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Perché si diventa Foreign fighters e perché la propaganda occidentale non funziona, parla l’antropologo Scott Atran

epa04436294 A frame grab from video released by the Federal Bureau of Investigation on 07 October 2014 shows an alleged Islamic State militant claiming to be inside the Syrian 17th Division Military Base just outside Al-Raqqah, Syria. In the video he threatens the execution of captured Syrian military personnel who he claims are digging their own graves. The FBI is asking for the public's assistance in identifying the militant, who speaks with a North American accent, and any other people who may have or are planning to travel overseas to join in the fighting. EPA/FEDERAL BUREAU OF INVESTIGATION / HANDOUT EDITORIAL USE ONLY / NO SALES

Il messaggio video a David Cameron postato in rete dall’Isis il 2 gennaio è l’ennesimo segnale di una presenza, quella dei cosiddetti foreign fighters, i combattenti stranieri, che anima gli incubi delle agenzie di intelligence d’Europa. Alcune migliaia di persone, nate e cresciute in Occidente, hanno scelto di sacrificare le proprie vite per combattere per il Califfato in Siria e Iraq o arruolandosi online e partecipando all’organizzazione di attacchi terroristici. Questa colonna di reclute pronte a dare tutto quel che hanno per una causa politico-religiosa è uno degli elementi che fa la forza di Daesh e sgomenta noi. «Tra i foreign fighters occidentali c’è una gamma ampia di percorsi che porta al jihad. Certo, c’è una concentrazione di persone che viene dalle grandi periferie-ghetto urbane d’Europa. In America un figlio di immigrati musulmani nel giro di una generazione è in media più ricco e ha studiato di più dei suoi genitori, questo non è più vero in Europa, dove a seconda del Paese, queste persone hanno da 5 a 19 possibilità in più di essere poveri. Negli Usa c’è un tessuto sociale che favorisce l’integrazione economica degli immigrati.

Nella stessa popolazione carceraria di alcuni Paesi europei la componente musulmana è sovra-rappresentata: ad esempio in Francia i musulmani sono il 7-8% dei cittadini ma le stime sui carcerati parlano di un 50-70%». A parlare è Scott Atran, antropologo franco-americano che da anni studia i combattenti musulmani e ha condotto decine di interviste con miliziani catturati in Siria e Iraq – o disertori per delusione – e giovani europei finiti nei guai per avere collegamenti con reti terroristiche a Parigi, Londra, Barcellona. «Per molti che si sentono esclusi, che pensano di non avere una parte nella società, l’Isis è attraente. “Mi sento come una transgender, non francese e nemmeno araba. Il Califfato è forse l’unico luogo in cui posso essere una musulmana con dignità” Ci ha detto una donna intervistata di recente».

Non ci sono solo i giovani delle periferie, un problema di identità lo hanno in tanti. «Un altro gruppo attratto dall’Isis sono i giovani brillanti che sentono di essere lasciati indietro a causa della loro provenienza o appartenenza religiosa e per questo covano rabbia e frustrazione».

Infine i piccoli criminali: «Tra questi abbiamo individuato con frequenza un aspetto interessante: le persone che con maggior frequenza si offrono volontarie per le missioni suicide vengono da questo mondo. Queste persone preferirebbero essere membri a pieno titolo della società se potessero. Lo Stato islamico offre loro redenzione e questi la cercano mettendo a disposizione l’interezza dei loro interessi, la loro vita». Anche in Nord Africa, dove il reclutamento sembra essere in crescita, c’è una tipologia simile di giovani brillanti e frustrati dalla corruzione e dalla mancanza di opportunità. Qui però ci sono anche gli ex jihadisti locali – gli algerini, ad esempio.

cover left n.2 | 9 gennaio 2015

 

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Dal test nucleare alle lacrime di Obama, la settimana per immagini

A Palestinian barefoot boy stands next to remains of a destroyed house in the town of Beit Hanoun, northern Gaza Strip, Monday, Jan. 4, 2016. (AP Photo/ Khalil Hamra)

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Immagine di apertura: Un ragazzo palestinese a piedi nudi accanto ai resti di una casa distrutta nella città di Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza. (AP Photo/Khalil Hamra)

(Fotogallery a cura di Monica Di Brigida)

Non lasciate soli i Bronzi di Riace. Dialogo con Salvatore Settis

bronzi di riace museo magna grecia settis

Quando furono ritrovati, per caso, da un sub il 16 agosto 1972, a largo di Riace, in Calabria, la notizia della scoperta dei due Bronzi passò quasi in sordina sui media locali. Lo ricostruisce il volume Sul buono e sul cattivo uso dei Bronzi di Riace, scritto dall’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis con altri e appena uscito per Donzelli. Ma quando furono esposti a Firenze nel 1980 suscitarono subito grande interesse. Tanto che la mostra fu prolungata e poi riproposta a Roma, su invito del presidente Sandro Pertini. Ma all’epoca molti archeologi sottovalutarono il fenomeno, quasi derubricandolo a fatto di costume.

Professor Settis, quella calda risposta di pubblico nel 1980 conteneva invece un’intuizione sull’importanza dei Bronzi di Riace?
A mio avviso è il fatto più nuovo che emerge da questo libro. Ho provato a dirlo. E lo hanno scritto anche gli altri autori senza che ci fossimo messi d’accordo. In quella occasione, di fatto, la professione di archeologo fallì il suo bersaglio. Chi gestì la scoperta non ne intuì l’importanza. Li vollero trattare al pari di altri reperti senza comprenderne la straordinaria singolarità. Ma i Bronzi di Riace, come il libro racconta e documenta, hanno acquistato fama mondiale ed è in continua crescita. Fu un movimento popolare a chiedere il prolungamento di quella mostra senza pretese che a Firenze doveva durare solo tre settimane. E stata la folla a riconoscere – pur non avendo competenze professionali – l’assoluta unicità di questi pezzi. Credo che da tutto questo si debba ricavare una lezione: la cosiddetta cultura popolare, spesso trattata dall’alto in basso dagli intellettuali, contiene in sé germi di consapevolezza che andrebbero letti e sviluppati quando si fanno delle mostre, che non di rado in Italia risultano superficiali; non offrono molto perché sono fatte solo per attrarre persone che però escono senza sapere qualcosa di più.
La vicenda dei Bronzi di Riace può essere una cartina di tornasole dei beni culturali in Italia?
La commissione nominata dal ministro Dario Franceschini, che si è espressa perché i Bronzi non si muovessero da Reggio per andare all’Expo, mi pare sia stata un buon segno. Ora il segnale successivo che aspettiamo è l’apertura del museo di Reggio Calabria nella sua interezza perché possa essere un vero museo della Magna Grecia. È stata una grande delusione che sia rimasto chiuso per tanti anni, nonostante avesse avuto finanziamenti speciali per il centocinquantesimo dell’Unità d’Italia. Addirittura i lavori erano stati affidati alla Protezione civile – cosa molto singolare – proprio con l’idea che così i lavori si sarebbero conclusi in tempo per quella ricorrenza. Sono passati ancora degli anni e il museo di Reggio è ancora chiuso, eccetto quelle due stanze.

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Intervista a Massimo Cacciari. Le verdi praterie che Renzi ha davanti

massimo cacciari matteo renzi

«Se perdo il referendum costituzionale, considero fallita la mia esperienza in politica»: Matteo Renzi l’ha detto nella conferenza stampa di fine anno. E ha precisato che non sarà un referendum solo sul nuovo Senato ma sul complesso delle riforme, dal Jobs act, a #labuonascuola, dall’Italicum allo Sblocca Italia. C’è chi sostiene – il professor Ignazi, per esempio – che il premier-segretario si assuma così un rischio grande. Gli si potrebbe coalizzare contro quel 25 per cento di italiani che lo considera – secondo uno studio proposto da Ilvo Diamanti – il leader peggiore e che è più consistente del 18 per cento che invece lo ritiene “il migliore”. Ricordiamo che il referendum confermativo – si dovrebbe tenere a ottobre – non prevede quorum: è valido qualunque sia il numero dei votanti. Ne abbiamo voluto parlare con Massimo Cacciari, filosofo, accademico italiano e politico. E, al solito, Cacciari non le manda a dire. «È evidente», dice, «che se dovesse andare male la sua riforma ne dovrebbe trarre le conseguenze. Volente o nolente. Sarebbe una sconfitta talmente clamorosa. Penso tuttavia che il suo sia un rischio calcolato. Una sconfitta mi pare improbabile: il numero delle persone che, per motivi diversi, non vogliono che Renzi vada a casa è strepitosamente “maggioranza”!».
Una maggioranza parlamentare?
Non solo. È una maggioranza legata agli interessi economici, all’appoggio di tutta Confindustria e delle associazioni professionali e di categoria, una maggioranza nella sostanza unanime, se non ci si lascia impressionare da prese di distanza marginali e spesso quasi comiche. E poi c’è la prateria che Renzi si trova di fronte nel vecchio elettorato di Forza Italia, che si dividerà equamente tra Salvini e Renzi.
Eppure non si può dire che la nuova-vecchia classe dirigente abbia dato grandi prove…
Questa classe dirigente fa persino rimpiangere la cultura che aveva la classe dirigente della Prima repubblica. Con la catastrofe di Tangentopoli prima e il ventennio di Berlusconi (e di quella opposizione a Berlusconi) non potevamo d’altra parte pensare che da una vicenda tragicomica potesse nascere chissà quale nuova classe dirigente. I dirigenti, può piacere o non piacere, nascono da grandi traumi, dalle grandi trasformazioni, quasi sempre da guerre civili o comunque da fatti che segnano la storia di un Paese. Cosa potevamo aspettarci? Una volta che finalmente sono andati a casa quelli che per vent’anni ci avevano lasciato il nulla, si poteva prevedere che il livello sarebbe stato questo. Al massimo sperare che una classe dirigente si faccia strada facendo…
Ma Tangentopoli non avrebbe potuto rappresentare questo trauma salvifico?
Sì, se determinate forze politiche avessero capito cosa significassero Tangentopoli e la caduta del muro. Lei si immagini cosa sarebbe stato se nel 1992-93 si fosse andati a una seria fase costituente: allora sì che si sarebbe segnata una rottura reale per ricominciare da zero. Abbiamo gettato all’ortiche vent’anni e alla fine “il buono e il cattivo” è rimasto dentro al pantano. Sindaci, federalismo… è rimasto solo pantano.
E così siamo arrivati alla Boschi che si intesta la riforma costituzionale…
Ma la riforma costituzionale! È una ridicolaggine! Diciamo la verità: una vera riforma costituzionale sarebbe stata una riforma che affrontasse in modo organico il tema del federalismo, che mutasse l’aspetto complessivo dello Stato, che normasse partiti e sindacati. Parlare di riforma costituzionale per quello che hanno partorito Renzi e la Boschi mi sembra patetico.
Lei usa parole forti, ma perché non si vede un’opposizione forte e strutturata?
Perché nel ventennio di cui si parlava, in Italia in particolare (ma vale per tutta l’Europa), è entrata in crisi la cultura politica e la tradizione socialdemocratica e le responsabilità di questo tracollo sono di D’Alema, di Veltroni e di Bersani e di tutti gli altri. Ma sarebbe inutile gettare la croce contro costoro perché il fallimento è generale: in tutta Europa la socialdemocrazia è andata a puttane. Dopo il grande momento e i grandi personaggi che sono stati protagonisti del tempo della Guerra fredda, le classi dirigenti della sinistra non sono più riuscite a rinnovarsi. Il mondo è cambiato, loro no. Se in politica cerchi di vivere di rendita prima o poi fallisci.

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Emma Bonino: «Tutti quelli che possono agiscano. È in gioco la vita di milioni»

La raggiungo telefonicamente in Oman, è lì da qualche giorno per studiare l’arabo e la regione. Ex ministro degli Esteri, grande conoscitrice delle questioni mediorientali, molte cose a Left le aveva già dette tempo fa, quando le chiedevamo di Is e terrorismo. «Occhio all’Arabia Saudita, il problema è lo scontro tra sunniti e sciiti», inevitabile allora cercarla ancora per chiederle a cosa può portarci questo conflitto esploso tra Riad e Iran: «Io francamente non ho la palla di vetro e non so cosa succederà. Né mi interessa investire tempo ed energie per formulare scenari drammatici. Quello che mi interessa è capire se esistano margini per chiunque possa – si tratti di Russia, Europa, Stati Uniti, altri Paesi del Golfo – abbassare la tensione tra l’Arabia Saudita e l’Iran».
E chi può?
Mi pare che Putin si sia offerto di fare il mediatore. Certo avrei preferito qualcun altro, ma insomma non bisogna dimenticare che, al di là della geopolitica o della geostrategia, c’è in gioco la vita di milioni di esseri umani. Va bene parlare di interessi e geografia ma sapendo che questo poi ha un riflesso sulla vita di milioni e milioni di persone. È chiaro che la scelta saudita di mandare a morte Al Nimr è stata un colpo durissimo per il dialogo siriano iniziato a Vienna e, per certi versi, anche all’accordo con l’Iran sul nucleare. Quindi, da una parte, è un messaggio a Teheran, e dall’altra, agli Stati Uniti.
«Un segno di debolezza dell’Arabia Saudita» hai dichiarato giorni fa…
Sì, a me questa provocazione così plateale sembra, diversamente da quanto pensano altri, un segno di debolezza dei Sauditi che hanno mille problemi a casa loro: la guerra in Yemen che non va bene, l’abbassamento del prezzo del petrolio che pure hanno voluto loro ma che sta comportando l’approvazione di alcuni piani di austerity nel Paese, le minoranze sciite piuttosto forti nell’est della regione, che poi è quella del petrolio. Alcune loro ribellioni sono state soffocate nel 2011 ma ovviamente covano sotto la cenere, come ovviamente cova sotto la cenere il disagio e lo stato di ebollizione della gioventù saudita. Hanno anche problemi di bilancio, per questo mi sembra un segnale di debolezza e come sempre i deboli sono arroganti. E prepotenti.

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Fuga dal Califfato o guerra Sauditi e Iran?

Iraqi security forces surround the government complex in central Ramadi, 70 miles (115 kilometers) west of Baghdad, Iraq, Monday, Dec. 28, 2015. Iraqi military forces on Monday retook a strategic government complex in the city of Ramadi from Islamic State militants who have occupied the city since May. (AP Photo/Osama Sami)

Assisteremo quest’anno alla disfatta di Daesh, le bandiere nere per terra, i miliziani in fuga, i foreign fighters che riprendono il vecchio passaporto e cercano rifugio in famiglia e nelle patrie che avevano ripudiato? La liberazione di Ramadi autorizza a sognarlo. Ramadi è la capitale della provincia sunnita di Anbar, posta a 90 chilometri dalla capitale sbarra ai seguaci del califfo la via per Baghdad e apre, invece, all’esercito iracheno la strada verso Mosul. Prima di Ramadi i Peshmerga curdi avevano preso il monte di Sinjar, luogo del massacro degli Yazidi, tra le due capitali del sedicente califfato Raqqa e Mosul. Intanto russi ed esercito di Assad bombardavano Aleppo e sbarravano l’accesso al mare, i curdi dopo Kobane si prendevano Tel Abyad al confine turco.

Durante tutto il 2015 il gruppo “Stato islamico” è stato costretto a lasciare parte del territorio su quale si vantava di aver imposto la legge islamica e che affermava di governare. Ha dovuto battere in ritirata e ha reagito cercando in ogni modo di internazionalizzare il conflitto. Come? Con gli attentati. Occhio alle date. L’irruzione nella redazione di Charlie Hebdo nel cuore di Parigi è del 7 gennaio, pochi giorni prima della fuga da Kobane. A fine ottobre una bomba del Daesh ha abbattuto in Sinai un aereo russo, dopo che «nelle 2 settimane precedenti – ha scritto Alberto Negri – Mosca aveva fatto di più sul piano politico e militare (contro Daesh) di quanto l’Occidente non avesse fatto in 4 anni». Infine, l’attentato al Bataclan: 13 novembre, quando ormai l’abbandono di Ramadi appariva nelle cose.

D’accordo, direte, vinciamo laggiù ma paghiamo il prezzo forte a casa nostra! Non è detto che così sia. Molti studiosi del terrorismo – e fra loro il sociologo franco-iraniano Farhad Khosrokhavar – sostengono che «un kamikaze non si radicalizza da solo» e che per questa nuova ondata di terroristi suicidi è particolarmente importante «il viaggio iniziatico in una terra di jihad. Un passaggio che permette al futuro kamikaze di diventare straniero alla sua stessa società d’origine e di acquisire la crudeltà necessaria per passare all’atto, senza sensi di colpa né rimorsi».

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La grande ipocrisia dell’affido rinforzato

chiara saraceno affido rinforzato

Affido “rinforzato”, questo sconosciuto istituto giuridico è la nuova parola d’ordine per salvaguardare non già i diritti dei bambini, ma la sensibilità e l’ipocrisia dei parlamentari contrari alle coppie dello stesso sesso e soprattutto al loro desiderio di essere genitori. Quindi, come un tempo per i bambini nati fuori dal matrimonio, che non potevano essere riconosciuti da un genitore se questi era sposato con un’altra persona e che, anche quando riconosciuti, avevano meno diritti dei figli legittimi, neghiamo ai figli delle coppie dello stesso sesso il diritto ad avere due genitori legalmente riconosciuti, anche se questi ci sono e sono disponibili.

In nome del principio che un bambino deve sempre avere un padre e una madre, e del timore del ricorso alla gestazione per altri, se nella legge sulle unioni civili non verrà inclusa la possibilità di adottare il figlio della/del proprio partner (come è possibile per le coppie di sesso diverso), un bambino figlio di un/una omosessuale dovrà per legge rimanere con un solo genitore legale, mentre il suo altro genitore effettivo sarà solo un “affidatario rinforzato” (come un aperitivo), qualsiasi cosa possa voler dire. Dovrà rimanere legalmente orfano di un genitore, con buona pace della retorica sui diritti dei bambini e sulla priorità del benessere dei bambini.

Osservo che i genitori affidatari “non rinforzati” hanno già tutti i doveri quotidiani nei confronti dei minori, appunto, loro affidati, compreso quello, non indifferente, di mantenere aperta, anche nella consapevolezza del bambino, la possibilità, l’auspicabilità, di un ritorno dai genitori “veri”. Una possibilità che, ovviamente, non esiste per i figli delle coppie dello stesso sesso, perché queste sono i genitori “veri”, quelli che li hanno voluti e li allevano. Piuttosto, in mancanza di un riconoscimento della co-genitorialità, il bambino e il genitore non legale, anche se “affidatario rinforzato”, rischiano di perdere il proprio reciproco rapporto se qualche cosa succede alla relazione di coppia o se il genitore legale muore, o diventa gravemente disabile. Per quanto “rinforzato”, l’affidamento non crea nessun legame giuridico duraturo.

Questo nuovo escamotage pensato da chi si oppone all’adozione del figlio del/della partner, per altro, arriva già vecchio rispetto sia alla giurisprudenza, che ha ormai riconosciuto questa  possibilità in diversi casi anche in Italia, sia alla modifica delle norme su adozione e affidamento. Mentre fino a qualche mese fa, in nome della differenza tra adozione e affidamento, i genitori affidatari non potevano adottare il minore loro affidato (anche per periodi lunghi) una volta verificata l’impossibilità di un ritorno dai genitori naturali e legali, con la legge 173/2015 approvata ad ottobre, se lo desiderano possono farlo, sempre che il tribunale verifichi che l’affidamento abbia dato origine a un rapporto stabile e duraturo con il minore e tra questo e i genitori affidatari si siano venuti a creare «affetti significativi». L’obiettivo primario delle nuove disposizioni è la tutela del bambino. La relazione instaurata nella quotidianità e il diritto del minore a non vedersi lacerati gli affetti è diventato prioritario. E non bisogna aspettare che il minore compia i diciotto anni perché l’adozione avvenga. Perché questo principio non deve valere anche per i minori nati da una persona omosessuale? A meno che non si vogliano punire i bambini per punire i loro genitori. Basta dirlo, senza ipocrisie e senza far finta invece di difendere i loro diritti.

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Questo è l’editoriale pubblicato sul n. 2 di Left in edicola dal 9 gennaio 2016

 

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Cos’è la sinistra? Aiutateci a capirlo

Cos’è la sinistra, perché le sue ragioni sembrano essersi nascoste come il sole durante un’eclissi, e questa crisi che viviamo, economica, politica, culturale, prepara una società nuova e migliore o al contrario è un segno di regresso, un tuffo reazionario all’indietro, alla disperata ricerca di certezze consolanti ma non più evidenti?

Sono alcune delle cose che vorrei capire, sono le domande alle quali mi piacerebbe sentire una risposta, anche una mezza risposta. Eccomi con voi, sicuro della mia ignoranza, degli errori commessi, delle troppe cose non capite, ma deciso a mettercela tutta, con Ilaria Bonaccorsi e con la redazione, per costruire un rapporto franco e diretto con ragazze e ragazzi, nonni e nonne, con tutti coloro per i quali Left non è una parolaccia.

A tutti voi che leggete chiediamo aiuto, franchezza e un po’ d’impegno.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/CorradinoMineo” target=”on” ][/social_link] @CorradinoMineo

Le case colorate di Al Shataa, un campo profughi a Gaza

In this Tuesday, Dec. 15, 2015 photo, a Palestinian boy sits atop a wall with an elephant painting in the Shati refugee camp in Gaza City. A group of two dozen artists has painted the walls, doorsteps and facades of all the houses along a one-mile-long (1.5 kilometer-long) edge of the camp, including in the area where Hamas chief Ismail Haniya lives. Arabic at left reads: "Osama Sabeeta."(AP Photo/Hatem Moussa)

Case dipinte da artisti palestinesi nelle strade del campo profughi di Al Shataa nella zona occidentale della città di Gaza. L’iniziativa, ispirata da progetti simili realizzati in Messico e Venezuela, è l’ultima e la più grande dei quattro progetti per colorare i quartieri di Gaza devastata dalla guerra.

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Salvagente falsi venduti ai rifugiati siriani in Turchia

Allo sciacallaggio non c’è fine. La polizia turca ha scoperto un laboratorio di Izmir, il porto da cui parte la maggior parte dei siriani, che produceva falsi giubbotti salvagente, sequestrandone quasi 1300. Arancioni, come quelli che vediamo addosso a tutti i rifugiati che sbarcano a Lesbos o in Sicilia, con il difetto che non ti fanno rimanere a galla.


Le giacche sono la merce più venduta in alcuni negozi della città, ha spiegato un commerciante al Guardian. E in effetti i media turchi spiegano che c’è stato un boom nella produzione di questi giubbotti e che in alcuni negozi questi vengono venduti a prezzi troppo bassi. Molti portano marchi di origine e marca contraffatti: circa 10 dollari contro i 30 di un giubbotto vero. Un altro commerciante, che vende giubbotti veri, ha dichiarato a una Tv locale: «Quelli sono giubbotti che uccidono, altro che salvataggio. Così è un massacro».

Questa settimana 36 persone sono morte cercando di raggiungere le coste greche e, dall’inizio dell’anno sono già 800. I flussi sono diminuiti ma la fuga dalla guerra continua e dalle coste turche continuano a partire a migliaia nonostante il discutibile patto multimilardario tra Ankara e L’Unione europea volto a rendere le autorità turche più attive sul fronte della repressione del traffico di essere umani e dell’accoglienza ai siriani.

Quanto agli accordi europei secondo i quali i Paesi avrebbero accolto un numero crescente di rifugiati sulla base di quote stabilite, i risultati sono risibili: 272 ridislocati da novembre a oggi: lo 0,17% dei 160mila annunciati e lo 0,03% del totale delle persone entrate in Europa.