PREMIER MATTEO RENZI IN VIA DANTE DOPO LA VISITA ALLA SEDE EXPO IN VIA ROVELLO, NELLA FOTO RAFFAELE CANTONE - SAVOIA CATTANEO FARAVELLI - fotografo: fotogramma
Ospite a Bologna di un incontro organizzato dall’associazione Avviso Pubblico Raffaele Cantone, ex magistrato in prima linea contro la camorra ora presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione ha dichiarato:
“Per troppo tempo si è fatta passare l’idea che le mafie esistessero solo sotto il Garigliano. Non era così. Però adesso non bisogna arrivare a ritenere che tutta l’Italia sia un sistema mafioso. Che ci fossero infiltrazioni credo fosse scontato, le mafie sono organizzazioni economiche e si recano nei luoghi dove possono fare affari. Da qui però a pensare che ci sono fenomeni di infiltrazione o di presenza massiccia secondo me ce ne passa”
Dice insomma Cantone che se tutto è mafia finisce in retorica e che quindi non bisogna esagerare nel vedere troppe infiltrazioni al nord. Lo dice in quella Emilia Romagna che non ha ancora lasciato posare la polvere dagli ultimi arresti che hanno scoperchiato il potere del sistema criminale. Smentisce, in pratica, Cantone ciò che da tempo dichiarano le direzioni distrettuali antimafia (e esimi studiosi del tema) che già da tempo ritengono insufficiente parlare di “infiltrazioni” preferendo termini ben più robusti come “colonizzazione” e sinonimi.
Un magistrato che decide di impegnarsi in un ruolo politico (cosa di per sé apprezzabile se fatta con il giusto impegno e senso di responsabilità che certo a Cantone non manca) deve imparare il più in fretta possibile che le differenza rispetto alla mansione strettamente giuridica parte soprattutto dalla responsabilità nella scelta e nell’uso delle parole. Se è vero che ad un giudice o un magistrato chiediamo di portare risultati concreti (condanne o assoluzioni) alla classe dirigente (in ruoli così apicali) si chiede soprattutto una misurata propensione alle parole più giuste per misurare la temperatura sociale. E oggi, in un nord che ancora cerca appena può di svicolare da vicende di mafie e malaffare preferendo la più borghese e semplice corruzione, accusare di retorica la perdurante e ostinata analisi di chi strenuamente sottolinea la pervasività mafiosa è un gesto di cui ci si deve prendere tutte le responsabilità
Qualcuno tra Cantone e la Borsini quindi sbaglia, dice il falso ed esagera (o al rialzo o al ribasso). E a farci una pessima figura non è tanto questo o quel magistrato o studioso (il lavoro mirabile della Commissione Antimafia “di saggi” del Comune di Milano guidata da Nando Dalla chiesa dà regolarmente le dimensioni del pericolo, ben diverso dalla scrollata di spalle di Cantone) ma soprattutto la chiave di lettura generale del fenomeno mafioso. Nutrire dubbi sul potere mafioso è il miglior favore che si possa fare a chi negli anni ha sempre sfruttato al massimo la sottostima del pericolo.
Avrebbe potuto, Cantone, forse dire di non incorrere nell’errore di vedere mafia dappertutto oppure chiarire che le mafie seguono i soldi più che puntare le regioni; avrebbe potuto chiedere una conoscenza approfondita del tema senza lasciarsi andare semplicemente ad un’indignazione generale oppure avrebbe (ancora meglio) potuto citare esempi concreti di allarmismo ingiustificato.
Ne è uscito, invece, una di quelle frase bisbigliate di solito dai politici che preferiscono rispondere ad altro o, peggio ancora, deridere sotto traccia che chiede un’allerta sempre presente.
Insomma: ha toppato. Perché non c’è niente di peggio di un magistrato (dalla storia dell’uomo senza macchia) che sembra intorpidito nella dichiarazione perfettamente convergente con la tranquillità di stato. rivestendo un ruolo che richiede piuttosto un buon agitatore. Non smussabile, preferibilmente.
«Lo dicevo ieri in un video: “Bugani elimina ed eliminerà quelli che lo criticano”. Detto fatto. Bugani ha dato l’ordine. Casaleggio ha eseguito. Mi è arrivata la mail dallo “Staff”. Sono stato espulso»
In realtà, Andraghetti è stato solo sospeso, come si può leggere nella mail che Left ha potuto visionare. Espulso, lo sarà fra dieci giorni se non presenterà delle «controdeduzioni» alle «segnalazioni che ci sono pervenute», e che in ogni caso dovranno essere accettate dal fatidico staff. Dieci giorni: quanto basta per far scadere i termini di presentazione della lista alternativa di candidati M5s, che Andraghetti aveva già pronta.
E nulla fa, che lo sfidante abbia raccolto centinaia di firme di attivisti ed eletti 5 stelle che chiedevano le primarie invocando per altro i dettami del non-Statuto. Nulla fa se la suddetta lista, di 26 persone, corredata di tutti i certificati e documenti richiesti, era pronta per essere spedita allo staff, entro i termini richiesti (ci sarebbe stato tempo fino al 21 dicembre). L’aveva annunciata proprio ieri: «Lista di candidati completa (26 nomi) e con tutti i documenti per la certificazione pronti da inviare. Ora #Buganirispondi: le accetti le primarie carta e penna?».
Massimo Bugani, dal canto suo, tace. Oggi la risposta arriva a mezzo staff. Ma come mai? Come funzionano le regole in questo Movimento, che proprio il nome della coerenza, la sacrifica cambiando le regole di volta in volta? Una cosa appare evidente: non sono ammesse sfide, in questa democrazia partecipata che, quantomeno a Bologna, non è più né l’una né l’altra.
Tra le motivazioni, l’aver partecipato come relatore a una riunione di Alternativa Libera, gruppo dei fuoriusciti del M5s, per altro candidato con una propria lista civica alle comunali felsinee.
E in ogni caso, aver «violato l’obbligo di non promuovere pubblicamente iniziative politiche al di fuori del blog ed in contrasto con le regole del MoVimento 5 Stelle, in aperta contrapposizione con l’azione politica del MoVimento e della lista civica che aveva già ottenuto la certificazione per la partecipazione alle prossime elezioni comunali di Bologna, e tentando addirittura di boicottarne l’azione». Competizione democratica: intollerabile.
Ma c’è una cosa che più di tutte le altre, il blog proprio non può tollerare:
Le suddette violazioni, ciascuna delle quali costituisce ex sé motivo autonomo di espulsione dal MoVimento 5 Stelle, sono peraltro aggravate in relazione al notevole clamore suscitato dai predetti comportamenti, ed ai danni all’immagine del MoVimento 5 Stelle che ne sono derivati o che ne potrebbero derivare.
Sentito da Left, Andraghetti risponde che «il regolamento non impedisce di partecipare come liberi cittadini a riunioni politiche di alcun genere», e che la sua appartenenza ad Al non solo non sussiste, ma era già stata ufficialmente smentita dagli stessi appartenenti al gruppo politico. Soprattutto, spiega Andraghetti: «il famigerato congresso di AL – al quale per altro non ero un “relatore”, ma ho solo fatto un libero intervento, è di febbraio, e mi viene contestato solo ora. Fosse stato “un crimine”, mi avrebbero dovuto espellere già all’epoca».
Inoltre, rilancia: «Non capisco perchè Casaleggio possa andare a parlare a Cernobbio dai nemici della Finanza; Fantinati possa andare a parlare al meeting di CL, Pizzarotti alla scuola di politica dei giovani del PD; e ci siano problemi se un cittadino senza ruoli politici partecipa ad un incontro politico».
E a proposito di regole violate: «Ho denunciato la presenza di due persone nelle liste di Bugani non candidabili per regolamento (Landi, Pattacini), il secondo dei quali oltre a essersi candidato con Idv (contro il 5 stelle) nel 2009 è stato anche sospeso dall’ordine dei giornalisti per lo stesso scandalo interviste a pagamento. Bugani copriva il suo nome usando la scusa della privacy dei dipendenti pubblici perché non voleva polemiche sul suo amico storico». Su questo, Bugani e il M5s dovrebbero rispondere.
Nel frattempo, sotto al post di Andraghetti, fioccano i commenti, tra i quali Christian Iannuzzi, parlamentare espulso perché aveva chiesto di dimettersi da deputato e tornare a una vita di rapporti sereni e civili: «quando tentano di chiuderti la bocca con un’espulosione, senza accettare un contraddittorio e senza predisporre un passaggio democratico, è segno che non hanno più argomenti da contrapporre, bensì l’arroganza di chi controlla il blog del MoVimento e può fare il bello ed il cattivo tempo»
Un’altra attivista, Valentina, chiede giustamente (e sarcasticamente): «Hanno votato on line la tua espulsione? oppure è passata per il direttorio, oppure …»
Mille esseri umani potranno raggiungere l’Italia senza affrontare il calvario e senza rischiare la vita, dal Marocco, dal Libano e dall’Etiopia. Grazie a un corridoio umanitario, il primo in Italia e in Europa, che verrà attivato dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia e dalla Comunità di Sant’Egidio.
Il progetto-pilota sui corridoi umanitari di Mediterranean Hope, arriva dopo mesi di dialogo con le autorità interessate. Oggi, 16 dicembre, gli enti annunciano l’avvio del progetto: un migliaio di profughi, grazie al rilascio di visti per motivi umanitari, potranno entrare in sicurezza sul territorio italiano. Senza oneri per lo Stato italiano. I fondi, infatti, sono stati impiegati dalla Tavola valdese, che ha sostenuto il progetto sin dalla fase iniziale e di ideazione. «Abbiamo apposto una semplice firma, ma è il frutto di centinaia di migliaia di altre firme di contribuenti italiani che hanno deciso di destinare il loro 8 per mille alle Chiese metodiste e valdesi», ha precisato Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese.
I corridoi umanitari, che da anni vengono chiesti a gran voce per risparmiare i viaggi della morte a chi fugge da guerra e miseria, sono una novità per l’Italia. E sono anche un modello per altri Paesi dell’area Schengen: «Si tratta di una buona pratica per l’Italia e per l’Europa», sottolineano Luca Maria Negro, presidente di Fcei, e Marco Impagliazzo, presidente della comunità di Sant’Egidio.
Un progetto ancora più importante alla luce di quanto accade in queste ore nelle stanze di comando europee. L’Italia, per esempio, si è vista aprire dalla Commissione una procedura di infrazione per non aver preso – anche con l’uso della forza – a quanti sbarcano sulla nostre coste. Con la forza sì, perché la legge europea (il regolamento Dublino III) prevede chi fa domanda di asilo o protezione debba rimanere nel primo Paese d’ingresso ad aspettare l’esito.
E non solo, in queste ore, dicevamo, dalle stanze dei bottoni dell’Ue fuoriescono richieste e annunci che vanno in una direzione tutt’altro che prossima all’accoglienza: irrigidimento delle frontiere esterne e aumento dei rimpatri. Perché? Lotta al terrorismo, ovviamente. Secondo le stime dell’Ue sono 1,5 milioni i migranti che hanno attraversato illegalmente le frontiere esterne dell’Ue tra gennaio e novembre di quest’anno. Le soluzioni, quindi appaiono la modifica di Schengen (altro che modifica di Dublino) e la creazione di una sorta di foglio europeo per i rimpatri: la modifica del codice Schengen al fine di rendere obbligatori i controlli sistematici sui cittadini Ue in entrata e in uscita alle frontiere esterne; poi, la Commissione propone l’istituzione di un documento di viaggio europeo per il rimpatrio dei migranti illegali, che avrà un formato europeo uniforme con caratteristiche tecniche e di sicurezza accresciute, e sarà valido per un solo viaggio. È la soluzione dell’Ue al maggiore ostacolo pratico nell’effettuazione dei rimpatri, che quasi sempre (su mezzo milione di espulsioni nel 2014 ne è stato effettuato solo il 40%) è la mancanza di documenti validi.
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi alla Camera durante le comunicazioni in vista del Consiglio Europeo di giovedì 17 e venerdì 18 dicembre. Roma 16 dicembre 2015. ANSA/ANGELO CARCONI
Renzi contrattacca. Il premier, per uscire dall’angolo stretto della vicenda Boschi, usa tutta la sua capacità retorica, prima da Vespa poi alla radio con Rtl e infine alla Camera, in occasione delle comunicazioni del presidente del Consiglio in vista del Consiglio europeo.
Contro i pessimisti, «il Paese non può vivere in una depressione psicologica che deriva da un racconto costantemente negativo». Per l’ottimismo: «Io mi ritengo lo psicologo in capo dell’Italia. Nel mondo siamo considerati un punto di riferimento ed è fondamentale che l’Italia torni a credere in se stessa e quel che fa». Prendendo di mira avversari facili, tipo Brunetta, colpevole di aver definito alcune alcune misure della stabilità «mance» e «marchette» e di aver notato come non in parlamento, ma a Porta a Porta il premier abbia annunciato a sorpresa il prossimo invio in Iraq di un contingente militare italiano di 450 soldati, per proteggere la diga dai jiahdisti dello Stato Islamico: «Lei», è la replica del premier, «dice che la legge di stabilità è piena di marchette, è una marchetta abolire la tassa sulla prima casa? Oppure abbassare le tasse? Lei la ritiene una marchetta?». Il bonus ai giovani per i consumi culturali? Ma no, Brunetta! «Chi dice che il bonus è una mancia elettorale, ignora che i diciottenni sono una cosa diversa da quello che uno pensa, non sono i vendita, non si fanno lavare il cervello con un piccolo bonus». Poi, per superare le urla del deputato forzista, arriva lo slogan: «Onorevole Brunetta la prego torni in sè! Il fatto che lei urli in quest’aula non può che rendere disgustoso agli occhi degli studenti il suo intervento. Ma non mi fermerà. Tra Brunetta e la povera gente noi staremo con la povera gente».
(La campagna del Pd sulle tasse: “guerra alle tasse è diventato uno slogan di sinistra?)
Non risparmia una mossa Renzi, che alla Camera – dopo giorni in cui se la prende con chi strumentalizza i morti per la vicenda delle banche – chiede anche di rendere omaggio a Valeria Solesin: «Gli attentati 13 novembre pongono una sfida al cuore dell’Europa. Sono innanzitutto un atto che ha suscitato e seminato morte», ha detto, «e vorrei che tributassimo un affettuoso omaggio a Valeria Solesin e alla sua famiglia, che ci ha dato una straordinaria lezione».
Tutto va bene per cementare l’idea di un governo che sta sereno, ma sereno veramente, e che non intende farsi logorare dalla vicenda Boschi. Che Renzi rispedisce al mittente. Lo fa da Vespa: «La strumentalizzazione politica di queste ore mi fa veramente tristezza». E lo fa con la sua Enews in cui continua a portare avanti lo scontro aperto con i giornali. Vorrebbe spiegarci, Renzi, che l’informazione è contro di lui. E che ignora (!) la Leopolda: «L’attenzione dei media come sempre è stata catturata da altro rispetto all’energia dei leopoldini», ha scritto. «Noi abbiamo parlato di politica, loro hanno scritto di banche». Poi il tono si fa sarcastico, e aggiunge: «Succede.».
Licio Gelli, il venerabile della loggia P2, è morto ieri sera nella sua casa di Arezzo. Oltre che alla vicenda della loggia P2 il nome di Gelli è legato a decine di inchieste giudiziarie e a vari lati oscuri della storia recente d’ Italia: dal tentato golpe di Valerio Borghese a tangentopoli, passando per Calvi, Sindona, il caso Moro e la strage di Bologna. Sul web sono dunque comparse una serie di battute sarcastiche sul personaggio che ironizzano sul ruolo che Gelli ha avuto nelle vicende politiche italiane dal dopo guerra ad oggi.
Il povero Aylan Kurdi – che purtroppo non è il solo bambino vittima della guerra in Siria e del tentativo di cercare rifugio altrove – ha cambiato il dibattito sull’immigrazione. Non è una consolazione, ma la foto del corpo del bambino morto sulla spiaggia di Bodrum ha determinato un cambio di percezione delle cose. Si tratta di una valutazione che chiunque può fare a naso, ma che i ricercatori del Visual Social Media Lab dell’università di Sheffield hanno fatto osservando i dati. Numero di retweet della foto e modalità di diffusione, articoli pubblicati e conseguente cambio di tono nel dibattito politico e nei comportamenti delle persone che cercano informazioni online.
I ricercatori hanno ricostruito come la foto è diventata virale e, poi, come nei giorni successivi il discorso in rete sia cambiato.
La foto viene postata alle 10.23 del 2 settembre da Michelle Dviscevitch senza link e con due hashtag (#refugeeswelcome e #syrianrefugees) alle 10.23 e comincia a essere rilanciata soprattutto in Turchia e in altri Paesi mediorientali. Non granché.
Se una manciata di tweets con poche centinaia di retweet sono stati sufficienti per determinare la viralità della foto, è il tweet di Liz Sly, dell’ufficio di Beirut del Washington Post che genera lo tsunami sul social media: in mezz’ora il tweet viene rilanciato 7421 volte e su una scala geografica planetaria. Fino a quel momento i tweet erano soprattutto mediorientali. Qui verifichiamo la forza degli influencer, il prestigio del media e anche l’importanza del mondo anglosassone sui social media. O almeno quanto il mondo anglosassone sia capace di cambiare il ritmo del discorso in Europa e in Occidente.
Poi arriva il primo articolo di un media globale, quello del Daily Mail, con un titolo che parla della «disperazione di migliaia» e che innesca il diluvio di articoli sui media di tutto il mondo – e anche il dibattito sull’opportunità di pubblicare la foto di Aylan Kurdi.
Cosa ha determinato la diffusione virale della foto? Intanto abbiamo smesso di pensare che quelli che sbarcano, camminano, fuggono a decine di migliaia siano migranti. E abbiamo finalmente scoperto che esistono i rifugiati. Le due foto qui sotto mostrano come nel numero di tweet e di ricerche su Google la parola rifugiato sostituisce quella immigrato – e anche come il numero di ricerche in materia si moltiplichi.
Interessante da notare anche come non è solo la foto di Aylan a essere ritwittata ma anche tutte le foto celebrative, le opere d’arte, i meme (il 17% del totale) così come le foto del bambino vivo (ancora il 17%). Man mano che emergevano particolari le persone cercavano la storia usando il nome del bambino. Gli hashtags più usati erano quelli con il suo nome o #RefugeesWelcome, segno di un’ondata emotiva che cambiava di segno. Meno invasione e più preoccupazione: la scoperta che stava accadendo qualcosa di epocale. L’Europa, dove il dibattito è più acceso, è anche il luogo dove i social media e le richerche cambiano di tono in maniera più accentuata.
Le ricerche su Google Paese per Paese ci dicono qualcosa su come reagiamo e ragioniamo, facciamo tre esempi. Se in Germania la prima richiesta è relativa alla provenienza dei rifugiati, la seconda su come aiutare e fare volontariato e la terza sulla distinzione tra rifugiati e migranti, in Italia ci si chiede come adottare un orfano siriano, quanti immigrati ci siano davvero nel Paese (dalle iperboli politiche ai fatti, insomma?) e anche cosa dica il papa. Gli ungheresi, che in questo anno non si sono dimostrati particolarmente commossi dall’ondata di rifugiati arrivati ai confini, cercano su Google «Come dovrebbero rispondere i cristiani alla crisi dei rifugiati?».
La foto e la reazione online determinano un cambiamento nelle opinioni pubbliche – quella francese è segnalata da indagini demoscopiche – e dei governi: da qui in poi Angela Merkel, almeno per qualche settimana, cambia atteggiamento nei confronti degli immigrati. Lo studio riflette anche sul caso delle elezioni norvegesi, dove un numero di giovani pro-immigrazione avrebbe deciso di andare a votare invece di non farlo.
Quanto durano questi effetti e come le stragi di Parigi hanno contribuito a cambiare di nuovo la percezione del pubblico? Con quanta velocità cambiano le opinioni su temi forti e difficili? Per scoprirlo serviranno indagini come questa su set di dati di lungo periodo e un incrocio con altri numeri. La speranza è che la foto di Aylan Kurdi non venga dimenticata in fretta. Nessuno dei rifugiati morti in mare lo merita. (Qui sotto il testo del rapporto in inglese)
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Tutto inizia nel 2011 in Siria, con la storia di Caesar. Caesar un nome di fantasia scelto per tutelare la vera identità di chi ha permesso di ricostruire i racconti agghiaccianti delle torture praticate dal regime del presidente siriano Bashar al-Assad contro chi era stato imprigionato con l’accusa di opporsi al regime. Caesar era un membro della polizia militare e prima dell’inizio della guerra civile fotografava le scene del crimine, dalla primavera del 2011 venne trasferito in un ospedale militare a Damasco dove per la prima volta gli venne ordinato di fotografare i cadaveri di alcuni prigionieri incarcerati come oppositori politici, torturati e uccisi. All’inizio gli scatti riguardano singoli corpi, ma verso la fine del 2012 e nel 2013, l’attività a cui è costretto Caesar lo porta a ritrarre e documentare il decesso di dozzine di persone alla volta. Le brutalità di fronte a cui si trova giorno dopo giorno il militare siriano sono sempre più acute e sconvolgenti, fino a che finalmente C. riesce a contattare dei parenti all’estero e a organizzare con il loro aiuto la sua fuga dalla Siria. Abbandona così il Paese, ma riesce a portare con sé circa 55.000 foto che mostrano in modo inequivocabile i crimini di cui si è macchiato negli anni il regime di Assad. Alcune immagini ritraggono una grande stanza dove sono stesi una cinquantina di corpi, l’impressione è che tutto sia organizzato come una sorta di catena di montaggio. La maggior parte dei cadaveri infatti è addirittura accompagnata da un biglietto, che viene apposto sulla fronte o a fianco del morto, sul quale è indicato un numero di riferimento e altre generalità o annotazioni. Altri scatti invece sono molto ravvicinati e permettono di vedere chiaramente i segni evidenti della tortura che ha portato al decesso del prigioniero: segni di elttrodi, mutilazioni, occhi fuori dalle orbite. I documenti mostrano l’orrore e la follia razionale e programmatica del regime con cui venivano perpetrate le violazioni dei diritti umani. Nel 2014 le fotografie di Caesar vengono presentate al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e nell’agosto dello stesso anno viene stilato un report che fornisce una stima delle vittime eliminate dal regime. Si tratta di 191 mila 369 vite.
«Abbiamo meticolosamente verificato dozzine di testimonianze e siamo sicuri che le fotografie fornite da Caesar siano autentiche e dimostrano in modo evidente i crimini contro l’umanità che si stanno perpetrando in Siria»
Dal momento in cui sono venuti alla luce gli scatti trafugati da Caesar ci sono voluti circa nove mesi di ricerca e di lavoro, su circa 28.000 di quelle immagini, per cercare di restituire un’identità a quei corpi e almeno in parte le storie delle vittime. Il risultato è stato raccolto da Human Rights Watch nel report Se i morti potessero parlare: torture e uccisioni di massa all’interno del sistema di detenzione siriano. L’organizzazione internazionale è riuscita a ricavare nuove prove della veridicità dei documenti forniti da Caesar, rintracciare e intervistare parenti e amici di 27 delle vittime oltre che circa 37 ex detenuti che hanno fornito delle testimonianze sui decessi avvenuti in carcere. Grazie alle immagini satellitari e alle tecniche di geolocalizzazione Hrw è riuscita a confermare che alcune delle foto sono state scattate nel cortile dell’ospedale militare a Mezze.
«Ognuno di questi detenuti era il figlio, il padre, l’amico, il marito amato di qualcuno. Amici e parenti hanno sicuramente speso mesi e anni a cercare queste persone» commenta Nadim Houry, direttore del dipartimento di Human Rights Watch impegnato in Medio Oriente. «Abbiamo meticolosamente verificato dozzine di testimonianze e siamo sicuri che le fotografie fornite da Caesar siano autentiche e dimostrano in modo evidente i crimini contro l’umanità che si stanno perpetrando in Siria». Secondo l’organizzazione internazionale le prove di tutto questo dovrebbero essere prese in considerazione dai Paesi che stanno lavorando a possibili negoziati di pace in Siria e in particolare dalla Russia che al momento è il principale sostenitore del regime di Assad. I governi dovrebbero infatti fare pressioni affinché venga dato immediato accesso nei centri di detenzione agli osservatori internazionali e si ponga immediatamente fine alle sparizioni e alle torture sui detenuti. Le oltre 28 mila immagini su cui si concentra Se i morti potessero parlare: torture e uccisioni di massa all’interno del sistema di detenzione siriano ritraggono circa 7 mila oppositori incarcerati e uccisi durante il periodo di detenzione o a seguito del trasferimento dalla prigione a un ospedale militare. Le restanti foto invece mostrano i siti attaccati, altre volte i corpi senza vita di soldati regolari dell’esercito siriano identificati con il loro nome, altre ancora civili uccidi durante i bombardamenti o gli attentati dei ribelli.Tra le vittime identificate ci sono un ragazzo che all’epoca dell’arresto era solo 14enne e un’attivista di appena vent’anni. In questo video sono raccolte alcune delle impressionanti testimonianze fornite dai loro cari rintracciati e intervistati da Hrw.
Tutti i 27 familiari interpellati hanno spiegato di aver cercato per mesi notizie, a volte addirittura anni, notizie sui propri cari scomparsi. A volte addirittura pagando delle ingenti somme ai funzionari del governo nel tentativo di ottenere grazie alla tangente qualche informazione. Solo in due casi le famiglie hanno ricevuto un certificato di morte che indicava come causa del decesso insufficienze cardiache o respiratorie. In nessun caso invece è stato restituito il cadavere o è stato possibile celebrare un funerale.
Le ricerche di Human Rights Watch sono riuscite a ricostruire l’identità di 27 persone il cui identikit corrisponde a quello registrato dall’intelligence siriana al momento dell’arresto e in alcuni casi addirittura ai referti che documentano l’internamento e le torture durante il periodo detentivo. Sono stati confrontati tutti i segni particolari, marchi particolari, tatuaggi, ferite, che venivano registrati al momento dell’arresto con i dati e le informazioni che potevano essere ricavati dalle foto di Caesar.
«Se scattaste delle foto dei detenuti ora, vedreste persone che appaiono esattamente come quelle che appaiono nelle immagini trafugate da Caesar, solo che da vive…Quelli che sono morti sono stati i più fortunati»
Sami, ex detenuto in una prigione siriana
Hrw ha inoltre condiviso una parte delle fotografie che identificano 19 vittime con un team di medici legali dell’organizzazione Physicians for Human Rights. Il team ha analizzato gli scatti, gli evidenti segni di abusi e sulla base di questi cercato di determinare le effettive cause del decesso. I medici legali hanno così potuto definire le tipologie di torture a cui i prigionieri sono stati sottoposti: fame, soffocamento, ferite provocate da varie violenze, e in un caso addirittura un colpo di pistola alla tempia sparato da una distanza ravvicinata.
«Non abbiamo alcun dubbio che le persone ritratte nelle foto di Caesar siano state affamate, picchiate e torturate sistematicamente e su larga scala» ha commentato Houry di Human Rights Watch – Medio Oriente. «Questi scatti – ha continuato – rappresentano solo una piccola parte delle persone che sono morte mentre erano sotto la custodia del governo siriano in molte sono ancora prigioniere del regime e stanno subendo le stesse atrocità».
Su questo fronte l’appello di Human Rights si rivolge in particolare a Russia e Iran che, in quanto principali sostenitori del governo siriano, hanno enormi responsabilità oltre che la possibilità di fare pressioni su Assad affinché fermi subito gli abusi. Così come ai Paesi membri del Gruppo internazionale di Supporto alla Siria che si sono riuniti a Vienna per promuovere il processo di pace in territorio siriano. Le potenze internazionali dovrebbero infatti garantire che vengano rispettate le responsabilità dei crimini e degli abusi di guerra commessi e delle violazioni dei diritti umani.
I numeri delle atrocità in Siria secondo il New York Times
A settembre il New York Times mettendo insieme svariati database è riuscito a stilare un’infografica “Come si muore in Siria” che mostra i numeri dei morti in Siria dall’inizio della guerra civile ad oggi. Si parla di più di 200mila vittime, 28 mila delle quali per lo più civili sono state uccise perché coinvolte nei combattimenti fra l’esercito siriano e i ribelli, 27 mila sono invece i morti per colpi di mortaio e artiglieria, 18mila le vittime dei raid aerei. Mentre sono quasi 9000 sempre secondo il Nyt le vittime imprigionate e torturate a morte dal regime di Assad. Non stupisce quindi un altro numero, quello delle persone che dalla Siria e da questa guerra stanno scappando: circa 4 milioni all’estero, senza contare chi, non potendosi permettere di espatriare, cerca di ripararsi nelle poche zone più tranquille del Paese.
(cliccando sull’immagine sopra potrete vedere l’infografica interattiva sul sito del New York Times)
Domani la Libia potrebbe avere un nuovo governo nazionale. O averne tre, che è un po’ come dire nessuno. Nella città marocchina di Skhirat si dovrebbero incontrare le delegazioni dei due parlamenti libici – quello riconosciuto internazionalmente di Tobruk e quello sostenuto da milizie islamiche a Tripoli – e, a seconda di quanto nutrite saranno quelle rappresentanze, capiremo se la conferenza svoltasi a Roma il 13 dicembre ha prodotto dei risultati. La dichiarazione congiunta firmata alla Farnesina da 21 tra Paesi e entità sovranazionali(Ue, Onu, Stati Uniti, Germania e molti Paesi arabi compresi) sostiene la creazione di un «Governo di concordia nazionale» che comprenda «i rappresentanti della maggioranza dei membri della Camera dei Rappresentanti e del Congresso Nazionale Generale, degli indipendenti, delle Municipalità, dei partiti politici e della società civile riunitisi a Tunisi».
Sempre che a Skirhat si presenti qualcuno. Il primo appuntamento era infatti fissato per oggi, ma le defezioni e i distinguo da parte dei politici libici hanno consigliato di prendere un giorno di tempo per verificare se sia meglio andare avanti o rinviare ancora pur di evitare un flop dopo che a Roma tutti si sono detti ottimisti. La verità è che in Marocco si negozierà ancora e, se i colloqui andranno bene, solo allora si firmerà. Con il piccolo problema che nel frattempo, a Malta si sono incontrati per la prima volta i presidenti dei due Parlamenti e hanno annunciato l’avvio di colloqui. «Si tratta degli esponenti che mai hanno voluto il dialogo e probabimente usano l’appuntamento di Malta per rendere più complicato il processo sotto egida Onu» ci spiega Mattia Toaldo esperto di Libia dello European Council on Foreign Relations.
Le potenze occidentali, i Paesi confinanti e molti Paesi sunniti si preoccupano per il caos che regna in Libia: ai confini dell’Europa si intrecciano la crisi dei rifugiati, l’avanzata dell’ISIS o di altri gruppi islamisti e la presenza di interessi economici legati ai giacimenti di idrocarburi. Persino il Segretario di Stato Usa Kerry, che tutto sommato della Libia potrebbe infischiarsene, è venuto a Roma per dire assieme al ministro Gentiloni, che «Lo status quo non è più tollerabile, è pericoloso per i libici e, con l’avanzata di Daesh, è pericoloso per tutti».
John Kerry, Paolo Gentiloni e l’inviato speciale Onu per la Libia Martin Kobler a Roma. Mandel Ngan/Pool Photo via AP
Come questa pressione internazionale che comprende Paesi occidentali dai grandi interessi nel Paese (Italia e Francia), Stati confinanti e potenze regionali o economiche (Egitto, Turchia, Stati del Golfo) non riesce a creare un appuntamento unitario? Intanto perché in Marocco saranno presenti gruppi di eletti, leader vari e rappresentanti di municipalità, ma non due rappresentanze ufficiali dei parlamenti che si incontrano e firmano per un nuovo governo con sede a Tripoli. Se un accordo si avrà, questo sarà sottoscritto dai singoli. Più autorevoli e numerosi saranno e più l’ipotesi di governo nazionale a Tripoli funzionerà. Con molti se e ma.
Se in Marocco sarà presente la maggioranza degli esponenti dei due governi e parlamenti, allora il processo passato per Roma avrà speranza di andare avanti. Il riferimento nel comunicato alla «società civile riunitasi a Tunisi» è un ulteriore complicazione: nella capitale tunisina si sono infatti visti esponenti politici libici poco propensi a trovare una soluzione a breve che, parlando di un processo di pace che va rilanciato, si sono detti contrari all’accordo Onu e hanno creato un comitato che ricominciava da capo il processo. Come del resto ha dichiarato il presidente del Parlamento di Tripoli, Bouri Abusahmen a Malta: non vogliamo interferenze internazionali. Roma, Tunisi, Malta: una bella confusione.
A quel punto potremmo avere il governo di Tripoli figlio del processo di mediazione dell’Onu, quello di Tripoli che sostiene il percorso libico-libico abbozzato a Tunisi e poi quello di Tabruk. Sempre che a Skirhat succeda qualcosa. E’ pur vero che nelle prossime ore l’Occidente e i vari sponsor internazionali di milizie e partiti cercheranno di fare pressioni.
I nodi da sciogliere non sono finiti. La sicurezza in Libia è gestita dalle milizie, che nel Paese un esercito non c’è più. Se la parte diplomatico-politica funzionasse, ci sarebbe il problema di insediare un governo legittimo in una capitale sotto il controllo militare di alcune fazioni. A occuparsi di questa vicenda e a tentare la mediazione tra milizie per creare un clima accettabileè il neo incaricato per la sicurezza Onu, il generale Paolo Serra, che affianca il nuovo inviato delle Nazioni Unite, il tedesco Martin Kobler – l’inviato uscente Bernardino Leon non è uscito di scena nel migliore dei modi, avendo accettato un lavoro negli Emirati Arabi, uno dei Paesi parte in causa in Libia.
Il compito di Serra è delicato: senza un accordo tra milizie, anche un successo diplomatico a Skirhat rischia di essere inservibile. «In ogni caso è necessario che, sebbene sotto l’egida Onu, il processo chi si avvia in questi giorni abbia una chiara matrice libica – dice ancora Toaldo – La fretta generata dall’allarme terrorismo, pure un po’ esagerato e fatto di notizie talvolta false e altre fuorvianti, non è una buona consigliera. C’è fretta, certo, trovare una soluzione e avviare un processo di ricostruzione delle istituzioni è urgente, ma probabilmente serve pazienza per cercare di coinvolgere più attori possibile. Il rischio è avere un processo che funziona solo nominalmente». Avere firme di individui – per quanto molti – e non accordi tra partiti e coinvolgimento delle milizie è appunto un grande rischio. Tra l’altro i presidenti dei Parlamenti di Tobruk e Tripoli hanno dalla loro quella di poter dire: noi negoziamo senza mediazioni altrui, noi siamo la Libia.
C’è poi il problema delle pressioni e interferenze non dette. Il governo riconosciuto è molto legato all’Egitto, per dirne una. E gli egiziani non sono entusiasti dell’idea di un compromesso tra Tobruk e Tripoli, perché in casa loro di una cosa simile non vogliono nemmeno sentir parlare. E il caso Leon, pure ci dice qualcosa di quanto pesino altri Paesi, se sono vere le mail pubblicate da The Guardian, di determinare i contenuti delle proposte diplomatiche dell’inviato Onu. Il quotidiano britannico ha infatti pubblicato delle email dalle quali si evince che Leon lavorava per gli Emirati anche prima di firmare un contratto. In questo senso l’appuntamento di Roma è stato un successo nel senso che tutti i Paesi che combattono per interposta persona in Libia – o che scommettono su un attore piuttosto che su un altro, non privilegiando il processo di riunificazione del Paese – hanno dichiarato congiuntamente di essere pronti a riconoscere un governo che esca dal processo Onu e di smetterla di interlocuire, almeno ufficialmente, con altri auto-nominatisi rappresentanti del governo libico. Se e quando un governo unico ci sarà.
(ANSA/ WEB/ EL MINBAR)
Infine c’è il tema di Daesh e della sua presenza in Libia. Tutti sono molto preoccupati e riconoscono che un vuoto di potere come quello libico è esattamente il luogo in cui il Califfato punta a penetrare. Ha fatto così in Iraq e in Siria. Di ieri è l’allarme francese secondo il quale Daesh sta cercando di muoversi da Sirte verso l’interno per avvicinarsi ad alcuni giacimenti libici. Mettere le mani sul petrolio consentirebbe, tra le altre cose, di finanziare le attività e di dare forma istituzionale al Califfato anche in Libia. Certo è che il diffondersi irrazionale della paura Daesh in Libia non aiuta. In altre occasioni l’Occidente ha agito spinto dall’ansia di agire, bombardando e inviando droni come cavallette. Non ha funzionato quasi mai. Anzi: alcune reazioni nel triangolo sunnita dell’Iraq sono la prima scintilla che genera l’ISIS.
I civili morti nei bombardamenti ne alimentano la propaganda. Meglio lavorare a un accordo per favorire la formazione di forze anti Isis interne alla Libia capaci di controllare il territorio. Meglio fermare le eventuali fonti di approvigionamento di armi e risorse e aspettare che la fiammata Daesh libica si consumi. E impedire attraverso un lavoro diplomatico e di intellignce che soldati e ufficiali esperti che furono di Gheddafi si uniscano ai ranghi di Daesh per opportunismo o perché non sanno dove altro andare. In Iraq è successo con i Baathisti ed è stata una catastrofe. Le notizie che arrivano da Mosul, città iracheno sunnita controllata da Daesh, ci dicono che è sempre più isolata ma non presa di mira oltre misura dagli aerei occidentali, e che sconforto e malcontento crescono tra la popolazione. Meglio utilizzare strade così.
Nel clientelistico balletto della legge di stabilità, quella medievale lista della spesa di costose mancette a forma di un paio di righe di emendamenti, il Governo ha deciso di abolire la super tassa sugli yacht e quella sulla compravendita dei calciatori. Nonostante la recita di un governo pancia a terra per risolvere annosi problemi sociali, lavorativi e imprenditoriali (e nonostante un parlamento ormai frammentato dai numerosi cambi di schieramento) ancora una volta si ritaglia il tempo (bastano pochi minuti) per favorire questo o quell’amico che lamenta alla persona giusta le proprie ingiustizie.
Si ripete tutti gli anni e tutti i governi, come se di fondo ci sia una maggioranza che, nonostante governi ed evoluzioni politiche, sa di potere contare su quei momenti di disattenzione generale in cui infilare il proprio colpo. Così escono tre milioni per bande e cori, 500 mila euro all’Istituto Suor Orsola e tutta una serie di finanziamenti a pioggia che, per qualche strano motivo, devono essere votati con carattere d’urgenza in seduta notturna piuttosto che inseriti in una più ampia discussione sul tema o, meglio ancora, in un organico piano nazionale di finanziamenti.
Tra i pacchetti prenatalizi non è passato (ed è un bene) anche la richiesta deroga al piano paesaggistico che avrebbe permesso una più agevole costruzione del nuovo aeroporto di Firenze, come se anche la sospensione temporanea delle leggi fosse un pacchetto possibile da incartare.
Sembra uno scherzo ma ancora oggi, come ai tempi dei guelfi e dei ghibellini, rimane vivo un mecenetasimo ristretto per piccoli gruppi di potere come punto in agenda della politica. Solo che nel 2015, poichè evidentemente siamo diventati moderni, il piccoli favori vengono pagati da tutti. Discussi da pochi. E votati di notte.
Su twitter il Movimento 5 stelle lancia l’hashtag #IoSeFossiBoschi per chiedere la sfiducia del ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il parlamento, tacciato recentemente anche da Roberto Saviano di conflitto di interessi a causa dei legami della sua famiglia con Banca Etruria.
L’hashtag prende spunto da un estratto di Ballarò dove Maria Elena Boschi, all’epoca non ministro, ma semplice parlamentare Pd, affermava in merito al caso Cancellieri (accusata di aver fatto pressioni per la scarcerazione Giulia Ligresti) che se fosse stata nell’allora ministro dell’interno del governo Letta si sarebbe dimessa. Qui potete rivedere il video con le parole della Boschi:
In apertura una foto che ritrae Maria Elena Boschi con Maurizio Lupi, ex ministro delle infrastrutture del governo Renzi dimessosi per uno scandalo che implicava il figlio su pressioni dello stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi.