettori con bassa retorica, allarmi infondati e paure (di Obama, della riforma sanitaria, dell’immigrazione, dei musulmani e del terrorismo) oggi si trova a fare i conti con la sua base arrabbiata, che giudica la testa del partito incapace di ottenere nulla o fermare Obama, nonostante la maggioranza in Congresso, e che sceglie di votare i due outsider. Prima Trump e poi l’estremo Cruz, trattato da tutti come un paria in Senato, scansato dai suoi colleghi repubblicani e oggi ultima carta da giocare.
Non la pensa così Marco Rubio, che nella lettera che vedete qui sotto annuncia di non voler rinunciare ai delegati ottenuti mentre la sua campagna per le primarie era in corso. Obbiettivo? Non si sa mai: se la convention davvero fosse completamente aperta, il buon Marco potrebbe provare a rientrare dalal finestra come la figura che tiene assieme conservatori e moderati. Sarebbe divertente.

Chi invece spera in una vittoria di Trump è la attrice Susan Sarandon, pasionaria di sinistra e sostenitrice di Bernie Sanders. In un’intervista Tv, Sarandon è arrivata a dire che se Bernie non sarà il nominato democratico, forse è meglio che vinca il miliardario. È la vecchia teoria del tanto peggio tanto meglio: se Trump venisse eletto ci sarebbe la rivoluzione proletaria, sembra sostenere Sarandon. Un po’ una sciocchezza. La differenza tra Sarandon e i repubblicani è che lei può dire quel che vuole: fa un po’ di rumore in rete, ma non è candidata alla poltrona più importante del pianeta.

Lewandosky è il manager della campagna Trump, Fields la giornalista bloccata e strattonata

Il balletto e le tardive stoccate di Marino. Che presenta il suo libro

L'ex sindaco di Roma Ignazio Marino presenta il suo libro "Un Marziano a Roma" nella sede della stampa estera, Roma, 30 marzo 2016. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Continua il balletto di Ignazio Marino che non dice «mi candido» ma neanche «non mi candido» e neanche «sostengo Tizio» o fosse pure «sostengo Caio». Dice Marino che non è lui che fare il balletto ma che è la stampa a suonare la musica, rimuovendo però che lui ha realmente incontrato più volte esponenti della sinistra più varia, compreso Massimo Bray il cui nome continua a girare con insistenza. E che ha incontrato tutti nel suo salotto.

Non dà neanche particolari giudizi sugli altri candidati, salvo dire che nessuno gli sembra degno di una capitale del G7, che dai 5 stelle «non ci si deve far ingannare», e salvo storpiare in un lapsus perfetto il nome di Giachetti in Riccardo. Ignazio Marino nel presentare la sua fatica letteraria (Un marziano a Roma, Feltrinelli) ripete gli ormai consueti attacchi al Pd, da Matteo Renzi in giù.

«Evidentemente il nostro capo del Governo non ama Roma», dice Marino, che nel libro ricostruisce ad esempio gli incontri avuti in ministero in cerca di finanziamenti per alcuni cantieri e per il Giubileo, finanziamenti mai arrivati, fino all’arrivo del commissario Tronca, fino alla cacciata del sindaco indesiderato. È però su Matteo Orfini che il saggio di Marino regala i passaggi più divertenti. Non risparmia stoccate, il marziano, che mentre Orfini nel salotto di casa sua apriva ufficialmente la crisi con il Pd, all’inizio dell’estate, dice che non riusciva a pensare ad altro che al fatto che il suo interlocutore fosse uno senza laurea, che avesse lasciato l’università per «vivere di sola politica».

Snobismo dell’antipolitico, è quello di Marino, ma non solo. Il libro è ricco di aneddoti, di giudizi purtroppo tardivi su assessori e consiglieri. Le sigarette di Fabrizio Panecaldo fumate al chiuso in una sala con un importante arazzo, «rovinato dal fumo», le scenate di Mirko Coratti, presidente del consiglio poi travolto da Mafia Capitale. Giudizi tardivi però, dicevamo, come tardivo è il giudizio su Stefano Esposito e Marco Causi, assessori inviati da Renzi in occasione di un primo rimpasto: «Non mi aspettavo fossero dei sabotatori», dice Marino che in quell’occasione accompagnò anche fuori dalla maggioranza Sel e la sinistra. Solo oggi, di Causi, Marino nota come fosse stato protagonista della stagione di Veltroni, già assessore al bilancio, o meglio all’enorme debito. Solo oggi di Esposito si notano le prodezze contro i No Tav. Quando i due arrivarono in Campidoglio erano invece «una risorsa».

“La comune” ovvero l’utopia del vivere insieme raccontata nel nuovo film di Vinterberg

La Copenhagen degli anni 70. Un quartiere borghese e una casa da sogno ereditata, ma troppo grande perché Erik e Anna possano permettersi di vivere lì. Complice la mezza età dei protagonisti e la voglia di rompere la noia della coppia e della famiglia tradizionale i due decidono di condividere le spese con altre persone e trasformare la loro abitazione in una comune. Questa è la trama da cui prende le mosse La comune l’ultimo film del regista danese Thomas Vinterberg distribuito da Bim nei cinema italiani a partire dal 31 marzo.

La pellicola ha molto di autobiografico: «Dall’età di 7 anni fino a 19 – racconta Vinterberg – ho vissuto in una comune. È stato un periodo folle e fantastico, pieno di calore, corpi nudi, birra, discussioni intellettuali, amore e tragedie personali. Da bambino mi sembrava di vivere ogni giorno come in una fiaba. Mi bastava compiere il semplice tragitto che mi portava dall’intimità della mia camera da letto fino alle aree comuni, per godere di una varietà straordinaria di scenari offerti dalle mille eccentricità degli altri residenti».

Questa stessa atmosfera è quella che infatti ritroviamo nel film, in cui il “palcoscenico” corrisponde per lo più proprio con l’ ambiente e la dimensione della casa ereditata da Erik. È qui che, in una singolare metonimia della società, si incontrano e si intrecciano i destini e le vicende dei personaggi. Ognuno dei quali, a suo modo è un idealista e sognatore che finisce a dover fare i conti con la realtà. Con l’impossibilità di razionalizzare qualsiasi dolore e qualsiasi sentimento, con la morte che irrompe all’improvviso e a gamba tesa a travolgere la vita, con l’amore che dimentica il desiderio e si trasforma in voler bene senza più bastare, con il tradimento, con la pubertà della giovinezza che sboccia e la vecchiaia nella quale ci si sente sfiorire.

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Questi sono solo alcuni dei temi attorno ai quali la pellicola dipinge un ritratto dolce amaro dell’utopia del vivere insieme. Un’utopia costruita su delle regole che, anche se stabilite a tavolino nel modo più democratico possibile, non bastano a contenere l’imprevedibilità delle esistenze dei protagonisti, rivelandosi sempre in qualche modo spietate.

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Il film è stato presentato alla 66esima edizione del Festival di Berlino, dove Trine Dyrholm (Anna) si è confermata una delle interpreti più talentuose della sua generazione vincendo l’Orso d’Argento come miglior attrice.

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L’altro volto dell’Eni nel libro inchiesta di Oddo e Greco

piattaforma Eni

Dopo la pubblicazione su Wikileaks delle note dell’ambasciata americana a Roma sugli ambigui rapporti tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin indirizzate al dipartimento di Stato, nel 2010  Giuseppe Oddo e Andrea Greco scrissero una serie di articoli per i rispettivi giornali, Il Sole 24 Ore e per Repubblica, sulle attività dell’Eni in Kazakistan e in Russia. Furono i  primi a denunciare i retroscena dell’affare Mentasti, ovvero «il tentativo dell’ex industriale dell’acqua minerale San Pellegrino, Bruno Mentasti Granelli (prestanome di Berlusconi in Telepiù), di inserirsi nella vendita e nella distribuzione di gas in Italia in compartecipazione con Gazprom. La notizia ci  era apparsa quasi surrealericorda Oddo -.Mentasti non aveva alcuna competenza nel gas, dove operano a monte i colossi dell’energia e a valle le grandi società di distribuzione». Cosa portava a un gigante come Gazprom, che detiene le più grandi riserve mondiali di metano ed è una sorta di braccio armato del Cremlino nell’energia? «Il fatto che Mentasti fosse una pedina di Berlusconi divenne certezza quando si seppe dei retroscena dell’accordo con i russi e delle pressioni subite dal vertice dell’Eni per accelerarne la conclusione».

Da lì nacque l’idea del libro inchiesta Lo Stato parallelo che fu subito accettato da Lorenzo Fazio fondatore e direttore di Chiarelettere che ora manda in libreria questo saggio che ricostruisce la storia dell’Eni illuminando molte pagine fin qui ancora buie. La base del lavoro dei due giornalisti è stata la raccolta di fonti orali, lo studio di centinaia di documenti, di atti, non limitandosi alla saggistica e a quanto era già uscito sui media. «Quando telefonai a Greco per coinvolgerlo in questa avventura lui stava completando con Peppino D’Avanzo e Federico Rampini un’inchiesta sugli affari tra Berlusconi e Putin, di cui La Repubblica stava per dare alle stampe la terza ed ultima puntata.  D’Avanzo, poi scomparso, e al quale dedichiamo il libro, ci spronò a realizzare una grande inchiesta sull’Eni dei tempi moderni». Era solo l’inizio.

«Da lì in poi abbiamo pedalato in salita per cinque anni, recuperando documenti, atti, bilanci, testimonianze. Abbiamo intervistato quasi tutti i protagonisti di questa storia, molti dei quali sotto vincolo di riservatezza. Abbiamo raccolto decine di ore di registrazione». Da cui emerge una puntuale ricostruzione delle vicende dell’Eni degli ultimi venticinque anni, fin dall’inizio pensata da Enrico Mattei come un ente  che operava largamente in maniera autonoma  La congiuntura allora era quella di un’Italia uscita a paezzi dalla guerra e sostanzialmente subalterna agli Stati Uniti. Ma ben presto, scrivono i due autori, L’Eni prese la forma di uno Stato nello Stato che operava  anche in maniera autonoma rispetto agli indirizzi dati dalla Farnesina, «arrivando poi nel grande gioco del petrolio a dispensare tangenti e a tenere rapporti anche con personaggi impresentabili della P2».

«Dei quattro amministratori delegati che sono stati alla guida del gruppo dalla sua trasformazione in Spa – dichiara Oddo – solo uno non ha accettato di rispondere alle nostre domande, Paolo Scaroni. E hanno lasciato cadere la richiesta di un confronto anche Licio Gelli e l’ex ambasciatore libico a Roma Hafed Gaddur. Al primo avremmo voluto chiedere dei suoi incontri con Eugenio Cefis, succeduto a Enrico Mattei alla presidenza dell’Eni, al secondo dei suoi rapporti con il potere libico e del comitato d’affari che si riuniva a Salisburgo su iniziativa di Saif al-Islam Gheddafi».

Il filo conduttore del  libro è l’Eni  “come Stato”, come pilastro della politica energetica di un Paese povero di petrolio, «ma dotato di un’industria manifatturiera tra le più importanti d’Europa, promotore di una politica estera in contrasto con gli interessi anglo-americani, volta a ottenere l’accesso alle fonti di idrocarburi, strumento di finanziamento occulto dei partiti – ricostruisce Oddo – durante tutta la prima repubblica, al centro dei più gravi scandali nazionali, da quello dei petroli all’Eni-Petromin, dal crack dell’Ambrosiano a Mani pulite, dalla P2 alla P4».

Un punto cruciale della vicenda è il  1992, con la trasformazione in società per azioni degli enti a partecipazione statale e con l’avvio di Mani pulite. «Per l’Eni  fu l’anno della svolta, con la ritirata dei partiti e dello Stato (che dopo la quotazione in Borsa del gruppo scende al 30%), con il ricambio del management, la dismissione delle attività non petrolifere, il ritorno alla ricerca, all’esplorazione e alla produzione di petrolio e gas. Questa fase si è protratta fino al 2005, prima con Franco Bernabè poi con Vittorio Mincato alla guida. È il periodo dell’espansione in Africa, Medio Oriente, Asia centrale, della crescita per acquisizioni, della conquista dell’operatorship del giacimento supergigante di Kashagan nell’offhsore kazako del Mar Caspio, del gasdotto tra Russia e Turchia, del metanodotto tra Libia e Sicilia».

Poi, nel 2005, sostengono Oddo e Greco, con Scaroni amministratore delegato, si aprì una fase nuova con i prezzi del petrolio in forte crescita e l’Eni trasformata in cassaforte dello Stato a cui versa dividendi miliardari in parte sottratti agli investimenti. «La grande fusione immaginata da Mincato, per fare della compagnia un colosso da oltre 2 milioni di barili equivalenti di greggio al giorno, finisce nel cassetto. E oggi, con il petrolio crollato a 30 dollari, il gruppo è costretto a battere in ritirata da petrolchimica e raffinazione e a cedere allo Stato parte del controllo di Saipem per far fronte ai quasi 9 miliardi di perdite contabilizzati nel 2015».

lo-stato-parallelo-eni-andrea-greco-giuseppe-oddo-775457IN LIBRERIA

Nel libro Lo Stato parallelo (Chiarelettere) Giuseppe Oddo de Il Sole 24 Ore e Andrea Greco di Repubblica hanno ricostruito tutta la storia dell’Eni illuminando molte pagine controverse. Inchiesta non facile, la loro che ha incontrato ostacoli, reticenze, resistenze di ogni tipo. Perché la verità che emerge  è una verità scomoda: L’Eni è un colosso industriale controllato dallo Stato, che ha agito come uno Stato nello Stato. Se l’idea di Enrico Mattei di assicurarsi l’accesso alle fonti di energia dando vita a una sorta di Stato parallelo nasceva nel contesto di un’Italia uscita a pezzi dalla guerra e, di fatto a sovranità limitata, poi lo scenario è diventato ben altro. «Siccome il petrolio si è sempre incrociato con il commercio delle armi e con la criminalità organizzata, tutti i grandi Stati, sia per ragioni difensive e offensive, sia per capire le implicazioni di certe transazioni, hanno sempre interferito», dice l’ ex ministro Psi Rino Formica in una dischiarazione che i due autori pubblicano ad esergo del libro. Accanto ad una dichiarazione di un dirigente dell’Eni che vuole restare anonimo: «Qualche tempo fa la P4 la incontravi nei corridoi di San Donato. Ora che l’abbiamo cacciata siamo un’Eni più libera, ma anche più indifesa».

Firenze si sveste! La protesta delle aziende della moda

Firenze si sveste!, è lo slogan di uno sciopero-manifestazione che si svolge questa mattina a Firenze. “Si sveste” perché in effetti riguarda un’azienda di abbigliamento, uno dei marchi che vanno per la maggiore, la Guess, ma che, in maniera simbolica riguarda molte industrie del comparto moda che hanno sede nella provincia fiorentina. La protesta di oggi, spiega Bernardo Marasco, segretario della Filctem Cgil di Firenze, nasce dalla decisione della Guess di trasferire in Svizzera, a Lugano il centro “stile” e produzione, in tutto 90 persone. Il corteo partirà alle 9 da via degli Speziali davanti al negozio Guess per poi arrivare alle 11 in via dei Tornabuoni, davanti al ponte Santa Trinita. «È uno svuotamento dell’attività che si è sempre svolta qui da noi, poiché rimarrebbe solo il commerciale», dice Marasco.

Ma il caso Guess è solo uno degli ultimi che investono il settore moda in quello che da sempre è un distretto “vocato” per natura. La moda e il fashion sono iscritti nel Dna della piana di Firenze con 12mila addetti tra quelli impiegati nelle aziende “madri” e in quelle dell’indotto, non sono uno scherzo. Gucci, Ferragamo, Fior, Celine, Prada, Luis Vitton, solo per fare qualche nome, si nutrono delle professionalità fiorentine.
Da qualche tempo si vedono segnali particolari. O meglio, segnali che parlano di «un vero processo di ristrutturazione con rilocalizzazioni, il cosiddetto re-shoring, il rientro di attività che però necessitano di un governo. Questo processo non va lasciato al caso», sottolinea il sindacalista della Cgil.
Ma ecco perché lo stato di salute della moda desta preoccupazione. In qualche anno diversi marchi hanno lasciato la provincia, «come Calvin Klein, due anni fa, Allegri 6 mesi fa, mentre per Cavalli è in piedi una vertenza di notevole difficolta», racconta Marasco. Sono 38 gli esuberi per lo storico marchio fiorentino che porta il centro stile a Milano. «Non abbiamo ancora un piano industriale per Cavalli», continua il sindacalista. Difficoltà ci sono anche per Braccialini che è interessata a una cassa integrazione straordinaria.
Ma il problema maggiore è la dimensione del fenomeno e la mancanza, secondo l’analisi di Marasco, di “un governo” del processo. Sta accadendo che alcuni marchi, nati da imprenditori locali, una volta cresciuti per dimensioni vengano a loro volta controllati da fondi esterni, che non hanno più l’interesse a mantenere il rapporto con il territorio. «Dall’altra parte notiamo che il rapporto delle griffe con il brand Firenze è sempre meno stretto e che viene considerato sempre meno fattore distintivo. Si considera più importante la qualità del processo industriale», continua il sindacalista. Questa sarebbe l’occasione quindi per creare anche nuovo sviluppo. Perché i marchi che ritornano – e ce ne sono – hanno bisogno di manodopera specializzata anche nel lavoro artigianale di qualità. «E allora si tratta di investire. Le istituzioni devono promuovere una politica di qualificazione del polo della moda fiorentino. Sia attraverso una basilare campagna di tracciabilità e legalità delle aziende ma anche soprattutto attraverso la formazione di nuove figure professionali».

La madre di Giulio che smutanda i potenti del mondo

Giulio Regeni's mother, Paola, during a press conference in Rome, Italy, 29 March 2016. The mother of slain Italian student Giulio Regeni said Tuesday she saw "the world's evil" on her son's face. Paola Regeni spoke today at a press conference in Rome. Regeni, 28, was a Cambridge University doctoral student and a visiting scholar at the American University in Cairo (AUC). He went missing on 25 January and his badly burned, stabbed and mutilated body turned up in a ditch on the outskirts of Cairo on 3 February. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Scatta qualcosa nelle madri che non si arrendono alla morte di un figlio che è chimica mischiata con le stelle. Se vi è capitato di incrociare gli occhi di una madre sopravvissuta ad un suo figlio forse avete provato quello sguardo che ti si ficca nell’esofago, arrampicandosi poi nel cervello. La madre di Giulio ieri, in un Senato che si sforzava di restare pettinato di fronte a così tanto dolore, ha vissuto una lezione di forza, etica, coraggio, intelligenza e umanità che rimbomberà per un bel pezzo.

È riuscita, Paola con il marito Claudio, a restituire alla politica i connotati umani che hanno sbriciolato a suo figlio, dando alle bugie la forma delle bugie senza esitazioni o sotterfugi, spogliando la verità di tutti gli ammennicoli che hanno cercato di servirci, pretendendo una forza e un’etica che forse questa politica non sa nemmeno chiamare per nome. Quello che avrebbe rischiato di passare per una lagna funebre ieri è stata une delle lezioni più alte della nostra Repubblica: raramente un discorso così schietto ha sfidato i potenti senza ricatti, puntato l’indice senza mediazioni.

Le veline, i depistaggi, quei marci sorrisi furbi sono stati spazzati dalla parola certificata di una madre: il suo dolore è il timbro, il suo racconto è l’unica autopsia a cui crediamo. E oggi, a riascoltarne le parole, viene da sorridere a pensare quanto Al-Sisi sia in mutande, senza gingilli militari, sputtanato senza bisogno di bombe o polvere da sparo.

È il giullare così autentico e forte pur piccolo che sbriciola il potere che ha bisogno di essere prepotente per governare perché non ne è capace semplicemente osservando le regole. È l’onore di polistirolo che mostra tutta la sua vigliaccheria. È la grandezza delle persone che schiaccia le pessime personalità. Hanno fatto più politica estera quei due genitori senza figlio che un governo di incravattati.

Buon mercoledì.

La famiglia Regeni al governo: «Se l’Egitto continua con i depistaggi, si richiami l’ambasciatore»

Il senatore Luigi Manconi con i genitori di Giulio Regeni Paola e Claudio in occasione di una conferenza stampa al Senato, Roma, 29 marzo 2016. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Il 5 aprile gli investigatori egiziani che indagano sulla morte di Giulio Regeni incontreranno i loro omologhi italiani e sarà, in un modo o nell’altro, un momento di verità. Sono molto chiari su questo, i genitori di Giulio– e con loro l’avvocato Alessandra Ballerini, il senatore Luigi Manconi e il portavoce di Amnesty International Riccardo Noury.
«Se il 5 aprile sarà una giornata vuota confidiamo in una risposta forte del nostro governo. È dal 25 gennaio, da quando Giulio è scomparso, che attendiamo una risposta» dice Paola Regeni

La conferenza stampa della famiglia del ragazzo ucciso in Egitto è forte, chiara e rivolta soprattutto al governo italiano – e indirettamente a quello egiziano. Ma si apre con il racconto di Paola Regeni, del riconoscimento di suo figlio, sfigurato a tal punto da essere riconoscibile solo dalla puna del naso e «piccolo, piccolo». Le foto di loro figlio così ridotto dai suoi assassini e torturatori, i genitori non la vogliono mostrare, lo faranno, diranno più tardi, solo nel caso fosse davvero necessario per ottenere quelle risposte che Il Cairo non ha dato e cerca di non dare – e che l’Italia ha cominciato a chiedere solo dopo che la pressione è montata e l’attenzione dei media cresciuta.

L’intento della conferenza stampa lo sintetizza Luigi Manconi: «È il mio pensiero, ma l’ho condiviso con la famiglia Regeni – spiega il senatore – È evidente come all’interno del sistema di potere del regime egiziano sia in corso un conflitto e che anche intorno alla vicenda di Giulio ci sono posizioni e volontà diverse. A prevalere, fino a oggi, non è stato un orientamento che facesse prevalere la conquista della verità». Se dovesse continuare a essere così, la famiglia Regeni – e il senatore e Amnesty – chiedono che vengano fatti dei passi formali. Sebbene la fiducia negli investigatori e nei confronti del procuratore Pignatone sia «assoluta», è necessario che sia la Farnesina a muoversi con maggiore risolutezza. «Si deve porre con urgenza la questione del richiamo dell’ambasciatore per consultazioni, è una formula che rappresenta un gesto simbolico intenso per far capire che il nostro Paese segue con la massima serietà questo caso, considerandolo elemento discriminante per le relazioni in corso e future con l’Egitto. Occorre anche rivedere le relazioni diplomatico-consolari sapendo anche che alcuni atti concreti sono ineludibili. Ad esempio dichiarare l’Egitto “Paese non sicuro” da parte dell’unità di crisi della Farnesina».

Del resto, il caso del dottorando italiano è clamoroso, ma le persone egiziane che se la vedono brutta, muoiono o scompaiono sono molte di più. Persino il caso delle persone uccise e poi incolpate di aver rapito Giulio non è esattamente un emblema del rispetto dei diritti umani. «Le relazioni non devono essere interrotte, ma sottoposte a revisione attenta perché tra due Stati, la tutela dei diritti della persona non è un accessorio secondario, ma elemento fondativo del sistema di rapporti» conclude Manconi. L’importanza della pressione sull’Egitto viene sottolineata anche da Riccardo Noury di Amnesty, che spiega: «Anche dal Cairo ci dicono – ci fanno sapere – che è importante. Fare luce su questo caso è anche fare qualcosa per i diritti umani in Egitto. “Fatelo per noi” ci dicono».

Cosa ci si aspetta dall’incontro del 5 aprile? «Intanto vogliamo vedere se quell’incontro ci sarà. Un appuntamento simile era previsto prima del depistaggio fatto dopo l’uccisione dei cinque malviventi la scorsa settimana – spiega l’avvocato Ballardini – Gli egiziani dovrebbero portare i tabulati telefonici, eventuali video nei pressi della metro e nel luogo di ritrovamento del corpo, i verbali (che ad oggi non sono sufficienti) e molte altre cose: ad oggi non sappiamo nemmeno che vestiti indossasse Giulio al momento del suo ritrovamento». A proposito dei presunti rapitori-estorsori: chi terrebbe dieci giorni un sequestrato senza chiedere un riscatto? A volte succede che, in rapimenti come quello descritto dalle autorità egiziane, il rapito venga costretto a ritirare soldi a più riprese per darli ai malviventi. Bene, «Sul conto di Giulio c’erano 850 euro e dopo il 25 gennaio non ci sono movimenti registrati».

Tra le richieste – banali, scontate, ovvie – quella di tornare in possesso dei beni personali di Giulio mostrati alla stampa dopo l’uccisione della banda criminale su cui le autorità egiziane hanno tentato di far ricadere la responsabilità della morte del giovane italiano. «Molte delle cose su quel vassoio non sono di Giulio – spiega l’avvocato – ma oggi abbiamo avuto la notizia che sarebbero anche di altri sequestrati dalla banda stessa». Man mano che la versione egiziana viene smontata, la versione cambia, insomma. Prima di chiedere passi formali alle autorità italiane, «vogliamo notizie vere. Non abbiamo molti elementi, non sappiamo nemmeno che vestiti avesse addosso quando è stato ritrovato. E anche in relazione al depistaggio vorremmo sapere di più, vorremmo riavere gli effetti personali di Giulio e vogliamo osservare l’atteggiamento degli investigatori egiziani. Staremo a vedere se non ci saranno nuovi depistaggi prima di quella data». Se il 5 non ci saranno risposte concrete e credibili e un atteggiamento serio da parte egiziana, l’onere dell’azione sarà nelle mani del governo italiano.

Che reazione hanno avuto i coniugi Regeni di fronte al depistaggio? A rispondere è ancora Paola Regeni: «Ero in macchina che tornavo a casa quando è arrivata la notizia della morte di cinque persone al Cairo. Sono rientrata a casa e la prima cosa che ho detto a mio marito è “vedrai che ci diranno che sono stati loro”». È andata proprio così.

In this photo released by the Egyptian Ministry of Interior on Thursday, Mar. 24, 2016, personal belongings of slain Italian graduate student Giulio Regeni, including his passport, are displayed. Egypt's Interior Ministry said Thursday it has killed members of a gang suspected of being linked to the killing Regini student whose torture and death sparked an international outcry over possible involvement of Egyptian police in his brutal killing. The ministry said that police raided one of the men's houses and found the personal belongings of Regeni, including his red handbag bearing the picture of the Italian flag, his passport and other identification cards, including one belonging to Cambridge University, in addition to his cellphones. (Egyptian Interior Ministry via AP)

I genitori di Giulio devono rispondere anche a qualche domanda che non aggiunge elementi di verità alla vicenda e che davvero ha poco senso, perché segue alcune delle tracce date in un primo momento dalle autorità egiziane. Come fate a dire con certezza che vostro figlio non era una spia? Ora, a parte che pensare che gli egiziani facciano fuori una spia italiana dopo averla torturata è un po’ difficile da credere – tra Roma e Il Cairo le relazioni sono ottime, come ha mostrato la recente visita di Matteo Renzi, che in passato ha definito il generale al Sisi «un grande leader». Roma è il primo partner commerciale dell’Egitto e il ruolo de Il Cairo in Libia – e altrove – sono vitali per la politica estera italiana e dei suoi idrocarburi. E poi «Con nostro figlio parlavamo di tutto, a fondo e a lungo. Difficile che non trasparisse qualcosa di eventuali sue attività» spiega il padre. E la madre aggiunge: «Tra noi è nostro figlio c’era una relazione a distanza viscerale, forte, e per questo siamo in grado di dire e sentire che siamo sicuri di quel che diciamo». «Abbiamo visto gli appunti e letto le chat di Giulio, non ci sono elementi che rimandino ad attività di questo tipo» ci tiene ad aggiungere l’avvocato».

E no, Giulio non aveva paura di tornare in Egitto, non era preoccupato: «Giulio era contento e sereno prima di tornare in Egitto e guardava al 23 marzo, quando sarebbe rientrato definitivamente, come alla fine di un’esperienza, la conclusione della raccolta di informazioni per la sua ricerca». L’avvocato spiega anche perché, nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa non si sia fatto troppo rumore: «Per i cittadini italiani fermati c’è una procedura informale – avviata da subito anche per Giulio – si cerca nei commissari e negli ospedali e poi, eventualmente, si aspetta la convalida dell’arresto, la formalizzazione. Nel caso di specie questo non è avvenuto e mentre passavano i giorni ci si rendeva conto che eravamo in presenza di qualcosa di diverso».
«Nessuno ha tentato di dissuaderci, perché hanno capito che, anche se non abbiamo strepitato molto, che non ci saremmo fermati. Userei la parola “carrarmato” per definirmi, ma preferisco non usarla. Oggi quasi non piango, sono bloccata e forse mi sbloccherò quando capirò quel che è successo a mio figlio. Io mi immagino quando avrà cercato di far capire chi era, magari parlando in arabo, in inglese, in italiano, in friulano. E poi mi vedo i suoi occhi che si dicono «Ma cosa mi sta succedendo? È possibile che capiti a me?Infine immagino cosa avrà pensato quando ha capito che una porta non si sarebbe più aperta. Mio figlio aveva le chiavi per capire cosa stava succedendo. Questa è la cosa che mi tormenta».

Antigone, Amnesty e la Coalizione Italiana per i Diritti organizza una partita di calcio a cui prenderà parte l’Atletico Diritti, la squadra di rifugiati di Antigone che milita in Terza divisione. Le organizzazioni invitano le tifoserie e le società professionistiche sportive a portare in campo e sugli spalti lo striscione che chiede “Verità per Giulio Regeni”.

Paola Regeni (s) in occasione di una conferenza stampa al Senato, Roma, 29 marzo 2016. ANSA/ALESSANDRO DI MEO