Salah Abdeslam, l’ottavo kamikaze del 13 novembre a Parigi, quello che si era tolto la cintura ed era scappato, lasciando tracce ovunque, si nascondeva vicino casa dei genitori a Molembeek, a Bruxelles, a un paio di chilometri dal palazzo dove i potenti del Consiglio d’Europa discutevano di immigrazione e accordi con la Turchia. La polizia belga parla di un uomo ferito, barricato in casa e poi catturato.
Che dire? Che la caccia senza quartiere al terrorista, alla primula rossa, strombazzata dai media, con titoloni e decine di servizi televisivi, alla fine deve essere stata piuttosto distratta, ben poca cosa. Un detective da romanzo, che so il commissario Maigret, o Hercule Poirot, che era pure belga, l’avrebbero cercato subito dove l’hanno trovato 4 mesi dopo.
Però consoliamoci. Anche i tagliagole vestiti di nero, sedicenti seguaci di un presunto califfo, escono ridimensionati da questa storia. Buoni a fare le comparse in un film macabro e truculento, come quelli che diffondono per la loro propaganda, incapaci di punire quell’ometto che li aveva traditi, il martire che aveva rifiutato il martirio, l’intrepido castigatore del demone dell’occidente che se l’era data a gambe. Eppure gli stava lì, sotto gli occhi, nel quartiere dove avevano ordito la carneficina del Bataclan.
Bene così. Discorso chiuso. Ora sappiamo che questa peste si può sconfiggere facendo bene quello che sappiamo, il nostro mestiere di cittadini liberi che resistono al panico, di poliziotti diligenti che indagano, senza invocare leggi d’eccezione nè guerre di religione.
epa05216760 A refugee from Syria stages a silent protest by holding a hand-written cardboard placard in a makeshift camp for refugees in Idomeni, northern Greece, some meters from the borderline with The Former Yugoslav Republic of Macedonia (FYROM), 17 March 2016. Migration restrictions along the so-called Balkan route, the main path for migrants and refugees from the Middle East to the EU, has left thousands of migrants trapped in Greece. EPA/ORESTIS PANAGIOTOU
Europa e Turchia hanno raggiunto un pessimo accordo. Con una spolverata di diritti umani e rispetto dei trattati internazionali. L’accordo è molto simile a quello di cui si era parlato l’8 del mese al vertice precedente ed era stato definito sbagliato, inefficace e illegale. Bene, ci risiamo, ma da quella bozza manca una cosa e ce ne sono un paio nuove (qui il testo completo del comunicato finale del Consiglio,qui il comunicato finale turco europeo).
Tutti i rifugiati e migranti che arrivano in Grecia da domenica prossima potranno aspettarsi di essere rispediti in Turchia (anche se il personale per metterlo in pratica non sarà disponibile prima del 4 aprile, data in cui con ogni probabilità l’implementazione comincerà per davvero). In teoria tutti potranno fare domanda di asilo ed essere rispediti indietro solo se lo status di rifugiato verrà loro rifiutato. Già, ma l’accordo parla esplicitamente di siriani rispediti in Turchia, l’ambiguità è enorme.
In cambio la Turchia ottiene un rilancio dei colloqui sull’adesione all’Unione europea che verranno riavviati prima di luglio. L’Europa ha accettato di accelerare l’erogazione dei 3 miliardi di euro destinati agli aiuti per i rifugiati siriani nel Paese con nuovi progetti da concordare nei prossimi giorni. Il premier turco Davutoglu ha detto nella conferenza stampa: «Non vogliamo soldi per noi ma per i rifugiati siriani».
Quanto al rispetto delle leggi internazionali e del diritto d’asilo, la Turchia promette che tutte le persone che verranno espulse dall’Europa verranno trattate secondo i canoni stabiliti dalla convenzione di Ginevra (quella sui rifugiati, alla quale Ankara non aderisce). Il governo turco promette anche di non rispedire le persone nei Paesi dai quali provengono. Le garanzie? Nel testo del comunicato finale del Consiglio leggiamo “l’Europa si aspetta il pieno rispetto dei diritti umani, dello Stato di diritto, della libertà di espressione e stampa”. Ad Ankara tremano: in queste settimane non hanno fatto altro che preoccuparsi dei diritti umani e della libertà di espressione mandando la polizia e l’esercito nelle sedi di diversi giornali e radio.
Rimane in vigore l’accordo di scambio uno contro uno: per ogni rifugiato siriano rispedito al mittente turco, l’Europa si impegna ad accoglierne uno in Europa. Il numero di siriani che verranno riammessi in Europa è fissato in 72mila, 35mila in meno di quanto ritenuto necessario dalle agenzie internazionali. Il premier lussemburghese, con un tweet, ci ha anche reso noto che l’Unhcr dovrà essere coinvolta nella gestione dell’accordo. Un modo per dire che qualcuno a monitorare il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale ci sarà.
Nelle conclusioni si parla di aiuti alla Grecia e cooperazione con i Balcani nella gestione delle migliaia di rifugiati bloccati all’interno dei confini europei.
Le conseguenze:
Aspettiamoci un esodo in massa verso la Grecia da oggi a domenica. Può darsi che non succeda, ma può darsi di si.
L’accordo uno-contro-uno è un incentivo alla Turchia a far passare gente: fino alla soglia dei 72mila potrà liberarsi di un siriano per ogni persona accolta. Cosa succederà dopo aver raggiunto il tetto dei 72mila euro? Difficile a dirsi.
Salvo l’assegnazione di un ruolo all’Unhcr nella verifica dell’implementazione dell’accordo e, quindi, sul rispetto di trattati internazionali e diritti umani, non è chiaro se, come e perché la Turchia dovrà rispettare i diritti umani dei rifugiati e men che meno quelli dei migranti o di coloro (i pakistani, gli afghani) che magari avrebbero diritto anche se il loro Paese non è considerato in guerra. Non ci sono garanzie e non ce ne possono essere: che succederà ai curdi siriani con i quali i turchi sono di fatto in guerra?
La Turchia ribadisce che vuol l’accelerazione del processo di liberalizzazione dei visti a partire dai prossimi mesi. Ma molti Paesi e forze politiche – a partire da quelle che vogliono la Gran Bretagna fuori dall’Europa – hanno già detto che questa è una ragione in più per essere contro l’Europa “perché i turchi non sono parte della cultura europea”. L’accordo insomma crea un nuovo problema.
L’ipocrisia:
In conferenza stampa tutti hanno parlato di immigrazione illegale dalal Turchia, mentre l’80 per cento delle persone che entrano in Europa da quel Paese sono richiedenti asilo in fuga dalle guerre siriana, irachena e afghana.
Sappiamo tutti che l’accordo è di difficile implementazione. Sappiamo che chi si è battuto contro di esso lo ha fatto anche per ragioni opportunistiche: la Francia e l’Austria che hanno parlato di rispetto dei diritti umani sono gli stessi Paesi che hanno chiuso le frontiere o reintrodotto i controlli per evitare l’ingresso di rifugiati all’interno dei loro confini. Ora l’accordo uno contro uno, qualora venisse davvero implementato, implicherà per forza di cose la redistribuzione di persone all’interno dei confini europei: i rifugiati accolti in Europa non finiranno tutti a Lesbos. Ad oggi l’Europa non è stata in grado di implementare la ricollocazione di migliaia di persone decisa autonomamente a ottobre. Ora la pressione da parte di Germania e altri Paesi aumenterà. L’Ungheria e la Gran Bretagna hanno già fatto sapere che non vogliono nuovi rifugiati.
In conclusione con questo accordo si gettano a mare i diritti umani e i trattati internazionali in materia di asilo. Si lasciano nel limbo decine di migliaia di persone che al momento vagano per l’Europa o sono già a Lesbos. Si lascia alla Turchia la possibilità di implementare o meno i trattati e gli accordi e le si accorda un enorme potere di ricatto. In conclusione, non è chiaro cosa succederà se e quando riprenderanno gli sbarchi dalla Libia a Lampedusa – questione di giorni sembra di aver capito da Mogherini. Per finire due tweet e una dichiarazione molto espliciti di organizzazioni neutrali e serie come Amnesty International e Medici senza frontiere: il primo parla di giorno nero per la convenzione sui rifugiati, il secondo ci mostra i diritti umani turchi: poliziotti prendono a bastonate un gommone.
Buonanotte Europa
Il presidente di MSF Italia Loris De Filippi ha dichiarato:
«L’accordo UE-Turchia è la perfetta illustrazione di questo approccio pericoloso. Lo schema di ammissione volontaria proposto per i siriani in Turchia non è basato sui bisogni di assistenza e protezione di chi fugge dalla guerra, ma sulla capacità della Turchia di frenare le partenze verso l’Europa. Inoltre a prescindere dalla legalità di questo accordo, è lecito domandarsi se la scelta di respingere persone verso il paese che già ospita il maggior numero di rifugiati al mondo rappresenti davvero una strategia responsabile».
#EUTurkey deal: This is a dark day for the refugee convention, a dark day for Europe and a dark day for humanity.
La giornata della poesia, voluta dall’Unesco, che in tutto il mondo si festeggia il 21 marzoa Velletri è comincia già il 19 marzo con letture di versi del poeta turco Nazim Hikmet e di altri autori internazionali nella nuova Casa della cultura, in piazza Trento e Trieste. Un raffinato centro polivalente «che – racconta l‘assessore alla cultura Ilaria Usai – abbiamo voluto inaugurare con un evento all’insegna della poesia e del jazz, con il concerto dei Vibes ospite Gianmarco Tognazzi».
In controtendenza con quanto accade in molti Comuni italiani che in tempi di crisi tagliano la cultura, Velletri ha scelto di fare un investimento importante.
«La città è ricca di cultura -sottolinea l’assessore di Velletri – perciò questa amministrazione ha fortemente voluto il recupero di diversi siti storici che da troppo tempo erano abbandonati all’incuria e al degrado». Grazie a fondi europei ottenuti con il progetto Plus sono stati restaurati e recuperati così l’ex convento dei frati carmelitani del XIII secolo e le rovine del tempio delle stimmate che sorge su un ex tempio volsco. «I lavori di restauro sono terminati a inizio marzo 2016 ed ora questi spazi storici sono a disposizione di tutti», dice Usai. «In futuro l’ex convento sarà la casa della cultura e della musica e ospiterà la biblioteca comunale del fondo moderno.Mentre il tempietto sarà inserito nel circuito storico culturale per le visite. Inoltre – prosegue l’assessore – abbiamo avviato una collaborazione con l’Accademia delle belle arti di Roma anche per il trasferimento di alcuni dei corsi accademici». Insomma «vogliamo fruttare al massimo la opportunità di una eccezionale struttura come questa per offrire alla cittadinanza un punto di riferimento vivo e creativo, che dia la possibilità alle diverse realtà locali di valorizzarsi e misurarsi con quelle esterne, poiché solo dal confronto con gli altri è possibile una vera crescita culturale».
21 marzo giornata mondiale della poesia. Gli altri appuntamenti da non perdere.
Radio3 apre il palinsesto all’ascolto di poesie tratte dall’Antologia di Spoon River, pubblicata in America nel 1916. Saranno voci del teatro e del cinema italiano come Sandro Lombardi, Roberto Latini, Ottavia Piccolo, Graziano Piazza, Lucia Poli, Margherita Buy,Valentina Lodovini e molti altri a leggere quell’epopea della provincia americana che fu scoperta in Italia da Cesare Pavese e fu pubblicata da Einaudi nel 1943 per la traduzione di una giovanissima Fernanda Pivano che raccontava così il suo incontro con questo classico: «Ero una ragazzina quando vidi per la prima volta l’Antologia di Spoon River: me l’aveva portata Pavese, una mattina che gli avevo chiesto che differenza c’è tra la letteratura americana e quella inglese… Chissà perché questi versi mi mozzarono il fiato; è così difficile spiegare le reazioni degli adolescenti…». Sempre il 21 marzo alle 21, in diretta dalla sala A di via Asiago, va in onda lo speciale “Dormono, dormono sulla collina”, condotto da Stefano Catucci con l’attrice Maria Cassi e il compositore Nicola Piovani che con Fabrizio De André firmò nel 1971 le celebri melodie di “Non al denaro non all’amore né al ciel” . Con loro due gruppi musicali, i Tetes de Bois e il duo Quintana.
Umbria poesia: Il festival che ha preso il via lo scorso il 18 febbraio prosegue con una serie di importanti importanti fra i quali segnaliamo il 15 aprile Poesia e frontiera, con Franco Buffoni, Maddalena Bergamin e Marco Paone. Mentre alla Biblioteca comunale di San Matteo degli Armeni il 21 marzo alle 21 va in scena il recital Donne mie di Francesco Bolo Rossini, con brani di opere di Sibilla Aleramo. Natalia Ginzburg, Dacia Maraini e molte altre autrici.
Poetry VicenzaLa giornata mondiale della poesia e non solo è festeggiata a Vicenza con eventi in luoghi storici e davvero spettacolari come il teatro olimpico, l’Odeo olimpico, Palazzo Leoni Montanari e la basilica palladiana. Il programma è intenso, e ricco di autori internazionali. Si comincia il 20 marzo con una serata Beat! E con la mostra La linea d’ombra di Roberto Rampinelli. In particolare all’Odeo olimpico il 20 marzo dalle 21 a mezzanotte si festeggiano i sessant’anni dell’Urlo di Allen Ginsberg. Tra gli ospiti Francesco Brugnaro e Lello Voce e il poeta corato Vojo Sindolic. Il programma prosegue poi fino al primo giugno. Tra i prossimi appuntamenti: all’ Odeo Olimpico il 31 marzo si alterneranno le voci del poeta estone Jüri Talvet e quella del lituano Antanas A. Jonynas su musiche di Alessandro Fedrigo. Mentre il 5 aprile in Palazzo Leoni Montanari interverrà il poeta sudafricano Roger Lucey.
Nel castello di Rilke a Duino
Mentre prosegue il Festival della letteratura e della poesia nel Castello di Duino la giornata mondiale della poesia si festeggia il 21 marzo, con Poeti a scuola, ovvero con la premiazione delle scuole vincitrici del concorso internazionale di poesia e teatro castello di Duino. Sezione progetti scuola con la lettura di una selezione dei testi premiati. Nel pomeriggio invece ci sarà la premiazione dei vincitori del concorso internazionale di poesia sezione giovanissimi. Con la lettura dei testi premiati. Alle 20 nell’Antico Caffè San Marco a Trieste, Dialoghi sulla scrittura con giovani scrittori a confronto, con Federica Manzon e Simone Marcuzzi. Gran finale delle premiazioni il 22 marzo nel Castello di Duino con la cerimonia di premiazione del concorso poesia inedita e letture scenica dei testi vincitori della sezione teatro. Tra gli eventi collaterali la mostra fotografica “dopo il viaggio” visitabile fino al 23 marzo.
In questi giorni – e fino al 19 marzo – in Laguna è in corso la sesta edizione del Ca’ Foscari Short Film Festival. Mentre nel suggestivo auditorium Santa Margherita si succedono i 30 corti in concorso, ci soffermiamo su uno dei tanti fuori programma: la proiezione di Reality, il docufilm del regista newyorkese Steven Lippman, pubblicato nel 2003 e ispirato all’omonimo album di Bowie.
Ventotto minuti girati in pellicola in cui il Duca Bianco intervista se stesso. Le domande – in realtà sono di Lippmann e le risposte sono aperte. Nessuna sceneggiatura. Nessun accordo, Totale improvvisazione, o almeno fino alla seconda parte del film, quando la cabina di auto-interrogatorio di Bowie lascia il posto a un bosco suggestivo e surreale. In pieno stile Bowie. Ne abbiamo parlato con Michele Faggi, direttore di Indie-eye e appassionatissimo bowieniano.
Michele, hai portato qui a Venezia Reality, è la prima proiezione in sala in Italia e in Europa. Come hai fatto?
Era un tassello che mancava in Italia e in Europa. Ci sono riuscito perché, in occasione di un’intervista, ho conosciuto il regista Steven Lippman. Sai, è da molti anni che faccio degli approfondimenti su David Bowie…
E infatti conosci ogni singolo dettaglio. Come mai?
Ricordo solo che uno dei primi vinili acquistati in vita mia è stato Diamond dogs. Da lì è nato un amore sconfinato, ma non so davvero dirti il come e il perché!
Torniamo a Reality. Perché è imperdibile?
Contiene numerosissimi collegamenti. Prendi la parte di “Bring me the disco king”, in cui Bowie si scava la fossa da solo, poi si sdoppia e vede se stesso esanime. A me ha subito ricordato “Ashes to ashes”, un vecchio video in cui un Bowie a metà tra Pierrot e Pinocchio uccide le sue creature (i suoi personaggi), incluso l’arcinoto Major Tom. E poi c’è anche “Please mr. Grave Digger”, , dove chiede a un becchino – alle prese a seppellire bambine – il piacere di scavargli la fossa.
Puro gusto del macabro?
No di certo. Per me è stato il suo modo di dirci di non legarci troppo ai suoi personaggi, un modo di manifestare la volontà di staccarsi dai suoi stessi personaggi. È come se ci avesse detto: io non sono i personaggi che interpreto. Un gesto di grande responsabilità e consapevolezza.
È proprio la consapevolezza di Bowie, infatti, che spiazza. Reality è del 2003, e Bowie ci spiega il suono dell’aldilà, guardando dritto in camera: è il suono di porte che si aprono. Il che, ascoltato adesso, post mortem, ha il suo bell’effetto…
E pensa che Lippmann mi ha raccontato un aneddoto incredibile su quel passaggio. In pratica, mentre giravano, si è aperta per caso una porta del teatro. Bowie con grande ironia, tra le risate generali, ha esclamato che fosse proprio quello il suono. Il cigolio della porta, una sorta di suono da film horror anni 70. Era indiscutibilmente un maestro, anche dell’ironia.
Come ti spieghi che Bowie sia sopravvissuto a ogni epoca e ogni età. Persino alla morte, forse…
Per la sua capacità multiforme di occupare spazi creativi. Anche nel tempo. Non troverai mai un Bowie uguale o somigliante all’altro. E non è semplice eclettismo, è qualcosa che parte da quella concezione anni 70 della centralità dell’autore. In molti, in questi anni, lo hanno accusato di essere un accentratore. Ma in realtà era un accentratore sì, ma dava in pasto agli altri quello che creava. È stato in continua evoluzione, del resto è sua la frase: «Il rock’n’roll è un decrepito cabaret».
Hai appena ucciso e te ne torni a casa, a mangiare con i tuoi, è la festa di compleanno di tua mamma. Succede. È successo a Danilo Restivo, che ha fatto scomparire una ragazza, Elisa Claps. Poi è tornato a casa perché lo aspettavano a pranzo, c’era anche il fidanzato della sorella.
Hai appena ucciso e te ne vai a bere qualcosa. E poi a casa a dormire, con i tuoi genitori che sono già a letto, ignari di cosa hai combinato. È successo. Erano Andrea Ghira, Angelo Izzo e Gianni Guido. Loro hanno appena lasciato l’automobile parcheggiata in via Pola, a Roma. Dentro il portabagagli ci sono due ragazze. Una è già morta, l’altra ha fatto finta di morire. I tre pariolini devono liberarsi dei due corpi evidentemente. Ma sono stanchi, dopo le due nottate passate nella villa del Circeo, e decidono di andare prima a rifocillarsi, poi a dormire, poi avrebbero pensato a dove metterle, a dove mettere le due ragazze, Rosaria e Donatella. Hai appena ucciso la donna che amavi tanto. Poi le prendi il giubbotto, e lo dai alla tua amante. Le fai fare un giro sotto le telecamere del centro di Padova, per far credere alla polizia che sia Isabella, viva. Con la tua amante te ne vai a ballare, e rimani in discoteca a divertirti fino alle tre di notte. È successo a Freddy Sorgato, ciclista affermato, nonché autotrasportatore per lavoro e ballerino per diletto.
Hai ucciso con il tuo amante la tua ex professoressa. Hai solo 22 anni, con freddezza la spogli perché non rimangano tracce della tua macchina, ma non riesci a toglierle un anello. La getti in una discarica e con il tuo amante te ne vai. Torni a casa, e così il tuo amante. E fai finta di non entrarci niente con la scomparsa della prof. a cui avevi tolto 187mila euro, e anche la vita. Persone normali. Dicono tutti così: “Sembrava una persona normale”. O forse no. Si viene a sapere che tanto normale Danilo Restivo non era. Tagliava ciocche di capelli alle ragazze. Si metteva sull’autobus dietro la vittima, e poi zac con le forbici, e la ciocca finiva in una scatola per ricordo. Poi telefonava ad altre ragazze, metteva come sottofondo la musica “per Elisa”, e respirava forte, per fare paura. Si viene anche a sapere che aveva chiuso una ragazza nel centro Newman, quello che si trova nei piani alti della chiesa della Santissima Trinità. Lei si è messa a urlare, e l’hanno liberata. Proprio lì deve aver portato Elisa, 15 anni; ma per 17 anni nessuno se ne è accorto. Eppure c’era già stato Danilo lì sopra, c’era un precedente, ed è lui che vede Elisa per l’ultima volta, proprio in quella chiesa.
La chiesa è di quelle importanti, nel corso di Potenza, ci va il senatore Colombo e il parroco si chiama don Mimì. Un parroco intransigente e severo, che però non si accorge che nel sottotetto della sua chiesa c’è il corpo di una ragazza, appoggiato tra il pavimento e il muro. Quando celebra messa e quando sposa e quando dà la comunione don Mimì ha sempre Elisa sopra la testa, che lo guarda sospirando. Alla fine, anche lei, l’hanno trovata. Non prima che Danilo fosse messe al sicuro.
In questi giorni il più grande campione di scacchi del mondo Garry Kasparov è in Italia per promuovere il suo libro, L’inverno sta arrivando, come la celebre frase della serie Games of Thrones. Non è una coincidenza, è una scelta: l’inverno è Putin e, secondo Kasparov, sta arrivando anche da noi. Accanto a qualche frase abbiamo segnato a matita un punto interrogativo. Accanto ad altre degli esclamativi. Arrivati alla fine del libro, gli abbiamo fatto qualche domanda.
Pensavo che il russo fosse la lingua più adeguata per porle le domande sul “dittatore russo” a cui ha dedicato il suo ultimo libro. Mi sbagliavo. Ho cambiato idea a a pagina 381. Comincio dalla fine. Lei ha scritto: «la Russia non è Putin». Allora chi è e cos’è la Russia oggi?
Scrivo che la Russia non è Putin perché è giusto dire che i leader delle nazioni democratiche rappresentano quelle nazioni, o almeno la loro maggioranza, ma in una dittatura no. Le persone sono in trappola, il Paese intero diventa una prigione. Non importa quanto Putin tenti di modellare l’immagine della Russia con la sua propaganda. Tutto cambierà all’improvviso, appena se ne andrà, proprio come in ogni altra dittatura. I Russi devono avere la possibilità di essere liberi e di mostrare di cosa sono capaci. Hanno dato tantissimo al resto del mondo, in ogni campo, dalla cultura alla scienza. E torneranno a fare lo stesso appena la Russia diventerà di nuovo parte del mondo libero. Oggi, sotto la dittatura di Putin, quelli che possono scappare, scappano. E questa fuga di cervelli minerà non solo la ripresa della Russia post Putin, ma anche il contributo che la Russia potrà offrire al mondo per generazioni. Lei scrive nel libro che il «muro di Berlino era l’incarnazione della divisione tra luce e tenebra». L’Europa fa parte dell’Occidente che lei chiama Mondo libero. Il più grande fenomeno che colpisce oggi l’Unione Europea è la migrazione di rifugiati in arrivo dal Medio Oriente e dall’Africa. L’Europa sta diventando un club privato di Patrie di muri dietro i quali ognuno difende se stesso e la sua razza. I primi a non accettare i rifugiati oggi sono proprio quei Paesi che in epoca sovietica erano dietro il Muro, dietro la Cortina di ferro.
Constatarlo è stato deludente, specialmente che si parli di etnie, proprio lì dove l’Europa ha un passato così cupo. Ma ci sono delle eccezioni, dobbiamo prestare attenzione a quei luoghi che accettano i migranti per mostrare al resto che hanno davvero poco di cui aver paura. Ma non è la stessa cosa: un muro che chiude fuori le persone non è un muro che le tiene dentro prigioniere! Un hotel con un muro di sicurezza non è una prigione! Le nazioni hanno il diritto di proteggere i loro confini, ma va fatto in maniera umana, una maniera europea che rispetti i diritti e il valore di ogni vita umana. La radice del problema è la regolamentazione, la mancanza di politiche consistenti di controllo e coordinazione tra le nazioni europee. Prima di risolvere la migrazione illegale, bisogna avere una politica chiara su quella legale. L’aumento di partiti xenofobi di estrema destra, contro i migranti, fanno molto comodo a Putin. Li supporta direttamente e indirettamente. Facendolo indebolisce l’Europa, che considera il suo maggior nemico, e allo stesso tempo crea condizioni migliori per i suoi supporters in Europa. Lei ha dato a Eltsin una chance all’inizio della sua carriera politica. Ha anche meditato su Putin appena arrivò al potere. Negli scacchi c’è un momento in cui il giocatore esamina la partita post mortem. Allora post mortem: quando ha capito lei e quando l’ha capito la Russia chi era Vladimir Putin?
In primis, per evitare qualsiasi confusione, ero un grandissimo supporter di Eltsin. Aveva i suoi difetti, ma credeva nel popolo e il popolo credeva in lui. Eltsin capì presto che l’Urss era condannata e grazie a lui Gorbacev fallì nel salvarla. E sì, come molti ho riposto le mie speranze in Putin, ho pensato che fosse un noioso tecnocrate capace di controllare il caos post sovietico. Ma è stato evidente da subito che Putin aveva le sue radici nel Kgb. Ci sono stati momenti chiave in cui Putin e la Russia hanno raggiunto un punto di non ritorno. L’ultimo è stato quando Putin è tornato alla presidenza nel 2012. Aveva mantenuto il potere per tutto il tempo con il suo burattino Medvedev, anche se credo che in realtà cercasse una via di uscita. Ma un boss mafioso non può semplicemente andarsene via, andare in pensione in pace, perché tutto il sistema dipende da un solo uomo, è come fosse la spina dorsale del corpo. E quando nel 2012 ha annunciato di ricandidarsi alla presidenza, è stato chiaro che sarebbe stato presidente a vita. Ecco cos’è, un dittatore a vita. […]
Mercoledì 23 marzo, a Roma, arriva DiEM25, il Movimento per la Democrazia in Europa lanciato da Yanis Varoufakis. Tra gli organizzatori, c’è anche il regista di Shooting Silvio, Berardo Carboni. Gli abbiamo chiesto il perché.
Come è nato l’incontro con Varoufakis?
La scorsa estate quando eravamo in Grecia insieme a Lorenzo Marsili, direttore di European Alternatives, a girare una puntata di Talk Real, il nostro Talk show nomade per il web proprio nei giorni in cui Syriza vinceva il referendum. Il 61% degli elettori sceglieva di dare ragione al governo di Alexis Tsipras, che nel referendum si era schierato apertamente per il fronte dell’Oxi. Determinanti sono stati soprattutto i giovani tra i 18 e i 34 anni: quasi il 70% ha votato contro l’accordo proposto dai creditori internazionali. Nei giorni a seguire venivano chiuse le banche.
In quei giorni abbiamo parlato a lungo di Europa con Srecko Horvat filosofo croato, poi divenuto uno dei principali animatori di DiEM, Costas Douzinas, tra i più influenti filosofi mondiali poi diventato parte attiva di Syriza e tanti altri. Tutti condividevano il “Piano C”: non arrestarsi davanti a un’Europa “funzionalista” e antidemocratica, senza per questo fare opera di retroguardia, tornando al nazionalismo. L’idea che circolava era quella di creare invece un movimento capace di lottare per costruire una nuova Europa, democratica giusta e inclusiva. Anche Varoufakis stava lavorando a qualcosa di simile. Ci è sembrato quindi naturale seguire il progetto dell’ex ministro delle Finanze greco. Sei mesi dopo, a febbraio 2016, lo abbiamo incontrato in Germania lanciando DiEM25 in una puntata di Talk Real, e lo abbiamo invitato a Roma.
Perché hai deciso di sostenere DiEM25 in Italia?
Da qualche anno lavoro a un progetto, un film di fantascienza, Parellel future che racconta la storia di un movimento politico rivoluzionario, il film parte dal presente e poi racconta la storia del movimento e del mondo in uno scenario che si fa a mano a mano sempre più distopico fino ad arrivare nel 2052 in cui il movimento è diventato egemonico ma è troppo tardi per cambiare il mondo. Diem25 già nel nome – acronimo di Democracy in Europe Movement 2025 e ancora di più nella progettualità è di grande ispirazione, pensare di poter seguire cosi da vicino questo processo e di poter in qualche modo contribuire alla sua articolazione mi stimola e mi diverte molto mi consente di vivere una dimensione della mia vita dove realtà e immaginazione si fondono.
Quando hai deciso di fare cittadinanza attiva attraverso il cinema?
L’11 settembre del 2001 stavo montando il mio primo lungometraggio, una docufiction girata con l’artista Lara Favaretto incentrata sulla figura di Sandra Milo e con la sua partecipazione. Durante una pausa abbiamo visto le Torri gemelle cadere, ho immediatamente capito che era cambiato tutto, mi è passata quasi la voglia di finire quel film e da quel momento tutto il mio lavoro si è concentrato nel creare progetti che non si limitino a porre dubbi sulla realtà, o a trasportare lo spettatore in universi metalinguistici e immersivi, ma cercano invece di recuperare una tradizione molto viva nella prima parte del secolo scorso in cui il cinema era uno strumento mitopoietico di azione sul reale. Ma c’è una profonda differenza tra ciò che faccio e il lavoro di cineasti come Dziga Vertov o Leni Riefensthal, storyteller visivi di un sistema; per me, oggi, il compito dell’arte è come dice Alain Badiou “formare un nuovo mondo, proporre un significante maestro che fornisca una nuova mappatura cognitiva”.
Così sono arrivati Shooting Silvio e VolaVola… metterai la tua arte al servizio di DiEM25?
Così si può leggere tutto il mio lavoro da Shooting Silvio in poi. Shooting Silvio è un film profondamente nichilista e insieme catartico, racconta ciò che non si deve fare e stimola a fare altro: uccide un immaginario e crea i presupposti per inventarne uno nuovo. Il documentario Euros e il talk show Talk Real mostrano un’indagine rivolta alla ricerca di idee, persone, reti e circostanze che producono nuove visoni, sono veri e propri diari di viaggio. Nell’animazione di VolaVola e in modo più completo in Youtopia, il film che girerò in primavera e che uscirà nella sale a inizio 2017, si delineano i primi connotati di questa visione. Con Diem25 questo processo di conoscenza profonda del reale e di invenzione di immaginari nuovi fa un passo importante, si trasforma in un’occasione concreta di agire nel reale. Siamo tutti in qualche modo sceneggiatori del nostro futuro.
«Io so’ io e i referendum non sono un cazzo». Tocca scomodare Belli e il Marchese del Grillo per descrivere l’atteggiamento del governo e della segreteria del Partito democratico nei confronti della volontà popolare. Che il rispetto per il voto degli italiani non sia un mantra di Renzi e dei suoi lo si era intuito. Il presidente del Consiglio del «mai al governo senza l’investitura popolare» e il suo esecutivo sono da tempo al lavoro per smontare l’esito del referendum del 12 e 13 giugno 2011 sulla gestione pubblica dell’acqua: 27 milioni di italiani al voto e il 95% di sì non sono evidentemente bastati a fermare le pressioni delle multiutility italiane e non.
Così, con il susseguirsi di diversi provvedimenti si va configurando un sistema che affida la gestione a pochi grandi soggetti, i quali – contrariamente alla volontà espressa cinque anni fa dagli elettori – hanno tutta l’intenzione di trarne profitto. Quest’operazione finora tenuta sotto traccia, ha trovato un’eclatante conferma pochi giorni fa, con il voto in commissione Ambiente alla Camera sul ddl di iniziativa popolare fatto proprio dall’intergruppo parlamentare Pd, M5s e Si-Sel. Il via libera agli emendamenti del Partito democratico, oltre a scatenare le proteste di Sinistra italiana e 5stelle, ha determinato uno stravolgimento del testo base: la gestione non sarà più esclusivamente pubblica, ma soltanto «in via prioritaria».
Se non si fermano davanti al voto già espresso, figurarsi per un referendum che ancora non si è svolto, quello sulle trivelle. Ci hanno provato con la legge di Stabilità a vanificare la portata dei sei quesiti promossi da dieci Regioni, ma uno è sopravvissuto all’intervento legislativo. Allora hanno puntato a depotenziarne l’effetto fissando la data del voto praticamente alla prima domenica utile (limitando a poco più di un mese la campagna referendaria) e rispondendo picche a chi chiedeva un intervento legislativo che consentisse di far coincidere il referendum con la data delle elezioni amministrative.
Poi, mentre guarda caso i grandi media e la tv pubblica ancora non informano adeguatamente gli italiani sulla consultazione del 17 aprile, emerge che il partito del premier-segretario ha comunicato all’AgCom la propria posizione pro-astensione. Dopo le proteste della minoranza – «Chi e quando ha deciso che il Pd si astiene?» ha chiesto Roberto Speranza – , la nota dei vicesegretari Guerini e Serracchiani (sì, la stessa che nel 2012 manifestava a Monopoli contro le trivelle) ha sentenziato che «questo referendum è inutile», che «costerà 300 milioni agli italiani» e questi soldi «potevano andare ad asili nido, a scuole, alla sicurezza, all’ambiente»; che se vince il sì «l’Italia dovrà licenziare migliaia di persone e comprare all’estero più gas e più petrolio». Una elevata dose di faccia tosta condita con lo spauracchio dei posti di lavoro a rischio e dell’energia che «dovremmo acquistare dall’estero a un prezzo maggiore».
Non disturbate in manovratore, dunque. Evidentemente il crollo degli iscritti e le primarie semi-deserte non sono bastati ad aprire una riflessione sulla differenza tra un partito e una consorteria. Lo dimostra la pretesa che due vicesegretari (e ora anche la conta dei voti nella direzione di lunedì prossimo) decidano qual è la politica energetica del Paese e che quest’ultima non possa virare verso un modello più sostenibile per l’ambiente e foriero di nuova e più qualificata occupazione.
Guerini e Serracchiani accusano i promotori del referendum e i sostenitori del sì di voler «dare un segnale politico». In altri tempi si sarebbe trattato di un complimento, o più semplicemente della constatazione di un fatto fisiologico: in una democrazia sana se l’unico strumento per orientare le scelte di governo e Parlamento è il referendum abrogativo, non ci si può fermare al dettato – spesso per forza di cose “tecnico” – del quesito, ma si approfitta di esso per discutere dei grandi temi e dare una visione di lungo termine alle politiche del Paese, mai come in questo caso determinate da una prospettiva a corto raggio e da lobby che con gli interessi della collettività hanno poco a che fare. Per questi novelli Marchesi del Grillo il titolo del sonetto del Belli è quanto mai azzeccato: Li sovrani der monno vecchio.
Il cosiddetto “appoggio esterno” che tutti nel Pd fingono di avere senza accorgersene, la criniera leonina imbiancata che ha soccorso Renzi inchiodandolo al vecchio, il principe delle trattative Denis Verdini, oggi è un problema. O meglio: oggi è ufficialmente condannato ma che avesse superato già diverse volte il confine dell’opportunità lo sapevano anche i muri, in Parlamento. Tranne Renzi e la sua combriccola di giovani marmotte democristiane catapultate nella stanza dei bottoni.
Del resto il processo che lo condanna (pena sospesa) a due anni è abitato dal grumo di malaffare che dal solito Balducci a Fabio De Santis, ex provveditore delle opere pubbliche della Toscana, passando per l’imprenditore Francesco Maria De Vito Piscicelli (quello che rise al telefono per la notizia del terremoto aquilano) mette in mostra un pezzo della miseria politica e imprenditoriale italiana degli ultimi anni. Al di là della condanna, questo processo ci ricorda (e rimarca) la provenienza di Denis Verdini: l’ex braccio destro di Berlusconi è questa cosa qui.
E ha un bel dire il capogruppo PD Rosato che «Verdini ha semplicemente votato in occasione di un voto di fiducia ma non è nella maggioranza», con la solita brutta abitudine (politica) di interpretare i numeri come se fossero opinabili: Verdini è la stampella di un governo claudicante che si finge capace di correre. Verdini è l’uomo che ha permesso a Renzi di fare “il bullo” con la minoranza interna.
Qui non bastano nemmeno i superpoteri di Cantone: la frittata è grossa. La condanna è scritta. E ci manca solo che ora sia colpa dei giudici.
Ma forse se lo sono già detti, hanno solo un po’ di vergogna a ripeterlo in pubblico.
Potremmo dire “la caduta degli dei”. Inacio Lula da Silva, famiglia povera, penultimo di tanti fratelli, operaio e sindacalista, per otto anni presidente, che ha trascina il Brasile da paese del terzo mondo a leader dei Brics, delle economie emergenti, tra i protagonisti della politica mondiale. Inacio Lula da Silva, accusato di corruzione e riciclaggio nell’inchiesta “Lava Jato”, accetta di tornare al governo per evitare l’arresto.
Oppure potremmo titolare “Colpo di stato giudiziario a Brasilia”. Perché i metodi dei giudici di San Paulo farebbero impallidire quelli che tante volte sono stati contestati al nostro Di Pietro. Lula arrestato sotto iriflettori delle telecamere quando sarebbe bastato interrogarlo e consegnargli l’avviso di garanzia, la presidente in carica Dilma Rousseff intercettata. E quando dice al suo antico maestro, a Lula, “ora hai l’investitura, usala” (per sottrarti alla giustizia ordinaria e farti giudicare dal tribunale dei ministri) un giudice subito la accusa di intralcio alla giustizia. Intanto annulla la nomina a ministro dell’antico presidente. Il contesto è dei più drammatici, il Brasile per il secondo anno consecutivo è in recessione, meno 3,5 del PIL. Deve ospitare le Olimpiadi ed è arrivato il virus Zika a far da guastafeste. La borghesia pensa che sia gran tempo di liberarsi del Partito dei lavoratori (creazione, anche questa, di Lula), per riportare il Brasile nell’orbita di Wall Street. Le promesse al popolo delle favelas, i rapporti con la Cina (che comprava materie prime e vendeva a basso costo beni di consumo durevoli) si sono mostrati una chimera: con il riaggiustamento dell’economia cinese e il crollo del prezzo delle materie prime, il boom dei Brics si è sgonfiato. Meglio tornare alla svalutazione del lavoro – pensano i borghesi- e alla distribuzione ineguale della ricchezza.
L’accusa di corruzione per l’ex operaio e per l’antica guerrigliera (c’è anche questo nel passato della presidente) arrivano come il cacio sui maccheroni. La società si lacera. Da una parte i giovani del ceto medio che chiedono la destituzione di Dilma i giovani del ceto medio che chiedono a gran voce l’arresto di Lula, dall’altra i seguaci dell’ex presidente, ancora popolare, che gridano al colpo di stato. Che dire? La corruzione è una piaga che spesso accompagna periodi di crescita veloce e disordinata. Possibile che Dilma e Lula l’abbiano considerata un danno collaterale secondario. Sbagliando. Tuttavia il ritorno all’indietro, al tempo in cui l’intero sud America funzionava da giardino di casa e riserva di caccia dell’imperialismo statunitense, sarebbe una tragedia: per i brasiliani, che non meritano né la corruzione né il ritorno al passato