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I volti intensi delle donne del digiuno alla Feltrinelli di Latina

Il giorno dei funerali di Paolo Borsellino in quel maledetto luglio del 1992, un gruppo di donne siciliane decise di fare lo sciopero della fame. Occupano Piazza Castelnuovo e iniziano un digiuno a staffetta, secondo le modalità del movimento non violento. È una “fame di gustizia” che denunciano e gridano alla città. Francesco Francaviglia era un bambino di dieci anni e nonostante fosse molto piccolo, rimase colpito da quell’atmosfera che si respirava a Palermo. Un’aria di disperazione ma anche, appunto, di resistenza e di coraggio. Molti anni dopo quel bambino che dopo gli studi del violoncello con Giovanni Sollima è diventato un fotografo, decise di rintracciare quelle donne e di fotografarle. Ecco come nasce Le donne del digiuno, una mostra fotografica che è stata ospitata agli Uffizi e in molti altri luoghi d’Italia e che poi è diventata un libro (Postcart, 2014). Volti intensi, svati e coraggiosi in cui lo sguardo è diretto, profondo: una dichiarazione di non resa, di lotta, di sfida alla normalità, quella di cui spesso si alimenta la mafia.

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Sabato 5 dicembre, alle ore 16, Le donne del digiuno viene presentato alla libreria Feltrinelli di Latina in un incontro coordinato dal fotografo Filippo Trojano. Partecipano l’autore, Francesco Francaviglia e Franca Imbergamo, magistrato della Procura antimafia che è tra gli autori dei testi che compaiono nel libro. Lo stesso magistrato che si racconterà su Left in una intervista-reportage a cura di Filippo Trojano.

«Rivedere oggi quei volti nelle foto di Francesco Francaviglia, significa misurare tutto il dolore e l’orrore di quanto è accaduto e tutto l’immane vuoto di verità che, ancora oggi, nonostante tutto, avvolge le stragi… Una scia di sangue che non si interrompe nell’estate siciliana del 1992 e sale lungo la penisola, nei luoghi simbolo della vita della nazione per seminare il terrore…», scrive Franca Imbergamo. Gli altri autori dei testi sono: Letizia Battaglia, Marco Delogu, Daniela Dioguardi, Letizia Ferrugia, Francesco Giambrone, Pietro Grasso, Leoluca Orlando, Antonio Natali, Simona Mafai, Maria Maniscalco, Salvo Palazzolo.

Maurizio Landini e Mirafiori Luna Park: «Anche un film serve per ricucire la rete sociale»

Era un Landini diverso quello visto ieri sera al cinema Apollo 11 per la presentazione a Roma di Mirafiori Luna park, il film di Stefano Di Polito che rappresenta una delle sorprese di questa stagione cinematografica. Rilassato, senza i toni talvolta fin troppo accesi del talk televisivi, Landini ha parlato di lavoro, di memoria e di futuro da ricostruire, che poi sono i temi dell’opera prima del regista, figlio di genitori entrambi ex operai di Mirafiori.

Il segretario Fiom arriva al cinema vicino a Piazza Vittorio fresco di vertenze in corso al Ministero. «Domani (oggi Ndr) al Ministero parleremo poi del futuro del contratto nazionale», dice ed è chiaro che siamo di fronte all’ennesimo tentativo di svalutare e depotenziare il valore del lavoro, dopo il Jobs act e dopo le dichiarazioni del ministro Poletti sull’orario. Ma ieri sera Landini ha puntato molto sulla necessità di reagire dal basso. «Bisogna ricostruire l’unità sociale perché una competizione come c’è adesso tra le persone non l’avevo mai vista», dice. Così come – e ormai lo ripete da tempo – ha ribadito «anche i sindacati si devono muovere». Il segretario Fiom, seduto su una sedia mentre sul divanetto rosso della scena molto off del cinema Apollo 11 stavano Tiziana Barillà di Left che ha coordinato l’incontro, il regista Stefano Di Polito e Antonio Catania, uno dei tre protagonisti del film, insieme a Giorgio Colangeli e Alessandro Haber. Landini ha raccontato della rete sociale che si sta creando nella vicina Cinecittà, dove ha visitato una mensa «con gente che non sono barboni» ma persone che hanno perso il lavoro e non hanno più nulla, nemmeno la possibilità di fare la spesa. «Di fronte a loro – continua Landini – i 500 euro promessi ai diciottenni sono un’offesa alla dignità delle persone». E rispetto al film – che parla appunto di una fabbrica dismessa e della desertificazione di un quartiere che però vuole reagire – Landini sottolinea che «un punto da ricostruire è la rottura della memoria per trasmettere ai giovani un vissuto, sempre per la tutela della centralità della persona». Incalzato da Tiziana Barillà, Landini ha poi parlato della grande campagna di consultazione che tra poche settimane interesserà i cinque e milioni di iscritti della Cgil. Tema: il nuovo Statuto dei lavoratori che questa volta sarà esteso anche al lavoro autonomo. Ma anche la possibilità di un quesito referendario per abrogare il Jobs act . «È la prima volta che il sindacato si pone il problema di cancellare una legge», dice Landini che ricorda come il famoso referendum sulla scala mobile del 1985 in realtà era stato lanciato dal partito comunista.

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Il lavoro come memoria che fa parte del patrimonio di vita, di affetti, di storia. Lo hanno raccontato Antonio Catania e Stefano Di Polito che quel quartiere di Mirafiori lo conosce bene. Lo stesso luogo, anche, che forse può avere un altro futuro. «In quella stesa fabbrica dismessa dove ho girato il film – ha annunciato il regista – mi hanno offerto di creare attività di carattere sociale». È un primo passo, ma la rete sociale da ricostruire non è cosa facile. Intanto il film continuerà il tour in Italia incontrando ogni volta esperienze, personaggi e storie che raccontano di un’altra Italia alle prese con la resistenza alla frammentazione. E anche alla repressione, come è accaduto ieri sera con la testimonianza delle operatrici della Casa della pace di Roma. Un luogo occupato da oltre trent’anni, spazzato via da uno sfratto con un blitz improvviso e una pioggia di denunce. Naturalmente si è parlato anche del centro Baobab in quelle ore sotto la stessa minaccia e così di altre realtà della Capitale sempre più ostile a quella rete sociale dal basso che però è l’unica soluzione contro il degrado sociale ed economico. Che esiste, nonostante le visioni edulcorate dell’Italia in stile renziano.

Venerdì 4 un altro appuntamento al cinema Apollo 11. Il tema dell’incontro che precede la proiezione è impegno e legalità, con Paolo Masini e Davide Mattiello. Domani, sabato 5, si parlerà di ambiente e impegno civico con Raphael Rossi e Marco Lillo, sempre alle 20.30. Infine domenica 6 dicembre (ore 18) l’incontro su impegno civico e intercultura con Gabriella Guido di LasciateCientrare e Andrea Masala di Arci. 

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«Farook ha avuto contatti con persone sospette». Quel che sappiamo della strage San Bernardino

epa05053816 An undated combo handout picture made available by the San Bernardino County Sheriff on 03 December 2015 shows weapons and ammunition carried by suspects involved in a mass shooting, at the scene of a shooting with an officer, in San Bernardino, California, USA. Investigators were searching on 03 December for a motive in a California massacre that left 14 people dead and 21 others wounded as US President Barack Obama said the mass shooting could be tied to terrorism. Obama said it will take time to uncover the extent of the shooters' plans and their motivations. The suspects, who died in a shootout with police hours after the massacre on 02 December 2015 at a conference centre, were husband and wife, Syed Rizwan Farook, 28, and Tashfeen Malik, 27, the San Bernardino County Sheriff's Office said. The shooting spree targeted a holiday party inside the building. EPA/SAN BERNARDINO COUNTY SHERIFF -- BEST QUALITY AVAILABLE -- HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Non c’è ancora chiarezza sulle motivazioni della strage di San Bernardino. Certo è che non si è trattato di un raptus e che gli Usa, ancora una volta si trovano di fronte a una specie di nemico interno, uno jihadista casalingo. La mancanza di una firma, di una rivendicazione fa pensare per ora che non si tratti di un attacco terroristico organizzato con legami diretti con le reti terroristiche di al Qaeda o di Daesh. C’è un post su Facebook in cui Tashfeen Malik si dice leale al capo dell’ISIS, al Baghdadi, ma gli investigatori continuano a ritenere più probabile l’atto di due singoli e non di qualcuno collegato direttamente con l’ISIS.

Gli inquirenti hanno fatto anche sapere di aver scoperto contatti con una persona tenuta sotto sorveglianza perché sospetto di terrorismo e con altri. «Ma erano contatti che per ora appaiono come occasionali e non possono necessariamente far pensare a un attentato organizzato con il sostegno di altri» – hanno detto funzionari Fbi al Los Angeles Times. Certo è che oltre all’arsenale in casa di Syed Rizwan Farook e Tashfeen Malik, la polizia ha trovato diverse bombe pronte a esplodere sul luogo del massacro. Segno ulteriore di un’azione pianificata e non di un gesto istintivo, di una reazione a qualcosa – se ne era parlato notando che Farook aveva lasciato la festa alla quale aveva partecipato dopo un alterco.

Gli investigatori hanno detto alla CNN che gli ordigni lasciati sulla scena della sparatoria non sembrano confezionati usando le istruzioni contenute nella rivista Inspire, la pubblicazione on-line di Al Qaeda nella penisola arabica. Altre fonti hanno parlato di somiglianze. Il disegno della bomba è comunque accessibile a chiunque – hanno detto gli investigatori durante una conferenza stampa – e, anche nel caso si trattasse di istruzioni scaricate dalla rete, questo non significa che l’attacco sia direttamente collegabile a una rete terroristica. Certo è che i telefoni della coppia, nuovi di zecca, sono stati ritrovati distrutti e il contenuto dell’hard disk del computer cancellato. L’Fbi ha emesso un mandato per ottenere dalle compagnie di telecomunicazioni i dati sul traffico telefonico e sulle mail della coppia.

Syed Rizwan Farook, uno dei killer della strage di San Bernardino in California in una foto da lui postata sul sito di incontri Imilap.com. 3 dicembre 2015. +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA LAUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++
(Syed Rizwan Farook, in una foto da lui postata sul sito di incontri Imilap.com)

Gli unici elementi a disposizione degli investigatori – che stanno cercando collegamenti tra la famiglia e gruppi o individui attivi nella galassia jihadista – sono i viaggi di Farook in Arabia Saudita nel 2013 per il pellegrinaggio Hajj alla Mecca e quello del luglio 2014, quando partì per nove giorni per andare a prendere Malik e portarla negli Stati Uniti con un visto da futura sposa. Diversi testimoni parlano di una accresciuta religiosità di Farook, ma non molto di più: la coppia appariva come una normale famigliola felice, musulmana e al contempo tendente a

I viaggi all’estero di Farook non sollevarono sospetti: erano normali nella vita di un musulmano americano e non abbastanza lunghi da far sospettare un training in qualche campo di addestramento jihadista. Quando alla moglie Malik, la richiesta di residenza permanente è stata processata dall’Fbi e dal Dipartimento di Sicurezza Nazionale. Nessuno dei due era nelle liste di sospetti delle varie agenzie di intelligence.

Giubileo della misericordia o dell’evasione fiscale? L’ inchiesta di Left sulle “case per ferie” del Vaticano

Giubileo della misericordia o dell’evasione fiscale? Una inchiesta di Left sulle “case per ferie” del Vaticano riservate ai pellegrini dimostra che grazie alla riduzione di tasse e imposte agli edifici della Chiesa, questi “risparmieranno” circa 20 milioni di euro. Autocertificazioni senza controlli del Comune e prezzi stracciati, mentre gli albergatori gridano alla concorrenza sleale: un sistema destinato a continuare visto che mentre la Cassazione aveva pronunciato questa estate sentenze contro l’esenzione totale dell’Imu per alcuni istituti religiosi, il governo Renzi è al lavoro per ricorrere ai ripari. Che il Giubileo sia un affare commerciale lo dice anche la Storia: nel XIV secolo dopo il primo Anno santo voluto da Bonifacio VIII, i romani ne vollero altri due, nonostante fosse nato come evento da ripetere una volta ogni 100 anni.
Ma Roma non è solo la città dei pellegrini e della Chiesa, anzi. Per questo il settimanale propone un #Giubileft, itinerario documentato e approfondito sui luoghi della laicità e della resistenza al potere papale. Si va quindi dal Gianicolo, teatro delle battaglie della Repubblica Romana al cimitero acattolico, dalla casa dove si rifugiava Mazzini alla casa di Ciceruacchio.
In Società Left affronta il caso della privatizzazione delle Ferrovie dello Stato, un modo per fare cassa e soprattutto per presentare in Borsa il gioiellino dell’alta velocità sfrondata dal carrozzone pubblico. Un’operazione che per il momento si presenta contro gli interessi dei pendolari e del traffico locale.

Come prevenire il terrorismo? È uno dei grandi temi della politica di questo periodo, ma in Italia i programmi di inclusione sono molto indietro rispetto agli altri Paesi europei. Anche se il caso di Dustur, documentario girato in carcere, dimostra che l’integrazione è possibile, per esempio sul tema della Costituzione. Dall’imam di Parma giunge poi l’appello al mondo musulmano a farsi conoscere di più, a contrapporre la cultura dell’Islam a quella del razzismo leghista. Infine il caso dei Cam, i centri per maschi maltrattanti e la Buona scuola vista dal senatore Tocci nel suo ultimo libro: l’ultimo atto di un vuoto della politica lungo 20 anni.
Negli Esteri il punto sulla Turchia che scivola verso il regime, un reportage dall’isola di Lesbo dove gli sbarchi non si fermano mai, ed infine l’analisi di Umberto De Giovannangeli sul ruolo dell’Arabia Saudita nella polveriera Medio Oriente.
Per la scienza, Left affronta l’emergenza meningite che ha fatto registrare dall’inizio dell’anno, ben 36 casi solo in Toscana. Infine: l’incontro con lo storico Simon Schama che parla del nuovo corso della ricerca storiografica attraverso le immagini, la compagnia Muta Imago alle prese con lo spettacolo Hyperion di Bruno Maderna, e per la musica, Francesco Bianconi dei Baustelle racconta l’ultimo album Roma live!

La colorata utopia del movimento Co.Br.A

È  stato l’ultimo collettivo di artisti del Novecento, l’ultimo a sviluppare un progetto creativo basato sulla collaborazione e sulla condivisione anche di uno slancio utopico per una società migliore. Al movimento Co.Br.A, fondato a Parigi nel 1948 da Jorn, Pedersen, Dotremont, Appel, Alechinsky, Goetz e Constant- che riuscì a mettere in connessione artisti del Nord e del Sud Europa la Fondazione Roma dal 4 dicembre  dedica una vivace retrospettiva dal titolo  CoBrA, una grande avanguardia europea allestita nelle sale di Palazzo Cipolla.

20 - Pierre Alechinsky e Christian Dotremont, Ondes extremes, 1974-79

Una mostra esplosiva dal punto di vista del colore e che ha il merito di riportare in primo piano la ricerca che legava questi artisti di differente provenienza e formazione che per tre anni formarono un gruppo coeso e riconoscibile e poi, avendo personalità forti, presero strade diverse, senza per questo rompere i rapporti.

Più che l’opera intesa come oggetto fisico finale, ciò che interessava al gruppo CoBr.A era il metodo e il processo creativo stimolato dal rapporto e dalla dimensione collettiva della ricerca. Rifiutando le logiche del mercato, molti di loro non si preoccupavano nemmeno di vendere le proprie opere, che in anni recenti, tuttavia, hanno raggiunto quote da capogiro. Il percorso espositivo in Palazzo Cipolla oltre a ricostruire i tre, travolgenti, anni di Co.Br.A, mette a fuoco le singole personalità dedicando a ciascuno dei componenti del gruppo una intera sala.

15 - Corneille, La grande sinfonia solare, 1964

Così ecco i raffinati grafismi di Christian Dotremont che faceva incontrare scrittura e pittura in tele che evocano calligrafie orientali,  ma anche le tele di forte denuncia sociale di Karel Appel che incornicia nel rosso le sagome stilizzate di bambini, dagli occhi enormi, che chiedono l’elemosina nel 1948. Siamo poco dopo la guerra e le ferite sono ancora aperte. Gli artisti del gruppo Co.BrA dicono no alla violenza, denunciano la pazzia della guerra. Constant rappresenta un campo di concentramento in un quadro dominato da toni freddi, grigio e blu. Ma a popolare l’universo Co.Br.A (l’acronimo sta per Copenaghen, Bruxelles e Amsterdam, capitali dei paesi d’origine dei principali artisti fondatori del gruppo) è anche la libera espressione attraverso la forza del colore, steso con pennellate dense, materiche., “selvagge”.

A differenza dell’Informale americano (a cui il movimento Co.Br.A viene spesso paragonato) la pittura in questo caso non perde mai del tutto il rapporto con la figurazione. Riservando ampio spazio anche ad animali e creature fantastiche del folclore nordico. Fu Enico Baj a immettere nell’universo pittorico del gruppo anche fantasie più legate al Mediterraneo. La mostra resta aperta fino al 13 aprile 2016 ed è accompagnata da un catalogo Skira.

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Nicole, che vince in mezzo ai bari

Mentre l’atletica italiana vive un momento difficile tra controlli antidoping elusi e campioni “macchiati” dal sospetto a Bloemfontein, cittadina impronunciabile sudafricana, c’è uno sport italiano che stravince. I mondiali IAADS (atletica leggera riservata a persone affette da sindrome di down) hanno visto come protagonista un’italiana, Nicole Orlando, che ha collezionato 4 ori e 1 argento segnando anche il nuovo record nel triathlon. L’Italia si è portata a casa qualcosa come 18 ori, 7 argenti e 2 bronzi: niente male per un Paese pronto a sventolare nazionalismo sportivo alla prima scoreggia di un nostro calciatore nel campionato tra scapoli e ammogliati.

Nicole Orlando sul podio, con bandiera italiana e peluche portafortuna, si è commossa ascoltando l’inno italiano e ha dedicato le vittoria alla nonna scomparsa da poco, vestendo la vittoria con la semplicità e la dignità di chi ce l’ha messa tutta, nonostante tutto.

Ogni tanto il ritorno alla semplicità delle cose e al “ben pensare” che rimetta i valori in ordine arriva dalle azioni o dagli oggetti minimi: se provate ad osservare il viso di Nicole commossa sul podio ci vedete dentro la dignità di chi è professionale in quello che fa. Professionale nel senso più antico, quello artigianale e scritto dai padri della nostra Costituzione: i professionisti che sono tali perché professano i propri valori nei propri mestieri. Ecco, se guardate quella foto, forse anche a voi capita, come succede a me, di trovare un professionismo di cui abbiamo tanto bisogno. Torna in fretta, Nicole.

Quello che le donne non avevano mai fatto

Esiste anche un’altra storia, fatta di gesti semplici eppure straordinari, gesti che per molto tempo erano stati riservati agli uomini, che nessuna donna aveva mai compiuto. Gesti cha a volte sono vite che raccontano il cambiamento come quelle di Margaret Hamilton, Angela Davis, Nawal El Saadawi e altre. Alcuni di questi gesti assolutamente normali oggi, ma altrettanto non convenzionali all’epoca sono stati immortalati con delle fotografie. Qui una gallery per raccontare alcune di queste donne in 25 scatti straordinari.

 

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Margaret Hamilton

È stata l’ingegnere del software di bordo per il programma spaziale Apollo 11 che ha permesso all’uomo di arrivare sulla Luna nel 1969. Il team della Hamilton si è occupato di risolvere le complicazioni relative allo sbarco sul satellite terrestre. Nella foto Margaret a fianco del codice del software dell’Apollo 11 che fu scritto interamente a mano.

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Simone Segouin

A soli 18 anni cominciò a combattere fra le fila della Resistenza francese contro l’invasione nazista. Questa fotografia fu scattata durante la Liberazione di Parigi il 19 Agosto del 1944.

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Kathrine Switzer

È la prima donna a correre la maratona di Boston, nonostante i tentativi da parte dell’organizzatore maratona di fermarla. È il 1967.

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Annette Kellerman

Nuotatrice professionista, divenne famosa in tutto il mondo per le sue imprese natatorie eccezionali. Fu una delle prime donne a indossare un costume da bagno e per questo venne anche arrestata con l’accusa di indecenza per aver dato scandalo. Era il 1907.

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Komako Kimura

Famosa suffragetta giapponese lottò e manifestò per i diritto delle donne. Nella foto è ritratta durante una marcia sulla Fifth Avenue a New York per ottenere l’estensione del diritto di voto alle donne. È il 27 ottobre 1917.

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1902, la squadra di basket femminile dello Smith College. Una delle prime al mondo. Sotto una foto del 1973 che raffigura le Hell’s Angels gang di motocicliste.

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Durante la Seconda Guerra Mondiale le donne, con gli uomini al fronte, si trovarono per la prima volta a svolgere lavori mai fatti e considerati non adatti a una donna. Fu un passo in avanti concreto che aiutò il popolo femminile a prendere maggior consapevolezza del fatto che i tempi erano cambiati e con essi il ruolo che la società destinava loro. Non più madri, amanti, figlie e sorelle, ma prima di tutto cittadine e lavoratrici. In lotta per l’emancipazione.

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Anche sessuale e dei costumi. In questa foto scattata a Toronto nel 1937 due donne passeggiano per la prima volta in pubblico mostrando le gambe scoperte.

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Sopra delle donne afghane studentesse di medicina (1961).

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1944, una donna effettua un controllo tecnico di un aereo P-38

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Una crocerossina trascrive le ultime parole di un soldato sul punto di morte al fronte (1917)

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Delle ragazze si allenano a tirare di boxe su un tetto a Los Angeles.

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Ellen O’Neal

È stata una delle prime skater donna al mondo. È il 1976

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Anna Fisher

La “prima madre nello spazio” negli anni 80

In apertura una foto di Maud Wagner, la prima tatuatrice donna negli Stati Uniti, lo scatto è del 1907

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San Bernardino: comprare armi negli Usa è facile anche per i sospetti di terrorismo

Armored vehicles surround an SUV following a shootout in San Bernardino, Calif., Wednesday, Dec. 2, 2015. The scene followed a military-style attack that killed multiple people and wounded others at a California center that serves people with developmental disabilities, authorities said. (KNBC via AP) TV OUT

Ci risiamo. Oppure no? Gli Usa assistono attoniti all’ennesima strage di civili inermi – o indifferenti, vista la frequenza di questi accadimenti. O siamo di fronte a un atto di terrorismo. E’ troppo presto per dirlo, ma dai particolari che conosciamo possiamo sospettare che si tratti di un episodio che tiene insieme questi due aspetti.

Ad oggi sappiamo che Syed Rizwan Farook, 28 anni di origine pakistana, e sua moglie Tashfeen Malik, 27 ieri hanno lasciato la loro bambina di sei mesi con la nonna dicendo di avere spese da fare.

Farook aveva partecipato a un party di fine anno in un centro comunitario dove aveva lavorato fino al 2013 e dove si curano persone con disabilità. Testimonianze dicono che aveva litigato con qualcuno.

La scena successiva riguarda la sparatoria: Farook e Tashfeen Malik entrano nella sala in tenuta da combattimento e fucili a ripetizione, uccidono 14 persone, ne feriscono 17 per poi fuggire a bordo di un SUV. Comincia la caccia all’uomo e i due vengono accerchiati, ingaggiano un conflitto a fuoco con la polizia e vengono uccisi. Una terza persona – che la polizia non è in grado di dire se sia davvero coinvolta nella sparatoria – è stata fermata.

La polizia sostiene che tutti i particolari dell’attacco lasciano pensare che fosse premeditato e non una risposta all’eventuale litigio capitato alla festa.

(continua a leggere l’articolo dopo l’infografica)

stragi di massa

Testimonianze dicono che Farook avrebbe assunto atteggiamenti e aspetto marcatamente religiosi dopo il matrimonio con Tashfeen, conosciuta online anche lei di origini pakistane. I due erano stati in Arabia Saudita in vacanza. Senza sapere nulla è possibile che si sia di fronte a un incrocio tra la strage all’americana – la peggiore da Sandy Hook – e l’atto di terrorismo di un lupo solitario. Viene in mente – ma è un’analogia priva di fondamenti, fino a quando non ne sapremo di più – la strage di Fort Hood, nel 2009, quando un medico militare di origine libanese Nidal Malik Hasan, uccise 13 persone all’interno della caserma dove lavorava.

Quel che non cambia negli Usa è la disponibilità di armi da fuoco e il ripetersi di stragi: 355 solo nel 2015, 1051 sparatorie negli ultimi 1066 giorni. Anche per i presunti terroristi comprare un mitra è uno scherzo. Come nota il Daily News, infatti, una scappatoia legale permette alle persone incluse nelle no-fly list perché sospette di terrorismo riescono a comprare armi. Secondo il Government Accountability Office più di 2mila persone incluse nella lista dei terroristi dell’Fbi hanno comprato armi. Ovvero il 90% di quelli che ci hanno provato.

Tra 2013 e 2014 la percentuale sale al 94%, con 455 sospetti terroristi che hanno comprato armi e 45 a cui il permesso è stato negato. A favorire questa situazione è come al solito la NRA, la lobby delle armi, che conta potenti finanziatori e molti cittadini possessori di armi tra gli iscritti. «Sono contrari a qualsiasi regola, è un riflesso automatico» ha detto al Daily News Pete King, deputato di New York e repubblicano e tra coloro che hanno scritto la proposta di legge Denying Firearms and Explosives to Dangerous Terrorists Act (Negare armi ed esplosivo a pericolosi terroristi). Farook aveva comprato le armi legalmente, anche i fucili a ripetizione. Non era un presunto terrorista e negli Usa chiunque può comprare un’arma a ripetizione. Del resto, a Savannah, oggi, una persona ha ucciso 4 persone senza motivo apparente.


 

Leggi anche: Perché in America circolano tante armi

Pericolo sgombero per il Baobab, che ha accolto i migranti nelle settimane dell’emergenza

Una conferenza stampa urgente in vista dello sgombero di fine settimana, a convocarla sono i volontari del Baobab. È stato preannunciato dal dipartimento delle Politiche sociali del Comune, denunciano i volontari, che chiamano a raccolta giornalisti e cittadini. L’annuncio arriva alla vigilia di due eventi determinanti: il Giubileo straordinario (che avrà inizio l’8 dicembre) e la riconsegna al legittimo proprietario dello spazio.

Le camere da letto con letti a castello e brandine, i divani nei corridoi, i bagni con le docce, la lavanderia e la sala parrucchieri, la mensa , la cucina. Dalla prossima settimana in via Cupa, del centro Baobab potrebbe non rimanere più nulla. Il Baobab, gestito in modo volontario da alcuni cittadini che si sono costituiti in associazione (Amici del Baobab) è stato il rifugio delle decine di migranti sgomberati dalla baraccopoli di Ponte Mammolo. Da allora continua ad accogliere i migranti che transitano da Roma. E che fine faranno queste persone? «Ci stiamo attivando per un ricollocamento degno degli ospiti rimasti nella struttura e continuiamo a denunciare l’atteggiamento di totale indifferenza delle istituzioni che sfocia ora, con la minaccia di sgombero, in aperta ostilità», dicono i volontari. Al Baobab, da giugno a oggi, sono transitati secondo i volontari 32mila migranti accolti da almeno 500 volontari e sostenuti da migliaia di donatori.

Il tweet del lancio della conferenza stampa e quelli di solidarietà del Centro Italiano Rifugiati e di Carlotta Sami dell’UNHCR

L’incubo per il Baobab comincia il 24 novembre. Quando blindati della polizia di Stato, agenti in assetto antisommossa e polizia scientifica sono arrivati in via Cupa verso le 6.30 di mattina. Per l’irruzione del 24, la polizia ha parlato di censimento. Un “censimento” finito con 24 migranti portati in questura per essere identificati mentre per almeno 11 di loro si sono aperte le porte del Cie di Ponte Galeria, in vista di una probabile espulsione. L’irruzione al Baobab, secondo la questura, rientrava nelle operazioni di sicurezza previste in vista del Giubileo e incrementate dopo gli attacchi di Parigi del 13 novembre. Buona la prima? No. Perché entro questa settimana l’irruzione potrebbe essere replicata e questa volta in modo definitivo, denunciano i volontari.

Lo sgombero, per il Baobab, «è una soluzione inaccettabile, con la quale il Comune anziché impegnarsi a definire una risposta organica al problema dei transitanti e rifugiati, relega il problema a mero ordine pubblico». E continuano: «Nessuna ragione di ordine pubblico e nessun allarme terrorismo può giustificare il disinteresse verso la dignità umana e i diritti fondamentali dell’individuo». Il tempo corre, il Giubileo si avvicina. E a Roma di spazi disponibili ce ne son tanti.

Dalle 20 in poi i volontari invitano le migliaia di cittadini che hanno donato cibo, vestiti e tempo a passare dal centro per salutarsi. Più che una festa d’addio, un modo per sottolineare la ricchezza di un’esperienza che non può chiudersi qui, lasciando per strada decine di persone – 80 gli ospiti fino alla scorsa settimana – senza prospettare nessuna soluzione di lungo termine per chi, arrivato via mare, passera inevitabilmente dalla capitale.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/TizianaBarilla” target=”on” ][/social_link] @TizianaBarilla

Saeco, così si uccide una vallata

Diventa d’interesse nazionale – ed era ora – la vicenda della Saeco-Philips di Gaggio Montano, comune dell’Appennino bolognese nel quale l’azienda ha sede da oltre 30 anni. Sul piatto: 243 licenziamenti. Tanti sono infatti, su su 558 (900 se si contano anche quelli impiegati nella produzione di macchine per uffici), gli operai dichiarati in esubero secondo il Gruppo Philips, che nel 2009 acquisì, assieme alla Saeco, un pezzo di storia del territorio. A rischio infatti, non solo il tessuto economico-produttivo, ma anche sociale: coinvolte, sono intere famiglie, oltre 900, per le quali lavoro e vita comunitaria si intrecciano in un’unica identità.

E, purtroppo, di questo sfaldamento sembra essere solo l’inizio. L’azienda olandese produttrice di macchine da caffè, infatti, sta diminuendo e dunque dismettendo una produzione in realtà in forte crescita produttiva ma considerata troppo costosa da realizzare nel nostro Paese, per spostarla in Romania, dove invece lavorerebbe ad alti ritmi e basso costo. Una dinamica tutt’altro che nuova, soprattutto quando parliamo di multinazionali che acquisiscono storici pezzi d’impresa italiana, e che, a cascata, sta facendo tremare anche le centinaia di piccole aziende di commercianti e artigiani del territorio, che sulla produzione, subfornitura e indotto della Philips-Saeco, basano la loro sopravvivenza. «Così si fa morire una vallata», è stata la sentenza lapidaria ed efficace dei rappresentanti Fiom e Fim. Ma i licenziamenti, a detta dell’azienda, sarebbero «necessari a consentire una nuova fase». Quale e in che direzione però, non sembra promettere niente di buono.

«Vista la complessità e la delicatezza della vicenda, la dimensione multinazionale della proprietà e la particolarità del territorio coinvolto nella crisi, si è deciso di allargare il confronto sul piano nazionale», ha dichiarato l’assessore regionale alle Attività produttive, Palma Costi al termine del tavolo di concertazione fallito ieri in Regione. Dentro viale Aldo Moro, sindacati e istituzioni trovavano il muro della proprietà; fuori centinaia di dipendenti (due pullman e altrettante auto) cercavano di abbatterlo facendo la loro parte, manifestando la loro determinazione a non farsi buttare via.
I lavoratori, la loro voce l’hanno fatta sentire anche nei giorni passati: in sciopero dalla settimana scorsa, alla protesta si sono uniti migliaia di lavoratori che hanno marciato per tutta l’Alta Valle del Reno (16 chilometri da Gaggio a Porretta); i titolari dei negozi della zona, sono rimasti chiusi in segno di solidarietà, mentre i supermercati locali hanno portato la spesa ai presidianti dei picchetti istituiti davanti allo stabilimento. A fare da stella cometa, lo striscione: «vi siete portati via il lavoro, non vi porterete via il Natale».

E così, il governatore della un tempo rossa e operaia Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, oggi ha incontrato il ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, che aveva fatto sapere: «Avevo già preso contatto con l’azienda, che vedrò nei prossimi giorni. Convocheremo un tavolo e troveremo, mi auguro, tutte le possibili soluzioni perché 250 persone non perdano il posto di lavoro».

La richiesta alla Saeco di presentare un piano industriale per incrementare la produzione e conseguentemente salvaguardare i posti di lavoro, arriva da tutte le parti politiche, e in un’interrogazione al ministro, la senatrice Pdl Anna Maria Bernini ha rinnovato la richiesta di introdurre una responsabilità nazionale, sociale e imprenditoriale «al fine di creare una correlazione tra eventuali benefici, finanziamenti o stanziamenti pubblici ricevuti e le eventuali decisioni di delocalizzazione o disinvestimento aziendali». Stessa cosa aveva fatto Giovanni Paglia, deputato di Sel.

Nel frattempo, il presidio prosegue. E gli occhi dell’intera montagna sono ora puntati verso Roma.