Home Blog Pagina 1259

La Danimarca si appresta a sequestrare gli oggetti di valore ai rifugiati

Il governo danese tiene alla larga i rifugiati. Per quelli che lo hanno eletto si tratta di un buon risultato, per la civiltà europea e per la presunta superiorità del modello scandinavo è un colossale passo indietro.
L’ultima idea della politica danese, dove governa un esecutivo di minoranza formato interamente dal partito di destra centro Venstre, partito conservatore forte nelle aree agricole del Paese, è quella di sequestrare i gioielli e beni di valore ai rifugiati che arrivano o già presenti nel Paese. Avete letto bene.

Come spiega una mail dell’ufficio stampa del ministro dell’integrazione a diversi media anglosassoni:«Il disegno di legge consente alle autorità danesi di perquisire vestiti e bagagli dei richiedenti asilo – e degli altri migranti senza permesso di soggiorno in Danimarca – in cerca di beni che possano coprire le spese». La legge è stata depositata in Parlamento il 10 dicembre ed ha buone probabilità di essere approvata.

Le autorità lascerebbero ai rifugiati gli oggetti cari, gli orologi, i cellulari e le altre cose il cui valore non supera una cifra intorno ai 400 dollari. Anche se, con una battuta in televisione, Martin Henriksen, leader dello xenofobo Dansk Folksparti (Partito del popolo danese, 21.% alle ultime elezioni, quando ha quasi raddopiiato i voti), ha detto che anche gli anelli nuziali andrebbero sequestrati. Henriksen, nella foto qui sotto, si è rimangiato la battuta, ma il tono del suo partito è quello: «Se hanno i soldi, che si paghino le spese di assistenza e welfare per conto loro». Che confligge in maniera clamorosa con l’idea di accoglienza. Difficile immaginare come chi ha attraversato il mare su un barcone e l’Europa a piedi abbia risorse sufficienti. Togliere ai rifugiati mille dollari significa togliere loro un poco di quel che hanno, non pagare i costi dell’accoglienza. La legge, insomma, è un classico esempio di propaganda populista e xenofoba, oltre a essere l’ennesimo segnale da parte della Danimarca verso i rifugiati e richiedenti asilo: qui non vi vogliamo.

Negli ultimi mesi, la Danimarca ha fatto di tutto per mandare questo messaggio a chi fugge dalle guerre, comprando una pagina in arabo sui quotidiani libanesi che spiegava, sotto il titolo “Non venire in Danimarca”, perché i rifugiati non vengono accolti bene e tagliando del 50% i servizi di welfare per le persone rifugiate o richiedenti asilo. Nei giorni di alta tensione, quando tutti i Paesi chiudevano le frontiere, Copenaghen aveva anche chiuso le strade di accesso dalla Germania.

Il richiamo al sequestro dei beni di valore agli ebrei durante l’occupazione nazista è inevitabile. Non è la stessa cosa, ma i segnali che arrivano da molti Paesi europei in materia di immigrazione sono spaventosi.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/minomazz” target=”on” ][/social_link]@minomazz

Le foto del nuovo allarme inquinamento a Pechino

A file picture dated 01 December 2015 shows a man wearing a mask as he walks on a bridge shrouded in smog in Beijing, China. Beijing issued a red alert for smog on 18 December 2015, urging schools to close and residents to stay indoors for the second time in 10 days. Restrictions begin on 19 December and last until 22 December, the city's emergency management headquarters announced on the Beijing government website. Measures included pausing factory work and restricting road traffic, except electric vehicles. The alert reflects a forecast of three days of PM2.5 - airborne particulate matter 2.5 microns and smaller - levels above 200 micrograms per cubic meter. PM2.5 pollution is fine enough to penetrate deep into the lungs, and is associated with increased risk of heart attack, stroke, lung cancer and asthma. ANSA/HOW HWEE YOUNG

Le autorità di Pechino hanno emanato un nuovo ordine di chiusura delle scuole, fabbriche inquinanti e limitazioni alla circolazione dopo che le polveri sottili nell’aria della capitale cinese hanno superato di nuovo i livelli di guardia. Il massimo allarme durerà dalle 7 di sabato fino alla mezzanotte di martedì, ha detto l’Ufficio meteorologico di Pechino aggiungendo che a livello nazionale, l’area dove l’aria è irrespirabile è in realtà molto ampia: da Xian a Herbin.

Il nuovo, cupo, Bowie è arrivato

Il nuovo singolo di David Bowie si ascolta da ieri online. Si intitola Lazarus ed è contenuto in Blackstar, o meglio: ★. Lazarus è anche la prima canzone che Michael C. Hall (che chi segue le serie Tv conosce per Dexter e Six Feet Under) canta nel musical in scena off Broadway scritto dal cantante britannico, una specie di sequel di L’uomo che cadde sulla terra – solo il protagonista, l’alieno Thomas Jerome Newton – torna nel nuovo lavoro.

★ esce l’8 gennaio, che è anche il compleanno di Bowie ed è prodotto da Tony Visconti, che lavora con il Duca Bianco (che non si chiama più così da un bel po’) da Space Oddity, uscito nel 1976. I primi due pezzo sono notevoli.

Bowie non si esibisce in pubblico dal 2006 e non rilascia interviste dal 2004, quando un attacco di cuore interruppe il suo ultimo tour. Qui sotto l’audio di Lazarus, sotto ancora il video di Blackstar.

 


La politica del nome prima ancora della strategia

oto Roberto Monaldo / LaPresse 07-05-2014 Roma Politica Expo 2015 - Presentazione della partecipazione del sistema delle Nazioni Unite all'esposizione Universale Nella foto Giuseppe Sala Photo Roberto Monaldo / LaPresse 07-05-2014 Rome (Italy) Expo 2015 - Event in honor of the UN Secretary-General, Ban Ki-Moon In the photo Giuseppe Sala

Guardate in giro: a Milano, Napoli e altre città che si preparano alle amministrative ancora non si è capito che idea abbiano alcuni candidati rispetto agli altri. Per Palazzo Marino, ad esempio, si sa di Sala come ha gestito Expo (anche se continuano a mancare chiari i numeri ufficiali) e si sa, da sue interviste, quanto ogni mattina si svegli sentendosi di sinistra: la Milano che ha in mente è un passaggio solo secondario alla comunicazione del suo passato prossimo.

Ci sono nomi che dovrebbero rappresentare una garanzia, sventolati come bandiera di un’idea ma scordandosi spesso magari di illustrarcela, l’idea, almeno un paio di sfida o di una decina di tweet. Vi ricordate Bertolaso? Era l’uomo giusto per risolvere qualsiasi conflitto politico sulla gestione delle emergenze: Bertoldo, ormai, era diventato la citrosodina che fa sempre bene prendere prima di andare a dormire, sia dopo una cena pesante, sia dopo un po’ di freddo o semplicemente per prevenire i mali che potrebbero arrivare alla mattina dopo. Mal di pancia? Bertolaso. Giramenti di testa? Bertolaso. Un G8 Bertolaso? Terremoto? Bertolaso.

Avevamo pensato (e scritto in molti) che ancora una volta la politica si fosse appiattita sull’immagine dell’uomo solo al comando. Dicevano che fosse la berlusconite, in fondo, ad avere infettato i gangli del potere. E ci ha fatto comodo credere e sperare che fosse un male solo passeggero.

Il nuovo Bertolaso, oggi, fine 2015, si chiama Raffaele Cantone e dovrebbe bastare, secondo Renzi e i suoi, sentirne pronunciato il nome per dissipare qualsiasi dubbio. Così mentre il Governo annuncia baldanzoso l’intenzione di lasciare gestire gli arbitrati per la spinosa questione dei cittadini truffati dalle banche, si demolisce in un colpo solo tutto l’apparato di controllo che dovrebbe prevenire e tutelare il Paese da eventi simili. E fa specie che Cantone, uomo delle istituzioni, debba finire per mangiarsi le istituzioni stesse in nome di una granitica etica personale.

Non è un gesto politico quello di nominare una guida senza avere prima illustrato la strategia. Non si può pensare che al Paese basti sapere di avere un esercito forte se non si conoscono le regole d’ingaggio. E per questo è necessario pretendere, da Reni e i suoi, chiarezza sulle modalità piuttosto che sulle facce. Questa è amministrazione e politica die conflitti: non è un reality show.

Portogallo, prima mossa del governo Costa: aumenta il salario minimo

O secretário-geral do PS, António Costa, à saida da reunião com o PSD e CDS-PP para discutir o novo quadro parlamentar e formação do Governo, na sede do PSD, em Lisboa, 9 de outubro de 2015. MÁRIO CRUZ/LUSA

La lotta del governo Costa all’Europa dell’austerità è cominciata. A partire dal primo gennaio 2016, il salario minimo portoghese passerà da 505 a 530 euro mensili. La decisione è stata annunciata dal ministro della Solidarietà, Lavoro e Sicurezza sociale, José António Vieira da Silva, dopo quella che il ministro ha definito una «discussione intensa e proficua», il nuovo governo portoghese di sinistra-sinistra guidato da Antonio Costa ha preso la sua decisione. Senza unanimità, perciò si terrà un altro incontro il 21 dicembre per cercare di arrivare ad averla, l’unanimità. Ma, a scanso di equivoci, il ministro Vieira da Silva precisa che in assenza di un accordo tra sindacati e imprenditori la decisione finale spetterà comunque all’esecutivo.

In Portogallo il salario minimo – ovvero la paga base riconosciuta per legge ai lavoratori – è stato congelato a quota 485 euro dal 2011 fino a ottobre 2014, ed erano pure troppi secondo la Troika, che nel 2013 ha tentato invano di abbassarlo ulteriormente. Poi, nel settembre del 2014, governo Sócrates e parti sociali siglano un aumento in busta paga di 20 euro, perciò il Smn passa a 505 euro. Adesso arriverà a quota 530 euro.

Chi è il ministro del Lavoro portoghese

502986

Vieira da Silva, economista, 62 anni, deputato socialista. Dal 24 novembre è il nuovo ministro del Lavoro, della Solidarietà e della Sicurezza sociale del governo Costa. Ruolo che ha già occupato nel 2005 durante il primo governo del socialista Sócrates, partecipando a una delle principali riforme del Paese. Nel 2009, sempre con Sócrates è ministro dell’Economia. Dal 2011 è deputato dell’Assembleia da República, nonché uno dei principali consiglieri di António Costa in materia economica.

Chi ha il salario minimo in Europa

salario-minimo_big-copia

Dati Eurostat alla mano, a gennaio 2015, 22 Stati europei contano un salario minimo nazionale.
Dieci, sotto i 500 euro: Bulgaria (184), Romania (218), Lituania (300), Repubblica Ceca (332), Ungheria (333), Lettonia (360), Slovacchia (380) ed Estonia (390).
Cinque, compreso tra 500 e 1000 euro: Portogallo (589), Grecia (684), Malta (720), Spagna (757) e Slovenia (791).
Sette, superiore ai 1000 euro: Regno Unito (1.379), Francia (1.458), Irlanda (1.462), Germania (1.473), Belgio e Olanda (1.502), e Lussemburgo (1.923).
Italia non pervenuta.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/TizianaBarilla” target=”on” ][/social_link] @TizianaBarilla

Occupazione, la Bce bacchetta l’Italia. E nel futuro la crescita minacciata da «rischi geopolitici»

FILE - In this June 6, 2012 file picture the President of the European Central Bank, Mario Draghi, speaks during a press conference in Frankfurt , Germany. European Central Bank head Mario Draghi warned European Union leaders that they should not wait for more emergency help from the central bank to solve the debt crisis rattling the region and instead make the political choices needed to strengthen the euro. Draghi said Friday June 15, 2012 the ECB has supported banks against the ongoing debt crisis with €1 trillion in emergency credit and that now "political choices have become predominant over monetary policy instruments that we can use in the near future." (AP Photo/dapd/Mario Vedder)

La Bce bacchetta l’Italia. Siamo la maglia nera nell’Eurozona quanto a numero di nuovi occupati. Addirittura la povera Grecia oppressa dal debito ha prodotto più occupazioni di noi. Il periodo preso in considerazione e analizzato nel bollettino mensile della Banca centrale europea reso noto oggi è quello che va dal secondo trimestre 2013 al primo 2015. Mentre la Germania e la Spagna (sì, il Paese schiacciato qualche anno fa dalla bolla immobiliare) detengono i primi posti e hanno contribuito per quasi per quasi due terzi all’incremento complessivo del numero di occupati con apporti pari rispettivamente a 592.000 e 724.000 unità, l’Italia insieme alla Francia è il fanalino di coda. «I livelli occupazionali di Francia e Italia – si legge – sono aumentati, nell’ordine, di appena 190.000 e 127.000 unità, pari all’incirca al 15% del rialzo per l’insieme dell’area dell’euro».

Queste cifre sono indicative di un problema ben più complesso. E l’analisi della Bce verte sul fatto che «la crisi ha esercitato un impatto avverso ben più persistente sull’occupazione complessiva, che è rimasta pressoché invariata, in controtendenza rispetto all’insieme dell’area dell’euro e alle sue economie più piccole». Questo significa che la reazione alla crisi non c’è stata e che le politiche dei governi come quello italiano sono state troppo deboli. La Spagna, per esempio, pur soffrendo moltissimo nella prima fase di quella che ormai è stata chiamata Grande recessione, è riuscita a recuperare anche se non è ancora a livelli delle altre grandi economie dell’Eurozona.

Gli altri Paesi, aggiunge Francoforte, hanno fornito un contributo totale di 252.000 unità, in seguito al netto recupero congiunturale dell’occupazione in molte delle economie più colpite dalla crisi. Inoltre, sottolinea la Bce, l’Italia insieme alla Spagna è il Paese in cui l’occupazione femminile è cresciuta di meno nello stesso periodo.

Il bollettino Bce non fa presagire un futuro roseo. Al di là della vigilanza stretta che farà la Bce per seguire « l’evoluzione delle prospettive per la stabilità dei prezzi», con «la volontà e la capacità di agire, se necessario, ricorrendo a tutti gli strumenti disponibili nell’ambito del proprio mandato per mantenere il grado appropriato di accomodamento monetario», ci sono dei rischi che incombono. E questa volta «sono rischi geopolitici di ampia portata». Rischi, si legge ancora nel bollettino, «potenzialmente in grado di influire sulla crescita mondiale e sulla domanda esterna di export, nonché sulla fiducia».

Questa l’analisi della Bce sull’andamento dell’occupazione in Italia. Il periodo considerato non prevede gli effetti del Jobs act. Ma anche la riforma renziana che ha scardinato lo Statuto dei lavoratori, non ha per il momento, prodotto un balzo in avanti nell’occupazione.


 

Leggi anche: Il Jobs act non ha funzionato, tre economisti analizzano i dati sull’occupazione 


 

5 anni fa moriva Mohamed Bouazizi e iniziava la primavera araba

©PHOTOPQR/LE PARISIEN/Philippe de Poulpiquet ; Sidi Bouzid, Tunisie le 20/01/2011 - A Sidi Bouzid, la ville où s'est immolé Mohamed Bouazizi, devenu martyr. La mère de Mohamed Bouazizi montre le portrait de son fils disparu. Sidi Bouzid aftermarth - Style life in the city of Sidi Bouzid, Tunisia where Bouazizi, a university-educated street vendor who burned himself alive after Tunisia’s police confiscated his goods. He helped launch the massive protests that brought down dictator Zine-El-Abidine-Ben-Ali last weeks. Her mother shows a photography of Bouazizi

Era il 17 Dicembre 2010 quando Mohamed Bouazizi, 26 anni, decide di cospargersi di gasolio e darsi fuoco di fronte alla sede del governo della cittadina di Sidi Bouzid. A scatenare il gesto radicale di protesta l’ennesimo sopruso subito, questa volta da una vigilessa che gli ha sequestrato le poche verdure che sta tentando di vendere abusivamente nella speranza di racimolare qualche soldo. Il gesto estremo di Mohamed arriva velocemente da un lato all’altro della Tunisia grazie soprattutto a facebook, twitter, ai blog e siti web. Mentre Mohamed è ricoverato al centro grandi ustionati di Ben Arous, la sua storia spinge migliaia di giovani tunisini a scendere in strada e raggiungere la piazza dove si è dato fuoco per potrestare contro la povertà, la disoccupazione, la mancanza di libertà di espressione. È l’inizio della primavera araba, un tam tam che attraverso i social dilaga in tutto il Maghreb.

mohamed bouazizi mains

Dopo Mohamed al grido di «no alla miseria, no alla disoccupazione» scelgono lo stesso destino anche Houcine Neji, a soli 24 anni e Lotsi Guadri. Altri tre ci provano in Marocco, ma vengono fermati in tempo. Nel frattempo le condizioni di Mohamed si aggravano e il giovane muore. Ai suoi funerali partecipano 5000 ragazzi, sfidando le forze dell’ordine schierate e il forte clima di tensione in cui si trova il Paese a causa di un dissenso che il governo sembra non riuscire più a tenere a freno.
A un cronista di Maghrebia news, portale d’informazione dei paesi del Maghreb, un diciannovenne racconta: «Sono nato in una baraccopoli. Sono cresciuto con la promessa di essere trasferito in una casa decente. Ma niente. Niente. Niente lavoro, niente formazione. Solo ogni tanto qualche piccolo lavoro senza tutele e a nero. Lo Stato non ha fatto niente per me e questo è il mio modo di vendicarmi per essere stato ignorato». In Tunisia cade il governo di Ben Ali.

Tunisian-protesters-chant-007
Il giornalista Fahmy Howeidi commenta così: «La rivoluzione degli affamati e dei reietti non può essere ignorata ulteriormente. Il messaggio che arriva dalla Tunisia è che la tirannia può estendere la vita di un governo ma non può tenerlo in vita per sempre. Tutti i paesi arabi soffrono di condizioni simili a quelle che hanno dato il via alle proteste tunisine». E infatti ben presto la rabbia per l’ingiustizia scatenata nei giovani arabi dal gesto di Mohamed Bouazizi in Tunisia contagia il Marocco, l’Egitto, lo Yemen. La protesta si trasforma in un vento che soffia su gran parte del mondo arabo per portare al potere dei governi democratici. Nel 2011 il dimostrante per Time è la persona dell’anno.

 

 

 

image

Siria, raccontava i crimini di ISIS e i raid su Raqqa. Giornalista siriano ucciso nella notte

Persone dal coraggio enorme che solo gli addetti ai lavori e le persone ossessionate dalle notizie provenienti dal martoriato Medio oriente conoscono. Sono quelli di Raqqa is being slaughtered silently, Raqqa viene macellata in silenzio, un sito e una serie di account twitter che ci raccontano quotidianamente quel che succede nella città capitale del Califfato. La vita quotidiana, le violenze e anche gli effetti dei bombardamenti.
Senza gente così avremmo solo la propaganda di Daesh e le notizie dei comandi sui raid aerei. Ad esempio non sapremmo che i radi aerei di stanotte hanno ucciso 21 civili tra cui dei vigili del fuoco. Come si legge nel tweet qui sotto.

Uno di loro, Ahmad Mohamed al-Mousa, il fondatore del gruppo, è stato assassinato la scorsa notte da uomini mascherati.  

Almeno altri due membri di Raqqa is being slaughtered slowly erano già stati uccisi. A ottobre, Ibrahim al-Qader Abd era stato ucciso da ISIS aassieme al collega giornalista Fares Hamadi a Urfa, in Turchia. A maggio 2014, era stata la volta di Al-Moutaz Bellah Ibrahim, rapito e ucciso da uomini di Daesh.

Il mese scorso il gruppo è stato premiato con il premio internazionale per la libertà di stampa 2015, dal Committee to Protect Journalists (CPJ) di New York.

Il direttore del CPJ ha dichiarato: «Solo poche settimane fa, circa 900 giornalisti, difensori della libertà di stampa si sono alzati in piedi ad applaudire e celebrare il lavoro del gruppo di Raqqa. Oggi siamo tutti in piedi di nuovo, questa volta per un lutto.» Il discorso di accettazione del premio è nel video qui sotto, ecco un passaggio tradotto:

Siamo stretti tra due forze aggressive e brutali. La prima è quella di un regime criminale, ossessionato dal potere, che pretende di combattere il terrorismo uccidendo bambini. Il secondo diffonde il male e l’ingiustizia, e dipinge il Paese di nero.

Entrambi ci considerano dei criminali perché facciamo sapere al mondo quel che fanno. La semplice menzione del nome di “Raqqa viene macellata in silenzio” è diventato un crimine punibile con la morte.

I membri di “Raqqa viene macellata in silenzio” non sono diversi da nessuno di voi. Noi amiamo la nostra casa e abbiamo ambizioni e il sogno di metter su famiglia e vivere felicemente.

Lavoriamo cone mezzi pacifici di lotta contro forze oscure, e le nostre pubblicazioni hanno un grande impatto  e piantano semi di resistenza pacifica. Effettuiamo campagne graffiti sui muri all’interno delle roccaforti di ISIS, cercando di dimostrare al mondo che noi sconfiggeremo le armi con il pensiero.

كلمة الرقة تذبح بصمت لدى استلام جائزة حرية الصحافة العالمية#الرقة_تذبح_بصمت#Raqqa #ISIS #Syriaكلمة عضو الرقة تذبح بصمت لدى استلام جائزة حرية الصحافة العالمية CPJ Raqqa is Being Slaughtered Silently 2015 IPFA Acceptance Speech CPJ

Posted by ‎الرقة تذبح بصمت Raqqa is Being Slaughtered Silently‎ on Giovedì 26 novembre 2015

Beethoven, Google e la durata dei Cd.

Ludwing Van Beethoven è uno dei più grandi compositori di musica classica vissuti al mondo. Nato a Bonn il 17 dicembre del 1770 ed è morto a Vienna il 26 marzo 1827 ormai completamente sordo. Oggi Google festeggia i 245 anni dalla nascita del genio con un bellissimo doodle musicale. Il player sulla home page del motore di ricerca porta infatti a un’animazione dando la possibilità di giocare a ricomporre nel modo corretto una breve sequenza della quinta sinfonia, il “premio” per chi ci riesce è poter proseguire nella visualizzazione del video e ascoltare qualcuno dei brani più famosi del maestro. In pochi inoltre sanno che fu Beethoven a determinare anche la capacità temporale dei primi Cd che inizialmente fu fissata a 74 minuti e 33 secondi. La motivazione è tanto semplice quanto curiosa: si tratta dell’esatto tempo di riproduzione della nona di Beethoven. Fu la moglie di Norio Ohga, all’epoca vice presidente della Sony, a suggerire al marito di scegliere una capacità che ben si sposasse con uno dei brani di musica classica più noti, appunto la nona sinfonia di Beethoven.

beethoven4

87 ore, il film di Costanza Quatriglio sul caso Mastrogiovanni

costanza-quatriglio-87-ore

Non è solo un film di denuncia, fortissimo e coraggioso, quello che la regista Costanza Quatriglio ha realizzato per raccontare la drammatica vicenda di Francesco  Mastrogiovanni, maestro elementare di Castelnuovo Cilento.

87 ore è anche un lavoro bello e struggente perché la regista, con sensibilità e pudore, cerca di ridare una voce a quella solitaria persona che il 31 luglio 2009 è stato portato via in ambulanza per un Tso e poi, benché fosse calmo, è stato sedato e legato al letto, fino alla morte, avvenuta il 4 agosto dopo quattro giorni di agonia.

Giovedì 17 alle 18 il film viene presentato al Senato da Luigi Manconi, presidente dell’associazione A buon diritto, sperando che possa accendere i riflettori su questo caso e sul processo. Il 28 dicembre il film, che ha il patrocinio di Amnesty International Italia, andrà in onda su Rai3.

«Devo a Manconi, che aveva apprezzato i miei film precedenti, la prima idea di fare questo film. Con Valentina Calderone mi hanno segnalato le immagini della video sorveglianza, che erano state diffuse sul sito de L’Espresso». Quelle immagini che erano di dominio pubblico ma,  anche se senza censure, non raccontavano però la verità più profonda. In quelle crude e agghiaccianti sequenze non c’era il vissuto, non c’era umanità in quella fredda cronaca. Ma proprio da lì,  da quel documento, è nato il film. «Abbiamo cominciato a immaginare come avremmo potuto raccontare questa storia. All’inizio nessuno avrebbe pensato che la narrazione si sarebbe potuta reggere  su quelle immagini  registrate dalla videocamera di una sala di ospedale. Ciò che è avvenuto è stato il frutto di un percorso nato studiando le immagini, la loro durata interna e come vengono percepite. Determinante è stato il corpus di documenti giudiziari e medico-legali. Ho capito che nelle carte avrei trovato la chiave della narrazione. È stato un lavoro di scrittura forse irripetibile, perché basato su immagini preesistenti che però, per certi versi, dovevano essere “rivelate”.

Preparando il film, dalle testimonianze, che idea ti sei fatta di questa persona che prima di questi drammatici fatti non conoscevi?

All’inizio avevo solo quelle immagini che mostravano una persona ridotta a figurina bidimensionale. Ho dovuto fare un grosso sforzo per capire come fosse Mastrogiovanni. C’era molto pudore e molta tenerezza nei suoi confronti da parte dei familiari e degli amici. Attraverso quello che intuivo mi sono fatta l’idea di un uomo di grande dolcezza, un po’ all’antica, che aveva valori, per così dire, assoluti, quasi ancora adolescenziali. Forse con un po’ di romanticismo me lo immagino come un perfetto maestro elementare. Una figura che ti accompagna, ti fa giocare, ti fa riflettere. Certamente è stato un uomo di grandi ideali che è stato bastonato dalla vita.

Aveva già avuto prima di questo episodio altri ricoveri?

Sì. Mentre si avvicinava all’ambulanza, ha detto: “non mi portate a Vallo, che lì mi ammazzano”. Questa sua frase fa scattare miliardi di domande. Tra il 2002 e il 2005 Mastrogiovanni era stato soggetto ad altri tre trattamenti sanitari obbligatori (Tso). Viene da pensare che avesse già visto o vissuto situazioni degradanti e disumane come quelle che poi ha subito nel 2009. Altrimenti non si spiega quella frase. La cosa terribile, però, è che oggi non abbiamo una risposta certa.

Mentre il processo sta andando avanti 87 ore avanza domande importanti, che cosa ti aspetti?

Spero che scaturisca una riflessione pubblica, che si possa tornare a discutere dell’uso della contenzione, perché attualmente non c’è una legge univoca. Esistono dei regolamenti e c’è una disposizione dei primi del Novecento, peraltro oggetto di controversie dal punto di vista della dottrina giuridica. Ma non spetta a me parlarne, ma a chi è competente . Io mi limito a rilevare che in questa storia ci sono due questioni distinte: il Tso e la contenzione meccanica, ma davvero questo deve affrontato da chi è titolato a farlo. Io mi sento di dire che se la nipote di Mastrogiovanni, Grazia Serra, avesse avuto la consapevolezza del proprio diritto nell’oltrepassare quella porta dal vetro oscurato, forse  sarebbe ancora vivo. Questo film apre uno squarcio sulla nostra responsabilità individuale. Come cittadini dovremmo vigilare sui nostri stessi diritti. E sui nostri stessi obblighi, che sono altrettanto dirimenti, perché c’è l’obbligo di attenzione verso l’essere umano, l’obbligo di cura, quello che è mancato a Mastrogiovanni.

Vedendo questo film forte, toccante, che toglie il respiro, nella testa rimbomba una domanda: perché in quel reparto psichiatrico lo hanno lasciato morire?

Non ci sono risposte  logiche e razionali. Ho trovato una risposta in quel modo di guardare quel corpo attraverso le videocamere dell’ospedale. Quell’occhio lo osserva in modo procedurale, meccanico. Nel momento in cui ho capito che la risposta per me da cineasta stava in quello sguardo, ho capito che era giusto fare il film.

Mastrogiovanni era guardato a vista ma non curato…

Qui tutto è delegato alla meccanica, non c’è rapporto umano. Tutto diventa freddo, distante, disumano. In quello sguardo reificante c’è la causa dell’accaduto. Questa è la risposta che mi sono data. Altrimenti è il mondo dell’insensatezza. Non mi sento neanche di attribuire a quel comportamento da parte del personale intenzioni cospiratorie. Davvero sono convinta che quel modo di guardare abbia determinato la fine di Mastrogiovanni. Era visto come una cosa, un corpo, privato di ogni dignità. Non solo chi guarda attraverso il video ma anche tutti gli altri in quella stanza sono come dei robot che si muovono meccanicamente accanto ad un mero corpo.

La sensazione che si ha è che Mastrogiovanni sia stato annullato come persona.

Sì sono d’accordo, esiste solo il corpo di Mastrogiovanni, la persona non esiste per chi lavora là attorno. E per chi poi pulisce e sistema la stanza come se lui non fosse mai stato là. Il massimo della visibilità attraverso le telecamere corrisponde qui al massimo della invisibilità. L’uso del video in 87 ore serve a questo,  come spettatore ti mette in una posizione insopportabile, ti costringe ad assumere qual punto di vista meccanico, disumano e disumanizzante e poi a poco a poco cominci a renderti conto di tutto questo. In questo contesto la persona Matrogiovanni può essere solo evocata in quel prologo iniziale in cui le voci, in sua assenza, davanti alla mare, ci fanno intuire la sua realtà di uomo.

E nelle parole della canzone finale, quasi un controcanto poetico alla crudezza della immagini. Come avete lavorato sulla partitura realizzata con Marco Messina, 99 Posse, Sacha Ricci?

Anche cercando di rendere la drammaticità della situazione attraverso suoni d’ambiente che arriavno all’orecchio in modo ovattato, come da lontano. Come potrebbero essere percepiti da chi è lungamente in apnea, da chi sta annegando. L’acqua è un elemento importante del film, come metafora di un elemento generatore, ma anche in tutta la molteplicità dei significati anche letterari che può assumere il tema della morte per acqua.

“Io stavo male e mi hanno ucciso” dice una voce furi campo nel film. Eliminare la persona, invece della malattia, questo lo facevano i nazisti.  Il caso di Mastrogiovanni ci mette davanti a un drammatico fallimento della cura?

È il fallimento dell’umano, mi sento di dire così. In tutto il percorso ad ostacoli per realizzare questo film ho ragionato in termini umano-disumano, più che in termini di rapporto medico-paziente, perché di fatto siamo davanti a una situazione paradossale, lui entra in un luogo di cura delle malattie psichiche e ne esce morto. 5 giorni dopo.

[huge_it_gallery id=”79″]

[social_link type=”twitter” url=”http://twitter.com/simonamaggiorel” target=”” ][/social_link] @simonamaggiorell