Non importa quale sia l’obiettivo utilizzato, non importa quale sia la velocità della pellicola, non importa come si sviluppa, non importa come si stampa, non si può dire di più di quanto si può vedere.
Paul Strand
Una grande retrospettiva del lavoro del fotografo americano, Paul Strand (1890-1976) il fotografo che agli inizi del ‘900 si battè perchè la fotografia fosse riconosciuta come arte, la prima in Gran Bretagna dopo la sua morte.
Si tratta di una mostra itinerante organizzata dal Philadelphia Museum of Art, che conserva la più grande collezione al mondo di opere dell’artista, a cui si aggiungono le opere della collezione presente al V&A Museum di Londra.
Fotografo e cineasta americano, divenuto figura di riferimento per la «straight photography», allievo di Stieglitz, eccezionale cronista del Novecento e maestro del realismo in bianco e nero, con le sue rivoluzionarie sperimentazioni Paul Strand è stato uno dei più grandi e influenti fotografi del XX° secolo.
La mostra punta l’attenzione sui principali progetti realizzati da Strand tra gli anni ’10 e gli anni ’70, mostrandoci la molteplicità delle sue pratiche, approcci, soggetti e tecnologie: dai primi sforzi per affrancare la fotografia dal pittorialismo e affermarne la posizione come forma d’arte, ai suoi lavori come film-making, ai libri fotografici del dopoguerra, mettendo in evidenza il suo costante sforzo di usare la fotografia come strumento di comprensione del mondo.
Paul Strand: Photography and Film for the 20th Century Victoria and Albert Museum, Londra 19 marzo – 3 luglio 2016
La crescita dell’estrema destra alle ultime elezioni regionali tedesche pone la Germania in una situazione già vissuta da Italia, Spagna, Grecia e Portogallo. Come la crisi economica e finanziaria per i Paesi del Sud, oggi è la Germania a patire gli effetti dell’incapacità di questa Europa di affrontare con umanità ed efficacia la cosiddetta crisi dei rifugiati. Cosiddetta, perché non esiste un problema oggettivo, per un continente ricco e popolato da cinquecento milioni di persone, nel dare accoglienza degna a qualche milione di individui in fuga dalla guerra. Così come non avrebbe dovuto esistere problema oggettivo, per il più grande mercato mondiale, nell’affrontare una crisi del debito senza imporre povertà e bancarotta ai suoi Stati più deboli.
È concreto invece il rischio di essere divenuti oramai incapaci di rispondere alle grandi sfide del ventunesimo secolo. Sfide – le migrazioni, l’ineguaglianza economica, i cambiamenti climatici – troppo grandi per i singoli Stati, ma a cui un’Europa paralizzata dai veti incrociati e delegittimata da una tragica mancanza di democrazia è sempre meno capace di rispondere. E questo è il vicolo cieco in cui ci troviamo oggi, con la politica nazionale ridotta a piccolo cabotaggio e la politica europea ridotta a rissa fra capetti di Stato. Affrontiamo le ondate di una Storia tornata a battere la tempesta in barchette di carta pilotate da timonieri sbronzi. Ma come i marinai greci sappiamo che tristezza e rassegnazione sono i primi nemici da combattere. E che bisogna recuperare l’orizzonte per uscire dalla burrasca.
L’orizzonte è ricostruire l’Europa come grande spazio di democrazia, capace di farsi luogo di lotta fra visioni politiche alternative, di affrontare di petto, sulla base di una rinnovata legittimità, le sfide dei tempi straordinari che stiamo attraversando. Da anni i movimenti più vari – da Blockupy ai federalisti di ogni fede – lottano contro l’Europa dello status quo e per una democrazia transnazionale. Oggi la proposta del Manifesto DiEM25 da parte di Yanis Varoufakis porta una nuova e necessaria spinta verso questa semplice quanto folle ambizione: democratizzare l’Europa. E lo fa chiedendo a ciascuno di alzare il livello del gioco.
Questi anni di crisi ci hanno mostrato tutta l’incapacità della sinistra di organizzarsi a livello transnazionale. I partiti nazionali si sono nascosti dietro sigle impronunciabili, – chi si ricorda cosa significa Gue/Ngl, l’acronimo del gruppo della sinistra al Parlamento europeo? – accrocchi in cui ciascun partito continua a muoversi obbedendo a logiche esclusivamente nazionali e in cui, tutti insieme, confermano la loro tragica impotenza. E in un simile vicolo cieco – ma qui si aprirebbe un altro capitolo – si trova il sindacato europeo.
È ora di voltare pagina. E di iniziare a immaginare una forza politica multilivello capace di pensare e agire, organizzarsi e mobilitare su scala continentale.
L’Italia è stata, storicamente, fra i laboratori politici più fertili d’Europa. Ma è oggi anche il Paese meno presente nei processi di costruzione e innovazione di una sinistra europea all’altezza di questa sfida. È ora che questo cambi. Se sul palco, al lancio di DiEM25 a Berlino il 9 febbraio scorso, non erano presenti italiani, ora, su invito di European Alternatives, è Roma la prima tappa del nuovo movimento. Che sia solo l’inizio.
*Lorenzo Marsili è fondatore e presidente di European Alternatives
Oggi tutti increduli. Ma davvero se ne stava a Molembeek dove era sempre vissuto, a due passi dalla casa della madre? E la porta del rifugio – non chiamiamolo “covo” per non cadere nel ridicolo – che era socchiusa. E lui che si fa prendere e l’avvocato, lesto: «Salah sta collaborando con le autorità belghe, ci opponiamo all’estradizione in Francia». Mentre questa soap opera intorno al martire-renitente, misteriosamente scomparso sotto gli occhi di tutte le polizie europee, e ancora più misteriosamente ritrovato come un pacco dono, si dipana a Bruxelles – e chissà cosa possano pensarne i genitori di Valeria Soresin, vittima italiana del Bataclan- a Istambul un kamikaze si fa esplodere su viale Istiklal, la via dello struscio e dello shopping.
Noi europei abbiamo appena dichiarato solennemente che la Turchia è un “paese terzo sicuro”. Dunque potremo mandargli mandargli, senza infrangere leggi universali, 72 mila uomini, donne, bambini fuggiti dalla guerra in Siria o in Iraq e già approdati in Grecia, cioè nell’Unione. Ankara riceverà in cambio la sua mercede: 40mila euro per profugo e,forse, visti d’ingresso nella UE per i suoi cittadini.
Però la Turchia non è un paese sicuro. È in guerra con una parte del suo popolo, i curdi, ed è sotto attacco del terrorismo islamico e del Daesh, che chiedono alle autorità turche di resistere alle pressioni statunitensi e di continuare a proteggerli e a commerciare con loro. Subito dopo il nuovo colpo al cuore di Istanbul, il governo ha cercato di accusare i curdi del PKK: la bomba era scoppiata vicino a una stazione di polizia, obiettivo militare non carneficina indistinta, dunque curdi non islamisti, era stato il ragionamento.
Invece pare che l’uomo-bomba si chiami Savas Yildiz, 33 anni, originario di Adana nel sud del Paese, militante turco dello Stato Islamico. Ma l’incidente la dice lunga sulla paranoia del governo e sulla minaccia di guerra civile che incombe. La real politik consiglia tuttavia di non sottilizzare: anche se non proprio ”sicuro” il paese turco lo è sempre più della Siria. Per il momento è vero ma fare doni a Erdogan può essere pericoloso, può infiammare ancora di più l’intero medio oriente, con il rischio che ci arrivino poi molti più profughi di quelli ai quali facciamo passare il Bosforo all’incontrario.
Fumigation fog fills the Vedado neighborhood after soldiers sprayed to kill mosquitos in Havana, Cuba, Tuesday, March 15, 2016. Authorities are fumigating in an attempt to prevent the spread of zika, chikungunya and dengue, after the World Health Organization declared Zika to be a global emergency last month. (AP Photo/Desmond Boylan)
Immagine in evidenza: Una nebbia di fumogeni avvolge uno dei quartieri dell’Avana, nel tentativo di prevenire la diffusione di Zika. (AP Photo/Desmond Boylan)
Scapigliato, giubbetto di pelle, accento toscano e l’aria da punk. Francesco Motta sta benissimo e, per farcelo sapere, ha deciso di incidere un disco. Dopo dieci anni in cui ha prestato il suo talento di polistrumentista alla crème della musica indipendente italiana, Motta viene allo scoperto con La fine dei vent’anni (Woodworm – Audioglobe), il suo album di esordio da solista. Per l’occasione si è messo nelle mani di Riccardo Sinigallia, autore e produttore dai più chiamato “re mida” e che abbiamo già visto all’opera con Tiromancino, Carboni, Gazzè. Ancora qualche settimana e Motta sarà in tour, partendo da Pisa l’8 aprile, passando per il Magnolia di Milano il 20 e il Quirinetta di Roma il 28. Ma per adesso è ancora a casa, nella Capitale. Ne approfittiamo per fare quattro chiacchiere con lui. Motta, cos’è che finisce con i vent’anni?
L’adolescenza. La fine dell’adolescenza negli uomini avviene un pochino dopo (ride). Seriamente, a un certo punto mi sono reso conto che nelle canzoni ci vuole qualcosa da dire. Grazie a Riccardo (Sinigallia, ndr) sono riuscito a capire che anch’io avevo delle cose da dire e le ho dette. E cosa credi di averci detto?
Che sto abbastanza bene (ride). Guarda che spesso è questa la cosa più difficile da dire: che si sta bene. Nelle canzoni è molto più facile dire quanto e come si sta male, ma io spero di esserci riuscito. Che Riccardo Sinigallia ti sia stato vicino, nel disco, si sente eccome…
Sì, è vero. Mi è stato vicino in tutto, ma è stato anche molto rispettoso di quello che era mio, persino delle mie registrazioni fatte in casa. Il suo contributo è stato fondamentale, sia nei testi che nella produzione. Produrre un disco prevede anche un certo tipo di organizzazione e un punto di vista esterno, e secondo me lui è in assoluto il migliore in Italia, come autore e come produttore. Perciò direi che è stata una magia, ci siamo veramente scelti. Ci siamo annusati e scelti. Lasciare più spazio ai testi ha significato un approccio più pacato in fase di composizione ed esecuzione musicale?
No. Io penso che siano soprattutto i testi a fare le canzoni. (Si ferma, pensa bene, e quantifica:) Per un 80 per cento, dài (dice come se tracciasse una linea per farci capire il peso)! Un accordo cambia a secondo del testo e viceversa, ma fa sempre riferimento al significante, alla parola. Io finora ero più avanti musicalmente, e adesso sentivo di dover superare lo scoglio testuale. Ci ho messo un bel po’… e non è stato affatto facile.
Anatoly Karpov, left, defending world chess champion, and challenger Garry Kasparov, both of the Soviet Union, are seen during the World Chess finals in Moscow, Sept. 1984. (AP Photo)
È stato probabilmente il più grande scacchista di tutti tempi; solo la follia e il genio del leggendario Bobby Fischer possono competere con le straordinarie qualità del “mostro dai mille occhi” come lo definì un giorno il britannico Tony Miles dopo l’ennesima, umiliante sconfitta. Ma se l’americano è stato una meravigliosa meteora che, dopo aver conquistato la vetta ha sperperato il suo dono in un cupio dissolvi di paranoie e manie di persecuzione, Garry Kasparov è riuscito a rimanere al vertice più di chiunque altro, forgiando il suo talento nello studio e nella disciplina.
Dal punto di vista tecnico Kasparov è il giocatore perfetto; uno stile spettacolare e immaginativo costantemente votato all’attacco e all’iniziativa, una voglia di vincere e di combattere fuori dal comune, una dedizione al gioco che lo ha portato a ricercare (e a innovare) più di ogni altro contemporaneo. E naturalmente una memoria prodigiosa: «Ricordo perfettamente tutti i numeri di telefono che ho composto nella mia vita». Avrebbe potuto eccellere in qualsiasi altro campo, dalle scienze alle arti, ma gli scacchi, questa allegorica e cruenta simulazione della guerra che prevede una varietà infinita di mosse e varianti in un perimetro finito di caselle, erano il suo destino. Garry è nato a Baku capitale dell’Azerbaijan il 13 aprile del 1963 e il 13, come lui stesso ama affermare, è sempre stato il suo numero feticcio, curiosa inclinazione per la numerologia per un devoto alla logica e alla razionalità. La sua data di nascita è un multiplo del 13, nell’85 (8+5= 13) è diventato il tredicesimo campione del mondo, un titolo raggiunto dopo la tredicesima vittoria.
Il padre Kim Moissevitch Veinstein, era un ebreo di grande cultura amante della musica e della letteratura, la madre Clara Kasparova un’armena appassionata di storia dell’arte dal carattere straripante; dopo la morte del marito avvenuta nel ’71, si dedica anima e corpo all’educazione del figlio al quale trasferisce anche il cognome. Una sera, quando aveva appena cinque anni, Garry risolve in pochi secondi un problema scacchistico sul quale i genitori erano impegnati da giorni. In teoria piccolo, non avrebbe dovuto conoscere le regole e i movimenti dei pezzi, eppure gli scacchi erano già una seconda lingua, quasi un dono degli dei e di Caissa, la musa del nobile gioco. Negli anni seguenti farà strabuzzare gli occhi ai maestri di tutta l’Urss per le sue vittorie strabilianti contro giocatori molto più esperti di lui. Passerà per il mitico e inevitabile Palazzo dei pionieri di Baku, fucina scacchistica in cui incontra Mikail Botvinnik, campione del mondo negli anni 50, vero e proprio monumento degli scacchi sovietici anche se ormai confinato ai margini del potere. Botvinnik riconosce subito la genialità di quel piccolo azero e lo mette sotto la sua ala protettiva, in quello che è stato l’unico sostegno “istituzionale” ricevuto dal giovane Kasparov: «L’avvenire del nostro gioco è nelle mani di questo piccolo».
A 12 anni è campione di Russia junior (competizione in cui partecipano giocatori fino a 19 anni), a 14 è il più giovane maestro di sempre, a 16 vince il suo primo grande torneo internazionale, a 19 è candidato al titolo mondiale in un ciclo in cui ha strapazzato ex campioni del mondo come Tigran Petrosjan e Vassilj Smislov o giocatori del calibro di Viktor Korchnoi. Ormai manca solo l’ultimo tassello, il più difficile.
Come in ogni epopea, la sua ascesa aveva bisogno di un alter-ego, di un eterno rivale o di un “super cattivo” che rappresenti il lato oscuro della forza per chi preferisce le semplificazioni narrative. Tutto questo si è incarnato nelle anonime fattezze di Anatolij Karpov. Oltre ad essere un giocatore di classe superiore e dai nervi d’acciaio, Karpov era il protegé del Cremlino, il prototipo di campione costruito in laboratorio, un prodotto della Guerra fredda, un Ivan Drago dell’intelletto. Gelido come un cubetto di ghiaccio, incapace di tradire emozioni, obbediente al sistema come un soldatino di piombo
Italian director Pierfrancesco Diliberto alias Pif arrives at the Lido Beach ahead of the 72nd annual Venice International Film Festival, in Venice, Italy, 05 September 2015. The festival runs from 02 to 12 September.
ANSA/ETTORE FERRARI
Don Giuseppe Diana fu ucciso nella sagrestia della sua parrocchia il 19 marzo di 22 anni fa. «Dissero che era donnaiolo, forse peggio», mi ricorda Pierfrancesco Diliberto, per noi tutti Pif, regista de La mafia uccide solo d’estate, il film che ha riscosso tanto successo e che ora diventa fiction. «Il meccanismo è sempre lo stesso – prosegue – a Palermo, a Napoli o al Nord, e senza che si siano messi d’accordo. Perché non scendi in piazza quando hanno ammazzato un prete? Perché ripeti con il mafioso “in fondo se l’è andata a cercare, forse gli piacevano le donne, forse nascondeva armi”. Cosa tremenda per chi lo dice e ancora di più per chi ci crede. Finge di crederci, perché conviene, perché così si sta nella cultura mafiosa, anche se sa bene che non è vero». Proprio per ricordare Peppe Diana, il 19 marzo Pif è a Casal di Principe, dove presenta anche l’app NOma-museo urbano No mafia, un percorso multimediale sui luoghi degli attentati palermitani narrati da voci della cultura e dello spettacolo.
Che succede nel mondo dell’antimafia – gli chiedo – dopo un quarto di secolo di proclami il movimento si interroga su se stesso, si chiede se per caso non stia diventando il luogo in cui qualcuno si finge quello che non è? Accuse e contro accuse, imprenditori in odore di mafia ma con il distintivo antimafia? «Qualche cosa che non va, c’è. La gestione che si è fatta dei beni mafiosi è stata in qualche caso uno scandalo. Io però la vedo in modo ingenuo, guardando ai caratteri e al confronto che è difficile. Uno che guida la mobilitazione antimafia è difficile che abbia un carattere timido, tranquillo. In genere si tratta di personalità forti e di caratteri ingombranti. Se vuoi promuovere una manifestazione, la prima cosa che ti viene è di riunire i familiari delle vittime ma è impresa titanica, uno non vuole l’altro e l’altro fa l’analisi del sangue all’altro ancora».
Ma Luigi Ciotti ci riesce. A proposito, sarai a Messina, il 21 per la marcia di Libera nel primo giorno di primavera?
«Quel giorno sarò qui a Palermo in una scuola di Ballarò. Don Ciotti, certo, riesce a mettere insieme tante persone, ma proprio lui è stato a mettere in guardia sull’uso di parole come antimafia e legalità. E ho visto che qualcuno lo ripaga dicendo che anche Libera non è sempre stata al livello. Non sai a quanti amici sento dire che anche Luigi Ciotti è vittima di queste cose, di questi confronti fra caratteri. Io mi tengo fuori, per fortuna, faccio il cazzaro e cerco di mantenere un profilo più ingenuo».
Siamo ancora in laguna, a deliziarci di cortometraggi dello Short Film Festival della Ca’ Foscari, di tramezzini e di spritz. Ma la vera sorpresa di quest’anno arriva dal Canton Ticino. Si chiama Arthur, ha quarant’anni, una gran faccia da schiaffi, una certa mania per l’ordine e un piccolo segreto: è un serial killer. Che, alla fine, vi starà persino simpatico.
Dieci episodi per un totale di 53 minuti esatti, creati uno a uno per il web e grazie al contributo della Radiotelevisione Svizzera. Arthur, interpretato dal convincente Ettore Nicoletti, è il vincitore del concorso nazionale di Stato svizzero. Humor nero, nerissimo. In barba al politically correct, la web serie Arthur è stata proiettata in sala per la prima volta, dopo l’esordio sul web dello scorso autunno. Ed è andata bene. L’indomani, siamo tutti intorno al tavolino del caffè di campo Santa Margherita. C’è il regista e autore Nick Rusconi, 40 anni e regista di professione per la tv di Stato svizzera e non pochi videoclip; c’è Chloe de Souza, 32 anni ticinese anche lei e – nonostante il fuorviante cognome – dalle origini cagliaritane; poi c’è il silenzioso direttore della fotografia Giacomo Jaegli che di anni ne ha 25; e l’impeccabile produttore Alberto Meroni, che ha 38 anni.
«Non siamo stati spinti dalla cronaca nera», racconta divertita Chloe che insieme a Nick, Arthur lo ha creato nei minimi dettagli. «A noi piacciono gli antieroi… pensa che al principio Arthur doveva essere un serial killer che le sbagliava tutte». E invece, alla fine, Arthur è un serial killer davvero, che però è alle prese con il tentativo di «provare a smettere di uccidere». Vorrebbe, ma ogni volta fallisce nel tentativo davanti a quelle che vive come provocazioni di una società insopportabile. «Arthur si sente un outsider, non sopporta il “dover essere” che la società continua a imporgli, non sopporta il codice morale e sociale, insomma», spiegano Chloe e Nick.
Di sangue ce n’è parecchio, di scene violente pure. Non avete paura di legittimare o, addirittura, istigare alla violenza?, chiediamo. «Ma no», risponde Nick allargando le braccia, e gli altri concordano. Chloe incalza: «Semmai la sublimiamo. Sui social ci sono non pochi contenuti violenti e reali, senza alcuna restrizione. Quella è violenza, quello è un vero pugno nello stomaco. La nostra è arte, è finzione. E vuole essere uno stimolo per una riflessione: cos’è davvero la violenza?».
Gli stimoli arrivano, grazie a una regia precisa e rapidissima e a una fotografia che rapisce nel suo splatter d’autore. Per i dieci episodi, di 4-5 minuti ciascuno, sono stati necessari non pochi espedienti narrativi. «È la scrittura per il web, sai che chi ti guarda lo sta facendo mentre fa anche altre mille cose. Devi catturare, essere veloce, concentrato, non puoi permetterti sfumature», dice l’autrice Chloe. Non ha rinunciato a un bel nulla, invece, Nick per la regia. Anche perché Arthur è stato girato con tutti i crismi. Finanziato, dalla tv svizzera, è costato circa 100mila euro. «Se avessimo girato con un iPhone avremmo risparmiato il 70%, ma non avremmo avuto tutta questa sapienza e questa qualità», dice Alberto, guardando i suoi compagni d’avventura. È un produttore consapevole Alberto, che a soli 38 anni adesso vedrà la sua creatura spiccare il volo e, dopo Venezia, dirigersi verso Vancouver, Los Angeles, New York, Rio, Montreal e Roma.
Senza contare che Arthur è anche un serial game. Dove è possibile scoprire la vera natura di Zed – coprotagonista di Arthur, oltre alla protagonista femminile -, il suo unico vecchio amico paralizzato a causa di un ictus che lo ha privato della parola…. è probabile che non riuscirete a capire subito chi è davvero Zed, ma giocateci e scopritelo, ne vale la pena…
Ultima, ma non per importanza, nota. La colonna sonora è curata da Elias Bertini, ex frontman degli Zero In On.
«La decisione di scrivere questo libro ha anche un’altra motivazione. Mia figlia, a cui rivolgo qui le mie riflessioni, è per me un’assenza quasi costante, perché vive in Australia: quando non siamo insieme, contiamo i giorni prima del nuovo incontro; quando siamo insieme, contiamo i giorni che mancano alla separazione. Mentre lavoravo a queste pagine e pensavo alle sue reazioni a ogni mia frase, invece l’ho sempre avuta vicino». Yanis Varoufakis apre così il suo libro E’ l’economia che cambia il mondo (Rizzoli), rivolgendosi alla figlia adolescente che vive dall’altra parte di quel mondo.
La domanda qualche tempo prima era stata: “Perché c’è tanta disuguaglianza?”, ma la risposta che Varoufakis aveva dato a Xenia non era stata sufficiente. Né per lei, né per lui.
Quando mi hanno chiesto di scrivere un breve articolo per Left.it su Diem25, il movimento che l’ex ministro delle Finanze greco ha fondato a Berlino lo scorso 9 febbraio e che, invitato da European Alternatives (su Left di questa settimana l’editoriale del suo fondatore Lorenzo Marsili), ha scelto Roma come sua prima tappa, mi sono domandata come chiedervi di provarci ancora. Di prestare attenzione alle parole, ancora. Alle idee che potrebbero contenere quelle parole. E mi è venuto in mente il perché si decide di scrivere un libro. Per amore di una bambina, Xenia, a cui si vuole spiegare meglio cosa sia la disuguaglianza e quanto «sia incredibile la facilità con cui si tende a considerare “logica”, “naturale” e “giusta” la distribuzione della ricchezza che abbiamo sotto gli occhi… Quando ti sembra di propendere per questo tipo di pensieri – le scrive Yanis -, ricorda: tutti i bambini nascono nudi, ma per alcuni è già stata pronunciata la condanna alla fame, allo sfruttamento e alla miseria. Non cedere mai alla tentazione di accettare una spiegazione logica per le disuguaglianze che finora, da ragazza che sei, hai ritenuto inaccettabili. Conserva dentro di te il rifiuto di considerarlo “logico”, “naturale” e “giusto”». Mercoledì 23 marzo all’Aquarium di Roma a piazza Manfredo Fanti, dalle 9.30 di mattina, Left parteciperà a tutti i tavoli: Ambiente, Finanza, Lavoro, Migranti, Trasparenza, Democrazia. Perché benché tutti adulti, noi di Left, non riusciamo ad accettare nessuna “spiegazione logica” per le disuguaglianze che continuano ad apparirci “inaccettabili”. Ma non solo, siamo dominati da quel “rifiuto” di considerare quel modo di pensare “logico”, “naturale” e “giusto” che poi diventa “fare” mostruoso. Muri di filo spinato. Mentali e materiali.
Quando cogliamo lo stesso ostinato rifiuto di pensare “logico”, noi di Left ci siamo.
Andiamo e ci confrontiamo, siamo nati così. Nudi. Difficile, in questa fase politica e culturale che non regala nulla, vivere e scrivere in Italia. Giusto allargare allora, smontare muri e confini e occuparci di Europa, di un’altra Europa, di quello “spazio largo e umano” che ci avevano fatto sognare. Per un intero giorno: una plenaria con Yanis Varoufakis, ore di lavoro sui temi più attuali, presentazione dei risultati dei lavori, e serata insieme a Varoufakis, Cecilia Strada, Marisa Matias, Julian Assange, Jorge Moruno di Podemos, Lorenzo Marsili e molto altri. Cosa è Diem25, perché 25 e come si propone di mettere in “movimento” la democrazia? Con quali idee e strumenti? Noi andiamo per contribuire. Perché da Roma si inizia. Sarà un caso? Forse sì, ma è troppo fortunato per non approfittarne. La parola dalla quale si parte è “Trasparenza”. E per Left, la Trasparenza è sinonimo di “Onestà”, nostro valore cardine. E allora “Carpe diem”.
Rispondendo a una domanda sul riscaldamento climatico, Bernie Sanders ha detto che un uomo solo non può far tutto, nemmeno dalla Casa Bianca e che è «una rivoluzione politica». Con un editoriale, il New York Times ha consigliato ai giovani supporter di Sanders di puntare piuttosto su «una lenta evoluzione», poiché il loro candidato, in quanto “outsider”, non riuscirebbe – semmai fosse eletto – a trovare nel Congresso i consensi «per trasformare in legge i suoi ideali liberal per l’assistenza sanitaria, l’istruzione universitaria, la lotta alla povertà e il cambiamento climatico».
Noi “di sinistra” siamo abituati ad ascoltare lezioni di realismo. Tuttavia, con rispetto, vorrei chiedere ai realisti perché mai il cavallo non beva? Perché, nonostante la Bce stia comprando titoli del debito a un ritmo di 80 miliardi al mese e abbia portato sotto zero sia i tassi sui depositi per le banche sia quelli del denaro che presta alla banche, perché la domanda interna non cresca e il rischio deflazione resti intero? Sul Corriere del 14 marzo Roberto Sommella in un editoriale intitolato “Il Capitalismo della rete e il socialismo delle cose” si è chiesto se «dietro la deflazione non ci sia anche la sharing economy». La digitalizzazione di molti processi industriali e commerciali che sta cambiando il modo di consumare, che ci orienta verso beni comuni e servizi da condividere, anziché a scartare e sostituire beni di consumo durevoli.
Vorrei chiedere se le deludenti ricadute sull’occupazione e sulla crescita dei generosi incentivi che i governi di Valls e Renzi distribuiscono alle imprese, non rimandino a quella quarta rivoluzione industriale che ci sta investendo. Senza forti investimenti in ricerca e sviluppo, senza scelte coraggiose di politica industriale forse non usciremo dalla Grande recessione e finiremo con l’importare, magari dalla Cina, prodotti ad alta tecnologia, diventando tutti albergatori, ristoratori, guide turistiche e produttori agricoli a chilometro zero. E non è neppure il peggio che possa accaderci.
Davanti a una rivoluzione scientifica, industriale, ecologica e del modello dei consumi, davanti all’esplosione di guerre regionali covate a lungo dall’imperialismo e alle grandi migrazioni che ne derivano, i realisti rischiano di perdere la bussola. È già successo un secolo fa, quando le socialdemocrazie europee divennero patriottarde e finirono in guerra. Forse sta succedendo di nuovo con i socialisti che, minacciati dai populisti, si rintanano nei palazzi. Hollande impone un jobs act alla francese sperando nel soccorso del Medef, la loro Confindustria, Hillary Clinton abbraccia George W Bush, uniti contro il barbaro Trump.
Conseguenza di questo rintanarsi nel palazzo, del chiudersi nel professionismo della politica e nella logica d’apparato sono la semplificazione e lo svuotamento della democrazia. Lo vediamo in Italia con amministrative e primarie: poche idee, candidati modesti, calo della partecipazione. Mi chiedo se chi ha criticato Tsipras, per aver provocato e vinto tre voti in un anno, non senta intorno a sé il freddo che si respira a Roma e Napoli, non si vergogni del tentativo di far fallire il referendum contro le trivelle. Già Craxi invitò tutti ad andare al mare e non gli portò fortuna.
D’altra parte chiunque voglia sottrarsi a questa deriva non dovrebbe accontentarsi di uno spazio residuale tra renziani e grillini, nè cercare, come dice di voler fare Cofferati, «un federatore e un minimo comun denomitarore». Alla sinistra serve il multiplo di un dibattito pubblico, senza autocensure. Non nasce nulla di nuovo se non nel fuoco della passione.