Home Blog Pagina 1198

La Sinistra non interessa più. Il suo declino non fa notizia

La Sinistra sembra non interessare più. Non fa notizia il suo declino. Fanno notizia solo le liti tra coloro che ad essa si appellano, per rappresentarne la memoria più che per cercare di attuare politiche coerenti ai suoi ideali. Nella democrazia del mercato i voti contano come i denari – bisogna averne tanti per contare e quindi conta vincere le elezioni. E poiché la Sinistra non porta voti non fa vincere, viene messa in soffitta, un luogo dove si va per aprire scatole impolverate e pieni di ricordi. Ma perché la Sinistra è in sofferenza e il suo destino non interessa più?

Potremmo dire, cercando di rispondere a questa difficile domanda, che la sofferenza della sinistra democratica segnala la difficoltà di trovare un punto di riferimento solido che stia oltre le figure politiche individuali, oltre i leader rappresentativi, e invece nei processi sociali e nelle costruzioni ideali che tengono insieme forme collettive. è nel partito che le trasformazioni e le ricerche possono e devono trovare radicamento, in un movimento collettivo. Ma oggi mentre ci sono molti “eghi” di sinistra manca una leadership collettiva di sinistra. La leadership in solitudine non basta e in alcuni casi può essere ostruttiva del processo di trasformazione.

La difficoltà a tenere insieme un’unione politica organizzata è segno di una difficoltà più radicale. Quella di tenere insieme libertà e giustizia – un problema classico, che ritorna ogni qualvolta una crisi economica lacerante e profonda impone agli attori politici, ai cittadini e ai leader, di scegliere.  In un clima di scarsità delle risorse, come è quello in cui ci troviamo, finita la fase di crescita espansiva dei consumi e della programmazione via Stato della redistribuzione della ricchezza tra eguali cittadini della nazione democratica, la Sinistra nei Paesi occidentali, ed europei soprattutto, ha cominciato a registrare una reale crisi di identità e un declino di identificazione.  Si tratta di un fenomeno non recentissimo e che ha preso i caratteri specifici dei Paesi di appartenenza.

La crisi della cultura della Sinistra – crisi delle idealità socialiste e rivoluzionarie- è da cercare nel mutamento radicale della concezione di progresso e di giustizia sociale. La visione che circola egemone oggi è che i diritti sociali, una eguale distribuzione delle opportunità, l’assicurazione pubblica sulla salute e la vecchiaia siano richieste troppo costose e addirittura dei “lussi” o dei “privilegi”. Privilegi perché distribuiti a “pioggia” fra tutti – sembra oggi che essere cittadini eguali (sovrani democratici) non sia più una ragione sufficiente per condividere opportunità e costi.  L’uguaglianza di opportunità e la condizione per formare le capacità individuali: questi non sono più obbiettivi pubblici e del pubblico.  E infatti, sembra che il pubblico non sia per tutti nel caso delle questioni sociali ma solo per chi ne ha bisogno ed è bisognoso  – bisogna meritarselo. E merito significa in questo caso che non si è poveri abbastanza per meritarsi il sostegno del pubblico. 

Il pubblico è mutato di segno e di significato – prima di tutto perché gestito secondo i metodi e i criteri delle aziende (non si scelgono come sindaci dei buoni affaristi o amministratori delegati?) che non conosce l’etica dell’equa distribuzione ma la logica del profitto. è in questa cornice che si ritiene e si sostiene che il pubblico debba designare un intervento che deve essere meritato: pubblico come rete di carità per cittadini bisognosi. Chi può deve farcela da solo e, anzi, deve sentirsi orgoglioso di farcela da solo. Quindi aiuto pubblico designa una condizione di fallimento. è dalla connesione tra bisogno e merito che parte la sofferenza della sinistra.


 

Questo articolo continua sul n. 13 di Left in edicola dal 26 marzo

 

SOMMARIO ACQUISTA

 

Difendiamo le nostre libertà

Appena saputo delle stragi di Bruxelles, Vauro ha disegnato per Left una colomba che affoga nel mare del sangue. L’avete vista in copertina. La colomba della pace, la colomba ferita delle libertà che Picasso dipinse all’indomani del bombardamento nazista di Guernica, la colomba della Pasqua. Dobbiamo salvarla e curarla quella colomba.

Non possiamo sopportare le nostre città insanguinate da gente che bestemmia dio ammazzando all’ingrosso. Non possiamo permettere che libertà e diritti, ricevuti in dono dai nostri padri e dai loro padri, siano messi in pericolo dalla bestialità di chi aborre la civiltà e vorrebbe riportarci tutti a un tempo lontano in cui gli uomini scorticavano i nemici o li impalavano.

Per prima cosa, nervi saldi: non sopravvalutiamo il nemico. Le cellule dormienti di Bruxelles sono state richiamate in servizio perché la Testa del Serpente non sopportava l’affronto subito da quel Salah, celebrato il 13 novembre come ottavo “martire” ma che invece s’era tolto la cintura e che ora collabora con le polizie occidentali. I capi terroristi hanno paura. Temono di perdere il mito dell’invincibilità, costruito con pazienza dalla loro propaganda: l’idea che chi sceglie di morire non possa essere sconfitto da chi ama la vita. Perciò hanno ordinato agli adepti di farsi saltare in aeroporto e lasciare bombe nella metro.

Non sottovalutiamoli neppure. Un rapporto riservato della polizia francese racconta come le false identità, per i kamikaze del 13 novembre, fossero state costruite con cura estrema, da professionisti. E come la scelta di organizzare l’attentato parigino a Bruxelles tenesse ben conto dei buchi – poi risultati evidenti – nella collaborazione tra le polizie belga e francese.
Decidiamo di condividere, fra tutte le polizie europee, i dati sensibili che riguardano l’Is e i suoi assassini. Le polizie, non gruppi di Rambo né ombre dell’intelligence. E costruire una procura europea, a immagine del pool antimafia, che bracchi in ogni Paese dell’Unione i terroristi islamici.

Non basta: bisogna sfrattarli dai territori che occupano tra Siria e Iraq, da Mosul, Ramadi, Daqqa. Senza mandare scarponi europei nel deserto: non servono. Basta assicurare tutto l’appoggio necessario ai combattenti curdi, a quelli sciiti, alawiti, cristiani e sunniti che rifiutano il califfato, e agli eserciti “ufficiali” di Bagdad e Damasco. È decisivo perché è provato come la trasformazione in kamikaze del delinquente convertito passi sempre per un viaggio iniziatico nelle terre del Daesh. I bombardamenti? Le bombe, per niente chirurgiche, sono servite a mantenere ambiguità e coperture nei confronti della zona grigia del terrore. Finanziatori, ideologi wahabiti e chi combatte i nemici del Daesh.

Rompere con tali connivenze non sarà facile, perché il rapporto privilegiato degli Stati Uniti con la dinastia di Saud dura dai tempi di Roosevelt, e Hollande ha appena insignito un principe di quella dinastia con la Legion d’Onore. La Turchia che bombarda i curdi, poi, fa parte della Nato ed è – lo sappiamo – la porta d’Europa per i profughi. Prezzo alto, ma necessario.

C’è infine una lotta politica, ideale e culturale da condurre. Gridiamo forte che amiamo le libertà, che difenderemo i diritti di ognuno, e manterremo il carattere aperto delle nostre città. Gridiamo che chi ammazza in nome di dio bestemmia dio. Che chi insegna a un bambino come si sgozza un uomo, non è un uomo. Che chi distrugge una città d’arte è una bestia.

Questo articolo continua sul n. 13 di Left in edicola dal 26 marzo

 

SOMMARIO ACQUISTA

 

A un passo dalla vita artificiale. Il nuovo successo di “Mister genoma” Craig Venter

Un importante passo avanti verso la vita artificiale è stato compiuto ancora una volta da “Mister genoma” ovvero dallo scienziato californiano Craig Venter. Insieme al collega Clyde Hutchison è riuscito ad ottenere in laboratorio un genoma batterico composto da appena 473 geni, il numero minimo sufficiente perché la cellula possa vivere e riprodursi. Lo studio pubblicato su Science fa compiere un grosso passo avanti alla ricerca pubblicata dallo stesso team nel 2010. Quel lavoro, che suscitò un grandissimo interesse e molte discussioni in giro per il mondo, adesso arriva a compimento nel Craig Venter Institute a La Jolla.

Già sei anni fa Venter con il suo gruppo era stato capace di descrivere la costruzione della prima cellula batterica sintetica in grado di autoreplicarsi. In questo modo dimostrando che i genomi possono essere disegnati al computer, assemblati in laboratorio e poi trapiantati in una cellula ricevente per dar vita a qualcosa di nuovo: una cellula autoreplicante guidata dal genoma sintetico. Ma quello era solo un modello teorico, oggi non è più fantascienza: il team californiano è arrivato davvero a sintetizzare una cellula minima, contenente solo i geni necessari per sostenere la vita biologica nella sua forma più semplice, “confezionando” il microbo Syn 3.0. Un risultato importante perché potrebbe aiutare a comprendere la funzione di ogni gene essenziale in una cellula.

Nella versione finale – registrata come JCVI-syn3.0 – la cellula sintetica è dotata di un genoma più piccolo di quello di qualsiasi cellula, in grado di replicarsi in natura in modo autonomo, conosciuta fin qui. Ma non tutto è ancora chiaro della cellula sintetica disegnata dal team di scienziati guidati da Venter. Le precise funzioni biologiche di circa il 31 per cento dei geni di JCVI-syn3.0 rimangono ancora da scoprire. Tuttavia, diversi potenziali omologhi di un certo numero di questi geni sono stati trovati in altri organismi. E questo suggerisce che codifichino proteine universali con funzioni ancora da determinare.

In ogni caso la piattaforma JCVI-syn3.0 rappresenta uno strumento utile per indagare sulle funzioni fondamentali della vita biologica. Lo studio insomma è molto importante innanzitutto sul piano conoscitivo. «Si tratta di uno studio straordinario che ci consente di comprendere meglio la vita», dice il genetista Giuseppe Novelli, rettore dell’università di Roma Tor Vergata. «Non c’è nulla da temere, non parliamo di vita umana creata in laboratorio». Un ulteriore passo avanti ha dichiarato il noto genetista all’agenzia Agi :«Sarà riuscire a “vestire” i geni. Il Dna che Craig Venter e Clyde Hutchison hanno utilizzato, infatti, è “nudo”. Il Dna funziona rispetto a come “si veste”. In pratica: il fegato e il polmone hanno lo stesso Dna, ma ciò che lo copre lo fa funzionare da fegato o da polmone. Questo complesso meccanismo, che noi chiamiamo epigenetica, è tutto ancora da esplorare». @simonamaggiorel

Attenzione: il Ttip nuoce alla salute

Un primo effetto potrebbe esserci già stato: quando la Scozia ha cercato di introdurre per legge un prezzo minimo per le bevande alcoliche (0,63 euro per unità di alcol) in modo da scoraggiarne l’abuso ed evitare danni alla salute di migliaia di persone, sono insorte, come un sol uomo, non solo le industrie, ma anche la Commissione di Bruxelles e i governi di molti singoli Paesi dell’Unione che, ricorda un recente report della London school of economics, hanno trascinato in tribunale il governo di Edimburgo sostenendo che la norma ostacola il libero scambio in Europa. La causa è ancora in corso presso la Corte di Giustizia di Strasburgo.

Ma che questo e altri casi analoghi vi siano o meno legati, una cosa è certa: il Transatlantic trade and investment partnership (Ttip), il trattato in corso di negoziazione dal 2103 per integrare i mercati di Stati Uniti e Unione europea, abbattendo i dazi doganali e le barriere non tariffarie, avrà conseguenze non desiderabili sulla salute pubblica.

Questo è, per lo meno, ciò che affermano in un articolo pubblicato sulla rivista Epidemiologia & Prevenzione due ricercatori italiani, Roberto De Vogli e Noemi Renzetti, che lavorano all’estero: il primo negli Stati Uniti, presso la Scuola di medicina della University of California di Davis, e la seconda in Gran Bretagna, presso il Dipartimento di epidemiologia e salute pubblica dello University College London della capitale inglese. Sono quattro, secondo De Vogli e Renzetti, le categorie di fattori di rischio o protezione per la salute su cui il Ttip potrebbe avere un significativo impatto: il consumo di tabacco e, appunto, di alcol; l’accesso ai farmaci e alla sanità; la dieta e l’agricoltura; la salute ambientale. A questi, sostengono De Vogli e Renzetti, va aggiunto un ulteriore rischio: quello per la democrazia.

Certo, quello denunciato dai due ricercatori italiani è un pericolo potenziale. Non è detto che ogni minaccia si realizzi. Tuttavia conviene prendere in esame la loro analisi, perché il Ttip avrà effetti su quasi un miliardo di persone che producono il 50 per cento della ricchezza mondiale. Il trattato di libero scambio tra i due mercati separati dall’Atlantico e da una serie di barriere, tariffarie e normative, è stato evocato per rilanciare l’economia dopo la grande crisi iniziata nel 2007. Secondo il Center for economic policy research di Washington la rimozione di quelle barriere regalerà all’Europa 120 miliardi di euro l’anno (lo 0,5 per cento del Prodotto interno lordo dell’Unione) e 95 miliardi di euro agli Stati Uniti (lo 0,4 per cento del Pil). Per la verità ci sono altri centri di ricerca, come il Global development and environment Institute della Tufts University di Medford (Massachusetts) che la pensano diversamente: il Ttip potrebbe determinare una diminuzione invece che una crescita del Pil. Ma non è l’impatto economico che De Vogli e Renzetti intendono analizzare, bensì quello sanitario (e democratico). E lo fanno tenendo in conto la storia di altri trattati di libero commercio, come il Nafta (il trattato di libero scambio tra Usa, Canada e Messico), e una vasta letteratura internazionale.

Prendiamo proprio il caso del Nafta, che a partire dalla data della sua entrata in vigore, il 1994, ha favorito, tra l’altro, la penetrazione in Messico di soft drink e fast food. Ebbene, tra il 1996 e il 2006 il consumo di bevande ad alto contenuto di zucchero in Messico è raddoppiato tra i giovani e triplicato tra le donne. Oggi il Paese più meridionale del Nord America è al secondo posto al mondo per consumo pro-capite di soft drink e tra i primi al mondo per prevalenza di diabete. Non è escluso che, con il Ttip, possa sbarcare in Europa carne di bovini o polli trattati con ormoni. In breve: secondo De Vogli e Renzetti le clausole Ttip in merito ai rischi associati alla dieta e ai prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento – inclusi quelli associati ad additivi, contaminanti, tossine, agenti patogeni, ormoni – recepiscono il liberismo americano e potrebbero avere serie ripercussioni sulla salute, in particolare degli Europei. D’altra parte non è un caso se negli Usa, secondo stime dei Centres for desease control and prevention (Cdc), 48 milioni di persone si ammalano e 3mila muoiono per malattie di origine alimentare, mentre in Europa, grazie a norme più restrittive, i malati segnalati sono meno di 49mila (mille volte meno che negli Usa) e i morti 30 (cento volte meno che negli Stati Uniti).

© Illustrazione Antonio Pronostico


 

Questo articolo continua sul n. 13 di Left in edicola dal 26 marzo

 

SOMMARIO ACQUISTA

 

A Cuba comincia un’altra storia

epa05226390 US President Barack Obama (C) listens to Cuban President Raul Castro (R) next to US First Lady Michelle Obama (L) as they attend a Major League Baseball exhibition game between the Tampa Bay Rays and the Cuban national team at the Estadio Latinoamericano (Latin American Stadium) in Havana, Cuba, 22 March 2016. Obama is on an official visit to Cuba from 20 to 22 March 2016, the first US president to visit since Calvin Coolidge 88 years ago. EPA/MICHAEL REYNOLDS

È iniziata un’altra storia nelle relazioni tra Stati Uniti e Cuba. Con il viaggio di Barack Obama a L’Avana si è chiusa la lunga fase dello scontro frontale iniziata quasi subito dopo la rivoluzione del 1959 e durata fino a un anno fa, quando il dialogo tra le due sponde della Florida prese il sopravvento in modo insperato complice la mediazione di papa Francesco. Della visita di Obama – grazie ai siti internet cubani e statunitensi, alle tv – abbiamo potuto seguire in diretta ogni dettaglio pubblico: dalla cena dell’inquilino della Casa Bianca e della sua famiglia in un paladar alla conferenza stampa con Raúl Castro, fino al discorso tenuto presso il Gran Teatro che è servito a spiegare perché è cambiata la politica a stelle e strisce nei confronti dell’Isola.

Tra le tante immagini, rimarranno indelebili quelle di Obama e della sua delegazione in Piazza della Rivoluzione sullo sfondo dell’effigie di Ernesto Che Guevara e quelle delle bandiere di Cuba e Stati Uniti una accanto all’altra mentre risuonano le note dei due inni nazionali. Chi conosce l’asprezza delle passate contrapposizioni, ha potuto comprendere l’emozione del momento. Poi c’è stata la cordialità tra i due presidenti a suggellare le altre fasi dell’incontro. Obama ha parlato di necessaria “riconciliazione” e di fiducia nella democrazia politica come motore della storia. Castro è stato molto più prudente.

Questa nuova fase nella storia dei rapporti tra L’Avana e Washington ha alcuni punti fermi. Gli Stati Uniti rinunciano – lo ha ripetuto più volte Obama – a ogni ingerenza negli affari interni dell’Isola e a forme economiche belligeranti, di cui l’embargo in vigore dal 1962 è la forma più brutale. Anzi, come hanno già fatto negli ultimi mesi, intendono incentivare ogni forma di cooperazione economica. Non è nei poteri di Obama cancellare l’embargo, prerogativa che spetta al Congresso, ma il presidente americano si sta adoperando per renderlo il più possibile innocuo e anacronistico. Cuba è già piena di turisti e imprenditori americani, il via libera al commercio bilaterale è già in atto, ci sono voli diretti tra i due Paesi, è caduto l’embargo postale e telefonico. Come ha detto Obama, ciò che si è messo in moto – salvo imprevisti – è irreversibile: «Quando una politica non ha dato risultati per cinquant’anni, bisogna cambiarla. I nuovi rapporti tra Cuba e Stati Uniti saranno utili a entrambi per conoscersi e collaborare».


 

Questo articolo continua sul n. 13 di Left in edicola dal 26 marzo

 

SOMMARIO ACQUISTA

 

«Noi non abbiamo paura», i cantanti della Costa d’Avorio rispondono alla strage con una canzone allegra

«L’Islam promuove l’amore e voi ammazzate gente per una causa persa», «Che fate? Per 70 vergini venite ad ammazzare gente su una spiaggia?», «In paradiso non ci andrete, no, non andrete in paradiso». Questi sono alcuni dei versi di “Meme Pas Peur” che sentite cantati qui sotto: il video è girato sulla stessa spiaggia dove qualche giorno fa un commando di Al Qaeda ha attaccato e sparato a caso su turisti e persone che lavorano nell’industria del turismo uccidendo 13 persone.
La musica pop è uno strumento di propaganda, informazione e comunicazione cruciale in Costa d’Avorio, Bbc ricorda come canzoni siano state usate per favorire la riconciliazione nazionale, per dare informazioni sull’influenza aviaria. Stavolta la musica è una reazione alla paura.

Giulio Regeni l’ho ucciso io

Quante volte si può morire? In Egitto, Giulio Regeni, muore ogni volta che dal Cairo arriva un comunicato stampa, una goffa scusa a cui non crede nessuno o peggio un finto avanzamento in quella farsa che sono le indagini egiziane. Eppure sembra che sia solo l’inizio di un’angosciante farsa in cui Giulio muore in ogni scena, in tutte le scene, tutte le volte.

La teoria secondo cui il mistero (ben poco misterioso) che avvolge la morte di Giulio Regeni si sia sciolto con l’uccisione dei suoi rapinatori parte dal presupposto che l’opinione pubblica sia una belva stupida e affamata da acquietare a colpi di bistecche lanciate in aria. Mentre i famigliari e gli amici chiedono giustizia questi altri si arrabattano per sfamare la vendetta: due campi opposti, incomincianti e che difficilmente potranno essere utili l’uno all’altro.

Se una verità negata è una ferita che non si rimargina una falsa verità sono colpi freschi inferti ancora: Giulio viene sfigurato ogni volta che viene imbastita una messa in scena. Tutte le volte. E le menzogne sono uno schiaffo a lui, all’intelligenza, al Paese: a noi.

Succederà prima o poi che dal Cairo fabbricheranno un comunicato stampa in cui ci avviseranno che Regeni l’abbiamo ucciso noi, continuando a fingere di poter prendere sul serio un Egitto che ci percula irridendoci. E vedrete che alla fine sarà colpa nostra. Come tutte le volte che è stato suicidato qualcuno e non ne è rimasto nemmeno il buco.

 

Trivelle, le ragioni e i numeri per votare sì al referendum

La piattaforma Ombrina ricevuta da Nuovo Senso Civico

Il voto sulle trivelle di domenica 17 aprile va ben al di là della portata del quesito: è un’occasione per restituire la parola ai cittadini e per riflettere sul modello energetico ed economico più utile all’Italia. Lo sanno bene il governo e la maggioranza che lo sostiene, che non a caso evitano di dare visibilità al referendum e si schierano, come ha fatto il Pd, per l’astensione. Ma vediamo, numeri alla mano, che cosa può accadere votando sì al referendum.

Concessioni senza scadenza. Partiamo dal quesito referendario: votando sì si ottiene di far cessare le concessioni per estrarre idrocarburi, gas e petrolio, entro le 12 miglia marine (dove, ricordiamo, la legge di Stabilità dello scorso dicembre ha già vietato ogni nuova attività estrattiva) al momento della scadenza prefissata, senza che sia possibile prorogarle fino all’esaurimento del giacimento. Va chiarito che la possibilità di sfruttare il giacimento fino a fine vita è stata introdotta dal governo Renzi in contrasto con le regole europee sulle concessioni pubbliche, che devono essere sempre soggette a scadenza.

Quantitativi irrisori di idrocarburi. In Italia sono 35 le concessioni di estrazione entro le 12 miglia (su 135 complessive) e 9 i permessi di ricerca già rilasciati. Dalle piattaforme in funzione nel 2015 sono state estratte 542.881 tonnellate di petrolio e 1,84 miliardi di Smc (standard metri cubi) di gas, vale a dire lo 0,95% del fabbisogno nazionale di petrolio e il 3% del fabbisogno nazionale di gas. Parliamo dunque di quantitativi che se venissero a mancare a seguito della vittoria del sì non creerebbero particolari shock al nostro approvvigionamento energetico. D’altro canto, invece, si porrebbe fine al fatto che le compagnie – il cui vero problema è l’antieconomicità dell’estrazione offshore in un contesto di prezzi bassi del petrolio – protraggono lo sfruttamento “a tempo indeterminato” perché per quantitativi così ridotti non pagano royalties e per non affrontare i costi dello smantellamento degli impianti e del ripristino dello stato dei luoghi.

Il mito delle riserve italiane. Un altro mito da sfatare sono le riserve di petrolio che sarebbero presenti o nel sottosuolo e sotto il mare italiano. I sostenitori delle trivelle parlano di una quantità di idrocarburi che coprirebbe per 5 anni l’intero fabbisogno nazionale, così come previsto dalla Strategia energetica nazionale, documento governativo datato 2013 (guarda caso lo stesso anno in cui si è cominciato a ridimensionare il sostegno alle rinnovabili). A guardar bene i numeri, le risorse certe ammontano a 126 milioni di tonnellate equivalenti (Mtep) e non 700, cifra che comprende anche quelle “probabili e possibili”. Le riserve certe nei nostri fondali ammontano a 7,6 Mtep di petrolio e 29,4 di gas, in grado di coprire il fabbisogno nazionale di petrolio per 7 settimane e quello di gas per 6 mesi.

Lo spauracchio dei posti di lavoro. Anche sul rischio di perdere posti di lavoro (ma finora soltanto i chimici della Cgil hanno espresso perplessità) è importante chiarire alcuni dati. Il panorama internazionale offre il ritratto di un settore -quello dell’oil&gas – in forte flessione e anche in Italia, ormai da anni, calano fatturato e occupati, con 4 miliardi di euro perduti in tre anni e due terzi delle aziende dell’indotto in crisi (secondo Deloitte il 35% per cento è a forte rischio di fallire). La Solar foundation ci ricorda che lo scorso anno negli Usa il numero degli occupati del settore delle rinnovabili, dove Obama ha appena fermato le trivelle nell’Atlantico, ha superato il numero dei lavoratori nell’industria delle “fossili”, che ne conta 187.200 contro i 209mila del solo fotovoltaico, con i primi in calo e i secondi in costante aumento. Nel 15esimo State of Renewable Energies in Europe, Eurobserv’ER, censisce in Italia – pur nella flessione dovuta alle politiche governative e al calo del prezzo del petrolio – 82.500 persone impiegate nel settore delle rinnovabili contro i 65.000 circa dell’industria estrattiva.
Numerosi studi dimostrano, infine, che in particolare nella produzione di energia elettrica rinnovabili ed efficienza energetica creano dieci volte più posti di lavoro di quelli generati dalle fonti fossili. Dirottando dunque sulle prime gli incentivi rivolti a queste ultime si avrebbero vantaggi considerevoli in termini occupazionali. La Commissione europea, ad esempio, ha stimato che raggiungendo il 30% di energia prodotta da fonti rinnovabili nel 2030 si arriverebbe a 1.300.000 posti di lavoro in più in Europa, mentre con un obiettivo al 27% se ne avrebbero 700.000.

I sussidi alle fossili. A proposito di sussidi, nonostante il crollo del prezzo del petrolio l’attività estrattiva non sarebbe così conveniente se non ci fossero numerose forme di sostegno da parte degli Stati. A livello mondiale, le stime passano dai 550 miliardi di dollari di un’analisi dell’International Energy Agency ai 5.300 miliardi (quasi dieci volte tanto) valutati dal Fondo monetario internazionale, che ha aggiunto al sostegno diretto anche i costi delle conseguenze ambientali e sanitarie dell’utilizzo di idrocarburi e carbone. In generale, il sussidio alle fossili vale a livello globale sei volte di più di quello alle fonti pulite. In Italia la produzione di combustibili fossili viene sostenuta con 2,7 miliardi di euro ogni anno, che diventano 17,5 se si guarda agli incentivi lungo tutta la filiera, consumo incluso.

Inquinamento e global warming. A tutto questo vanno aggiunti i danni che eventuali incidenti provocherebbero al mare, alla sua biodiversità, alla pesca e al turismo (evidenze di un habitat alterato attorno alle piattaforme estrattive italiane sono già emerse da una recente indagine di Greenpeace). E va aggiunta la constatazione che la lotta al surriscaldamento globale è davvero efficace soltanto se ci si impegna a non estrarre più gli idrocarburi e a non utilizzare il carbone.


 

Questo articolo continua sul n. 13 di Left in edicola dal 26 marzo

 

SOMMARIO ACQUISTA

 

«Quei giovani terroristi sono il fallimento di tutti noi». Parla il presidente delle comunità islamiche

Condanna degli atti terroristici ma anche senso di fallimento per un dialogo con i giovani che è assente. Ecco il clima che si respira nelle moschee. A raccontarlo è Izzedin Elzir, imam di Firenze e da sei anni presidente Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia

In molti si chiedono dove sia la reazione da parte della comunità islamica e perché i musulmani non scendano i piazza.  Izzedin, che cosa risponde?
Abbiamo fatto tutto quello che possiamo fare come cittadini italiani e europei di fede islamica. La nostra è una condanna senza se e senza ma, netta, contro questi criminali e terroristi. Certo, siamo disponibili ad abbracciare qualsiasi idea creativa che provenga dai nostri concittadini. Noi siamo cittadini italiani di fede islamica, non siamo uno Stato dentro lo Stato. Qualcuno ci chiede di fare la parte dello Stato ma noi non lo vogliamo. Noi vogliamo essere trattati come cittadini italiani di fede islamica. Non siamo stati fermi, dopo l’11 settembre abbiamo fatto tante iniziative di dialogo interreligioso, interculturale, come la moschea aperta, abbiamo chiamato la comunità ad usare la lingua italiana accanto a quella araba, siamo andati in piazza.

La comunità islamica come vive il clima del dopo Bruxelles?
Uccidere una persona è un fallimento di tutti. Qualcuno vuole mettere la comunità islamica all’angolo, costretta a difendersi. Ma il fallimento è di tutti quanti noi: la scuola, la società civile, i mass media, le forze dell’ordine. Allora è giusto non cadere nella trappola delle parti contrapposte, e dare una risposta unitaria contro l’odio razziale e religioso e contro il terrorismo.

Nella comunità islamica come viene vissuta la guerra in Siria? Le bombe contro i civili non potrebbero rappresentare anche una leva che spinge al terrorismo, magari in luoghi più disgregati come le periferie della Francia o del Belgio? Voi ne parlate?
Certo, noi discutiamo di tutto. Può essere un alibi, è vero, quello che accade in altre parti del mondo. Ma andando a vedere i profili di questi ragazzi protagonisti degli atti di terrorismo vediamo che vengono dalla criminalità comune, dallo spaccio. Non sono passati dalla moschea, ma dalla prigione, e da un giorno all’altro, tramite un maestro cattivo o tramite Internet si mettono contro, finiscono ai margini della società. È chiaro, quello che succede in Siria, Egitto, Libia, Yemen, Libano, Palestina sono fattori in più che fanno diventare terroristi persone deboli come queste.

Su la Repubblica Renzo Guolo ha analizzato ieri il fenomeno del terrorismo islamico in Europa parlando di «una profonda frattura generazionale» tra i padri e i figli che quindi si ribellerebbero un po’ alla sessantottina, verrebbe da dire, in nome di quello che loro considerano una “utopia”, continua Guolo, cioè lo Stato islamico. Questa frattura la vede anche in Italia?
C’è una frattura fra la terza e la quarta generazione di immigrati rispetto ai loro padri ma esiste anche una frattura con la loro società. Questi ragazzi non sono venuti adesso dal Medio Oriente, sono nati e cresciuti tra noi che però non siamo riusciti a creare un dialogo con loro. Ma come sta dicendo lei, questo ricorda un po’ una storia passata. Noi come italiani questa situazione la possiamo capire, perché abbiamo subìto il terrorismo nero, quello rosso, e oggi quello che chiamo terrorismo “verde”. Il concetto è lo stesso: mettersi contro la nostra società e credere che con la violenza si può cambiare il mondo. Ma loro non conoscono lafede religiosa e contestano ai genitori il fatto di non aver loro trasmesso la fede religiosa islamica. E allora hanno abbracciato questa fede come se desse loro un’ identità. Cosa molto pericolosa, di cui vediamo i risultati. Loro uccidono alla cieca. E non fanno distinzione tra musulmani e non musulmani, sono contro tutti quelli che sono diversi da loro.

Ma comunque si rifanno all’Islam, non vogliono una rivoluzione laica.
Questi ragazzi non hanno un’idea chiara, abbracciano il terrorismo verde perché è contro tutti, hanno solo il rancore contro tutti. I capi di Daesh invece sì, che hanno un progetto politico.

In questo momento nelle comunità islamiche c’è dialogo con le nuove generazioni?
Io come presidente dell’Ucoii ho cercato dal primo giorno un dialogo con i giovani ma va detto che quelli che frequentano le moschee non arrivano al 20 per cento. L’80 per cento sono cittadini italiani, addirittura non conoscono la fede religiosa, e, ripeto, i rischi purtroppo vengono soprattutto da questa fascia. Se un giovane non riconosce la sua fede religiosa e non si riconosce cittadino italiano perché ancora non abbiamo le leggi  adatte per avere la cittadinanza, – in Italia si ottiene la cittadinanza solo quando si arriva ai 18 anni – anche se si parla tanto di integrazione,  in realtà facciamo ben poco.

Si è parlato nei giorni scorsi di finanziamenti alle moschee dall’Arabia saudita. Lei cosa risponde?
Non ho preso personalmente e nemmeno come Ucoii neanche un centesimo dall’Arabia Saudita. La moschea si basa sull’autofinanziamento, e se ci sono dei donatori devono essere trasparenti.

Accordo Ue-Turchia? Uno scambio immorale

«La decisione di spostare sulla Turchia le responsabilità europee sui migranti significherebbe una messa in discussione dei valori comunitari e l’abbandono degli obblighi di legge fondamentali». È la denuncia lanciata, alla vigilia del Consiglio europeo a Bruxelles, da Oxfam insieme ad altre 18 organizzazioni internazionali che lavorano in Europa a stretto contatto con rifugiati e migranti. Una denuncia che non è stata ascoltata. Per proteggere i propri confini, i Paesi Ue hanno scambiato i diritti dei rifugiati e richiedenti asilo (per forza entrati irregolarmente) con un finanziamento alla Turchia perché se li tenga e riprenda, salvo un improbabile scambio uno a uno per coloro che sono già entro i confini. In una sorta di allargamento delle regole di Dublino, e in spregio delle controversie che queste hanno provocato nei Paesi di confine, inclusa l’Italia, tutti i migranti che entrano nella Ue (in particolare in Grecia) dalla Turchia devono essere rimandati in questo Paese, che poi selezionerà chi ha diritto a essere accolto in un Paese Ue, in una sorta di giro dell’oca perverso.

La Turchia, come un tempo la Libia di Gheddafi, viene incaricata di fare da gatekeeper, il controllore delle frontiere, per un’Unione che non riesce a mettersi d’accordo sull’accoglienza dei rifugiati e richiedenti asilo. Sotto il ricatto dei Paesi membri che minacciano di chiudere, o hanno già chiuso, le frontiere interne, e il rifiuto degli stessi, e altri, ad accettare la redistribuzione concordata prima della grande crisi dell’estate scorsa, l’Ue ha deciso di esternalizzare – contract out, si direbbe in gergo aziendale – il controllo alla Turchia, allo stesso tempo eliminando ogni distinzione tra migranti e rifugiati. Lasciando ai propri Paesi più periferici e più sottoposti alle pressioni degli uni e degli altri, la Grecia innanzitutto, ma potenzialmente anche all’Italia, la responsabilità di effettuare quelli che impropriamente vengono definiti rimpatri (impossibili), ma sono vere e proprie deportazioni in un Paese che non è il loro, non li vuole e non ha le risorse per integrarli, e presenta esso stesso alti gradi di rischiosità sul piano dei diritti di libertà e anche dei più elementari diritti civili. Ciò è in contrasto con il principio del diritto internazionale secondo cui una persona può essere rimandata nel proprio (non in un altro) Paese solo se questo non presenta rischi per la sua incolumità personale. In cambio, oltre a fondi sul cui utilizzo avrà ben poco potere di controllo, l’Ue ha promesso di accelerare le procedure per l’ammissione della Turchia nell’Unione e, di fatto, anche se non formalmente, di chiudere gli occhi sull’involuzione autoritaria del regime di Erdogan.

Anche se l’accelerazione delle procedure di ammissione e la facilitazione per l’ottenimento dei visti probabilmente sono più un gesto di facciata, che serve a Erdogan per legittimarsi agli occhi dei suoi cittadini, il suo contenuto simbolico e comunicativo, nei confronti dei cittadini europei, di quelli turchi e dei rifugiati, è chiarissimo e drammatico: per difendere i propri confini, nascondere le proprie gravi fratture interne, tra Paesi e all’interno di ciascun Paese, mantenere un po’ di coesione di facciata, l’Ue e i suoi singoli membri – inclusi quelli a tradizione democratica più consolidata, inclusa la Germania accogliente di Merkel dell’estate 2015 – sono disposti a ignorare non solo la drammatica richiesta di aiuto che proviene dai rifugiati, ma a negare loro l’applicazione dei principi fondamentali di libertà e rispetto dei diritti umani su cui si basa la democrazia. Di più, i Paesi Ue sono disposti a condannarli a rimanere indefinitamente in una sorta di limbo, in cui non avranno mai gli stessi, pur scarsi, diritti dei cittadini del Paese. Come se l’esperienza dei campi profughi palestinesi, in cui ormai si avvicendano le generazioni, non avesse insegnato nulla. Come se al timore del terrorismo si potesse rispondere con la creazione di spazi e condizioni di coltura del disagio, disperazione, malcontento. E come se ciò servisse davvero a fermare i flussi di coloro che non hanno nulla da perdere, se non la vita.


 

Questo articolo continua sul n. 13 di Left in edicola dal 26 marzo

 

SOMMARIO ACQUISTA