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Amministrative, Renzi comincia la caccia al “voto utile”. Prontuario città per città

Matteo Renzi ha già cominciato la sua versione di campagna per il voto utile alle amministrative del prossimo giugno. O almeno così gli fanno dire i cronisti che lo seguono più da vicino. Nel pezzo di Maria Teresa Meli sul Corriere, ad esempio, il virgolettato assegnato al premier è il seguente: «La sinistra gioca a farci perdere. Noi abbiamo detto di sì a Zedda, e a Milano lanciamo primarie vere aperte a tutti, ma loro sostengono de Magistris a Napoli, si contrappongono al Pd a Roma con Fassina». Renzi vuole così evocare lo scenario ligure, dove la rottura del centrosinistra – secondo palazzo Chigi – con la candidatura del civatiano Luca Pastorino (che si è avvicinato al 10 per cento, voti che secondo noi difficilmente sarebbero in realtà andati al Pd), avrebbe favorito la vittoria di Toti. «Insomma», dice Renzi, «noi non vogliamo rompere, sia chiaro che se rottura sarà, la responsabilità è loro, non nostra». La rottura, e ogni eventuale sconfitta, si intende.

La realtà è però un po’ diversa. Ed è forse utile fare un breve punto sulle manovre nel centrosinistra in vista delle amministrative.

Partiamo da Napoli. Lì la sinistra – tutta – sosterrà la ricandidatura di Luigi de Magistris. Ma lì la spaccatura del centrosinistra è realtà da anni, ormai, anche se solo il tardivo ingresso di Sel nella giunta comunale di De Magistris ha ricompattato il fronte delle sinistre. Le distanze programmatiche sono molte, l’opposizione che il Pd fa al sindaco è dura, e le alleanze immaginate incompatibili. Che la rottura non sia tutta responsabilità di de Magistris&Co. è facilmente comprensibile guardando le sigle che hanno firmato il patto di coalizione e per le primarie organizzate attorno al Pd. La coalizione immaginata dal partito di Matteo Renzi è la seguente: Pd, Psi, Verdi, Scelta Civica, Idv, Repubblicani democratici, Centro democratico e Udc. Più, come da polemiche, il Nuovo centro destra di Angelino Alfano. Chi, dunque, a Napoli, ha rotto con chi?

Diversa e più complicata è sì la situazione di Bologna. Lì la stessa Sel è spaccata, con un pezzo rimasto fedele al sindaco uscente Merola e un pezzo che sta cercando di costruire una lista civica con Civati e pezzi più o meno organizzati della sinistra cittadina. Un po’ è la caduta sulla città delle dinamiche nazionali – punto questo molto caro a Civati, che infatti vuole rompere ovunque – un po’ è l’effetto di una torsione recente della giunta Merola. Sgomberi e opere pubbliche sono punti di attrito.

A Milano, poi, la situazione è la seguente. Anche a costo di litigare con Civati, Sel ha firmato l’accordo di massima sulle primarie (originariamente convocate per il 7 febbraio). Secondo il partito coordinato da Nicola Fratoianni, lì – e nell’annunciato sostegno all’assessore Pierfrancesco Majorino – ci sarebbe tutta la buona intenzione di una parte della sinistra nel non disperdere l’esperienza di Giuliano Pisapia. Il sindaco uscente però non si candida – come noto – e alle primarie pare proprio che finirà col partecipare anche il commissario Expo Giuseppe Sala. Sala è uomo da partito della Nazione, e non a caso fu nominato city manager dal sindaco Moratti. Fratoianni oggi dice: «Noi non siamo come Civati che vuole per forza competere contro il Pd, ma a Roma, Bologna, Torino e Napoli andiamo per conto nostro. E anche a Milano, se Sala si candida, perché se accettassimo il vincolo delle primarie e poi lui vincesse saremmo costretti ad appoggiarlo e questo non lo possiamo fare». Rompe la sinistra o il Pd che tira dentro la coalizione – pur in maniera meno evidente – pezzi del centrodestra?

Più sfumata è la questione di Torino. Il cammino di Piero Fassino era cominciato con una coalizione di centrosinistra, sì, ma il rapporto con l’ala sinistra si è quasi subito rovinato. Fassino, poi, non è ancora certo di correre. La candidatura su cui si sono trovati d’accordo Sel, Civati, gli altri pezzi della sinistra e l’area cittadina che gravita intorno alla Fiom e ad alcune associazioni di volontariato, è invece una candidatura di un certo peso, in città: l’ex sindacalista e deputato Giorgio Airaudo.

A Roma, infine, la rottura è frutto del ruolo attivo del Pd nella crisi della giunta Marino. È difficile negare che sia così. E se già non fossero bastate le inchieste e gli esiti a lungo termine delle passate amministrazioni, a sinistra si fa una certa fatica a incontrare qualcuno che dica di voler governare con il Pd. C’è l’incongruenza del governo regionale, è vero, dove la maggioranza è quella di un tempo, ma è la figura di Nicola Zingaretti (e forse una buona dose di poltrone) che tiene insieme i cocci. A sinistra è partita la candidatura di Stefano Fassina che è in campo, ha cominciato a girare le periferie, e pochi gli credono quando dice (a Left) che la sua candidatura sarà «sottoposta al processo di costruzione della rete». Su Roma Renzi ha comunque gioco facile a rompere il piccolo fronte della sinistra, perché il fronte è il primo ad esser diviso. La candidatura di Fassina, infatti, non piace a Civati, che tra il radicale Riccardo Magi e il sogno di Walter Tocci, sta cercando un’altra candidatura. Una spaccatura sarebbe un argomento perfetto per le teorie del premier.

Lavoro pubblico e lavoro privato. Il Jobs act è ‘na livella

Totò, 1955 - http://en.wikipedia.org/wiki/Tot%C3%B2

Lo Statuto dei lavoratori così come riformato da Elsa Fornero vale anche per gli statali contrattualizzati. Così ha deciso la Corte di Cassazione con la sentenza n. 24157 del 25 novembre 2015. Per prendere questa decisione i giudici hanno esaminato il caso di un dirigente licenziato per motivi disciplinari dal Consorzio area sviluppo industriale di Agrigento, che è un ente di diritto pubblico. Nel caso specifico, la Corte ha dato torto al datore di lavoro, confermando l’illegittimità del licenziamento già stabilita dal tribunale di Trapani e dalla Corte d’Appello di Palermo. Poi, la corte, si è espressa sull’art. 18 per gli statali: «L’inequivocabile tenore» del testo unico del pubblico impiego, «prevede l’applicazione anche al pubblico impiego cosiddetto contrattualizzato della legge 300/70 e successive modificazioni», ovvero dello Statuto dei lavoratori, incluse le riforme del governo Monti e dl ministro Fornero. La decisione dei giudici, quindi, si riferisce nello specifico alla riforma Fornero e all’articolo 18, ma giuslavoristi ed economisti non hanno dubbi: lo stesso principio vale per le nuove norme contenute nel Jobs Act, che rientra in quelle «successive modificazioni» citate dalla Cassazione.

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, con il ministro per la Semplificazione e Pubblica Amministrazione, Marianna Madia, durante la conferenza stampa sulla riforma della pubblica amministrazione al termine del Consiglio dei Ministri a palazzo Chigi, Roma, 30 aprile 2014. ANSA/ ANGELO CARCONI
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, con il ministro per la Semplificazione e Pubblica Amministrazione, Marianna Madia

La decisione della corte pone fine allo scontro di opinioni tra il governo e il ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia, da una parte, a sostenere (e assicurare) la non applicabilità del Jobs act ai dipendenti pubblici; e giuslavoristi ed economisti, dall’altra parte, a sostenere il contrario.

Con il contratto nazionale per il pubblico impiego ancora tutto da decidere, il ministro Madia non si arrende. E insiste: «Per il pubblico impiego l’articolo 18 non vale, perché c’è una differenza sostanziale che è il tipo di datore di lavoro». Secondo il ministro della Pubblica amministrazione, «il datore di lavoro privato ragiona con sue risorse, il datore di lavoro pubblico ragiona con risorse della collettività». E questo dovrebbe bastare a “sanare” quella che diversi giuslavoristi denunciano come elemento «discriminatorio» tra lavoratori del pubblico e del privato.

governo-amato

Infine, poniamo una lente d’ingrandimento su un determinato termine della sentenza: «contrattualizzati». La Cassazione si riferisce, come abbiamo visto, «al pubblico impiego cosiddetto contrattualizzato». Per rinfrescarci la memoria, cerchiamo il senso di questa parola. Per “contrattualizzazione del pubblico impiego” si intende il processo per cui si è deciso che i rapporti di lavoro dei dipendenti pubblici venissero disciplinati dal diritto privato, attraverso l’istituto della contrattazione collettiva. Il percorso di privatizzazione del diritto del lavoro pubblico è cominciato con le riforme del lavoro del 1992 e 1993, quando la disciplina comincia a orientarsi verso principi privatistici. Ad avviarlo è la legge delega n. 421 del 1992 e il conseguente decreto legislativo n. 29/93, poi ripreso e sviluppato a partire dal 1997 con molti interventi normativi: il decreto legislativo n.80 del 1998, il decreto legislativo n.165 del 2001, il decreto legislativo n.297 del 2002, il decreto legislativo n.150 del 2009. Ecco, è da un po’ che l’Italia ha deciso di “privatizzare” il diritto del lavoro pubblico.

Sono tante le norme che, come piccoli passi, hanno preparato il terreno. E il Jobs act – ci perdoni Antonio De Curtis – è ’na livella. Che anche questa volta appiana la questione al ribasso.

[social_link type=”twitter” url=”https://mobile.twitter.com/TizianaBarilla” target=”on” ][/social_link] @TizianaBarilla

Place to B, dove incontrare la società civile al COP21 di Parigi

(Parigi) L’avventura di Anne-Sophie Novel comincia due anni fa e si chiama “PlaceToBe”, una creative factory installata in un ostello vicino alla Gare du Nord per le due settimane della Conferenza Mondiale sul Clima di Parigi, la Cop21. Delusa dal fallimento della precedente conferenza di Copenaghen, Anne-Sophie si interroga sulle ragioni per le quali il messaggio ambientalista faccia così fatica a farsi strada nella mentalità comune. Le domande che si pone sono semplici: perché il peggior disastro annunciato di tutti i tempi non riesce a smuovere le folle? Perché non ci sono grandi manifestazioni in tutto il mondo per proteggere la cosa più preziosa che abbiamo, il nostro pianeta? La sfida è forse troppo distante dalle nostre preoccupazioni quotidiane? Non esiste un altro modo per parlare al mondo di questa emergenza?

La risposta che si è data è altrettanto semplice: il clima è un argomento complesso e stressante con il quale è difficile confrontarsi, provoca un senso di impotenza, di catastrofe imminente che ha un effetto paralizzante sulla gente. La comunicazione che è stata fatta finora sull’argomento non funziona. Bisogna raccontare un’altra storia capace di rovesciare il paradigma di sviluppo che ha condotto a questo stato delle cose. Gli interessi in gioco sono altissimi. E mentre i capi di governo fanno promesse che non potranno mantenere, occorre una mobilitazione dal basso che ci riguarda tutti. Adesso.

Incontro Anne-Sophie Novel nella hall della factory dove sta accogliendo Vandana Shiva, l’attivista politica e ambientalista indiana che ha deciso di stare qui durante i giorni della conferenza sul clima. Dormirà nell’ostello di “PlaceToBe” che dispone di 600 posti letto per militanti, giornalisti, artisti, esperti e chiunque voglia partecipare alle numerose attività previste nei prossimi giorni. Collegamenti radio, streaming televisivo, copertura dei social media, azioni concrete nella città: tutto ciò che accade qui dentro dovrebbe rimbalzare il più possibile all’esterno, proprio per evitare “l’effetto soufflé”, dice Anne-Sophie, che ha visto sgonfiarsi i buoni propositi di Copenaghen nell’arco di poche settimane, senza riuscire a coinvolgere la società civile che rappresenta invece uno strumento potentissimo di azione. Le persone devono sentirsi responsabili e coinvolte. Devono pensare che ciò che fanno o non fanno ha un impatto reale sulla vita quotidiana, sul loro star bene e su quello della collettività. L’argomento viene spesso trattato un modo moralistico o pessimistico, bisogna uscire dalla griglia riduttiva dell’ecologia perché la posta in gioco è la nostra stessa sopravvivenza.

Quali sono ad esempio le associazioni involontarie che facciamo quando pensiamo alla parola “ecologia”? Da un lato l’ecologia sembra legata a temi scientifici, scoperte di esperti che saranno anche vere ma che restano astratte, lontane dalla nostra esperienza quotidiana. La grande maggioranza degli studi sul clima dimostra l’esistenza di una stretta correlazione tra l’inquinamento e l’aumento della temperatura terrestre e prova che se nessuno fa niente nel 2100 la temperatura globale del pianeta aumenterà complessivamente di 4 gradi e di 6 gradi sulle terre emerse, in altre parole il caos, ma nessuno si straccia le vesti perché è come se non ci riguardasse, se non fossimo noi e i nostri figli a ritrovarci in questo caos dove l’acqua e il cibo si ridurranno drasticamente, la maggioranza delle specie animali e vegetali si estingueranno e molte delle terre emerse saranno sommerse provocando delle migrazioni di massa. Gli scienziati insistono su una data: 2030. Nel 2030 l’aumento della temperatura supererà i 2 gradi. Nel 2030 avrò 58 anni, i miei figli ne avranno 24 e 21. Praticamente è domani.

La parola “ecologia”, oltre ad essere considerata appannaggio di pochi esperti, può evocare anche un’ideologia militante e estremista, ci vengono in mente dei fricchettoni che si lavano poco, si vestono male, non mangiano carne, zappano la terra in comunità isolate e sono completamente disconnessi dalla modernità ecc… Ecco, sono queste percezioni sbagliate che devono cambiare, sostiene Anne-Sophie Novel.

Uno dei gruppi di lavoro al quale mi sono iscritta ha come titolo: “Dismantling the buying imperative”, (smantellare l’imperativo del consumo), ottimo argomento prenatalizio. Non che il clima a Parigi in queste ultime settimane inviti alla baldoria… Incontro persone da ogni parte del mondo, mi colpisce il fatto che molti di loro provengono dal sistema capitalistico neoliberista che rimettono in discussione. Ingegneri di multinazionali, esperti di marketing e finanza, promotori commerciali… persone che hanno deciso di cambiare vita dopo aver raggiunto livelli di malessere insostenibili. Uno dei principali ostacoli al cambiamento è proprio il fatto di sentirsi incastrati in un modello, senza riuscire nemmeno a immaginare un’alternativa possibile. Eppure le alternative esistono e coinvolgono un numero crescente di luoghi e di persone nel mondo. Come possiamo decolonizzare il nostro immaginario da concetti altamente intossicanti come il consumismo, il progresso e la crescita senza limiti? Per dirlo in altre parole: come faccio a spiegare ai miei figli che si può essere cool comprando di meno invece che comprando di più? Che anche un singolo gesto, moltiplicato per un grande numero di persone può fare la differenza? Che condividere dà più soddisfazione che possedere? Che la salvezza di tutti passa per una maggiore solidarietà tra nord e sud del mondo?

Al bar di “PlaceToBe” c’è una delegazione di indigeni australiani, un gruppo di artisti di strada congolesi, tre monaci nepalesi, molto rumore e un caffè annacquato. Le immagini della conferenza ufficiale sfilano sugli schermi che ci circondano. Dei ragazzi stanno montando un’installazione che dovrebbe spiegare come si forma il gas serra, altri stampano manifesti da appendere in giro per la città. Da qualche tempo ho l’impressione di oscillare pericolosamente tra la fiducia e la totale sfiducia nel genere umano. Quel che è certo è che stiamo ballando sull’orlo del baratro.

L’onta di un Parlamento che non parlamenta

Ieri il ventinovesimo scrutinio per designare i giudici della Corte Costituzionale ancora una volta si è concluso con una fumata nera. Per ventinove volte il Parlamento italiano, nato per essere il luogo del dibattito e della concertazione democratica, ha dato pessima prova di sé e, nonostante i continui richiami del Presidente della Repubblica Mattarell,a sembra non intravedere soluzioni possibili in tempi brevi.

Eppure questa inciampo cronico sulla Consulta sfiora solo di sguincio il dibattito televisivo e delle prime pagine dei giornali; lo stesso Salvini, polemista di professione (e per perversione), non cavalca l’inefficienza del Parlamento. Perché? Questa votazione è la fotografia dello stato miserabile di un Parlamento che non ha nessuna reale maggioranza politica e tantomeno una propria autonomia: se non si tratta di temi interessanti al marketing renziano l’assemblea dimostra tutti i suoi esausti sfilacciamenti di gruppi e gruppetti pronti a battagliare per uno spicchio di sole e disposti ad ingolfarsi adducendo improbabili questioni di principio. Così ciò che conta è semplicemente uno scambio equo di appartenenze nonostante si stia parlando dei giudici che (dovrebbero) preservare la nostra Costituzione.

Ma se non si riesce ad impostare una discussione sul merito per la nomina di un giudice, come potrebbe questo Paese risultare credibile nella cultura della meritocrazia di un giovane architetto, di una fresca insegnante o di un giovane qualsiasi che si affacci al mondo del lavoro? Sarebbe da prendere per il bavero il ministro Poletti e chiedergli cosa ne pensa di questo assembramento di ragazzotti ben nutriti, suoi colleghi, che risultano in ritardo, lunghi e pure insufficienti.

 

Tra dati Istat e applicazione ai dipendenti pubblici, il jobs act rischia di essere una sòla

Due effetti della riforma del mercato del lavoro di Matteo Renzi, tanto piaciuta a Maurizio Sacconi. Uno non voluto, sicuramente, ma prevedibile – il basso dato dei contratti a tempo indeterminato. Uno forse ricercato, e non è una buona notizia – l’applicazione delle norme ai dipendenti pubblici.

Dunque. Il primo effetto del jobs act ce lo raccontano i dati trimestrali dell’Istat. Per fare un bilancio definitivo bisognerà aspettare ancora qualche mese, ma si può intanto registrare un primo campanello d’allarme sui reali effetti della riforma del lavoro tanto cara al premier e dei contributi per le nuove assunzioni. Dei contributi soprattutto, perché il saldo tra i contratti a tempo indeterminato che si contavano a dicembre 2014 e quelli registrati a ottobre 2015 è di appena – e neanche – duemila contratti in più.

Erano 14 milioni e 525mila nel 2014, sono 14 milioni e 527mila oggi. In più, si potrà notare, quelli del 2014 erano veri contratti a tempo indeterminato, categoria in cui oggi facciamo ricadere anche i contratti a tutele crescenti, il nuovo contratto a “tempo indeterminato” del jobs act, appunto, contratti che prevedono una monetizzazione dei licenziamenti anche quando effettuati senza giusta causa e il reintegro solo in caso di conclamata discriminazione. Ma siccome i giuslavoristi vicini al governo dicono che bisogna aspettare, noi segnaliamo (lo facciamo anche nel numero in edicola sabato prossimo) e attendiamo.
Il secondo effetto, è invece, è più strutturale. Il governo aveva sempre assicurato che il centro della riforma, l’abolizione dell’articolo 18, non sarebbe valsa per i dipendenti statali. Lo aveva assicurato Poletti, lo aveva assicurato lo stesso Renzi. Una recente sentenza della corte costituzionale (la 24157) sull’applicazione della riforma Fornero, però, avrebbe chiarito che così non è. L’articolo 18 riformato dalla Fornero vale per tutti. E così potrebbe accadere per la formulazione – più radicale nel taglio delle tutele – voluta da Renzi. Avrebbe così ragione Scelta Civica che rivendicava come la riforma sarebbe valsa per tutti. E nel caso del lavoratore – a cui la corte costituzionale ha dato ragione – non ci sarebbe stato alcun reintegro. Marianna Madia dice che così non sarà, e si immagina una pezza messa inserita nel decreto sulla pubblica amministrazione. Anche in questo caso, attendiamo.

Il nuovo calendario Pirelli 2016 va controcorrente con le donne “forti”

© Annie Leibovitz | Calendario Pirelli 2016

«Il Calendario Pirelli del 2016 è un’altra cosa, scontenterà il maschio che è in noi», scrive il corrispondente da Londra de La Gazzetta dello Sport al momento della presentazione ufficiale. «E però le cose cambiano», aggiunge per fortuna il cronista. Eh, sì, le cose cambiano. E lo dimostrano anche le immagini delle donne immortalate dalla grande fotografa americana Annie Leibovitz. Che differenza tra le modelle dai corpi statuari e plastici degli anni passati! Queste immagini scontenteranno “il maschio che è in loro” ma parlano di una grande umanità, intelligenza e forza, catturato tutto ciò, anche nei volti delle donne più giovani. Umanità, intelligenza e forza e anche sensibilità che si vedono nei gesti di Annie Leibovitz, la grande fotografa americana con una lunga esperienza per Rolling Stone e Vanity Fair. È stata lei in una mattina del 1980 – poche ore prima che il musicista venisse ucciso – a scattare la foto di John Lennon nudo e abbracciato in posizione fetale a Yoko Ono completamente vestita di nero.

Schermata 12-2457359 alle 17.07.56

 

john-lennon-yoko-ono-rolling-stone.jpgEd è proprio Yoko Ono con una tuba in testa, occhialetti neri tondi seduta come Marlen Dietrich ne L’Angelo azzurro, una delle dodici donne importanti scelte dalla fotografa. «Donne che hanno fatto cose importanti» ha detto alla presentazione del calendario a Londra Marco Tronchetti Provera per spiegare il nuovo corso dei calendari Pirelli che già, negli ultimi anni, va detto, avevano segnato una discontinuità con il passato. Ricordiamo solo quello con le immagini di SteveMcCurry del 2013.

Donne importanti sono Patti Smith, poetessa triste, magrissima e dai capelli grigi che guarda intensamente, ma anche la giovane Tavi Gevinson, una delle trenta donne under 30 più importanti del mondo secondo Forbes. Ha 19 anni e nel 2008 ha fondato il blog Style Rookie che ha avuto un grandissimo successo. Lo stesso successo che ha ottenuto l’attrice cinese Yao Chen, che ha 35 anni e secondo Time è una delle 100 donne più celebri al mondo. Anche lei è una star dei social ma soprattutto è una paladina dei diritti umani. Nel calendario troviamo una donna che è invece una forza della natura: Serena Williams, la campionessa di tennis fotografata in tutta la sua potenza fisica. La poesia invece traspare dal volto dell’artista iraniana Shirin Neshat, ritratta con una collana magnifica e tessuti dai colori pastello. Le donne del calendario sono anche manager importanti, come Kathleen Kennedy presidente di Lucasfilm e collaboratrice di Steven Spielberg, oppure come Mellody Hobson, a capo di una società di investimenti. C’è anche la presidente emerita del MoMA newyorchese, Agnes Gund con la nipote adolescente Sadie mentre l’unica fotomodella, la russa Natalia Vodianova è ritratta da Annie Leibovitz con il figlio come fosse una modonna postmoderna. Le ultime tre donne “importanti” sono Ava DuVernay, la regista afromericana di Selma, l’attrice e sceneggiatrice Amy Schumer – forse il ritratto meno felice – e l’incredibile Fran Lebowitz, mentre fuma, naturalmente, essendo una opinionista che difende i fumatori.

 

© Annie Leibovitz | Calendario Pirelli 2016
© Annie Leibovitz | Calendario Pirelli 2016

 

© Annie Leibovitz | Calendario Pirelli 2016
© Annie Leibovitz | Calendario Pirelli 2016

 

© Annie Leibovitz | Calendario Pirelli 2016
© Annie Leibovitz | Calendario Pirelli 2016

 

© Annie Leibovitz | Calendario Pirelli 2016
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© Annie Leibovitz | Calendario Pirelli 2016
© Annie Leibovitz | Calendario Pirelli 2016

Il video del Backstage

 

 

Erri De Luca e i racconti dal carcere: «La vita di chi scrive conta per me perciò mi dispongo a leggere racconti di imprigionati con maggiore attenzione»

Italian writer Erri de Luca attends on May 12, 2008 a conference at the Jerusalem Writer Festival. De Luca, who is author of several novels and has translated several books of the Old Testament, is taking part in a literature event in Jerusalem that hosts a group of highly respected writers from around the globe. AFP PHOTO/MARCO LONGARI

Qui «c’è uno scrittore rinchiuso nel regno minerale della pena», scrive Erri De Luca, presentando il racconto La neve che non ti aspetti di Salvatore Ventura, uno dei 25 racconti finalisti della quinta edizione di Racconti dal carcere, ora raccolti in un volume Eri Rai. Facendo capire subito al lettore di questa raccolta intitolata All’inferno fa freddo che Ventura non è un detenuto che scrive come hobby , per attività ricreativa, ma che siamo davanti ad una persona che scrive per un’esigenza profonda di espressione in forma narrativa.

«La vita di chi scrive conta per me perciò mi dispongo a leggere racconti di imprigionati con maggiore attenzione», dice a Left Erri De Luca, scrittore, traduttore e poeta, che ha appena pubblicato con Feltrinelli il pamphlet La parola contraria e l’intenso libro autobiografico Il più e il meno. «Se ignoro tutto di un autore – approfondisce – dev’essere la sua scrittura e la storia a convincermi a seguirlo. Ogni lettura letteraria prevede una sospensione dell’incredulità da parte del lettore, che potrà poi revocare questa concessione. Con Salvatore Ventura so di leggere uno scrittore che usa carta, penna e un oceano di tempo. Molti scrittori sono stati in prigione, molti prigionieri sono diventati scrittori. Salvatore Ventura è di quelli che sanno quanto vasto resta il mondo dentro i centimetri contati, quando hai le parole per dirlo».

Come ha vissuto questa esperienza umanamente e da scrittore?

Quando leggo sono un lettore , non il collega dello scrittore. Sono interamente lettore, e scorbutico, senza indulgenze. La lettura è il tempo salvato dentro una giornata e non me lo faccio strapazzare da una pagina scadente. In questa e altre edizioni ho avuto fortuna di leggere storie valorose. Nelle pagine scritte in detenzione prevale l’esperienza subìta e poi affrontata con l’altra parte di se stesso che si mette a scrivere. Da questo doppio vengono fuori pagine che appartengono alla letteratura e non alla biografia. Non faccio allo scrittore in prigione il torto di leggerlo per solidarietà. Lo leggo perché la sua pagina vale la mia difficile attenzione.

carcere

Nella prefazione al racconto coglie il momento di stupore che precede la scrittura, che arriva nonostante la reclusione. Mi ha fatto ricordare il passo de Il più e il meno in cui lei evoca la «colata lavica rappresa» e dell’«arsura tirrenica dei versi terminali di Leopardi», che a causa della malattia era “prigioniero” a Napoli. Riuscire a scrivere nonostante. Scrivere per non farsi bloccare il pensiero, come faceva Gramsci nei Quaderni dal carcere. L’oppressione peggiore è quella che fa breccia dentro si sé? La scrittura è allora uno strumento di lotta?

La scrittura in esilio, in prigione, in un assedio ha il valore aggiunto di sospendere il tempo della pena. In Sarajevo spenta e circondata si facevano serata di poesia, con i poeti le candele. Le persone avevano bisogno fisico di parole capaci di stare a contrappeso. Così può fare la scrittura, interrompere l’assedio, cancellare le sbarre dietro una pagina aperta davanti al naso. Un libro non è uno strumento per raggiungere un fine, è il fine. Scrive Herta Müller che la fortuna del quadrifoglio comincia e finisce con il fatto di averlo trovato, altro non c’è. Il libro è il quadrifoglio.

Il carcere dovrebbe prevedere un percorso di reinserimento, più spesso in Italia è solo una punizione che non produce cambiamento, se non in senso peggiorativo. Che senso ha? Cosa pensa della proposta che Luigi Manconi ha formalizzato nel libro di Chiarelettere Aboliamo il carcere?

Esistono già oggi prigioni abbandonate. La prigione è un impianto scaduto, una miniera che non ha più minerale. Oggi è un deposito di vite scartate, senza alcun potere deterrente né un valore di uso del tempo della pena. Dovrebbe essere pieno di lavoro socialmente utile, dovrebbe essere tempo di praticare un mestiere e retribuito. Al contrario continuiamo a impiegare lo strumento dell’ergastolo ostativo, che esclude per arbitrio un termine. Continuiamo a negare libri ai detenuti del regime speciale. Continuiamo a fare i carcerieri di fantasmi.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/simonamaggiorel” target=”on” ][/social_link] @simonamaggiorel

 

 

 

Banche, salvateci dai salvataggi

Un pasticcio incredibile. Si potrebbe riassumere così il salvataggio di quattro banche in difficoltà: CariFerrara, Banca Etruria, Banca Marche e CariChieti. Proviamo a riassumere. Negli ultimi anni gli Stati hanno dovuto salvare le banche in crisi. Un processo chiamato “bail-out” e duramente criticato perché di fatto si socializzano le perdite dopo avere privatizzato i profitti, esasperando il cosiddetto azzardo morale: mi prendo sempre più rischi, se mi va bene mi tengo il malloppo, se va male arriva il paracadute pubblico.

Per questo dal 1 gennaio 2016 entrerà in vigore anche in Italia la nuova normativa europea che prevede il bail-in: in caso di crisi, le risorse dovranno arrivare dall’interno della stessa banca: prima gli azionisti, poi i detentori di obbligazioni, e in ultimo eventualmente da chi ha un conto corrente con più di 100.000 euro. La speranza è che con il bail-in i piccoli risparmiatori saranno spinti a informarsi e a esercitare un controllo maggiore sulle banche. Oggi non hanno nessun controllo o influenza sui top manager che prendono le decisioni, e spesso non sanno nemmeno di detenere una data azione o obbligazione.

Peccato che ancora prima che le nuove regole entrino in vigore, il governo decida di intervenire con un consiglio dei ministri domenicale che vara in tutta fretta un decreto secondo il quale è invece il sistema bancario italiano nel suo insieme a doversi fare carico del salvataggio dei quattro istituti oggi in difficoltà. Un intervento di emergenza dopo mesi di scambi di opinioni, mezze frasi e mezze interpretazioni dell’Unione Europea, senza che si riuscisse a capire in quale direzione andare, se si stessero infrangendo delle regole e quali regole fossero in vigore.

Se la situazione vi sembra poco chiara, non è ancora nulla. Con il decreto “salva-banche” si decide di attingere al fondo di risoluzione, un fondo che dovrebbe servire per le banche cosiddette “sistemiche”, ovvero quelle di maggiore dimensione che rischiano di contagiare l’intero sistema in caso di fallimento. Le quattro banche in difficoltà molto probabilmente non sono “sistemiche”, e quindi non dovrebbero accedere a questo particolare meccanismo di salvataggio. Tutto al condizionale, perché tra l’altro il fondo di risoluzione è ancora in costituzione ai sensi di una Direttiva europea che ancora non è in vigore in Italia. Non solo. Si chiede di colpo alle banche di versare in questo fondo molto di più di quanto era stato già previsto e comunicato. Ciliegina sulla torta: anche le banche di piccole dimensioni, “non sistemiche” e che non potranno quindi accedere al fondo di risoluzione, sono però chiamate ad alimentarlo, con contributi variabili e imprevedibili, per intervenire da subito con una normativa che verrà recepita in Italia unicamente dal 1 gennaio del 2016.

A Banca Etica era stato richiesto un contributo al fondo di risoluzione di 130.000 euro sia per il 2015 sia per il 2016. Il totale di colpo potrebbe essere tre volte più alto, forse sfiorare il milione di euro in due anni. Risorse che andranno a ridurre gli utili di una banca che, in quanto banca cooperativa, li destina a riserva e al proprio patrimonio. Ogni euro in meno significa 12 euro in meno di credito erogabile alla clientela. In parole povere, c’è una cinghia di trasmissione diretta tra il decreto salva-banche e la possibilità di Banca Etica di erogare più credito al sistema economico di riferimento, al terzo settore, alle rinnovabili, al commercio equo.

Una situazione kafkiana, in cui viene penalizzata la finanza etica, che non solo non ha avuto bisogno di salvataggi pubblici, ma che da anni denuncia gli eccessi e la follia dell’attuale sistema finanziario. Proprio da qui si dovrebbe ripartire. Nel pasticcio del salva-banche, rimane una questione di fondo: perché si interviene unicamente a valle? Tutta l’attenzione è concentrata su cosa fare in caso di fallimenti e disastri, mentre su come prevenirli si va avanti con il freno a mano tirato. Che fine ha fatto la separazione tra banche commerciali e di investimento, che limiterebbe drasticamente la necessità di salvataggi? Dov’è l’Europa sulla regolamentazione del sistema bancario ombra o sui derivati? Servono interventi ex-ante, non ex-post. Discutiamo pure di come raccogliere i cocci al prossimo disastro finanziario, ma sarebbe il caso di evitare che tali disastri si ripetano con una tale frequenza.

Ancora prima, è inammissibile che il peso dei salvataggi ricada, con provvedimenti della domenica senza né capo né coda e cambiando le regole in corsa, su chi negli anni peggiori della crisi ha continuato ad ampliare l’erogazione del credito e il sostegno all’economia, alle imprese sociali e alle famiglie. Settori della società che rischiano per l’ennesima volta di rimanere con il cerino in mano per l’irresponsabilità del mondo finanziario e per l’incapacità di quello politico.

*Presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica

Raid in Siria: Cameron accusa Corbyn di stare con i terroristi

«Votate a favore di questa mozione, non state dalla parte di Jeremy Corbyn e di una banda di amici dei terroristi». Oggi la Camera dei Comuni vota la mozione che autorizza i raid britannici sulla Siria e i toni usati dal premier conservatore Cameron sono quelli di qualche anno fa: se non stai con me, vuol dire che stai con i terroristi.

Il dibattito in Gran Bretagna è complicato: una parte dei deputati conservatori sembra contraria all’idea di partecipare alla chiamata alle armi della Francia, e una parte del Labour si dice pronta a votare la mozione del governo.

Il testo presentato da Cameron parte dalla risoluzione 2249 del Consiglio di sicurezza Onu, sottolinea l’importanza del procedere dei colloqui di Vienna, nega l’autorizzazione a inviare truppe e autorizza bombardamenti “esclusivamente sull’ISIS”. C’è anche la parte un po’ ridicola nella quale si legge “Questa Camera accoglie positivamente lo sforzo continuato del governo per aiutare i rifugiati” – un passaggio retorico troppo generoso con un governo che ha fatto di tutto per sfilarsi.

Un emendamento scritto assieme da deputati conservatori, laburisti, dello Scottish National Party e dei nazionalisti gallesi è stato sottoscritto da 105 deputati e nega l’autorizzazione all’uso della forza aerea.

Quel che colpisce è però il tono delle dichiarazioni di Cameron, che echeggia quelli degli anni della coalizione dei volenterosi e della guerra al terrore. A quelli il Labour ha risposto con durezza spiegando che «si tratta di commenti che non prendono atto della serietà con la quale i deputati di tutti i partiti stanno considerando l’idea dei raid. Cameron si dovrebbe scusare» ha detto il vice premier ombra Benn. Certo è che in queste ore i toni si sono avvelenati: la base laburista furiosa contro quella parte dei deputati e ministri ombra (tutti quelli incaricati di posizioni legate a Difesa ed Esteri) che hanno deciso di sostenere la mozione del governo. Tanto che nei giorni le valutazioni del governo su quanti appoggi esterni avrà la mozione che chiama alla guerra sono passate da 60 a 30.

Corbyn ha spiegato in un editoriale sul Guardian la sua posizione: Cameron non è riuscito a dimostrare che i raid aumenteranno la sicurezza dei britannici o saranno efficaci a indebolire l’ISIS. Quanto allo scontro nel Labour, Corbyn spiega: «sono un leader, non un dittatore, i deputati possono fare quel che ritengono opportuno, si tratta di una scelta complicata e seria. Ma sappiano che la responsabilità di una scelta difficile sarà loro». Il leader laburista aveva annunciato che sotto di lui il partito avrebbe discusso di più. La mozione sui raid in Siria è la prima discussione accesa alla quale assistiamo e c’è qualche contrario ai raid che spinge per l’espulsione di chi voterà a favore.

Il capolavoro incompiuto di Albert Einstein compie 100 anni

Albert Einstein relatività

Molti la considerano una delle più alte conquiste nella storia culturale dell’uomo. Un capolavoro assoluto. Come la Pietà vaticana di Michelangelo. Lui, Albert Einstein, l’uomo che nel 1915, cento anni fa, l’ha creata (o scoperta, come molti filosofi della scienza si affretteranno a puntualizzare) la considerava un’incompiuta. Come la Pietà Rondanini dello scultore fiorentino: in parte sublime, in parte ancora grezza. È la relatività generale, la nuova teoria della gravitazione universale che “ha scalzato Newton”, ha riformulato la nostra idea di uni- verso mandando definitivamente in soffitta le convinzioni sullo spazio e sul tempo e che ancora oggi, con la meccanica quantistica, costituisce una delle due pietre fondamentali su cui poggia l’intero edificio della fisica.

Il processo che ha portato Einstein, nell’autunno del 1915, alla formulazione della relatività generale è chiaro. Dieci anni prima, nel 1905, l’allora giovane impiegato presso l’Ufficio Brevetti di Berna aveva elaborato, tra l’altro, la teoria della relatività ristretta, con cui dimostra che la velocità della luce costituisce un limite non superabile, che non esistono punti di osservazione privilegiati nell’universo, che materia ed energia sono equivalenti (concetto espresso nella formula più famosa della storia: E=mc2), che spazio e tempo non sono entità assolute, non sono uguali per tutti ma dipendono dalla velocità con cui si muove l’osservatore.


La relatività ristretta dimostra che materia ed energia sono equivalenti,
che spazio e tempo non sono entità assolute

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La relatività del 1905 è accompagnata dall’aggettivo “ristretta” o dall’aggettivo “speciale”, perché riguarda tutti i corpi in quiete, che se ne stanno fermi o che procedono con velocità uniforme. Sebbene con questa teoria rivoluzioni la fisica (e la filosofia) mandando in soffitta idee e concetti vecchi di millenni e considerati solidissimi, Einstein non è contento. Cerca una nuova teoria, più generale, in grado di spiegare anche il comportamento di tutti i corpi presenti nell’universo, compresi quelli soggetti ad accelerazione. Come la famosa mela di Newton o il grave di Galileo che, a causa della gravità, cado- no dall’albero o dalla Torre di Pisa con velocità crescente

La storia del tentativo di generalizzazione della teoria dura un intero decennio ed è molto bella, ma anche molto complicata. Diciamo solo che viene portata a termine grazie a strumenti matematici – il calcolo differenziale assoluto – messi a disposizione da due italiani, Gregorio Ricci Curbastro e Tullio Levi Civita. Che propone l’idea (rivoluzionaria) che la materia curvi lo spazio, anzi la rete quadridimensionale dello spaziotempo. La teoria spiega il comportamento anomalo dell’orbita di Mercurio e fa alcune previsioni: passando accanto a un forte campo gravitazionale, la luce viene deviata di un certo angolo; allontanandosi dall’osservatore la luce subisce un redshift, uno spostamento verso il rosso: in pratica, la sua frequenza sembra diminuire.
Nel 1919 l’astronomo inglese Arthur Eddington, in occasione di un’eclisse, verifica che la luce emessa da una stella lontana passando accanto al sole viene deviata proprio dell’angolo previsto dalla relatività generale.

Il fisico tedesco diventa, per dirla con Abraham Pais, “l’improvvisamente famoso dottor Einstein”: un mito universale, ancora oggi inossidabile. E la sua teoria, non sempre compresa da tutti, assurge al rango di capolavoro assoluto. Eppure lui, Albert Einstein, la considera un’in- compiuta. Un’opera, dirà, fatta per metà di marmo pregiato e per metà di legno scadente. E lavorerà per tutto il resto della vita, all’incirca quarant’anni, per trasformare in marmo pregiato anche il legno scadente.

Perché? Il motivo è semplice. Perché Albert Einstein è in preda a quella che lo storico della fisica Gerald Holton chiama la “sindrome ionica”. L’idea, puramente metafisica, che è alla base del pensiero dei primi filosofi greci, secondo cui l’universo non solo è un kòsmos, un tutto armoniosamente ordinato, ma anche che l’ordine cosmico è governato da poche leggi fondamentali (al limite, da un’unica legge) che possono essere compre- se dalla ragione umana. Einstein è preda della “sindrome ionica” nel corso dell’intera sua vita: da quando a 17 anni immagina cosa proverebbe un osservatore a cavallo di un raggio di luce, fino a quando, il 18 aprile 1955, non muore, con accanto sul comodino gli ultimi appunti con cui tenta di trasformare il legno scadente della relatività generale in marmo pregiato.

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Ne consegue che per l’intero arco della sua vita scientifica segue un medesimo grande obiettivo: unificare la fisica, elaborare la teoria finale. La Teoria del Tutto. E ogni sua azione scientifica può essere considerata come una tappa di avvicinamento all’obiettivo finale. Quando, nel 1905, ha 26 anni e lavora all’Ufficio brevetti di Berna, i fisici conoscono due grandi forze fondamentali della natura, l’elettromagnetismo e la gravità, descritte da due teorie tanto superbe – elaborate rispettivamente da James Clerk Maxwell e da Isaac Newton – quanto inconciliabili. La teoria della relatività ristretta è pensata ed è di fatto una tappa di avvicinamento a una teoria più generale, che includa in sé la teoria di Maxwell e la teoria di Newton. E, in- fatti, dimostra che i fenomeni elettromagnetici e i fenomeni meccanici possono essere, alme- no in parte, trattati in maniera unitaria. Come espressione di un’intima unità, appunto, della realtà fisica.
La relatività generale è l’ulteriore tappa di avvicinamento all’obiettivo finale di Einstein: unificare gravità ed elettromagnetismo. Ma perché considerarla un’opera incompiuta, metà di marmo pregiato e metà di legno scadente? Per- ché alla “sindrome ionica” di Einstein appartiene un’altra idea metafisica. Un vero pregiudizio di natura filosofica: l’idea (o, se volete, il pregiudizio) che la realtà cosmica sia costituita da un’entità fisica continua e non da entità discrete. Ebbene, la prima parte dell’equazione che riassume in termini matematici la teoria della relatività generale, descrive in maniera precisa il campo gravitazionale: un’entità continua. Che si estende, con intensità variabile, in tutto lo spaziotempo. Ecco perché soddisfa Einstein, che la considera la parte in marmo pregiato della sua opera.

La seconda parte dell’equazione descrive, invece, la materia. Costituita da corpuscoli: ovvero da entità discrete. È questa parte che Einstein considera legno scadente. Messa lì in maniera provvisoria. In attesa di trovare un’idea fisica e un formalismo matematico adatto, in grado di descrivere la materia in termini di punti di massima intensità di un’entità continua. Ecco perché, appena dopo aver elaborato quello che tutti considerano un superbo capolavoro, con una straordinaria lezione di umiltà e di lucidità, Einstein si mette alla ricerca di una teoria ancora più generale in grado di andare oltre la relatività: una teoria di campo continuo.
Diciamo subito che questa volta Einstein non riesce a tagliare il traguardo.

La cercherà per quarant’anni, la Teoria del Tutto, ma non riuscirà a trovarla. In questa sua ricerca «don Chisciotte della Einsta» ingaggerà una furiosa battaglia intellettuale contro i «malvagi quanta», come scriverà con ironia e affetto il suo migliore amico, l’ingegnere triestino Michele Besso. E lui – il mito vivente, il personaggio che secondo la rivista Time più di ogni altro ha caratterizzato un secolo intero, il Novecento, uno dei fisici più grandi, forse il più grande, di ogni tempo – si ritroverà presto isolato in questa sua titanica ricerca. Tanto che anche Abraham Pais, suo amico e biografo, definirà “ottocentesco” l’atteggiamento di Einstein. Va aggiunto che l’obiettivo del “fisico ottocentesco”, di “don Chisciotte della Einsta” è ancora oggi quanto di più moderno ci sia: costituisce infatti il massimo obiettivo dei fisici contemporanei, che cercano – per ora senza riuscirci – di unificare la gravità con le altre tre forze fondamentali della natura (all’interazione elettromagnetica si sono aggiunte nel frattempo l’interazione debole e l’interazione forte).
E va detto, infine, che non è affatto detto che l’universo – anzi il Kòsmos, il tutto armoniosamente ordinato dei Greci – sia il regno del continuo. Né che sia governato da una sola legge, fonda- mentale. Da una Teoria del Tutto. La “sindrome ionica” è e resta un pregiudizio metafisico. Ma senza pregiudizi metafisici – senza un’idea apriori di cosa cercare, un’idea beninteso da documentare con quelle che Galileo chiamava “certe dimostrazioni” e “sensate esperienze” – la scienza non va molto avanti. Perché, come sosteneva Albert Einstein, se la filosofia senza la scienza è semplicemente vuota, la scienza senza filosofia, ove anche fosse possibile, sarebbe arida.

(Da Left numero 13)

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