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Quel noto autore è un macaco. Parola di Gadda

Su Left in edicola un’intervista di Simona Maggiorelli a Maria Antonietta Terzoli, che ha curato un monumentale commentario del Pasticciaccio edito da Carocci, rintracciando le fonti ipogee del testo, e un ricordo di Gadda firmato da Andrea Camilleri, estratto dal nuovo libro dello scrittore siciliano, Certi momenti edito da Chiarelettere ( che riunisce pagine su Collodi, Marlaux, il comandante Campanella e folgoranti ritratti di Vittorini,  Levi , D’Orrigo, Tabucchi e molti altri). Eccone un assaggio il resto in edicola

Nel 1958 mi chiamarono al Terzo programma della Radio Rai, in sostituzione della funzionaria andata in maternità, quale responsabile del cartellone della prosa. Mi assegnarono una stanza e una scrivania, munita naturalmente di telefono. Giulio Cattaneo, che lavorava al Terzo programma, mi venne a trovare subito. «Ma questa è la scrivania di Gadda!», esclamò entrando. Infatti Gadda per anni aveva lavorato al Terzo in qualità di responsabile delle cosiddette «conversazioni culturali». Quel giorno stesso Giulio mi raccontò una quantità di cose sullo scrittore, una più divertente dell’altra.


 

Questo articolo continua sul numero 49 di Left in edicola dal 12 dicembre

 

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Sinistra, ecco perché non ce la faremo mai

Ricordate Nanni Moretti? Perdonerete la citazione un po’ scontata, ma è perfetta. Perché comincia a farsi strada, a sinistra, quella sensazione lì. La stessa insofferenza. «Con questi dirigenti non vinceremo mai», urlava il regista a piazza Navona, sotto lo sguardo raggelato di Massimo D’Alema. Lui ce l’aveva con quelli dell’Ulivo. E «non ce la faremo mai», pensiamo però noi, che già sappiamo che vincere è molto difficile, abituati a lottare con le soglie di sbarramento, ma che speravamo, almeno, nel poter votare contenti, qualcosa di unitario e di sinistra. Se non alle prossime amministrative, alle politiche. E invece non è detto. Anche questo sembra troppo difficile. Con questi dirigenti, sì, ognuno con la sua quota di responsabilità, grande o piccola che sia. Litigiosi, attaccati ai distinguo, incapaci di stare insieme.
C’è chi (Civati e i suoi) per anni ha militato in un partito che andava dalla Cgil a Marchionne, chi aveva Paola Binetti come compagna di direzione, e ora pone come condizione discriminante all’unità la rottura sistematica con quello stesso partito alle amministrative – ovunque e a prescindere dai progetti locali. C’è chi (Ferrero e Rifondazione) lancia appelli unitari ma tira il freno se si parla di fare un partito unitario, perché lui preferisce il «soggetto unitario» – se non cogliete la differenza, tranquilli, non è vostro il problema – e non vuole sciogliere il suo, di partitino.


 

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Owen Jones: «Serve una sinistra paneuropea»

Owen Jones arriva al Candid Café di Angel, un quartiere poco lontano dalla City di Londra, con il fiatone. Di certo non sono le due rampe di scale ad averlo affaticato. Jones è abituato a muoversi: nell’arco dell’ultimo anno si è spostato da una parte all’altra dell’Europa per incontrare i vari movimenti di sinistra dei Paesi. Sebbene oggi sia in ritardo, questa settimana sarà puntuale in Spagna «per un mini-tour elettorale di una settimana con Podemos». Per descrivere Owen Jones, che è cresciuto nel nord dell’Inghilterra, a Stockport, nella periferia di Manchester, si dovrebbe creare un modo di dire tutto nuovo: “avere 31 anni e sentirli”. Alla sua giovane età è già un guru della sinistra inglese. Con 383mila seguaci su twitter e 2 saggi politici bestseller alle spalle, è impossibile non definirlo un opinion leader. Lui ci ride su e dice che «scrivere non gli piace nemmeno». Ma il suo ultimo libro, The Establishment. And how they get away with it (L’establishment. E come farla franca) – un ritratto spietato dell’élite economica, medatica e politica cresciuta nel Regno Unito sotto le amministrazioni Thatcher, Blair e Cameron – è diventato un caso editoriale anche Oltremanica, in Spagna. Sarà perché il concetto sa tanto di “casta” alla Iglesias. Nonostante i poteri forti, secondo Jones una rivoluzione democratica nel Regno Unito, come in Europa, “è possibile”, ma serve un movimento che non sia soltanto “di protesta”. Il Labour potrebbe porsi alla guida di questo movimento? Difficile dirlo. Secondo Jones, Jeremy Corbyn è «partito con il piede sbagliato» e deve già recuperare un partito che rischia di sfuggirgli di mano, a partire dal voto sull’intervento aereo in Siria di inizio dicembre. Intervista.

Owen Jones, il Labour si è spaccato sull’intervento in Siria: 67 parlamentari hanno votato insieme ai conservatori di Cameron a favore dei bombardamenti. Cosa sta succedendo nel partito di Corbyn?

I Laburisti hanno una lunga storia di divisioni sulla politica estera. Nel 2003, 139 parlamentari laburisti votarono contro le indicazioni di Blair sulla guerra in Iraq. Nessuno ne fece un caso e, anzi, si parlò di “ribelli”. Ma questa volta alcuni useranno il caso per destabilizzare la leadership di Corbyn. (La parlamentare Laburista di Birmingham, Jess Phillips ha dichiarato, in un’intervista con Jones, pubblicata il 14 dicembre sul Guardian, l’intenzione di «accoltellare al petto» Corbyn nel caso in cui dovesse danneggiare il partito, ndr). Tutto questo, mentre l’opinione pubblica, invece, si muove contro i bombardamenti, al pari della base del partito.


 

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Left è la barca e i bambini la sinistra. Ci vediamo a pagina 32

E se per incanto ci liberassimo di tutti? Proprio di tutti i nostri attori quotidiani che interpretano una sinistra che non c’è. Dalle megastar alle comparse. Un incanto che ci libera dalla “fiducia” che dovremmo avere nella Leopolda e nei suoi protagonisti “incredibili”, abitanti di un altro pianeta (anzi di un’altra terra, contrariamente ai loro slogan, “non” per uomini) o da chi pensa, tristemente, di poter parlare di una nuova sinistra con politologi come Pasquino o giornalisti come il giovane Feltri, apostrofando contro Varoufakis. O anche da chi ha il coraggio di riunirsi – ancora – in un teatro per discutere se il premier debba essere “anche” il segretario del loro partito. Il tutto, mentre il progetto di una “sintesi” a sinistra del Pd non prende il largo neanche questa volta (non devono aver visto nessuna isola felice). Che fine misera hanno fatto “i nostri attori quotidiani che interpretano una sinistra che non c’è?”. Le parole che hanno popolato questo fine settimana di Leopolde e anti Leopolde sono state tra le più inutili, a tratti persino ridicole, per non dire anacronistiche, di questo anno che si va chiudendo. Il risultato? Finte sfiducie, querelle inutili, falsi dibattiti, vecchie idee. È sempre più difficile scrivere di politica e di sinistra, e per noi di Left è una vera pena. Quasi un supplizio. Non sentire passione per ciò che la politica propone in Italia è una delle cose a cui non avevamo pensato anni fa. Ma così è oggi. Ogni tanto ci imponiamo di scriverne, come fa su questo numero Luca Sappino, quasi per dovere di cronaca. E poi scappiamo di nuovo, tra la gente. In basso, per raccontarvi di pratiche che per noi sono “sinistra”. Pratiche speciali, che nascondono pensiero che nasconde sinistra. Andate a pagina 32, promettetemelo, e guardate la foto. C’è una barca che si è fatta scuola e ci sono dei bambini che vanno nella loro scuola-barca. Quando ho visto la foto, ho pensato a Left che di questi tempi si fa barca e a quei bambini che “sono” la Sinistra. Per noi.

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Pagina 32 del nuovo numero di Left in edicola da sabato 19 dicembre

Non ci resta che prendere il largo e girare per il mondo, come facciamo su questo numero. Partire da Londra dove Owen Jones, giovane (per noi giovanissimo!) opinionista del Guardian ci ricorda ancora una volta che: «Se Syriza fosse riuscita a ottenere concessioni, ciò avrebbe spalancato le porte a Podemos in Spagna, alla sinistra in Portogallo e al Sinn Féin in Irlanda. La speranza della gente ha terrorizzato chi tiene in mano le redini in Europa…». Ma ci racconta anche che: «Yanis Varoufakis sta cercando di creare un movimento paneuropeo: è la strada giusta. Altrimenti ogni nuovo governo progressista rischierà di essere rovesciato» e che: «La vittoria di Corbyn è una conseguenza del fatto che in Europa la socialdemocrazia è implosa come progetto politico coerente. Perché ha accettato le regole economiche del mercato». Per arrivare a Parigi e agli accordi “globali” a cui dedichiamo la nostra copertina, consapevoli della loro importanza ma anche, come ci ricorda Naomi Klein, che ora «dobbiamo unire le lotte. Lotte sindacali, contro l’austerità, per i diritti umani o per la giustizia ambientale» perché «sono tutte battaglie che emergono dalla stessa crisi, una crisi di modello la cui risoluzione non può che essere congiunta». Come ci scrive anche Gunter Pauli, teorico della Blue economy: «Noi – la generazione che non è riuscita a fermare il cambiamento climatico – dobbiamo alimentare un ampio grado di libertà per cui i bambini potranno porsi le domande che noi non ci siamo mai posti… Se spingeremo i nostri figli ad andare oltre la ragione, e gli diremo che abbiamo fiducia nel fatto che faranno meglio di noi, allora cambieremo davvero la società». E finire in Bangladesh, dove su quella barca di bambù alimentata da pannelli solari i bambini vanno a scuola. Ci vediamo a pagina 32.

Questo editoriale lo trovi nel numero 49 di Left in edicola dal 12 dicembre

 

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Je ne regrette rien, Edith Piaf che amava la musica e gli uomini

L’usignolo ha amato la musica e gli uomini. Ed è stata una donna generosa, al contrario di tanti Vip di oggi che se ne infischiano dei giovani artisti. Lei invece li aiutava ad emergere in tempi difficili. E aveva una voce potente, che le veniva da dentro. Ci sono tanti motivi per ricordare Edith Piaf – detta l’usignolo o passerotto – una vita di corsa tra amori più o meno fortunati e una serie infinita di bellissime canzoni. Era nata a Parigi il 19 dicembre 1915.

 Oggi probabilmente i social saranno inondati di meme e di ricordi di rito. Ma nel caso di Edith Piaf si tratta davvero di una vita che vale la pena di essere raccontata. La sua è una storia di coraggio, di arte e di vita vissuta fino in fondo. Dove si trovano oggi questi tre elementi fusi in un’unica persona? Edith era una che in Je ne regrette rien cantava:

No, niente di niente!

No, non rimpiango niente!
È stato tutto saldato, spazzato via, dimenticato.
Me ne fotto del passato.
Coi miei ricordi,
innesco la fiamma,
i miei dispiaceri ed i miei piaceri,
non ho più bisogno di essi.
Rimossi gli amori
e tutti i loro tremoli,
dimenticati per sempre.
Riparto da zero.

Edith era piccola e magra, con occhi sognanti e quelle sopracciglie fin troppo disegnate come andavano negli anni Trenta. Era nata poverissima, da una famiglia di artisti di strada. Il padre faceva il contorsionista e spesso lei, fin da quando aveva otto anni cantava in strada mentre lui si esibiva nei suoi numeri. Anche la madre era un’artista, una cantante. Un’infanzia disastrata tra nonne sui generis – una un po’ fuori di testa, l’altra, tenutaria di un bordello -. Poi l’incontro con un impresario, Louis Leplé, che si accorse subito di quella voce potente e comunque flessibile come il corpo esile della ragazza. Poi un altro incontro ancora importante: quello con Raymon Asso, poeta e impresario che le scrisse anche delle belle canzoni. Siamo negli anni prima della seconda guerra mondiale e a Parigi non arriva ancora il vento mefitico delle dittature che in quel momento stanno minando le fondamenta democratiche dell’Europa. A Parigi, a sentirla, accorrono personaggi come Maurice Chevalier, Jean Cocteau, che rimarrà legato a lei per tutta la vita. Nel ’44 ha una breve storia d’amore con un giovane cantante di origine italiana Ivo Livi, in arte Yves Montand. Con lui registra una canzone C’est merveileux. Comunque è lei, Edith, a far conoscere Yves Montand e farlo arrivare al successo. Alla fine della guerra scrive lei stessa una canzone: sarà quella che diventerà un simbolo della rinascita e anche un modo di dire. La vie en rose, appunto.


Etoile sans lumiere, 1946, unico film in cui Piaf e Montand compaiono assieme

Podo dopo arriva la tragedia. Nel 1948 aveva conosciuto un pugile, Marcel Cerdan, se ne innamora alla follia ma dopo un anno lui muore in un incidente aereo. Edith avrà una crisi profondissima,  tra morfina e una malattia che cominciò a manifestarsi, l’artrite reumatoide.

Fino agli anni 60 (è morta nel 1963) fu l’artista simbolo della Rive Gauche, degli artisti che in qualche modo testimoniavano una ribellione o un malessere rispetto alla società normalizzata. Edith Piaf continua ad aiutare giovani artisti e così incontriamo Georges Moustaki, Charles Aznavour, Gilbert Becaud, Leo Ferrè. Moustaki scriverà nel 1958 per lei le parole della canzone Milord, un altro bellissimo brano. La storia di una ragazza del porto, che invita un ricco signore a sedersi accanto a lei e a mettersi comodo. E’ la poetica di Moustaki, lo “straniero” per eccellenza. E’ anche la poetica del tempo, verrebbe da dire, in cui le convenzioni venivano scardinate e in cui il coraggio di fare delle scelte era presente e tangibile.

Edith Piaf: una donna generosa, dal grande fascino, elegante nei suoi abiti neri sul palcoscenico mentre veniva illuminata da un sottile fascio di luce. Con la sua voce dava forma alle parole e il pubblico rimaneva soggiogato dalla sua forza. Un usignolo forte come un’aquila.

Naomi Klein: «Facciamo pagare alle multinazionali del petrolio i danni causati»

Naomi, che opinione si è fatta sull’accordo?

A Parigi è emersa la sostanziale mancanza di volontà dei governi di agire un cambiamento radicale e immediato. Nessun impegno è stato assunto sulla rinuncia ai combustibili fossili: ho cercato nel testo finale e il termine “fossili” non viene neppure mai citato. È mancato il coraggio necessario: coraggio di impostare da subito una transizione serrata verso rinnovabili e democrazia energetica, coraggio di chiedere il conto alle multinazionali per i danni prodotti in termini ambientali e climatici, costringendole ad assumersi le proprie responsabilità e a pagare per esse.

In questo modo andremo incontro a un aumento di 3-4 gradi, uno scenario di una pericolosità inaudita. Già adesso il riscaldamento climatico agisce in maniera violenta in molti luoghi del mondo: ha già preso migliaia di vite nelle Filippine, in Bangladesh, in Nigeria, a New Orleans. Per questo, contro l’insufficienza delle risposte messe in campo occorre lavorare dal basso, costruendo un altro paradigma.


 

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UNHCR: mai tanti rifugiati come nel 2015

After waiting for days on the shore of Lake Tanganyika on Kagunga Peninsula, Burundian refugees disembark the MV Liemba in Kigoma. From here, they will be transferred to Nyaragusu refugee camp.

Con quasi un milione di persone che hanno attraversato il Mediterraneo come rifugiati e migranti, il 2015 è probabilmente l’anno record di quello che il rapporto dell’UNHCR del 2015 definisce: sfollamento forzato globale.
Il rapporto copre il periodo da gennaio a fine giugno, e ci dice che per rifugiati, richiedenti asilo e persone costrette a fuggire all’interno del proprio paese siamo a livelli catastrofici.
Il totale globale dei rifugiati, che un anno fa era di 19,5 milioni, ha superato a partire da metà 2015 la soglia di 20 milioni (20,2 milioni). E’ la prima volta dal 1992. Le domande di asilo erano nel frattempo il 78 per cento in più (993.600) rispetto allo stesso periodo nel 2014. E i numeri di sfollati è esploso da circa 2 milioni a circa 34 milioni di euro – la maggioranza sono gli sfollati interni. Il 2015, si legge nel comunicato UNHCR, è sulla buona strada per essere l’anno in cui lo spostamento forzato di persone ha raggiunto quota 60 milioni  – 1 essere umano ogni 122 è stato costretto ad abbandonare la propria casa.

Il rapporto mostra un peggioramento degli indicatori in diversi settori chiave. I tassi di rimpatrio volontario sono al livello più basso in oltre tre decenni (si stima che 84.000 persone rispetto alle 107.000 dello stesso periodo di un anno fa).
I nuovi rifugiati sono in forte aumento: 839.000 persone in soli sei mesi, pari a un tasso medio di quasi 4.600 costretti a fuggire dai loro paesi ogni giorno. La guerra in Siria è il grande generatore in tutto il mondo sia di nuovi rifugiati
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Cresce anche la pressione sui Paesi ospitanti:la Turchia è il paese che ospita il numero più alto con 1,84 milioni di profughi al 30 giugno. Il Libano ospita più rifugiati in proporzione alla sua popolazione con 209 rifugiati ogni 1.000 abitanti. E l’Etiopia paga di più in relazione alle dimensioni della sua economia con 469 rifugiati per ogni dollaro di PIL (pro capite, a parità di potere).

Nei primi sei mesi del 2015 la Germania ha ricevuto il numero più alto di richieste di asilo  – 159.000, cifra vicina al totale di tutto il 2014. Il secondo più grande destinatario era la Federazione Russa con 100.000 sinistri, soprattutto le persone in fuga dal conflitto in Ucraina.

Spagna al voto, addio bipartitismo. Quel che c’è da sapere

Dopo domenica la Spagna politica non sarà più la stessa. Questa è probabilmente l’unica certezza che abbiamo. Sappiamo che rispetto alle ultime elezioni politiche, i due partiti maggiori, il PPE guidato dal premier Rajoy e il PSOE, che candida il 43enne Pedro Sanchez per la prima volta, crolleranno rispetto alle ultime elezioni. Nel 2011 il partito conservatore che guida il Paese prese il 44,6% e il principale partito di opposizione il 28,8%. Le ultime stime di voto sono nella figura qui sotto e ci dicono di un PPE che perde circa 20 punti, di socialisti che sono intorno al 21%, incalzati da Podemos e Ciudadanos, che sono appaiati poco sotto il 20. Poche variazioni nelle intenzioni di voto, più o meno partecipazione ai seggi cambierebbero di molto il risultato politico per ciascun partito.Schermata 2015-12-18 alle 15.34.08

(Metroscopia)

La Spagna cresce dal 2013 e il suo tasso di disoccupazione è sceso negli ultimi anni di diversi punti percentuali. Due anni fa i disoccupati spagnoli erano circa il 27% e nel 2014, quando si votò per le elezioni europee Podemos, che si presentava per la prima volta agli elettori, prese l’8%. All’epoca una parte della rivolta e protesta prese ancora la forma del voto alla sinistra plurale spagnola, che prese il 10% (oggi alepa05071130 Spain's Spanish Socialist Workers' Party (PSOE) leader and prime ministerial candidate Pedro Sanchez (C) greets his supporters during an election campaign in Alicante, eastern Spain, 16 December 2015. Spain will hold a general election on 20 December 2015. EPA/MORELL5%). La rivolta, gli Indignados e la stanchezza avevano appena cominciato a prendere forma politica. E nonostante i dati economici positivi – che evidentemente non sono abbastanza per far riguadagnare la fiducia alle persone – Rajoy resta piuttosto impopolare.

Negli anni successivi le rivolte, di sinistra, di centro e localistiche sono tutte cresciute e hanno stravolto il panorama elettorale. E così il voto di domenica sarà quello in cui salta – almeno per una legislatura – il sistema tendenzialmente bipartitico spagnolo.

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Leggi anche:

Piccola biblioteca del militante di Podemos

La stella di Albert Rivera oscura Iglesias

La Spagna al voto nell’era della frammentazione


Dalle europee a oggi abbiamo assistito alla crescita esponenziale nei sondaggi e nell’attenzione dei media di due fenomeni: quello di Podemos e quello di Ciudadanos. Fino a pochi mesi fa il partito nato dalla rivolta indignata e che ha conquistato – con alleanze civiche locali – i municipi di Madrid e Barcellona, volava nei sondaggi. Poi una serie di fattori ne hanno determinato la frenata. Quali? Se andaste sulla pagina web di ElPais scoprireste che diversi articoli di curiosità sulle elezioni sono punture contro Pablo Iglesias, il leader diepa05071110 Spain's Podemos ('We can') party leader and prime ministerial candidate Pablo Iglesias (R) greets his supporters during an election campaign in A Coruna, Galicia, northwestern Spain, 16 December 2015. Spain will hold a general election on 20 December 2015. EPA/CABALAR Podemos, e il suo partito. I media di destra e sinistra moderata non sono stati teneri con il partito anti-casta spagnolo. Un po’ come capitato in Italia con il Movimento 5 Stelle – che a dire il vero è piuttosto diverso sia per gestazione che per idee politiche.

Poi ci sono i guai politici e gli errori. I guai politici si chiamano Grecia, Syriza e Catalogna: la speranza portata dalla vittoria di Tsipras e l’idea che nel continente stesse crescendo una poderosa onda anti-austerity hanno reso Podemos troppo fiduciosa in se stessa e troppo spavalda. La mezza resa del governo greco non ha aiutato. Il referendum catalano, che Podemos non appoggiava ma di cui riconosceva la liceità, è stato un altro colpo: gli spagnoli non autonomisti sono tendenzialmente contrari all’indipendentismo. E quindi qualcuno cambia opinione su un partito che in Catalogna ha scelto di non scegliere perdendo sia i voti degli indipendentisti che quelli dei contrari all’idea di indipendenza.

Infine c’è la la nascita di Ciudadanos: il partito guidato da Albert Rivera è stato capace di intercettare la protesta moderata, la rivolta della gente stanca del sistema dei partiti, non troppo conservatrice e bigotta suepa05070943 Spain's 'Ciudadanos' party leader and presidential candidate Albert Rivera (R) greets his supporters during an election campaign at Pombo Square in Santander, northern Spain, 16 December 2015. Spain will hold a general election on 20 December 2015. EPA/PEDRO PUENTE HOYOSalcune istanze, ma moderata sul piano della politica economica. La parabola degli arancioni nei sondaggi è inversamente proporzionale a quella di Podemos: quando viene lanciato il partito di Rivera, quello di Iglesias è al massimo nei sondaggi. Poi comincia a calare.

I dati nella figura qui sotto sono interessanti. Chi pensate che sia il premier adatto, chi ti piacerebbe che vincesse e chi non votereste mai, sono le domande. La più interessante è la terza: il partito al potere è quello che metà degli spagnoli non voterebbero mai. Guardando a questi sondaggi sembra di capire che, tutto sommato, il PSOE sia in buona posizione per cercare un’alleanza con qualcuno. Molto dipenderà dai risultati di ciascun partito.

 

domande elettori spagna

(Metroscopia)

Negli ultimi giorni di campagna elettorale Podemos è tornato a crescere, segno di una buona campagna elettorale guidata da Iglesias, dimessosi dal Parlamento europeo nel momento di massima difficoltà per Podemos. Nel partito la chiamano “la remontada”. Ciudadanos è in calo.

epa05071398 Spanish Prime Minister and presidential candidate of the Popular Party, Mariano Rajyo (R) greets people after an election campaign event held in Vigo, Galicia, Spain, 16 December 2015. Spain wil held general elections on 20 December 2015. EPA/SALVADOR SASCerto è che le stime sui seggi in Parlamento ci dicono che oggi i due partiti hanno quasi 300 eletti e che da lunedì potrebbero averne meno di 200. Nelle ultime ore di campagna elettorale il premier Rajoy ha messo i guardia contro l’alleanza socialisti-Podemos. Un tentativo di spaventare gli elettori e un segnale del fatto che il suo timore più forte è quello di un buon risultato del PSOE che ne faccia l’ago della bilancia (il partito di
Sanchez potrebbe allearsi con Podemos, ma anche con Rivera). L’altra certezza è che queste elezioni, come sembra succedere un po’ ovunque in Europa, manderanno a casa mezza classe dirigente storica: quattro leader candidati su cinque hanno meno di 40 anni (il leader di Izquierda Unida Garzon è il più giovane, ne ha 30 e il suo partito dovrebbe farcela a entrare in Parlamento). Anche questo aspetto rende Rajoy il passato (che non è detto non ritorni in coalizione). Da lunedì si potrà probabilmente dire che la democrazia spagnola chiude l’era post-franchista.

seggi spagna

(Metroscopia)

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#We are all muslim, Michael Moore risponde a Donald Trump

La proposta di Donald Trump di bloccare gli ingressi ai musulmani sembra riscuotere consensi nell’elettorato repubblicano. Almeno questo dicono i sondaggi. La cosa dovrebbe spaventarci tutti anche se, probabilmente, proprio proposte come questa ci dicono che Trump non sarà presidente degli Stati Uniti nel 2017. Una cosa che l’ideona di Trump ha generato è però una risposta diffusa di repulsione. Tra queste c’è l’invito di Michael Moore ha postare un selfie con un cartello con su scritto “siamo tutti musulmani”. Lo stesso regista, che scrive una lettera sul suo sito a Trump, è andato sotto a una Trunp Tower (i grattacieli sparsi un po’ in ogni città d’America) a farsi fotografare con il cartello. Nella lettera Moore scrive: «Tu e tutti gli altri uominibianchi furiosi avete paura dell’orco. A uccidere e a farvi paura non sono quelli che hanno ucciso ma tutti i musulmani…Se vuoi bandire i musulmani, devi cominciare con il bandire me, che musulmani siamo tutti. Come siamo bianchi, neri, ebrei…»
Qui sotto qualche esempio di persone che hanno aderito alla campagna su Twitter. Per fortuna, sono molto diverse tra loro: bianche, nere, marroni e gialle.

 

Boschi asfalta opposizioni (purtroppo) già asfaltate di loro

Il ministro delle riforme e rapporti col parlamento Maria Elena Boschi in aula alla Camera durante il voto di sfiducia, Roma, 18 dicembre 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

La sfiducia a Maria Elena Boschi finisce come era prevedibile, con il super ministro super blindato. E super soddisfatto di un intervento in effetti molto curato con cui ha risposto alle opposizioni, alla mozione presentata dal Movimento 5 stelle, votata anche dalla Lega e dalla sinistra (civatiani compresi). Non da Forza Italia, che è ormai costantemente spaccata, e ha preferito uscire dall’aula, facendo peraltro molto indispettire (o almeno così si è dipinto) Matteo Salvini. «Se Forza Italia non voterà la sfiducia al governo, ci incazziamo e ci sarà da rivedere tutto, anche la coalizione Lega-Fi-Fdi per le amministrative», ha detto il leghista. Vedremo.

L’intervento di Maria Elena Boschi, però – dicevamo – ha avuto molti passaggi interessanti. Sul merito delle azioni sue e dei suoi familiari di Banca dell’Etruria («Le mie azione oggi sono carta straccia come quelle di altre famiglie», ha detto facendo tutti i calcoli), certamente. E in fatto di retorica politica. C’è stato il momento emotional: «Io e i miei fratelli», ha detto ancora il ministro, «sappiamo quello che ha fatto mio padre per farci studiare, lui, figlio di contadini che per laurearsi faceva cinque chilometri al giorno a piedi, cinque all’andata e cinque al ritorno, e quaranta minuti di treno». C’è stato il momento Renzi pride: «Siamo il cambiamento di cui l’Italia ha bisogno e non ci fermerete». E pure uno un po’ Berlusconiano: «Fare il ministro a trentaquattro anni può attirare invidie e maldicenze». Il succo però è stato quello di dipingere il «populismo approssimativo e qualunquista» da una parte, contro «la serietà» dall’altra. Il partito della Nazione, contro i 5 stelle e chi li segue.

E possono notarlo in dieci o venti interventi, le opposizioni, che non è il governo ma la Banca d’Italia ad aver commissariato Banca Etruria e multato il Boschi padre. Possono ricordare che a maggio Boschi e Renzi promettevano una legge sul conflitto d’interessi (una migliore di quella che porta il nome di Frattini, si intende) entro giugno e che la legge è invece ancora ferma in commissione perché prima bisognava fare l’accordo con Berlusconi sulle riforme. Possono dire – lo fa Sinistra italiana, lo fanno i 5 stelle – che il governo dovrebbe separare le banche d’affari da quelle di risparmio (distinzione che esisteva, vi spiega Andrea Ventura sul numero di Left in edicola da domani). Dall’altra parte c’è il partito democratico che lancia l’hashtag #M5Sboomerang.

Lo lancia in un botta e risposta, propaganda contro propaganda, ma lo lancia con alcune ragioni. Ad ascoltare Maria Elena Boschi ci sono opposizioni già asfaltate di loro, che lei asfalta con destrezza.
Asfaltati i cinque stelle che – per inesperienza o foga – hanno presentato la mozione di sfiducia alla Camera, dove i numeri per il governo sono larghissimi («A me non interessa», difende la scelta Di Battista, in aula, «qui c’è una maggioranza incostituzionale. È ovvio che finisca così») e hanno poi trascinato la Lega, ma soprattutto Sinistra Italiana e Possibile (che si son fatte trascinare), nel gioco delle bandierine. Non è un caso che Arturo Scotto, capogruppo di Si, abbia speso metà del suo intervento a spiegare che il loro voto sarebbe arrivato per rifiutare «un referendum sul governo», per non esser dipinti come un vagone attaccato «al treno del governo».

Ma Maria Elena Boschi ha fatto la sua bella figura, oggi, e pazienza che in rete girerà anche il video di Alessandro Di Battista, che ha quasi perso la voce per strillare che «i partiti e le banche sono la stessa cosa» – e giù sui costi della politica – visto che «le prime emettono titoli tossici, e i secondi fanno leggi tossiche». Gireranno entrambi i video, virali. Propaganda contro propaganda.

E le altre opposizioni, tanto il centrodestra di Forza Italia (che infatti è divisa, ed è uscita dall’aula per nascondere la spaccatura) quanto la sinistra, sembrano non accorgersi che lo scontro ideologico tra 5 stelle e il partito della Nazione favorisce entrambi, come da sondaggi.

E per questo, entrambi, lo alimentano.