Home Blog Pagina 1250

L’archivio della biblioteca di New York va online e si trasforma in una camera delle meraviglie 2.0

l'archivio digital new york public library

È una camera delle meraviglie, una wunderkammer 2.0, il nuovo archivio digitale della New York Public Library. In Italia ancora pochissimi documenti sono stati digitalizzati e per consultare i materiali d’archivio di biblioteche e musei – e magari fare una foto con il proprio smartphone per ragioni di studio o semplice curiosità, oltre alla burocrazia necessaria per accedere al servizio, viene fatta pagare una tariffa. La biblioteca di New York ha scelto invece tutta un’altra politica e ha digitalizzato la maggior parte dei materiali d’archivio in suo possesso mettendo a disposizione di chi, sparso in qualsiasi punto del globo, possiede una semplice connessione internet ben 187.000 documenti fra stampe antiche, mappe, atlanti, cartoline, fotografie, libri, lettere, foto segnaletiche e addirittura spartiti musicali. Il risultato è impressionante e ricorda le camere dei collezionisti rinascimentali.

w8
Un dipinto di Jan van Eyck che mostra una delle antiche wunderkammer, camere delle meraviglie

Le epoche che possono essere consultate sono altrettanto disparate si va dal 11esimo secolo al 1900. Esplorando il sito potrete trovare addirittura le confezioni dei vecchi pacchetti di sigarette o i menù d’epoca di ristoranti, hotel e navi da crociera, documenti che raccontano quindi non solo la storia dei  Benjamin Franklin o dei George Washington, ma anche la quotidianità delle persone comuni e come si sono evoluti nel tempo la società e i costumi.
La quantità di materiale a disposizione è enorme e ci si può orientare navigando per generi come per epoche o addirittura per colore.

(continua a leggere dopo la gallery)

Schermata 01-2457396 alle 11.56.58
L’archivio delle immagini stereoscopiche, oltre 42.000

Schermata 01-2457396 alle 11.58.03
L’archivio dei menù d’epoca

Schermata 01-2457396 alle 12.00.22
L’archivio delle mappe

nypl.digitalcollections.7aca3c37-b54a-63ab-e040-e00a180619d0.001.v
Una mappa di Brooklyn

Schermata 01-2457396 alle 11.53.38
Le stampe

stampa-pesci

Schermata 01-2457396 alle 12.02.39
Il menù delle fotografie

Una foto segnaletica del 1908 / New Orleans Police Department. Bertha Farnsworth. Alias: Bertha Rawlings. Occupation: Wash Woman. Criminal Occupation: Susp. Person. Nativity: Miss.

Schermata 01-2457396 alle 12.03.41
Il menù delle cartoline

Schermata 01-2457396 alle 11.46.12
Il menù organizzato per colori

«Vediamo la digitalizzazione come un punto di partenza non come un punto di arrivo» ha spiegato Ben Vershbow direttore della New York Public Library «non vogliamo solo mettere del materiale online e dire alle persone: “Ecco qua”, vogliamo mettere in moto un sistema e incoraggiare il riutilizzo e la diffusione dei documenti». Quindi cosa state aspettando? Accendete i motori e iniziate la vostra esplorazione.

Spencer Collection, The New York Public Library. "Ise monogatari = The Tales of Ise." The New York Public Library Digital Collections. 1608
Spencer Collection, The New York Public Library. “Ise monogatari = The Tales of Ise.” The New York Public Library Digital Collections. 1608

The Miriam and Ira D. Wallach Division of Art, Prints and Photographs: Photography Collection, The New York Public Library. "Children. Manchester, New Hampshire." The New York Public Library Digital Collections. 1936 Oct..
The Miriam and Ira D. Wallach Division of Art, Prints and Photographs: Photography Collection, The New York Public Library. “Children. Manchester, New Hampshire.” The New York Public Library Digital Collections. 1936 Oct.

atlante
La Turchia rappresentata in un atlante del 1400

nypl.digitalcollections.510d47da-e35b-a3d9-e040-e00a18064a99.001.v
uno dei ritratti della sezione stampe

Per chi di voi si vuole cimentare in prove di abilità dal gusto retrò la biblioteca pubblica di NYC ha ben pensato di festeggiare la digitalizzazione facendo un ulteriore regalo agli utenti con il videogioco Mansion Maniac, nel quale con l’aiuto di una icona in stile Pac-Man, gli utenti possono esplorare le planimetrie, sempre presenti nell’archivio, di alcune delle più stravaganti residenze di inizio del 20 ° secolo della Grande Mela.

 [social_link type=”twitter” url=”http://twitter.com/GioGolightly” target=”” ][/social_link]  @GioGolightly

 

La statua d’oro di Mao? Già demolita

In this Monday, Jan. 4, 2016 photo, a construction crane rises next to a 36.6-meter (120-foot) tall gold-colored statue of former Chinese leader Mao Zedong in Tongxu County in central China's Henan province. According to Chinese state media, businessmen and local villagers contributed nearly 3 million yuan ($457,000) to build the cement statue. (Chinatopix via AP) CHINA OUT

Ricordate le foto della gigantesca statua dorata di Mao (37 metri) che nei giorni scorsi occupava la rete? Erano le ultime scattate: la statua, riporta France Press, è stata demolita perché mancava delle autorizzazioni necessarie. La demolizione è forse la risposta alla viralità con la quale le foto del colosso sono state accolte sui social network.

La struttura da tre milioni di yuan (460mila dollari) è stato distrutta, ha scritto un sito collegato al Quotidiano del Popolo, il giornale ufficiale del Partito comunista. Le sembianze dell’uomo che ha governato la Cina per quasi tre decenni non rispondevano all’iconografia ufficiale.

Immagini che circolano on-line – che  France Press non ha potuto verificare – mostrano un buco nella parte posteriore nel busto d’oro di Mao e la testa della statua avvolta di nero.

In this Monday, Jan. 4, 2016 photo, a construction crane rises next to a 36.6-meter (120-foot) tall gold-colored statue of former Chinese leader Mao Zedong in Tongxu County in central China's Henan province. According to Chinese state media, businessmen and local villagers contributed nearly 3 million yuan ($457,000) to build the cement statue. (Chinatopix via AP) CHINA OUT

In this Monday, Jan. 4, 2016 photo, a Chinese flag flies next to a 36.6-meter (120-foot) tall gold-colored statue of former Chinese leader Mao Zedong in Tongxu County in central China's Henan province. According to Chinese state media, businessmen and local villagers contributed nearly 3 million yuan ($457,000) to build the cement statue. (Chinatopix via AP) CHINA OUT

Medici Senza Frontiere: rifugiati senza riparo dal freddo in Serbia

Migrants walk from the Macedonian border into Serbia, near the village of Miratovac, Serbia, Wednesday, Jan. 6, 2016. Hundreds of migrants continue to arrive daily into Serbia in order to register and continue their journey further north towards Western Europe. (AP Photo/Visar Kryeziu)

I medici che lavorano nei campi di rifugiati sulla rotta balcanica segnalano un boom di persone malate a causa del freddo estremo. Le temperature nella regione sono scese abbondantemente sotto lo zero e hanno toccato minimi di -11 gradi centigradi. Ai migranti viene offerta assistenza medica, vestiti caldi e cibo presso i principali punti di rifugiati al confine serbo con la Macedonia, a sud, e la Croazia a nord. Ad ammalarsi con più frequenza vecchi e bambini. Le famiglie tendono a non volersi fermare per le cure per paura della chiusura dei confini.

Migrants try to keep dry as they walk from the Macedonian border into Serbia, near the village of Miratovac, Serbia, Wednesday, Jan. 6, 2016. Hundreds of migrants continue to arrive daily into Serbia in order to register and continue their journey further north towards Western Europe. (AP Photo/Visar Kryeziu)

A migrant mother carries her baby covered with a plastic sheet as they walk from the Macedonian border into Serbia, near the village of Miratovac, Serbia, Wednesday, Jan. 6, 2016. Hundreds of migrants continue to arrive daily into Serbia in order to register and continue their journey further north towards Western Europe. (AP Photo/Visar Kryeziu)

 

A migrant mother carries her baby covered with a plastic sheet as they walk from the Macedonian border into Serbia, near the village of Miratovac, Serbia, Wednesday, Jan. 6, 2016. Hundreds of migrants continue to arrive daily into Serbia in order to register and continue their journey further north towards Western Europe. (AP Photo/Visar Kryeziu)

A migrant carries his child as they walk from the Macedonian border into Serbia, near the village of Miratovac, Serbia, Wednesday, Jan. 6, 2016. Hundreds of migrants continue to arrive daily into Serbia in order to register and continue their journey further north towards Western Europe. (AP Photo/Visar Kryeziu)
(AP Photo/Visar Kryeziu)

Reato di clandestinità, è scontro nel governo delle (troppo) larghe intese

Il reato di clandestinità non è ancora stato cancellato. Nonostante siano molti i titoli di giornali a optare per questa affermazione. È più corretto invece affermare che all’interno del governo Renzi c’è uno scontro sulla depenalizzazione del reato di clandestinità. Con Alfano ed Ncd che promettono battaglia e il ministro della Giustizia Andrea Orlando che è il primo sostenitore di questa legge. Insomma, il decreto è già pronto ma il via libera slitta alla prossima settimana, al 15 gennaio. Si tratta di cancellare il reato di clandestinità, fermo restando il provvedimento di espulsione del prefetto e quindi l’allontanamento dal Paese. E senza che venga aggiunta una sanzione pecuniaria. Significa questo, concretamente, depenalizzare. E la depenalizzazione è in agenda per il Consiglio dei ministri della prossima settimana. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando rompe gli indugi che avevano fatto stralciare la misura dalla versione del decreto legislativo approvata prima di Natale in via preliminare dal Consiglio dei ministri. Determinante in questo senso la richiesta avanzata, a titolo di condizione, dalla commissione Giustizia della Camera, mentre il Senato sul punto non si è espresso.

Punisce uno status e non un comportamento
Introdotto in Italia nel luglio del 2009, il reato di clandestinità punisce chi entra nel nostro Paese in modo illegale: con un’ammenda da 5mila a 10mila euro o, in alternativa, da uno a cinque anni di reclusione. Tecnicamente, con il decreto che attende il vaglio, si tratta della soppressione del reato previsto dall’articolo 10 bis del Testo unico sull’immigrazione, inserito nel 2009 per volere dell’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni. A nemmeno due anni dalla sua approvazione, nel 2011, è arrivata la bocciatura dell’Europa: per la Corte europea di Giustizia il provvedimento rischia di ledere il rispetto dei diritti fondamentali.

Per i giudici di Lussemburgo: «La direttiva sul rimpatrio dei migranti irregolari osta a una normativa nazionale che punisce con la reclusione il cittadino di un paese terzo in soggiorno irregolare che non si sia conformato a un ordine di lasciare il territorio nazionale. Una sanzione penale quale quella prevista dalla legislazione italiana può compromettere la realizzazione dell’obiettivo di instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali». Una sentenza, quella della Corte, che era arrivata a seguito del caso del «cittadino di un Paese terzo entrato illegalmente in Italia», ovvero El Dridi. Il primo caso in cui veniva punito non un comportamento ma uno status, quello di clandestino appunto. Nei suoi confronti, nel 2004, era stato emanato un decreto di espulsione, poi, nel 2010, gli è stato ordinato di lasciare il territorio nazionale entro cinque giorni per via della mancanza di documenti di identificazione e dell’impossibilità – per mancanza di posti – di ospitarlo in un centro di permanenza temporanea (oggi lo avrebbe atteso un Cie). Non avendo obbedito a tale ordine, El Dridi è stato condannato dal Tribunale di Trento ad un anno di reclusione.

Lo scontro nel governo delle – troppo – larghe intese
Non è solo la bacchettata europea a spingere il ministro Orlando ad accelerare (se così si può dire, dato il ritardo) sul decreto depenalizzante. Per il ministro, infatti, «l’introduzione del reato di immigrazione clandestina, al di là della valutazione nel merito di tale scelta, non ha avuto alcuna funzione deterrente, com’era in verità facilmente prevedibile, se si considera che i migranti non leggono quotidianamente la Gazzetta Ufficiale. Con questo non voglio dire che l’introduzione del reato di immigrazione clandestina ha portato a un aumento dei flussi, ma di sicuro, da quando il reato è stato introdotto, non si è avvertito alcun effetto deterrente», ha detto Orlando la scorsa estate durante l’audizione parlamentare. Ma quella bestia strana a due teste, chiamata governo delle larghe intese (la ricordate ancora questa espressione?) torna a scalpitare. Al suo interno infatti spicca la posizione di Angelino Alfano, oggi a capo del Viminale e all’epoca dell’introduzione del reato di clandestinità a capo del ministero della Giustizia del governo Berlusconi. Lo stesso governo che ha voluto e introdotto la norma che oggi si vuole cancellare. Dichiarazioni di Alfano, al momento non ce ne sono. Il quotidiano Repubblica riporta dell’intenzione degli alfaniani di dare battaglia per ostacolare la cancellazione del reato di clandestinità. Soprattutto oggi, dicono, all’indomani dei fatti di Colonia.

[social_link type=”twitter” url=”itter.com/TizianaBarilla” target=”on” ][/social_link] @TizianaBarilla

Obama in Tv e sul New York Times contro la lobby delle armi: agitano teorie del complotto

Un editoriale sul New York Times e una serata Tv con Anderson Cooper, una delle facce televisive più note d’America. E anche un confronto in diretta con cittadini che difendono il loro diritto costituzionale di avere un fucile – una follia, ma costituzionale. Obama è in piena campagna per difendere i suoi ordini esecutivi che aumentano leggermente la difficoltà di procurarsi un fucile – controlli, database, assunzione di personale.

L’attacco in televisione è duro contro la Nra, La National Rifle Association, potente lobby delle armi, che un tempo era favorevole ai controlli e oggi è divantata un braccio armato dei repubblicani, che lo sono, aa loro volta dell’associazione dalla quale prendono milioni in contributi elettorali.

«Le mie proposte non sono radicali, ma l’atmosfera che si è creata è alle per cui se io avanzo una proposta modesta e du buon senso sulle armi viene descritta come un complotto della mia amministrazione volto a togliere le armi agli americani…c’è un motivo per cui la NRA, la lobby delle armi, non è qui, è perché sono in strada a fare la loro campagna, sono pronto a incontrarli ma la discussione non può essere basata su fantasie e teorie del complotto…Non c’è nessuna merce che compriamo che non cerchiamo di rendere più sicura: auto, giocattoli per bambini, bottiglie di medicine. Perché non applichiamo questo senso comune anche alla “merce pistole”?»

Sul New York Times c’è anche un messaggio per i candidati democratici, Clinton e Sanders, che sono probabilmente già d’accordo con lui:

Continuo a fare scelte da presidente, ne farò come cittadino: non farò campagna elettorale, né sosterrò nessun candidato anche delle fila del mio partito che non sostiene riforme di buon senso sulle armi. E se il 90 per cento degli americani che sostengono queste riforme, eleggeremo il leader che meritiamo.
Tutti noi abbiamo un ruolo da svolgere anche i possessori di armi. Abbiamo bisogno della stragrande maggioranza dei possessori di armi che piangono con noi dopo ogni strage e non sono adeguatamente rappresentati. Anche l‘industria delle armi dovrà fare la sua parte.

ap_donald-trump_ap-photo20

Caro Orfini ripeti insieme a noi: «il PD c’entra con Mafia Capitale»

(Pre scriptum: sì, lo so, c’è la camorra e il Movimento 5 Stelle a Quarto e annuso bene quest’aria che vede tanti piccoli democratici sull’attenti con l’ordine di convincerci che un’indagine in corso sia peggio di condanne effettive e, sinceramente, non mi sento moltissimo in colpa nel dare la priorità alla condanna di un ex assessore, un presidente di municipio e diversi collaboratori della capitale d’Italia in piena sbornia di giubileo rispetto ad un paese di 40.000 abitanti, che sono meno dei contanti che aveva Odevaine nel cassetto. Comunque, prometto, scriverò anche di Quarto. Ora torniamo a noi.)

Caro Matteo Orfini,

scrivo a lei in qualità di Presidente del Partito Democratico, consapevole quanto sia duro essere presidente di un partito che è ogni giorno di più il detergente intimo del premier Matteo Renzi e scrivo a lei perché ha accettato (in uno sforzo che mi auguro le sia stato riconosciuto) il faticoso ruolo del “mentitore” televisivo sui fatti di Mafia Capitale. Si ricorda, caro Orfini, quando in occasione di alcune trasmissioni tv, in quei salotti di talk show politico dove si moltiplicano i figuranti belanti a ripetizione secondo le direttive di partito, lei disse «il PD non c’entra nulla con Mafia Capitale»? Ricordo chiaramente, tanto per citare un’occasione, quando lo ribadì con inconsistente convinzione di fronte a Luigi Di Maio. «Il PD non c’entra nulla con mafia capitale» era diventato il mantra per i carillon giornalistici di massa, il Nam myoho renge kyo di tutte quelle settimane passate ad inventarsi barzellette su Ignazio Marino perché non si parlasse di mafia e corruzione. Bei tempi, quelli, come quando lei e il Presidente del Consiglio avete voluto suggellare la vostra ritrovata convergenza politica con una bella foto da reality show tutti intenti a giocare alla Playstation. Che anno, quel 2015.

Ebbene, caro Orfini, basta sfogliare la rassegna stampa di oggi per accorgersi che l’ex Assessore alla Casa del comune di Roma Daniele Ozzimo (magicamente definito con un blando “in quota PD” per i soliti equilibrismi d’autore del giornalismo prono) nonostante una condanna (in primo grado, ovvio, perché si è garantisti, tranne che per gli indagati degli altri) a due anni e due mesi sia sia relegato allo spazio delle “notizie di passaggio” che sono solitamente, nei periodi infelici per vivacità di informazione curiosa, gli spazi riservati alle notizie che “non si possono non dare”. Non le sarà sfuggito probabilmente nemmeno il fatto che sia stato condannato anche il collaboratore di Andrea Tadssone ex presidente del municipio X di Ostia, in “quota PD” (come s’usa scrivere oggi).

Vede Orfini, a volte il nascondimento di una notizia che viene scritta sempre a volume basso risulta ancora più mendace di una bugia bella quadrata e fiera: sente anche lei come siano diversi i toni da quel suo urlare in prima serata con la faccia paonazza dell’eccesso di difesa? Non le pare che, in tempo di un Giubileo che vorreste usare come medievale indulgenza per autoassolvervi, forse sarebbe il caso di discuterne di ciò che emerge durante il processo? Perché vede, caro Orfini: in una città che voi non avete voluto sciogliere per mafia i primi esiti processuali dicono che il ‘sistema’ fosse tutto tranne che legato all’ex sindaco Marino e, respiri profondo e provi a ripeterlo insieme a noi, dice in modo evidente che un pezzo di Partito Democratico fosse perfettamente inserito e convergente nel meccanismo criminale.

Caro Orfini, perché cadere nell’antico vizio dello schivare un punto politico affidandosi alla speranza di avere un tonfo più forte da qualche altra parte, di qualcun altro, che sollevi maggior tanfo? Perché cadere nella molesta (e, questa sì, antipolitica) mani di buttare la palla in tribuna per buttarla in caciara? La sua dichiarazione sull’estraneità del PD in Mafia Capitale è falsa: è evidente mica dalle condanne ma dagli elementi che spuntano in quel processo che state facendo di tutto per sotterrare. Truccare le carte è bassa propaganda e lei, lo sa bene, è il presidente del partito più importante d’Italia, come ci ripetete spesso voi. Niente oscenità, per favore: ci dica come pensa di reagire il PD che lei rappresenta. O si faccia inviare un sms da Renzi. O chieda una slide chiarificatrice al marketing di partito. Ma faccia qualcosa.

Ah, a proposito: vi abbiamo scoperto da un pezzo che giocate a nascondino con la Boschi. Solo per dirvelo, eh. Tana! come si dice da queste parti.

Cosa c’è dietro al piano di privatizzazione degli asili di Roma

paolo tronca

Un’altra tegola per Roma. Questa volta non si tratta delle buche sulle strade o dei traffici di Mafia capitale. No, stavolta sono gli asili nido e le scuole materne nel mirino. Come a dire, le fondamenta del buon vivere di una società. Qualche giorno fa, annunciato da un articolo su La Stampa, è stato reso noto che nel Documento unico di programmazione 2016-2018  il commissario straordinario Francesco Paolo Tronca prevede un piano ad hoc per le scuole materne e i nidi della Capitale. Ovvero la vendita delle prime allo Stato e la cessione ai privati degli asili nido. Per questi ultimi, sarebbe già prevista una lista di 17 strutture che potrebbero passare alla gestione in concessione. «Cooperative, Srl, società partecipate, enti religiosi», dice Cinzia Conti dell’Usb, il sindacato di base che è quello più forte tra le educatrici dell’infanzia a Roma e che per la prossima settimana ha in cantiere una grande assemblea cittadina. Perché se la notizia preoccupa i genitori magari in lista d’attesa da tempo per un posto all’inarrivabile asilo comunale, l’allarme tra le educatrici si tocca con mano. Duemila persone con contratti a termine che arrivano a cinquemila se consideriamo anche le scuole materne. «Perché non possiamo lavorare nelle strutture private? Eppure abbiamo tutte le carte in regola e una competenza riconosciuta, invece così i nidi vengono affidati a terzi», dice la sindacalista Usb.

La situazione delle docenti precarie rischia di esplodere di nuovo, dopo quello che era accaduto a metà estate. Dopo molti giorni di mobilitazione era stata trovata una soluzione all’impasse in cui erano precipitati i servizi comunali dell’infanzia: 220 asili nido e 315 scuole materne che non potevano in pratica partire a settembre senza le docenti precarie. Che non potevano essere riassunte, dopo la sentenza della Corte di giustizia europea che vietava di reiterare i contratti al personale scolastico con più di 36 mesi di attività. Allora la soluzione fu una circolare del ministro Madia ad hoc per le insegnanti delle scuole comunali. Lo ricorda su facebook Marco Rossi Doria allora assessore all’Istruzione che fa notare quanto sia complesso governare il sistema dell’istruzione e dell’educazione dell’infanzia. «Una cosa da fare nell’operare è sempre lavorare con i funzionari ordinari che possono fornire dettagliate informazioni sullo stato dell’arte. Una seconda è ascoltare i diretti interessati, in questo caso i responsabili dei servizi dell’infanzia nei diversi municipi e nell’amministrazione capitolina, le famiglie, le lavoratrici», scrive Rossi Doria che rimanda alla delibera che «segnalava cosa e come fare in materia assai delicata in termini di diritti dell’infanzia e complessità della materia».

Complessità della materia, appunto. Perché gli asili nido soprattutto, vista l’età dei piccoli, non possono essere “parcheggi” o luoghi solo dove cambiare il pannolino o allattare con il biberon. Lo spiega bene Cinzia Conti che sottolinea anche che la delibera dell’assessore Rossi Doria necessita di norme a livello nazionale e che quindi il piano di stabilizzazione è ancora più necessario. Stabilizzazione dei precari e qualità del servizio, perché appunto un nido è un luogo particolare. «Lo Stato deve investire di più nei nidi. Dove sono i cinquemila asili nidi promessi? Manca una riforma del servizio educativo 0-3 anni. L’asilo nido è il luogo del primo distacco dalla famiglia, la prima esperienza educativa per un bambino. A me sono capitati neonati di tre mesi e mezzo con quattro poppate materne che facevano insieme a me. A tre mesi e mezzo, la situazione è delicata. Per noi educatrici occorrono meno carichi di lavoro e più tempo, con neonati che le mamme sempre più precarizzate sono costrette a lasciare qui, magari sobillate dai datori di lavoro. Lo Stato deve assumersi questa responsabilità, non basta più l’ente locale», dice Cinzia Conti. La sindacalista Usb vede di buon occhio l’inserimento dell’asilo nido nel sistema educativo, contenuto nel disegno di legge 1260 con prima firmataria la senatrice Puglisi (Pd). «Oggi è un servizio a domanda individuale, come il canile, il loculo al cimitero. È importante l’idea di riqualificare tutto il settore, anche con percorsi di laurea ad hoc che possano garantire la qualità educativa. Non si tratta di cambiare solo il pannolino, occorre un progetto educativo. Ma per far questo occorre che lo Stato cofinanzi il sistema fin dai nidi e che ci siano le risorse umane. Quindi stabilizzazione dei precari».

Con la privatizzazione si rischia di andare da un’altra parte. Anche se ci sono educatrici laureate e con grande professionalità nei nidi privati, continua Conti, la situazione si presta a un maggiore sfruttamento. «Invece si deve puntare a una maggiore valorizzazione del personale e quindi anche del servizio».

 [social_link type=”twitter” url=”http://twitter.com/dona_Coccoli” target=”” ][/social_link]  @dona_Coccoli

Per sopravvivere all’ossessione Guerre Stellari il cast di Star Wars canta “Stayin’ Alive”

ossessione star wars

In attesa che l’ultimo capitolo della saga stellare più famosa al mondo esca dalle sale cinematografiche, ormai passate al lato oscuro della forza colonizzate da Quo vado? di Checco Zalone, e se ancora non ne avete avuto abbastanza di Star Wars, vi riproponiamo il mash up realizzato da Jimmy Fellow e dallo staff del Tonight Show. Dopo aver riproposto infatti il motivetto cult della colonna sonora di Guerre Stellari facendolo “cantare” al cast della saga ideata da George Lucas, Fellow ci riprova con un montaggio fatto a regola d’arte in cui il maestro Yoda, Luke Skywalker, la principessa Leila e compagni si esibiscono in “Stayin’ Alive”. Che dopo tutti questi successi da botteghino suona decisamente come un ottimo augurio. Che la forza sia con voi!

 

[social_link type=”twitter” url=”http://twitter.com/LeftAvvenimenti” target=”” ][/social_link]  @LeftAvvenimenti

Francia, Libia, Yemen: quel che c’è da sapere su una giornata di attentati e raid aerei

epa05091481 Police officers stand guard near a shooting scene after a man carrying a knife attempted to enter a Paris police station in the Goutte d'Or area, northern Paris, France, 07 January 2016. A man has been shot dead outside a Paris police station after apparently attacking the facility, amid fears that the incident might be an act of terrorism. Luc Poignant of the police union said the man allegedly shouted 'Allah is great' as he approached the facility. The incident comes on the one-year anniversary of an Islamist attack on the offices of satirical French newspaper Charlie Hebdo that prompted three days of terror and shootings in the city, ultimately resulting in 17 civilian deaths and the deaths of three Islamists as police closed in on them. EPA/IAN LANGSDON

Una giornata ricca di brutte notizie sui fronti strettamente collegati di terrorismo e del Medio Oriente, con vicende internazionali e nazionali che si intrecciano. Attentati e stragi in Libia, bombe in Yemen e un morto a Parigi nel giorno della commemorazione della strage nella redazione di Charlie Hebdo.

epa05091479 Police officers stand guard near a shooting scene after a man carrying a knife attempted to enter a Paris police station in the Goutte d'Or area, northern Paris, France, 07 January 2016. A man has been shot dead outside a Paris police station after apparently attacking the facility, amid fears that the incident might be an act of terrorism. Luc Poignant of the police union said the man allegedly shouted 'Allah is great' as he approached the facility. The incident comes on the one-year anniversary of an Islamist attack on the offices of satirical French newspaper Charlie Hebdo that prompted three days of terror and shootings in the city, ultimately resulting in 17 civilian deaths and the deaths of three Islamists as police closed in on them. EPA/IAN LANGSDON

Parigi a un anno da Charlie Hebdo, la polizia uccide un uomo armato di coltello

A un anno della strage nella redazione di Charlie Hebdo, Parigi vive in piccolo una giornata di paura. Un uomo armato di coltello è entrato ieri nel commissariato del 18esimo arrondissement gridando “Allahu Akhbar” ed è stato ucciso dalla polizia, che ha sparato due o tre colpi. Dalla tasca dell’uomo, che aveva del nastro adesivo sulla giacca, spuntavano dei fili elettrici. Nella giacca aveva una bandiera dello Stato Islamico e una rivendicazione scritta in arabo. La polizia temeva si trattasse di un kamikaze e ha isolato la strada, situata nella Goutte d’Or, uno dei quartieri di Parigi tra i più multietnici della capitale francese. Nelle stesse ore, in città, Hollande celebrava l’anniversario dell’attentato contro Charlie Hebdo e in un tribunale diversi foreign fighters rientrati nel Paese dalla Siria, sono stati condannati a diversi anni di carcere.

Libia: 50 morti per un attentato kamikaze nella zona dei terminal petroliferi. E’ stato ISIS?

Più grave e sanguinoso quel che è capitato in Libia. Un autobotte carica di esplosivo è esplosa davanti a una caserma della polizia a Zliten facendo almeno 47 morti (alcune fonti dicono 50). Si tratta del bilancio più grave in un attentato dalla caduta di Gheddafi e del primo kamikaze in città.L’attentato non è stato rivendicato da nessuno, ma siamo in una zona di forte presenza dello Stato islamico, che ha già condotto attentati di questo tipo nella regione dei terminal petroliferi. Nelle scorse settimane le milizie che si dichiarano fedeli ad Al Baghdadi hanno cercato di prendere possesso di infrastrutture petrolifere e sono state respinte. La bomba potrebbe essere una vendetta nei confronti delle forze che hanno difeso le basi petrolifere. Ma è presto per avere certezze, se non quella per cui decine di persone sono morte e altre decine sono sparse per gli ospedali di Tripoli, che dista 160 chilometri da Zliten. In zona le milizie del Califfato stanno combattendo contro tutte le altre milizie – islamiche o laiche, come del resto in Siria e Afghanistan. Su Zliten erano cadute bombe Nato che avevano ucciso diversi civili.

Missili sauditi sullo Yemen, Teheran accusa: «Colpita la nostra ambasciata»

epa05087550 Yemenis inspect the site of airstrikes allegedly carried out by the Saudi-led coalition targeting a neighborhood in Sana'a, Yemen, 04 January 2016. The nine-month conflict in Yemen has escalated dramatically since the Saudi-led coalition started conducting airstrikes against the Houthi rebels in March, with more than 6000 people killed. EPA/YAHYA ARHAB

Di natura diplomatica è la notizia che viene dallo Yemen, dove si combatte una guerra per interposta persona tra Arabia Saudita e Iran. Da Teheran arriva l’accusa a Riad di avere colpito la sede dell’ambasciata iraniana. O almeno questo è quel che ha detto l’agenzia di stampa iraniana. Con le ore, la vicenda, che avrebbe potuto configurarsi come una risposta all’assalto della folla all’ambasciata saudita a Teheran, è divenuta meno grave: l’edificio è stato danneggiato da detriti prodotti dall’esplosione di un missile ad qualche centinaio di metri di distanza. Bombardare in risposta ai comportamenti della folla, condannati dalle autorità iraniane, sarebbe stato un vero e proprio atto di guerra. Riad sostiene di aver effettuato dei raid aerei contro i ribelli Houthi, che userebbero alcuni edifici abbandonati nella zona delle ambasciate. L’Arabia accusa l’Iran di armare gli Houthi, che in realtà sono già armati per loro conto, visto che alcuni reparti dell’esercito sono rimasti fedeli al deposto presidente Salah.

 

Le donne al potere sono diverse dagli uomini? Secondo Hillary Clinton sì. Ecco perché

clinton donne potere

Jay Newton-Small corrispondente politica per Time a Washington Dc ha appena pubblicato Broad Influence: How Women Are Changing the Way America Works ovvero Come le donne stanno cambiando il modo in cui l’America funziona. Secondo Newton-Small il 2016 sarà un anno che passerà alla storia. A cento anni esatti dall’elezione al Congresso della prima donna, infatti potremmo vedere eletta alla Presidenza degli Stati Uniti d’America proprio una donna. Inoltre, secondo i dati riportati dalla giornalista di Time proprio le americane single, corteggiate sia da Repubblicani che Democratici, saranno uno dei gruppi di voto cruciali per il risultato della corsa alla Casa Bianca.
Le donne stanno senza dubbio rafforzando notevolmente la loro influenza sulla politica statunitense e più in generale sul Paese. Proprio per questo Newton-Small ha raccolto nel suo libro una serie di testimonianze. Fra queste compare anche un’intervista esclusiva proprio a Hillary Clinton. La candidata alla presidenza ha raccontato cosa significa governare e fare campagna elettorale per una donna e spiegato quanto sessismo c’è ancora negli Stati Uniti. Vi riproponiamo la traduzione di un estratto pubblicato in esclusiva su Time:

Hillary, lei è una delle protagoniste della scena pubblica nazionale e politica fin dal 1992, come ha visto cambiare il sessismo negli anni?

Indubbiamente esiste ancora un doppio standard. Lo vedo tutte le volte in cui, a differenza di quel che accade per gli uomini, alle donne è richiesto di coniugare determinate caratteristiche e qualità. Questo fa sì che concorrere per una posizione per una donna sia una sfida più grande. È difficile per tutti, ma credo che le donne debbano affrontare qualche difficoltà in più. Penso anche che oggi la discriminazione sessuale sia probabilmente meno evidente e meno pronunciata, ma in ogni caso prevale ancora oggi sulla scena politica e nel nostro background culturale. Le persone tendono a dire delle cose e a utilizzare un linguaggio che contiene degli impliciti pregiudizi sull’idea di una donna che sceglie di dedicarsi alla vita pubblica. Questi sono elementi che dimostrano la persistenza del sessismo. Non resta allora altro da fare che “far diventare la pelle più spessa”, come disse una volta Eleanor Roosvelt, uno dei miei personaggi storici americani preferiti, e andare avanti.

Celinda Lake, una delle sondaggiste a cui si affida il partito democratico, ha detto di lei che nel 2007 ha superato un test che misurava il rapporto fra la capacità di risultare tenace e, allo stesso tempo, di continuare a piacere

Dopo essere stata Segretario di Stato per quattro anni, penso che un certo numero di persone mi dia un punteggio elevato per quello […] Spero che quando vengono valutate le mie esperienze e la mia disponibilità ad essere presidente che la gente la veda come la vedo io: al momento sono la persona più qualificata per fare questo lavoro. Certo per la mia tenacia, ma anche per le politiche che sto promuovendo e per la visione che ho di questo Paese.

Secondo lei, le donne governano in modo differente dagli uomini?

Penso che esistano dei temi sui quali noi donne riusciamo a sintonizzarci meglio. […] Credo che esistano delle aree di competenza in cui la nostra esperienza personale possa davvero renderci più recettive ai problemi. E sono convinta che gran parte di questo venga tradotto anche nell’attività di governo o in un approccio organizzativo diverso. Le donne in generale sono degli ascoltatori migliori, tendono a gestire le cose in modo più collegiale, si dimostrano più aperte alle nuove idee e a far funzionare le cose in modo che sembra portare a risultati vincenti. Questa almeno è la mia esperienza.

Come donna e presidente governerai quindi in modo diverso rispetto a un presidente uomo?

Sicuramente lo farò. In particolare penso che ciò che ho vissuto mi renda più vicina e consapevole a molti dei problemi familiari per cui la gente sta lottando come la necessità di offrire una sussistenza ai propri figli o cercare di avere un reddito più alto per far fronte al caro vita.

 [social_link type=”twitter” url=”http://twitter.com/GioGolightly” target=”” ][/social_link]  @GioGolightly