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L’abbuffata felice dei media sulla festa di Natale vietata. Peccato che non è andata così…

Ma quanto è facile sui giornali “sparare” su un preside che “avrebbe vietato” addirittura la festa di Natale a scuola. Così facile che si esercitano un po’ tutti: a destra ci vanno a nozze, naturalmente, visti i tempi. È il Giorno a dare il la alla vicenda.  Lo racconta molto bene Valigia Blu che mette in fila la sequela dei fatti mediatici e tutte le reazioni. Matteo Salvini si scatena: si farebbe un favore ai terroristi. Matteo Renzi in persona scende in campo: «L’Italia intera, laici e cristiani, non rinuncerà mai al Natale». Ma anche in altre testate non si scherza. Il Fatto ci sguazza. Ancora oggi titola sul sito si legge: “Rozzano, festa di Natale vietata”. Michele Serra, che non è certo di destra, nella sua rubrica L’Amaca su Repubblica di ieri scriveva così: «Quando in una scuola pubblica si sceglie di non fare il presepe o di rinunciare ai canti di Natale per non urtare la suscettibilità dei non cristiani, non si fa torto solamente alle “nostre tradizioni”, come lamentano gli ultras dell’identità tradita. Si fa torto all’idea stessa della convivenza tra culture». E anche Concita De Gregorio questa mattina a Prima pagina su Radio Tre si è lasciata andare all’esaltazione della musica e dell’arte che superano tutte le culture e che non si possono vietare. Per carità, tutto giusto. Peccato che la notizia non era proprio questa. Si è “sparato” mediaticamente, ma la mira era sbagliata. Anzi, proprio il bersaglio non esisteva. Lo ha precisato un’ascoltatrice dello stesso programma condotto da Concita. Il preside Marco Parma dell’Istituto Comprensivo Garofani di Rozzano (Milano) non ha vietato nulla. Ed ecco che emerge la verità di un dirigente scolastico di un istituto di un centro abitato da moltissime famiglie di origine straniera, con cui, ha detto l’ascoltatrice, la convivenza è perfetta. Il preside sabato 28 novembre aveva pubblicato una lettera dal titolo “Natale e dintorni” sul sito della scuola in cui ripercorreva tutta la vicenda (qui). «In primo luogo, non ho mai fatto rimuovere crocefissi né dalle aule del Comprensivo Garofani né da quelle delle altre scuole che ho gestito e diretto nel corso di più di vent’anni di modesta carriera, per un motivo molto semplice: non c’erano». Non ha nemmeno «rimandato né cancellato nessun concerto natalizio né altre iniziative programmate dal collegio docenti e dal consiglio di istituto; mi sono, viceversa, adoperato per sostenerle: tanto il concerto del 17 dicembre dei ragazzi della secondaria quanto quello dei bimbi della primaria, in programma per il 21 gennaio, oltre ai momenti di festa prenatalizia che si svolgeranno, come di consueto, in tutte le classi». Qual è dunque il problema? Da dove nasce la “bufera mediatica”? Semplicemente da un “unico diniego” che «riguarda la richiesta di due mamme che avrebbero voluto entrare a scuola nell’intervallo mensa per insegnare canti religiosi ai bambini cristiani: cosa che continuo a considerare inopportuna». Una richiesta che cozza, confermano altri colleghi di Parma, con il fatto che la pausa dell’intervallo è fuori dalla didattica e che si tratta proprio di uno spazio dedicato alla socializzazione. Di tutti i bambini, al di là della fede religiosa.

Nella stessa lettera il preside chiedeva alla Direzione dell’Ufficio regionale scolastico di valutare «l’opportunità di attribuire ad altro collega la reggenza dell’istituto». Naturalmente questa notizia, “Il preside lascia”, ha trovato ampio spazio, il resto no.

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Elezioni in Spagna. Albert Rivera oscura Pablo Iglesias, la stella di Podemos

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Mancano solo tre settimane alle elezioni politiche  e in Spagna, a quanto sembra da un sondaggio diffuso ieri dal quotidiano El Pais, prevale l’incertezza. In testa, anche se solo con un piccolo distacco rispetto agli altri,  popolari guidati da Rajoy con il 22,7%, seguiti da Ciudadanos di Albert Rivera, astro nascente della politica iberica che sembra aver, in tutto e per tutto, oscurato la stella di Pablo Iglesias leader di Podemos, non pervenuto sul podio dei primi tre partiti in testa ai sondaggi. Al terzo posto infatti nelle intenzioni di voto si piazzano i socialisti del Psoe di Pedro Sanchez con un 22,5%. Su Left n. 42 avevamo presentato un ritratto proprio di Rivera che vi riproponiamo qui.

 

Pablo Iglesias? Más corazón. Albert Rivera? Más calculadora. La sentenza arriva da Jordi Évole, giornalista della Sexta e moderatore del faccia a faccia tra i due leader emergenti. Quasi sei milioni di spagnoli sono rimasti davanti al televisore a seguire il confronto. Podemos contro Ciudadanos. «Rivera se está comiendo a Iglesias», se lo sta mangiando, è il commento più gettonato sui social network. Camicia bianca, jeans, faccia pulita, volto rassicurante, parla chiaro e diretto. Un animale mediatico. Sicuro di sé, va sempre a braccio, anche ai comizi. Albert Rivera è il politico del momento in Spagna. Onnipresente in tv. «Abbiamo proposte per migliorare e riformare il Paese, senza urla e promesse irrealizzabili. Ciudadanos è un partito capace di governare, senza il sostegno dei poteri forti e senza privilegi», va ripetendo da una trasmissione all’altra.
Avvocato, nato a Barcellona 36 anni fa, figlio di commercianti, ottimo inglese, nel suo profilo Linkedin ammette di “non essere perfetto” ma di voler “cambiare le cose e lasciare il segno”. Vuole aprire una nuova epoca «dove la distinzione tradizionale fra le due Spagne, la rossa e la blu, scompaia» così come «le posizioni conflittuali associate a questa idea». Un «cambio sensato» – come da titolo del suo recente libro – contro l’immobilismo di Pp e Psoe, ma anche contro l’estremismo di Podemos. Laureato col massimo dei voti nel prestigioso ateneo privato di Esade, nel 2001 Rivera ha vinto il Campionato interuniversitario di dibattito – contro 62 squadre dalle università di tutto il Paese – con le sue oggi proverbiali doti di retorica. Erasmus in Finlandia e master in marketing politico a Washington, dal 2002 al 2006 ha lavorato quattro anni alla Caixa, il colosso bancario catalano.
Rivera incarna l’immagine di un movimento di giovani con un curriculum brillante. Lo dipingono come una persona auto esigente e disciplinata, doti che avrebbe appreso da adolescente durante i ferrei allenamenti in piscina. Sì, perché Rivera a 16 anni è stato anche campione nazionale di nuoto e ha giocato a livello agonistico a waterpolo. Magro, spalle larghe, ha sfoggiato il suo fisico, di cui certo non si vergogna, nel suo esordio in politica nel 2006, alle prime elezioni catalane a cui il partito Ciutadanos si presentò: un manifesto elettorale lo ritraeva completamente nudo per trasmettere “trasparenza e la semplicità”, sotto lo slogan «è nato il tuo partito, ci importi solo tu».
Fino al 2006, gli elettori catalani erano abituati allo scontro essenzialmente fra due partiti: Convèrgencia i Unió, di centrodestra, e i socialisti di centrosinistra. Al vecchio bipartitismo si contrappose Ciutadans de Catalunya (Cittadini catalani) che della terzietà fra i contendenti faceva bandiera, e che riuscì a ottenere quasi 90mila voti, e tre seggi nel Parlamento di Barcellona, con le sue posizioni anti indipendentiste e filo-centraliste. L’arancione, il colore del partito. Albert Rivera, allora 27enne, intraprese l’intera campagna elettorale tuonando contro la “casta”.
Da allora Ciutadans (nella sua versione in spagnolo “Ciudadanos, partido de la ciudadanía”) non ha fatto che crescere: all’inizio del 2013 aveva appena 2mila iscritti, oggi dispone di un numero di militanti 14 volte superiore (quasi 28mila, dichiarano). Alle ultime europee col 3,2 per cento, ha ottenuto 2 europarlamentari che siedono a Bruxelles tra le fila dell’Alde, il gruppo dei Liberal-Riformisti. Nelle amministrative di maggio il grande salto su scala nazionale sparigliando le carte di Pp, Psoe e Podemos.
Ciudadanos è Albert Rivera. E lui è terribilmente bravo: il messaggio che vende sul partito arancione (Pantone 1585C, per la precisione) è solido e credibile, qualsiasi proposta o posizione appare come ragionevole e sensata, mai ideologica: «Le ideologie ci sono – dichiara in un’intervista – ma le etichette sono state diluite. Mi considero liberale, credo nell’economia di mercato, ma ho una sensibilità sociale perché difendo l’istruzione pubblica e voglio che gli anziani abbiano pensioni più alte». Le sue posizioni, le definisce, «moderate». Il suo libro preferito? Il fattore umano di John Carlin.
Piace il suo stile di vita, umile e austero. Gira principalmente coi mezzi pubblici, senza scorta, patito di moto a volte raggiunge il Parlamento con la sua Yamaha 1000, tifosissimo del Barcellona ma crede nella filosofia di Diego Simeone, carismatico allenatore dell’Atletico Madrid: «Si deve lottare, partita dopo partita». Piedi per terra, sempre concentrati e determinati. Anima e corpo alla politica. Albert vive in affitto a 800 euro al mese, divorziato, vede la figlia Daniela, 4 anni, una volta alla settimana. «So di rappresentare il nuovo – dice di sé con spavalderia – ma ciò non mi incute timore. Sono il garante di una rigenerazione e sono qui per migliorare la condizione della gente contro un capitalismo clientelare e corrotto». Nel suo programma si dichiara di “centro-sinistra”, il che è già quanto meno curioso, dato che Rivera, dal 2002 fino al 2006, ha militato fra i giovani del Partito Popolare. Lui stesso ha affermato di voler ricalcare le orme di altri grandi leader conservatori: «Mi piace ciò che ha fatto Suárez, durante il periodo della Transizione, González negli anni 80 o Aznar nel ’90», dichiara nel suo classico stile cerchiobottista.


Rivera si dichiara di “centro-sinistra”, il che è quanto meno curioso, dato che dal 2002 fino al 2006 ha militato fra i giovani del Partito Popolare


Il giovane Albert ha in mente un programma economico liberista nel quale non disdegna le privatizzazioni, è contro le impopolari (per i ricchi) tasse patrimoniali o sulle eredità, difende le banche (ma critica gli strumenti finanziari meno trasparenti), considera sbagliato il reddito minino e propone sgravi fiscali per le imprese. Non a caso, a sinistra, Rivera viene definito «il principe azzurro della Borsa» e viene accusato di avere il sostegno dei poteri forti e dei grandi industriali del Paese. In campo sociale, a parole, è moderatamente progressista. Contrario alla legge sull’aborto, si è schierato contro la sanità agli immigrati senza permesso di soggiorno: «Così si fa in tutta Europa».
Sufficientemente malleabile e intelligente da saper cambiare posizione per evitare quelle più controverse, come platealmente ha fatto sul matrimonio gay, dapprima moderatamente avversato, e poi accettato. Considera la prostituzione una professione come le altre, ma dato che questa sortita ha suscitato un forte dibattito, l’idea è stata prontamente accantonata. Stessa sorte toccata all’idea di legalizzare le droghe leggere. Di nessuna delle due c’è traccia nel programma del partito.
Rivera utilizza molto, e bene, il suo profilo twitter, pare ci tenga a gestirlo personalmente. Pochi giorni fa, ha lanciato l’hashtag #somoselnuevocentro: «Siamo il nuovo centro perché sono più i cittadini con voglia di cambiamento che quelli con paura», ha scritto.
Nel febbraio 2014 è uscito il suo libro Juntos Podemos, subito dopo il debutto di Iglesias. Lo hanno accusato di copiare nome e idee. Si è difeso dicendo che il testo era precedente alla fondazione del partito. Alcuni punti programmatici sono effettivamente identici: maggiore trasparenza e lotta alla “casta”, ai costi della politica e alla corruzione del sistema. Anche Rivera è per una «transizione democratica» che deve passare, in primis, per una nuova legge elettorale, un piano nazionale sull’istruzione e la riforma della giustizia.


 

Ecco il “Podemos di centro” auspicato dagli imprenditori spagnoli già nel 2014. Con il 18 per cento alle elezioni catalane, dopo le politiche potrebbe governare con i popolari


 

Cita costantemente una frase di Victor Hugo: «Non c’è niente di più meraviglioso di un’idea che giunge al momento giusto». Nei suoi discorsi, a volte, è spiazzante riuscendo a passare dalla difesa di quest’Europa e dell’austerity all’elogio di Pepe Mujica, ex presidente-guerrigliero dell’Uruguay. È scaltro, un populista con toni moderni e certo non scomodo all’establishment che lo sta pompando oltre modo.
Ecco il “Podemos di centro”, il partito auspicato dagli imprenditori spagnoli nel 2014 quando l’auge della creatura di Iglesias si faceva minacciosa. Nei sondaggi Ciudadanos non si ferma più. E dopo essere arrivato secondo alle elezioni catalane di settembre con il 18 per cento, sarà l’ago della bilancia a Madrid dopo le elezioni del 20 dicembre. Qualcuno ipotizza possa arrivare come seconda forza, sopra il Psoe, e allearsi con il Partito popolare per un nuovo governo di destra in Spagna. Perché votare gli arancioni alle prossime elezioni? Lui, forte della grande ascesa, risponde: «Innanzitutto perché non abbiamo mai governato e non siamo i responsabili di questa situazione, secondo perché ci sono partiti che si presentano come il nuovo ma promettono cose irrealizzabili». Agli spagnoli scegliere il volto del cambiamento: Iglesias o Rivera?

 

Salvare il capitalismo da se stesso, la ricetta di Robert Reich

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Sugli scaffali delle librerie americane (e online) chiunque voglia può comprare Saving Capitalism, ultimo lavoro di Robert Reich, professore di economia a Berkeley, già Segretario del lavoro per due anni con Clinton (che poi svoltò a destra) e oggi figura di punta della critica radicale ma istituzionale al sistema in cui viviamo. Reich oggi scrive, lavora con campagne importanti ed è una delle voci autorevoli e non convenzionali della sinistra liberal americana. Ha scritto libri importanti che mischiano accademia e divulgazione e proposta e aiutano a capire bene come e quanto sia cambiato il modello americano. Reich è molto america-centrico, ma la sua lettura dei fenomeni aiuta almeno in parte a capire anche come stiamo noi. In fondo quello degli anni tra il New Deal e il 1980 è stato un compromesso sociale tra capitale e lavoro, per quanto sui generis e con meno Stato, come quello che scricchiola e traballa da decenni in Europa e che oggi sembra – a meno di non essere ripensato, atualizzato e reinventato – destinato a essere lasciato da parte.

Sulla New York Review of Books, Paul Krugman scrive una recensione di Saving Capitalism che naturalmente ci dice anche cose su cosa pensi il premio Nobel e professore a Princeton della fase attuale.

«Work of Nations era in qualche modo un lavoro innovativo, perché si concentrava sulla questione della disuguaglianza crescente -un problema che alcuni economisti, me compreso, stavano già prendendo sul serio – scrive Krugman – ma che non era ancora centrale nel discorso politico. Il libro di Reich guardava alla disuguaglianza in gran parte come un problema tecnico che aveva una soluzione tecnocratica dalla quale tutti avevano da guadagnare. Tempi andati. Nel suo nuovo libro Reich offre una visione molto più oscura della realtà, e fa ciò che è a tutti gli effetti un invito alla lotta di classe, o, se preferite, a una rivolta dei lavoratori contro la guerra di classe silenziosa che l’oligarchia americana sta conducendo da decenni».

Cosa succede tra la scrittura del primo e del secondo libro di Reich, si chiede Krugman? Da un lato cambia il discorso generale della politica americana, dall’altro si osserva un fenomeno che è quello della crescente distanza tra i salari di chi ha frequentato l’università e chi no. Come si spiega questo distacco? Si è detto che la colpa fosse della globalizzazione che portava le fabbriche all’estero (ergo i pochi operai non specializzati che rimanevano erano destinati a competere con i cinesi sul salario per lavorare), ma scrive ancora Krugman, quando il fenomeno è cominciato la quantità di stabilimenti in fuga era ancora minima. Poi si è data la colpa alla tecnologia: le macchine fanno più lavoro che prima facevano umani senza laurea, il lavoro si concettualizza e chi non ha studiato resta indietro. La risposta possibile, contenuta in The Work of Nations, era: dotiamo di strumenti più persone e l’economia aprirà nuove opportunità. Si trattava, insomma, di aumentare il bagaglio del lavoratore medio. Teoria molto anni 90, opportunità e se vogliamo, molto terza via clintonian-blairiana. Non funzionò: dopo il 2000 anche i salari di alcune categorie istruite cominciarono a perdere terreno, quelli dei manager a salire a dismisura e le imprese smisero di investire in innovazione e cominciarono a mettere i loro soldi in Borsa o in altre attività.

Che spiegazione nuova troviamo nel libro di Reich? La prima si chiama un crescente aumento del potere di mercato di attori monopolistici od oligopolistici di fissare il prezzo a cui comprano o vendono merci e lavoro. Krugman ricorda come ci sia stata una lunga fase in cui nella teoria economica e in politica, l’idea che il potere dei monopoli fosse tutto sommato ininfluente sia stata prevalente per qualche decennio grazie a un saggio di Milton Friedman, che con i suoi colleghi di Chiacago ha influenzato la politica economica degli ultimi 30 anni.

Reich, ci racconta Krugman, fa buoni esempi di come il monopolio sia in realtà un danno per la competizione, oltre che per i consumatori. L’esempio scelto tra gli altri è quello delle connessioni internet, che negli Usa (a differenza di come si potrebbe immaginare) non sono particolarmente veloci e sono piuttosto care – come anche la telefonia cellulare. Il motivo? La scarsa concorrenza. Citando una serie di studi recenti – tra cui quello di Peter Orszag, ex direttore del Congressional Budget Office – che mostrano come il crescente potere dei monopoli si manifesti anche nei profitti di un numero crescente di imprese, che non scendono, proprio perché non incalzati da concorrenti.

Del resto, spiega Reich, se io guadagno molto vendendo un servizio internet scadente e non sono incalzato da un avversario che ne vende uno migliore, perché dovrei spendere soldi per piazzare fibra, antenne o perdere profitti abbasando i prezzi al consumo? Nella sua recensione Krugman sottolinea come

«concentrandosi sul potere di mercato aiuti a spiegare perché la grande svolta nella disuguaglianza dei redditi coincida con i cambiamenti politici, in particolare la brusca svolta a destra nella politica americana. Che il livello di potere di mercato delle imprese è, in gran parte, determinato da decisioni politiche».

E così, nella politica americana (e non solo) il potere politico può a volte essere funzione del monopolio, che ringrazia e lo alimenta. E così deregolamentazione, attacco alle leggi sindacali, riduzione dei controlli e limiti ai monopoli sono frutto di scelte politiche che hanno contribuito a ridisegnare il campo da gioco nel quale imprese e lavoratori giocano.

Cambiare le regole e tornare a un mercato che somigli di più a quello in cui c’è concorrenza, e lo Stato regole per il bene di tutti è la scelta da fare per “salvare il capitalismo”, sostiene Reich. Krugman, che concorda con le ricette politiche proposte in Saving Capitalism, è meno convinto. Reich propone di aumentare i salari minimi – cosa che molti Stati Usa hanno fatto senza conseguenze negative per il merato del lavoro, anche in anni come questi non stupefacenti dal punto di vista della crescita – restituire ruolo ai sindacati, aumentare il potere di lavoratori e consumatori in materia di contratti (impedire insomma, alle imprese che ti raggirano come lavoratore o consumatore dei loro beni, di farlo….pensate ai vostri litigi disperati con le compagnie telefoniche). Infine occorre fare in modo che le corporations la smettano di rispondere soli agli azionisti – che chiedono risultati finanziari a breve termine.

Può funzionare? Nel New Deal, scrive Krugman, funzionò. E il fatto che le prossime elezioni presidenziali Usa vedano molti candidati, anche quelli di destra, giocare con l’antipolitica e il populismo che se la prende con i potenti e l’1%, secondo Reich è un buon segno. Guardate Hillary Clinton – questo Reich non lo scrive – ha posizioni infinitamente più a sinistra di se stessa 20 anni fa. E Sanders ha un successo inaspettato. Segno che il vento, dopo 30 anni di monetarismo, neoliberismo e deregolamentazione e a otto anni dalla Grande recessione sta cambiando. Può darsi: in fondo anche il New Deal è cominciato ben 4 anni dopo il crollo delle Borse. Gli Usa e l’Europa contemporanei ci stanno mettendo di più (e a dire il vero l’Europa presenta altre analogie inquietanti con gli anni ’30), ma dovremmo augurarci che Reich abbia ragione.

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Legge 107, via libera alla battaglia dei referendum dal mondo della scuola

scuola referendum

“Abbiamo approvato il documento all’unanimità. Adesso iniziamo la battaglia per i referendum!”. Marina Boscaino, conclude così, con un sorriso, nonostante la stanchezza per la lunga giornata, l’assemblea nazionale promossa dai Comitati Lip (legge di iniziativa popolare) che si è tenuta ieri a Roma. Spetta a questo combattivo gruppo (qui tutti i partecipanti e il documento conclusivo) di associazioni, movimenti, reti di docenti e studenti  il compito di portare avanti una mobilitazione contro la legge 107 che, secondo i promotori, dovrà sfociare nella prossima primavera in una campagna referendaria. All’assemblea erano presenti rappresentanti di Flc Cgil, Cobas, Unicobas, Usb e come movimenti politici, Sinistra italiana, Prc, M5s, Altra Europa per Tsipras, Possibile e Azione civile. Ma soprattutto erano presenti rappresentanti dei Comitati dei referendum per l’acqua pubblica e del Coordinamento per la Democrazia costituzionale che ha già presentato due quesiti in Cassazione per l’abrogazione dell’Italicum.

I referendum contro la legge 107

Così, a pochi mesi dall’inizio dell’anno scolastico, nel caos normativo tra deleghe ancora in bianco, polemiche sui comitati di valutazione e assunzioni della fase C  allarmanti (il caso di Genova qui), i referendum cominciano a prendere forma. Libertà d’insegnamento minacciata dal preside manager, privilegi alle private e diritti degli studenti (alternanza scuola-lavoro e curriculum on line), i temi dei quesiti.

Archiviato il tentativo di Possibile di Civati che non è riuscito a raccogliere le firme necessarie – tentativo peraltro contestato fin da subito dal mondo della scuola -, adesso si tratta di preparare la campagna con molta calma e determinazione. E’ quanto è emerso ieri durante l’assemblea, introdotta dalla relazione del costituzionalista Massimo Villone che insieme ai colleghi Bruno De Maria e Andrea Morrone fa parte del comitato tecnico scientifico (anche con rappresentanti Lip). Il giurista ha ipotizzato i quesiti referendari che mirano all’abrogazione di alcuni punti-chiave della 107 e che in sostanza la svuotano dei suoi contenuti più “pesanti”.

Obiettivo: coinvolgere tutti gli italiani

Ma i quesiti devono arrivare al maggior numero di persone possibile, questa la parola d’ordine sottolineata in molti interventi. “Dobbiamo riuscire a parlare a 50 milioni di persone e convincerne a votare almeno 25”, ha detto Giovanni Cocchi, del comitato Lip di Bologna, un professore noto per aver ingaggiato a metà maggio un “duello” virtuale con Matteo Renzi (qui), rispondendo punto per punto allo spot della Buona scuola con il presidente del Consiglio.

Ebbene, ieri Cocchi ha detto che se dovesse scegliere, sceglierebbe il quesito sulla libertà d’insegnamento essendo il più “comunicabile” all’esterno. I temi della 107 che potrebbero finire nei quesiti, come riporta il documento conclusivo dell’assemblea sono questi: “libertà di insegnamento contro i poteri del dirigente manager. Diritti degli studenti. Sostegno e difesa per la scuola della Costituzione, gratuità, democratica, laica, pluralista e inclusiva, finalizzata ai principi di uguaglianza e solidarietà di tutte le cittadine e i cittadini; discutendo – in seguito alla relazione del prof. Massimo Villone – quesiti relativi a: chiamata diretta degli insegnanti, ambiti territoriali, abolizione della titolarità; comitato di valutazione e premio di merito; alternanza scuola-lavoro; curriculum dello studente; school bonus”. Più difficile invece l’abrogazione totale della legge, come hanno sottolineato alcuni rappresentanti sindacali.

A gennaio via al comitato promotore

“Un referendum non della scuola, ma per la scuola, come strumento dell’interesse generale”, questo l’appello lanciato dall’assemblea a tutte le forze della scuola invitandole a entrare nel comitato promotore “che deve essere il più ampio possibile”, si legge nel documento. Intanto il prossimo appuntamento è fissato per  gennaio a Napoli. In quell’occasione sarà costituito il comitato promotore che individuerà i quesiti da proporre. E poi via alla raccolta delle firme. Forse la rete referendaria – più estesa, con Fiom e altri soggetti – abbraccerà altri temi, come quelli contro il Jobs act e lo Sblocca Italia.

Così, mentre  il presidente del consiglio “premia” i diciottenni con il bonus da 500 euro simile a quello dei prof – di ruolo, perché ai precari non tocca nulla – come un fiume carsico comincia a scorrere il movimento dei referendum. Un movimento lento, ma fino adesso per niente improvvisato. Anzi, si avverte dietro una grande riflessione e molto studio. Del resto, a promuoverlo sono gli insegnanti stessi che, quanto a studio, ne sanno qualcosa.

Milano, le primarie e la strategia del “tempo perso”

A volte quasi quasi davvero riuscivano a farti venire il dubbio che ci credessero a quello che dicevano: a Milano tutti fitti fitti sul “modello Pisapia” fingendo che potesse esistere anche senza di lui, l’attuale sindaco, come se Milano fosse un “modus vivendi”. E così ogni volta che qualcuno timidamente alzava il ditino per fare notare quanto fossero passate diverse ere geologiche dalla prima elezione del sindaco arancione, se qualcuno con il pastello rosso si incaponiva a sottolineare quanto il PD di oggi fosse tutt’altro PD e quanto la sinistra oggi sia così diversa da quella che sull’onda arancione sembrava quasi capace di portare Vendola in cima alle primarie nazionali, insomma, ogni volta che qualcuno ribadiva quello che è sotto gli occhi di tutti veniva additato come “distruttore”, “mistificatore” o peloso pessimista.

E così finisce che siamo arrivati a dicembre e non solo niente è deciso ma Milano di centrosinistra sembra pronta ad implodere intorno all’incapacità di costruire anche solo un fronte locale comune rispetto alla   volontà nazionale di Renzi e compagnia cantante. Al supermanager Sala (che non si è accorto delle ruberie dei suoi collaboratori più vicini, ma questo sembra un dettaglio insignificante) si è arrivati a contrapporre al massimo la “vice di Pisapia” di cui non sembra nemmeno necessario scrivere il cognome. Pisapia come brand, quindi, contrapposto al marchio del manager come se fosse uno scontro industriale tra multinazionali della gestione amministrativa. E fa niente se è stato proprio il cuore di Milano e della gestione di questi ultimi anni ad essere il valore aggiunto di una città che è riuscita a risorgere dalle ceneri di una disastrosa parentesi morattiana; anche quelle antiche e partecipatissime primarie che innescarono la vittoria del centrosinistra sembrano un feticcio lontano.

Così tutti impauriti di sembrare quelli che “rompono con il PD” a sinistra sono riusciti nella mirabile impresa di avere “rotto con Milano”. E adesso, per l’ennesima volta, ci si ritrova al massimo a recuperare i cocci. Niente di meglio per spianare la strada all’ennesimo superuomo, commissario o manager che va tanto di moda. Altro che antipolitica.

 

Frankie Hi nrg allo Zecchino d’Oro

frankie hi-nrg zecchino d'oro

Tutto quello che nel 1997 cantava in una delle canzoni più azzeccate degli ultimi vent’anni, “Quelli che benpensano”, Frankie Hi-nrg mc, torinese di nascita, siciliano di origine, lo pensa ancora. È una canzone attualissima quella sui “benpensanti” che sono ancora lì, intorno a noi, e non hanno preso a modello la sua canzone, sostiene divertito, e – come cantava allora – «sono rimasti medi come i ceti cui appartengono». Ma il più significativo dei nostri rapper, cantautore attento e preparato, e pure fotografo ormai (una mostra a Newyork e una, prossimamente, a Milano), quest’anno ha una canzone in corsa allo Zecchino d’oro. “Zombie vegetariano”, è il titolo. È strano? No. «È un grande privilegio», ci dice Frankie, perché i bambini sono «il pubblico migliore che si possa avere», e i bambini, anzi, «dovremmo ascoltarli anche noi». Di più.
Perché questa volta hai deciso di scrivere una canzone per i più piccoli?
L’universo infantile, quello dello Zecchino ma anche delle sigle dei cartoni animati, mi appartiene da sempre. Quei dischi sono ancora sui miei scaffali, sono i primi con cui ho provato a fare lo scratcher e sono spesso fonte di buone ispirazioni. L’idea di poter creare qualcosa di nuovo e di finire su quel mio scaffale, mi è piaciuta subito tantissimo.
Come si scrive una canzone per bambini?
Il pubblico infantile è il migliore che si possa sperare di avere, è attento, esigente, ma non ha secondi interessi e fa domande, ti aiuta a comprendere qualcosa della tua stessa arte. Non ho mai amato le canzoni che parlano di concetti astratti, quelle che mi dicono che è bello l’amore o cose così, e mi piacciono invece quelle che declinano i concetti con delle metafore, o con delle storie, e magari che mi fanno ridere. È quello che ho cercato di fare.
Tu che bambino sei stato?
Ho avuto la fortuna di frequentare amici molto stimolanti e di aver imparato fin da subito cosa significa stimolare.
Astronauta, calciatore, pompiere: cosa avresti voluto fare da piccolo?
Il fornaio o il falegname, che sono lavori che mi davano la sensazione di fare qualcosa. La famiglia di mio padre ha una tradizione di falegnameria: gli ebanisti di Monreale erano famosi. Lavorare nel mondo dello spettacolo non è mai stata una mia particolare velleità, anche se non mi sono mai tirato indietro quando c’era da parlare a più persone o mettermi in gioco, dire la mia.


 

Continua sul numero 46 di Left in edicola dal 28 novembre

 

SOMMARIO ACQUISTA

 

Come facciamo a salvare il pianeta? Lasciamo il petrolio sotto terra

TO GO WITH AFP STORY BY ANTHONY LUCAS (FILES) -- A file picture taken on February 14, 2013 shows smokes rising from stacks of a thermal power station in Sofia. Starting on September 27, 2013, six years after their last diagnosis on global warming, climate experts of the Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) will present their new state of affairs: an increasingly alarming wakeup call in preparation of the 2015 expected climate agreement. AFP PHOTO / DIMITAR DILKOFF

Negli Stati Uniti, dopo decenni in cui la politica negava il cambiamento climatico sembra esserci una nuova consapevolezza. Un momento che ha cambiato la percezione degli americani è stato Sandy: nel 2012 non si parlava di cambiamento del clima fino a quando l’uragano non si è abbattuto su New York e il New Jersey. Dopo, il tema è entrato di prepotenza in campagna elettorale. Molti Stati stanno vivendo le conseguenze del cambiamento climatico in maniera visibile: l’Alaska, dove i villaggi della costa temono di essere sommersi, o la California, che ha vissuto la peggior siccità di sempre. La California è un esempio positivo e negativo allo stesso tempo: gli investimenti in energie rinnovabili hanno funzionato e c’è un clima imprenditoriale che dice «Lavoriamo su questo, è il futuro»; e poi c’è una enorme quantità di siti di fracking, la tecnica di estrazione del gas che utilizza enormi quantità d’acqua. «Alla luce della situazione drammatica dell’acqua in California, chiediamo, assieme a molte altre campagne, di sospendere le trivellazioni che usano il fracking». Parla con entusiasmo e grande precisione, May Boeve, giovane sorridente a cui il Guardian e il Time hanno dedicato profili spiegandoci che è una delle figure chiave dell’ambientalismo globale. a ridosso della Cop21 di Parigi sta lavorando molto. Quando le parliamo è molto felice per la vittoria ottenuta sulla Keystone pipeline, il mega oleodotto che Obama ha deciso di non far costruire.
Siete stati protagonisti di una vittoria notevole: l’oleodotto che dal Canada doveva trasportare il petrolio estratto da sabbie bituminose non si farà…
La bocciatura della Keystone pipeline è un grande successo. Ci sono decine di progetti in giro per il mondo, da terminal petroliferi a nuove ipotesi di trivellazioni, che se messi in moto cancellerebbero la possibilità di mantenere l’aumento della temperatura terrestre sotto la soglia dei 2 gradi centigradi. La decisione segna un precedente che aiuterà i movimenti a mettere pressione su altri capi di governo che si trovano a decidere su progetti simili. Certo, c’è ancora un’enorme quantità di trivellazioni su suolo pubblico e i movimenti che si sono battuti contro la Keystone oggi lavorano per fare in modo che gli idrocarburi rimangano sotto terra: dobbiamo lasciare gas e petrolio dove sono.

A proposito di consapevolezza nuova e mobilitazioni: se avete vinto è anche perché contro la Keystone non c’erano solo ambientalisti liberal e studenti radicali.
Esatto: quel successo non è degli studenti radicali ma dei ranchers del Nebraska, che sono in maggioranza conservatori e votano repubblicano. Loro per primi – e anche molte tribù di nativi – si sono battuti per difendere le terre dove lavorano da generazioni da una multinazionale canadese del petrolio. Sono loro che si sono alleati con noi ambientalisti radicali, aiutandoci a vincere. Credo che ora si sentano parte del movimento ambientalista. Lo stesso può valere per alcune comunità religiose che oggi stanno assumendo l’idea che occorra conservare la Terra. O ancora la Green Tea Coalition in Georgia, che mette assieme ambientalisti e Tea Party per chiedere meno carbone e più solare. Storie così, con alleati che oggi chiamiamo improbabili, stanno diventando normali. Il fatto è che per decenni le compagnie petrolifere che sapevano del cambiamento climatico hanno speso soldi per impedire che si sapesse la verità e hanno mentito sui risultati delle loro ricerche. Oggi vengono sbugiardati (la Exxon è addirittura sotto inchiesta da parte del Dipartimento di Giustizia) e la società americana comincia a capire e informarsi.

Cosa vi aspettate dal vertice di Parigi?
Penso e spero che la Conferenza mondiale sul clima segnerà un passaggio vero: non necessariamente per quel che succederà ma per come ci siamo arrivati. I governi arrivano dove la gente li spinge e la spinta stavolta è stata forte. A Copenaghen si fece di tutto per arrivare a un accordo, uno qualsiasi, ma senza gli occhi della società mondiale aperti. Stavolta ci sono Paesi che hanno preso impegni seri e altri meno: anche in loco si possono fare passi avanti ed è per questo che è importante esserci e mobilitarsi. Il movimento ambientalista è molto più radicato e globale che al tempo di Copenaghen, così la consapevolezza globale. Per questo Parigi può diventare un punto di snodo del passaggio dalla società dei combustibili fossili a quella del 100% rinnovabili. Aspettiamo di vedere quanto i governi siano davvero consapevoli e impegnati. E per questo nei primi giorni della Cop21ci sarà la possibilità per tutti, in ogni angolo del mondo, di far sentire la propria voce. Stiamo anche cercando di premere sulle istituzioni ed enti privati affinché vengano a Parigi ad annunciare il loro disinvestimento dagli idrocarburi. Anche quello sarà un modo per mostrare al Pianeta come e quanto il tema abbia forza e che ci sono parti importanti di capitale privato che decidono di abbandonare i propri investimenti in gas e petrolio a prescindere da quel che a Parigi si firmerà.


 

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Donne, caporalato e sfruttamento nei campi del “Ghetto Italia”

Quando pensiamo al lavoro agricolo andiamo con la mente alla fatica e al sudore di un’occupazione considerata, a torto, prevalentemente maschile. Le cose non stanno così. Nell’immaginario più comune si specchia un pregiudizio, visto che le donne, le braccianti, costituiscono un pezzo importante dell’offerta di lavoro in agricoltura. A dire il vero nella condizione delle braccianti, soprattutto se straniere, troviamo tutti i più terribili ingredienti delle nuove forme di sfruttamento.
Va detto innanzitutto che il lavoro femminile non sostituisce quello maschile, ma gli è complementare, soprattutto quando le donne sono impiegate per immagazzinare i prodotti agricoli dopo averli raccolti. Se si tratta di ortaggi le donne sono preferite agli uomini per via della maggiore delicatezza del lavoro da svolgere. La raccolta degli ortaggi può avvenire in serra, sotto grandi tendoni, al caldo asfissiante, dove all’umidità dobbiamo associare le esalazioni dei fitofarmaci e di altri veleni. Questo avviene in Calabria, nel Lazio, in Puglia, in Emilia…
Le donne, italiane e straniere, vengono condotte nei luoghi della raccolta dai caporali, trasportate per decine di chilometri dai punti di raccolta. Nel caso pugliese, i pulmini dei caporali partono dai comuni della provincia di Brindisi o di Taranto per raggiungere Bari e la Bat, dove c’è la più forte concentrazione di imprese di una certa dimensione: capaci di assorbire manodopera in grande quantità. Ed in queste aziende può capitare che le braccianti siano sottoposte a forme di ricatto, anche sessuale, pur di mantenere il posto, per essere richiamate a lavorare l’indomani.

Il ricatto sessuale non è nuovo. Nella memoria delle braccianti pugliesi e siciliane, per esempio, il racconto degli stupri e dei palpeggiamenti da parte dei caporali e dei capisquadra è sempre stato frequente. Quello che cambia è la nazionalità delle donne ricattate. Sono per lo più rumene o centrafricane. In alcuni casi, come ci hanno raccontato alcune braccianti rumene della provincia di Taranto, le più giovani sono selezionate nude in una specie di turpe sfilata sotto i teloni di imprese non sempre piccole e spesso beneficiarie di lauti finanziamenti pubblici. Questa condizione rivela quanto sia maschilizzato il sistema dello sfruttamento. Le caporali, infatti, sono poche e certamente non assurgono ai vertici del sistema.

La manodopera femminile è un doppio serbatoio di gratificazione per i caporali: pecuniaria e sessuale. Nei ghetti dei braccianti il confine tra lavoro bracciantile e prostituzione è davvero labile. Questo fenomeno è osservabile nel ghetto di Rignano Garganico o in altri più piccoli ghetti della Capitanata. Qui le donne – nigeriane, altre centrafricane e rumene – sono prostituite nei bordelli e condotte nei campi come braccianti. Siamo in un regime di doppia riduzione a merce delle braccia e del sesso di queste immigrate. Le ragazze vengono vendute per i braccianti, ma sono gratuitamente a disposizione dei caporali e dei proprietari dei terreni sui quali lavorano e sono innalzati i ghetti. Ci è capitato di osservare questa situazione soprattutto nel foggiano, dove la già elevata domanda invernale di sesso a pagamento aumenta nella stagione estiva grazie all’arrivo di migliaia di maschi per la raccolta del pomodoro. È un circolo vizioso, un girone infernale che stritola le ragazze in una morsa di stress, affaticamento e malattia.

Le braccianti italiane, quantunque meno soggette al sistema del ricatto sessuale, pagano, soprattutto se madri, l’inesistenza di sistemi di welfare adeguati al mercato del lavoro. È molto raro che un Comune apra un asilo o un nido notturno per i figli delle braccianti, e questo costituisce un impedimento alla continuità lavorativa che si ripercuote sulle garanzie contributive e retributive. D’altra parte, se alle braccianti viene sempre assegnato un numero di giornate agricole dichiarate all’Inps inferiore a quello delle giornate realmente lavorate, ci sarà una spiegazione. E queste giornate, poi, sono molte meno di quelle registrate per gli uomini. Sono certamente la più forte fragilità sociale, la tendenziale esclusione dal mercato del lavoro e una diffusa sottocultura che rendono le braccianti meno tutelate degli omologhi maschili, e meno visibili nel racconto mediatico sul lavoro agricolo.

In un sistema globale – gestito dalle grandi imprese della trasformazione agroindustriale e dalle grandi reti commerciali – per chi fissa il prezzo del prodotto agricolo a prescindere dal costo del lavoro, la manodopera femminile è una risorsa preziosa. Un prodotto può costare tanto ma contenere un dosaggio robusto di sfruttamento e di lavoro femminile (e maschile) nero e sottopagato. In Puglia nel 2014 sono aumentate le donne straniere registrate come braccianti, mentre è diminuito il numero delle tutele ad esse destinate. Il dato rivela una contraddizione interna al mercato del lavoro, mai sanata dalle normative e dalle ispezioni. Il prezzo del prodotto, incidendo sul tendenziale azzeramento del costo del lavoro come mai accaduto in precedenza nella storia contemporanea, gioca come una scommessa epocale contro i salari e contro la salute delle braccianti. Questo spiega, secondo noi, perché la scorsa estate ci sono stati sei morti nelle campagne pugliesi, tra i quali due donne.

Per porre rimedio a questa condizione disumana è necessario centralizzare nel sistema pubblico il collocamento delle/dei braccianti, sottrarlo alle agenzie informali – i caporali – ed a quelle interinali – non di rado in combutta con i caporali – di mediazione tra domanda e offerta di lavoro. Come è necessario che il trasporto e gli altri servizi siano garantiti dalle imprese e dalle istituzioni locali. Infine, gli stessi dispositivi contrattuali devono essere modificati al rialzo dei diritti: il ricorso al voucher, diffuso soprattutto al Nord, è un espediente adoperato dal sistema d’impresa più intelligente ed evoluto per ridurre salari e tutele e per evadere contributi. Perché questo accada, le grandi imprese dovranno ridurre i margini della rendita e del profitto accumulati sulla pelle delle lavoratrici e dei lavoratori agricoli. ( Leonardo Palmisano e Yvan Sagnet sono autori del libro inchiesta Ghetto Italia, edito da Fandango)


 
 
 
 

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Ripensare il modello o Parigi sarà un flop

clima-inquinamento

Non sono bastate 20 Conferenze sul clima per individuare e applicare misure realmente efficaci nel taglio delle emissioni. E la 21esima, alle porte, non promette nulla di buono. La preoccupazione emerge dalle dichiarazioni di capi di governo, leader politici, negoziatori e intellettuali di America Latina, Africa, Asia e piccoli stati insulari, tutti convinti che le proposte sul tavolo della negoziazione siano timidi correttivi, del tutto insufficienti, mentre servirebbe un ripensamento complessivo del modello economico e, di conseguenza, della perversa relazione nord-sud. Il contributo di queste aree del mondo all’aumento delle emissioni è molto ridotto: il 7% delle emissioni globali proviene da America Latina e Caraibi; appena il 3,8% dal continente africano. In prima linea troviamo gli 11 Paesi dell’Alba, Alleanza bolivariana delle Americhe, tra cui Bolivia, Venezuela, Cuba e Nicaragua, che insistono sulla responsabilità storica dei Paesi sviluppati e criticano i mercati di carbonio e le altre soluzioni di tipo finanziario. Nel 2010, dopo il fallimento di Copenaghen, questi governi assieme a movimenti sociali di tutto il mondo si riunirono a Tiquipaya, vicino Cochabamba, in Bolivia, per la prima Conferenza mondiale dei popoli sul cambiamento climatico e i diritti della Madre Terra. La dichiarazione finale conteneva critiche sferzanti ai meccanismi negoziali e alle cosiddette “false soluzioni” proponendo azioni radicalmente alternative. Nell’ottobre scorso, nello stesso luogo, una seconda Conferenza dei popoli si è celebrata in vista del vertice di Parigi. Il documento finale parla di «crisi strutturale del modello capitalista basato sullo sfruttamento intensivo delle risorse naturali e dell’uomo» e di come sia necessario, per fronteggiare la crisi climatica, transitare verso un sistema economico e sociale basato sull’armonia tra comunità umane e natura. Tra le proposte: fissare il limite di allarme a +1,5 gradi anziché +2, riconoscere i diritti della natura e la loro complementarietà rispetto ai diritti dei popoli, risarcire i danni causati da eventi climatici estremi, istituire un Tribunale internazionale per la giustizia climatica, approvare una Dichiarazione universale dei diritti della Madre Terra, ridurre le emissioni differenziando le responsabilità e non basandosi su meccanismi finanziari speculativi. Pablo Solòn, già ambasciatore per la Bolivia presso l’Onu, negoziatore in seno alla Cop ed ex direttore della ong Focus on the Global South, critica il fatto che nessun punto della bozza di accordo stabilisce un limite all’estrazione di combustibili fossili, principali responsabili delle emissioni, mentre sarebbe necessario lasciare sotto terra l’80% dei giacimenti conosciuti per limitare l’aumento di temperatura entro i 2 gradi. Inoltre, ci si allontana dall’obiettivo “zero deforestazione” entro i prossimi 5 anni, che annullerebbe così il 17% delle emissioni globali. Altro gruppo di pressione è rappresentato dai paesi dell’Ailac, associazione indipendente di America Latina e Caraibi, che si è costituita come gruppo formale di negoziazione durante la Cop nel 2012 ed è composta da Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Perù e Panama. Ailac è favorevole ai mercati di carbonio come misura di riduzione delle emissioni, posizione fortemente criticata dagli altri Paesi del continente, e insiste sulla compatibilità tra impegni di riduzione e politiche di sviluppo.


 

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Food Day, la Roma fa il tifo per la solidarietà

A Roma, la domenica, la popolazione si divide nettamente in due, non se ne abbiano i pochi che comprensibilmente tentano di scampare alla foga calcistica: laziali e romanisti. Questa domenica però, ci sarà una novità: ci dispiace, ma i seguaci giallorossi avranno molti più partecipanti – o almeno lo speriamo.

L’AS Roma, tramite la propria fondazione Roma Cares in collaborazione con Equoevento Onlus (l’organizzazione che si occupa del recupero delle eccedenze alimentari e della loro ridistribuzione presso enti caritatevoli la cui storia abbiamo raccontato nelle pagine di Left), che l’ha organizzato e promosso, lancia il Il Food Day: una intera giornata dedicata alla raccolta e distribuzione del cibo, che sarà poi destinato alle mense della Capitale.

In occasione della gara Roma-Atalanta di oggi, infatti, verranno allestiti presso lo Stadio Olimpico dei punti di raccolta, che potrete trovare in prossimità dell’Obelisco adiacente a Piazza Lauro de Bosis e in Viale dei Gladiatori. Il club chiama così “a raccolta” i propri tifosi: «grazie a loro – fa sapere la Società – proverà a restituire e convertire l’amore che abitualmente riceve, in un gesto di solidarietà nei confronti delle persone meno fortunate».

food day

Che è poi la missione che i quattro ragazzi, tutti giovani e liberi professionisti, si sono dati ormai due anni fa, quando crearono Equoevento: l’enorme quantitativo di cibo, pari solo alla quantità di persone che ne avrebbero bisogno, viene reinserito in una catena di solidarietà che unisce mondi diversi, quello dell’eccedenza a quello della necessità. Com’è scritto sul loro sito, «donare il cibo in eccesso dell’evento è un atto di umiltà e di equità, perché condividere i propri pasti con persone meno fortunate significa esimersi dal giudicare persone disagiate ponendosi sullo stesso piano come esseri umani».

«Per la nostra onlus è un evento unico nel suo genere – spiega a Left la presidente Giulia Proietti – che rappresenta la prima occasione per permettere a tutti di aiutare chi è in difficoltà con un gesto semplice come donare il cibo. Insieme alla As Roma possiamo promuovere un messaggio importante come la lotta all’indifferenza sociale e il rispetto per chi si trova in difficoltà. Una prova ulteriore di come tutto il mondo del calcio, dalle società agli spettatori,  sappia mettersi a servizio dei più deboli».

Qui il video spot dell’iniziativa con la squadra della Roma