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La metro di New York invasa da manifesti che annunciano: i musulmani stanno arrivando

Questa settimana la metropolitana di New York si è popolata di strani manifesti che annunciavano in un tono tra l’ironico e il minaccioso “The Muslim are coming”, i musulmani stanno arrivando. Non si tratta della trovata di qualche potenziale elettore di Donald Trump, bensì della pubblicità di un docufilm che si intitola appunto “The muslim are coming” e che mira ad abbattere alcuni degli stereotipi più diffusi sugli arabi con l’ironia.

Protagonisti del film sono una serie di attori e comici di origine araba che con una serie di battute metteranno a nudo i paradossi razzisti.
I manifesti di promozione, dopo un primo straniamento, hanno suscitato la reazione divertita dei passanti sono stati affissi in 144 luoghi, eccone alcuni:

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«Gli investimenti languono, mentre la corruzione dilaga». A colloquio con Vincenzo Visco

In una recente eNews Renzi confronta i risultati del suo con quelli dei precedenti governi: più 0,8 il Pil nel 2015, meno 2,3 con Monti, meno 1,9% con Letta. «I numeri sono quelli», mi interrompe subito Vincenzo Visco, «ma non è corretto associare un numero a un presidente del consiglio. Monti e in parte Letta hanno gestito una recessione di cui non erano responsabili, Renzi gestisce una ripresina che non è attribuibile a lui».
Ripresina, tutto qui? «Il rimbalzo è stato tenue e l’economia è in difficoltà, Renzi o non Renzi. Il dibattito serio che si dovrebbe aprire è perché l’Italia non cresca». Secondo Luca Ricolfi del Sole24Ore la produttività forse ha smesso di calare, ma certo è più bassa che in tutti i principali Paesi europei. De Benedetti auspica uno shock fiscale, alcuni commentatori neoliberisti consigliano al governo di proseguire sulla scia del Jobs act e della riduzione del potere sindacale di contrattazione, lasciando in piedi, come chiede Federmeccanica, solo il contratto d’azienda.


 

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Idomeni e il resto: la settimana per immagini

A migrant woman leans on the border gate at the northern Greek border station of Idomeni, Tuesday, March 8, 2016. Up to 14,000 people are stranded on the outskirts of the village of Idomeni, with more than 36,000 in total across Greece, as EU leaders who held a summit with Turkey on Monday said they hoped they had reached the outlines of a possible deal with Ankara to return thousands of migrants to Turkey. (AP Photo/Vadim Ghirda)

 

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In evidenza: 8 marzo 2016, Una donna migrante si appoggia sul cancello di confine alla stazione nord del confine greco di Idomeni. Più di 14.000 persone sono bloccate alla frontiera tra Macedonia e Grecia (AP Photo/Vadim Ghirda)
(gallery a cura di Monica Di Brigida)

«Nessuna ripresa se manca l’iniziativa». Parla Cesare Romiti

Cesare Romiti

«Io della Fiat non parlo». È perentorio Cesare Romiti. Novantaquattro anni e cinquant’anni di Storia italiana sulle spalle. È stato quasi tutto: pupillo di Enrico Cuccia, Ad e presidente della Fiat e presidente di Rcs Mediagroup poi, per ventiquattro anni, è stato il rappresentante della prima e più blasonata industria italiana. E con l’Avvocato, come racconta spesso, non ha condiviso solo la passione per le macchine ma anche per i giornali: «Se non fosse stato il nipote del fondatore della Fiat avrebbe di sicuro fatto il giornalista. E di giornalismo parlavamo spesso. È una questione di curiosità per il mondo. La stessa che mi mantiene al lavoro alla mia età», ha dichiarato un paio d’anni fa proprio al suo Corriere della sera, di cui oggi fa fatica a parlare. Nel 2012 per Longanesi ha pubblicato Storia segreta del capitalismo italiano, con l’intento “dichiarato” di «contribuire alla formazione di una nuova classe dirigente di giovani». Poche domande, allora, per capire che ne pensa della “ripresa” e di due anni di governo Renzi.

Che dice il fiuto di Cesare Romiti? Al di là del quotidiano balletto sui numeri del Jobs act, lei la sente la ripresa?
No, purtroppo la ripresa ancora non c’è e non ci sono neanche le premesse perché possa esserci. Perché la ripresa non viene fuori da leggi, che sono anche necessarie e utili, ma da iniziative. Qui, invece, oltre che modificare il diritto del lavoro e la Costituzione, non è stato fatto nulla che permetta anche solo un inizio di ripresa.

I cartoon? Non sono solo roba da ragazzini

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C’era una volta un tempo in cui i cartoni erano cose da bambini. In tv imperversavano i cartoni giapponesi, Bugs Bunny, Mickey Mouse e co. E al cinema, c’era la Disney che dominava incontrastata il mercato con i suoi principi e le sue principesse, tutti sfortunati ma sempre – rigorosamente – belli e perfetti. Poi sono arrivate la Pixar e la DreamWorks e nel giro di vent’anni tutto è cambiato: i cartoni sono diventati anche una cosa da grandi. Non sono pochi i titoli di animazione che di recente sono riusciti a conquistare un pubblico trasversale. Certo, i bambini rimangono gli spettatori più fedeli, ma a loro si aggiungono ventenni, trentenni e ovviamente genitori di ogni età. Basti pensare a quanti adulti sono usciti entusiasti dalla sala dopo aver visto Inside Out, il film della Pixar che raccontava le emozioni umane (e in primis l’importanza della tristezza). Donne e uomini entusiasti, forse anche più dei loro piccoli accompagnatori, come in un gioco a parti invertite dove è il figlio a portare al cinema il genitore e dargli un’ottima scusa per godersi lo spettacolo. Perciò, in attesa del 17 marzo, quando sarà in sala Kung Fu Panda 3, terzo capitolo della fortunata saga realizzata dalla DreamWorks, abbiamo pensato di precedervi. Siamo andati a vederne l’anteprima in una sala gremita di centinaia di ragazzini, e: abbiamo anche partecipato a una lezione di cinema con il co-regista del film, Alessandro Carloni. Un film divertente, a tratti esilarante, che sorprende per i tanti spunti di riflessione sull’Italia di oggi. Quella della politica aggressiva che strilla e quella dell’ossessione di essere forti e cool, ma anche quella che manifesta a favore o contro il matrimonio egalitario e quella dei cervelli in fuga.


Un film divertente, a tratti esilarante, che sorprende per i tanti spunti di riflessione sull’Italia di oggi. Quella della politica aggressiva che strilla e quella dell’ossessione di essere forti e cool, ma anche quella che manifesta a favore o contro il matrimonio egalitario e quella dei cervelli in fuga.


Lo stesso Alessandro Carloni, 37enne bolognese, si può definire “un cervello in fuga”. Emigrato all’estero da giovanissimo, oggi vive in California dove lavora alla DreamWorks. Alessandro è uno dei volti della “Rivoluzione cartoon” che ha conquistato gli Stati Uniti e il mondo intero con titoli come Dragon Trainer, La Gang del Bosco e soprattutto Kung Fu Panda. A chi gli chiede come sia stato andarsene dall’Italia, Alessandro risponde: «Tutto quello che so l’ho imparato all’estero, ma credo di aver portato con me una certa sensibilità che si nota sopratutto nelle scene più minute, come quando sullo schermo si confrontano due personaggi e la dimensione si fa più intima e relazionale». Dagli Stati Uniti all’Italia Alessandro Carloni vorrebbe importare soprattutto un diverso modo di lavorare, «più collaborativo e meno individualista». Un’indole che ha delle ragioni “tecniche”: «A un film come questo collaborano in genere circa 700 persone. Se non sai lavorare con gli altri, è la fine, non esce nulla di buono. Il talento non basta».

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Alessandro Carloni durante la sua lezione di cinema

Nella trama di Kung Fu Panda 3, per sconfiggere il nemico forte, brutto e cattivo c’è solo un modo: unirsi, cambiare insieme per cambiare in meglio. Quella di Po, il protagonista del film, e dei suoi compagni di avventure è quindi soprattutto un’evoluzione condivisa. «È un messaggio positivo – spiega il regista e animatore bolognese – ci dice che non siamo soli, che sono i nostri amici e la nostra famiglia a prendersi cura di noi e a darci forza. Soprattutto ad aiutarci a rispondere a una domanda che tutti ci facciamo in molti momenti cruciali della nostra vita: chi sono, sono bravo abbastanza?». Nell’ultimo capitolo della saga di questo Bildungsroman per immagini, Po, che si è sentito tutta la vita un pesce fuor d’acqua – l’unico panda a vivere in un villaggio abitato da oche, maiali, cani, e conigli – incontra finalmente i suoi simili, ma presto capisce che, anche se si è tutti uguali, ognuno è caratterizzato da una propria unicità. «Non puoi diventare qualcun altro: devi realizzarti al tuo meglio secondo le tue inclinazioni. La formula magica per riuscire è “essere se stessi” è essere uniti, capaci di collaborare con gli altri», racconta Alessandro Carloni ai ragazzi che in sala hanno appena assistito alla proiezione del film. L’epica dell’eroe gentile sembra convincere i più piccoli. Molto meglio un appassionato pasticcione come Po, che un bulletto forte e sempre vincente, ma incapace di generare empatia con il pubblico. E Alessandro di empatia ne sprigiona eccome, mentre mostra i bozzetti del lungometraggio: interpreta i vari personaggi, scorre le slide, le accompagna con dei “boom”, “sbam”, “uao”, “oohh” e vocine varie, gioca, diverte e si diverte. È capace di trascinarti, capo e piedi, nel suo mondo immaginario come solo un bravo storyteller sa fare.

Una scena in cui Po incontra il suo padre biologico. Al centro del film d’animazione anche il tema della famiglia, molto diversa da quella tradizionale che in genere viene rappresentata nei cartoni

«Gli ingredienti fondamentali per delle buone storie sono i personaggi, perché sono i personaggi a far muovere l’azione. E invece spesso si tende a riproporre sempre lo stesso stereotipo narrativo e il protagonista finisce per essere essenzialmente uno stronzo che dopo una serie di peripezie impara a non essere arrogante», spiega Carloni, sprovvisto di quello sciocco pudore che avrebbe frenato l’uso di una parolaccia. «Insomma lo stronzo innesca una storia semplice da realizzare, scontata e, soprattutto, poco empatica. Nessuno vuole immedesimarsi in lui e l’effetto comico deriva per lo più dal cinismo e dalla rigidità del protagonista. Ma perché deve funzionare sempre così?». […]


 

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Ex Falck, la bomba ecologica della Valchiavenna

Sondrio, Valchiavenna: 70mila mq di cromo esavalente. L’ex area Falck, uno stabilimento in stato di abbandono dal 1991, attualmente proprietà della società Novate mineraria, necessita di bonifica. E invece, le discariche interrate e l’intero stabilimento, continuano ad avvelenare la zona circostante, incluse le acque del Lago di Mezzola, e la riserva naturale circostante.
Su tutto questo, c’è il benestare – e il timbro – di Comune, Provincia e Regione. Che adesso, hanno accontentato la Novate, approvando la costruzione di un nuovo stabilimento industriale destinato alla realizzazione di massicciate destinate alla Tav. Per realizzare le quali, la capacità estrattiva delle cave adiacenti verrà aumentata – con conseguente modifica al Piano Cave – da 36mila a ben 6milioni di metri cubi. Manca solo la firma del governatore Roberto Maroni a suggellare l’ennesimo scempio all’italiana.


 

L’inchiesta la trovi sul n. 11 di Left in edicola dal 12 marzo

 

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Perché si stava meglio quando si stava peggio

Come si stava bene con Berlusconi. Che bei tempi quando c’erano Tremonti e Sacconi, Gelmini e Calderoli. Certo nel 2011 sembravamo sull’orlo del baratro, al bar si parlava di spread, la lettera “segreta” della Banca centrale europea ordinava misure di massacro sociale «per ristabilire la fiducia degli investitori». Eppure – tenetevi forte – davvero si stava molto meglio di oggi.

Intanto si andava in pensione a un’età decente e si assumeva con l’articolo 18 – e scusate se è poco. Poi, erano migliori tutti i principali indici macroeconomici. Quando si insediava il sobrio salvator Monti, con giubilo di molta sinistra, i disoccupati erano poco più di due milioni, oggi sono tre. Tasso di occupazione (56,8%) e numero di occupati (22,6 milioni) erano identici ad adesso, ma nel frattempo si sono diffusi part time involontari e voucher; i posti di lavoro calcolati a tempo pieno sono quasi 700.000 in meno. In quelli rimasti ci sono sempre più vecchi stanchi, mentre gli under 34 sono diminuiti di quasi un milione. E i conti pubblici? Il Pil, già in calo dal 2008, è sceso di un altro 4%, i consumi delle famiglie del 5%, gli investimenti precipitati del 17%. Il debito pubblico che tanto ci terrorizzava era al 116% del Pil, oggi sfiora sorridendo il 133%. Altro che i “più zero virgola” amplificati dai piazzisti dell’ottimismo governativo, con uso osceno delle statistiche. In realtà, il confronto con i principali Paesi europei è impietoso: anche nel 2015 l’Italia ha i risultati peggiori, sia per il reddito che per l’occupazione.

Eppure Monti e Renzi sono stati molto più zelanti di Berlusconi nell’eseguire i compiti della Bce: “revisione delle norme su assunzioni e licenziamenti”, “tagli di spesa”, “sistema pensionistico più rigoroso”, “riduzione del pubblico impiego”, “privatizzazioni su larga scala”, “riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio”, ecc.

Che cosa non funziona come promesso?


 

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Riprendiamoci il futuro

Pare che i tre giorni di lavoro in più rispetto all’anno precedente, che il 2015 – per pure ragioni di calendario – ci ha regalato, contino poco più dello 0,1% di aumento del Pil. Mettendo quei tre giorni nelle statistiche e arrotondando per eccesso anziché per difetto, l’Istat ha potuto portare la crescita del Prodotto Interno Lordo nel 2015 allo 0,8% dallo 0,6 che era. Subito proclami trionfali del governo e invito ai gufi di tacere.
Bene, Left riconosce volentieri cha il segno più del Pil è meglio del segno meno, che il numero dei contratti stabili sta aumentando, che la fiducia nel governo ha ridato il sorriso a una parte degli imprenditori, che se continuasse il trend positivo molte famiglie spenderebbero volentieri quel poco che avevano accantonato in attesa di giorni magri. Purtroppo però non si fanno nozze coi fichi secchi né miracoli con lo zero virgola. Tanto più che la Francia è cresciuta dell’1,2%, la Germania dell’1,7, la Spagna del 3,2 e l’Irlanda addirittura del 7%. Eppure, i governi di Spagna e Irlanda sono stati appena sconfitti nel voto perché gli elettori si sono convinti che questa ripresa non sia in grado di rilanciare la corsa ai consumi né di dar lavoro ai giovani che lo cercano.
Ha senso, allora, litigare sui decimali della crescita, o non è meglio aprire un grande dibattito sul futuro del Paese? Proporre scelte coraggiose di politica industriale, rilanciare gli investimenti sia pubblici che privati, combattere la corruzione, vera palla al piede – e un grafico che gira a Bruxelles lo evidenzia – dell’Italia come della Grecia. Di questo parlano a Left Cesare Romiti e Vincenzo Visco.
Intanto l’Italia è chiamata a scelte impegnative di politica internazionale. Perché la Grecia rischia di essere lasciata di nuovo sola, questa volta di fronte ai migranti che sbarcano sulle sue coste a un ritmo di 1.400 per giorno. Oltretutto, se le frontiere verso nord resteranno serrate, questi profughi attraverseranno Albania e Adriatico alla volta della Puglia.
Perché è indecente che si intenda pagare Erdogan tacendo – questo almeno Renzi non l’ha fatto – sui suoi attacchi alla stampa e ai curdi per ottenere che la Turchia, trattenga a qualunque costo i profughi. Siamo passati dall’amico (di Berlusconi) Muammar all’amico (della Merkel) Tayyip, scrive l’ambasciatore Roberto Toscano.
Perché non fermeremo il califfo e i suoi tagliagole se non provvederemo a sostenere la Tunisia con soldi, assistenza, armi (se serve) e se non lasceremo finalmente al suo destino la dinastia saudita, che da due secoli e mezzo propaga il peggiore fondamentalismo, ricatta i musulmani controllando i luoghi santi, irrora molte tasche occidentali con il mare di petrolio in cui sguazza.
La sfida del Mediterraneo ha ormai investito l’Europa e noi italiani dobbiamo scegliere con chi stare: se con Orbán o con il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che chiede in queste pagine di aprire le frontiere e far vincere l’accoglienza. Come dobbiamo decidere, noi italiani, se sia più utile uscire temporaneamente dall’euro per salvarci dal rigore tedesco, come sostiene Stefano Fassina, o se invece – come scrive Massimo Florio – l’euro non sia di destra e una diversa politica economica possibile proprio nella moneta unica.
Un confronto cruciale, che riguarda sia il centro-sinistra che governa sia la sinistra che vuole costruire un soggetto all’opposizione e che non può pensare solo a ritagliarsi un piccolo spazio elettorale tra Partito della Nazione e Movimento della Nazione, tra Renzi e Di Maio.
Noi di Left cercheremo di suscitare questo confronto, senza settarismi, senza tacere le difficoltà della sfida e in modo pubblico. Perché la politica non è solo tecnica né solo tattica e riguarda, come nella Grecia antica, l’agorà, cioè l’assemblea di tutti i cittadini.

Questo editoriale lo trovi sul n. 11 di Left in edicola dal 12 marzo

 

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Omicidio Varani. Tacchi a spillo, smalto e cocaina e noi trasformati tutti in guardoni

Marco Prato, uno dei due arrestati per l'omicidio di Luca Varani, il ragazzo di 23 anni ucciso in un appartamento a Roma, in una foto tratta da Facebook. +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO'ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L?AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

Tacchi a spillo, smalto e cocaina. Sì, parliamo anche noi, per una volta, di Marc Prato e Manuel Foffo e della cosa orrenda che hanno fatto torturando e ammazzando Luca Varani. Ne parliamo perché ci sentiamo trasformati a forza in guardoni: chi era il trans? E la vittima cosa era andato a fare in quella casa? Qual era il suo interesse? E poi, sei ancora responsabile se ti strafai di alcol e ti pippi 1500 euro di cocaina?
La prima cosa che penso è che dovremmo recuperare un briciolo di senso del pudore. Il fatto certo è che Marco e Manuel hanno ucciso e lo hanno fatto nel modo più feroce. Tacchi, smalto, matita per gli occhi, droga a go go, alcol e club dove si fa sesso in tutte le pose e con tutti i generi, tutto ció è il contorno. E tale deve restare. Al contrario nella narrazione mediatica la notizia è il contesto sordido, che deve arrapare o indignare, che nella trasmissione di Vespa diventa addirittura l’alibi per un esito presentato come prevedibile e dunque necessario. L’assassinio quasi scompare sullo sfondo.
Non ci sto. Così diventiamo pure noi spettatori, noi consumatori di notizie, troppo simili a Foffo e Prato. Viviamo pure noi in una bolla dove tutto sembra potersi ammettere a condizione che lo si comunichi. Dove tutto si guarda dal buco della serratura. Dove ogni cosa si può trasformare in selfie, in un’immagine da postare su Instagram, in una sporca allusione da condividere con i simili.
Voler capire non può voler dire giustificare. E non va bene neppure mettersi sotto la ghigliottina ad aspettare che la testa dell’assassino rotoli, per godere della sua smorfia di dolore dopo aver goduto di quella della vittima. E
Un po’ di pudore. I valori fondano l’umanità dell’uomo: teniamoceli cari. C’è una linea che divide il bene dal male. Banalizzare il male rischia di cancellarla nella nostra testa.

Lo showcase del nuovo album di Esperanza Spalding

Fa piacere che tra le star del pop contemporaneo ci sia anche Esperanza Spalding. Voce, basso (o contrabbasso per il quale è diventata famosa nel mondo) e canzoni senza un centro, non esattamente da heavy rotation sulle radio commerciali. Eppure la Spalding è un’icona pop: sarà perché la sua enorme chioma afro su un corpo esile, abbinati a un contrabbasso fanno uno strano effetto oppure, molto più semplicemente perché è molto brava. Fatto sta che in questi giorni esce Emily’s D+Evolution, il suo nuovo album, molto centrato sulle sue abilità vocali (che si tratti di cantato, sussurrato o spoken word) e che la Npr, la radio pubblica statunitense ha pubblicato sul suo sito questo showcase nel quale Spalding suona il basso elettrico invece del contrabbasso e propone un sound meno jazzy di quanto fatto ascoltare in passato: il trio che forma con chitarra e batteria non è jazz per niente, così come le distorsioni e i vocalist sul palco. Il mix di suoni, suggestioni, parole è quello di una identità ricca culturalmente e di una musicista che innova e rilegge la propria cultura e quella degli altri. La sala concerti è a Brooklyn, che è un po’ come dire il luogo perfetto, oggi, per un’artista del genere.