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Ci mancava il family day

Sì, è vero, potremo rifare per l’ennesima volta articoli e battute sull’incoerenza dei più ferventi politici cattolici. Dà sempre una certa soddisfazione scrivere di doppie famiglie, di doppie morali, specie ora che i teocon, sostenuti dai vescovi, si apprestano a sfilare – a fine gennaio? – per Roma in difesa della famiglia.

Ma è in realtà un po’ banale l’esercizio, e forse scorretto, perché nessuno di loro – né Adinolfi, né Casini, per intenderci, né Formigoni – sta chiedendo di abolire il divorzio. Il punto, dal 2007 ad oggi, è sempre e solo la famiglia omosessuale.

E se pure abbiamo fatto dei passi in avanti (ne ha fatti Matteo Renzi, nello specifico, che – ricordarlo non guasta – nel 2007 partecipò alla manifestazione convocata contro le unioni gay di allora, i Dico), scava scava ha ragione chi – anche nel Pd – dice che l’obiettivo del fronte che chiede la modifica della legge Cirinnà sul punto delle adozioni, è allontanare quanto più possibile il riconoscimento anche vago delle famiglie omosessuali. Le coppie vanno bene – ed è per questo che nel Pd non trovi più nessuno contrario alla semplice legge sulle unioni. Ma un bambino, quello fa subito famiglia – omogenitoriale – e quindi non va bene.

Qual è la novità però rispetto ai precedenti Family Day? È che, se pure certo non le ritroveremo in piazza con Adinolfi (vero???), sulla leva usata in questa fase della discussione parlamentare (di cui vi diamo conto nel numero di Left in edicola sabato 9) per sostenere l’opportunità di una modifica della stepchild adoption, trasformando l’adozione del figlio del partner in un affido, si ritrovano non solo i cattolici più conservatori ma anche alcune femministe. Ricordate l’appello di uno dei due tronconi di Se non ora Quando? Ecco: l’argomento dell’utero in affitto (che noi qui su Left preferiamo chiamare, senza condannarla già nella definizione, gestazione per altri), allarga in maniera inedita il fronte che rischia di rovinare una legge già di compromesso.

La speranza è dunque che abbia ragione Monica Cirinnà, quando scommette con noi che in aula i nuovi teocon nel Pd «saranno al massimo 15». O che abbia ragione Ivan Scalfarotto quando esclude ogni spazio di mediazione. Altrimenti saremmo veramente troppo distanti da quella che sarebbe invece una legge giusta, quella che istituisce il matrimonio per tutti, e basta, come dice Stefano Rodotà.

Siria, a Madaya in 30mila lasciati da Assad a morire di fame

A Madaya si muore di fame. L’ultimo orrore della guerra siriana, del quale si parla da qualche giorno, dopo l’appello lanciato con la foto che vedete qui sopra, viene da un fronte che non ha nulla a che vedere con Daesh e il Califfato: in questo caso sono le truppe di Assad e gli alleati libanesi di Hezbollah che tagliando le linee di rifornimento e tenendo la città sotto assedio, la stanno uccidendo. In queste ore siamo sommersi da immagini terribili – bambini denutriti, anziani scheletrici, gatti uccisi per essere mangiati – che non pubblicheremo.
Qui sotto un tweet del 4 gennaio che mostra alcuni bambini della città cucinarsi una zuppa di foglie. Al mercato nero il riso si vende a grammi e costa circa 250 dollari al chilo. Il freddo, la città si trova in montagna, aggrava la situazione. I cecchini disseminati intorno a Madaya impediscono alle persone di uscire e raccogliere legna da ardere.

Queste le testimonianze raccolte al telefono da The Guardian:
«Ho visto personalmente persone macellare gatti per mangiarli. Anche gli alberi sono stati spogliati dalle foglie» ha detto un infermiere. (…) «Hanno bloccato tutte le strade e sotterrato molte mine, alcuni ragazzi hanno perso braccia e gambe cercando di uscire dalla città» ha detto un insegnante. «La gente sta morendo al rallentatore, avevamo dei fiori in un vaso in casa. Ci siamo mangiati i petali, erano amarissimi». «Non chiediamo non più aiuto a nessuno, lo abbiamo fatto tante volte e nessuno ci ha ascoltato. Ma noi vogliamo chiedere ai funzionari e decisori là fuori, se foste in questa posizione, ed i vostri bambini morissero di fame di fronte a voi, quale sarebbe la vostra reazione nei confronti del mondo esterno?» è il commento amaro di un operatore umanitario.

Qui sotto un breve servizio su un’altra realtà, quella di Aleppo, dove il giornalista Rami Jarrah, siriano che ha vissuto la maggior parte della sua vita in Gran Bretagna, racconta quotidianamente la vita della città sotto gli attacchi di russi ed esercito di Assad e segnalando come le bombe cadano spesso su zone abitate da civili, dove non c’è ISIS e neppure altri gruppi armati. La domanda che Jarrah fa a tutti è: «Perché non siete andati via?»

Quel che c’è sotto l’acqua del canale Saint Martin di Parigi

epa05090180 Fishermen capture trapped fishes to be released later with nets and an electric cane to shock them as the canal Saint Martin is being drained for maintenance in Paris, France, 06 January 2016. The cleaning and maintenance operations of the Canal Saint-Martin, that occur every 15 years, will last 3 months for a total cost of 9,5 millions euros. EPA/ETIENNE LAURENT

Da ieri i parigini possono dare un’occhiata al loro corso d’acqua più famoso dopo la Senna, il Canal Saint Martin, che viene svuotato una volta ogni 15 anni per essere drenato e ripulito. I lavori sono cominciati, dureranno qualche settimana e costeranno diversi milioni di euro. L’ultima volta che il canale costruito da Napoleone nel 1802 è stato svuotato c’erano dentro un’auto, due bombe della Prima guerra mondiale e qualche moneta d’oro.. Stavolta affiorano decine di Vélib, le biciclette del programma comunale di sharing. E tanta altra roba: negli ultimi anni il canale, che entra nella Senna a Bastille, è una delle arterie lungo le quali si anima la socialità dei giovani (le stragi dello scorso novembre sono state perpetrate proprio in zona) e, di conseguenza, più pesone usano il canale come cestino della spazzatura. Il Canal Sanint Martin è diventato famoso anche sul grande schermo per il film Il favoloso mondo di Amelie, dove la protagonista si diverte a far rimbalzare i sassi sullo specchio d’acqua del canale.

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La befana americana ha un fucile semiautomatico. Niente scopa.

Trecentodieci milioni  di fucili e pistole. 310.000.000. Messe in fila sarebbero il più grande mausoleo della barbarie umana. Negli USA una famiglia su tre possiede un’arma, sono 32 mila le vittime di pistole e fucili e 12 mila i morti per stragi folli dettate dal grilletto facile. Nei primi cinque giorni del 2016 sono 128 le vittime da arma da fuoco, di cui otto bambini. Babbo Natale, negli USA, a dicembre ha portato due milioni e mezzo di armi come pacchetto regalo. Benvenuti in America.

L’ultima vittima è una bambina di due anni uccisa da un altro bambino con una pistola lasciata incustodita in casa. Due bambini che si sparano, esattamente, a che grado di civiltà vanno considerati? Un Paese dove l’omicidio è un vezzo coltivabile con qualche decina di dollari come si chiama? Una giustizia considerata come latente diritto all’offesa che grado di evoluzione giuridica rappresenta? Fermiamoci un momento: da quanti anni leggete e ascoltate le voci su quest’America che puzza di polvere da sparo? Tanti. Tantissimi. Michael Moore divenne Michael Moore parlandone al mondo con il suo ‘Bowling a Columbine’ ed era il 2002, quattordici anni fa: quattordici anni di sdegno che non hanno scalfito gli usi e i costumi, quattordici anni di indignazione che hanno sfiorato il dibattito politico americano (e mondiale) per finire sul duello western (col morto) tra bambini.

Piange, Obama, perché questi morti puzzano di una servitù che non si riesce a debellare e che solo i miopi vedono a forma di pistola: gli USA soccombono ai soldi, soldi a forma di armi ma che puzzano di soldi anche senza avere la forma dei soldi, lobby che in America come nel resto del mondo dettano il passo ai Paesi sempre pronti a convergere sui fatturati. Quel bimbo non è morto mica di pallottola: quel bimbo muore di inedia politica.

Se è vero che con il suo discorso Obama ha riportato il tema al centro del dibattito politico da un’altra parte i numeri dicono che il numero di cittadini favorevoli ad una politica di restrizioni sulle armi da fuoco non raggiunge il 50%. Per questo il Presidente USA ha parlato durante il suo ultimo intervento di «common sense» affidandosi al buon senso di un’etica che deve riuscire ad imporsi in epocale cambiamento culturale.

Ce la farà Obama? No. Potrà usare tutti i suoi poteri presidenziali per prendere provvedimenti limitati, consapevole di avere un Congresso che non gli garantirebbe (e non gli ha garantito) i numeri per un intervento più sostanziale però con il suo discorso ancora una volta ha deciso di tenere la luce accesa. Questa volta senza aspettare la prossima strage.

Ma cosa ci dice il Presidente della prima potenza mondiale in lacrime davanti alle telecamere? Che la politica, spesso, non è capace di essere giusta. Già. E sarebbe da segnarselo anche per la prossima esportazione di democrazia.

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La Street Art ribelle e macchina da soldi di Obey in mostra a Bologna

Dopo la grande mostra al Pan di Napoli, Shepard Fairey, in arte Obey è protagonista di una retrospettiva negli spazi della Galleria OnoArte a Bologna, dal 21 gennaio al 28 febbraio. Parliamo del più noto street artist americano diventato famoso in tutto il mondo con l’immagine stilizzata in quadricromia di Barack Obama sovrapposta ai termini Hope (speranza), Change (cambiamento), Progress (progresso), opere che sono diventate il simbolo della campagna elettorale del futuro presidente degli Stati Uniti d’America nel 2008. E che molto hanno giovato all’attuale presidente perché lo hanno reso immediatamente popolare e trendy anche fra le giovani generazioni. In quella occasione Obey non aveva pagato i diritti della foto e l’autore di quello scatto ufficiale da cui l’artista era partito non ha mancato di chiedergli il conto. Andando per vie legali.

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©Shepard Fairey. All rights reserved

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©Shepard Fairey. All rights reserved

Lo stesso Obey poi ha trovato il modo di rifarsi grazie alla vendita di gadget, magliette e quant’altro su cui sono stampate le sue fantasiose immagini che hanno avuto un successo enorme a New York, come delle maggiori capitali del mondo, facendosi strada nella contro cultura, d’ispirazione DIY e post-punk, «che li utilizza – come sottolineano gli organizzatori della mostra – come strumento per far sentire la propria voce, e spesso il proprio dissenso nei confronti della cultura mainstream, dalla quale però attinge stilemi e retoriche ben precise come lo slogan pubblicitario».

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©Shepard Fairey. All rights reserved

Sono perlopiù “opere” molto grafiche, nate sulla scorta di storici manifesti e locandine agit -prop che inneggiano alla  pace e al dilaogo fra culture diverse e che prendono di mira le manie guerrafondaie di molti presidenti americani, a cominciare da Ronald Reagan. Molti sono i richiami alla cultura hippie e alla psichedelia, ma riviste in chiave attualissima e, in certo modo, politically correct, senza inni alla droga e senza mitizzare l’autodistruzione come invece fecero in molti, da James Dean a Jimi Hendrix.

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©Shepard Fairey. All rights reserved

Originario del South Carolina, Frank Shepard Fairey è nato a Charleston il 15 febbraio 1970, ha saputo far incontrare i linguaggi di strada con una formazione più classica diplomandosi all’Accademia d’arte. La sua “carriera” è iniziata nel 1989 con  l’iniziativa André the Giant Has a Posse, con cui disseminò i muri della città di adesivi (stickers) che riproducono il volto del lottatore di wrestling André the Giant. E ancora oggi, pur essendo diventate un marchio che ha generato catene di negozi, riescono “miracolosamente” a mantenere un appeal “underground”.

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©Shepard Fairey. All rights reserved

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©Shepard Fairey. All rights reserved

 [social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/simonamaggiorel” target=”on” ][/social_link] @simonamaggiorel

Ecco il premierato all’italiana: leggi calate dall’alto e votate a colpi di fiducia

Berlusconi ci aveva provato, ma i suoi sogni di un premierato forte si erano infranti sul referendum costituzionale del 2006. Gli italiani infatti avevano bocciato la riforma varata dal centrodestra che tra le altre cose (devolution, fine del bicameralismo perfetto, riduzione dei parlamentari) prevedeva proprio il premierato, l’aumento dei poteri del presidente del Consiglio. Ma in realtà nei dieci anni successivi più o meno sotterraneamente – ma poi nemmeno tanto – qualcosa di simile a quanto auspicava Berlusconi è avvenuto. E almeno per quanto riguarda la funzione legislativa questa è diventata una proprietà dell’esecutivo – e quindi del premier – svuotando così il Parlamento della facolta, naturale, di legiferare. Berlusconi, Monti, Letta, Renzi. Quattro premier per quattro governi. E tutti, con pochissime differenze, sono artefici di uno “stravolgimento” del dettato costituzionale.

E’ il cosiddetto premierato all’italiana. Così, provocatoriamente Openpolis, l’associazione indipendente che studia e analizza l’operato della politica italiana, ha chiamato l’ultimo Osservatorio sulle leggi nella XVII legislatura. Analizzando i dati ufficiali di Camera e Senato, con una serie di grafici, Openpolis ha ripercorso il tragitto dei disegni di legge, la durata della discussione, il successo o invece il fallimento.

Un mutamento storico

Alla fine il risultato è questo: nelle due ultime legislature l’80 per cento delle leggi approvate sono state proposte dal governo e non dai singoli parlamentari. In sintesi sono 565 le leggi sfornate, di cui 440 presentate dai governi. Se confrontiamo i quattro esecutivi, quello che ha il tasso più attivo è il governo Letta (88,89%), quello meno produttivo è targato Monti (68,14%) mentre gli esecutivi Berlusconi e Renzi si equivalgono (80,29% e 80,43%).

Quindi, anche se la Costituzione prevede che la funzione legislativa è esercitata “collettivamente dalle due Camere” (art.70) e che, come stabiliscono gli articoli 76 e 77, l’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non per tempi limitati e per oggetti definiti e che i decreti legge sono previsti per casi di urgenza, in realtà, davvero siamo di fronte ad un mutamento storico. “Se formalmente l’Italia è una repubblica parlamentare questi numeri evidenziano come qualcosa stia cambiando”, si legge nell’introduzione del minidossier di Openpolis. Che evidenzia come in questa legislatura si sia assistito al continuo valzer di cambi di gruppo (a novembre erano 317 i “trasformisti”) e che alla fine l’opposizione reale è stata fatta da Fratelli d’Italia, Lega Nord e Movimento 5 stelle.

Leggi lumaca e leggi lepri

Il divario tra le leggi proposte dall’esecutivo e quelle di iniziativa parlamentare si nota anche nei tempi di approvazione. Occorrono in media 151 giorni per un disegno di legge governativo contro i 375 se si tratta di una proposta parlamentare. Openpolis distingue le leggi lumaca e leggi lepri.

Tra le prime 10 lumaca soltanto due sono proposte dal governo: una è, guarda caso, l’Italicum, per il quale sono stati impiegati 779 giorni, una prova, questa della “indigeribilità” della legge elettorale che tanti maldipancia ha provocato anche alla minoranza Dem. L’altra legge governativa lumaca – e davvero qui si cambia pianeta – è la riforma del codice della nautica da diporto. Ma sono stati necessari oltre due anni per approvare altre leggi di iniziativa parlamentare come quella dell’anticorruzione (796 giorni), degli ecoreati (790), del divorzio breve (733).

La top ten delle leggi lepri naturalmente non ha storia: sono tutte opera dell’esecutivo e sono decreti legge, visto che devono essere convertiti entro 60 giorni. Tra questi troviamo il decreto risarcimento detenuti (37 giorni) e il decreto svuota carceri (38 giorni), approvati anche per evitare la procedura d’infrazione avviata dall’Unione europea contro l’Italia per la condizione disumana delle nostre carceri.

Poche le leggi nate in aula

Dal 2013 sono state 30 le proposte dei singoli parlamentari che su 5135 testi sono arrivati all’approdo finale. Di questi il 73,33% li ha presentati il Partito democratico. Ma se andiamo poi a verificare il tipo di legge approvata, scopriamo che dal 2008 a oggi su 565 leggi approvate, ben il 36,8% (205) sono ratifiche di trattati e il 26,55% (150) sono conversioni in legge di decreti. Quindi di leggi nate in aula ce ne sono veramente poche. Di queste quelle ordinarie sono il 20,71%, le altre sono o deleghe al Governo (8,14%) oppure riguardano il bilancio (5,31%) o collegate alla manovra finanziaria (2,30%) e infine ci sono quelle costituzionali (0,71%).

 Sorprese nel voto finale

Openpolis scandaglia anche il voto finale che porta all’approvazione della legge. E si scopre così che, prendendo il Pd come punto di riferimento, su 435 voti finali in 104 occasioni (23,01%) tutti i gruppi alla Camera e al Senato hanno votato con il Pd. Si scopre anche che alla Camera Sel ha votato il 52% delle volte in linea con il Pd e al Senato invece solo Lega Nord e Movimento 5 stelle hanno votato più del 50% delle volte diversamente dal Pd. Comunque sono i terremoti interni ai partiti (soprattutto di centrodestra, come la scissione tra Forza Italia e Nuovo centrodestra) dal 2013 a oggi a determinare cambi di voto finale. I voti pan-partisam, inoltre, che hanno interessato tutti i partiti, si trovano solo nella ratifica di trattati internazionali. Infine il ricorso alla fiducia: il record spetta a Monti (45,13%) poi viene Renzi (34,6%) mentre il più parco è stato Berlusconi con solo il 16,42%. Il governo dei tecnici del professor Monti ha spinto molto sull’acceleratore, soprattutto sulla riforma del lavoro, fiscale, il decreto sviluppo ecc. Ma anche Renzi non scherza. E infatti Jobs act, riforma Pa, Italicum, Stabilità e decreto competitività sono stati approvati solo a colpi di fiducia.

Ecco il premierato all’italiana come suggerisce Openpolis: le leggi non nascono da una discussione parlamentare o comunque dalla funzione degli eletti di rappresentare i bisogni dei cittadini e della società che cambia, ma nascono dall’alto. E dall’alto viene deciso il voto. Senza scelta.

La Corea del Nord sostiene di aver effettuato un test di bomba all’idrogeno

La US Geological Survey ha registrato un terremoto superficiale di magnitudo 5.1 a circa 20 miglia dalla struttura di Punggye-ri, in Corea del Nord. Attività sismiche le hanno registrate anche le agenzie cinese e giapponese. E’ qui che il regime di Pyongyang aveva effettuato tre test nucleari. E la scorsa notte ne ha effettuato un quarto. O almeno così ha annunciato la televisione nazionale. L’annunciatore ha spiegato che si è trattato di un test di bomba all’idrogeno: «La Corea del Nord è stata costretta a sviluppare il suo arsenale nucleare a causa della politica ostile degli Stati Uniti – ha detto la Tv – Tuttavia, in quanto nazione pacifica, la Corea del Nord sarà responsabile e non userà il suo potere nucleare per prima e non trasferirà tecnologie ad altri. Siamo diventati una grande potenza nucleare». Il test giunge a due giorni dal compleanno del leader nordcoreano,

A dire il vero, l’Agenzia Meteorologica del Giappone ha detto che è improbabile che si sia trattati davvero di una bomba all’idrogeno, che sarebbe un salto di qualità dal punto di vista della capacità nucleare nordcoreana e avrebbe prodotto una scossa molto più grande. La scossa provocata dal test è in tutto simile a quelle rilevate nei test precedenti, quando si testava una “semplice” bomba atomica. Non si tratterebbe insomma di un salto in avanti nello sviluppo di un’arma più potente.

Nonostante fossero quasi tre anni che Pyongyang non effettuava esperimenti come quello di ieri, l’esplosione non è una sorpresa: i satelliti sopra il Paese avevano individuato attività di scavo di un tunnel attorno al sito del test. Il test del 2013 era stato condanato come una violazione dal Consiglio di sicurezza Onu, dove siede anche la Cina, migliore alleato di Kim.

Il test è comunque una violazione delle risoluzioni Onu e degli accordi internazionali, ma è difficile capire come sanzionarlo. La Corea è già piuttosto isolata e non sarà la condanna di Stati Uniti e Giappone a far fare un passo indietro a Kim, a cui il programma nucleare serve soprattutto come forma di legittimazione interna e per avere delle carte da giocare nelle relazioni internazionali.

Il premier giapponese Shinzo Abe ha condannato il test come una «Seria minaccia alla sicurezza nazionale», cosi pure gli americani. Pyongyang sta tra l’altro continuando a testare missili balistici lanciati da sottomarini. La Corea non ha ancora la tecnologia per riuscire, ma la direzione è quella ed è preoccupante per via dell’imprevidibilità del regime.

 

Schengen, l’Italia pensa di chiudere il confine sloveno. Ma in Slovenia i cittadini chiedono di abbattere il filo spinato

Giù quel filo spinato entro primavera o sarà referendum. Seimila sloveni (su due milioni di abitanti totali) hanno firmato una petizione per protestare contro la barriera tirata su lo scorso 11 novembre al confine con la Croazia, dal governo di centrosinistra guidato da Miro Cerar, per contrastare l’ingresso nel Paese dei migranti che viaggiano sulla rotta balcanica: 140 chilometri di filo spinato che attraversano 17 Comuni e per il quale il governo sloveno ha speso 2 milioni di euro.

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Leggi anche: Rifugiati, ecco il muro in Slovenia

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Intanto, al confine italiano, la Slovenia rischia di trovarsi le barriere italiche chiuse, così dal Viminale dicono alcune indiscrezioni riportate dal Corriere della sera. Perché anche Roma – dopo Svezia, Danimarca, Norvegia (che non fa parte dell’Unione ma dello spazio Schengen), Austria, Germania e Francia – adesso pensa di reintrodurre i controlli alle frontiere, proprio al confine sloveno, in vista dei 300-400 arrivi terrestri settimanali (in Slovenia la media giornaliera è di 5.012 profughi). Insomma, mentre la rotta balcanica sgretola Schengen – come altro definire quanto accade nello spazio dopo che ben sei Stati hanno deciso di sospendere la libera circolazione? – proprio dalla Slovenia, cuore della balcan route, arrivano segnali di umana e “comunitaria” ragionevolezza. Non solo con le firme, che adesso verranno usate per chiedere un referendum, ma anche con manifestazioni e marce. E la protesta non è andata in vacanza. A Istria, per esempio, è stato allestito un presepe con il filo spinato. Quel filo spinato deve sparire entro la primavera, ha detto senza peli sulla lingua Naraša Letik Žagar, portavoce dell’Associazione turistico sportiva di Kostel, altrimenti saranno gli abitanti stessi a rimuoverlo: «Questo per rimuovere questo ostacolo artificiale che separa la gente unita dalla storia comune e dall’amicizia».

Per le vie che costeggiano il fiume Kolpa, che costituisce il confine naturale tra Slovenia e Croazia con i suoi 296 Km (sui 670 del confine) si sente parlare di «pazzia» e «stupidaggine» in riferimento alla decisione di dividere sloveni e croati. Persino l’ex ministro della Difesa, Janko Veber ha dichiarato che, secondo le informazioni in suo possesso, se non ci fosse il filo spinato i migranti attraverserebbero il confine anche attraverso il fiume e ha proposto la creazione di una difesa territoriale organizzata come la protezione civile per garantire la sicurezza e gestire il flusso dei profughi.

Una veduta aerea mostra un gruppo di rifugiati a Rigonce, in Slovenia, che hanno appena passato il confine dalla Croazia
(Una veduta aerea mostra un gruppo di rifugiati a Rigonce, in Slovenia, che hanno appena passato il confine dalla Croazia)

Ma il premier sloveno, Miro Cerar non fa nemmeno un passo indietro: «Gli strumenti tecnici», così il primo ministro chiama il filo spinato, sono, per lui, indispensabili: «Tra qualche mese potremo di nuovo essere sommersi da un enorme marea di migranti e per questo dobbiamo prepararci seriamente». Il governo di Lubiana, insomma, non intende rimuovere quella barriera perché in Turchia ci sono circa 2 milioni e mezzo di profughi siriani in attesa di intraprendere la rotta balcanica, perciò si attende la forte ripresa del flusso a partire dalla primavera. La Slovenia, con una capacità ricettiva di 9mila persone, teme la catastrofe umanitaria se a raggiungere il Paese fossero flussi di 20mila rifugiati.

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Oltre le persone, poi, nel mirino anche gli animali. Le denunce sono arrivate anche da associazioni internazionali ambientaliste e animaliste: lo Iucn ha denunciato la posa del filo spinato come una chiara violazione da parte della Slovenia del progetto europeo Life+Dinalp Bear che coinvolge oltre che la Slovenia, anche la Croazia, l’Italia e l’Austria per la salvaguardia e la protezione dell’orso bruno e di Nature 2000 che garantisce il libero passaggio degli animali selvatici nella zona in cui ora corre il filo spinato.
Infine vediamo alcuni numeri. E la Croazia? Ha già inviato sette note di protesta per le vie diplomatiche. Zagabria ha inoltrato una protesta ufficiale a Lubiana, una lettera alla Commissione europea, perché il muro di filo spinato ostacola gli spostamenti naturali degli animali selvatici ed è pertanto in violazione delle direttive Ue sulla tutela degli habitat naturali e della protezione dell’ambiente.
Cervi, volpi, conigli e altri animali selvatici continuano a morire lungo la barriera, perché rimangono impigliati nel groviglio di filo spinato. Infine, la Croazia chiede la rimozione immediata del filo spinato laddove questo entra in territorio croato violando le leggi internazionali.

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Raqqa, uccisa da Daesh perché raccontava la vita sotto il Califfato

I miliziani dell’ISIS hanno ucciso una attivista donna di Raqqa. Ne danno notizia i giornalisti volontari che animano il sito e l’account twitter Raqqa is being slaughtered silently, Raqqa viene macellata in silenzio, che raccontano la vita nel Califfato e quella sotto le bombe che colpiscono la città. A essere uccisa è Ruqia Hassan, 30 anni, accusata di essere una spia dei ribelli anti Assad laici del Free Siryan Army, e uccisa a settembre dopo essere stata sequestrata ad agosto. Per mesi l’ISIS aveva sostenuto che la donna era ancora viva, oggi la conferma dell’uccisione.
Ruqia Hassan, che aveva studiato filosofia ad Aleppo e scriveva usando lo pseudonimo di Nissan Ibrahim, raccontava la vita di tutti i giorni dei residenti della capitale del Califfato dai suoi account sui social media. La giovane donna era passata all’opposizione all’inizio della rivolta anti Assad e non aveva lasciato la città quando questa era stata occupata da Daesh.

Hassan postava messaggi su Facebook su come si sentiva e parlava della musica che ascoltava. Le sue ultime parole pubbliche, che facevano seguito alla minaccia di morte, sono state diffuse proprio dal gruppo di Raqqa is being slaughtered silently: «Sono a Raqqa e ho ricevuto minacce di morte, quando l’ISIS mi arresterà e decapiterà mi sarà rimasta la dignità e non avrò vissuto subendo umiliazioni»

Obama userà i poteri presidenziali per limitare la circolazione di armi da fuoco

L’ultima strage che ha fatto notizia è quella di San Bernardino, che certo è anche un attacco terroristico, ma condotto da una coppia X che si era procurata legalmente un arsenale. In un Paese normale sarebbe stata una cosa sospetta, nell’America della libera circolazione di armi, no: Syed Rizwan Farook e Tashfeen Malik hanno potuto comprare fucili, uscire e uccidere.

L’amministrazione Obama, che a fine anno aveva parlato della circolazione senza limiti delle armi come di una priorità, annuncerà oggi una serie di misure volte a contenere l’epidemia di piombo con un executive order, un decreto presidenziale. (qui il tweet che lo annuncia, o quasi)

Il pacchetto che Obama ha in programma di presentare oggi prevede dieci disposizioni. La prima è quella per cui chi vende armi online e alle fiere debba avere una licenza speciale. La rete e gli show sono i luoghi in cui la gente compra fucili e pistole anche fuori dal proprio Stato (magari aggirandone le rare leggi restrittive). Questi venditori, prima di vendere qualcosa dovrebbero fare controlli su chi acquista. Già, perché oggi non è necessario: al Baghdadi e Al Capone potrebbero tranquillamente dotarsi di un fucile a pompa senza che nessuno dicesse loro nulla. Una ricerca di Harvard su 3mila possessori di armi da fuoco ha infatti rilevato che uno su tre non era stato controllato in nessun modo.
Obama destinerà 500 milioni di dollari per la cura delle malattie mentali e prevederà che le armi da fuoco perse durante il trasporto tra un produttore e un venditore vengano segnalate alle autorità federali. Spesso succede che il venditore venda e dichiari di averle perse nel trasporto: un’indagine federale ha trovato un rivenditore che aveva “perso” 1300 armi da fuoco lo scorso anno. Tutte banalità no? Eppure oggi non sono previste.

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L’FBI avvierà l’assunzione di 230 esaminatori aggiuntivi e altro personale per aiutare a avere personale addetto ai controlli 24 ore al giorno.Inoltre verrà creato un nuovo centro del Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and explosives (le armi sono sotto la stessa agenzia delle sigarette, che fanno male entrambe), per monitorare e reprimere il traffico illegale.

Non si tratta di scelte capaci di cambiare davvero la situazione, ma di limitare gli effetti di una totale mancanza di regole su cui il presidente, senza il Congresso, non può fare molto di più. Obama e il Segretario alla Giustizia Loretta Lynch sono certi che le misure siano costituzionali – nel senso che non violano il famigerato secondo emendamento che in teoria difende il diritto di portare armi ma anche che si tratti di misure che il presidente può assumere. La scelta di ricorrere all’ordine presidenziale è dettata dalla totale mancanza di collaborazione dei repubblicani, che hanno la maggioranza in Congresso, su questa materia, più che su altre. Lo speaker Paul Ryan, il leader dei repubblicani alla Camera, ha già detto che il presidente sta andando oltre i suoi poteri costituzionali, un modo per criticare le misure di buon senso e cercare i bloccarle, senza parlare delle armi.

La lobby delle armi li foraggia e preme sulle assemblee statali per ottenere leggi che favoriscano la circolazione di armi. Un esempio perfetto è quelle della legge appena approvata in Texas, dove a tutti è consentito di girare con la pistola nella fondina. Un tipico esempio di quell’estremismo dal quale il partito repubblicano sembra prigioniero e che consente a un personaggio discutibile come Donald Trump di essere avanti nei sondaggi delle primarie.

I numeri della strage da armi da fuoco negli Stati Uniti

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