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L’ossessione della purezza. Dall’America di oggi ai vecchi regimi. Il nuovo libro di Franzen

Purity by Jonathan Franzen

Cinque anni di lavoro, in condizioni di quasi totale isolamento. Così erano nati Le correzioni e Libertà, i romanzi che hanno rivelato il talento di Jonathan Franzen al pubblico internazionale. E in una separazione pressoché totale dal mondo è nato Purity: il suo quinto romanzo (appena pubblicato in Italia da Einaudi, nella bella traduzione di Silvia Pareschi), con cui lo scrittore americano intreccia le vicende in una giovane di nome di Purity che vive in una comunità in stile Occupy a trame nere nell’ex Germania dell’Est, alla vigilia della caduta del muro. In una Germania ancora controllata dalla Stasi dove l’ipocrisia regna sovrana e ogni ideale di uguaglianza si infrange contro i privilegi dell’apparato, incontriamo giovani feriti dal totalitarismo, ma anche e soprattutto da rapporti personali e familiari all’insegna della falsità, della doppiezza, dell’assenza di veri sentimenti. Il giovane Andreas Wolf ha un padre anziano impiegato ai piani alti del regime e una madre colta, bellissima, seduttiva, che parla mescolando slogan ideologici e citazioni di Shakespeare, ma che nasconde un animo gelido, vuoto, calcolatore. Così il giovane “principino” cresce con una rabbia e un odio che non lasciano scampo, fino ad assassinare il patrigno violentatore di una giovanissima amica.

Jonathan Franzen
Jonathan Franzen

Quando una fiumana di gente pacifica – sotto gli occhi sgranati di chi ha passato la vita a sorvegliare e punire – arriverà a riversarsi per le strade chiedendo trasparenza e la fine delle vessazioni, Andreas si fingerà uno di loro per rubare i dossier segreti della Stasi che lo riguardano. E da assassino riuscirà a farsi passare per un pirata informatico che lotta per la divulgazione dei segreti di Stato, usando i riflettori internazionali per rifarsi un’identità.

Intanto, dall’altra parte dell’Oceano: Il mondo apparentemente libero della rete è quello in cui vive anche Purity, dickensianamente detta Pip. Anche lei come Andreas ha una madre che la manda al manicomio, ha un debito universitario insormontabile, è poverissima, ma piena di rabbia che si traduce in un rigorismo astratto che la porta ad essere cieca nei rapporti. Le sue giornate passano in un appartamento infestato di topi e dominato dalla violenza del coinquilino schizofrenico che, nonostante vagonate di psicofarmaci evidentemente poco o nulla efficaci,  crede di vedere invasioni di tedeschi e di nemici in cucina. È un’America emarginata e devastata quella che Jonathan Franzen racconta, tratteggiando curiose e interessanti assonanze con la devastazione e il deserto umano di quella parte della Germania che rimasta chiusa dietro la cortina di ferro.

9788806216603L’apparentemente aperta e democratica America dove le classi meno abbienti vivono in un isolamento pneumatico si specchia in questo nuovo romanzo di Franzen nell’uguaglianza solo formale delle giacchette grigie, di un comunismo di regime, che annulla ogni vera possibilità di rapporto umano e di realizzazione. Romanzo complesso, sfaccettato, questo nuovo lavoro di Franzen in cui in filigrana si può leggere anche un apologo sulle false promesse di libertà e democrazia della rete e, soprattutto, una critica di quell’ideale astratto di purezza che nella storia ha connotato molte e terribili ideologie. Evocando i fantasmi del nazismo e la disumana idea hitleriana della purezza della razza ariana, ma anche un’ideologia puritana ben presente nella storia americana, in cui i pionieri pensavano di avere una missione da compiere sterminando i nativi americani ed appropriandosi delle loro terre.
@simonamaggiorel

Purity diventa film

In America Purity è uscito nel settembre scorso e, secondo Deadline, il romanzo sarà presto tradotto sul grande schermo in una serie in venti episodi che sarà trasmessa anche in streaming da Netflix, Hulu e Amazon. L’adattamento sarà scritto da Todd Field con lo stesso Franzen e sarà prodotto da Scott Rudin, il produttore di Grand Hotel Budapest. Si parla dell’ex James Bond Daniel Craig come protagonista.

L’intervista del Guardian: There is no way to make myslf not a male

Lula nel mirino, Brasile nel caos. E parte la campagna #LulaValeALuta

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Falsità ideologica e riciclaggio. Non ha nemmeno finito di pronunciare la frase con cui annunciava la sua candidatura alle presidenziali del 2018, che l’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva si è visto arrivare addosso lo scandalo. Le accuse della procura di San Paolo si collocano all’interno nell’ambito della maxi inchiesta brasiliana, battezzata “Lava Jato”, per frode contro la compagnia petrolifera di stato Petrobras. Tra i 16 denunciati, oltre a Lula, ci sono anche la moglie e uno dei figli, Fabio Luis, ritenuti beneficiari di un immobile di lusso (216 mq su tre livelli) a Guarujà, sul litorale di San Paolo. I magistrati sospettano che l’immobile sia stato acquistato da Lula con tangenti pagate dall’azienda petrolifera statale Petrobras e che la proprietà sia stata occultata con un prestanome. Lula nega, continuando a smentire di essere mai stato proprietario dell’appartamento. E urla al golpe, dicendosi vittima di accuse che hanno solo motivazioni politiche.

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L’apice della tensione è stato raggiunto all’alba del 4 marzo, quando la polizia brasiliana ha fatto irruzione a casa dell’ex presidente: dopo la perquisizione, lo ha prelevato e lungamente interrogato. Tre ore di interrogatorio, dopo di che Lula è stato rilasciato. Poi, ieri, la richiesta di custodia cautelare da parte del procuratore Cassio Coserino. «La verità è che Lula aveva visitato la proprietà in questione, aveva dato soldi e, poi, se li è fatti restituire perché non era più convinto. Quella casa quindi non è di sua proprietà», ha dichiarato il suo avvocato. La proprietà è della OAS, una gigantesca impresa di costruzioni accusata di aver pagato tangenti nello scandalo Petrobras. «È necessario che le inchieste proseguano perché alla fine venga sanzionato chi deve essere sanzionato», ha commentato la presidenta Dilma Rousseff, ricordando che «bisogna sempre esigere il rispetto della legge e dei diritti di tutti gli indagati». Mentre si attende di capire se sarà di nuovo portato nelle prossime ore a Curitiba per essere interrogato dallo stesso giudice Sergio Moro. Per le strade di San Paolo si susseguono i tafferugli tra manifestanti a favore e contro Lula.

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In Brasile – e non solo – cresce il sentore che Lula sia vittima di una campagna denigratoria, al solo scopo di «far deragliare la sua candidatura nel 2018 e di fermare il progetto popolare-democratico avviato nel 2003 in Brasile». I sindacati brasiliani hanno lanciato una campagna internazionale – #LulaValeALuta – in sostegno di Lula, su chimata dell’Unione Cut e dell’International Trade Union Confederation.

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Il testo del Manifesto di sostegno a Lula

Sin dall’inizio del sentiero contro la dittatura militare di fine 70 e per la ridemocratizzazione del Brasile, il nome di Luiz Inácio Lula da Silva è diventato un esempio di determinazione, un simbolo della lotta e della giustizia per la classe operaia e, soprattutto, per i più poveri.
Alla guida di scioperi storici, che hanno minato le fondamenta del regime militare, e affrontando le persecuzioni e gli abusi della polizia, Lula ha sempre dimostrato discernimento e serenità nell’andare avanti, traendo il meglio di ciascuno e di tutti per costruire un nuovo tempo, contribuendo alla fondazione della Cut, del Pt e alla lotta per le libertà democratiche.

Gli anni passavano e il leader metallurgico, divenuto presidente della Repubblica, ha messo in piedi due governi considerati da tutti i punti di riferimento della crescita economica, con la valorizzazione del lavoro e la redistribuzione del reddito.
Avanzando rapidamente i miglioramenti sociali, il Pil brasiliano ha raggiunto il settimo posto nel mondo. L’aumento reale del salario minimo durante il governo Lula è stato del 53,6%, oltre 15 milioni di nuovi posti di lavoro sono stati creati e 40 milioni di brasiliani sono stati sottratti alla povertà.
Durante il suo governo, più di 6 milioni di lavoratori domestici – storicamente emarginati nella nostra società – hanno avuto riconosciuti i propri diritti.
Con determinazione, Lula ha investito sull’integrazione latinoamericana, sul rafforzamento dei legami con i Paesi africani e sul consolidamento di relazioni internazionali più eque, accogliendo a braccia aperte i rifugiati, rafforzando l’autodeterminazione dei popoli, attivando relazioni efficaci senza dispotismo e sottomissione, tenendo ferma la bandiera della comprensione e della convivenza pacifica in un mondo in guerra.
Di fronte a questi fatti, denunciamo la sordida e spensierata campagna mossa dai settori conservatori che usano il potere giudiziario e i media per perseguitare l’ex presidente e la sua famiglia. Sono gli stessi che hanno sostenuto la dittatura e ogni sorta di governo contro la sovranità e la democrazia, e adesso vogliono macchiare la sua rilevante figura per far deragliare la sua presenza nella scena politica nazionale e attuare la regressione neoliberale, privatistica e di esclusione.
Poiché abbiamo fiducia nell’esemplare sentiero di Lula e sappiamo che i suoi beni sono completamente compatibili con i suoi guadagni, alziamo la nostra voce affinché i golpisti non abbiano più chanche.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/TizianaBarilla” target=”on” ][/social_link] @TizianaBarilla

Honduras, si teme per la vita dell’unico testimone dell’omicidio di Berta Caceres

Le Nazioni Unite, Ong internazionali e non e gruppi di attivisti stanno facendo pressione sul governo honduregno affinché protegga come si deve l’unico testimone presente all’omicidio della attivista per i diritti degli indigeni Berta Caceres il 3 marzo scorso.

Gustavo Castro Soto, cittadino messicano e coordinatore di Amici della Terra Messico, sopravvissuto all’attacco di una banda di uomini armati nella città honduregna di La Esperanza teme per la sua vita. Eppure l’Honduras ha intimato all’uomo di non uscire dal Paese nonostante sia l’Onu che il Messico sostengano sia troppo pericoloso.

«A Gustavo dovrebbe immediatamente essere fornita una protezione efficace e gli dovrebbe essere permesso di ritornare nel proprio Paese», ha detto Michel Gelo, relatore speciale dell’Onu sui difensori dei diritti umani. «È giunto il momento che il governo dell’Honduras affronti il livello di impunità e l’aumento del numero di esecuzioni di difensori dei diritti umani nel Paese, in particolare vengono presi di mira coloro che difendono i diritti ambientali e della terra», ha aggiunto.

Più di 200 gruppi per i diritti hanno anche chiesto la protezione di Soto e della sua famiglia. Le autorità honduregne hanno promesso che Castro Soto riceverà una protezione speciale. Ma intanto avrebbero sospeso per 15 giorni il suo legale, che quindi non riesce a difenderlo o ad avanzare istanze e chiedere che gli venga concesso di tornare in Messico – ha già testimoniato e tornerebbe immediatamente a farlo per un processo. Il nipote di Berta Caceres ha dichiarato che il testimone è stato trattato malamente per i primi tre giorni dopo l’assassinio – che le autorità hanno inizialmente derubricato come una rapina – che non gli è stao nemmeno concesso di cambiarsi al camicia insanguinata. Castro Soto ha invece detto ai media che la scena del crimine è stata alterata e che, quando gli è stato chiesto di individuare gli assassini guardando delle foto, tutto quello che gli è stato mostrato sono immagini delle manifestazioni della Copinha, l’organizzazione guidata da Berta Caceres.

Leggi anche l’intervista di Left a Berta Caceres650x366

Trivelliamoli. Altrimenti

Non c’è modo peggiore di argomentare con un dissidente seppellendolo. Mentre la politica dovrebbe essere l’arte del cogliere il meglio per arrivare alla sintesi migliore (come un mastro birraio con i diversi luppoli, per rendere bene l’idea) oggi il metodo più in voga risulta essere l’affossamento. Una finezza politica pari ad una rumorosa discesa degli unni, una cosa così. Per forza alla fine rischi addirittura di avere nostalgia di un D’Alema qualsiasi.

Comunque, senza perdersi in ciance, la tecnica per combattere il prossimo referendum del 17 aprile, quello che le regioni hanno voluto contro le trivellazioni in mare (regioni renziane comprese), è l’imposizione del silenzio. Tutti muti. Nemmeno un telegiornale che ne parla, nemmeno d’inciampo, nemmeno con una parola di sguincio. Il referendum no triv è il referendum più invisibile del west. E anche nell’informazione filogovernativa (quella che oggi ci inonderà di Renzi con caschetto pronto a martellare l’ultimo diaframma di galleria, roba da epopea tirannica sudamericana) nessuno accenna al fatto che gli italiani possano decidere di fermare le trivellazioni e i loro danni ambientali e sanitari. Del resto funziona così: non c’è peggior silenzio del silenzio imposto da un leader chiassoso. È il silenzio più fragoroso e vergognoso che vi possa capitare di ascoltare in giro.

Però è un’occasione di sfida storica: si potrebbe fare un movimento neomelodico nazionalpopolare che renda le trivelle ‘pop’. Che si parli di trivellazioni negli uffici, al bar sotto casa davanti al caffè, che i “valori fuori norma degli impianti esistenti” diventino famigliari come un fuorigioco, che l’equilibrio ambientale delle coste sia il reality più seguito nel prossimo mese. Provate a pensare che Paese bello sarebbe un Paese dove vostra madre, alla cena settimanale, vi chiede com’è andata “l’argomentazione delle ragioni del sì”, oppure la vostra fidanzata si dica preoccupata del poco amore con cui informate le persone con cui avete occasione di parlare. Immaginate i milanesi, tutti di fretta sopra le loro auto sempre più basse e strette, mentre sfruttano un rosso al semaforo per convincere quell’ex collega che non sentivano da un po’. «Chiudere con leucemie, tumori, avvelenamento di acqua, aria, suolo, cibo, per andare finalmente oltre il modello energetico fondato sulle energie fossiliiiii!»: immaginate di stare fermi con lo scooter al semaforo e sentire il motociclista a lato urlare una frase così. Roba da diventare a forma di una favola di Rodari. Una cosa del genere.

Per questo mese scegliete un hobby inconsueto: trivellateli per non farvi trivellare. Vedete che godimento, i telegiornali nazionali, quando devono fare ammenda di non averne parlato. Come gli editoriali sul Corriere contro “l’internet”. Una cosa così.

Buon venerdì.

Super Mario e Super Sophie

Il Presidente della BCE ha tagliato il tasso dei depositi bancari a -0,40%. a Questo punto le banche perderebbero se volessero tenersi soldi in pancia. Al tempo stesso gli istituti di credito potranno ottenere denaro dalla banca centrale, sempre a tassi negativi, fino allo 0,40. Le due misure servono per spingere a investire nell’economia reale. Il tasso ordinario scende a zero per cento, la BCE potrà acquistare titoli del debito fino a 80 miliardi per mese. Di più Mario Draghi non poteva fare.
Basterà a salvarci dalla tenaglia bassa crescita-deflazione? Possiamo sperarlo, ma solo a condizione che i governi si decidano finalmente a fare scelte coraggiose di politica industriale, a investire direttamente (e a stimolare investimenti privati) in tecnologie avanzate, ricerca, cultura, nella protezione del territorio, nella riconversione ecologica delle città. Ma anche a programmare una robusta redistribuzione del reddito, per combattere le disuguaglianze che si sono accumulate negli anni del neoliberismo e aiutare giovani in cerca di lavoro.
“Supremario is back” in Francoforte, leggerete questo sui giornali di domani. Ma c’è anche una super donna a Parigi e ha il volto di Sophie Marceau: ha rifiutato la legione d’onore che Hollande le offriva. Perché il presidente francese l’aveva appena consegnata anche al principe saudita ben Nayef. “Legione d’onore e decapitazioni” ha detto Sophie in molti meno caratteri di quanti non ne entrano in un tweet. Bravò!

Clinton, Sanders: perché gli ispanici sono tanto importanti per i democratici

Democratic presidential candidate, Sen. Bernie Sanders, I-Vt, speaks, as Democratic presidential candidate, Hillary Clinton listens, during the Univision, Washington Post Democratic presidential debate at Miami-Dade College, Wednesday, March 9, 2016, in Miami, Fla. (AP Photo/Wilfredo Lee)

Ci sono quattro Stati americani in cui la percentuale di elettori di origine ispanica sono più del 20%. In altri sei la stessa percentuale è sopra al 10%. Alle ultime elezioni il 71% degli ispanici ha votato democratico, nel 2008 erano il 68%. In totale gli ispanici sono l’11,3% degli aventi diritto al voto, 27 milioni, quattro milioni in più che nel 2012. Un numero destinato a crescere in maniera esponenziale: metà degli elettori ispanici potenziali sono millennials – e molti diventeranno adulti nei prossimi anni.
Se c’è bisogno di spiegare come mai Hillary Clinton e Bernie Sanders abbiano soprattutto discusso di immigrazione nel dibattito che li ha visti a confronto la scorsa notte, questi tre numeri dicono tutto. Allo stesso modo questi numeri ci spiegano come mai il dibattito era frutto di una joint venture tra il Washington Post e Univision, il network televisivo in spagnolo e a condurlo c’era Jorge Ramos, la cosa più simile alla “voce che parla agli ispanici” ci sia in America (una figura simile per i bianchi non c’è più).
Ramos ha incalzato i due contendenti democratici sulla riforma dell’immigrazione e sulla possibilità che questi, se eletti presidente, la smettano di deportare (espellere) minorenni – e le loro famiglie – che non siano coinvolti in procedimenti giudiziari. Entrambi hanno preso questo impegno. Una cosa che Ramos ha twittato in inglese e spagnolo perché la cosa venisse messa agli atti.

immigrati espulsi

Il dibattito è stato intenso e interessante proprio grazie a Ramos e alla sua co-conduttrice Maria Elena Salinas: hanno posto a entrambi domande difficili e quando non hanno ottenuto risposta hanno insistito. La domanda sulle espulsioni è stata reiterata quattro volte a Clinton, per dirne una. Altri esempi? Benghazi, i costi della riforma sanitaria proposta da Sanders e poi molta immigrazione.
Entrambi i candidati hanno fatto promesse difficili da mantenere a meno di non avere una solida maggioranza in Congresso, a partire dalla assicurazione che durante la prossima presidenza una riforma dell’immigrazione verrà approvata. Facile a dirsi, in molti la vogliono, ma poi difficile a farsi. Come ha ricordato indirettamente Clinton, accusando Sanders di aver contribuito ad affossare la riforma bipartisan scritta da Ted Kennedy e John McCain. Vero, ma il voto di Sanders non fu determinante, lui votava No perché era una riforma troppo moderata, metà dei repubblicani erano contro perché non volevano cedere su una qualche forma di regolarizzazione dei circa 12 milioni di irregolari presenti sul territorio statunitense. All’epoca il tema era caldo, c’era stata una enorme spinta popolare (milioni in strada a chiedere la riforma), c’era il consenso del presidente Bush – che puntava sui latinos, persi malamente per strada – e due senatori importanti che ci mettevano la faccia. Non se ne fece nulla. Promettere oggi che si farà una riforma in fretta è un azzardo, soprattutto per Hillary, che è quella che ha più probabilità di diventare il prossimo inquilino della Casa Bianca.
ispanici clinton sanders

Il tema – come quello di regole per il lavoro domestico e l’aumento dei salari più bassi, che spesso riguardano proprio lavoratori ispanici – è cruciale per i democratici che sulle minoranze, tutte in aumento come elettorato potenziale, puntano molto. Anche perché, dall’altra parte ci sarà con ogni probabilità Donald Trump, che per adesso ha promesso di costruire un muro al confine con il Messico, deportare milioni di persone e non fare entare i musulmani per un periodo. Se il candidato sarà lui, i democratici non avranno nemmeno bisogno di fare promesse: il New York Times ha dato persino notizia che in alcuni Stati ci sono ispanici che stanno accelerando il loro processo di naturalizzazione (l’acquisizione della cittadinanza) per poter votare contro Trump. Ciascun sondaggio condotto fino ad oggi assegna la preferenza dei latinos tra i potenziali candidait repubblicani a Rubio. Tutti detestano il miliardario newyorchese. Per i repubblicani si tratta di una pessima notizia: Florida, Colorado, New Mexico, Nevada sono stati cruciali per arrivare alla Casa Bianca e in tutti le percentuali di elettori ispanici sono sopra il 10%. Se il fenomeno è reale è probabile che quelli che si registrano al voto saranno molti più che in passato. E che i repubblicani, comunque vada, rimarranno il partito dell’uomo bianco. Ovvero, un partito del passato.

 

Florida

(grafiche: fonte Washington Post/Univision, traduzione Left)

Apre il Perugia Social Photo Fest 2016. Tema di quest’anno è la cecità

Inserito dalla Commissione Europea tra i festival europei distinti per l’alto livello culturale e il forte impatto a livello nazionale, europeo e internazionale, il Perugia Social Photo Fest 2016 diretta da Antonello Turchetti apre l’11 marzo a Perugia la sua IV edizione.
Il tema del festival quest’anno è la cecità, intesa non solo come menomazione fisica ma anche come incapacità emotiva e intellettiva, che colpisce tanto l’individuo quanto la collettività, aprendo la riflessione critica a un orizzonte sociale, politico e culturale. Cecità sociale: il ruolo dell’informazione e della comunicazione s’intitola, infatti, l’incontro previsto il 13 marzo, cui intervengono giornalisti, photoeditor, fotogiornalisti e storici della fotografia, per parlare del ruolo giocato dall’informazione nel creare l’opinione pubblica, ma anche del suo concorso nelle strategie di cancellazione della verità o costruzione di una fittizia.
18 in tutto le mostre in programma, tra le quali si segnalano: Fuori dall’ombra di Silvia Amodio, progetto realizzato il 31 ottobre 2010 a Roma, in occasione del primo incontro internazionale dei sopravvissuti della pedofilia clericale, dove l’autrice ha ritratto ex alunni dell’Istituto per sordomuti Antonio Provolo di Verona, spiegando che «metterci la faccia ha rappresentato una linea di confine tra un passato dolorosissimo e il desiderio di uscire dall’ombra». Ghosts from the past di Karl Mancini racconta la vita quotidiana in uno dei paesi maggiormente infestati da mine antiuomo nel mondo dove, 15 anni dopo la firma dei trattati di pace, almeno 20 persone al mese, soprattutto bambini e contadini, subiscono ancora le conseguenze di questa piaga. Inside Outside Under Bucharest di Massimo Branca e Igor Marchesan (Collettivo Fotosocial) è il frutto di due anni di vita e di lavoro sulle strade di Bucarest insieme con una delle comunità più marginalizzate d’Europa, per documentare «una realtà complessa, in cui illegalità e droga sono in larga parte effetti collaterali di una forma di adattamento all’esclusione sociale», spiegano i due autori. Dependency di Giovanni Presutti riesce, invece, con ironia e spiazzamento, a far riflettere sulla dipendenza come strumento di sopravvivenza alla vita contemporanea. Due mostre di fotografi non vedenti offrono immagini legate al loro personale vissuto quotidiano, (Evgen Bavcar: Narcise sans Miroir) e al drammatico impatto fisico, psicologico ed emotivo causato dalla perdita della vista (Kurt Weston: Blind Vision). E ancora: Bethania di Valerio Bispuri, First sight di Brent Stirton, Nobody Claps anymore di Alec Dawson, Lucha di Marianna Ciuffreda, Chiara Moncada e Marco Vignola, Letizia di Danilo Garcia Di Meo, In-Sight, In-Mind di Steve Erra, Mark Andres, Victorine Floyd Fludd (Collettivo SEEINGWITH PHOTOGRAPHY, New York), Rare Lives di Aldo Soligno, Iris di Alessio Vissani. A queste si aggiungono le mostre dei due vincitori della Call for Entry: The Egon project di Sara Casna (sezione “Fotografia sociale”) e TIA – Fotoelaborazione del trauma psichico di Mauro Battiston (sezione “Fotografia terapeutica”).

11-28 marzo | Museo Civico di Palazzo della Penna
Il programma completo su perugiasocialphotofest.org

Immagine in evidenza: Alec Dawson, Nobody Claps Anymore

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(a cura di Monica Di Brigida)

Corbyn contro l’austerity e chiede al Labour di allearsi con la Sinistra in Europa

Labour leadership contender Jeremy Corbyn during a campaign rally at the Edinburgh International Conference Centre in Edinburgh. PRESS ASSOCIATION Photo. Picture date: Friday August 14, 2015. The front-runner in the leadership race attended a public rally in Edinburgh and will attend a second rally in Glasgow later today. Mr Corbyn is billing the events as a chance to hear him put his case to become leader. See PA story POLITICS Corbyn. Photo credit should read: Danny Lawson/PA Wire

Londra è in piena campagna elettorale. Jeremy Corbyn ingrana la marcia per sorpassare tutti a sinistra. E chiede al suo Labour – che in Europa siede tra i banchi dei socialisti europei – di stringere alleanze con i partiti più a sinistra, quelli del gruppo Gue/Ngl. È un’alleanza internazionale con la sinistra anti-austerity, quella invocata da Corbyn. Dentro il Parlamento europeo, con Podemos e Syriza, con Die Linke e Sinn Féin. L’annuncio del leader laburista è arrivato dalle colonne del quotidiano britannico The Independent. Dopo il referendum della Gran Bretagna sul Brexit (del 23 giugno) occorrerà lavorare a una «riforma radicale progressista» in tutta l’Unione, così la chiama Corbyn. «Abbiamo bisogno di essere al centro di un’alleanza per il cambiamento con i partiti e movimenti di sinistra e con i progressisti in tutta Europa». Parla di una «sinistra più ampia» Corbyn, quando pensa al suo Labour, mentre i conservatori si stanno isolando.

È un Corbyn in tenuta anti-austerità, quello che si arma per battagliare anche contro il Ttip, l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti. Accordo che è sostenuto dal premier David Cameron – che chiede «liberalizzazione del commercio, estensione del mercato unico e deregolamentazione» – ma che negli scorsi giorni ha ricevuto la critica ineludibile del Nobel per l’economia Joseph Stiglitz.
Mentre Cameron negozia con Bruxelles e definisce il suo governo «allergico alle “forti pressioni” portate dagli immigrati su “le nostre scuole, i nostri ospedali e i nostri servizi pubblici» – lo ha scritto Cameron in una lettera aperta al presidente della Commissione Donald Tusk, pubblicata dal Guardian nel 2015 -. Corbyn definisce i negoziati sul Brexit «un baraccone da fiera» e non ha dubbi nel sostenere l’opzione “IN” per la permanenza nell’Unione. Ma in un’Europa che deve cambiare, che deve essere riformata e che diventi più democratica, che «funzioni per le persone che lavorano». Un’Europa che ponga fine alla privatizzazione forzata dei servizi pubblici.

Intanto, in vista del Brexit, spunta un sondaggio che chiede a 4mila britannici di esprimersi sul capitalismo. Risultato? Il 33 per cento è favorevole, il 39 per cento contrario.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/TizianaBarilla” target=”on” ][/social_link] @TizianaBarilla

Gentrification, come le città cambiano pelle. Parla Paolo Berdini. E domani incontro con Left

Gentrification è una delle forme attraverso le quali le città europee e non solo stanno cambiando pelle. A ridosso dei centri urbani o in zone di relativo pregio ma decadenti (o in centro, se questo si è svuotato, come capita negli Stati Uniti), artisti, giovani, studenti trovano la possibilità di abitare a prezzi accettabili, aprono attività culturali e ludiche e, pian piano cambiano la faccia del quartiere. A quel punto, gli immobiliaristi fiutano l’affare e cominciano a investire, comprare, ristrutturare. I prezzi aumentano e il gioco è fatto: il quartiere non è più se stesso, ma neppure quello cambiato dai giovani.  Ristrutturazione degli edifici e quindi lotta al degrado ma anche allontanamento da quel quartiere delle classi popolari che storicamente l’abitavano e favorire l’arrivo di altre fasce di popolazione, studenti, intellettuali, artisti, l’alta borghesia ecc. Il termine gentrification è stato introdotto nel 1964 da Ruth Glass in una serie di saggi focalizzati sui cambiamenti di certi quartieri londinesi. Gentrification viene da gentry che sta a significare la borghesia.
Oggi questo fenomeno è visibile in molte grandi città, sia in Europa che negli Stati Uniti.
«Senza il controllo pubblico può diventare un processo socialmente iniquo dal punto di vista della sostenibilità sociale», afferma Paolo Berdini, urbanista e scrittore, profondo conoscitore di Roma e del suo sviluppo edilizio, che per Donzelli ha scritto, tra gli altri, Le città fallite e Breve storia dell’abuso edilizio.
Berdini insieme a Giovanni Semi autore del libro Gentrification. Tutte le città come Disneyland (Il Mulino) sarà presente all’incontro promosso dall’associazione Oltre la crescita (con Cinzia di Fenza) e Left in programma domani 11 marzo (ore 17.30 sede di Left via Ludovico di Savoia 2/B, Roma).
Con l’urbanista da sempre attento ad una lettura anche sociale delle città cerchiamo di chiarire gli aspetti principali della gentrification. Partendo anche dalla città di Roma, dove un quartiere in particolare ne è l’esempio concreto. Il Pigneto.
«Ci sono stati altri due quartieri che si sono trasformati negli anni, Trastevere e San Lorenzo, e sono due esempi da antologia della gentrification», sottolinea Berdini. «Ma in quel caso le cose sono andate in un altro modo. Il tempo della città ha assorbito gli studenti, gli studenti hanno preso in affitto appartamenti dalle famiglie, il processo non è stato immediato. Invece oggi la gentrification è un fatto quasi scientifico, direi. Si tratta di gruppi immobiliari che investono a tappeto, perché sanno di ricavare immediatamente un lucro consistente. Questa è la differenza con il passato», dice Berdini.

Il Pigneto è il caso del momento. Un quartiere bello comunque vicino al centro. Ma cosa accade quando arrivano gli investimenti? «Le proprietà vengono valorizzate e aumenta il loro valore. Questo significa che le persone che stavano in affitto prima non se lo possono più permettere e se ne devono andare. E poi cambia il tessuto commerciale, aprono solo alcuni tipi di negozi, scoppia la movida, ecc.».
Se da una parte la valorizzazione degli immobili salva gli edifici dal degrado, dall’altra parte il ritmo urbano in quel quartiere viene completamente stravolto. La notte prevale sul giorno, i bar e i locali vincono sulle piccole botteghe artigianali, ecc.
Per impedire il “consumo” di quartiere, sarebbe importante la “mano del pubblico”, fa notare l’urbanista.

Berdini cita l’esempio di Monaco dove sì, il miliardario proprietario di Vogue ha potuto trasformare dei capannoni industriali che aveva acquistato, ma è stato obbligato dal comune a prevedere accanto alla sua mega residenza anche degli alloggi popolari «dove oggi vivono delle famiglie turche», dice Berdini. La gentrification potrebbe essere creata ad arte sempre dal pubblico. Come per esempio decidere di intervenire nelle periferie più degradate. «Pensiamo al Teatro di Tor Bela Monaca, non muove molto ma è comunque una goccia. Adesso l’hanno fatto morire. Ma se il Comune decidesse di costruire, che so, l’auditorium più bello in una periferia il tessuto sociale di quel luogo ne risentirebbe», continua Berdini.
Negli Stati Uniti, racconta, è accaduto che sono stati dei privati cittadini ad opporsi alla gentrification. A New York un gruppo di donne di comune accordo ha acquistato degli appartamenti in un’area che sarebbe stata preda degli immobiliaristi e così ne ha preservato il carattere “popolare”. Un altro quartiere di Roma, Testaccio, è oggetto di gentrification, fa notare Berdini, ma per fortuna fino ad un certo punto. «E questo grazie al fatto che il pubblico è proprietario delle case popolari. Così sono rimasti ancora dei vecchi abitanti», ricorda Berdini.
Fa piacere vedere quindi passeggiare accanto al giovane hipster frettoloso anche l’anziana “testaccina” con la borsa della spesa. Così come vedere accanto al ristorante trendy la pizzeria economica. La vita di un quartiere è data anche dalla contaminazione e dalle storie diverse di coloro che lo popolano.
«Per scongiurare disastri futuri, c’è bisogno dell’intervento del pubblico che governi gli insediamenti e mantenga anche quelli per le fasce di basso reddito. Questo serve a tutta la città», conclude Berdini. Vedremo se nella sensibilità del nuovo sindaco di Roma ci sarà anche una visione a 360 gradi della città, urbanistica e sociale. Magari con uno sguardo alla bellezza, che non fa mai male.

La divina Maria Callas. Una mostra al Museo Amo la racconta

D 101222-01 6525-01 Maria Callas. Obligatory Credit - CAMERA PRESS / Cecil Beaton. SPECIAL PRICE APPLIES. Archive image of the late American-born Greek soprano and renowned opera singer Maria Callas (1923-1977).

Cantante dalla voce unica che rompeva con gli stereotipi del bel canto. Ma anche icona di stile e protagonista assoluta, non solo quando era in scena. I mille volti di Maria Callas sono raccontati da una una grande mostra che apre l’11 marzo al Museo Amo di Verona. A trent’anni di distanza dall’ultimo grande evento dedicato alla “divina”, Maria Callas. The Exhibition presenta oggetti, costumi e gioielli di scena, abiti privati, video, documenti, lettere, fotografie, provenienti dagli archivi dei teatri italiani, francesi, inglesi, americani e da collezioni private internazionali, con prestiti concessi anche per la prima volta. Il percorso espositivo curatao da Massimiliano Capella, ripercorrere la vita, la carriera e il mito Callas, dalla formazione in Grecia all’esilio parigino. Per la prima volta verranno esposti anche i giornali dell’epoca ,dal 1948 al 1977,  e le fotografie di scena e della vita privata (1942-1976) provenienti dalla collezione personale di Maria Callas, da quegli album che lei stessa ha custodito, ordinato e che recano ancora le sue annotazioni autografe. Verona e Parigi sono le due città che fanno da sfondo, sono i due teatri di vita dove si consumarono i suoi trionfi e i drammi di una vita piena di successi ma anche tribolata. La mostra,  articolata in 14 sezioniaperta fino al 18 settembre, segue un filo cronologico e al tempo stesso  tematico.

Il viaggio nel mondo di Maria Callas (1923-1977) comincia in America dove la diva era nata. Ben presto fu costretta a tornare in Grecia con la madre, dove però riesce a ottenere un’audizione per il Conservatorio Nazionale esaminata dall’italiana Maria Trivella. Ma l’incontro decisivo sarà quello con Elvira de Hidalgo, dopo un periodo di studi intensissimi. In Grecia ha successo fin dal debutto ad Atene il 2 aprile 1939 al Teatro Olimpia con un’esecuzione di Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni. L’America però resta il sogno , per questo decide di tornare a New York. L’audizione al teatro Metropolitan nel dicembre 1945 non basterà però a farla svoltare. L’agente teatrale Eddie Bagarozy  vuole farla cantare nella Turandot di Giacomo Puccini a Chicago, ma il progetto artistico sfuma ed è costretta così a reinventarsi come cameriera, fin quando viene consigliata dal celebre cantante italiano Nicola Rossi Lemeni e riesce ad avere un’audizione con il tenore Giovanni Zenatello, direttore della stagione operistica all’Arena di Verona, che la scrittura immediatamente come protagonista dell’opera La Gioconda di Amilcare Ponchielli. Fu così che Maria Callas attraversò di nuovo l’oceano. Questa volta ottenendo ciò che vuole. Il 29 giugno 1947. In Italia conosce l’industriale veronese Giovanni Battista Meneghini. Nonostante i 27 anni di differenza si innamora di lui. Contemporaneamente, tra il 1947 e il 1954,  in 24 serate interpreta una serie di opere importanti: La Gioconda, Turandot, Aida, La Traviata, Il Trovatore e Mefistofele. Meneghini, che nel frattempo è diventato suo marito, le dona un piccolo olio su tavola raffigurante una Sacra Famiglia, dipinto dal pittore veronese Giambettino Cignaroli (1718-1770). Un quadro che diventa il suo personale talismano e la cantante lo porterà sempre con sé.

Dopo il debutto ne La Gioconda all’Arena di Verona inizia la sua ascesa professionale. L’ Italia la consacra come grande artista e diva. Tra il 1947 e il 1953 sono i teatri di Venezia, Firenze e Roma a diventare centrali nella sua carriera. Nel giro di pochissimi anni debutta in queste città tutti i ruoli che resteranno per lei fondamentali: Norma, Lucia di Lammermoor, Medea e La Traviata. Tra il 1952 e il 1953 torna a Firenze per cantare La Traviata di Giuseppe Verdi, Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti e, soprattutto, un nuovo ruolo che segna indelebilmente la sua carriera: il 7 maggio 1953 interpreta per la prima volta l’opera Medea di Luigi Cherubini. Medea, insieme a Norma sonole opere a cui resta maggiormente  legato il suo nome. Anche per lo scandalo della recita interrotta il 2 gennaio 1958 al Teatro dell’Opera di Roma. Lei stessa ne parlerà poi come «la sera più amara della mia vita». Il 3 settembre 1957, un nuovo incontro per lei folgorante, quello con Aristotele Onassis incontrato a Venezia. Nel maggio del 1949 parte per il Sud America dove canta in Ar­gentina al Teatro Colón di Buenos Aires in tutti i ruoli che la stanno rendendo celebre. Dopo i trionfi argentini, giunge in Messico dove incanta il pubblico del Palacio de las Bellas Artes. Il suo repertorio ha preso forma e nel mese di luglio del 1951 torna in Messico per cantare Aida e La Traviata e, a settembre, a San Paolo del Brasile per Norma e La Traviata, fino a Rio de Janeiro per Tosca e, ancora, La Traviata. Ovunque è un successo, in modo particolare dopo l’ultima recita di La Traviata a Mexico City. Nel mese di maggio 1952 torna per la sua ultima tournée sudamericana in Messico.  Si raccconta che alla fine dell’ultima recita di Tosca il pubblico, intuendo che non sarebbe più tornata a cantare in Messico, intonò Las Golondrinas, accompagnata dal rullo dei tamburi dell’orchestra.

@simonamaggiorel

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