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Il genocidio di Karadzić

epa04766939 (FILE) A file picture dated 05 August 1993 shows Bosnian Serb leader Radovan Karadzic (R) listening to Bosnian Serb Commander Ratko Mladic during a meeting in Pale, Bosnia & Herzegovina. July 2015 marks the 20-year anniversary of the Srebrenica Massacre that saw more than 8,000 Bosniak men and boys killed by Bosnian Serb forces during the Bosnian war. EPA/STRINGER PLEASE REFER TO THIS ADVISORY NOTICE (epa04766937) FOR FULL PACKAGE TEXT

Genocidio! Fu tale, secondo il tribunale internazionale dell’Aja lo stermino di 8mila bosniaci musulmani perpetrato l’11 luglio del 1995 a Srebrenica.  Radovan Kadadzić, presidente, all’epoca dei fatti, della Repubblica serba di Bosnia, ne è stato considerato il mandante e per questo condannato a 40 anni di carcere. La corte lo ha riconosciuto colpevole di crimini contro l’umanità anche per l’assedio di Sarajevo. Giustizia è fatta? Sì, Karadzić, che ha sempre sostenuto di essersi battuto “per la pace, per prevenire la guerra e limitare le sofferenze delle persone” è sicuramente colpevole. A Srebrenica furono sistematicamente eliminati e gettati nelle fosse comuni tutti i maschi bosniaci musulmani in età per imbracciare un fucile, per lavorare, per procreare: crimine orrendo di cui lo psichiatra Karadzić è colpevole.

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epa000230886 Crowds gather at the Potocari Memorial Centre near Srebrenica on Sunday, 11 July 2004, to bury 338 recently identified Srebrenica victims and commemorate the ninth anniversary of the massacre. Thousands more still await identification. Bosnian Serb troops massacred up to 8,000 Bosnian Muslim men and  expelled more than 30,000 women, children and elderly after capturing the former eastern Muslim enclave of Srebrenica on 11 July 1995, during the 1992-1995 war in Bosnia-Herzegovina.  EPA/FEHIM DEMIR

Ma non è il solo responsabile. Ci furono colpe gravissime da tutte le parti in quella guerra. Potrei citare Naser Orić, comandante delle forze musulmane, che dall’enclave di Srebrenica tra il 1993 e il 1994 mosse attacchi infami contro  vicini villaggi serbi, programmando e attuando una vera e propria pulizia etnica. E ci furono atti di ferocia commessi da croati ai danni dei serbi e da croati insieme ai serbi, contro  bosniaci-musulmani. Nè si può tacere la responsabilità, almeno oggettiva, dell’Europa, che gioiosamente favorì lo smembramento della ex Jugoslavia, pur sapendo che i serbi sarebbero stati cacciati dalla Croazia, che croati-cattolici, bosniaci-musulmani e serbi-ortodossi si sarebbero scannati.

D’altra parte la guerra dei Balcani è  finita con l’intervento militare della “comunità internazionale” contro la Serbia e a favore dell’indipendenza del Kosovo, Paese quest’ultimo abitato in maggioranza da albanesi di religione islamica, ma che vide nascere, nei suoi monasteri, l’identità nazionale serba. E la Giustizia non è mai uguale per i vincitori e per i vinti.  Quella che condanna Karadzić a non riveder le stelle – ha 70 anni – è una giustizia giusta ma lascia  in po’ di amaro in bocca. Perché il disastro dei Balcani andava evitato e non tutti i colpevoli sono stato perseguiti con la stessa severità.   

Una delegazione è entrata a Ponte Galeria, ecco cosa ha visto

Ripubblichiamo questo articolo su gentile concessione di Cronache di ordinario razzismo, sito di informazione, approfondimento e comunicazione specificamente dedicato al fenomeno del razzismo curato da Lunaria.

I Cie vanno eliminati. Non si può riformare un luogo di distruzione della dignità umana. Vanno chiusi, perché sono lo strumento di un sistema più ampio di controllo sociale, di alienazione dell’essere umano e della sua realizzazione personale.

Quello che sono lo abbiamo detto e denunciato tante volte: luoghi dove persone che non hanno i documenti di soggiorno – o li avevano e non sono riusciti a rinnovarli, a volte per via della perdita del lavoro, altre per la conclusione di un ciclo di studi..- vengono trattenute formalmente per un tempo massimo di tre mesi, periodo in cui le istituzioni dovranno identificarle e espellerle dal territorio italiano. Il tutto in un contesto di privazione e alienazione. Raccontarlo è una cosa, viverci è un’altra.

Il Cie di Ponte Galeria è avvolto dallo sconforto. Ci entriamo mercoledì 23 marzo, con una delegazione della campagna LasciateCIEntrare. «Qua certo non si muore di fame. Ci danno il cibo. Vengono gli operatori a pulire per terra. Ci danno dei buoni da 5 euro da spendere all’interno del centro per avere le ricariche telefoniche, a chi fuma danno le sigarette. Non possiamo dire che ci trattano male: ma manca la dignità. La dignità che ti da l’essere autonomi, lavorare, badare a se stessi e agli altri». Così O., una signora russa di circa cinquant’anni, nel Cie da due settimane. Vive in Italia da anni, a Sanremo, dove lavorava per una famiglia come collaboratrice domestica. Senza documenti (e quindi anche senza contratto). «Non sono mai riuscita a rientrare nel sistema di quote», spiega. L’hanno fermata dei poliziotti in borghese e ora è nel Cie in attesa dell’espulsione. Quello che afferma O. si palesa nei movimenti lenti e ciondolanti delle donne detenute nel Cie, dal letto alla panca di metallo al cortile, dal cortile alla panca di metallo al letto. Sono i gesti di chi da un momento all’altro è stato privato della propria quotidianità e chiuso in una struttura detentiva, senza nemmeno aver capito bene cosa stia succedendo.

«Io sono venuta in Italia per sposarmi, con un visto turistico. Allo scadere del visto non avevo ancora tutte le carte necessarie per il matrimonio, e non sono riuscita a organizzarmi in tempo per rincasare. In questo periodo in Italia, ho lavorato per circa un mese con un signore, che alla fine non mi ha pagata. Sono andata alla polizia per denunciarlo.. e mi hanno portata qua. Gli ho detto che avevo avuto questi problemi, che mi stavo organizzando per prendere il volo e tornare a casa, e che me ne sarei andata a breve io. Mi hanno risposto che dovevo stare in un centro, da dove mi avrebbero rimandata a casa. Ma questo non è un centro, è un carcere. Il mio compagno si è spaventato quando è venuto a trovarmi, da Napoli, e non ci hanno nemmeno fatti incontrare». A parlare è S., una donna cubana. Anche lei sottolinea che nel Cie di Ponte Galeria«ci danno da mangiare, non ci maltrattano. Però questo è un carcere. Guarda come viviamo».

Come vivono, le persone dentro al Cie di Ponte Galeria? Saperlo non è così facile perché così come le persone non possono uscire, nessuno può entrare, almeno non liberamente. Si deve fare richiesta alla Prefettura, che deve dare l’autorizzazione, come in tutti i Cie (alcune risposte sono contenute nei dossier di LasciateCIEntrare Accogliere:la vera emergenza, e inCAStrati). E non sempre succede.

Dentro a Ponte Galeria nel primo cortile ci sono molte automobili della polizia, della guardia di finanza, dei carabinieri, anche dell’esercito. Intorno, sbarre. Si entra, e c’è il primo controllo della polizia. Intorno, uffici. Passato un corridoio con uffici a destra e sinistra, si entra – attraverso porte a scatto automatico aperte per mezzo di tessere – in un atrio circondato da sbarre. Da li, tramite una porta – composta da sbarre – si accede a due cortili, entrambi circondati da alte sbarre e totalmente vuoti, fatta eccezione per alcune panche e tavoli di metallo.

Dai cortili si entra nelle stanze e nei bagni: sconfortanti strutture di muratura. Solo i disegni e le frasi scritte dalle trattenute sulle pareti interrompono lo squallore del grigio del cemento e delle sbarre, entrambi leit motiv del Cie. “Jesus help us”, scritte in arabo, il disegno di una tigre con a fianco una scritta cinese, “Infami”, “La tranquillità è importante, ma la libertà è tutto” (una frase tratta da una canzone degli Assalti Frontali). Tra le sbarre le detenute legano lunghe corde su cui stendono gli abiti. Le stanze sono vuote: ci sono solo i letti, brandine di metallo con sopra un sottile materasso di gommapiuma, e una coperta di lana marrone, logora.

Le lenzuola non sono di cotone, ma sintetiche: sembrano di carta, esattamente come gli asciugamani contenuti nel kit che viene dato alle donne ogni 3/4 giorni, insieme a confezioni monodose di sapone. Le stesse lenzuola vengono utilizzate dalle donne per creare delle tende alle docce, prive di porte. I bagni se possibile sono ancora più squallidi delle stanze, oltre a non garantire alcun tipo di privacy e a non avere riscaldamento. Che non è assicurato nemmeno nelle stanze, provviste di un condizionatore che spesso non funziona. Le finestre sono coperte dalle lenzuola per non far entrare la luce ma soprattutto il freddo.

In questo contesto le persone stazionano anche per mesi, senza la possibilità di fare nulla, confinate in una sorta di limbo che le esclude dalla società, anche fisicamente. I Cie sorgono lontano dai centri abitati, e dagli sguardi delle persone. In effetti non si deve mostrare troppo una struttura in cui le persone vengono private della propria libertà ed espulse dal territorio nazionale contro la propria volontà, e mantenute nel frattempo in condizioni indegne, e in uno stato di totale inerzia e assistenzialismo.

Le problematiche all’interno dei Cie sono molte, e possono variare da struttura a struttura e da periodo a periodo: generalmente, si riscontra una grave carenza di mediatori, di assistenza legale e sanitaria. Le segnalazioni a proposito delle violazioni dei diritti umani all’interno dei Centri di identificazione ed espulsione sono moltissime, e non mancano i casi di suicidio. Le frequenti proteste portate avanti dai detenuti in tutte le strutture d’Italia denunciano la pesante condizione che si vive all’interno di questi centri, spesso chiusi proprio in seguito e grazie alle manifestazioni delle persone trattenute – esattamente come è successo per la parte maschile del Cie di Ponte Galeria, chiuso dopo una rivolta avvenuta lo scorso gennaio, e ad oggi fortunatamente ancora inagibile.

Ciononostante, il totale smantellamento del sistema di identificazione ed espulsione non sembra vicino. Anzi, c’è il serio pericolo che si ampli, in particolare dopo le sollecitazioni europee circa la necessità di identificare ed espellere più velocemente (per cui l’Europa chiede la rapida attivazione degli hotspot, di fatto altri centri di identificazione).

«Sono dentro da cinque mesi. Sto impazzendo. Non riesco a dormire, non mangio. Penso in continuazione. Perché sono qui? Che fine farò? Ho fatto richiesta di protezione internazionale, ho avuto il diniego e ho presentato ricorso». Sono le parole di J., una giovane donna nigeriana. «Alle mie domande nessuno mi da risposte: devo aspettare, sempre. Intanto non posso fare nulla, guarda intorno, non c’è niente! Siamo tra le sbarre, senza aver fatto niente».

Perché il Pd attacca Raggi, fortissimo

La candidata sindaco di Roma del M5s Virginia Raggi prima di entrare nella sede dell'Anac per incontrare il commissario dell'Autorita' Anticorruzione Raffaele Cantone. Roma, 21 marzo 2016. ANSA/MASSIMOPERCOSSI

La metro di Roma, la C, come nota il collega Andrea Managò è costata un miliardo e mezzo più del previsto. E non è finita. Si potrebbe ridimensionare così la polemica innescata dal Messaggero e cavalcata dal Pd contro Virginia Raggi, accusata di aver causato il crollo del titolo in borsa di Acea con due frasi dette durante un’intervista rilasciata a Sky. Ma è interessante capire perché il Pd alza così i toni.

Virginia Raggi avrebbe imprudentemente detto che lei, se mai sarà sindaco, metterebbe mano alla dirigenza Acea. Lo ha detto, Raggi, perché Acea è sì in attivo e distribuisce utile, ma – appunto – per Raggi la gestione partecipata «non rispetta l’esito del referendum del 2011». «Il Pd difende Caltagirone», può così facilmente contro-replicare. La polemica diventa un autogol, con il Pd che si scopre nuovamente sul fronte sinistro? Può essere, ma non importa, ovviamente. Così si svela la strategia con cui Roberto Giachetti intende affrontare la campagna elettorale: spaventare gli elettori delusi tentati dal votare 5 stelle.

La verginità che può avere un suo fascino in una città commissariata, passata per parentopoli e mafia capitale, deve diventare così pericolosa inesperienza. Giachetti così spera di crescere nei sondaggi, che oggi non escludono neanche il rischio di non andare al ballottaggio. Giorgia Meloni, per dire, ci spera.

Ecco che il Pd ha bisogno di trasformare le elezioni in una gara a due. Loro contro le bufale dei 5 stelle. Loro contro gli strafalcioni della Raggi. Nessuno deve notare Stefano Fassina (per ora l’alternativa a sinistra di Giachetti), nessuno deve concentrarsi su Giorgia Meloni.

Maxi processo Aemilia, un patto fra lo Stato e la ‘ndrangheta

Un patto Stato-‘ndrangheta: si apre così il processo Aemilia. Con le frasi del pentito Giuseppe Giglio, imprenditore imputato e collaboratore di giustizia da poco più di un mese. Referente nelle istituzioni, secondo la Dda, dell’organizzazione criminale riferibile alla cosca cutrese dei Grande Aracri: il consigliere comunale di Fi Giuseppe Pagliani, imputato per concorso esterno. Dichiarazioni che creano molto più scalpore dell’udienza in sé.
In un colloquio del 2012 ricostruito dagli inquirenti e messo a verbale tramite le confessioni di Giglio, il rappresentante della ‘ndrangheta emiliana (per i quali i pm hanno chiesto 20 anni) viene informato da Alfonso Diletto, per i pm uno dei capi del clan, sullo stato degli accordi: «Guarda abbiamo fatto un patto con il politico Pagliani che ci darà del lavoro in regione, provincia e comune. In cambio noi gli dobbiamo trovare dei voti e finanziamenti», oltre ad «un quieto vivere diciamo per il prefetto, perché il prefetto aveva alzato un pò un polverone» con le interdittive antimafia. «Questo – spiega Giglio – era tutto, l’accordo e il patto politico, diciamo, che c’è stato».

Accordo poi non andato in porto a causa del clamore giornalistico che la vicenda stava alzando. Ma l’interlocuzione – e l’intenzione – c’era, a Reggio, così come c’è in Emilia-Romagna.

Non a caso, c’erano il Presidente della Regione Stefano Bonaccini e diversi sindaci costituitisi parte civile, nell’aula bunker costruita ad hoc per ospitare un processo di dimensioni storiche: decine di enti, istituzioni e associazioni costituitesi parte civile, circa mille testimoni, e soprattutto 149 imputati, la metà dei quali emiliani.
Fra questi, per esempio, la famiglia dell’imprenditore Augusto Bianchini, titolare di numerosi appalti nella ricostruzione post terremoto e accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Bianchini avrebbe avuto rapporti costanti con le figure apicali della famiglia. Giglio, ne curava fatturazioni – rigorosamente false, a sua detta, come tutto il colossale giro da lui curato, usato per “oliare”. «Tangenti?», chiede il pm. «Esatto». Chi, ancora non si sa.

le famiglie di mafia in regione

Nelle carte, Giglio parla anche del sistema “familiare” (così definito) ‘ndranghetista: gli affiliati, i metodi e perfino del “battesimo” per entrarvi. Parla dei capi, come Diletto, Nicolino Sarcone, Francesco Lamanna, Antonio Gualtieri, Gaetano Blasco e Antonio Valerio, e dei “fratelli” come lo stesso Blasco, l’imprenditore intercettato il 29 maggio 2012 mentre rideva con Antonio Valerio, un altro indagato, del terremoto e sul lucro che avrebbe comportato.

Questo è solo l’inizio. Ma la rilevanza economica e politica della ‘ndrangheta, negli affari emiliani è una realtà che dev’essere ormai acquisita e che questo processo sta scoperchiando. Processo ampiamente preannunciato nelle pagine del dossier Tra la via Amilia al West, redatto dagli storici gruppi antimafia come AdEst di Bologna, lo Zuccherificio di Ravenna o il Gap di Rimini, di cui abbiamo parlato nel numero 10 di Left.

Mentre sul numero in edicola da sabato, uno sfoglio ad ampio raggio sul fenomeno mafioso e le sue diramazioni, dalla Sicilia alla Lombardia, passando per la XXI Giornata di Libera.
Le udienze riguardanti le 70 persone che hanno richiesto il rito abbreviato, si sta ancora celebrando a Bologna. La prossima udienza ordinaria di Reggio Emilia invece, sarà il 20 aprile.

Molenbeek, dove il Belgio non è più uno Stato

«La gente oggi qui a Molenbeek ha una paura fottuta. Tutti, musulmani e non. All’aeroporto, nella metro, lavorano in tanti del comune e ancora non sappiamo se ci sono vittime o feriti». Annalisa Gadaleta ci parla al telefono a poche ore dagli attentati che hanno colpito Bruxelles. Parla in fretta in un italiano perfetto, e del resto lei è una immigrata pugliese che dal 1994 vive in Belgio. Eletta per i Verdi, è assessore alla Cultura e all’Istruzione di Molenbeek, il comune di 97mila abitanti diventato famoso dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre. È proprio questo, infatti, il quartiere dove vivevano gli attentatori del Bataclan ed è sempre questo il luogo dove è stato arrestato pochi giorni fa Salah Abdeslam, il terrorista sopravvissuto. A lei, che per il suo incarico è in stretto contatto con le famiglie musulmane, chiediamo come viene vissuto questo momento dalla comunità islamica. «Tutti sono toccati: nell’essere belga, nell’essere abitante di Bruxelles e anche nell’essere musulmano. Era già successo dopo gli attentati di Parigi, ma temo che adesso sarà di nuovo la comunità musulmana a pagare il prezzo per un gesto terrorista con cui non ha niente a che fare. Il 99 per cento dei musulmani qua ne soffre, non ne può più. Si vive un dramma umano, il clima è pesante. Una mia amica musulmana è stata malissimo durante una perquisizione con un agente che puntava la pistola contro il suo bambino», ricorda Annalisa ancora turbata. Ma da parte dei musulmani c’è una reazione, una condanna? «Tutti condannano il terrorismo così come condannavano anche Salah. Questi terroristi vanno presi, messi in galera. Lo Stato si deve difendere. E io io sono la prima a dire che i network che hanno protetto Salah, che gli hanno fornito armi e documenti falsi vanno smantellati». Ma l’assessore tiene a sottolineare: «Sia ben chiaro che non è il comune o la comunità islamica ad averlo protetto, no, sono dei gruppi precisi che l’hanno fatto. E noi adesso dobbiamo coinvolgere tutti, e abbiamo bisogno dell’appoggio della comunità musulmana perché la logica non deve essere solo quella della lotta al terrorismo ma anche quella di prevenzione». […]


 

Questo articolo continua sul n. 13 di Left in edicola dal 26 marzo

 

SOMMARIO ACQUISTA

 

Bruxelles, le moschee pagate dall’Arabia Saudita e la diffusione del wahabismo in Europa

La storia dell’influenza dell’islamismo salafita in Europa un giorno andrà fatta. È una storia legata a doppio filo al commercio internazionale di petrolio e riguarda tempi lontani in cui la costruzione di moschee e centri islamici non spaventava nessuno. Prima del terrorismo religioso e prima persino delle paure anti-immigrati che lo hanno preceduto di qualche anno. E risale alla creazione del regno, con uno scatto dopo la crisi petrolifera del 1973, quando la Muslim World League di ispirazione saudita ha aperto uffici e cominciato a finanziare la nascita di moschee in ogni angolo del mondo e la edizione più diffusa del Corano, stampata in milioni di copie, è diventata quella approvata dai religiosi wahabiti di stanza in Arabia Saudita.

L’independent ci ricorda oggi la storia della grande moschea di Bruxelles, una scelta risalente al 1967: si decise di restaurare un 800esco padiglione orientaleggiante un po’ in rovina. In cambio di un contratto petrolifero con l’Arabia Saudita il re del Belgio acconsentì a concederlo in affitto per 99 anni e a farlo gestire da religiosi sauditi. Il costo ricadeva su Riad. La nascita della Grande moschea contribuì, scrive il quotidiano britannico, a cambiare la cultura religiosa di una parte della comunità islamica del Belgio, cresciuta a dismisura negli anni 60 e 70 a causa di una forte immigrazione maghrebina incoraggiata da Bruxelles per riempire le fabbriche del Paese. Il fatto è che la forma prevalente di religiosità in Maghreb era ed è meno tradizionalista e fondamentalista del salafismo insegnato dai clerici sauditi. La loro presenza in Belgio ha plasmato il modo di concepire la religione di qualcuno.

Nei giorni scorsi il reggente della Grande Moschea di Bruxelles, il saudita Jamal Saleh Momenah, è stato più volte intervistato dai media ed ha più volte dichiarato che no, i reclutatori e propagandisti dell’Isis nel suo luogo di culto non entrano. Possibile e probabile. Anche Riad negli ultimi mesi ha scelto di provare a fermare l’influenza potenzialmente pericolosa anche per casa Saud. E comunque nessun imam di moschea centrale può permettersi di ospitare reclutatori di terroristi che di certo i servizi di intelligence locali un occhio sui grandi centri islamici lo tengono. Nel 2012 il reggente dela moschea Khalid Alabri venne rimosso dopo che il governo belga aveva protestato per i suoi sermoni anti-occidente e antisemiti.

Il tema no è quindi un collegamento lineare e diretto tra terrorismo e Paesi del Golfo (anche Qatar ed Emirati sono molto generosi), ma, appunto, la diffusione finanziata a suon di petrodollari, di un certo tipo di islam nelle moschee europee e del mondo.

A dicembre scorso il leader dei socialdemocratici tedeschi e vice-cancelliere Sigmar Gabriel ha criticato Riad dichiarando: il tempo di guardare da un’altra parte è finito, le moschee wahabite vengono finanziate in ogni angolo del mondo dai sauditi e in Germania molti individui pericolosi escono proprio da queste comunità». La dichiarazione veniva in seguito a un rapporto interno che sosteneva che la politica estera di Riad – che passa anche dal finanziamento delle moschee, perché è soprattutto volta all’influenza regionale – si è fatta più aggressiva anche in questa direzione. Per qualche tempo è circolata la voce – smentita dai sauditi – che l’Arabia volesse finanziare la costruzione di 200 moschee per i nuovi arrivati in Europa.

Nei mesi scorsi l’Austria ha approvato una legge che viete il finanziamento della costruzione di moschee da parte di stranieri. Il ministro degli Esteri e dell’integrazione, il giovanissimo conservatore Sebastian Kurz, ha sostenuto che la legge non è punitiva perché in realtà aggiorna una legge asburgica, riconoscendo lo status ufficiale di religione, le tombe islamiche e le feste religiose come vacanze e nega solo il finanziamento. Rispondendo al premier turco Erdogan, Kurz ha detto: basta imam pagati dal governo turco (che evidentemente gareggia con Riad in alcuni Paesi centro europei).

Il governo norvegese, a sua volta, ha negato il finanziamento di una mosche a Tromsø: non accettiamo la costruzione di moschee da parte di un Paese dove non c’è libertà religiosa, hanno detto le autorità di Oslo.

Un vecchio articolo del 2001 di un settimanale vicino a casa Saud dettagliava gli sforzi sauditi in termini economici: Riad ha speso miliardi di dollari per finanziare centinaia di scuole, 1500 moschee, 210 centri islamici. Un dispaccio diffuso da Wikileaks ci racconta di come la propaganda in Pakistan finanziata da Emirati Arabi e Sauditi sia volta a ridurre l’influenza dei clerici sufi e a diffondere il wahabismo. Come altrove, i quartieri e i Paesi poveri sono oggetto di finanziamento: le madrasse e le moschee sono anche centri di servizi che abbinano sostegno e lavoro sociale al proselitismo.

L’influenza passa anche per vie indirette, come la creazione di un fondo da 50 milioni di euro investiti dal Qatar nelle banlieue parigine per creare imprese.

Tutto questo lavorìo per influenzare le popolazioni musulmane d’Occidente, d’Asia e d’Africa non è volto necessariamente a finanziare il terrorismo, sebbene i legami tra Isis, talebani, al Qaeda e almeno qualche importante famiglia regnante del Golfo siano stati apertamente nominati anche da Hillary Clinton ai tempi in cui era Segretario di Stato. Il tema è più generale: per contrastare lo sciismo e altre forme sunnite di islam, i regnanti sauditi hanno speso miliardi di dollari, alla maniera dei sovietici e degli americani che si facevano guerra culturale e fredda a partire dal 1948, per diffondere la loro versione del Corano. Una conseguenza è stata – assieme a molte altre cause complicate e generate in Occidente – la diffusione di una religiosità più conservatrice e assoluta di quanto non fosse prima nelle comunità islamiche in Europa e negli Stati Uniti. Questo regalo lo dobbiamo ai Sauditi e agli altri staterelli del Golfo.

Bruxelles: parole, parole, parole

epa05228235 Paper butterflies are stuck on a wall alongside messages as people gather to pay tribute to the victims of multiple terrorist attacks accross Brussels on 22 March, at Place de la Bourse, Brussels, Belgium, 23 March 2016. Security services are on high alert following two explosions in the departure hall of Zaventem Airport and one at Maelbeek Metro station in Brussels. At least 31 people died and hundreds more were injured in the attacks which Islamic State (IS) has since claimed responsibility for. EPA/YOAN VALAT

Valanghe di parole sui morti ammazzati. Se si potessero seppellire con la retorica i morti di Bruxelles sarebbero almeno dieci metri sotto terra. Politici da Vespa, politici durante la giornata televisiva, pareri sparati a cazzo, esperti dell’ultima ora, salvini che salvinano in ogni dove.

Ogni volta che scoppia un attentato la televisione nostrana si riempie di esperti. Ieri sera da Vespa il direttore (sigh) della Stampa Molinari ci ha addirittura detto che il tassista di Bruxelles avrebbe dovuto “avvisare al primo semaforo un vigile urbano” per sventare l’attentato. Feltri (sempre più infeltrito da se stesso) ha compiuto un’analisi antropologica sugli “islamici moderati” (che suona un po’ come gli “italiani poco mafiosi”) arrivando alla conclusione che sono troppo moderati, gli islamici moderati. Ecco.

Hanno sezionato le schegge delle bombe: ne hanno raccontato il profilo, la sostanza, i rimbalzi e le ferite nella pelle delle vittime. La necrofilia è l’ingrediente principe del menu quotidiano, centellinato come se fosse un prezioso beveraggio, un accompagnamento nobile e una spezia indispensabile per dare gusto.

Così oggi, in tivù è stata la giornata delle parole vomitate mentre nessuno ha trovato il tempo di spiegare che il reato di terrorismo, ad esempio, non è omogeneo nel resto d’Europa. Abbiamo una federazione di stati che non riesce nemmeno a mettersi d’accordo sul codice penale. Ma finge di continuo di volerlo fare.

Nel giorno dopo del terrorismo il proscenio è tutto dei bigotti. Bigotti di ogni specie che partono da direzioni opposte per ritrovarsi tutti nella Piazza del Populismo. Parole sprecate, menti soffritte, giudizi banalissimi e intorno tutto un Paese che crede senza giudizio.

Brutta cosa il giorno dopo al terrorismo. Qui da noi.

Buon giovedì.

Attentano alle nostre vite, ma possono poco contro un belga testone

Conoscerli per combatterli. Ibrahim El Bakaoui è uno dei tre uomini che avete visto in foto sui giornali mentre spingono altrettanti carrelli carichi di esplosivo nella hall delle partenze dell’aeroporto.

Ibrahim, prima di farsi esplodere, aveva lasciato un messaggio vocale in un sacco della spazzatura. “Mai come Salah”, diceva. L’onta del “martire” designato, Salah appunto, che il 13 novembre a Parigi ha avuto paura del nulla, si è tolto la cintura esplosiva e ha scelto di vivere è la colpa disonorevole che gli attentatori -e i loro mandanti- dovevano a qualunque costo cancellare.

“Non so più che fare (che altro fare)” avrebbe detto anche questo, nel suo ultimo messaggio, Ibrahim. Dopo una vita senza futuro. Condannato nel 2011 a nove anni di prigione, per una rapina a mano armata finita male, in cerca di una nuova vita si era convertito finendo nella setta Is. Il viaggio iniziatico nel paese della Daesh, la decisione finale di ammazzarsi ammazzando.

Il fratello Khalid non era con lui nella foto. Si sarebbe fatto saltare poco dopo nella metropolitana. Gli altri due dell’aeroporto, non sono ancora stati identificati. Uno sarebbe forse l’altro kamikaze dell’aeroporto, il terzo ancora in fuga. Però la polizia è entrata nel “covo” dei fratelli El Bakroui e ha trovato 15 chili di esplosivo, 150 litri di acetone, 30 di acqua ossigenata, detonatori. Una bomba che avrebbe fatto chissà quante altre vittime. Ma che non è arrivata a destinazione.

E questa è una storia davvero belga, come nelle barzellette sui belgi o in una bande dessinée belga. I terroristi avevano chiesto un pulmino capiente, quella mattina per poter svolgere il loro lavoro di morte. La centralinista del servizio taxi, però, non aveva capito. Così si vedono arrivare sotto casa una utilitaria. La morte ha fretta e loro cercano di convincere il tassista a caricarsi tutte e tre le valigie bomba. Ma un tassista belga è un belga al cubo: niente da fare, la terza, la più grossa rientra nel covo.

Intanto il belga alla guida si fissa bene in mente quelle facce, quelli che lo volevano convincere a fare una cosa che non voleva fare. E che alla fine non aveva fatto. Subito dopo il macello all’aeroporto e nella metropolitana, li riconosce nelle fotografie diffuse in televisione: chiama la polizia e la porta nel covo.

Sono fatti così. Attentano alle nostre vite ma possono poco contro un belga testone.

Brasile in piazza con e contro Lula. Che succede a San Paolo? Intervista a Breno Altman

Il 18 marzo più di un milione di persone hanno manifestato, nelle principali città del Brasile, contro l’impeachment e per dare solidarietà a Lula. La concentrazione maggiore si è registrata a San Paolo, dove 200mila persone hanno sfilato nella principale via della città. La società brasiliana appare nettamente divisa: la destra compie l’impresa e riunisce la classe media, specialmente i suoi strati più elevati, mentre la sinistra conserva i suoi militanti e può contare ancora su settori importanti della classe lavoratrice. Ne parliamo con Breno Altman, giornalista brasiliano e direttore di OperaMundi.

Breno
Breno Altman

Direttore, abbiamo visto piazza contro Lula e in piazza per Lula. Da che parte sta il Brasile?

Finora, nelle piazze vincono le forze conservatrici, anche se le sue fila sono meno organizzate e più dipendenti dai mass media, che fungono da vero e proprio partito di opposizione al governo petista. In particolare le Organizações Globo, uno dei maggiori monopoli di informazione del mondo. Il settore progressista, anche se minoritario nello scenario attuale, ha una maggiore capacità di mobilitazione permanente e lotta per attirare nella disputa politica i settori più poveri urbani e rurali, ovvero i principali beneficiari di quel processo di mutazione iniziato nel 2003. Di fatto, questo settore, con un reddito fino a cinque salari minimi (circa un migliaio di euro), è ancora il grande assente nel conflitto in corso, pur avendo votato per il Pt in tutte le ultime elezioni presidenziali a partire dal 2002.

Perché chi ha votato il partito di Lula e Dilma adesso non va in piazza a difenderli?

Questa assenza si spiega, almeno in parte, con la svolta liberale attuata da Dilma dopo la rielezione del 2014, con l’adozione di una politica economica che ha tagliato la spesa pubblica, limitato i diritti sociali ed elevato fortemente i tassi di interesse, spingendo il Paese verso la recessione e un aumento della disoccupazione. Senza un cambiamento di questa politica economica, difesa dal Pt e Lula, sarà molto difficile attirare a sé la maggioranza degli strati popolari per allinearli contro il colpo di Stato in corso.

Lula parla di attacco politico. Chi lo attacca? ci sono già politici candidati alle presidenziali 2018?

C’è una alleanza tripartitica che sta attaccando il petismo: l’opposizione di destra, i monopoli della comunicazione e frazioni dell’apparato repressivo dello Stato (incorporati nella Polizia giudiziaria, nel pubblico ministero e nella Polizia federale). In apparenza non esiste una direzione centrale del movimento antipetista, ma è chiaro che il cuore di questa escalation risiede nel ruolo svolto dalla stampa conservatrice, che da risalto tanto ai partiti dell’opposizione quanto a giudici, procuratori e agenti di polizia impegnati in presunte investigazioni in casi di corruzione che riguardano il governo o l’ex presidente Lula. Oltre al rovesciamento del governo, attraverso l’impeachment (la sinistra non raggiunge più di 120 membri su 513, se si votasse senza l’appoggio dei parlamentari centristi e del Pmdb e altri piccoli partiti) risulta evidente l’intenzione di criminalizzare Lula impedendogi di partecipare alle elezioni del 2018.

sergio-moro23
il pm Sergio Fernando Moro

Chi sono i giudici e i pm di cui parli?

Il giudice dell’Operazione Lava Jato, Sergio Fernando Moro, si ispira al magistrato italiano Antonio Di Pietro e ha con lui un’identità politico-ideologica somigliante: cattolico e di centro destra, nel corso delle indagini, adulato dalla stampa e dall’opinione pubblica conservatrice, è andato adottando sempre più un profilo antipetista. Attualmente è presentato come il grande eroe delle classi più reazionarie che manifestano nelle strade per rovesciare il governo di Dilma e criminalizzare il Pt. E, poco a poco, adotta misure che i suoi pari considerano abusi legali e costituzionali. Una di queste è stata la conduzione forzata dell’ex presidente Lula per la testimonianza senza che avesse prima ricevuto una qualche conovocazione per deporre volontariamente, come prevedono invece le norme giuridiche brasiliane. Un’altra è stata quella di divulgare le intercettazioni telefoniche dell’ex presidente, incluse le conversazioni con l’attuale capo di Stato, quando già era definita la nomina di Lula al ministero, cosa che da sola potrebbe bastare per finire sul tavolo della Corte Suprema. Moro rappresenta una corrente di “giustizializzazione” della politica molto attiva in Brasile, che in ultima istanza cerca di trasferire il comando dello Stato ai pubblici ministeri e al potere giudiziario, che iniziano a interferire, deliberare e legiferare su tutti gli aspetti della cosa pubblica.

Scandali e inchieste a parte, come vanno le cose in Brasile?

Il Brasile è in recessione dal terzo trimestre del 2014. Lo scorso anno, il Pil è diminuito del 3,8%. E altrettanto è previsto nel 2016. Anche il 2017 potrebbe essere un anno compromesso in questo senso. La disoccupazione ha raggiunto il 9% alla fine del 2015, con un aumento del 41% del numero di persone senza un’occupazione fissa. Anche il salario reale è stato ridotto, del 2%, dopo dieci anni di continua crescita.

Cosa è cambiato a tal punto da determinare un tale disastro?

Dietro questi numeri ci sono diverse ragioni. Una di queste è il rallentamento dell’economia mondiale, con l’abbassamento dei prezzi delle merci, fonte principale delle esportazioni brasiliane. Ma la più importante delle ragioni è stata l’insieme delle politiche, moderatamente adottate dal 2011 e radicalizzate a partire dal 2015, per ampliare il ruolo degli investimenti privati e combattere l’inflazione. Le misure più importanti in questo senso sono state l’aiumento dei tassi di interesse e la riduzione sia della spesa che dell’investimento pubblico, paralizzando l’economia e limitando il mercato interno, invece di aumentare la tassa progressiva sul consumo dei più ricchi e incoraggiare i consumi delle famiglie. Questa politica economica è imparentata con l’austerità europea, ma esacerbata dalla crescita brutale dei trasferimenti delle risorse di Stato alle grandi corporazioni. Una politica che confonde e restringe la base di appoggio del governo petista. Da questa fragilità trae origine la crisi politica che sta attanagliando il Brasile. Poiché ha permesso l’accelerazione dell’offensiva conservatrice, resa in grado di mobilitare la classe media e favorita dalla relativa neutralizzazione dei lavoratori.

Varoufakis a Roma per presentare DiEM25. La diretta streaming

diem25

Oggi a Roma la presentazione del nuovo movimento fondato da Yanis Varoufakis. Qui sotto potete seguire la diretta a partire dalle 19.00.

Per quanto, a livello globale, manifestino preoccupazione verso questioni come l’immigrazione e il terrorismo, le potenze hanno un solo vero spauracchio: la Democrazia!
Si autoproclamano paladini della democrazia ma solo per negarla, esorcizzarla e sopprimerla nella pratica. Quello che un tempo fu il governo dei popoli europei, il governo della demos, oggi è il loro incubo.
L’Unione Europea avrebbe potuto essere la tedofora della democrazia, dimostrando al mondo come la pace e la solidarietà possono essere strappate dalle fauci dei fanatismi e dei conflitti secolari. Disgraziatamente una burocrazia e una moneta comune dividono i popoli europei che iniziavano a sentirsi uniti malgrado la diversità delle nostre lingue e delle nostre culture diverse.
In seno al collasso dell’UE si cela un inganno illegittimo: un processo decisionale, fortemente politico, opaco e imposto dall’alto viene presentato come “apolitico”, “tecnico”, “procedurale” e “neutrale”. L’obiettivo è impedire agli europei di detenere il controllo democratico su denaro, finanza, condizioni lavorative e ambiente.
Il prezzo di questo inganno non coincide solo con la fine della democrazia ma anche con politiche economiche insufficienti. […]
Ci deve essere qualche altro percorso praticabile. E, infatti, c’è! «L’Europa sarà democratizzata, o si disintegrerà!».
C’è una citazione di Edmund Burke che si adatta perfettamente all’Europa di oggi: «la sola cosa necessaria perchè il male trionfi è che le brave persone non facciano nulla». Così i democratici impegnati devono decidersi ad agire per tutta Europa. È per richiamare questo impulso, che ci stiamo riunendo per fondare un movimento, il DiEM25.Veniamo da ogni parte d’Europa e siamo uniti da diverse culture, lingue, accenti, affiliazioni politiche, ideologie, colori della pelle, identità di genere, credi e idee per una società migliore. […] E la parola chiave di questo movimento è: democratizzare l’Europa.

Dal manifesto del DiEM, Movimento per le Democrazia in Europa