Home Blog Pagina 1197

Bertolaso non si ritira. Sinergie a destra? Meglio con Marchini che con la Meloni

Nonostante le indiscrezioni circolate negli ultimi giorni Bertolaso non ha nessuna intenzione di ritirare la sua candidatura a sindaco di Roma. I «sondaggi taroccati» non sembrano intimorire l’ex capo della protezione civile che si dice convinto a continuare la sua corsa e soprattutto non ha nessuna idea per il momento di allearsi con gli altri candidati del centrodestra, tanto meno con Giorgia Meloni che secondo gli ultimi dati sembra essere la preferita fra i candidati a destra.

Ecco il primo sondaggio su Roma. Che dite, quanto ci mettiamo a recuperare il 5,2% che ci separa dal ballottaggio?

Pubblicato da Giorgia Meloni su Giovedì 24 marzo 2016

Anche l’alleanza con Alfio Marchini, che già aveva provato a fare breccia nel cuore dei romani alle scorse amministrative, non sembra essere nei piani di Bertolaso che però ammette, intervistato a Radio Città Futura: «con Marchini non ci ho ancora parlato, ma registro che mentre gli altri chiacchierano su percentuali di sondaggi ed equilibri di potere, Marchini è l’unico, oltre a me, a parlare dei problemi dei romani». E questa potrebbe essere una ragione valida per dar vita a «possibili sinergie» fra i due. Espressione tanto fumosa quanto indirizzata a lasciare porte aperte e libertà di manovra nella corsa al Campidoglio del “city manager” gradito a Berlusconi. Sempre a patto, ben inteso, che Marchini «dia una mano con altro ruolo». La città può essere grande per entrambi, se il costruttore è disposto ad accettare di non essere un front man. «Non basta un uomo solo per risolvere i problemi della città» ha spiegato l’ex capo della protezione civile. E tanto meno una donna stando alle passate dichiarazioni sulla candidatura della rivale Meloni.

Dopo Bruxelles, quanto è grande e come funziona la rete dell’Isis in Europa?

In this image provided by the Belgian Federal Police in Brussels on Tuesday, March 22, 2016 of three men who are suspected of taking part in the attacks at Belgium's Zaventem Airport. The website of Belgium's Federal Police on Monday, March 28 began carrying a 32-second video of a mysterious man in a hat suspected of having taking part in the March 22 bombing of Brussels Airport. "The police are seeking to identify this man," the site says. The implication is that the suspected accomplice of the two airport suicide bombers could still be at large. (Belgian Federal Police via AP)

Gli attacchi di Bruxelles, la strage allo stadio in Iraq e altre passate o a venire ci indicano come Daesh sia divenuta una presenza diffusa e diversificata nelle vite di molti Paesi. Foreign fighters di ritorno, cellule terroristiche locali come quella che ha organizzato l’attentato suicida nei pressi di Baghdad e poi addentellati in Pakistan e giuramenti di fedeltà fatti da gruppi africani o asiatici.
Ma in Europa quanto è grande la rete di Daesh? Come funziona e quanto è comandata dal centro? È vero che gli attentati in serie sono una risposta alle sconfitte militari in Siria e Iraq? Difficile a dirsi. Ma qualche informazione in fila di può mettere, partendo da un parallelo interessante che troviamo su Foreign Affairs: l’Isis non è solo un gruppo terroristico, ma anche uno Stato sponsor del terrorismo, un po’ come è avvenuto per la Libia, la Siria o l’Iran in anni ormai lontani. Per i gruppi di foreign fighters è utile e buono avere una base dalla quale attingere risorse, armi, collegamenti, logistica, addestramento, know-how militare – l’esperienza degli afghani di molte provenienze e degli iracheni, specie gli ufficiali di Saddam. Depotenziare la forza dello Stato con capitale a Raqqa è quindi un buon obbiettivo anche per fermare la capacità di Daesh di colpire in Europa. Ciò detto, qui in Europa la partita è un altra.

Su The National, media in lingua inglese con sede ad Abu Dhabi, leggiamo che in Europa l’Isis starebbe cercando di reclutare e riattivare le cellule dormienti di al Qaeda per rendersi più internazionale di quanto già non sia e svincolare la propria attività terroristica dai destini del Califfato inteso come entità geografico-statuale – la cosa sembra anche credibile da alcuni elementi emersi dalle indagini sugli attentati di Bruxelles.

Ma quanto è grande la rete terroristica?
Martin Chulov ha scritto su The Guardian qualche giorno fa che prima degli attentati di Parigi, la leadership di Isis si sarebbe riunita e avrebbe deciso per un cambio di strategia: dare meno importanza alla crescita del Califfato tra Iraq e Siria, specie dal momento che le offensive russa, americana, di Assad, irachena e dei curdi crescevano di intensità. Meglio portare il caos altrove, combattere il nemico infedele ovunque. Questo sarebbe quello a cui stiamo assistendo. E a giudicare dalle indagini che hanno portato ad arresti e messo in luce connessioni in Francia, Belgio, Olanda, Italia, Svezia, la rete esiste, è radicata e capace di colpire (qui un buon riassunto dei collegamenti fatti a oggi da Il Post). I combattenti stranieri di ritorno sarebbero circa 1200, qualche altro migliaio (massimo 5mila) potrebbero tornare. Ma molti saranno morti e altri non proveranno mai a rientrare.
Un’analisi del Financial Times per la quale Sam Jones ha sentito diversi esponenti di alto rango delle agenzia di intelligence europee e non solo ci indica diverse cose. La prima è che fino a giugno dello scorso anno, quando in Kuwait e Tunisia una serie di attacchi fecero strage, non era chiara la capacità dell’Isis di colpire lontano da casa. «Pensavamo che il loro focus principale fossero i nemici prossimi a loro e che i video contro l’Occidente fossero soprattutto propaganda destinata a motivare eventuali piccoli gruppi o lupi solitari» spiega un funzionario dell’MI5 britannico (i lupi solitari reclutati sono ad esempio quelli di San Bernardino, negli Usa). La rete è in realtà molto più ampia, ma non prende ordini direttamente dal comando centrale. Le centinaia di combattenti stranieri tornati in Europa hanno stretto relazioni con Raqqa, ma la casa-base tende a dare direttive generali che poi le singole cellule terroristiche, magari in contatto con unità militari o singoli capi o gruppi all’interno del Califfato, agiscono e programmano per conto loro. I gruppi di sostegno, le reti che hanno contribuito a far arrivare i combattenti stranieri in Siria – gli appoggi in Turchia, i fabbricanti di documenti, chi trova denaro, ecc – oggi funzionano al rovescio, diventano la base di sostegno dei combattenti, che nel frattempo hanno imparato la guerra e gli esplosivi e diventano i terminali offensivi di reti pre-esistenti.

Come mai la Francia e il Belgio?
Si è detto moltissimo delle banlieue parigine e di altre città, e della scarsa capacità belga di tenere sotto controllo la propria crescente legione di foreign fighters. Il Belgio è lo Stato con più foreign fighters pro-capite. Attenzione però, la maggior parte delle reclute non viene dalla Vallonia, la zona più povera del Paese. Non è solo questione di marginalità socio-economica. Certo, c’è l’influenza dell’Islam wahabita, portato nel Paese dai soldi sauditi. E poi? William McCants e Christopher Meserole hanno un’ipotesi suggestiva, che loro stessi dicono essere solo tale e che stanno verificando con numeri e interviste: il problema è la francofonia. Guardando ai dati e alla provenienza dei combattenti stranieri hanno notato come i giovani delle città francofone ad alta disoccupazione siano i più propensi a radicalizzarsi. Una spiegazione che danno – oltre a quelle ovvie: disoccupazione e densità urbana che permette collegamenti – è la cultura politica francofona. Francia e Belgio sono i due paesi più aggressivi nella volontà di imporre le regole della laicità dello Stato. Sono gli unici ad aver vietato il velo nelle scuole, ad esempio. La voglia di rivalsa contro una cultura che si impone su quella che viene percepita come la propria è quindi un possibile fattore aggiuntivo.

Cosa cerca l’Isis in Europa?
Il caos. O meglio, creare e generare terrore e confusione, qui nel Vecchio continente e nei Paesi del mondo dove colpisce. Spaventare le società occidentali, generare reazioni brutali che cementino l’idea che questa è una società che odia l’Islam e che l’unica cosa da fare sia combatterla. Il caos come forma di reclutamento, insomma. Reagire in maniera eccessiva, manifestare contro l’Islam (come i geni di estrema destra delle foto qui sotto hanno fatto a Bruxelles), far crescere il livello di intolleranza contro gli stranieri, respingere i profughi in fuga dalla guerra sono dunque tutti favori al Califfato, modi per dimostrare che l’idea di Europa che vende la sua propaganda è reale. La leadership di Daesh conosce e sa leggere bene la politica europea e agisce di conseguenza in maniera intelligente. I governi europei molto meno.

Right wing demonstrators protest at a memorial site at the Place de la Bourse in Brussels, Sunday, March 27, 2016. In a sign of the tensions in the Belgian capital and the way security services are stretched across the country, Belgium's interior minister appealed to residents not to march Sunday in Brussels in solidarity with the victims. (AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

A spiegare bene questo concetto ci pensa il giornalista francese Nicolas Henin, ostaggio di Isis per dieci mesi, che in un’intervista radiofonica alla Wnyc dice (la traduzione è una sintesi): «Assad e l’Isis hanno bisogno l’uno dell’altro. Il Califfato beneficia delle stragi e della brutalità del governo di Damasco, spiegando ai sunniti siriani: vedete? Noi siamo brutali abbastanza da proteggervi. Viceversa per Assad la presenza dell’Isis è un’assicurazione sulla vita: più abbiamo paura di loro e meno faremo per contribuire a favorire una transizione». Stesso meccanismo per noi: «Nell’elevare l’Isis a male assoluto facciamo un favore e contribuiamo al reclutamento: se sei un giovane della periferia di una città europea e ti vuoi ribellare, ti avvicini a certe idee e vedi che i nemici dell’Occidente sono considerati feroci, penserai di andare con loro. Molti di quelli che partono pensano di guardare un film e di andare a parteciparvi. Noi dovremmo filmare un altro film, creare altri eroi e cambiare l’immaginario di certe persone. La gente vuole essere eroica, essere riconosciuta, essere qualcosa, qualcuno e la nostra società non consente loro una chance».

L’intervista a Henin in inglese è qui sotto

Bisogna temere ciò che crediamo vero e invece non lo è

Women try to comfort a mother who lost her son in bomb attack in Lahore, Pakistan, Monday, March 28, 2016. The death toll from a massive suicide bombing targeting Christians gathered on Easter in the eastern Pakistani city of Lahore rose on Monday as the country started observing a three-day mourning period following the attack. (AP Photo/K.M. Chaudary)

C’è stato ieri un vivace scambio di idee sulle parole che ho scelto per il titolo del buongiorno quotidiano (sul Pakistan qui): sintetizzando mi si chiedeva il senso di usare parole così forti (“barbecue”, ad esempio) per descrivere un’esplosione. Troppo violenta, la parola, mi è stato detto. E attenzione: i “critici” condividono quasi tutti il contenuto del pezzo.

Il fatto in sé è poca cosa se non fosse che una discussione sulla potabilità di una parola (avvenuta tra l’altro anche sui social) di questi tempi è un privilegio, un bel vento, un segnale incoraggiante in questa desertitudine invasa dagli impermeabili di professione. E infatti li ho ringraziati tutti, uno per uno, perché confrontarsi sulla grammatura delle parole è sintomo di una salubrità sociale che mi ha resuscitato per tutto il resto del giorno.

Eppure le parole sono importanti, certo, ma vanno osate oltre che usate in un tempo come questo in cui la violenza è ignorante ma popolare. In un momento in cui i Salvini di turno (o i Trump, o i Le Pen, insomma quella specie lì) riescono a toccare le corde della bava semplicemente solleticando il sottotesto feroce, senza nemmeno esagerare più nelle iperboli; insomma in un momento in cui la cattiveria è riconoscibile anche solo nel portamento noi che maneggiamo le parole abbiamo un dovere ancora più vasto, che parte dall’informare, certo, ma anche dal capovolgere le convinzioni.

Ci sono convinzioni che hanno bisogno di essere morsicate per essere svelate. Mi spiego: se i morti di eroina degli anni ottanta (quando l’eroina era tutta cosa di Cosa Nostra) fossero quindi morti di mafia le classifiche delle vittime delle mafie si invertirebbero con le regioni del nord ai primi posti, anche se non è facile immaginarlo; oppure la stragrande maggioranza dei giornalisti condannati per diffamazione in Italia non hanno mai pronunciato boiate al livello di un Giovanardi o un Formigoni, roba da Paese sudamericano, per dire; alcune posizioni apicali nello scenario politico sono stabili perché ricattabili e quindi inoffensivi, come in un brutto b-movie di spionaggio russo; una delle organizzazioni con la più alta incidenza di casi di pedofilia (per di più non denunciati) impone la sessualità naturale agli altri, come accadrebbe in un buco di villaggio medievale; siamo in un momento in cui il senso comune è il risultato di un omissione continua, al pari di un romanzaccio un po’ thriller; mastichiamo morti come un quotidiano the del pomeriggio ma non perdoniamo le parolacce. Siamo un mondo invertito, intendo, a descriverlo. E anche a scriverlo. No?

Quando si fa buio le parole hanno il dovere di pungere, mica di lenire. Perché non bisognerebbe avere paura di ciò che non conosciamo ma di quello che crediamo vero e invece non lo è: lo diceva Mark Twain, fine ottocento.

Buon martedì.

La strage di Lahore, i talebani pakistani e l’Isis

Pakistani Christian women mourn the deaths of their family members during a funeral service at a local church in Lahore, Pakistan, Monday, March 28, 2016. The death toll from a massive suicide bombing targeting Christians gathered on Easter in the eastern Pakistani city of Lahore rose on Monday as the country started observing a three-day mourning period following the attack. (AP Photo/B.K. Bangash)

L’attacco di Lahore, orribile e feroce com’è, e capitato in un giorno di festa di quelli in cui i media si accorgono con più facilità di quel che succede lontano da casa, ha riportato il Pakistan sulle prime pagine dei giornali. Il Paese, la cui situazione è ingarbugliata come in pochi altri, è forse, assieme all’Arabia Saudita e a qualche altro emirato della penisola araba, uno dei luoghi dai quali arriva la grande ondata di terrore islamista che da più di un decennio attraversa il pianeta tutto (Indonesia, l’India, l’Europa, diversi Paesi africani, gli Stati Uniti). Certo, alle origini ci sono l’invasione sovietica dell’Afghanistan, la non geniale risposta americana e poi le guerre post-2001, la Cecenia e molte altre cose ancora. Ma il Pakistan e i suoi servizi segreti, restano per certo una base fondamentale. Persino, dicono alcuni, nella crescita dell’Isis.
Mettiamo qualche elemento in fila, ricordando che legami, alleanze, lavoro comune, in casi come questo non sono dati una volta per sempre. E che l’attacco di ieri è stato rivendicato da Jamaat-ul-Ahrar, frangia riottosa e tra le più estreme dei talebani pakistani, un movimento particolarmente unito. Jamaat-ul-Ahrar per un periodo ha anche dichiarato la propria fedeltà al Califfato, per poi ritirarla. Spesso i giochi in casa determinano la creazione o la rottura di alleanze internazionali.

All’inizio del 2016, Carlotta Gal, ex corrispondente del New York Times da Kabul ora in Nord Africa, scriveva che a inizio 2014, prima che il governo pakistano avviasse delle operazioni militari nelle regioni tribali e autonome del Waziristan (dove il governo centrale non governa), centinaia di combattenti stranieri hanno lasciato la zona e sono giunti in Qatar, dove gli sono stati forniti nuovi passaporti e un passaggio per la Turchia, da dove sarebbero entrati in Siria per unirsi alla guerra contro Assad. Altri avrebbero attraversato l’Iran e l’Iraq. «Se queste informazioni sono corrette, il Pakistan e il Qatar hanno giocato un ruolo nello spostamento di persone da un’area di guerra dove non servivano più ad un’altra». In questo caso staremmo parlando della guerra vera e dura che si sta combattendo in Siria e altrove: quella di certo islam sunnita contro gli sciiti (e viceversa, come è successo in Iraq per diversi anni dopo l’invasione americana).

Come la bomba di Lahore ci mostra, e come è già capitato in molte occasioni, quando i servizi segreti giocano con il terrorismo – quelli pakistani usano alcuni gruppi anche nel loro braccio di ferro con l’India in Kashmir e Punjab – le conseguenze si pagano anche in casa. Gal ci ricorda che al momento, nel Paese, circolano liberamente i leader di diversi gruppi: Sirajuddin Haqqani, che ha preso il posto del padre Jalaluddin morto nel 2014, e guida il più grosso network militare legato ai talebani e che in questi anni ha dato parecchio filo da torcere agli americani e prima ai sovietici, e che in questo momento è il vice capo dei talebani; il capo di al Qaeda, l’egiziano 64enne Ayman al-Zawahri, probabilmente in Belucistan e il capo talebano Akhtar Muhammad Mansour, che si riunisce con i suoi a Qetta.

Ma torniamo alla presenza dell’ISIS. A fine 2015 sia i talebani afghani che quelli pakistani hanno emesso comunicati in cui si spiegava che Abu bakr al Baghdadi non è il Califfo perché non governa su tutto il territorio dove vivono musulmani. Nel frattempo però, qualche comandante di basso rango aveva invece dichiarato fedeltà al Califfato siriano-iracheno. E siccome all’interno del gruppo si è verificata una spaccatura tra clan, c’è la possibilità che l’Isis abbia avuto una qualche forza di attrazione.

Il Pakistan ha sempre negato con forza che l’Isis avesse basi o collegamenti nel Paese. Non è così. Nel settembre 2015 la polizia ha arrestato a Lahore Mehar Hamid un funzionario del governo e ha scoperto che questi aveva raccolto e passato informazioni per Daesh. Le indagini hanno scoperto una rete di funzionari che faceva lo stesso lavoro. Altre informazioni relative ai collegamenti tra gruppi locali e Isis sono legami finanziari tra quest’ultimo e Lashkar-e-Taiba, islamisti per l’annessione del Kashmir indiano al Pakistan e forza terroristica ma anche politica molto importante nel Paese. Poi ci sono i reclutatori di combattenti e di donne: otto persone sono state arrestate in Punjab perché avevano organizzato la loro partenza per la Siria ed erano in contatto telefonico con comandanti dell’Isis, mentre si parla di decine di donne sparite dalle loro case con i figli, probabilmente partite per il Califfato.

La brutalità dell’attacco di Lahore non è probabilmente frutto dell’imitazione della ferocia dell’Isis. Jamaat-ul-Ahrar e il suo leader Omar Khalid è particolarmente noto per l’uso di metodi alla al Baghdadi: spesso le gesta più orribili del suo gruppo vengono postate in video online e l’uso dei social media somiglia a quello di al Baghdadi e del suo dipartimento della comunicazione.

In sintesi: se talebani e talebani pakistani non sono direttamente collegati all’Isis e la strage di cristiani a Lahore non è da ricollegarsi a un’offensiva del califfato nel Paese, i legami tra quella che rimane una delle centrali decisive del terrorismo islamico militante e il Califfato sono più forti che in passato. E la voglia di esserci e farsi vedere da parte di gruppi come Jamaat-ul-Ahrar potrebbe essere la volontà di imitazione o di partecipare, a modo proprio e con obbiettivi locali, a una guerra su più larga scala.

Il volto camaleontico della mafia. In nuovi libri inchiesta

courtesy Letizia-Battaglia-1982, Palermo

Il nuovo volto della mafia non è più quello tipico di una volta, raccontato al cinema e in tanta letteratura. Sempre più camaleontiche, capaci di infiltarsi nella società attraverso la corruzione, le organizzazioni criminali e mafiose oggi la fanno da padrone anche nell’alta finanza e in molti settori stratetici, ecco un percorso di letture per cercare di saperne di più. Molti degli autori che qui segnaliamo – da Isaia Sales, a Giuseppe Ayala ed Antonio Calabrò e Francesca Angeli – sono tra i protagonisti di Trame,  festival dei libri sulla mafia che si svolge a Lamezia Terme, dal 15 al 19 giugno. Diretto da Gaetano Savatteri l’edizione 2016 del festival (qui il programma completo) presenta in anteprima il rapporto annuale di Ecomafia. Da segnalare – fra molto altro-  anche la presentazione dell’atlante dei bambini a rischio a cura di Save the children. Mentre per quel che riguarda i lavori più  di carattere letterario sulla mafia, da non perdere l’incontro con Giulio Cavalli che presenta il suo ultimo libro  Mio padre in una scatola di scarpe (Rizzoli) con un reading e poi la presenza di Emanuele Trevi con Il popolo di legno e di  Maurizio Torchio con Cattivi, entrambi pubblicati da Einaudi.  E ancora una interessante finestra sul rapporto fra mafia e Vaticano con uno spazio dedicato a Emiliano Fittipaldi e il suo romanzo inchista Avarizia (Feltrinelli).  Mentre Salvatore  Striano racconta la propria storia, dopo il carcere e la nuova vita grazie al teatro, ne La tempesta di Sasà (Chiarelettere).

Le mani sulla città. Quelle della mafia. Nel libro Mafie urbanistica, azioni e responsabilità dei pianificatori nei territori contesi alle organizzazioni criminali (Franco Angeli) Daniela De Leo ricostruisce il modo in cui le organizzazioni criminali riescono ad infiltrarsi nel sistema degli appalti e persino della pianificazione urbana. Grazie alla corruzione, ma anche approfittando più semplicemente delle opacità normative, della mancata condivisione delle scelte urbanistiche da parte di chi amministra, per cui poi alle gare non partecipano sempre imprenditori “sani”… Con questa ricerca De Leo sottolinea l’assoluta necessità di indagare, in maniera più sistematica, le relazioni esistenti tra pianificazione urbanistico-territoriale e organizzazioni criminali. Ma racconta anche alcune significative pratiche di contrasto e, soprattutto, ricerche che hanno permesso di porre il problema all’attenzione della comunità scientifica nazionale e internazionale.

Contro la retorica dell’antimafia . Libro scomodo, il nuovo lavoro di Giacomo Di Girolamo, Contro l’antimafia (Il Saggiatore), ha l’impeto di un pamphlet contro la retorica dell’antimafia che ha «finito per rendere la memoria un feticcio, svuotandola di contenuti». Giornalista siciliano che ha vissuto come molti altri della sua generazione ha vissuto la strage di Capaci del 1992 come una «chiamata alle armi», Di Girolamo se la prende con «l’oligarchia dell’antimafia» che finisce suo malgrado per fare il gioco della mafia, ostentando un apparato retorico che nasconde il vuoto di azioni concrete. Autore del libro Messina Denaro, l’invisibile, (sul potente boss di Cosa nostra ancora in libertà), Di Girolamo afferma di non aver mai avuto paura della mafia come oggi, di fronte all’attribuzione di patenti di antimafioso assegnate con troppa leggerezza, di fronte all’impossibilità di fare una critica all’antimafia che storicamente ha avuto grandissimi meriti ma che- accusa oggi il giornalista – « è ridotta alla reiterazione di riti e mitologie, di gesti e simboli». «Questo circuito autoreferenziale, che si limita a mettere in mostra le sue icone nel prete coraggioso, il giornalista minacciato, il magistrato scortato, – scrive Di Girolamo – non aiuta a cogliere le complesse trasformazioni del fenomeno mafioso. In questo modo si insinuano impostori e speculatori. Intorno all’antimafia ci sono piccoli e grandi affari, dai finanziamenti pubblici ai «progetti per la legalità» alla gestione dei beni confiscati, e accanto ai tanti in buona fede c’è chi ne approfitta per arricchirsi, per fare carriera o per consolidare il proprio potere, in nome di un bene supremo».

La mafia non è solo un problema del Sud. E’ in uscita il 10 aprile il saggio di Andrea Leccese Maffia & Co (Armando editore) in cui sono passati a vaglio critico alcuni falsi miti sul fenomeno mafioso. A cominciare dal fatto che riguardi solo il Meridione. “Maffia” è un termine toscano, fa notare Leccese (che nel 2009 ha vinto il premio Paolo Borsellino). Scritto con la doppia effe, fino al secondo dopoguerra, questa parola era usata anche per indicare ostentazione e boria. «Di fatto la mafia non è un problema confinato nell’area che va dalla Sicilia alla Campania ma, sin dalle sue origini, era più esteso», sottolinea l’autore. Nel libro – ecco il punto centrale – la mafia è analizzata come fenomeno imprenditoriale funzionale, sotto certi aspetti, alla società capitalistica stessa; un fenomeno che riesce ad arricchirsi e soprattutto a infiltrarsi nella società anche in periodi di crisi, per esempio finanziando imprese che arrancano e che trovano solo porte chiuse in banca. L’obiettivo della mafia, scrive Leccese, è anche diffondere una cultura “mafiosa” che superi il recinto dei “mafiosi in senso stretto”imponendo il proprio modo di fare affari, il proprio modo di gestire l’economia e le relazioni.

 

Isaisa Sales, Storia dell’Italia mafiosa, Rubettino. Sales analizza la lunga serie di intrecci tra Stato, mafie e società civile. Nel libro la storia della mafia, della ‘ndrangheta e della camorra viene ricostruita dalla nascita nel Mezzogiorno borbonico, allo sviluppo nell’Italia post unitaria, fino al definitivo affermarsi in età repubblicana, fino ai nostri giorni. E’ una sorta di grande affresco storico che individua le ragioni di fondo di un modello criminale il cui successo dura ininterrottamente da duecento anni.
Giuseppe Ayala, Chi ha paura muore ogni giorno, Mondadori.  Abbiamo segnalato libri appena usciti o in uscita qui facciamo un’eccezione per un libro del 2010. Qui il giudice Ayala  ricorda i due attentati di Punta Raisi e di via d’Amelio, che segnarono il momento più drammatico della lotta contro la mafia in Sicilia. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino restano due simboli, non solo dell’antimafia, ma anche di uno Stato italiano che, grazie a loro, seppe ritrovare una serietà e un’onestà senza compromessi. E molto di più per  Giuseppe Ayala, che di entrambi non è stato solo collega, ma grande amico.
Antonio Calabrò I mille morti di Palermo, Mondadori: Calabrò ricostruisce la «mattanza» degli anni Ottanta. La «Milano da bere».  L’escalation cominciò il 23 aprile 1981, quando fu ucciso Stefano Bontade, «il falco», potente boss di Cosa Nostra. Un omicidio che  scompaginò le file delle più antiche famiglie mafiose, ribaltando gerarchie, alleanze, legami d’affari. Ci sarebbero stati poi centinaia di altri morti . Quasi tutti per mano dei corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano e dei loro alleati, i Greco, i Brusca, i Marchese.
Federica Angeli , Il mondo di sotto, Castelvecchi, in cui la giornalista- che  vive sotto scorta dal 2013 – ha raccolto le sue inchieste, su racket e corruzione a Roma.  Redattrice di Repubblica,  Angeli ha testimoniato su uno scontro a fuoco. Minacciata dai clan per un inchiesta a Ostia sul raket degli stabilimenti balneari. Al Festival Trame di Lamezia Terme presenta il suo libro dialogando con l’ex sindaco di Roma Ignazio Marino.

 

La foto è di Letizia Battaglia ed è esposta nella mostra Anthologica in corso nello spazio Zac a Palermo fino all’8 maggio. La mostra è stata recensita su Left in uscita il 2 aprile


 

Questo articolo continua sul n. 13 di Left in edicola dal 26 marzo

 

SOMMARIO ACQUISTA

 

La fragilità bella di Ezio Bosso

A distanza di un paio di mesi, in pochi stentano a ricordare la rassegna musicale fiorata per eccellenza, quel Sanremo che colleziona milioni di ascolti, insieme alle critiche sui compensi, ai vestiti, alle vallette. A proposito: chi ha vinto l’ultima edizione? Non importa. Quest’anno la vera rivelazione, per il grande pubblico, si chiama Ezio Bosso, sorprendente ospite d’onore.
La sua è stata una sferzata di aria fresca. E a rapire orecchie e cuore, a impazzare sulla rete, è stato quest’uomo sui quarant’anni, certo non per la sua malattia, che non è la Sla, come erroneamente si scrive. Ma non è importante sapere cosa sia a renderlo incerto da qualche anno, nel movimento e nell’eloquio.
Alla tastiera da quando aveva quattro anni, ancora oggi alla musica dedica tante ore al giorno: «Mai abbastanza – ci dice modesto – ma tutte quelle che riesco». Si appresta a un tour nei principali teatri italiani, molti già sold out, in occasione dell’uscita del suo primo, e doppio, album da solista. The 12th Room, è un percorso meta-narrativo, con brani inediti e di repertorio che rivelano il Bosso compositore e quello interprete. Dal curriculum e referenze eccellenti, tra tutte la direzione della London Symphony Orchestra, ma anche l’artista attento al suo pubblico («A me», mi corregge, «piace pensarle come persone con cui condivido un momento, non come un pubblico. Io sono solo quello che ci mette le mani»). Lo raggiungiamo telefonicamente mentre è nella sua Torino, una delle città in cui ama più soggiornare, con Londra, dove vive, e Bologna. Per una manciata di minuti, non ci siamo per nessuno, come quando si è rapiti da una piacevole sinfonia.
Maestro, la disturbo? Che cosa stava facendo?
Sto studiando, come ogni giorno. Sono a palazzo Barolo, dove vive uno dei miei pianoforti (un pianoforte appositamente preparato da Piero Azola, ndr).
Lì è custodito il suo gioiello?
Sì, l’ho donato anni fa all’Opera Barolo. Vive in uno dei saloni più belli, un salone d’onore barocco di uno dei palazzi più belli di Torino, ma anche d’Europa. Il mio pianoforte ha una bella casa, non posso lamentarmi.
Lo può suonare soltanto lei?
No, è a disposizione delle attività che vengono fatte e io ne sono il supervisore musicale. È giusto così, perché il pianoforte deve vivere, gli strumenti sono vivi, come gli esseri umani: se stanno fermi dopo un po’ perdono interesse a vivere. L’immobilità dell’intelletto e dell’anima ci porta a deperire. Invece bisogna essere attivi.
Nel suo album ci sono storie di stanze, stanze come momenti basilari di una vita. Stanze felici o dolorose, immaginate, desiderate, che rappresentano momenti e percorsi. Dodici in tutto, secondo un’antica leggenda. Lei quale preferisce?
Sinceramente, quella della musica. È quella dove si trova tutto il mio benessere. Ho scoperto che mi piacciono le stanze che ci compongono, che ci inventiamo, che ci immaginiamo anche. Stanze parti della nostra memoria, siamo noi memoria delle stanze.
In una di queste, troviamo due ospiti eccellenti: Bach e Chopin. Sono i suoi preferiti?
Bach e Chopin sono quelli con cui io mi sveglio. La prima cosa che suono al mattino è sempre qualcosa di Bach. Io ho un rapporto affettivo con la musica per cui tra i compositori ci sono padri, fratelli, amici. Bach è l’inevitabile, tra noi musicisti lo chiamiamo “il vecchiaccio” perché ci controlla sempre, controlla che facciamo bene la musica, come la viviamo ed eseguiamo. Chopin è un po’ un amico sfortunato da proteggere e prendere un po’ in giro per tirarlo su. […]


 

Questo articolo continua sul n. 13 di Left in edicola dal 26 marzo

 

SOMMARIO ACQUISTA

 

Quel barbecue di Pasqua laggiù in Pakistan

Women comfort each other as they mourn over the death of a family member who was killed in a bomb blast, at a local hospital in Lahore, Pakistan, Sunday, March, 27, 2016. A bomb blast in a park in the eastern Pakistani city of Lahore has killed tens of people and wounded scores, a health official said. (AP Photo/K.M. Chuadary)

Eppure dovrebbe essere così facile pensare che un popolo che uccide i suoi bambini sia un popolo già morto. E ci sarebbe anche da chiedersi se davvero non coli un po’ di vergogna a chi si dice pronto a morire e ammazzare pur di meritarsi un posto in qualche promesso paradiso. Perché la strage di Lahore, quei sessanta morti sparsi in giro a fette dalla forza delle bombe e gli altri trecento con qualche striscia di sangue addosso, se avesse avuto colori, capelli e nomi più europei sarebbero stati l’ennesima altra volta l’11 settembre e invece in mezzo a quelle mani così troppo scure e quella lingua di troppe consonanti la tragedia finirà nel cassetto della memoria dove pinziamo le fotonotizie dell’estero esotico.

In fondo una carneficina a Pasqua è un modo per grigliare anche Dio, se possibile, e così metterci dentro tutto l’odio possibile, tutto l’odio che ci sta nello spazio tra la festa, il santo e i bambini in un parco giochi. Roba da perdere di colpo le coordinate del vivere civile, le istruzioni dello stare insieme, i freni del diritto e la forza di restare in equilibrio.

Ma per un terrorista che si sente in guerra per conto di chissà quale suo dio non ci sono ammazzamenti peggiori o infamie e lodi: il terrorismo è per nascita cieco perché ha bisogno del buio per giustificarsi davanti a se stesso e mentre noi misuriamo i lati del terrore in realtà loro, i vigliacchi in polvere da sparo, hanno ancora di più la soddisfazione di scoprirci capaci ogni volta di un lutto più appuntito.

I morti di Lahore hanno lo stesso sangue di tutti i morti del mondo. Dei morti che nemmeno vengono scritti qui da noi e anche degli stessi che ci fanno scendere in piazza. Distinguerne il peso, la qualità e il costo in base ai luoghi è il primo magnifico regalo che possiamo fare ai professionisti del terrore: appena cadiamo nell’errore di vivere pietà differenti siamo già pronti per essere ammaestrati agli schieramenti, al fronte e alla guerra. Tenere la barra dritta. Almeno questo. Ognuno.

Buon lunedì.

Scovare la bellezza in ogni angolo della realtà. Duecento foto di Giacomelli

Da Presa di coscienza sulla natura (1977-2000). Campagna marchigiana

Preferiva pensarsi un fotografo non professionista, per potersi dedicare li- beramente alla ricerca sull’immagine. Autodidatta, che per anni ha lavorato in una tipografia di Sinigallia, Mario Giacomelli (1925- 2000) è riuscito negli anni a sviluppare una propria originale poetica al tempo stesso semplice, scabra e raffinatissima. Come si può vedere dal vivo visitando la mostra La figura nera aspetta il bianco, (fino al 29 maggio) curata da Alessandra Mauro nel Museo di Roma (in Palazzo Braschi).

Prodotta da Forma fotografia e dall’Archivio Giacomelli di Senigallia la retrospettiva propone duecento opere, dalla prima foto al mare agli ultimi scatti. Per conoscere Giacomelli più da vicino, c’è l’intenso reportage di Lorenzo Massi Cicconi, dvd più libro, pubblicato da Contrasto così come il catalogo che accompagna questa antologica romana. Due volumi che permettono di ripercorrere tutta la carriera di Giacomelli, cofondatore del gruppo Misa, insieme a Cavalli, Branzi, Ferroni e Camisa. In mostra sono rappresentati tutti i suoi principali cicli “a tema”, iniziati con stile e modi da reportage, come ad esempio “Scanno” (1957/59), che nel 1963 fu acquistato da John Szarkowsky, curatore del Moma di New York dando una svolta alla carriera del fotografo marchigiano e poi “Puglia” (1958) e “Zingari” (1958). E ancora: “Un uomo, una donna, un amore” (1960/61), “Mattatoio” (1960) e “Pretini” (1961/63).

Del 1964/66 è uno dei suoi cicli più noti “La buona terra”, al centro c’erano vasti campi arati dai contadini secondo i suggerimenti del fotografo: in qualche modo potrebbe essere considerato un esempio di Land art ante litteram, come è stato notato da alcuni critici.Nel 1967, infine, il ciclo “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”: dedicato agli ospizi, accompagnati nel titolo da richiamo alla poesia di Cesare Pavese. L’amore per i versi dei grandi poeti è un filo rosso che percorre tutta la sua opera e nei suoi lavori diventa trasfigurazione lirica, capacità di cogliere la bellezza in ogni angolo di realtà, anche nei luoghi in sé più tristi. Completano il percorso espositivo “Il teatro della neve” del 1984/87 e alcune altre serie dedicate ai paesaggi della sua terra.

[huge_it_gallery id=”167″]

Photo gallery a cura di Monica Di Brigida

La diplomazia del baseball, Srebrenica e Bruxelles. E ancora Idomeni. La settimana per immagini

Cubans and tourists strain in the rain to get a glimpse of President Barack Obama as his delegation visits Cathedral Square in Old Havana, Cuba, Sunday, March 20, 2016. Obama's trip is a crowning moment in his and Cuban President Raul Castro's ambitious effort to restore normal relations between their countries. (AP Photo/Rebecca Blackwell)

[huge_it_gallery id=”168″]

Il negozio anti-‘ndrangheta. In casa della ‘ndrangheta

L’appuntamento è in corso Vittorio Emanuele, lungo la strada che costeggia il lungomare di Reggio Calabria. La giornata è piovosa. Al civico 41 due soldati in mimetica, mitragliette al braccio, presidiano un ingresso. Dietro la porta, c’è la “Sanitaria Sant’Elia” di Tiberio Bentivoglio. Il negozio di una vittima della ’ndrangheta. Dentro un bene confiscato alla ’ndrangheta.
«Qui ci sono le scarpe per adulti, qui il reparto per bambini, qui è l’area biberon». Tiberio mi accompagna a visitare i 240 metri quadri della sua nuova sanitaria. Mancano poche ore all’apertura, che si terrà il 15 marzo. Tutto intorno, c’è ancora il brulicare degli operai a lavoro. E poi la moglie Enza e i figli. E ci sono pure molti reggini, che passano per dare una mano o anche solo per portare un caffè. Per sostenere questa piccola rivoluzione, in città, è nato anche un comitato promosso da Libera, che sotto il nome di “Un seme per Enza e Tiberio Bentivoglio” ha raccolto più di 43mila euro per pagare i lavori e riacquistare la merce andata distrutta.

«Abbiamo lavorato tutti», conferma soddisfatto Tiberio: «Ora ci dobbiamo lasciare alle spalle la puzza di bruciato», riferendosi a quel che resta del suo deposito, dato alle fiamme il 29 febbraio, e che ancora sta fumando in un’altra parte della città. Ma adesso siamo qui, in centro città. Nei locali che un tempo ospitavano la sala giochi “Trocadero”, uno dei 260 beni confiscati al “re del videopoker”, Gioacchino Campolo, a maggio del 2012. Ora che la Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 16 anni per Campolo (accusato di estorsione aggravata dalle modalità mafiose nei confronti di alcuni dipendenti delle sue aziende), i suoi beni sono passati alla confisca definitiva. Incluso questo. È la prima volta in Italia che un imprenditore ottiene l’utilizzo di un bene confiscato alle mafie. La legge 109/96 – che Tiberio definisce «monca» – prevede che i beni immobili possano essere concessi gratuitamente ad associazioni, istituzioni e cooperative sociali, o dati in affitto alle imprese.

«Allora il lavoro pulito non ha carattere sociale?», si chiede con tono retorico Tiberio. «Oggi stiamo dicendo agli altri imprenditori: entrate nei beni dei mafiosi e dite loro: “Non solo mi rifiuto di pagarti il pizzo, ma entro pure nel tuo bene per lavorare onestamente”». Per dirlo, Bentivoglio, ha accettato di pagare un affitto per questo spazio, concordandolo con il Tribunale di prevenzione prima e con l’Agenzia per i beni confiscati poi (dal momento in cui a ottobre 2015 il bene è passato alla confisca definitiva). E tra pochi mesi il suo affittuario sarà il Comune di Reggio Calabria. «E non pensare che sia più facile!», mi avverte Tiberio. «Perché guarda che la burocrazia aumenta continuamente».


 

Questo articolo continua sul n. 13 di Left in edicola dal 26 marzo

 

SOMMARIO ACQUISTA