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L’antimafia che indaga l’antimafia

Il paradosso è che, come conferma il vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia, ormai si arrivi ad indagare se stessi: i parlamentari decidono di aprire una serie di audizioni per capire cosa sta succedendo nel movimento antimafia che negli ultimi anni vive un lento e inesorabile declino di credibilità che di sicuro non rende felice nessuno. Mafiosi a parte, ovviamente. E così mentre si cerca di capire come è potuto succedere che in Sicilia scoppi il bubbone della gestione dei beni confiscati (con la giudice Saguto, intercettata, in preda a deliri di onnipotenza, senza che nessuno se ne accorga).

E proprio sui fatti siciliani e sul processo romano di “Mafia Capitale” ha acceso la luce l’addio a Libera di Franco La Torre, storico componente del movimento nonché figlio di quel Pio La Torre che ebbe l’intuizione di una legge (quella della confisca e riuso sociale dei beni mafiosi) che gli costò la vita. E La Torre, senza mezzi termini e con molta lucidità, ha parlato di «inadeguatezza della classe dirigente» riferendosi a Libera in tutte le sue ramificazioni. Perché se l’antimafia è un cosa seria allora è utile che il movimento sia plurale, con una classe dirigente all’altezza e al passo con i tempi e soprattutto trasparenza.

Il magistrato calabrese Nicola Gratteri (uno che l’antimafia la vive al fronte tutti i giorni, mica nei palazzi) ha dato una soluzione che se a prima vista può sembrare banale in realtà sarebbe sicuramente chiarificatrice: togliete i soldi all’antimafia, quei soldi dateli alle scuole e sarà facile capire chi c’è per passione e chi per mestiere. E sarebbe un’ottima idea. Già.

Sessanta anni fa le autorità dell’Alabama arrestavano Rosa Parks

Sessanta anni fa oggi Rosa Parks, attivista per i diritti dei neri, si rifiutava id lasciare il proprio posto a sedere su un autobus segregato dell’Alabama. Il 1 dicembre veniva arrestata per quell’atto di disobbedienza e cominciava così l’inizio della fine della segregazione razziale. Nove anni – e molti morti e arresti dopo – il presidente Lyndon Johnson firmava il Civil Rights Act. Nell’anno di #BlackLivesMatter vale la pena ricordare fragile eroina.

Rosa Parks visits an exhibit illustrating her bus ride of December, 1955 at the National Civil Rights Museum in Memphis, Tenn., Saturday, July 15, 1995. Parks visited around the city to inaugurate her three-week "Freedom Ride" throughout the country. (AP Photo/Troy Glasgow)
Rosa Parks visita  l’autobus dove rifiutò di alzarsi al National Civil Rights Museum a Memphis nel 1995. (AP Photo/Troy Glasgow)

La rivoluzione su due ruote che potrebbe salvare il Pianeta (o quasi)

Forse alzare la mano e dire “ho un’idea” nel bel mezzo della conferenza sul clima di Parigi – dove i grandi della Terra discutono alla disperata ricerca di soluzioni al surriscaldamento, come conciliare l’economia dei paesi in via di sviluppo o come riuscire a mettere fine al consumo esagerato di carbone da parte della Cina – proponendo il ciclismo come panacea di tutti i mali potrebbe risultare quanto meno semplicistico e balzano. Eppure gli effetti di una rivoluzione su due ruote sarebbero meno irrisori di quanto si possa pensare. Se infatti tutti usassimo di più il trasporto su due ruote, o anche solo lo facessimo quanto lo fanno in Olanda e Danimarca, i livelli di emissioni di CO2 e il conseguente effetto serra potrebbero essere di gran lunga ridotti.

Se al primo posto per inquinamento e impatto ambientale troviamo le fabbriche e la produzione di energia, al secondo posto fra le attività che producono più emissioni di gas serra troviamo i trasporti.
Colpevoli, vista l’era globalizzata e di spostamenti frenetici da una parte all’altra del mondo, di incidere fortemente sui cambiamenti climatici in atto.

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L’ambiente principale per la bicicletta sembra essere la città. Secondo un rapporto sull’uso dei trasporti in Europa prodotto dalla Commissione europea in media in Ue i percorsi che affrontiamo sono inferiori ai 5km una distanza che quindi pedalando può essere coperta in meno di 30 minuti. Se poi l’ambiente urbano non facilita le due ruote per dislivelli o grandi dimensioni, come nel caso di Roma e dei suoi sette colli, ci si può sempre affidare alle e-bike o all’intermodalità con veicoli pieghevoli che possono essere tranquillamente caricati sui mezzi di trasporto pubblici.
Insomma i vantaggi sembrano essere molti, andare in bicicletta è divertente, mantiene in forma, facilita gli spostamenti in città e non inquina. Ma quante emissioni riusciamo a ridurre semplicemente saltando in sella alla nostra bici piuttosto che in macchina o in moto? Se ipoteticamente importassimo uno stile di vita più nord europeo e facessimo come in Olanda o in Danimarca quanto meno inquineremmo?
A questa domanda risponde in modo abbastanza esaustivo un documento prodotto dalla European Cycling Federetion nel 2011. L’analisi parte da un paragone tra i vari mezzi di trasporto e le biciclette (elettriche e non) includendo ovviamente nel calcolo, non solo il mero ultizzo del mezzo, ma anche il costo ambientale di produzione del veicolo e le calorie in cibo che devono essere reintegrate se si scelgono le due ruote.

Il tasso di emissioni per una bicicletta ordinaria è circa di di 21 grammi di CO2e (anidride carbonica equivalente) a persona per chilometro percorso. Nel caso delle e-bike, la cifra sale lievemente a 22g / km. Le emissioni di una automobile di media cilindrata sono invece più di dieci volte maggiori e si aggirano attorno ai 271g / km a persona, mentre per i passeggeri di autobus ci si assesta attorno ai 101g / km. Ciò significa che se tutti i Paesi europei raggiungessero i livelli danesi di spostamento su due ruote potremmo ridurre tra il 5 e l’11 per cento la quota totale di emissioni fissata per il 2020 dall’Unione europea e tra il 57% e il 125% della quota di emissioni che è necessario diminuire nel campo dei trasporti.
Un altro studio, pubblicato a metà novembre e effettuato dall’Institute for Transportation & Development Policy (Itdp), sottolinea inoltre che il ciclismo, in moltissime parti del mondo, svolge un ruolo sempre più importante per la mobilità delle persone. E, se da un lato si tratta della diffusione di una moda – questa volta possiamo tranquillamente dire: lunga vita agli hipster – e di uno stile di vita diventato improvvisamente “cool”; dall’altro effettivamente la convergenza dei benefici per la salute prodotti dall’attività fisica e la convenienza economica della bicicletta come mezzo di trasporto contribuiscono concretamente a ridurre il consumo energetico e le emissioni di CO2 in tutto il pianeta. Secondo il rapporto di Itdp infatti un consistente aumento del numero di ciclisti potrebbe far risparmiare alla società circa 24 trillioni di dollari tra il 2015 e il 2050, e ridurre le emissioni di CO2 prodotte dai trasporti pubblici urbani di quasi il 11 per cento nel 2050 senza penalizzare la frequenza abituale dei nostri spostamenti all’interno della città.

E in Italia quanto pedaliamo?

È presto detto. A dicembre 2014 un rapporto della Commissione europea segnava la percentuale italiana 2 punti al di sotto rispetto alla media europea di utilizzo della bicicletta come mezzo di trasporto (il 6% contro l’8% Ue) e a ben 30 punti di distanza dalla media olandese, dove a usare regolarmente la bici per muoversi è ben il 36% della popolazione. Nell’ultimo anno però, secondo “A Bi Ci della ciclabilità”, un rapporto di Legambiente pubblicato lo scorso aprile, l’uso delle bici nel Bel Paese è aumentato, soprattutto nelle città più o meno grandi. Addirittura sono 20 i capoluoghi italiani vantano performance di ciclabilità di livello europeo, e in altre di medie dimensioni almeno un quarto della popolazione quotidianamente usa la bici in città.

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L’impressione generale che si ricava dalla ricerca è che in molte città sia bici boom e che l’uso delle due ruote nei giorni feriali stia raggiungendo livelli davvero interessanti. Almeno un quinto degli abitanti di Ravenna, Rimini, Piacenza, Sondrio e Venezia-Mestre ormai stabilmente preferiscono questo stile di mobilità e anche a Pordenone, Biella, Pavia, Reggio Emilia, Novara, Padova, Pisa, Cremona la percentuale di domanda di mobilità soddisfatta dalle bici è estremamente positiva. A giovarne sicuramente saranno il clima e la salute, e anche noi potremmo dire di aver fatto la nostra parte e di non aver lasciato a faticare solo i grandi della terra chiusi a Parigi a discutere.

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Siria: la diplomazia Obama-Putin e gli affari tra Assad e l’ISIS

FILE - In this Sunday, July 26, 2015, file photo, provided by the Syrian official news agency SANA, Syrian President Bashar Assad delivers a speech in Damascus, Syria. Assad's presidency looks likely to outlast Barack Obama's. As the United States has turned its attention to defeating the Islamic State group, it has softened its stance about the urgent need to push out the Syrian leader. (SANA via AP, File)

Di quanto sia complicata la guerra siriana e come sia difficile connettere i fili, le alleanze, le collaborazioni tra gruppi e Paesi apparentemente in guerra tra loro sono pieni i media di tutto il pianeta.

Oggi sappiamo che – al netto della controversia furibonda tra Russia e Turchia – i Paesi occidentali e gli Stati Uniti stanno lavorando con Mosca per individuare una via di uscita allo stallo politico-diplomatico attorno al Paese devastato dalla guerra. L’ipotesi di fondo è quella per la quale per combattere lo Stato islamico ci sarebbe bisogno anche dell’esercito regolare siriano – che è poi la versione russo-siriana. Per questo e per riportare uno straccio di pace in Siria, servirebbe un accordo tra la guerriglia che combatte Assad e il regime stesso che metta anche d’accordo tutti i vari sponsor regionali dei gruppi coinvolti nella guerra (Iran, Arabia Saudita, Turchia sono i più difficili da mettere assieme).

Obama e Putin si sono visti a Parigi e l’incontro, dicono, è stato positivo. Che poi le versioni di cosa si sono detti i due presidenti divergano non è una novità. Il presidente Usa ha detto che la Russia «Comincia ad avere chiaro che il suo intervento non sta ottenendo i risultati sperati» e che contribuirà con più lena al lavoro della coalizione occidentale. Diplomatici russi hanno detto che l’incontro è andato bene e che la direzione nella quale occorre muoversi è chiara. Loro colleghi americani giurano che Washington insiste sulla necessità che Assad lasci. Obama ha anche chiesto a Russia e Turchia di mettere da parte le loro animosità per cooperare nella lotta contro l’ISIS.

E’ in questo contesto confuso che il governo tedesco oggi annuncia il suo piano di intervento in Siria – aerei da ricognizione, una nave, 1200 uomini con regole di ingaggio che non prevedono il combattimento – e la Camera dei Comuni, domani, vota sulla partecipazione britannica ai raid a sostegno della richiesta francese.

Per capire quanto il tentativo di far funzionare le cose sia complicato, occorre guardare anche a quanto succede sul terreno: chi e come combatte l’IS e quanti sono gli intrecci economici e militari? 

Il Financial Times sta pubblicando una serie di inchieste dal titolo Inside Isis Inc. nelle quali si raccontano le modalità di finanziamento dello Stati islamico (un lavoro che abbiamo tentato anche noi sul numero 45). Nelle sue inchieste il quotidiano ricostruisce il traffico di petrolio e quello di armi e munizioni. In entrambi i casi, quel che salta agli occhi, è la connessione, qui e la, con il regime di Assad: «E’ un po’ come i negoziati tra clan mafiosi nella Chicago degli anni ’20: ci si combatte per alzare la posta e influenzare gli accordi che si prendono, ma il fatto di combattersi non li fa saltare» ha detto una delle persone coinvolte nei traffici al quotidiano londinese.

I combattenti di Isis si basano sul triplo conflitto nel quale sono coinvolti ed è in questo intreccio che si inseriscono i trafficanti di armi. «Potevamo comprare dal regime, dagli iracheni, dai ribelli – e se potessimo acquistare dagli israeliani, non sarebbe un problema l’importante è avere armi da vendere» ha detto Abu Omar, uno dei commercianti che hanno parlato con il Financial Times. Quanto al petrolio, lo scorso giugno il ministro degli Esteri francese Fabius, disse mesi fa durante una conferenza stampa a New Delhi, di avere le prove che «ISIS venda petrolio al regime di Damasco».
Una delle conferme di queste transazioni è l’inclusione in un lista di persone con le quali è vietato fare affari del Dipartimento del Tesoro di George Haswani, uomo d’affari cristiano ortodosso siriano padrone della HESCO, Engineering and Construction Company con doppia cittadinanza – ha anche un passaporto russo. La sua società lavora anche per la Stroytransgaz, già sussidiaria di Gazprom, che dal 2006 è una controllata di Rosneftegaz, la compagnia pubblica di estrazione. Haswani è sposato con una alawita che sarebbe uno dei collegamenti con il regime di Damasco.

Il suo nome circolò nel 2014 quando si fece mediatore con al Nusra, ottenendo la liberazione di 13 suore rapite. Haswani è accusato di essere il tramite negli scambi tra petrolio e soldi in contanti tra ISIS e Damasco. Con Daesh, Haswani gestirebbe congiuntamente una raffineria a Taqba, dove nel 2014 si è svolta una battaglia furibonda tra ISIS e forze armate siriane attorno a una base aerea. La sua inclusione nella lista del Dipartimento del Tesoro – dopo che già l’Europa lo aveva incluso in una lista simile – è una delle ennesime prove di come la partita siriana sia complicata.

Sono decine le fonti di intelligence citate dai media occidentali e dell’opposizione siriana – e che quindi, certo, vanno presi con le molle, essendo parte in causa – che segnalano come il legame economico tra IS e Assad sia stretto e come la strategia siriana sia stata quella di mostrare un volto pubblico anti Daesh mentre di fatto ne incoraggia la crescita in maniera da presentarsi come unica alternativa sicura e al contempo ridiventare interlocutore dell’Occidente. A questa partita partecipa in maniera indiretta anche la Russia, accusata dagli Usa e non solo di usare la propria forza aerea per sostenere le truppe di Damasco contro i ribelli – e di non dirigere gli attacchi contro l’IS.

 

Tra i personaggi del 2015 c’è anche Gianni Morandi, che dispensa buonsenso nel web dei tifosi

È oggettivamente il personaggio web dell’anno. Non è un rapper che stimola istinti tali da far rivalutare il vaccino antirabbica per gli esseri umani; non è un trasgressivo gruppo internazionale di hacker ambientalisti-pacifisti-animalisti-anticonsumisti (fuorché di cannabis); non è la pagina facebook del vuoto cosmico che alberga in una qualche soubrette e nei suoi movimenti pubico-sentimentali; non è un comico al quale affidiamo lo sfogo delle nostre frustrazioni; e non è un movimento che ha creato un trend virale, né una moda, né un marchio che fa status. Anche perché il suo stile, dall’impronta volutamente e inevitabilmente personale, è inimitabile.

Classe 1944, vive dov’è nato: a Monghidoro, in un bellissimo paesino incastonato nell’Appennino, bolognese che conta poco più di 3mila anime.

Il primo palco cavalcato è, nemmeno a dirlo, quello delle feste dell’Unità, e anche i primi soldi guadagnati (mille lire) sono di quella pasta lì: genuina.

Questo figlio di papà ciabattino da cui impara l’umiltà, Karl Marx e a misurare la dignità politica al metro, oggi ha una pagina facebook che conta 2.164.080 di ammiratori. Si chiama Gianni Morandi, e i suoi “follower” non sono fan, non sono seguaci, non sono leoni da tastiera bisognosi di scaricare la loro violenza nel web. Tutt’altro. Sono persone che hanno trovato e apprezzano la gentilezza, vero segreto del suo boom in rete.

Non strategie da social media manager, non studio delle parole chiave e degli argomenti “trending topics”. L’unica tendenza che questo signore segue, è quella dell’amabilità. Della costante e pervicace ricerca della semplicità in ogni cosa o persona che incontra. E che quasi pedina: clamoroso – ma sempre accolto con simpatia – fu l’autoscatto fatto in una stazione del treno locale assieme a un ragazzo a malapena liceale, che probabilmente, come si intuì dai commenti sottostanti, stava facendo il fughino a scuola. E Gianni lo fa beccare.
Ma troppo è l’amore per rifiutare una foto con questo personaggio che resta sempre persona, in ogni risposta che da. E risponde a tutti. Tranne a chi scrive (che gli ha scritto su qualsiasi supporto comunicativo) e in generale ai giornalisti ai quali non concede interviste. Perché quello che ha da dire, lo dice di cuore e di suo pugno sulla sua bacheca. Affronta temi politici in tono umano, non si schiera ma è ben posizionato su valori “antichi”, come il rispetto. Ed è a colpi di questa innovativa arma “mediatica” che ogni suo post si conquista decine di migliaia di like.

Il contenuto?

Una tazzina di caffè servito con una risata dalla signora Deborah

29 dicembre. Sono in viaggio. Sosta per un caffè servito dalla simpatica Deborah! Foto di Anna

Posted by Gianni Morandi on Martedì 29 dicembre 2015

un semplice “Benvenuti al sud” davanti alla più spartana e casalinga delle tavole, ci fa respirare ospitalità:

18 dicembre. Benvenuto al sud…

Posted by Gianni Morandi on Venerdì 18 dicembre 2015

48mila like, migliaia di condivisioni. E la domanda sorge spontanea: perché qualcuno dovrebbe condividere la foto di qualcun altro con uno sconosciuto? È il mistero del contagio salubre di Gianni Morandi.

Un bacio per augurare Buon Natale assieme alla first lady, Anna, sua compagna da 20 anni e moglie da 10? Novantamila like.

25 dicembre.Auguri a tutti!Foto di Pietro.

Posted by Gianni Morandi on Venerdì 25 dicembre 2015

Nemmeno un recente polverone mediatico sollevato da una sedicente giornalista, che lo accusava di non essere l’autore dei propri post, ne ha scalfito successo né tantomeno affetto. «Ogni tanto mi aiuta Anna», ha tranquillamente risposto. Lezioni di educazione, questa sconosciuta.

 

Lui, che nemmeno 18enne, debutta nel mondo discografico “a cento all’ora”, con l’omonima canzone, oggi continua con quel ritmo a dispensare risposte affabili, abbracci e serenità da un palco, quello della rete, che solitamente va in direzione opposta, ovvero dell’accanimento rabbioso e indistinto verso chiunque e genericamente privo di contenuti nonché forma grammaticale.
Il suo primo 45 giri uscirà nel 1962 inciso con l’orchestra di un giovane musicista, tale Ennio Morricone. Ma è da Fatti mandare dalla mamma che inizia il successo. Cantagiro, Canzonissima, Sanremo. Oggi, Gianni ha sulle spalle 50 milioni di copie vendute in tutto il mondo.
Su ben altra scena, quella del web, il popolo della rete che lo adora, ha perfino creato una pagina per proporlo come Presidente della Repubblica.

Su Facebook debutta invece il 16 aprile del 2009, e per un po’ seguirà toni un po’ incerti, quasi da ufficio stampa. I suoi comunicati saranno di tipo esclusivamente musicale e riguardanti sue partecipazioni a eventi – come la memorabile conduzione del Festival di Sanremo del 2012 – o pubblicazioni musicali. Ed è proprio in quest’anno che inizia a farsi vedere per quello che è, con i primi post sulle sue famose e salutari corse:

8 novembre…. e domani 10-11 km di corsa…

Posted by Gianni Morandi on Giovedì 8 novembre 2012

o nella versione aggiornata con video in cui dispensa benevoli consigli:

Sabato, 21 dicembre. Anche oggi un po’ di movimento… buon fine settimana!

Posted by Gianni Morandi on Sabato 21 dicembre 2013

Allo stadio o davanti a un falò. Nessun ritocco, nessun photoshop, nessuna intenzione di colpire per simulare imitazione o distanza dalla persona normale. A volte sudato, altre malaticcio, altre spettinato: non si cura dell’espressione, nella maggior parte dei casi comunque impostata su una risata dalla dirompente allegria.

Con il garbo e la semplicità che lo hanno sempre caratterizzato – nel tono e nel modo di pronunciare sempre, anche quando malinconico, la fine dei versi con un sorriso, nella melodia e anche nelle esibizioni – non manca di avvicinarsi anche a temi sociali. Sebbene la sua non sia mai stata una canzone di “protesta”, cosa che pagherà durante gli anni impegnati delle lotte operaie e studentesche che videro in colleghi più schierati di lui i loro baluardi, nel 1967 incide C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, di Mauro Lusini, o Al bar si muore, che gli varrà vere e proprie contestazioni violente nella Torino del 1970. “Stampo” che riprende identico per i suoi commenti online.

Ieri come oggi, davanti alla violenza, Gianni non si scompone. L’abbiamo visto alcuni mesi fa, in occasione della pioggia di insulti che gli ha riservato il vigliacco “popolo del web” in risposta al suo intervento in favore dell’ennesima strage di migranti nei nostri mari, per nostra responsabilità. Il 21 aprile, giorno della Liberazione del capoluogo emiliano, Morandi si permette di picchiettare delicatamente sulla spalla della memoria, domandando «vi ricordate come eravamo?». Sollecitata, l’ignoranza si scatena in tutta la sua violenza. Ma il cantante bolognese, con una pazienza oggi rara quanto più preziosa, risponde volta per volta, offrendo garbo contro rozzezza, stupore e perseveranza a ignoranza e razzismo, buonsenso ed equilibrio al delirio dei leoni da tastiera.

Per quanto ci riguarda, cogliamo l’occasione di invitarlo in redazione, perché non nascondiamo l’invidia provata per i colleghi dell’amato Resto del Carlino di Bologna quando lo hanno avuto “direttore per un giorno”.

Lo aspettiamo! E come direbbe lui «un abbraccio, caro Gianni».

La superiorità del presepe occidentale

Ierisuperiori occidentali hanno voluto lasciare un segno tangibile della propria intelligenza mettendo in mostra tutta la civiltà di cui sono capaci e che manca a quei cattivoni islamici (che prima si chiamavano Isis e poi di colpo sono Daesh). Hanno pensato, i superiori occidentali di stirpe italiana, di affrontare l’integralismo sotto l’ala di Allah con una costumata manifestazione che ha messo insieme tutte le menti migliori del Paese.

Non riesco a non pensare, con ammirata affezione, alla riunione preparatoria in cui si è convenuto giustamente di celebrare il rito pagano davanti ad una scuola: non c’è niente di meglio della lungimiranza di chi, al contrario dell’Islam, decide di star bene lontano dai giovani per evitare pericolose derive di emulazione. Avranno sicuramente scelto il cortile di una scuola per essere certi che fossero tutti dentro. Nessun punto d’osservazione migliore, si saranno detti:«se dobbiamo stare lontani da qualcuno basta tenere d’occhio la porta da cui potrebbe uscire», avranno pensato.

Ed è estremamente elegante difendere una religione con i suoi iperbolici simboli pagani, come i modellini del dio bambino e della nascita e della grotta. «Siamo superiori? Bene: stacchiamoci dalle cose terrene e buttiamoci tutti nel muschio!»: devono essersi detti così, più o meno. E poiché è giusto avere un approccio laico lontano dai fondamentalismi la genialiata è stata quella di piazzarci un’ex Ministro all’Istruzione ad intonare il “Tu scendi dalle stelle” impugnato come un peana d’attacco. «Vedi te che imbarazzante lezione di superiorità» avranno bisbigliato tutto il giorno quelli del Daesh.

Quando poi alla sera si è scoperto che la causa dell’esibizione cristiana era probabilmente falsa (un preside che non ha mai pensato di cancellare nessun Natale) i saggi occidentali (con venature padane) hanno risposto che non è mica la causa che conta, no, mica la causa ma piuttosto l’effetto. Sta scritto nel Vangelo secondo Bush. E il califfato tutto schiacciato a prendere appunti fitti fitti. Gran cosa, l’Occidente.

Dopo l’accordo con l’Ue, la Turchia blocca 1300 rifugiati ed è pronta a rispedirli alla guerra

epa05047884 Children's toys hang on the wired fence at the borderline between Greece and The Former Yugoslav Republic of Macedonia, near Idomeni village, northern Greece, 29 November 2015. The Macedonian Army had on 16 November begun clearing terrain as it prepared the ground for a possible fence along the Greek border that would slow the flow of refugees crossing its terrain. The Macedonian army's engineering units started putting up the fence expected to be finished within 24 hours and to be over four kilometers long. Macedonian official state that the border will stay open and all the refugees that are from the regions overrun with military conflicts will be let through. Macedonia, Serbia and Croatia had started restricting access to migrants on the Balkan route to Syrians, Iraqis and Afghans. It is a part of a joint effort to reduce the number of asylum seekers streaming into the European Union. EPA/SOTIRIS BARBAROUSIS

Sono passate poche ore dal “nuovo inizio” delle relazioni tra Europa e Turchia e i risultati si palesano immediatamente. Lo scambio vi diamo tre miliardi, riapriamo i colloqui sulla vostra membership europea e voi vi occupate dei rifugiati e migranti in fuga era un pessimo scambio e chi pensa che i diritti umani siano un tema importante lo ha scoperto subito.

Ieri la Turchia ha fermato 1300 tra migranti e rifugiati nascosti tra i boschi dietro le spiagge dell’Egeo, dalle quali sarebbero partiti verso le isole greche.
I gendarmi turchi hanno arrestato centinaia di siriani, iracheni, iraniani e afghani e tre probabili trafficanti di esseri umani, nei pressi di Ayvacik nella provincia di Canakkale.

Si tratta della più grande operazione di questo tipo negli ultimi mesi: i migranti sono stati inviati a un centro di rimpatrio dove alcuni potrebbero essere rispediti a casa. Che ce ne sia una in piedi dal posto da dove vengono, che siano oppositori di Assad o in fuga dall’Isis in Iraq o Siria, che siano gente che scappa dai talebani, non conta molto. Non lo sapremo probabilmente: i 3 miliardi di euro che l’Europa ha promesso alla Turchia servono a non sapere cosa succede loro e a rallentare il flusso. E’ così anche se fosse vero, come ha detto l’Alto rappresentante per la politica estera europea Federica Mogherini, che quei soldi «non sono per la Turchia ma per i rifugiati», che nel Paese sono circa due milioni e vivono in condizioni pessime.

Dopo l’accordo sarà più difficile, pericoloso e caro per le persone in fuga dalla guerra passare i confini per entrare in Europa e trovare rifugio.

A questo punto Erdogan potrà usare i siriani e gli altri come merce di scambio. E’ già avvenuto nei giorni scorsi, quando Erdogan ha costretto un’Europa molle e in difficoltà politica a invitare Ankara a un vertice, riammetterla a negoziati che erano sepolti, dimenticare le violazioni dei diritti umani e offrire soldi. Tutto in cambio di una mano nel gestire i flussi, che tradotto vuol dire quello che la Turchia ha fatto nel primo giorno: fermarli, metterli in un centro e magari espellerli. Con il Trattato sulla libera circolazione di Schengen a rischio e le forze populiste di destra che soffiano sul fuoco ovunque, la scelta dei governi è quella di barricarsi e cedere alle richieste turche – è Ankara che ha chiesto vertice, soldi e riavvio dei colloqui.

Amesty International, che nei giorni scorsi aveva denunciato il rimpatrio verso la Siria di decine di persone, ha definito il fatto «illegale e inconcepibile».

Ankara era in difficoltà su tuti i fronti: Putin la accusa di aer abbattuto il jet russo per coprire i propri traffici di petrolio con l’Isis, nei giorni scorsi ha fatto arrestare un giornalista che aveva denunciato traffici di armi verso gli jihadisti in Siria, mentre a Dyarbakyr 100mila persone partecipavano al funerale di Tahir Elçi, avvocato dei diritti umani e tra i fondatori della sezione locale di Amnesty – per non parlare della guerra sotto traccia in Kurdistan. E’ a questa Turchia che l’Europa decide di tendere una mano. Ritraendola di fronte alla richiesta di aiuto dei rifugiati.

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Senatore Pd spaventa i ciclisti. Targa e bollo?

Marco Filippi #labicinonsitocca

Il disegno di legge 1638 modifica il Codice della strada. Approvato l’anno scorso dalla Camera dei deputati è ora all’esame della commissione Lavori pubblici del Senato.
Qui il senatore del Marco Filippi ha innescato una polemica con il suo emendamento, il 2.13.
Chiedendone il ritiro, ciclisti e attivisti si sono mobilitati online, con un hashtag di successo #labicinonsitocca.

Secondo i ciclisti l’emendamento di Filippi porterebbe con se una targa e una tassa sulle biciclette, una sorta di bollo. Filippi si smarca e cerca di precisare che il suo testo è rivolto ai mezzi commerciali. Il testo, complice il tipico lessico da legislatore, presta però il fianco a più interpretazioni. Testuale si propone «la definizione, nella classificazione dei veicoli, senza oneri a carico dello Stato e attraverso un’idonea tariffa per i proprietari (…) delle biciclette e dei veicoli a pedali adibiti al trasporto, pubblico e privato, di merci e di persone, individuando criteri e modalità d’identificazione delle biciclette stesse nel sistema informativo del Dipartimento per i trasporti, la navigazione, gli affari generali ed il personale»

E chi pedala vede così il rischio di un disincentivo all’uso della bici, già reso “eroico” dalla scarsa attenzione delle amministrazioni locali, dalle poche ciclabili, dalla poca manutenzione stradale.

Le associazioni dei ciclisti chiedono il ritiro. Più probabile che lo stesso relatore riscriva l’emendamento. Nello stesso Pd – ad esempio il deputato Paolo Gandolfi, relatore della riforma alla Camera – sperano in un chiarimento: «Anche se si poteva lasciar fare ai comuni, che avrebbero potuto rilasciare singole autorizzazioni, se l’obiettivo erano i risciò e le cargo bike».

Perché quello, invece, pare esser l’obiettivo di Filippi. Che su twitter mentre ha assicurato che l’obbligo non toccherebbe a chi usa la bici per andare a lavoro, ha confermato che anche chi usa le bici per piccole consegne, dovrebbe esser registrato.

A Parigi parte la Cop 21 sul clima. Ban Ki-moon: «Serve un accordo robusto»

COP21 Climate Change Conference - Arrivals
epa05048255 French President Francois Hollande (C)greets Mahamat Kamoun (R), Prime Minister of the Central African Republic, as he arrives for the COP21, United Nations Climate Change Conference, in Le Bourget, outside Paris, 30 November 2015. Others are not identified. The 21st Conference of the Parties (COP21) is held in Paris from 30 November to 11 December, despite the terrorist attacks of 13 November. US President Barack Obama, German Chancellor Angela Merkel as well as leaders from India, South Africa and China are among the leaders planning to come. The aim is to reach an international agreement to limit greenhouse gas emissions and curtail climate change. EPA/CHRISTOPHE ENA / POOL MAXPPP OUT

Ieri le manifestazioni di piazza in tutto il mondo, con 20mila persone “in marcia per il clima” soltanto a Roma. Oggi tocca agli oltre 130 capo di Stato e di governo presenti, mentre domani è la palla passa ai 1.300 delegati della Cop21. Se non fosse già troppo usata come espressione (la stessa enfasi, ad esempio, si pose sul vertice sul clima di Copenhagen del 2009), si potrebbe dire che quella di Parigi è l’ultima chiamata per trovare una risposta efficacia all’allarme legato al surriscaldamento del Pianeta.
Il ministro degli Affari esteri francese Laurent Fabius, che presiede la Conferenza delle parti sul clima appena partita sotto l’egida dell’Onu, ha spiegato che per «raggiungere un compromesso ambizioso» farà di tutto perché le trattative siano condotte con un «processo trasparente e aperto a tutti».
Dopo il raccoglimento per le vittime degli attentati del 13 novembre e dopo gli scontri di ieri tra forze dell’ordine e un gruppo di manifestati, i capi di Stato e di governo hanno inaugurato oggi la sessione dei colloqui, che si concluderanno con la definizione di un accordo pronto per la firma l’11 dicembre. Ciascuno aveva a disposizione tre minuti per sintetizzare la posizione del proprio Paese. Barack Obama ha utilizzato il suo tempo per evidenziare la matrice umana del surriscaldamento del Pianeta e sottolineare che che quello che si conclude tra un mese è «l’anno più caldo mai registrato». Questo, ha detto il presidente degli Stati Uniti, richiama ciascuno alla propria «responsabilità di fare qualcosa al riguardo».
Non è parso altrettanto entusiasta il presidente cinese Xi Jinping, per il quale la lotta al global warming non deve compromettere la capacità di crescita dei Paesi e a farla non devono essere soltanto quelli in via di sviluppo. Il richiamo è chiaro: gli Stati più ricchi che finora hanno prodotto la gran parte delle emissioni di gas serra sono quelli che devono fare di più. Non un traguardo ma un nuovo punto di partenza ha detto il leader cinese a proposito della conferenza appena inaugurata nella capitale francese. suscitando l’ironia di Naomi Klein, la quale in un tweet ha commentato: «Solo alle Nazioni Unite ci vogliono 21 anni per arrivare al “punto di partenza”»

Vladimir Putin, invece, rivendica gli sforzi della Russia: 40 miliardi di CO2 equivalente in meno emesse in atmosfera tra il 1991 1 il 2012, nello stesso arco di tempo in cui il Paese raddoppiava il suo Pil.
Appelli a concludere le trattative con un esito positivo sono giunti dagli altri leader, da François Holland a David Cameron, mentre il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha rivolto un’esortazione a tutti i governanti presenti: «Il futuro del nostro popolo e del nostro pianeta è nelle vostre mani. Abbiamo bisogno di un accordo universale, robusto e significativo».

Il calendario del vertice

1-4 dicembre: i rappresentanti delle 196 “parti negoziali” avvieranno le consultazioni per il futuro accordo nell’ambito del Gruppo ad hoc sul cosiddetto Adp, Il gruppo di lavoro ad hoc sulla Piattaforma di Durban per un’azione rafforzata stato istituito durante Cop17, nel 2011, e responsabile, di produrre un nuovo protocollo, un altro strumento legale o un risultato concordato con valore legale entro 2015 con entrata in vigore nel 2020.

Parallelamente, gli organi ausiliari di attuazione (Sbi) e quelli di consulenza scientifica e tecnologica (Sbsta) continueranno il loro lavoro sugli aspetti più tecnici

5 dicembre: chiusura dei lavori della Adp, che presenta un nuovo testo, risultante dai negoziati di questa prima settimana, alla Presidenza francese.

6-11 dicembre: i ministri dell’Ambiente o degli Esteri (o i negoziatori) delle 196 parti si incontrano per definire il nuovo testo. La presidenza francese propone i termini per la continuazione dei lavori, previa consultazione con loro e tenendo conto dei risultati della prima settimana.

7 e 8 dicembre: i ministri esprimeranno le loro valutazioni, mentre in parallelo le 196 parti continueranno il loro lavoro sul progetto di accordo.

9 dicembre: conclusione dei negoziati, al fine di procedere a verifiche legali e linguistiche del testo dell’accordo nelle sei lingue dell’Onu (arabo, cinese, inglese, francese, russo e spagnolo).

10 dicembre: adozione delle decisioni.

11 dicembre: adozione dell’accordo di Parigi. La firma di questo accordo non è prevista per lo stesso giorno, ma per l’inizio del 2016, nel corso di una cerimonia organizzata dal segretario generale delle Nazioni Unite.

 

Il profilo delle nuvole. Nell’obiettivo di Luigi Ghirri

“Condividere e mettere a disposizione”. Con questa idea e intento Roberto  Lombardi  ha deciso di affidare alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia un nucleo di opere di Luigi Ghirri di sua proprietà. Sono opere perlopiù appartenenti a Il profilo delle nuvole, forografie realizzate fa 1985 e il 1990, in tutto una trentina, scattate nella pianura padana, in Emilia, in Veneto e in Lombardia. Il materiale sarà inventariato, catalogato e farà da spunto a una serie di attività di ricerca che saranno curate da Chiara Bertola, accompagnate da una nuova collana editoriale.

Nell’89 e nel ’96 ci sono già state già due importanti mostre di Luigi Ghirri alla Fondazione Querini Stampalia, ma ora si può  per la prima volta vedere qui una serie di opere del forografo emiliano appartenenti a una collezione privata e,  grazie al neonato Fondo Ghirri, finalmente è disposizione del pubblico e degli studiosi.

“Il patrimonio artistico è qualcosa di vivente, non è solo un’eredità da tutelare – dice la curatrice Chiara Bertola -. Per questo abbiamo pensato in occasione di questa prima iniziativa di far dialogare opere di  Luigi Ghirri con  quella realizzata da Yona Friedman  e da Jean-Baptiste Decavèle”. Ovvero il Vigne museum, un libero museo del paesaggio.

“Gli scatti di questo maestro della fotografia – continua Bertola – offrono sguardi imprevisti sul paesaggio ,  ne colgono l’aura attraverso l’obiettivo e in qualche modo hanno assonanze con quello speciale modo di costruire di Friedman facendo archtettura con l’aria, con la gente, con molto poco”.  La mostra, aperta dal 20 novembre al 21 febbraio 2016 è, come accennavamo, il primo atto di un programma di ricerca legato al Fondo Ghirri.  In queste foto in particolare  sviluppò il progetto con Gianni Celati, che accompagnò con un testo lo sguardo di narratore dell’amico fotografo.
E da un incontro ideale tra Ghirri e il duo Friedman/Decavèle nasce questa iniziativa veneziana “cresciuta su un terreno comune a molte ricerche artistiche del secondo dopoguerra – approfondisce la curatrice – , l’esigenza di scardinare una percezione strutturata di opere e luoghi attraverso la cornice, la teca, il piedistallo e l’architettura e sovvertire la distinzione tra l’oggetto e il suo contenitore, l’edificio e l’ambiente”.  L’aspetto romantico delle foto di Ghirri, la sua attenzione per l’architettura, la sua capacità di cogliere e cristallizzare degli scorci che ormai non ci sono più, il suo modo di costruire un sistema di scatole cinesi, di strutturare la visione attraverso una serie di quinte sono il baricentro della mostra  ma anche il filo rosso che unisce Il profilo delle nuvole al visionario progetto museale di Friedman e Decavèle.
Davanti agli occhi scorrono immagini come inquadrature che cercano un punto di equilibro e un modo per far incontrare visione ad occhi aperti e memorie più profonde. Come ben racconta Germano Celant  nel volume Fotografia maledetta e non (Feltrinelli, 2015), Ghirri  non ha alcun interesse a riprodurre la realtà così com’è, cerca un momento di distacco e di sospensione; il paesaggio appare così come riflesso in uno specchio,  tra reale e irreale come se la fotografia che abbiamo davanti fosse un frame cinematografico”. Ghirri ricerca il vero attraverso una semplice inquadratura. E per quanto  ciò che vediamo sia in piena luce e senza deformazioni oniriche ci appare come una visione che appare e che potrebbe scomparire l’istante dopo, oppure restate così in quell’incanto per sempre. C’è qualcosa della pittura metafisica qualcosa della pittura di Giorgio Morandi e della visionarietà scientifica di Italo Calvino nelle opere di Ghirri. Così come vi potremmo scorgere assonanze con la scultura, i quadri e le installazioni del più classico degli artisti italiani contemporanei, Giulio Paolini.  @simonamaggiorel

 

 L’immagine pubblicata in evidenza è di Luigi Ghirri, Paesaggi d’aria
Fontanellato, (1985)Fondo Ghirri, Fondazione Querini Stampalia

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