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Il Q&A con Yanis Varoufakis in attesa di DiEM25 questa sera a Roma

In diretta dall’incontro della mattinata organizzato da DiEM25 delle brevi schede grafiche con domande e risposte su Europa, democrazia, Grecia, economia e crisi in Nord Africa.

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(infografiche realizzate da Giorgia Furlan)

«Portare il caos ovunque», il manuale di strategia dei terroristi e la strage di Bruxelles

Se c’è un aspetto che spaventa nelle stragi di Bruxelles e prima in quella di Parigi e di San Bernardino, è la capacità di alcune idee di arrivare a distanza, parlare a chi non è stato coinvolto nella guerra in Iraq, né ha parenti che vivono sotto le bombe di Assad delle potenze che bombardano in Siria. La forza dell’Isis è quella di costruire un luogo geografico del conflitto militare, un fronte per il quale partire, l’idea di uno Stato islamico che amministra ed è la realizzazione di una profezia – il regno di dio in terra – e, al contempo, la possibilità di consegnare una missione a chi sceglie il Califfato ma vive a migliaia di chilometri di distanza.

Con un messaggio efficace e un’ottima organizzazione della propaganda in rete, la macchina di al Baghdadi è riuscita ad arruolare migliaia di foreign fighters occidentali (in Afghanistan erano uzbeki, mediorientali, arabi) e, grazie a questi, a seminare la paura in occidente. Una paura così, per quanto sia possibile misurarla, non c’era stata dopo l’11 settembre, non dopo le bombe di Madrid e neppure dopo quelle di Londra.

Gli attentati in serie, e gli episodi minori come le coltellate nella metropolitana di Londra costringono a tornare a interrogarsi sulla natura del Califfato e dei suoi seguaci in Occidente – foreign fighters di ritorno dalla Siria o a questi legati, come a Bruxelles e lupi solitari che siano. A che gioco sta giocando Daesh e come mai il suo messaggio produce tanti coscritti volontari nelle capitali d’Europa? E perché la risposta bellicista ed emergenziale del presidente Hollande e quella dell’opinione pubblica francese che ha votato in massa il Front National sono esattamente quello che gli strateghi del Califfato cercavano?

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Il frontespizio di Management of savagery

Per rispondere a queste domande sarà utile tornare a leggere Idarat at Tawahoush, un manuale di strategia politico-militare il cui titolo possiamo tradurre in La gestione della ferocia (o della barbarie). Disponibile online dal 2004 – e tradotto qui in inglese da William McCants, un analista di Brookings Institution – il volume è firmato dallo sconosciuto Abu Bakr Naji, nome che ricompare solo su qualche articolo di Inspire, il magazine online di al Qaeda in Arabia Saudita, ed è una guida pratica alla realizzazione pratica della feroce utopia apocalittica professata da Daesh.

Le 250 pagine saccheggiano a piene mani da teorici e pratiche occidentali: tra gli autori citati c’è, nel prologo, lo storico Paul Kennedy, che scrisse della crescita eccessiva degli imperi come causa della loro implosione (gli Stati Uniti sarebbero in questa fase, secondo Abu Bakr Naji ). Il testo più menzionato è invece The war of the flea, un classico sulle tattiche della guerriglia scritto da Paul Taber nel 1965. Il libro di Taber comincia così :«La guerriglia combatte la guerra della pulce, mentre il suo nemico militare subisce gli svantaggi del cane: troppo territorio da difendere; troppo piccolo, onnipresente e agile il nemico con il quale ha a che fare».

Leggendo La gestione della barbarie e confrontando il testo con gli accadimenti delle ultime settimane sembra di ritrovare la messa in pratica della strategia contenuta nel volume. Una strategia che ha funzionato in due modi diversi: per la costruzione e consolidamento del Califfato nel caos iracheno-siriano e come arma di propaganda e reclutamento in Occidente. E che prevede la violenza brutale e la sua diffusione online come strumento per diffondere paura e trovare nuovi seguaci. Le decapitazioni e le esecuzioni di massa, non sono il frutto della violenza sanguinaria di un gruppo di selvaggi, ma parte di un disegno di propaganda moderna. E l’autore non è un chierico che commenta il Corano, ma uno che legge in inglese e sa come va il mondo. Del resto i documenti pubblicati da The Guardian la scorsa settimana, che illustrano i piani per il consolidamento del Califfato, il suo farsi entità statuale compiuta, sono un ulteriore segnale di questa capacità di pensiero strategico e pianificazione.

Partiamo dal Califfato ricordando come a metà anni Duemila la strategia globale di al Qaeda e la sua rete sono in seria difficoltà. I vuoti di potere in Iraq e altrove vanno incoraggiati e creati perché sono lo spazio dove insinuarsi per riportare l’ordine – dice in sintesi Abu Bakr Naji – Per questo è utile colpire gli interessi economici degli Stati deboli (turismo, petrolio) in maniera da portare eserciti e polizie a difendere quei luoghi e lasciarne incustoditi altri – vengono in mente la notte di Parigi e le bombe allo Stade de France, così come alcuni omicidi mirati in Yemen. Negli spazi occupati occorrerà usare la violenza per generare terrore nelle popolazioni che abitano i territori del Califfato e perché in quegli spazi vuoti si sarà in competizione con altri gruppi jihadisti e con le mafie. Con questi gruppi criminali occorrerà fare alleanze o sconfiggerli militarmente, si legge ancora nel volume.

Anche queste scelte sono state fatte: il commercio di armi e petrolio, il traffico di opere d’arte non si fanno senza alleanze con le mafie. E legami – stavolta militari – fatte con le tribù sunnite vessate dal governo iracheno guidato dal filo-iraniano al Maliki fino al 2014 e con gli ex baathisti legati a Saddam Hussein sono una costante. In questo, come sull’uso di alcune forme di violenza contro i nemici inermi, Daesh ha molto poco della purezza dottrinaria della al Qaeda di Osama bin Laden e somiglia semmai alla rete irachena di al Zarqawi, fatta di combattenti cresciuti dopo il devastante assedio di Falluja, in un ambiente di guerra, passati per le carceri irachene e sottoposti alle torture ad Abu Ghraib o alle immagini di queste. Daesh e i suoi strateghi si nutrono del contesto nel quale sono cresciuti: l’Iraq di Saddam, la Siria di Assad e poi le violenze delle milizie sciite divenute esercito iracheno sui sunniti. Colpire a Beirut significa vendicarsi ma anche alimentare lo scontro inter-confessionale con gli sciiti, scontro cruciale per mobilitare la umma in Iraq.

L’uso della violenza viene teorizzato anche come strumento per creare spaccature nelle società, fare in modo che tutti e ciascuno entrino in guerra, con o contro gli eserciti che combattono dalla parte giusta, non va lasciato spazio al dialogo, né alla neutralità.

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isis_0Leggi anche “Nella testa del foreign fighter”, l’intervista a Scott Atran 

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Altro punto in cui la strategia proposta da La gestione della barbarie e la realtà si incrociano è dove si legge che occorre far pagare ai nemici le conseguenze delle loro azioni: gli attentati di Parigi, Beirut e l’abbattimento dell’aereo russo sono esattamente questo. Azione e reazione brutale, che serva a spaventare i nemici, ma anche a farli reagire, magari inviando truppe in Siria. Non c’è da temere per queste, la gestione della barbarie passa anche per sconfitte militari che contribuiscano a indebolire gli imperi nel lungo periodo e a coinvolgere un numero crescente di musulmani d’Occidente: «Diversificare e amplificare le vessazioni contro il nemico crociato-sionista dentro e fuori il mondo islamico per disperdere i suoi sforzi».

E qui veniamo alla presa sui foreign fighters. Le attività vanno pensate anche per «motivare folle di persone e portarle a combattere nelle regioni che governiamo. I giovani in special modo» che questi sono naturalmente propensi alla rivolta. Specie quelli cresciuti nelle periferie urbane delle metropoli del Nord Europa, verrebbe da dire, che, come ha scritto l’antropologo Scott Atran, che ha condotto decine di interviste tra estremisti occidentali e foreign fighters catturati, «La maggior parte di queste persone sono “rinati nel jihad”» non attraverso l’avvicinamento da parte di reclutatori o familiari, ma per percorsi individuali o con amici «Molti di questi giovani non si identificano con il loro Paese e neppure con quello di provenienza dei genitori. Ogni altra identità che posseggono è debole (…) Per chi ha faticato a darsi una ragione di vivere l’ISIS è una causa eccitante che promette gloria e stima presso gli amici e un rispetto e ricordo eterni (…) Non si tratta di assumere l’identità del musulmano devoto, ma di diventare un mujahid, un combattente, fare un salto rapido e immediato che cambia la vita e le fornisce senso attraverso il sacrificio». L’idea di partecipare alla costruzione di un’utopia e al compimento di profezie attraverso la rivolta contro il sistema non è male come risposta a una crisi di identità.

Ricapitolando: farla pagare al nemico, polarizzare le società e chiamare ogni fazione alla guerra, usare la violenza per terrorizzare e far crescere la paura. Ora, ripensate alle settimane passate e chiedetevi se questo libro del 2004 non sia incredibilmente attuale. E se una parte consistente dei gruppi dirigenti occidentali – Hollande in testa – non stiano facendo esattamente quel che Daesh cerca.

Bruxelles, identificati gli attentatori e il terzo uomo. Quel che sappiamo fino ad ora

Un vagone della metro sventrato da un'esplosione nella stazione Maelbeek in una immagine ripresa da un autista e pubblicata sul profilo Twitter da Stib, la società di trasporti belga, 22 marzo 2016. TWITTER +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO? ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L?AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

Alle 8 del mattino due bombe sono state fatte esplodere presso l’aeroporto di Zaventem, uccidendo 14 persone e ferendone più di 100. Una terza bomba non è esplosa.
Alle 9 un secondo attacco ha colpito la stazione della metropolitana nel quartiere di Bruxelles di Maelbeek, che ospita gli edifici dell’Unione europea, la Commissione e il quartier generale della Nato. Circa 20 persone sono state uccise e anche qui i feriti sono più di 100. Il trasporto pubblico è andato in tilt e ha ripreso a funzionare solo nel tardo pomeriggio.
Poco dopo le esplosioni è partita la caccia all’uomo sulla base delle immagini riprese dalle telecamere a circuito chiuso dell’aeroporto. Nelle immagini si vede un terzetto che spinge carrelli carichi di sacchi. Due degli uomini indossano un guanto, che gli investigatori ritengono siano indossati per occultare i detonatori.

Nel pomeriggio è arrivata una rivendicazione dell’Isis, che minaccia attacchi contro tutti gli Stati che partecipano a quella che i terroristi definiscono crociata.

Il procuratore federale belga, Frédéric Van Leeuw, ha annunciato che i due uomini con i guanti sono kamikaze. Si tratta probabilmente due fratelli Khalid e Brahim el-Bakraoui, già noti alle autorità di polizia, uno di loro aveva affittato sotto falso nome l’appartamento dove la polizia ha fatto irruzione e ucciso un uomo qualche giorno fa.

Le foto di Khalid e Ibrahim El Bakraoui pubblicate sul sito del quotidiano belga 'Dernier Heure'. 16 marzo 2016. +++ ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++
Le foto di Khalid e Ibrahim El Bakraoui pubblicate sul sito del quotidiano belga ‘Dernier Heure’.

Il terzo uomo, che indossa una giacca, camicia di colore chiaro, occhiali e un cappello nero è stato arrestato dopo una caccia all’uomo, si tratta di Najim Laachraoui, considerato l’artificiere di Parigi e identificato due giorni fa. Il suo Dna era stato ritrovato sulle cinture esplosive utilizzate al Bataclan e allo Stade de france, il 13 novembre scorso.

Le ricerche sono in corso nel nord della capitale, nei distretti di Jette e Schaerbeek. Un ordigno esplosivo, prodotti chimici e una bandiera nera dello Stato islamico sono stati trovati in un appartamento a Schaerbeek.
Gli attacchi arrivano appena quattro giorni dopo la cattura di Salah Abdeslam, unico superstite degli attacchi di Parigi del novembre 2015, in cui 130 persone sono state uccise. Abdeslam è stato fermato in un appartamento a Bruxelles ed è in attesa di essere estradato in Francia.

La foto di uno dei tre sospetti terroristi, ripresi dalle telecamere dello scalo di Bruxelles, pubblicata dalla polizia belga sui propri profili ufficiali, Brussels, 22 marzo 2016. Nella foto l'uomo spinge un carrello-bagagli con sopra un borsone nero. Porta degli occhiali, è vestito con una camicia chiara e una giacca chiara e un cappello scuto calato sulla testa. ANSA/TWITTER/FEDERALE POLITIE ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

Il ministro degli interni belga Jambon detto che le autorità sapevano che un qualche tipo di atto estremista era in preparazione in Europa, ma che sono stati sorpresi dalla scala degli attacchi.  Jambon detto che “avevamo avuto informazioni su potenziali atacchi, sapevamo che c’erano movimenti in diversi Paesi europei Ein Francia, in Germania, qui”.

La Consulta e il governo Renzi ribadiscono il divieto di donare embrioni alla ricerca

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La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità sollevata sul divieto di donare alla ricerca gli embrioni previsto nella legge 40 sulla fecondazione assistita, «perché la scelta spetta al legislatore, non alla Corte». In Italia, diversamente dalla gran parte dei Paesi europei, è proibito donare alla ricerca embrioni non più destinati ad essere impiantati. Questo anti scientifico divieto entrò in vigore nel 2004 con la Legge 40.

Da allora è proibito destinare gli embrioni crioconservati alla ricerca, anche se a chiederlo è la coppia che li ha prodotti. Ed è vietato produrne di nuovi per fare ricerca anche se sarebbe indispensabile per trovare terapie per malattie genetiche e degenerative oggi incurabili. Ma, come noto, non senza ipocrisia la legge 40 consente di fare ricerca su linee cellulari importate dall’estero. Il caso che è arrivato fino alla Consulta è quello di una coppia che, avendo fatto ricorso a tecniche di fecondazione assistita, aveva visto naufragare la propria speranza di poter avere un figlio sano poiché tutti gli embrioni prodotti in vitro erano risultati malati. Anche la speranza di poterli donare alla ricerca è fallita di fronte al divieto imposto dalla Legge 40.

Per tanto la coppia decise di rivolgersi al tribunale di Firenze, assistita dall’avvocato Gianni Baldini, docente di bioetica all’Università di Firenze. Il Tribunale ha poi rinviato gli atti alla Consulta, chiamandola a pronunciarsi sul fatto che il divieto possa essere in contrasto con la Costituzione e la Convenzione di Oviedo sulle biotecnologie. Gli avvocati della coppia, Gianni Baldini, Filomena Gallo, Massimo Clara e Cinzia Ammirati presentarono un’istanza per chiedere che fosse valutata la possibilità di raccogliere i pareri di alcuni scienziati qualificati. Ma dopo il parere negativo dell’Avvocatura di Stato oggi è arrivato il no della Corte Costituzionale.

«Dopo la decisione odierna della Corte Costituzionale e la presa di posizione da parte del Governo Renzi, non resta che la strada del Parlamento e delle Corti internazionali per rimuovere il divieto di ricerca su embrioni non idonei per una gravidanza» scrive l’avvocato Filomena Gallo in una nota dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca. «Si è oggi persa una importante occasione per porre fine a quella politica dissennata che, dal 2004, blocca la ricerca e lascia soli i ricercatori e le persone affette da malattie incurabili. Particolarmente grave è stato il ruolo del Presidente del Consiglio Renzi, che nei giorni precedenti aveva reso noto l’orientamento di questo Governo di opporsi al ricorso e di impedire -con successo- l’audizione degli scienziati da parte dei giudici».

Il segretario dell’Associazione Coscioni Filomena Gallo e il tesoriere Marco Cappato annunciano di voler continuare la battaglia .«Non ci arrendiamo e porteremo avanti in ogni sede la lotta che fu di Luca Coscioni. Da subito, lanciamo la petizione al Parlamento italiano come forma di prosecuzione di una mobilitazione del mondo scientifico e della società civile che è già senza precedenti. Porteremo in Parlamento le richieste dei malati e della scienza e sosterremo tutte le azioni legali possibili dinanzi alle giurisdizioni internazionali per richiamare l’Italia all’obbligo del rispetto della libertà di ricerca scientifica e dei diritti delle persone malate».

Già nelle settimane scorse la petizione a sostegno della ricerca sulle staminali embrionali l’associazione Luca Coscioni aveva già raccolto la firma di seicento scienziati da ogni parte del mondo. Tra loro, la senatrice a vita Elena Cattaneo, nella sua veste di docente e direttore del Centro di ricerca sulle cellule staminali della Statale di Milano, e Michele De Luca, direttore del Centro di medicina rigenerativa “Stefano Ferrari” dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Oltre a Michele Testa (Università di Milano), Vania Broccoli (Cnr), Giulio Cossu (Università di Manchester) e Giuseppe Remuzzi (Irccs).

Una generazione di mutilati

I corpi senza vita (Ketevan Kardava/ Georgian Public Broadcaster via AP)

Il problema della guerra non sono mica i morti. Quelli si seppelliscono, se li portano via i vermi, si piangono un po’ e diventano una foto arrugginita dalle infiltrazioni. Se le guerre facessero solo morti si riuscirebbe a guarirne: con dolore, certo sì, tempo, ma poi ci sarebbe un momento in cui ti rendi conto che è passata la guerra, che si è passati oltre.

La guerra che piove sul mondo oggi (e mica solo in Europa, ma nel mondo, teniamolo a mente) è una guerra di mutilati: gente che si ripulisce dal sangue e scopre di avere un pezzo in meno, forse una gamba, un piede, oppure una scheggia in più che ti tieni nei prossimi anni e peggio una fetta di cervello che smette di funzionare: una fetta di fiducia, una dado sul lato del sorriso, un filetto di ottimismo che ti manca.

I mutilati sono i condannati a sopravvivere: il loro salvarsi è la guerra che continua a sibilare andando in giro con loro. Questa nostra guerra semina mutilati dalle schegge e dal terrore e per questo ci entra addosso come se si infilasse dal rubinetto della cucina. E il terrore ha bisogno di essere maneggiato con cura: può essere prevenuto solo con l’intelligenza, la misura, la cura, la cautela e un’affettività radicata e sociale.

Ogni sconsideratezza è un’infezione delle ferite: gli sciacalli sono i batteri più pericolosi ma anche la fretta è una sutura che lascerà il segno. Per questo credo che queste siano le ore in cui l’ecologia delle parole e dei comportamenti dovrebbero essere una responsabilità. Non c’è nulla di più soddisfacente per un terrorista di assistere alle scene penose di quelli che si mutilano da soli. Solo al pensiero. Senza nemmeno prendersi la briga di confezionare le bombe.

Buon mercoledì.

Yanis Varoufakis è a Roma: «Come per la crisi economica, con i rifugiati la Ue dà una risposta disastrosa»

epa04979030 Former Greek Finance minister Yanis Varufakis attends a debate table about the future of the European Union held in Barcelona, Catalonia, Spain, 15 October 2015. EPA/MARTA PEREZ

«Oggi è un giorno tragico». Porge le sue condoglianze al Belgio e alle autorità belga Yanis Varoufakis, a Roma, Palazzo Besso, in occasione della conferenza stampa di presentazione di Diem25, il suo movimento paneuropeo che si è dato appuntamento proprio nella Capitale domani (23 marzo) all’Aquarium per un’intera giornata di lavoro. «Non possiamo permettere che un simile fatto accada nel cuore dell’Europa. L’Europa deve rispondere in maniera decisa al terrorismo, oggi è il giorno del dolore. Da domani dobbiamo trovare delle risposte alle “cause” che nutrono il terrorismo. «Non crediamo nel nascondersi dietro i confini degli Stati nazione. Crediamo in un’Unione europea aperta e che muri e confini non facciano altro che aumentare l’insicurezza».

«Un movimento paneuropeo che oltrepassi i confini degli Stati-nazione e che non sia solo una federazione o confederazione di Partiti nazionali» è l’obiettivo dell’ex ministro delle Finanze greco. «Solo così si può evitare che l’Unione europea si disintegri definitivamente. Guardate la risposta che la Ue ha dato alla crisi dei rifugiati. Una pessima risposta. È necessario democratizzare le istituzioni europee».
E a chi cercava di tirargli la giacchetta su Renzi & co – chiedendogli se lo ha incontrato, chi ha incontrato, con chi starà – Varoufakis ha risposto: «Dovete mettervi bene in testa una cosa. Non siamo nel “business” della politica. Non ci interessa creare unioni di Partiti nazionali. Non ci interessa entrare in competizione con partiti esistenti. Stiamo cercando di creare un’infrastruttura politica che serva a tutti. Sinistra, verdi, liberali. Indipendentemente dalla loro nazionalità e dalla loro appartenenza politica. Per riaprire una discussione a livello pan-europeo su come affrontare problemi comuni in modo sistematico e unitario». «La crisi dei rifugiati ci mostra il fallimento di una risposta comune. Lo avevamo già visto con la pessima risposta che negli ultimi sei anni l’Ue ha dato alla crisi economica». La sua risposta dichiara: «è molto semplice: l’Europa è un insieme di Stati democratici ma le istituzioni dell’Ue, no.

La democrazia non è un lusso. E gli unici a guadagnarci da questa assenza di democrazia, sono gli euroscettici perché possono ben dire: dobbiamo tornare allo Stato nazione. Noi invece pensiamo che per salvare l’Unione europea dobbiamo democratizzare le istituzioni europee. Questo è ciò di cui si occupa Diem25». Vola alto l’economista, ma la stampa italiana no. Lo incalza su Renzi e lui replica: «È bravo a criticare le regole in Europa, salvo poi pensare solo a come trovare un modo per aggirarle, invece di cambiarle». Torna più volte sui rifugiati e chiude così: «se dovessi spiegare a mia figlia Xenia il significato del pessimo accordo tra Ue e Turchia, le direi che questo è ciò che succede quando l’Unione europea perde la propria integrità morale. Quando l’Unione europea gestisce in modo pessimo una crisi economica, quando la filosofia diventa quella del “non nel mio cortile”, per cui si lascia che i migranti vengano respinti e chiusi in campi di concentramento. Questo è ciò che succede quando si perde il “buon senso”, il senso buono. E l’Europa l’ha perso. Ha perso il buon senso e l’umanità».

 

Bruxelles, dalla periferia alla Siria e ritorno. Nella testa dei foreign fighter, parla Scott Atran

Questa intervista è comparsa sul numero 1 di Left del 2016. Allora si parlava dei combattenti stranieri dopo gli attentati di Parigi. Il discorso di Scott Atran, antropologo franco-americano che insegna a Oxford e Parigi e che ha intervistato decine di jihadisti in giro per il mondo.

Gli arresti a Bruxelles sono solo l’ultimo segnale di una presenza, quella dei cosiddetti foreign fighters occidentali, i combattenti stranieri, che anima gli incubi delle agenzie di intelligence d’Europa e mette in allarme la popolazione. Alcune migliaia di persone, nate e cresciute in Occidente, hanno scelto di mettere a rischio le proprie vite – o sacrificarle – per combattere per il Califfato, partendo per la guerra in Siria e Iraq o arruolandosi online e partecipando all’organizzazione di attacchi terroristici nelle capitali europee o negli Stati Uniti. Questa colonna di reclute pronte a dare tutto quel che hanno per una causa politico-religiosa è uno degli elementi che fa la forza di Daesh e sgomenta noi. «Tra i foreign fighters occidentali c’è una gamma ampia di percorsi che porta alla jihad. Certo, c’è una concentrazione di persone che viene dalle grandi periferie-ghetto urbane dell’Europa occidentale. In America un figlio di immigrati musulmani nel giro di una generazione è in media più ricco e ha studiato di più dei suoi genitori, questo non è più vero in Europa, dove a seconda del Paese, queste persone hanno da 5 a 19 possibilità in più di essere poveri e più si procede con le generazioni e più la situazione peggiora.

Negli Stati Uniti c’è un tessuto sociale che favorisce l’assorbimento e l’integrazione economica degli immigrati. Nella stessa popolazione carceraria di alcuni Paesi europei la componente musulmana è sovra-rappresentata, mentre negli States, la percentuale di musulmani dietro le sbarre è, come per gli ebrei, più bassa della percentuale totale di popolazione: ad esempio in Francia la popolazione è composta al 7-8% di musulmani ma il 70% dei carcerati è musulmano». A parlare è Scott Atran, antropologo franco-americano, professore a Oxford e Centre National de la Recherche Scientifique in Paris che da anni studia i combattenti musulmani ai quattro angoli del pianeta e che ha condotto decine di interviste con miliziani catturati in Siria e Iraq – o che hanno abbandonato il Califfato per delusione – e giovani europei finiti nei guai per avere collegamenti con reti terroristiche a Parigi, Londra, Barcellona. «Per questa underclass nella quale la gente sente di non avere una parte nella società, l’ISIS è attraente. “Mi sento come una transgender, non francese e nemmeno araba. Il Califfato è forse l’unico luogo in cui posso essere una musulmana con dignità” Ci ha detto una donna intervistata di recente.»

Non ci sono solo i giovani delle periferie, un problema di identità lo hanno in tanti. «Un altro gruppo che è attratto dall’ISIS sono i giovani brillanti che si sentono bloccate dalla società per una ragione qualsiasi, che magari legano alla loro provenienza o appartenenza religiosa e per questo covano rabbia e frustrazione».
Infine ci sono i piccoli criminali. «Tra questi abbiamo individuato con frequenza un aspetto interessante e paradossale: le persone che con maggior frequenza si offrono volontarie per le missioni suicide vengono da questo mondo, cosa che contraddice in qualche modo la teoria economica classica che sostiene che si finisce nella criminalità per marginalità o per costo opportunità. Qui invece arriva l’ISIS che chiede loro: «davvero volete fare i criminali?», la risposta è naturalmente no, queste persone preferirebbero essere membri a pieno titolo della società. E così lo Stato islamico offre redenzione e loro la cercano mettendo a disposizione l’interezza dei loro interessi, la loro vita».
Anche in Nord Africa, dove il reclutamento sembra essere in crescita, c’è una tipologia simile di giovani brillanti e frustrati dalla corruzione e dalla mancanza di opportunità. Qui però ci sono anche gli ex jihadisti locali – gli algerini, ad esempio.

Ciascuna esperienza e percorso viene usato dalla dirigenza del Califfato in maniera diversa: «Se i giovani europei, i piccoli criminali, le persone “deboli” caratterialmente perché vivono una fase di passaggio della loro vita – per ragioni anagrafiche o perché sono studenti che hanno lasciato la famiglia o magari la loro città vengono spedite direttamente al fronte o scelti per missioni suicide, nonostante non abbiano nessuna esperienza di guerra, i nordafricani esperti di combattimento li usano per organizzare – prosegue Atran, che sul tema di come articolare la contro-propaganda nei confronti di queste persone è stato ascoltato da una commissione del Congresso Usa ed ha relazionato davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu – L’uso delle risorse è il più razionale possibile: gli ingegneri elettronici, le persone con preparazione tecnica specifica, non vengono mandati a combattere fino a quando non hanno trasmesso alcune competenze tecniche utili alla vita del Califfato. Di questo i tecnici si lamentano: spesso hanno scelto di lasciare tutto per diventare martiri e finiscono a fare gli istruttori. Ho di recente ricevuto una email da una facoltà di medicina di Khartoum, in Sudan nella quale mi si racconta che molti tra gli studenti migliori sono partiti per combattere. Questi non sono certo dei marginali.

Durante la presa di Mosul da parte del Califfato un algerino alla guida di un gruppo di armati si è presentato alla banca centrale della città. Gli impiegati terrorizzati hanno chiesto cosa potesse servire e il giovane ha solo chiesto di sedersi a un computer. Nel giro di pochi minuti questo ragazzo aveva dirottato tutte le transazioni di quei giorni verso conti gestiti dallo Stato islamico. Il direttore della banca che ci ha parlato e che mi ha riferito l’episodio, racconta che il ragazzo ha spiegato di essersi unito all’ISIS perché desiderava che la sua laurea in informatica fosse utile a uno scopo».

A istruire le persone che lasciano l’Europa e altri Paesi per combattere – e poi tornare nelle capitali europee come una parte degli attentatori di Parigi e Bruxelles – ci sono quelli che arrivano dalle ex repubbliche sovietiche. Questi sono diversi: combattono da anni, hanno combattuto con o contro i sovietici e i russi in Cecenia o in alcune regioni di quelle repubbliche. «Sono i commandos speciali, sono tiratori scelti o ufficiali sul campo. Naturalmente assieme ai reduci del Baath di Saddam Hussein che hanno guidato uno stato dittatoriale e combattuto in Iran e contro gli Stati Uniti. Sia in Iraq, come naturale, che in Siria, come mi hanno confermato diversi combatteti di al Nusra ad Aleppo (il braccio di al Qaida nel Paese) gli iracheni gestiscono la sicurezza e comandano le operazioni militari».

In this photo provided by Georgian Public Broadcaster and photographed by Ketevan Kardava, injured women are seen in Brussels Airport in Brussels, Belgium, after explosions were heard Tuesday, March 22, 2016. A developing situation left a number dead in explosions that ripped through the departure hall at Brussels airport Tuesday, police said. All flights were canceled, arriving planes were being diverted and Belgium's terror alert level was raised to maximum, officials said. (Ketevan Kardava/ Georgian Public Broadcaster via AP)

Quel che rimane ai nostri occhi difficile da capire è come mai il messaggio funzioni tanto bene. «Intanto diciamo che la contro-propaganda occidentale è ridicola e disastrosa: ripetiamo in maniera ossessiva che Daesh è cattivo, taglia le teste, vuole controllare come ti vesti, cosa mangi e i tuoi comportamenti e tratta male le donne. È un messaggio che non funziona con chi subisce il fascino offerto da un ideologia messianica e comunitaria capace di fornire un senso di sé e collettivo a persone lontane tra loro. Lo Stato islamico ha allo stesso tempo un messaggio più universale e più individuale. I reclutatori passano centinaia o migliaia di ore sui social media a cercare di convincere un individuo. Lo fanno parlando con le persone delle loro frustrazioni, rabbie, aspirazioni e poi connettendo il problemi personali al messaggio universale dello Stato Islamico che è “c’è una ragione per le tue aspirazioni mancate, queste sono connesse alla persecuzione dei musulmani e al fatto che non segui abbastanza le parole del profeta.

Insomma, fanno un lavoro lento e costante per far diventare la frustrazione del singolo in sdegno. Non c’è nessuna tecnica sovietico-nordcoreana, l’idea che i foreign fighters francesi, belgi o anglosassoni abbiano subito un lavaggio del cervello è comoda per chi non ha voglia di osservare con attenzione e cerca risposte semplici e inefficaci. Instillando fiducia tribale e fornendo una causa comune, una parentela immaginaria e una fede che trascende la ragione il messaggio religioso assooluto di Daesh aiuta gli sconosciuti a cooperare in una maniera che offre un vantaggio nei confronti di altri gruppi. Per molti il Califfato è come era Israele per gli ebrei, mi ha detto un imam che aveva abbandonato l’ISIS, è un’idea superiore e per scardinarla serve un lavoro enorme». Le vittorie militari contro un esercito iracheno poco motivato sono proprio un esempio di questo fenomeno. E in qualche modo, le vittorie dei curdi dell’YPG contro Daesh sono lo stesso tipo di fenomeno: i curdi hanno una patria e un ideale superiore per cui combattere. Oltre che un nemico che fa paura.

Per queste ragioni per contrastare il reclutamento «Serve che vengano messe a lavorare persone interne alle reti dalle quali queste persone emergono capaci di parlare lo stesso linguaggio, conoscere quelle frustrazioni. Allo stesso modo in cui funzionano certe campagne contro la droga, il fumo o l’alcol: è uno come te che ti aiuta a ragionare sul fatto che quella non è la scelta giusta. Non c’è niente di simile in giro, credo. Ho chiesto al National Center for Counterterrorism quanta gente fa questo tipo di lavoro. Analisti ce ne sono centinaia, ma sul campo, c’è un solo agente a Los Angeles. E l’FBI, ho chiesto? Nessuno. Non vogliono avere niente a che fare con cose del genere, vogliono bianco e nero, individuare criminali e prenderli, mentre la prevenzione è un territorio grigio. Nessuno ha voglia di assumersi questo compito. E’ paradossale perché l”occidente ha mezzi fanastici dal punto di vista dei media, anche quelli di intrattenimento, che non usa a questi scopi. Anzi, con il loro diffondere isteria e panico i media non fanno che fornire ossigeno all’ISIS».

Il fatto che si dica che i reclutatori usino i filmati di Donald Trump per convincere le persone è un bell’esempio: «Certe dichiarazioni fanno il gioco del Califfato, che vuole eliminare le zone grigie, le sfumature, l’area tra veri credenti e infedeli – che poi è il luogo in cui vive la maggioranza della gente in tutte le religioni. Più cresce l’ostilità nei confronti verso i musulmani in Europa e più l’occidente si infila nella guerra in Medio oriente e più l’ISIS si avvicina al suo obbiettivo di creare e gestire il caos. Il loro programma è quello di eliminare quell’area anche grazie ad attacchi che generino odio contro i musulmani e mostri loro che l’essere pacifici non li risparmierà dall’essere marginali o maltrattati e che è meglio arruolarsi con l’ISIS. “Ero un marginale, non ero integrato in un sistema corrotto. Non volevo finire nella malavita e quindi mi sono aggregato ai gruppi islamici. Gli altri musulmani sperano che il ritorno del califfato piova dal cielo senza combattere, sono degli illusi”, mi ha detto un giovane francese».

Nella sua capacità di attrazione in Occidente, Daesh è diverso da come è stata al Qaeda: «L’ISIS ha una nozione nuova della geopolitica. Sebbene si definisca stato islamico, è sbagliato considerarli un’entità territoriale in senso stretto. Nel novembre 2014 Al Baghdadi ha fatto un discorso nel quale spiegava ai suoi cosa il Califfato fosse. E’ una sorta di arcipelago globale che lavora al di sotto del sistema degli stati nazionali. Come fosse una piovra gigante, allunga i suoi tentacoli in ciascun potenziale vulcano di jihad ovunque, dall’Indonesia alla Malesia, all’Uzbekistan, al Daghestan, Somalia, Ciad, Afghanistan. E man mano che questi vulcani eruttano, disseminando la loro lava – le loro idee – finiranno con il sommergere il pianeta (conquistarlo tutto). La loro visione non è quella di uno Stato, ma di un’impresa territoriale planetaria che oggi è composta di province separate, che un giorno si riuniranno. E quindi anche nel caso di arretramenti e sconfitte in Siria e Iraq, o anche se dovessere venire cacciati da quei Paesi, credo che avrebbero la possibilità di sopravvivere proprio a causa di questa idea di struttura. Si tratta di una rete molto più dinamica di quanto non fosse al Qaeda. All’inizio del XX secolo gli anarchici irruppero nel mondo un po’ come è capitato ad al Qaeda, uccidendo in fila una serie di capi di Stato (lo Zar, Umberto I, l’Arciduca Ferdinando e così via). Il mondo si è mobilitato nella caccia all’anarchico anche sostenendo che fosse in corso una cospirazione globale che non c’era. Ma non è stata la mobilitazione delle polizie a far sparire gli anarchici, chi ha colpito a morte gli anarchici sono stati i bolscevichi, con un’ideologia simile, ma con una struttura più militare, gerarchica e meglio organizzata. Allo stesso modo, quelli di al Nusra in Siria ci dicono che l’ISIS gli sta togliendo energie per ragioni simili. Ora è vero che la forza della rivoluzione russa è stata quella di avere un territorio – proprio come oggi il Califfato – ma allo stesso modo all’epoca c’era l’idea di un’internazionale planetaria che formasse una comunità unica e che lavorasse nella stessa direzione».

Bruxelles, la solidarietà sui social network

Dopo gli attentati di questa mattina a Bruxelles sui social da tutto il mondo sono cominciati a comparire post di solidarietà per le vittime degli attacchi terroristici e per il popolo belga. Ecco alcune delle immagini che sono state postate da utenti e artisti su Twitter

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#jesuissickofthisshit #stopterrorism 🙏🏻 for all 🙏🏻

Una foto pubblicata da Mariacarla Boscono (@iosonomariacarlaboscono) in data:

Le foto degli attacchi terroristici a Bruxelles

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Persone evacuate dall’aeroporto di Zaventem

Il centro di Bruxelles colpito dalle esplosioni nei pressi della metro

Un’immagine della fermata metro di Mealbeek dove è avvenuta una delle esplosioni rivendicate come attacchi terroristici da Isis

Belgian police officers patrol outside the Gare du Midi train station in Brussels, Tuesday, March 22, 2016. Explosions, at least one likely caused by a suicide bomber, rocked the Brussels airport and its subway system Tuesday, prompting a lockdown of the Belgian capital and heightened security across Europe. (ANSA/AP Photo/Michel Spingler)

People stand near Brussels airport after being evacuated following explosions that rocked the facility in Brussels, Belgium, Tuesday March 22, 2016. Authorities locked down the Belgian capital on Tuesday after explosions rocked the Brussels airport and subway system, killing a number of people and injuring many more. Belgium raised its terror alert to its highest level, diverting arriving planes and trains and ordering people to stay where they were. Airports across Europe tightened security. (ANSA/AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

A police officer stands guard as people are evacuated from Brussels airport, after explosions rocked the facility in Brussels, Belgium, Tuesday March 22, 2016. Authorities locked down the Belgian capital on Tuesday after explosions rocked the Brussels airport and subway system, killing a number of people and injuring many more. Belgium raised its terror alert to its highest level, diverting arriving planes and trains and ordering people to stay where they were. Airports across Europe tightened security. (ANSA/AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

Attacchi terroristici a Bruxelles: teniamo i nervi saldi

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Nervi saldi. La testa del serpente ha chiamato le cellule in sonno a giocarsi l’ultima partita. Ed è successo. Kamikaze all’aeroporto Zaventem di Bruxelles, nel posto più accessibile, la hall delle partenze, vicino a un “obiettivo” i banchi dell’American Airlines. Bombe nella metropolitana.
Lo fanno perché si sentono braccati. Perché Salah Abdeslam, martire celebrato troppo presto dopo il 13 novembre in un comunicato dell’Is, si è invece tolto la cintura, nascosto non si sa dove e tra chi, per farsi arrestare qualche giorno fa dalla polizia belga e far sapere che vuoterà il sacco pur di non venire estradato in Francia. Non importa cosa potrà dire -poco-, ma le canaglie non tollerano lo smacco, l’insulto al mito. Un martire per definizione non può temere la morte né collabora con i demoni occidentali.
Lo fanno perché stanno perdendo la guerra, tra Siria e Iraq. É trapelata la notizia che 200 marines si stanno trasferendo vicino Mosul, per partecipare all’attacco con l’esercito iracheno e i suoi alleati iraniano-sciiti. Da tempo i curdi sono pronti a prendere Raqqa, e lo faranno quando non dovranno più temere colpi mancini dal loro retroterra turco.
Stanno perdendo e ammazzano, temono di scomparire e si immolano. Teniamolo a mente. Per questo bando agli isterismi. Le polizie europee, se si coordinassero, potrebbero proteggerci bene, comunque meglio. L’Europa e gli Stati Uniti potrebbero aiutare curdi, alawiti, sciiti, cristiani e sunniti a riprendersi quelle città nel deserto che gli uomini del Califfo avevano preso senza colpo ferire. La loro guerra l’hanno fatta poi contro civili indifesi e l’arte, pure indifesa.
Una sola cosa però. Nei giorni in cui Obama va a Cuba e cambia il verso della politica, dopo 60 anni di disastri imperialisti, smettiamola di tollerare la zona grigia del terrorismo. Smettiamola di conferire la legione d’onore a chi finanzia l’Is e crea kamikaze diffondendo la menzogna islamista. Non facciamo accordi. neppure per firmare il flusso dei profughi, con chi ha mandato armi al Daesh in cambio di petrolio -ci sono le prove filmate- e colpisce i curdi nemici del califfato. Arabia Saudita e Turchia, per capirci.