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A cinquant’anni dalla scomparsa di Giacometti negli scatti “rubati” di Cartier-Bresson

1958. Alberto GIACOMETTI in his studio.

Alberto Giacometti , da artista, aveva scelto di mettere l’essere umano al centro della propria ricerca. Creando esili sculture dal volto arso che un po’ gli assomigliavano. Anche il fotografo Henri Cartier- Bresson amava presentarsi come un uomo che si occupa quasi esclusivamente dell’uomo, convinto che: «I paesaggi sono eterni, mentre io vado di fretta». Fu così, andando di fretta che riuscì a fare questo scatto “rubato” che ritrae Giacometti sotto la pioggia. A cinquant’anni dalla sua morte, avvenuta l’11 gennaio del 1966,  dopo le sue anti eroiche sculture, niente sembra restituircene il carattere e la personalità schiva più di questa immagine che fa parte dell’archivio Magnum. Così come queste altre immagini che mostrano Giacometti nel suo studio, e come sdoppiato, triplicato nella serie di sculture che come autoritratti fanno di lui uno, nessuno e centomila. L’artista di origini svizzere era nato nel 1901 ed era figlio d’arte. Suo padre, il pittore Giovanni Giacometti riuniva nella casa di Stampa, in Val Bregaglia, gli intellettuali più importanti della  cultura svizzera del tempo.  E questo fu per lui di grande stimolo. Giovanissimo esprimeva già una propria originale poetica nei ritratti dei genitori, del fratello Diego. Come accadrà poi con la moglie Annette e con l’ultima amante, Caroline, Giacometti  cercava di rappresentare  il «mistero di quei volti e della vita riflessa in essi», cercando di «possedere un’apparenza che di continuo sfugge».

E’ questo il filo rosso di ricerca che attraversa tutto il suo lavoro. E che si sviluppa negli anni francesi quando nel 1922 studiava a Parigi con Bourdelle, mentre dominava ancora il cubismo, seppure in forme ormai diventate “tarde”. Parigi significò per lui anche la scoperta dell’Art Nègre al museo etnografico del Trocadéro, frequentato da Picasso e Modigliani attratti dalla inusuale bellezza di sculture africane, fuori dal rigido canone vitruviano e prive di quella marmorea grazia imposta dal neo classicismo. Una amara bellezza, fragile, tormentata è quella che caratterizza tutta l’opera di Giacometti, fra  misteriose ricreazioni dell’ombra della sera, ed esuli sculture appese a un filo che tolgono a Pinocchio tutto il baccano burattinesco, facendone una maschera attonita. Sempre più,  nel trascorrere degli anni, cercherà di superare le barriere fra i generi, attraverso creazioni nate assemblando scultura, pittura e disegno. L’attrazione per il Surrealismo,che aveva conosciuto nel 1930 tramite Cocteau, Noailles e Masson, durò poco: dopo la sua prima personale a New York, Andrè Breton decise di espellere Giacometti dal movimento surrealista apparentemente per la decisione dello scultore svizzero di tornare al “vero” in arte e a questo furono dedicati soprattutto gli anni della guerra trascorsi in Svizzera. Al ritorno a Parigi si avvicina a Sartre e ad altri pensatori esistenzialisti.

Intanto le sue sculture si assottigliano sempre più e lui, nonostante il crescente successo, le numerose mostre in giro per il mondo, diventa sempre più riottoso alle regole sociali del jet set dell’arte internazionale. Come raccontav la scrittrice Grazia Livi in una intervista apparsa su L’Europeo mel 1963 e realizzata nello studio di Giacometti dove c’era solo una branda  circondata da cartacce.

Interpellato sul tema della  solitudine come condizione  dell’uomo contemporaneo, Giacometti rifugge dagli slogan e dalle immagini stereotipate di se stesso che gli assegnano i giornali. «Se un uomo soffre di solitudine – dice – può soffrirne da solo o in mezzo agli altri. E poi la solitudine delle grandi città moderne, per esempio, non è certo peggiore di quella delle antiche città medievali dove gli uomini, di notte, giravano addirittura col coltello in tasca per difendersi». Eppure tutta l’arte contemporanea, l’arte astratta, incalzava l’intervistatrice «sembra proprio rappresentare questa condizione di solitudine dell’uomo, questa rottura di rapporto con la realtà, con la tradizione, con se stesso».

«Secondo me, l’arte astratta non esiste – rispondeva Giacometti -. Io la chiamo “arte concreta”, come Kandinsky. C’è semmai questo: che l’arte di oggi rappresenta la realtà, ma in modo diverso. La scienza, infatti, ci ha dato degli strumenti di conoscenza che hanno sconvolto completamente la nostra visione della realtà. La fotografia, i raggi X, gli apparecchi microscopici, hanno fatto sì che noi potessimo entrare dentro ai segreti stessi della materia: ingrandendoli, deformandoli. Un tempo una testa era una testa, un braccio era un braccio, e attraverso la pittura e la scultura lo si vedeva nella sua totalità, e non c’erano dubbi. Oggi, invece, la fotografia ha dato una visione del mondo tale, e così sufficiente, in apparenza, che ha fatto crollare tutta la pittura di ritratto, ad esempio, e nello stesso tempo ha messo l’artista nella condizione di dover dipingere altre cose, come la sua vita interiore, il suo inconscio, le sue sensazioni».
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Messico: la violenza, le polemiche e la buona storia di Carlos Cruz

A suon di colpi di scena, in queste ore il Messico viaggia a vele spiegate sui giornali e sui vostri smartphone: l’assassinio di Gisela Mota, sindaco di sinistra e anti-narcos di cui parliamo su Left in edicola, prima e l’arresto di El Chapo Guzman poi. E non si sono fatte attendere le polemiche, con Roberto Saviano su Repubblica (potete leggerlo qui: “Il sacrificio di Gisela, sindaco per un giorno”) che si prende l’onere di spiegare cosa accade in Messico e il giornalista Federico Mastrogiovanni da Città del Messico che replica con un netto: “Saviano racconta un Messico che non esiste”. Il Messico “vanta” le gang criminali più pericolose del mondo, primati in omicidi (sin dal 2006 viaggia a una media di oltre 50 morti al giorno) e femminicidi (una media di sei al giorno); poi ci sono i desaparecidos, i rapimenti dei migranti che attraversano il Paese nel tentativo di raggiungere gli States (20.000 sono solo quelli censiti dalla Commissione nazionale per i diritti umani messicana). E, infine, la madre di tutte le piaghe: l’impunità, quella corruzione egemone che alimenta la violenza e con essa lo scetticismo dei messicani (interessante in proposito è lo studio di Opendemocracy che ne spiega bene il nesso). Numeri pesanti e primati inquietanti, in quel di Città del Messico, non sono certo una novità, e tornano ad affiorare dopo fatti di cronaca. Senza ridurre un Paese intero e la sua popolazione a un sinonimo – di Violenza, per esempio – vale la pena raccontare anche quel che di buono stenta a crescere in quel di Città del Messico.

Storie come quella di Carlos Cruz, che fino al 2000 è stato il leader di una delle “pandilla” (gang in gergo messicano) più violente di Città del Messico, e che poi ha deciso di cambiare vita, fondando Cauce Ciudadano AC, un’organizzazione sociale che lavora per impedire l’ingresso di bambini e giovani nelle reti di criminalità organizzata. Oggi Carlos è un “pandillero de paz”: denuncia la corruzione, la violenza dei narcos, gli abusi della polizia e i traffici illeciti di Città del Messico. Costretto a lasciare il suo Paese a ottobre, dopo minacce e attentati, Carlos si trova adesso a Chicago. Lo raggiungiamo grazie alla rete di Libera internazionale, della quale Carlos e Cauce Ciudadanos fanno parte.

Carlos Cruz a Roma, durante la permanenza italiana, ospite di Libera international
Carlos Cruz a Roma, durante la permanenza italiana, ospite di Libera international

«Per salvare vite non basta diminuire gli omicidi», ci mette subito in guardia Carlos: «Per salvare le vite bisogna promuovere la sicurezza umana, garantire i diritti e sviluppare le capacità di ogni persona». L’arma di Cauce Ciudadano è la pedagogia, tra i giovani pandilleros messicani – che si trovano per lo più nelle strade di periferia di Città del Messico, è nei quartieri periferici della megalopoli che si registrano i tassi di violenza più alti. E proprio qui i centri di Cauce Ciudadano servono più di 3.000 bambini e giovani ogni anno: laboratori informatici, serigrafia, cucina, una web radio e uno studio di registrazione. Finora i volontari di Cauce Ciudadano (oltre 700 nelle scuole) hanno incontrato e operato con più di 10.000 giovani messicani. «Quando tua madre impara a leggere all’età di 16 anni, proprio a causa dell’assenza dello Stato, questo porta ad un’assenza di comprensione», racconta Carlos. «Mia madre mi ha detto che se avesse saputo anche solo il 10% di ciò che so io non mi avrebbe mai educato a questo tipo di violenza. Quando si vive in un mondo violento si crede che sia l’unico modo per risolvere i conflitti».

 

Da ragazzino Carlos decide di trasformarsi da vittima in carnefice e dà vita a una pandilla che in poco tempo prende piede e potere. «Senza mai diventare parte del crimine organizzato», tiene a precisare Carlos. Furti, traffico di armi, falsificazione, estorsione e, ovviamente, processi. E omicidi. Quando nel 2000 tocca a un compagno di gang lasciarci la pelle, Carlos – bloccato da una ferita riportata – decide di optare per lo stop e non per la vendetta. Alcuni lo seguono, altri lo prendono per pazzo e restano nel business. Chi va con Carlos comincia a chiedersi come sopravvivere a quella violenza: «Abbiamo scoperto di essere uniti come in una famiglia, con un forte senso di fratellanza e solidarietà reciproca. Eravamo un gruppo di criminali, ma abbiamo deciso di iniziare un percorso pedagogico che ci ha trasformati in educatori popolari. Abbiamo capito che, se avessimo imparato a insegnare, avremmo potuto generare un’alternativa». Il quartiere li ha accettati e oggi, oltre a lavorare dentro le scuole con i ragazzi di 11-15 anni, Cauce Ciudadano si occupa anche di processi di pace tra quartieri, e cerca una linea di dialogo con lo Stato. Da pandillero a educatore e operatore di pace, si può. L’esistenza stessa di una storia come quella di Carlos è di per sé educativa per i giovani messicani.

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10, 100, 1000 David Bowie

David Robert Jones, era nato a Brixton, Londra, l’8 gennaio 1947. Aveva 69 anni e da qualche tempo anche un cancro. Il suo ultimo Black Star è uscito qualche giorno fa, giorno del suo compleanno, non si esibiva in pubblico dal 2006. E da anni andava e veniva con nuovi esperimenti e tentativi musicali mai scontati, nonostante una carriera che lo vede diventare un’icona già nel 1974. Da allora ha cambiato mille facce, stili, modi di presentarsi e rappresentarsi. Ed è sempre rimasto una figura popolare. Che si trattasse di Ziggy Stardust o Bowie il berlinese asciutto o l’icona pop anni ’80, funzionava sempre e cambiava un po’ la musica e il suo modo di rappresentarsi. Bowie è un’icona musicale ma molto di più. Le molte foto dell’archivio Getty qui sotto, sono una bella rappresentazione di un’immensa carriera artistica.

L’Isis tra Iraq e Siria, una cronologia per non perdersi

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Nel 2015 abbiamo imparato a conoscerlo, lo abbiamo visto colpire a Parigi nel cuore dell’Europa, ma anche a Beirut e nello Yemen. Lo abbiamo chiamato con i suoi molti nomi, alcuni più corretti altri meno: Stato Islamico, Is, Isis, Isil, infine Daesh. Nel numero 45 di Left, l’anno scorso, vi abbiamo raccontato “come si alimenta il terrore”, da dove arrivano le armi con cui i jihadisti cercano di ridefinire i confini del Medio Oriente, le ingenti risorse economiche (circa 2 miliardi di dollari) di cui dispone il Califfo nero, Abu Bakr al-Baghdadi. Questa settimana sul n. 2 di Left facciamo invece un bilancio sull’incubo del terrorismo, sulla guerra al terrore voluta dall’Occidente, sulla guerra per il potere che coinvolge, soprattutto in Siria, le potenze mondiali. E cerchiamo di guardare lontano e capire cosa accadrà e come si evolverà una questione che occuperà, come è ovvio, buona parte della copertura mediatica per questo 2016. Per accompagnare i contenuti del cartaceo e permettervi di farvi un’idea chiara e completa vi proponiamo quindi una cronistoria attraverso cui ripercorrere i momenti principali delle avanzate e delle ritirate di Isis. Dalla presa di Mosul e Kobane alla caduta di Ramadi, passando per i vari attentati e le esecuzioni che dimostrano la brutalità del sedicente Stato Islamico.

 

cover left n.2 | 9 gennaio 2015

 

Gli approfondimenti continuano su Left in edicola dal 9 gennaio 2016

 

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Trivellano ma diranno che è solo un assestamento

Gli italiani sono così. Da sempre. Quando una legge ingiusta comincia a germogliare negli scorci di qualche decreto mentre una minoranza si lancia alla ricerca di un’opposizione e almeno un dibattito dall’altra una gran parte dei cittadini rimane mansueta finché non coglie veri caratteri di emergenza. E così se siete tra quelli che hanno pensato alla questione “trivelle” come una remota possibilità che potesse interessare solo qualche nugolo di pesci a mare aperto beh, sappiate che vi siete sbagliati. E il momento della presa di coscienza è arrivato.

Sono 326 le autorizzazioni a martellare buchi per terra e per mare e nell’elenco si passa dalle isole Tremiti a Isola Capo Rizzato, da Santa Maria di Leuca a Pantelleria passando per Venezia e la Lombardia. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha deciso di dare il via libera a trapanamenti (e spari, con la tecnica «airgun» che consiste nel produrre un picco ad altissimi decibel nel fondo del mare) il 31 dicembre mentre gli italiani visitavano le profondità alcoliche di un capodanno anticipato per business con qualche bestemmia in sovrimpressione.

Insomma: il regalo del 2016 è fare l’uncinetto con il territorio per la felicità delle lobby petrolifere che, ne siamo certi, avranno un’angosciosa attenzione nel preservarne la bellezza. Certo. Solo in Lombardia, tanto per andare sui numeri, ci sono quasi 4.000 metri quadrati (quattromila, sì avete letto bene) a disposizione di 15 permessi accordati. Segnatevelo quando ascoltare la prossima “pippa di Governo” su bellezza e consumo di suolo. Oppure c’è il caso delle isole Tremiti (che oggi diventano la località più onomatopeica d’Italia) per cui la Proceltic Italia srl paga 5 euro e 16 centesimi per metro quadrato per un incasso da parte dello Stato di ben 1,928 euro e 292 centesimi: meno dell’affitto i un posto barca, per dire.

Così mentre il Governatore della Puglia Michele Emiliano promette battaglia (ora che risuonano gli scalpelli) sono certo che Matteo Renzi stia già preparando la prossima newsletter in cui ci propinerà il solito soliloquio sulla bellezza, sull’Italia meravigliosa e sul territorio da difendere. Se sentirete rumore di trivelle non preoccupatevi, non ingufatevi: ci diranno che è solo un assestamento. Succede, quando si riparte. Ci diranno.

Il giorno del comitato del No: “Vogliamo la Repubblica non un principato”

Una giornata particolare e due eventi quasi paralleli: mentre alla Camera i deputati approveranno il ddl Boschi, la riforma costituzionale che sancisce la fine del bicameralismo perfetto, poco distanti, nell’aula dei gruppi parlamentari costituzionalisti e magistrati spiegheranno “le gravi violazioni apportate da tale riforma ai principi costituzionali supremi”. Dire che si tratta di due opposte visioni dello Stato è quasi un eufemismo.

All’incontro del Comitato per il no al referendum sulla riforma costituzionale, presieduto da Alfiero Grandi e Domenico Gallo del Coordinamento per la democrazia costituzionale, prenderanno parte e parleranno: Alessandro Pace, Lorenza Carlassare, Stefano Rodotà, Massimo Villone, Felice Besostri, Gianni Ferrara, Gaetano Azzariti. Le conclusioni sono affidate a Gustavo Zagrebelsky. Sono i “professori” a cui i renziani sono allergici. Un gruppo di giuristi, magistrati e costituzionalisti che in questi mesi si è opposto in tutti i modi alla riforma costituzionale Boschi. Con Domenico Gallo, magistrato e giudice di Cassazione facciamo il punto sull’incontro di oggi a cui sono invitati, ricordiamo, tutti i parlamentari dell’opposizione.

Giudice Gallo, ci spieghi il senso di questo appuntamento del Comitato del no.

La cultura giuridica democratica si organizza e lancia un messaggio alla società. Lo fa attraverso un dibattito pubblico a cui partecipano personalità che sono espressione del più alto livello raggiunto da questa cultura in Italia. Il problema non è fare il referendum pro o contro Renzi: questo è il modo scorretto di affrontare la questione della partecipazione dei cittadini alle decisioni circa la costituzione. Che è, ricordiamo, la casa di tutti. La Costituzione è qualcosa che va al di là delle vicende di Renzi o di qualche altro politico, è l’architettura dei poteri attraverso i quali vive una società organizzata in Stato.

E cosa accade se si cambia la Costituzione?

Quando si cambia questa architettura, dobbiamo ragionare per vedere se è confacente ai nostri bisogni, ai nostri desideri e alle nostre aspettative di libertà. Oppure se la nuova architettura non rischia di essere una prigione o di farci passare da una repubblica a una sorta di principato.

Un principato?

Attraverso una interazione tra riforma costituzionale ed elettorale, viene fuori non una revisione della Costituzione ma il suo superamento. Lasciamo la Costituzione repubblicana con i suoi pesi e contrappesi per entrare in un altro territorio. Questa non è una lotta tra conservatori e riformatori. In realtà i riformatori attuali vogliono spostare l’orologio non in avanti ma indietro. Vogliono farci tornare ad una situazione precedente all’avvento della Repubblica, in cui l’architettura dei poteri è orientata all’autocrazia. Vorrebbero creare un principato, non una repubblica democratica fondata sull’eguaglianza dei cittadini e sul parlamento rappresentativo.

Chi si oppone alla riforma costituzionale viene accusato di essere difensore della casta, come ha detto Renzi. Che tipo di lavoro vi attende?

Noi dobbiamo spiegare come stanno le cose. Certe riforme passano con il consenso popolare solo attraverso la mistificazione dei problemi reali e quindi si inventano degli slogan. Si cavalca una insoddisfazione che è palese e profonda del popolo italiano rispetto al ceto politico, ma per colpire le istituzioni democratiche, per ottenere l’eterogenesi dei fini. Perché se noi siamo insoddisfatti e non abbiamo fiducia in questi partiti e in questo ceto dirigente, si crea un clima per cui poi alla fine si mette tutto in mano a un super partito con super poteri. Questo va in direzione opposta alle aspirazioni del popolo italiano.

A chi vi rivolgete? Ci saranno interventi dei politici?

In questa fase non è previsto l’intervento dei politici. Vogliamo che il discorso sui motivi per cui ci opponiamo a questo progetto di riforme debba nascere dalla cultura democratica. Che naturalmente deve incontrare le parti politiche e deve estendersi e raggiungere i cittadini attraverso una mobilitazione di base che noi ci sforziamo di far sorgere. In questa prima fase è necessario mettere a fuoco gli argomenti di merito, in modo che poi ci possa essere la buona politica. Bisogna insomma superare il divorzio tra la cultura e la politica e dobbiamo superarlo partendo dalle reazioni della cultura giuridica democratica. Comunque rivolgeremo un appello ben preciso ai parlamentari che votano no alla riforma costituzionale. Chiederemo di promuovere loro il referendum, previsto dall’articolo 138 della costituzione. Speriamo che ci siano comunicazioni in tal senso durante l’assemblea, ma lo dovrebbero richiedere un minuto dopo l’approvazione del testo (ad aprile il sì definitivo e la seconda lettura formale tre mesi dopo Ndr).

Quali sono gli errori più macroscopici della riforma per cui si rischierebbe il principato?

L’impostazione generale porta ad un risultato che sfigura profondamente l’architettura dei poteri. Con questa riforma si toglie di mezzo un ramo del Parlamento che si riduce ad una sola Camera, ma su questa grava lo “scarpone” del capo politico, del presidente del Consiglio, del capo del partito vincente, che in pratica nomina quasi tutti i parlamentari del suo gruppo e dà un controllo anche sui tempi, per cui viene sancita la supremazia del governante sull’unica Camera che legifera , venendo indeboliti gli organi di garanzia. L’unico partito che controlla il Parlamento, un po’ alla volta controllerà il Presidente della Repubblica e attraverso questi aumenterà la sua influenza sulla Corte costituzionale – quello che voleva Cossiga – . Un potere esecutivo forte e garanzie deboli. E’ proprio questo di cui abbiamo bisogno? Sarebbe meglio un potere esecutivo autorevole suffragato dal voto e garantito da strumenti di garanzia forti che consentano di correggere tutti gli abusi di potere. La doppia decisione svolge la funzione di garanzia, consente ai cittadini di partecipare, di stimolare il Parlamento a cambiare le leggi. L’esperienza storica ce lo insegna. La Corte costituzionale, per esempio, è stata costretta a cancellare leggi palesemente irragionevoli. Soprattutto in un momento come questo in cui per le vicende internazionali i diritti fondamentali sono indeboliti, bisogna rafforzare le garanzie e non i poteri di chi comanda.

La motivazione della riforma è garantire la governabiltà. Lei che dice?

Sì, è questo l’argomento chiave, su cui l’opinione pubblica spesso si ritrova. Ma il dogma della governabilità è il vecchio argomento dei sostenitori del principato che sarebbe più stabile rispetto alla repubblica. Non ci piace questo, perché non ci salva dagli abusi. La stabilità deve essere basata sul consenso e sull’autorevolezza della politica. E non può essere fondata diminuendo i contropoteri.

Per l’autorevolezza della politica occorrerebbero anche la riforma dei partiti e classi dirigenti più competenti…

Sì, certo, ma per avere la riforma dei partiti e delle classi dirigenti, occorre che ci sia la piena agibilità politica delle istituzioni rappresentative. Cioè che ci sia la possibilità che si crei concorrenza tra i partiti affinché tutti possano accedere nelle istituzioni. Come purtroppo è avvenuto negli anni del maggioritario, la qualità della classe dirigente scade sempre, perché non la possiamo rinnovare, non la possiamo cambiare, decidono tutto loro. Se noi eliminiamo i controlli e diminuiamo la possibilità di essere rappresentati e di incidere sui nostri rappresenntanti, poi purtroppo la qualità delle classi dirigenti diventa scadente.

Come sta andando il rapporto tra il Coordinamento e la Coalizione sociale con la quale già dall’anno scorso ci sono stati incontri sul tema dei referendum?

Abbiamo avviato il percorso sui due referendum abrogativi dell’Italicum e la raccolta delle firme dovrebbe partire ad aprile. Contemporaneamente dovrebbero partire dei referendum promossi dalla Fiom (su cui si devono esprimere gli iscritti Cgil Ndr) sulle questioni del Jobs act e sono in cantiere anche i referendum che riguardano la Buona scuola. A questo punto si dovrebbe creare la coalizione sociale nei fatti. Nella società, attraverso l’impegno concreto di sindacati, movimenti, comitati. Speriamo poi che questa coalizione sociale quando si arriverà al referendum, faccia sentire pienamente la sua voce.

Nada e il segreto dell’eterna giovinezza

nadia malanima nuovo album l'amore devi seguirlo

Anno nuovo, disco nuovo. Nada Malanima inaugura il 2016 con un album che potrete ascoltare dal 15 gennaio, quando sarà dato alle stampe per Santeria/Audiogolbe. Le dieci tracce di L’amore devi seguirlo, le ha cucite una a una, testi e musica, parola dopo parola e nota dopo nota. Come un’artigiana, dentro il suo casale in Maremma, dopo anni di collaborazioni e sinergie con la crème della musica indipendente italiana, questa volta Nada sfodera un’opera tutta sua. Partendo da una pre-produzione casalinga registrata sul Garage Band di un portatile e che mantiene nel disco finito – registrato in Maremma da Nada e Gerri Manzoli e nel ferrarese da Manu Fusaroli al Baricentro di Produzioni Musicali Natural HeadQuarter di Corlo – un suono etereo, di accompagnamento alla sua voce e alle sue parole. È l’album della maturità?, le chiediamo, provando a scherzare sulla sua lunga carriera. E lei rilancia divertita: «Non so se si è mai maturi abbastanza!». Sembra sempre di parlare con la ragazzina di “Ma che freddo fa”, quando si conversa con Nada. E invece ha all’attivo 20 album, 12 raccolte, 3 libri, numerose performance teatrali. Insomma, in 47 anni di carriera si è fatta da conoscere da cinque generazioni. Ed è in arrivo anche il quarto libro, atteso per il mese di aprile, anche questo si preannuncia come una piccola svolta. Dopo tre opere autobiografiche, sarà l’esordio di romanziera a tutto tondo. «Certo, ci saranno i miei sentimenti, le mie idee e i miei pensieri. Ma sarà una storia che non è la mia».

Nada, abbiamo già potuto ascoltare i primi due singoli nel 2015, “Non sputarmi in faccia” e “La bestia”. La scelta di offrire degli assaggi prima del disco intero è un modo di andare incontro all’ascolto?
Un po’ è stato un modo di diluire il lavoro. E poi, spesso, non tutte le canzoni di un album si ascoltano con attenzione, magari così c’è la possibilità di conoscere più a fondo cosa c’è dentro. D’altra parte adesso si brucia tutto così velocemente…
L’amore devi seguirlo, hai titolato. A te l’amore dove t’ha portato?
Ancora non so dove mi porterà (ride). Parlo dell’amore in senso universale, che è il motore della nostra vita, inteso come passione, attenzione alle cose e alle persone, l’aver cura. Ecco, in questo senso canto e parlo d’amore. Un po’ del resto come faccio io in tutte le mie giornate. Direi comunque che l’amore mi ha portato a essere quella che sono, ma non chiederti come… che non saprei dirti come sono! Diciamo che ci porta tutti avanti, che ci fa esistere e dà un senso a questa vita che tante volte pare che un senso non lo abbia.

cover left n.2 | 9 gennaio 2015

 

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Referendum, che fa la minoranza dem?

Minoranza dem referendum senato

Rodotà, Zagrebelsky e gli altri odiati gufi lanciano i comitati del No per il referendum sulla riforma Boschi. E, consapevoli del fatto che il premier abbia investito l’appuntamento di un più largo significato – con studiate battute lanciate durante la conferenza stampa di fine anno -, vogliono evitare che i referendum diventino un plebiscito sul premier. Per questo vorrebbero che la richiesta partisse non dal governo ma dai parlamentari che, sollecitati dal comitato, firmando in massa, possono stemperare l’enfasi posata dal premier sul referendum. Renzi ha infatti detto chiaramente: «Se perdo il referendum costituzionale, considero fallita la mia esperienza in politica». Il referendum sulla riforma che porta la firma di Maria Elena Boschi, dunque, è per Renzi un voto anche sul jobs act, sulla buona scuola, sull’insieme delle sue riforme. Ed è questo a mettere ulteriormente in imbarazzo la minoranza dem – ulteriormente, sì, cioè più di quanto non procuri già lo stare nel mirino di ex professori amici, come Rodotà o Zagrebelsky. Non è un caso che a cominciare da Pier Luigi Bersani e da Gianni Cuperlo, i più abbiano per ora scelto il silenzio. Hanno timidamente criticato l’all-in del premier sul quesito costituzionale ma non detto di più. «Per ora non parlo», è la risposta che abbiamo ricevuto prima di chiudere questo numero. Volevamo sapere – ad esempio – se qualche parlamentare Pd avrebbe risposto alla richiesta dei giuristi. Vedremo lunedì 11, quando alla Camera, mentre l’aula darà l’ultimo voto alla riforma, nella sala stampa verranno presentati – appunto – i comitati.
Dietro il tavolo ci sono i costituzionalisti, consapevoli ormai di esser vittime degli effetti della propaganda renziana. Sandra Bonsanti sa bene che il fascino dei professori, dopo decine di slogan sui gufi, non è più lo stesso: «Serve una generazione nuova», dice infatti, «bisogna che i giovani si rendano conto che con questa riforma si troveranno delle istituzioni più deboli». Vanno avanti, cercano forze fresche, e sperano di poter sfruttare la raccolta firme per i referendum sull’Italicum, i gufi. Qui c’è però il problema del Movimento 5 stelle che al premio di maggioranza ha forse fatto la bocca, e le firme per abrogare l’Italicum non le raccoglie.

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Lo smog c’è e si vede. Tutti i numeri di un inquinamento che uccide

L’anticiclone è passato, la politica è rientrata dalle vacanze e l’allarme smog ha abbandonato le prime pagine dei giornali. A pochi giorni dall’inizio del nuovo anno, le centraline delle maggiori città italiane che facevano registrare continui “sforamenti” dei limiti di polveri sottili presenti nell’aria sono un ricordo lontano. Sindaci e governo, corsi ai ripari con targhe alterne e chiusure al traffico, hanno prontamente revocato le misure anti-inquinamento con il ritorno delle precipitazioni e il conseguente calo delle concentrazioni del cosiddetto particolato. Ma l’arrivo della pioggia, spiegano gli esperti, ha portato via una serie di misure insufficienti e diverse da Comune a Comune, lasciando sull’asfalto una troppo timida (e non vincolante per i Comuni) strategia nazionale messa in campo dal ministero dell’Ambiente e nessun intervento strutturale.

Infografica polveri sottili

Milioni di morti premature

Ci sono prove scientifiche del fatto che queste particelle microscopiche contribuiscano alla formazione di placche vascolari, aumentando il rischio di infarto e ictus. E diversi studi epidemiologici confermano che le polveri sottili sono tra le cause di malattie cerebrovascolari, cardiache e polmonari (compreso il cancro ai polmoni), mentre le elevate concentrazioni di ozono sono correlate a patologie delle vie respiratorie come la tosse cronica e la mancanza di respiro. Uno studio dell’Istituto Max Planck per la Chimica, ente tedesco di ricerca pubblica, stima intorno ai 3,3milioni i decessi prematuri (rispetto alle aspettative di vita) che avvengono ogni anno nel mondo in relazione all’inquinamento atmosferico. Quasi tre quarti di questi sono dovuti a ictus e attacchi cardiaci, il restante 27 per cento a malattie respiratorie e cancro al polmone. E, riporta l’indagine, nel 2050 il dato potrebbe salire fino al doppio se i livelli attuali dovessero rimanere immutati. Più catastrofiche le proiezioni dell’Oms, secondo cui ogni anno 4,3 milioni di decessi sono imputabili all’inquinamento dell’aria all’interno delle abitazioni e 3,7 milioni all’inquinamento dell’aria esterna. Pesano senza dubbio industria, trasporti, agricoltura e produzione di energia con fonti fossili. Allo stesso tempo però, i consumi energetici domestici – soprattutto nelle aree dove di usano generatori diesel, piccole stufe e legna per riscaldare e cucinare – incidono altrettanto sull’incremento del tasso di mortalità. I ricercatori del Max Planck hanno calcolato poi che l’agricoltura che fa uso di sostanze chimiche (fertilizzanti, ecc.) e l’allevamento intensivo sono la causa del 20% dei decessi legati all’inquinamento atmosferico, con punte del 40 in Paesi come Ucraina, Russia e Germania. La combustione di carburanti fossili per l’industria, l’energia e i trasporti, insieme alla combustione di biomassa, è all’origine di un altro 33% di morti premature. Il traffico cittadino pesa sul bilancio delle vittime da inquinamento per il 5%.

Incroci pericolosi

Da un’indagine dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr), in collaborazione con l’Istituto di Biomedicina e Immunologia molecolare di Palermo e le università di Pisa e Verona, emerge che l’insorgenza di alcuni disturbi polmonari è più che raddoppiata negli ultimi 25 anni. Sara Maio dell’Ifc-Cnr di Pisa spiega che gli attacchi d’asma sono passati dal 3,4 al 7,2%, mentre per la rinite allergica si è saliti dal 16,2 al 37,4%; l’espettorato ha superato il 19% rispetto all’8,7% del 1985 e la broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), ostruzione delle vie respiratorie non completamente reversibile, è arrivata al 6,8% contro il 2,1 iniziale. Ma il rischio è alto anche per le donne in gravidanza. Un recente studio sull’esposizione a benzene e Pm10 (228 casi presi in esame nel Nord Italia), condotto tra gli altri da un gruppo di ricercatori dell’Università di Modena e Reggio Emilia, ha registrato anomalie muscoloscheletriche e cromosomiche nel caso di esposizione al Pm10 da traffico veicolare, mentre per il benzene non ha rilevato evidenze di aumento dei rischi di malformazioni congenite. A confermare il peso del traffico veicolare sull’asfissia delle nostre città e sulla nostra salute, è una rilevazione effettuata per dieci anni dalla Nasa in 195 città e diverse aree del Pianeta. Ne è scaturito un atlante dell’inquinamento atmosferico che evidenzia come Usa, Europa, Cina, Sudafrica e Medio Oriente siano le zone con più elevati livelli di biossido di azoto, gas emesso dagli scarichi dei veicoli a scoppio e dall’industria. Rilevare le concentrazioni di questo gas è importante perché a livello del suolo può trasformarsi rapidamente in ozono, uno dei principali inquinanti presenti nello smog urbano.

L’impatto delle politiche

I dati, pubblicati sul Journal of Geophysical Research, sono quelli registrati dagli strumenti a bordo del satellite Aura tra il 2005 e il 2014. Usa ed Europa sono tra i principali responsabili delle emissioni di anidride carbonica, ma sono anche le aree in cui si è osservata la diminuzione più drastica: dal 20% al 50% negli Usa, e del 50% nel Vecchio continente. La Germania è tra le nazioni europee la più inquinata, perché per la sua posizione subisce anche l’influsso delle emissioni nocive dei Paesi confinanti. Per l’Italia la maglia nera dello smog – confermano i dati raccolti dalla Nasa – va alla Pianura Padana, che coniuga traffico veicolare, elevata industrializzazione e un mix di posizione geografica e condizioni meteo che determinano la presenza quasi costante della “nebbia tossica”. «Con i nuovi dati ad alta risoluzione siamo in grado di ingrandire l’immagine fino a vedere i cambiamenti del livello di inquinamento nelle singole città, e anche in alcune fonti, come per esempio le centrali elettriche di grandi dimensioni», spiega Bryan Duncan, scienziato del Nasa Goddard Space Flight Center di Greenbelt (Maryland), che ha guidato la ricerca. «I cambiamenti della qualità dell’aria osservati non sono casuali. Nei dati si vede l’impatto di decisioni governative come le nuove costruzioni o la regolamentazione degli agenti inquinanti». Per gli esperti, il calo in questione è dovuto alle leggi che hanno imposto miglioramenti tecnologici per ridurre l’inquinamento delle auto e degli impianti industriali. Ancora una conferma, semmai ce ne fosse bisogno, che se non cambiano le politiche le nostre città continueranno a respirare “a targhe alterne”. […]

cover left n.2 | 9 gennaio 2015

 

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El Chapo Guzman, il narcos tradito dalla voglia di finire sul grande schermo

Nel 2012 gli avevano arrestato il figlio per sbaglio – o meglio, il governo messicano aveva messo a segno un colpo, presentando davanti alle telecamere una persona presentata come il figlio di El Chapo, che si era rivelato essere un paffuto rivenditore di auto, forse collegato al cartello di Sinaloa, ma non certo il figlio di Joaquin “El Chapo” (il corto) Guzman. All’epoca fu imbarazzo enorme. Peggio andò dopo la seconda fuga di quello che viene considerato il più importante narcotrafficante del pianeta nel 2014. Nuova caccia e nuova cattura, due giorni fa. Anche stavolta la vicenda ha del grottesco: il motivo per cui le autorità messicane hanno catturato El Chapo è la sua voglia di vedere un film sulla sua vita, magari ispirato da Narcos, la serie su Pablo Escobar la cui seconda stagione sta per debuttare su Netflix.

Secondo Associated Press, infatti, la polizia federale messicana è riuscita a scoprire dove fosse il nascondiglio di El Chapo grazie ai contatti intercorsi tra questi e Sean Penn, con la attrice di telenovelas messicane Kate Del Castillo a fare da tramite.
Penn ha passato sette ore a intervistare Guzmán in un luogo X delle montagne messicane e poi ha fatto una serie di interviste di follow-up per telefono e video, tra cui il minuto pubblicato sul sito di Rolling Stone assieme al resoconto dell’attore regista americano (e qui sotto) nella quale Guzmán veste una camicia di seta blu e parla al suono di galline che razzolano.

In passato El Chapo, divenuto famoso per la sua capacità di organizzare fughe lungo tunnel e condotti delle fogne – usati anche stavolta per tentare di eclissarsi dopo che la sua casa era stata circondata – aveva negato di essere un trafficante ritraendosi come un contadino. Con Penn parle apertamente dei suoi traffici.

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Dove è cresciuto, tra le montagne dello stato di Sinaloa, sostiene «l’unico modo per avere i soldi per comprare il cibo, per sopravvivere, è quello di coltivare il papavero, la marijuana».
La figura di El Chapo, è popolare in Messico: dai costumi di Halloween, alle canzoni popolari – l’equivalente di quelle dei neomelodici con i camorristi – le fughe del leader del cartello di Sinaloa e la sua capacità di guidare tanto a lungo il cartello senza essere ucciso o finire in carcere, ne hanno fatto una specie di mito in certi ambienti.

«Io fornisco più eroina, metanfetamine, cocaina e marijuana di chiunque altro al mondo», ha detto Guzman. «Ho una flotta di sottomarini, aerei, camion e barche».
El Chapo ha riconosciuto che le droghe fanno male, dicendo: «Beh, è una realtà che le droghe distruggono. Purtroppo, come ho detto, dove sono cresciuto non c’era altro modo e non c’è ancora un modo per sopravvivere, non c’è modo di lavorare nella nostra economia per essere in grado di guadagnarsi da vivere».
Guzmán sostiene di non essere un violento: «Guarda, non faccio altro che difendermi, niente di più. Ma si comincia guai? Mai.»

Rispetto ad alcuni cartelli di più recente formazione, in effetti, quello di Sinaloa è più discreto e meno brutale: Los Zetas, ad esempio, hanno seminato il panico e lo hanno fatto in maniera arrogante, sono loro i corpi appesi sui ponti delle autostrade o i video postati in rete delle loro imprese e stragi. Sinaloa tende a occuparsi solo di droga, mentre Los Zetas organizzano ogni sorta di attività criminale.
I morti messicani in questa guerra non dichiarata sono decine di migliaia. L’ultimo episodio clamoroso nel quale la collusione tra narcos e autorità si è manifestata in maniera clamoros è la morte dei 43 studenti a Iguala.

Quanto è popolare el Chapo in certa sottocultura messicana? Ecco due video che ne celebrano fuga e cattura.