Home Blog Pagina 1247

Intanto giocano alla battaglia navale nel Golfo Persico

È stato un colpo di vento. Hanno detto proprio così. Un colpo di vento che ha portato alla deriva le due navi da guerra americane e mettici anche la sfortuna e le onde sguincie alla fine sono entrate in territorio che non è loro. Perché dalle informazioni che si hanno, nonostante una certa cautela reverenziale da parte di quasi tutti, sono stati gli USA ad entrare in un territorio in cui non erano autorizzati ad entrare. E gli altri, l’ala dura degli iraniani, hanno festeggiato per la moltiplicazione dei pani, dei pesci e delle portaerei sulle loro coste.

Letta così la notizia dell’ultimo sgarbo tra Iran e USA sembra una scenetta da famigliola in pedalò e se ne potrebbe anche sorridere se non fosse che l’aria che tira tra i due puzza spesso d’incenso e di nucleare e che giusto il 30 dicembre scorso alcune navi iraniane si sono avvicinate a poche miglia dalla portaerei Truman che viaggiava in acque internazionali nello stretto di Hormuz e hanno sparato alcuni razzi.  Anche in quel caso si parlò di “un incidente”, un’esercitazione andata male e che poteva finire peggio.

Ed è di pochi mesi fa lo “storico” accordo tra Teheran e le potenze mondiali sul trattato con cui l’Iran ha accettato di essere “controllato” perché non sviluppi l’atomica in cambio della caduta delle sanzioni internazionali. Un accordo che la “nostra” Mogherini aveva salutato come “storico” per l’importanza del risultato prodotto. Beh: se doveva essere l’inizio di un percorso di pace c’è da dire che i segnali certo non inducono ottimismo. Ma non è di questo che vorrei parlare: mentre nel mare la più grande potenza del mondo gioca a nascondino con i suoi giocattoli bellici risuona ancora una volta la stonatura tra un Paese che, piegato su se stesso e perso nelle beghe di chi ha meno indagati dell’altro, e la comunità internazionale e i grandi cambiamenti della politica estera che continuano ad essere, in Italia, un’esotica rassegna stampa da sfogliare con snobismo in pubblico per darsi un tono. C’è, di fondo, l’incapacità (per mancanza di cultura nella politica internazionale) di costruire e offrire una chiave di lettura degli avvenimenti nel mondo, da parte della politica e dell’intellighenzia italiana, che coltiva un’opinione pubblica ferma a poco di più dell’India e i due marò e lo stupro di Colonia.

Perché il mondo (e l’Europa) sono così poco interessanti per i nostri politici? Perché la comunità internazionale interessa soltanto quando si parla  di criteri economici o finanza o immigrazione e poco altro? Ecco oggi sarebbe bello che si lasciasse perdere per un secondo Quarto, Como o il prossimo sindaco forse indagato (o forse no) per ascoltare le opinioni e le proposte o anche più semplicemente la lettura dei fatti di ciò che accade in un mare nemmeno troppo distante. Leggere se davvero dobbiamo credere che l’appena sbocciata amicizia internazionale con l’Iran non sia soltanto la maschera di una convivenza in cagnesco oppure se possiamo considerare giusto e normale un presidio armato da parte degli USA in quasi tutti gli angoli del mondo. Discutere, in tutto questo, magari anche del nostro ruolo in questo planetario Risiko contemporaneo e discutere, perché no, di quello che sembra spesso un asservimento piuttosto che una collaborazione con gli americani esportatori seriali di democrazia. Un paio di queste cose qui. Per sentirsi meno provinciali. Per non parlare di razzi, navi e accordi nucleari come si farebbe con un gossip à la page. Una cosa così.

«A Madaya in centinaia hanno urgente bisogno di cure»

This picture provided by The International Committee of the Red Cross (ICRC), working alongside the Syrian Arab Red Crescent (SARC) and the United Nations (UN), shows a convoy containing food, medical items, blankets and other materials being delivered to the town of Madaya in Syria, Monday, Jan. 11, 2016. The town, about 15 miles (24 kilometers) northwest of Damascus, has been blockaded for months by government troops and the Lebanese militant group Hezbollah. Opposition activists and aid groups have reported several deaths from starvation in recent weeks. (ICRC via AP)

Un convoglio umanitario del World Food Program e della Mezzaluna/Croce rossa è entrato ieri a Madaya, la città di 40mila persone che muore di fame perché ha avuto la sventura di cadere nelle mani di Ahrar al Sham e di al Nusra (al Qaida in Siria) e di trovarsi a pochi chilometri da Damasco e dal confine libanese. Convogli che portano coperte, acqua potabile, latte in polvere per bambini e cibo sono entrati anche nelle vicine Foah e Kefraya, a loro volta assediate dai gruppi jihadisti da marzo.

«Sono così deboli che pur venendo incontro per ringraziarci non avevano nessun entusiasmo al vederci arrivare» ha detto un infermiere della Croce rossa alla France Presse.

In this Monday, Jan. 11, 2016 photo, residents talk to a reporter after the arrival of an aid convoy, in the besieged town of Madaya, northwest of Damascus, Syria. Aid convoys reached three besieged villages on Monday — Madaya, near Damascus, where U.N. humanitarian chief Stephen O'Brien said about 400 people need to be evacuated immediately to receive life-saving treatment for medical conditions, malnourishment and starvation, and the Shiite villages of Foua and Kfarya in northern Syria. Reports of starvation and images of emaciated children have raised global concerns and underscored the urgency for new peace talks that the U.N. is hoping to host in Geneva on Jan. 25. (AP Photo)

Dal primo dicembre a Madaya sono morte di stenti 21 persone e molte altre rischiano questa fine se non si metterà fine all’assedio. Secondo il capo delle operazioni umanitarie Onu in zona, Stephen O’Brien, ci sono almeno 400 persone che hanno immediatamente bisogno di cure e che è necessario evacuare: «Occorre organizzare e concordare questa operazione», ha detto. Per adesso solo poche decine di persone sono state autorizzate a lasciare al città. I ribelli si sono rifiutati di dare cibo agli abitanti e sono anzi accusati di vendere al mercato nero a cifre esorbitanti.

 

 

Tutte le parti in conflitto stanno usano l’assedio come strumento di guerra: ci sono almeno 15 località circondate. Eserciti e milizie circondano i quartieri, le città o i paesi, bloccano l’accesso ai convogli umanitari e impediscono ai civili di lasciare l’area. Oltre a Madaya, chiusa da Hezbollah – che a sua volta ha accusato le milizie jihadista non legate all’ISIS di usare i civili come scudi – l’esercito di Assad ha sigillato Ghouta e Darayya, sobborghi di Damasco, e la città di montagna di Zabadani. I ribelli hanno circondato i villaggi di Foah e Kefraya e l’ISIS assedia le zone controllate da Damasco a Deir al-Zour.

In this Monday, Jan. 11, 2016 photo, members of the Syrian Red Cross stand near aid vehicles loaded with food and other supplies that entered the besieged town of Madaya about 15 miles (24 kilometers) northwest of Damascus, Syria. Madaya has been blockaded for months by government troops and the Lebanese militant group Hezbollah. Opposition activists and aid groups have reported several deaths from starvation in recent weeks. (AP Photo)

This picture provided by The International Committee of the Red Cross (ICRC), working alongside the Syrian Arab Red Crescent (SARC) and the United Nations (UN), shows a convoy containing food, medical items, blankets and other materials being delivered to the town of Madaya in Syria, Monday, Jan. 11, 2016. The town, about 15 miles (24 kilometers) northwest of Damascus, has been blockaded for months by government troops and the Lebanese militant group Hezbollah. Opposition activists and aid groups have reported several deaths from starvation in recent weeks. (ICRC via AP)

In this Monday, Jan. 11, 2016 photo, people wait to leave the besieged town of Madaya, northwest of Damascus, Syria. Aid convoys reached three besieged villages on Monday — Madaya, near Damascus, where U.N. humanitarian chief Stephen O'Brien said about 400 people need to be evacuated immediately to receive life-saving treatment for medical conditions, malnourishment and starvation, and the Shiite villages of Foua and Kfarya in northern Syria. Reports of starvation and images of emaciated children have raised global concerns and underscored the urgency for new peace talks that the U.N. is hoping to host in Geneva on Jan. 25. (AP Photo)

 

Uno Stato dell’Unione diverso. L’ultimo di Obama

Stanotte Obama terrà il suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione, una consuetudine di inizio anno durante la quale il presidente illustra l’agenda per l’anno a venire e chiede al Congresso di collaborare con lui. Un rito un po’ stanco che serve a segnare vicinanza e differenze tra i partiti. In un anno elettorale lo diventa un po’ meno, perché le priorità elencate dal presidente diventano oggetto di dibattito tra i candidati a succedergli. Con un Congresso a maggioranza repubblicana e la campagna elettorale alle porte, Obama non ha molto da chiedere all’opposizione più dura che un presidente abbia mai avuto davanti. Le anticipazioni ci dicono che il presidente democratico presenterà idee e criticherà il Congresso per la sua incapacità di agire. E poi discuterà di sicurezza nazionale, che quest’anno il terrorismo e le crisi sono diverse. Non sarà un elenco di proposte, dopo aver fatto il lavoro di preparazione, lo staff ha presentato al presidente le ipotesi da inserire nel discorso e a Obama non sono piaciute, non le ha trovate abbastanza nuove e forti.

«Sentirete parlare della necessità che ogni americano abbia una chance in un’economia che cambia. Sentirete parlare di usare tutti gli elementi in nostro potere per proteggere e far crescere l’influenza di questo Paese – ha detto il capo dello staff McDonough – E, soprattutto sentirete parlare il presidente di come fare in modo che ogni americano abbia la possibilità di contare in questa democrazia. Non pochi eletti, non i milionari e miliardari, ma ogni americano». Parlerà dei finanziamenti alle campagne e del ruolo delle lobby e di come riformare il sistema? Quello è il vero nodo della politica e della democrazia americana, come si vede proprio nella vicenda delle armi – o in quella dell’energia, dove a pesare sono i petrolieri.
Con il rumore di fondo dei candidati repubblicani a spiegare come gli Stati Uniti siano un disastro, le cose vadano male e non ci sia speranza, Obama cercherà di delineare un quadro positivo. In fondo, quando è giunto alla Casa Bianca la disoccupazione era al 9,8% e oggi è al 5% e il Pil cresce dalla metà del 2009, dopo che il Congresso, all’epoca democratico, aveva approvato un enorme piano di spesa pubblica.
Il presidente parlerà di armi, Guantanamo (per chiudere il carcere aperto 14 anni, una promessa del 2008, ha bisogno del voto delle Camere) e di dove si trova l’America. Tra gli ospiti invitati da Michelle Obama e seduti accanto alla first lady (un’altra consuetudine) le vittime di sparatorie, attivisti LGBT, latinos, un rifugiato siriano e un soldato di origini musulmane. E poi una sedia vuota, a simboleggiare una persona che non c’è più perché uccisa dalle armi da fuoco.

Lo Stato dell’Unione come fosse un film di Wes Anderson, un gioco della CNN

(Il canale all news presenta lo Stato dell’Unione montando il servizio come si trattasse di un film del fantasioso regista di Gran Budapest Hotel)
Visto che si tratta dell’ultima occasione di parlare in maniera ufficiale al Paese, Obama traccerà un bilancio, ricordando dove ha trovato il Paese e quanta strada è stata fatta. «Ciò che voglio mettere a fuoco in questo discorso sullo stato dell’Unione», ha detto Obama in un video anteprima registrato alla Casa Bianca sono «non solo i progressi notevoli che abbiamo fatto, e non solo quello che voglio ottenere nel prossimo anno, ma ciò che tutti noi dobbiamo fare insieme negli anni a venire. Le grandi cose che garantiranno un futuro migliore, più prospero all’America dei nostri figli». In parte, sarà un modo indiretto per elencare alcuni punti in agenda che sono molto vicini alle idee e alle proposte dei candidati democratici. Aspettiamoci un fuoco ad alzo zero da parte di tutti i candidati del Grand Old Party, per vincere il partito dell’elefantino deve convincere gli americani che questi anni sono stati un disastro. Obama deve fare il contrario mentre i candidati democratici devono avere la capacità di prendere leggermente le distanze dal presidente non super-popolare senza eccedere: i temi di cui parla sono quelli che animano la loro campagna elettorale. E le proposte non sono poi troppo distanti.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/minomazz” target=”on” ][/social_link]@minomazz

Dieci morti per un kamikaze a Istanbul. Erdogan: pista siriana

Ambulances and firefighters gather near the city's landmark Sultan Ahmed Mosque or Blue Mosque after an explosion at Istanbul's historic Sultanahmet district, which is popular with tourists, on Tuesday, Jan. 12, 2016. The Istanbul governor's office says the explosion at the city's historic Sultanahmet district has killed least 10 people. A statement says 15 other people were injured in Tuesday's blast. The cause of the explosion is under investigation, but state-run TRT television says it was likely caused by a suicide bomber. (IHA via AP) TURKEY OUT

Un attacco suicida ha colpito Istanbul stamane facendo almeno dieci vittime. E’ l’ennesimo in questi mesi e stavolta arriva in uno dei luoghi simbolici della Turchia e dei più visitati dai turisti: il grande piazzale dove si guardano la Moschea blu e quella di Solimano. I morti sono dieci e il presidente Erdogan, che ha ordinato – per l’ennesima volta – un black-out delle comunicazioni, ha detto che si tratta di un attentato di matrice siriana. Senza però spiegare quali gruppi sarebbero coinvolti.

This image from video shows medics and security members with injured people lying on the ground after an explosion at Istanbul's historic Sultanahmet district, which is popular with tourists, Tuesday, Jan. 12, 2016. The cause of the explosion, which could be heard from several neighborhoods, was not immediately known but TRT said the blast was likely caused by a suicide bomber. (IHA via AP) TURKEY OUT

A policeman guards in front of the Blue Mosque at the historic Sultanahmet district after an explosion in Istanbul, Tuesday, Jan. 12, 2016. An explosion in a historic district of Istanbul popular with tourists killed 10 people and injured 15 others Tuesday morning, the Istanbul governor's office said. (AP Photo/Lefteris Pitarakis)

This image from video shows medics and security members with injured people lying on the ground after an explosion at Istanbul's historic Sultanahmet district, which is popular with tourists, Tuesday, Jan. 12, 2016. The cause of the explosion, which could be heard from several neighborhoods, was not immediately known but TRT said the blast was likely caused by a suicide bomber. (IHA via AP) TURKEY OUT

Policemen secure the historic Sultanahmet district, which is popular with tourists, as ambulances arrive after an explosion in Istanbul, Tuesday, Jan. 12, 2016. The Istanbul governor's office says the explosion at the city's historic Sultanahmet district has killed least 10 people. A statement says 15 other people were injured in blast. (AP Photo/Emrah Gurel)

Ambulances and firefighters stationed near the city's landmark Sultan Ahmed Mosque or Blue Mosque after an explosion at Istanbul's historic Sultanahmet district, which is popular with tourists, Tuesday, Jan. 12, 2016. The Istanbul governor's office says the explosion at the city's historic Sultanahmet district has killed least 10 people. A statement says 15 other people were injured in Tuesday's blast. The cause of the explosion is under investigation, but state-run TRT television says it was likely caused by a suicide bomber. The monument in the background is "German Fountain." (IHA via AP) TURKEY OUT

Policemen secure the historic Sultanahmet district after an explosion in Istanbul, Tuesday, Jan. 12, 2016. An explosion killed at least 10 people and wounded 15 others Tuesday morning in a historic district of Istanbul popular with tourists. Turkish President Recep Tayyip Erdogan said a Syria-linked suicide bomber is believed to be behind the attack. (AP Photo/Emrah Gurel)

Tra le vittime potrebbero esserci dei turisti, di certo un cittadino norvegese è stato ricoverato in ospedale. Uno stile di attentato che somiglia a quelli di gruppi legati all’ISIS che puntano a colpire i luoghi del turismo per generare odio anti-islamico nelle società occidentali. Ad ottobre i morti a una manifestazione dell’Hdp per la pace tra PKK e Turchia ad Ankara sono 100.

Una giornata di festa con gli indiani di Latina

Sono circa 30 mila gli indiani in provincia di Latina, provenienti prevalentemente dal Punjab, regione nord occidentale dell’India. Giunti nel pontino a metà degli anni Ottanta, sono impiegati soprattutto in agricoltura come braccianti. Vivono in una comunità organizzata, in cui le regole religiose si mescolano con quelle sociali che rinviano a una modernità agognata. Una convivenza dinamica che porta, ad esempio, ogni domenica a ripetere il rito dell’accoglienza nei templi sikh pontini. Come in quello di borgo Hermada, vicino Terracina (Lt), oggetto del filmato girato da Marco Silvestri per In Migrazione. Ogni donna, uomo e bambino viene accolto con un sorriso, mentre intorno si svolgono le funzioni religiose. Volti sorridenti, un benessere che manifesta la sua fragilità ma anche il desiderio di uscire dall’invisibilità.

Eppure gli indiani pontini vivono condizioni difficili, in alcuni casi al limite della riduzione in schiavitù. Molti dossier e ricerche hanno indagato la loro condizione lavorativa e denunciato un sistema imprenditoriale fondato sulla tratta internazionale, sullo sfruttamento lavorativo e sull’emarginazione sociale dei lavoratori e delle lavoratrici punjabi. Tra questi, in particolare, i dossier di In Migrazione hanno permesso la comprensione dell’origine e delle dinamiche proprie del reclutamento e dello sfruttamento dei braccianti indiani. Donne e uomini costretti a lavorare quattordici ore al giorno, sabato e domenica comprese, per circa tre euro l’ora. Lavoratori obbligati a fare tre passi indietro e ad abbassare la testa quando si rivolgono al proprio datore di lavoro, il quale pretende peraltro di essere chiamato “padrone”.

Lo sfruttamento dei braccianti indiani ha assunto connotati drammatici, fino all’uso di sostanze dopanti, spesso indotto dagli stessi datori di lavoro, allo scopo di reggere le fatiche psico-fisiche a cui sono obbligati. Sono stati denunciati ricatti sessuali a cui sono esposte alcune lavoratrici rumene e indiane, come documentato dalle pagine di Left (46/2915). Una notte di sesso nell’auto del padrone per un giorno di lavoro in più. È una forma di capitalismo barbaro e violento, giocato sui corpi delle donne. E poi il fenomeno delle buste paga false, la collaborazione strategica e indispensabile di molti professionisti come avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro che agevolano le pratiche e le prassi dei datori di lavoro, degli sfruttatori e dei trafficanti. E i troppi dipendenti pubblici che arrotondano lo stipendio grazie alla fiducia che gli indiani ripongono in loro: qualcuno è arrivato a chiedere anche 800 euro a un indiano per rinnovare la sua carta di identità.

Si denuncia poco. La giustizia non funziona, spesso arriva in ritardo o non arriva per nulla. Mentre la prepotenza del datore di lavoro arriva puntuale. Impartisce lezioni a cui è difficile sfuggire. E spesso sono lezioni pubbliche. Punizioni corporali, vere e proprie spedizioni punitive, licenziamenti o allontanamenti dalla propria attività lavorativa. Dunque, meglio tacere. Un rapporto di lavoro evidentemente sbilanciato in favore del padrone. Da una parte i lavoratori, dall’altra il capitale, sicuro di vincere sempre. Ma le cose cambiano, sia pure lentamente. Lo sanno i padroni, lo sa bene chi ogni giorno si occupa, in un territorio così difficile, di combattere l’illegalità e le mafie. E iniziano a capirlo anche i lavoratori indiani.

 

Primarie Usa, Sanders dice no ai soldi delle “big oil”. Si infiamma la sfida con Clinton

La corsa delle primarie democratiche per la Casa Bianca si gioca anche sul “green”. E la contesa Hillary Clinton e Bernie Sanders si riaccende in prossimità del confronto diretto tra i due previsto per il 17 gennaio a Charleston. Gli ultimi sondaggi danno l’outsider Sanders a una manciata di voti da Clinton in Iowa, dove le primarie Dem prenderanno il via il primo febbraio. L’ex segretario di Stato, stando ai rilevamenti di Nbc News, Wall Street Journal e Marist Colleg, supera di tre punti il senatore socialista (48 contro 45), mentre le previsioni per il voto del 10 febbraio nel New Hampshire vedono davanti Sanders al 50% e a seguire Clinton al 45. E’ proprio per questa incertezza nei primi due Stati, vitali per il senatore socialista, che i due stanno, per la prima volta nella campagna, accentuando le differenze e scambiandosi – moderate – accuse.

Confortato dai sondaggi, il senatore del Vermont prova ad ancorare a sinistra la sua campagna elettorale, mettendo in luce le differenze con la sua avversaria. Lo aveva già fatto pochi giorni fa presentando il suo piano per proteggere i consumatori dalle grandi banche d’affari, quando ha detto che «la frode è un modello di business a Wall Street», aggiungendo: «Se Wall Street non metterà fine alla sua avidità, lo faremo noi per lei». Sanders ha definito usurari i tassi di interesse sulle carte di credito praticati attualmente proponendo l’introduzione di un tetto massimo del 15% e per stigmatizzare il fenomeno ha perfino scomodato Dante Alighieri: «Nella Divina Commedia Dante riserva un posto speciale nel settimo girone dell’Inferno per coloro che danno prestiti a tassi usurari» ha detto il candidato socialista.

Di queste ore, invece, è un’opzione radicale in campo energetico e ambientale. Prendendo di mira – come aveva fatto per Wall Street – i finanziamenti indiretti dell’industria petrolifera a sostegno di Hillary Clinton, Sanders è diventato il primo candidato alla presidenza a sottoscrivere l’impegno a rifiutare contributi elettorali da parte dell’industria dei combustibili fossili. Annie Leonard, direttore esecutivo di Greenpeace Usa – che assieme a una ventina di sigle ha promosso il “patto” per i candidati democratici e repubblicani lanciando l’hashtag #fixdemocracy – ha spiegato che quando accettano soldi dalle mega-industrie e in primis dalla lobby del petrolio, del gas e del carbone, i politici «stanno penalizzando in primo luogo i poveri, gli anziani e gli studenti che votano per la prima volta». Leonard ha auspicato che dopo Sanders, anche Hillary Clinton si aderisca all’appello e si impegni a sostenere una democrazia “people-powered” (alimentata dalle persone e non dalle lobby attraverso il denaro) e che disinvesta dalle fonti energetiche inquinanti. «Dobbiamo mettere i soldi “fuori” e portare le persone “dentro” la nostra democrazia. La nostra democrazia non deve più essere venduta all’asta al miglior offerente» ha concluso la dirigente ambientalista.

Va detto che nella campagna 2016, Hillary Clinton non ha accettato contributi diretti da società per azioni, incluse le compagnie petrolifere e del gas, in conformità con le norme in materia elettorale. Secondo il Center for Responsive Politics, finora la candidata democratica ha ricevuto 160mila dollari da persone che lavorano per i big delle fossili, contributi in ogni caso legittimi. Quasi ogni candidato repubblicano, spiegano i promotori di #fixdemocracy, riceve finanziamenti dal settore e Jeb Bush, Ted Cruz e Hillary Clinton sono i tre principali beneficiari dei contributi elettorali dei dipendenti di industrie del petrolio e gas.

Dal canto suo, l’ex first lady contesta al senatore del Vermont, Stato in cui il possesso di armi è parte del senso comune, una linea troppo soft in materia. E ora che Obama ha messo il tema al centro dell’agneda politica, c’è da scommettere che il confronto di domenica prossima a Charleston non farà sconti a nessuno dei due contendenti.

 

fixdem

 

Gli impegni proposti ai candidati alla presidenza da #fixdemocracy

Prometto fedeltà a una democrazia “del, da, e per” il popolo.

Se eletto, mi impegno a lottare per una democrazia people-powered dove si ascolta ogni voce

  • Difendendo il diritto di voto per tutti, e
  • sostenendo misure di sostegno di buon senso, come il finanziamento pubblico per le campagne, e il ribaltamento della sentenza Citizens United (con la quale la Suprema Corte ha vietato ogni limite ai finanziamenti elettorali in quanto protetti dal primo emendamento della Costituzione americana, ndr) per garantire un governo “con e per la gente”, non per i grandi donatori.

E mi impegno a dimostrare che io lavoro per il popolo, rifiutando i soldi dalla lobby dei combustibili fossili e difendendo queste soluzioni per una democrazia “people-powered” durante la campagna elettorale.

La differenza che c’è tra “conservatori” e “oppositori all’impoverimento costituzionale”

Il Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi e Andrea Orlando (d) alla Camera in occasione della votazione finale del disegno di legge sulle riforme costituzionali, Roma, 11 Gennaio 2016. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

La narrazione che funziona, mi spiegava un amico fine conoscitore delle cose politiche, ha bisogno di un protagonista e le sue difficoltà da superare: il giochetto, mi spiegava, sta tutto nel disegnare con furbizia le ostilità per forgiare la propria immagine. Semplice: per Silvio Berlusconi i nemici sono stati i giudici, per Grillo il sistema politico nel suo complesso, per Salvini gli immigrati, per Bossi i terroni e così via, in una sequela di nemici che in verità, ripensandoli, non fanno troppo onore allo spessore politico degli ultimi vent’anni. Matteo Renzi invece ha evoluto la forma del “nemico” nella forma più “pop”: sono nemici tutti quelli che si oppongono. Così pur venendo dalla storia democristiana della mediazione e del compromesso il Presidente del Consiglio (e la “fanfaniana” ministra Boschi) passa il tuo tempo a rivendicare le riforme “nonostante” l’opposizione.

Ieri, in questo stantio copione, i renziani al governo dopo avere concluso alla Camera l’iter di approvazione della riforma costituzionale hanno estratto dal cilindro l’epiteto del momento per minoranze e opposizioni: “conservatori”. “I conservatori non fermeranno le riforme” hanno ululato in coro Renzi e i suoi renzini alle agenzie di stampa, convinti come sono che ogni cambiamento sia un’innovazione al di là dei benefici che potrebbe portare.

Il “cambiare per cambiare” è inevitabilmente molto più semplice del “riformare per migliorare” ed è anche più facile da comunicare: “svecchiamo la macchina statale”, “rendiamo l’Italia più snella”, “superiamo il vecchio bicameralismo”, “riformiamo il Paese”, sono gli spot del momento. Un occhio attento nota subito come la riforma costituzionale si basi su ciò che viene debellato piuttosto che sul come sarà ricostruito.

Il fatto è che questa sfavillante confusione tra giovanilismo, riformismo e nuovismo in realtà è antipolitica applicata: il motore delle riforme è la nausea per ciò che è stato, senza analisi, senza una reale convergenza sugli obiettivi futuri, tutti presi dalla fretta di non sembrare fermi.

Significa “essere conservatori” sottolineare che la riforma costituzionale sia disastrosa, goffa e inconcludente? No, non credo, se è vero come è vero che il superamento del bicameralismo perfetto sia un punto di partenza condiviso da quasi tutti. È la riforma, cara Boschi e caro Renzi, che non funziona, non il riformare. E sarebbe meglio per tutti (Costituzione inclusa) rimanere sul punto.

È quasi legge la riforma di Renzi. Parte la battaglia sui referendum

Il Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi e Maurizio Sacconi in Senato durante le votazioni degli emendamenti alla Riforma Costituzionale, Roma, 1 Ottobre 2015. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Non è solo Matteo Renzi che se la prende con i gufi e i professori. È una battuta di Matteo Orfini a fotografare questa volta la distanza tutta politica che c’è tra i banchi dei deputati Pd e la sala dei Gruppi, sempre a Montecitorio, a due piani di distanza, dove Stefano Rodotà presentava, con gli altri promotori, il comitato per il No al referendum costituzionale, annunciando peraltro di aver raggiunto le firme necessarie alla sua convocazione.

Dopo aver ringraziato Giorgio Napolitano e Maria Elena Boschi, Matteo Orfini ha infatti risposto a Maria Stella Gelmini intervenuta poco prima di lui per dichiarare il voto contrario di Forza Italia. «Vi siete ritrovati a citare Zagrebelsky e Rodotà», ha detto il presidente del partito democratico: «È un’inedita accoppiata che sarà divertente misurare nei fatti».

Dopo il voto prevedibile della Camera (367 i sì), il testo come ricorda il tweet del sottosegretario alle riforme Ivan Scalfarotto tornerà ora al Senato e poi nuovamente alla Camera. Non ci saranno sorprese, ma il passaggio al Senato è stato comunque bonificato da Renzi, che lo ha voluto prima del voto più spinoso sulla legge Cirinnà. Poi ci sarà il referendum, che è però già il vero terreno di scontro. Sul comitato del No, che ha l’appoggio di Sinistra Italiana, di Giuseppe Civati e dei 5 stelle, pesa però la propaganda di Matteo Renzi, la contrapposizione tra conservatori e innovatori, sposata come possiamo vedere anche da Roberto Formigoni.

Altro punto di forza del premier, poi, è quello di trasformare il referendum in un test sul governo. Non si vota solo la riforma, ma tutto il pacchetto, nonostante su questo si siano registrati i malumori anche della minoranza Pd: «Io», dice il premier alzando la posta, «non sono legato alla poltrona». Tradotto: se perdo, me ne vado. Per i costituzionalisti del No, il problema non è solo formale («Si vota sulla riforma», dicono, «e il referendum non è uno strumento a disposizione del governo»), ma è anche strategico: «Se non caricasse così la battaglia», è il commento che si raccoglie durante la conferenza di presentazione della campagna referendaria, «senza quorum, potrebbe anche perdere».

Helen Green l’illustratrice che David Bowie adorava

David Bowie © helengreen
David Bowie © helengreen

Per ricordare David Bowie, il Duca Bianco che è scomparso dopo 18 mesi di lotta contro il cancro, fan e illustratori hanno condiviso non solo le canzoni dell’eclettico musicista inglese, ma anche illustrazioni e gif animate, fra queste una in particolare ha fatto il giro del mondo ed è stata ripresa tra gli altri anche dal canale cultura della Bbc. L’autrice dell’animazione è Helen Green, artista britannica appena 23enne, che con i suoi ritratti ha immortalato i mille volti di Bowie.

http://dollychops.tumblr.com/post/107517113745/happy-birthday-david-bowie



 

La gif è composta da 29 immagini di Bowie cha vanno dagli anni come Ziggy Stardust passando per il film cult Labyrinth del 1986, nel quale interpretava Jareth, il perfido e affascinate re dei gobelin, fino ad arrivare al look del 2014. L’animazione infatti risale proprio a due anni fa quando la Green la postò sui suoi account facebook, instagram e tumblr il giorno del 67esimo compleanno del Thin White Duke. Ma questo non è l’unico ritratto realizzato dalla giovane artista britannica che da vera appassionata si è cimentata in molti lavori che vedevano il musicista come protagonista. In particolare ogni 8 gennaio Green era solita pubblicare un disegno a lui dedicato. «Era diventata una sorta di tradizione per me – spiega con un post sul suo sito web – creare qualcosa per festeggiare il compleanno di David Bowie. Un piccolo segno di apprezzamento per una persona che mi ha ispirato così tanto nel corso degli anni». Nel 2014 decise di “mettere la sua ispirazione in moto” il risultato, costato ben 35 ore di lavoro, lo avete visto tutti girare sul web oggi. Ma quell’anno fu lo stesso Bowie a incappare nella creazione della Green e a ringraziarla pubblicamente per il suo lavoro, tanto da far si che venisse intervistata dal quotidiano britannico The Guardian . Fedele alla sua tradizione anche quest’anno l’illustratrice aveva postato proprio tre giorni fa l’ultimo ritratto e una piccola animazione in cui si poteva sentire Black Star, il singolo dell’ultimo disco, lanciato proprio il giorno del 69esimo compleanno del cantante. Ecco alcuni dei lavori della Green che abbiamo selezionato per voi e per ricordare Bowie.

David Bowie, Blackstar (in progress)

Una foto pubblicata da Helen Green (@helengreeen) in data:


David Bowie, ★ #Blackstar #DavidBowie

Un video pubblicato da Helen Green (@helengreeen) in data:

Posting a new Bowie pattern/print/thing tomorrow! ⚡️

Una foto pubblicata da Helen Green (@helengreeen) in data:


>> Ascolta la playlist dedicata a David Bowie su Spotify  

[social_link type=”twitter” url=”http:/twitter.com/GioGolightly” target=”” ][/social_link]  @GioGolightly

Morricone vince il terzo Golden Globe, ma non è “solo” il mago delle colonne sonore

Ennio Morricone il Maestro per eccellenza, ha vinto il suo terzo Golden Globe per la colonna sonora dell’ultimo film di Quentin Tarantino, The Hateful Eight. Per lo stesso Tarantino – che ha ritirato il premio al posto del musicista ringraziandolo in italiano per il suo lavoro – aver collaborato con Morricone è la realizzazione di un sogno che aveva fin da bambino, quando guardava gli spaghetti western di Sergio Leone le cui musiche erano curate dal compositore italiano. «Per quel che mi riguarda – ha detto il regista – Morricone è il mio compositore preferito e quando parlo di compositore non intendo quel ghetto che è la musica per il cinema, ma sto parlando di Mozart, di Beethoven, di Schubert».

epa05096674 A handout picture provided by the Hollywood Foreign Press Association (HFPA) on 10 January 2016 shows Quentin Tarantino accepting the Golden Globe for Ennio Morricone for Best Original Score in 'The Hateful Eight' at the 73rd Annual Golden Globe Awards at the Beverly Hilton in Beverly Hills in Beverly Hills, California, USA, 10 January 2016. EPA/HFPA HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Ecco allora come qualche tempo fa il Maestro si era raccontato a Left in un’intervista di Tiziana Barillà:

 

Maestro, lei è da molti considerato “il mago delle colonne sonore”, le sta stretta questa definizione?
Se si pensa a me solo come compositore per il cinema, mi sta strettissima. Tanto è vero che la mia musica, quella che io chiamo “assoluta” e cioè non condizionata da un’altra arte come il cinema, si sta eseguendo sia in Italia che all’estero, e grandi direttori la dirigono.

Qual è la differenza tra ascoltare le sue musiche eseguite in un concerto oppure al cinema?
C’è una grande differenza. Mentre la musica per il cinema viene fatta su misura per una certa scena o per certe sequenze, in un concerto live la eseguo interpretandola in maniera diversa, senza pensare al cronometro.

C’è più libertà, quindi?
Sì, assolutamente. Come una composizione sinfonica normale.

Lei conosceva molto bene Leone, eravate addirittura compagni di classe. Come lo ricorda?
Lo ricordo bene. Lui era non solo un grande regista, ma un grande amico. Addirittura siamo stati vicini di casa, a 200 metri, qui a Roma. E le nostre famiglie, la mia e la sua, sono amiche ancora adesso.

Avete avuto una collaborazione artistica molto lunga, cominciata nel lontano 1964. C’è una scena o un momento in particolare che ricorda?
Sergio era molto meticoloso nel fare i suoi film. Quando mi parlava di un film, ancora prima di girarlo, mi raccontava le inquadrature, faceva proprio il gesto della macchina da presa con le mani. Era molto attento ai particolari. Ovviamente non mi raccontava tutte le scene, ma quelle principali, che si sarebbero rive- late fondamentali per la musica.

Crede che l’Italia abbia ancora delle eccellenze in campo musicale?
Sì, eccellenze enormi. Ma non sono aiutate. E alcuni cambiano mestiere.

Maestro, lei ha uno strumento che predilige?
L’organo, quello vero. Non quello meccanico, elettrico, ma l’organo da chiesa. Quello di Santa Maria degli Angeli, a Roma, è straordinario.

 

[social_link type=”twitter” url=”http://twitter.com/LeftAvvenimenti” target=”” ][/social_link]  @LeftAvvenimenti