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Da sabato a sabato | Le foto della settimana dal mondo

Adriano Farano dall’italia alla Silicon Valley per cambiare il giornalismo
Ha le idee chiare Adriano Farano, 35 anni, attualmente Ceo & founder di una delle start up più promettenti della New economy. Si tratta niente meno che di Watchup, un’app in grado di fornire contenuti video specifici su un argomento, customizzati in base alle esigenze di ognuno e ordinabili a una determinata ora del giorno o della notte. Una sorta di telegiornale personalizzato a domicilio, direttamente sullo schermo del tuo mobile o tablet. Segno inequivocabile che l’attenzione delle persone si sta spostando sempre di più dallo schermo della televisione a quello del computer e dei vari dispositivi portatili. Della serie: quando non è la montagna che va da Mometto, allora è Maometto che va alla montagna, ossia dagli utenti, cambiando alla radice l’idea stessa di informazione e di video giornalismo. Del resto, lo stesso Farano non è nuovo al mondo dell’informazione, anzi è lì che affondano le sue radici. «Sono stato fulminato dalla passione per le video-news a 9 anni. Era il 1989. Il primo telegiornale che ho visto nella mia vita raccontava il crollo del muro di Berlino. Il giorno dopo, a scuola, mi sono accorto che nessuno dei miei compagni aveva sentito la notizia. Tornato a casa ho preso dei fogli e messo insieme quello che ho chiamato Il giornalino di Berlino. Facevo le fotocopie e lo vendevo per 500 lire. Ho “assunto” 4 bambini che sapevano scrivere e disegnare e prodotto almeno 5 numeri. Quando la maestra si è accorta che a scuola giravano dei soldi, ha vietato la pubblicazione.»
È poi il 2001 quando, giovanissimo, Farano approda a Strasburgo per l’Erasmus e fonda Cafè Babel, un magazine online che ad oggi conta redazioni in ben trentacinque città diverse. «Café Babel nacque con un’idea precisa, oggi attuale più che mai: la volontà di costruire un’opinione pubblica europea – afferma Farano -. Ero uno studente Erasmus a Strasburgo e ho sentito l’esigenza di creare un collante tra tutte le persone con cui mi confrontavo quotidianamente. Café Babel è nato così: ancora oggi è un giornale online, multilingue. Gli Stati Uniti d’Europa sono stati la mia ispirazione. Si dibatte tanto su come creare una coscienza europea: che il primo passo consista proprio nel cominciare a discuterne attraverso un giornale?»
Successivamente all’esperienza di Cafè Babel, Farano decide di partire alla volta degli Usa e mettersi nuovamente in gioco. Nel 2012 vince, infatti, la Knight Fellowships, una borsa di ricerca all’università di Stanford, in California, che offre a 20 giornalisti di tutto il mondo la possibilità di lanciare un progetto sperimentale per rinnovare il giornalismo. «Lì ho iniziato a lavorare a Watchup» conferma Farano.

Una volta approdato negli Usa, però, Farano non trova di certo vita facile: arriva in California con 600 euro in tasca, una moglie, due figlie, una casa, molti appoggi e tanta voglia di dare seguito alla sua idea. Per quello però servivano i soldi e la ricerca fondi, si sa, è sempre una strada in salita.
«In molti credono che la Silicon Valley sia una sorta di “El Dorado” per chi vuole far crescere la propria startup, in realtà è tra i posti più competitivi al mondo. Parliamo di un ecosistema in cui non esistono muri tra chi fa, chi pensa e chi mette i soldi. Esistono momenti e luoghi in cui inventori, ricercatori ed investitori si incontrano e rendono il processo produttivo molto fluido. È una medaglia a due facce: da una parte è il migliore posto al mondo in termini di accesso al capitale d’investimento, dall’altro lato la competizione è feroce». Il nostro imprenditore amalfitano, infatti, ha dovuto sudare non poco prima di vedere arrivare i primi investimenti, rischiando ogni giorno che il ramo dove aveva deciso di sedersi si spezzasse e fosse costretto a tornare indietro. «Ho raccolto i primi 500mila dollari in 100 appuntamenti. I primi 30 sono andati tutti male. Ma io non mollavo. Ci credevo. Questa è la golden age del giornalismo. Non c’è mai stata cosi tanta produzione di informazioni», ha dichiarato non molto tempo fa in un’intervista.
E racconta: «290 imprenditori su 300 non ce la fanno, ma spesso poi hanno successo con un’altra idea… da cosa nasce cosa, ed è questo il bello della Silicon Valley. Qui si dice “ideas are cheap”: avere un’idea non costa molto. Qui chi ha qualcosa in mente condivide, chiede confronti».

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Io, cameraman del terrore per Isis
Beirut, o da qualche parte in Libano. Metà novembre 2015. Abdallah accetta di raccontare gli ultimi anni della sua vita passati dietro a una videocamera. «Prima per scelta, per parlare al mondo della nostra rivolta piena di sogni di libertà, contro Bashar al-Assad. Poi per sopravvivere, obbligato a documentare l’orrore quotidiano di Isis». La voce del ragazzo siriano arriva da un computer con il monitor spento, fa uno strano effetto parlare al nulla. Adam, l’operatore umanitario che ci ha messo in contatto, mi spiega che per ragioni di sicurezza preferisce non farmi vedere il nome del contatto Skype. «Ha paura di essere raggiunto dagli uomini del Califfo e di essere identificato prima di tentare il grande balzo verso la vostra Europa» mi spiega Adam, infermiere della Ong libanese Beyond, attiva nei campi profughi informali. Per più di un anno, a Raqqa, Abdallah è stato costretto a documentare le esecuzioni capitali e le punizioni corporali inflitte dai tribunali dell’Isis. Poi, pagando un contrabbandiere, è riuscito a fuggire dalla Capitale del Califfato. «Quando la rivolta è iniziata (nel febbraio 2011, ndr) vivevo ad Aleppo e frequentavo l’università. Ho partecipato da subito alle manifestazioni contro Assad, sono un appassionato di video e riprendevo le nostre marce e le prime repressioni per far conoscere al mondo quello che stava accadendo nel mio Paese.

La situazione è velocemente e drammaticamente deteriorata. Siamo stati travolti dalla repressione militare del governo contro l’Esercito libero siriano, poi sono arrivati gli uomini del Fronte al-Nusra e alla fine abbiamo visto apparire le prime bandiere di Isis. Allora ho deciso di tornare a Raqqa, a casa dai miei genitori». Abdallah è tornato nella sua città alla fine del 2013. Raqqa allora era nelle mani dei miliziani del Fronte al-Nusra. Lì ha continuato a documentare quello che accade in Siria. Pochi mesi dopo, l’intera regione è stata conquistata dagli uomini di Isis e Raqqa è diventata la capitale dell’autoproclamato Stato Islamico. Abdallah e altri video operatori non hanno avuto scelta: dovevano lavorare per il nuovo padrone della città. Con una decina di suoi colleghi , il giovane è stato costretto a filmare le decapitazioni, gli uomini gettati dai tetti dei palazzi, le lapidazioni, le fustigazioni e le battaglie vittoriose, vere o riprodotte ad hoc, delle milizie di Abu Bakr al-Baghdadi. «Sono l’autore di molti di quei video che, diffusi su internet, hanno fatto conoscere al mondo di cosa sono capaci gli uomini del Califfo» racconta la voce senza volto. «Sono stato obbligato a vedere scene che non potrò mai dimenticare. Come posso scordare Fatima, la vittima della prima lapidazione delle tante che ho dovuto documentare? Aveva poco più di venti anni e l’avevano accusata di adulterio. La gente era stata costretta ad andare in piazza per vedere l’esecuzione, e i bambini dovevano essere in prima fila». (continua in edicola)

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Lo cambiamo il mondo? Lo dobbiamo cambiare
Come stai? Bene. “Tu come stai?”. Pausa. “Di che avete parlato oggi al giornale?”. Storie tristi. “Che storie?”. Storie tristi, ripeto. Spero non insista. “Quali?”, insiste. Di donne che lavorano nei campi e vengono sfruttate. “Di concentramento?”. No, non nei campi di concentramento. Nei campi dove si coltiva la frutta, la verdura. Sono straniere per la maggior parte e vengono fatte lavorare in condizioni assurde, spesso subiscono la violenza dei loro padroni, che si chiamano caporali. “Che violenze?” mi chiede e io non so se devo dire tutto o alleggerirle il peso di quel tutto. Provo, subiscono dei ricatti del tipo: vuoi lavorare? Allora devi stare con me. E devi lavorare a queste condizioni… Pausa. Mi guarda, forse dovevo filtrare la realtà. Ma non l’ho mai fatto, da quando era piccola, ho sempre detto tutto. Tutto quello che mi sembrava potesse raccontarle il mondo. Quello bello e quello che si è ammalato.
“Ma perché il mondo è diventato così?” mi dice. Non lo so. Forse si sono ammalati. “Ma non si mettono nei panni di quelle donne?”. No, non ci si mettono. Ti sembra sia diventato brutto il mondo Sofia? “Mi sembra sia diventato bruttissimo”.
Non sono giorni semplici questi, neanche per una bimba di 11 anni. Perché a scuola si parla molto di Isis e a casa mi chiede di cosa parlo al giornale e io non so dirle che la verità. Di campi che diventano campi di concentramento, ha ragione lei, e di “logiche” aberranti che attaccano la vita. In questo caso, di giovani donne arrivate da lontano.
Poi per fortuna doveva studiare la preistoria. La Storia prima dell’invenzione della scrittura le ha detto la professoressa, dove le testimonianze sono oggetti e dipinti. Sfogliamo il libro, guardiamo le immagini nelle grotte di Lascaux e Chauvet. Ci sono cavalli che corrono, bisonti sinuosi, omini stilizzati, la linea nera fatta di carbone che definisce i loro corpi. «Sono stati dipinti dagli uomini nelle grotte come atto propiziatorio per la caccia», c’è scritto nella didascalia del libro di Sofia.
Allora mi fermo e le chiedo: lo cambiamo questo mondo? “Lo dobbiamo cambiare” mi dice. Ma lo vedo che non sa bene come, né cosa voglio dirle. E io invece le voglio dire, ancora, che non è vero, che le ultime scoperte archeologiche parlano di mani femminili, di mani di donna e di mani di bambini che hanno dipinto le pareti di quelle grotte. Di un tempo senza linguaggio verbale in cui le immagini sulle pareti delle grotte abitate da donne e bambini erano memoria di eventi vissuti. Le voglio raccontare di un fare senza una ragione o una finalità specifica, né la caccia né altro, propiziatorio per nulla. Le racconto del calore e della luce del fuoco di cui non ebbero paura, del silenzio, della vita delle donne nelle grotte, del dipingere per nulla. Della nostra mente, evidentemente diversa da quella degli animali. Mi ascolta e mi indica la figura che ritrae il contrario: la vignetta che raffigura uomini preistorici che dipingono mentre le donne cucinano. E penso che bisogna ripartire anche da qui. Dal racconto, fissato nei libri, di un mondo fatto solo di uomini che compiono azioni seguendo logiche materiali o al più spirituali, comunque propiziatorie per qualcosa. Perché quel racconto non solo non è vero ma porta inesorabilmente alla violenza nei campi su quelle giovani donne. Finalmente – anche loro – piegate alla logica dell’“utilità”.
Poi le racconto di Jaha Dukureh, 25 anni e il futuro in mano. Una storia inspiegabile di mutilazioni fisiche ma di identità integra. Per cui tutto diventa possibile e il mondo cambia, lo leggerete su questo numero di Left. Le faccio vedere il suo volto. E lei mi dice “è bellissima”. Sì, è bellissima. “Ha gli occhi grandissimi”.

Questo editoriale presenta il numero 46 di Left in edicola dal 28 novembre
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Quelle donne schiave due volte del padrone caporale
«Il padrone mi ha detto che dovevo lavorare alle sue condizioni o mi mandava via. E la mia famiglia solo coi soldi di mio marito non può vivere». Sembra l’incipit di una delle tante squallide storie di sfruttamento e ricatto nei confronti di lavoratori costretti ad accettare le condizioni imposte dall’imprenditore di turno. Invece è qualcosa di più. È il racconto dell’anima nera del Paese, che approfitta dei più poveri e fragili per fare profitto. Più sei un lavoratore debole, più “il padrone” sarà violento. Se poi sei donna e straniera la violenza diventa perversione. Così, oltre alle tue braccia, è il tuo corpo a essere a disposizione del dopo-lavoro del padrone. «Io non ho capito subito, non sono abituata. Per noi il rispetto è tutto. Il padrone invece mi ha detto che dovevo accettare la sua proposta, altrimenti andavo a lavorare nel campo con gli uomini oppure restavo a casa». Sono le parole di una donna migrante di circa 35 anni, in Italia da quasi tre. La chiameremo Navanpreet, nome di fantasia. Vive in provincia di Latina, tra le dune dorate di Sabaudia, i monti Lepini e il mare di Terracina. È arrivata in Italia regolarmente dopo essersi sposata a Chandigarh, città progettata da Le Corbusier e capitale dello Stato del Punjab, regione nord-occidentale dell’India. Navanpreet ha occhi grandi e neri, un abito giallo sgargiante finemente ricamato e una sciarpa dello stesso colore che tiene delicatamente tra le mani. Prima di parlare, come da tradizione sikh, religione indiana votata all’accoglienza e al rispetto, ci offre da mangiare e da bere nella sua sala da pranzo.

Biscotti, aranciata e chai arrivano in quantità. Il chai è la loro bevanda tipica, un tè speziato offerto agli ospiti in segno di buona educazione. Il marito la osserva e sorride a ogni suo sorriso. Le è seduto accanto e proprio alle sue spalle c’è la foto di Guru Nanak, mistico indiano e fondatore del sikhismo nel XV secolo, inghirlandata con una collana di fiori arancioni. Il marito lavora in un’azienda agricola di Latina. Si alza ogni mattina alle quattro e raggiunge il suo posto di lavoro dove guadagna quattro euro l’ora, a dispetto del contratto provinciale che ne prevede circa nove lordi. Il loro sguardo si incrocia spesso, quasi a sostenersi a vicenda. La loro dignità ricorda quella dei nostri nonni nelle foto in bianco e nero di molti anni fa. Mancano i lunghi baffi, le giacche e le cravatte dei primi anni del Novecento. Il resto è identico. «Non conosco ancora bene l’italiano e quindi non ho capito subito cosa intendesse il padrone». Padrone è il termine con il quale alcuni imprenditori agricoli pontini si fanno chiamare dai braccianti indiani. Le condizioni che impongono ai lavoratori sono comuni a molte aziende agricole italiane: si lavora anche dodici ore al giorno per duecento euro circa a settimana.
La loro dignità ricorda quella dei nostri nonni nelle foto in bianco e nero di molti anni fa. Mancano i lunghi baffi, le giacche e le cravatte dei primi anni del Novecento. Il resto è identico
Il sabato si lavora tutto il giorno e anche la domenica mattina. Se capiti sotto caporale, italiano o straniero, è lui che comanda: ti dice se venire o meno a lavorare, quanto percepirai e se ti viene rinnovato il contratto di lavoro oppure no. Fatiche fisiche e psicologiche che – come ha documentato l’associazione In Migrazione – inducono i braccianti, spesso, a fare uso di sostanze dopanti. Ma questa, dicevamo, non è una storia di solo sfruttamento lavorativo. È la volgarizzazione di un rapporto sbilanciato di potere che vede all’apice il capo e alla base le lavoratrici. «Il padrone continuava a dirmi che poteva portarmi a casa con la sua auto e che dovevo accettare se volevo continuare a lavorare. Ma io sono sposata – dice Navanpreet con voce sommessa, guardando il marito e tradendo un comprensibile imbarazzo – e non ho mai accettato. Il padrone mi ha punito: ora lavoro in campo aperto e anche la domenica mattina. Prima non era così. Altre indiane e anche rumene, invece, sono andate col padrone. Loro adesso lavorano con un contratto regolare. Prendono cinque o sei euro l’ora mentre io solo tre. Però va bene così». (…)

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Domande e risposte per capire il conflitto siriano

Nelle ultime settimane le milizie di Daesh, il sedicente Stato Islamico (Is), hanno rivendicato la responsabilità per una serie di attacchi terroristici che hanno colpito l’Egitto, il Libano, la Francia, la Tunisia e i russi. In risposta Francia, Russia e Stati Uniti hanno intensificato gli attacchi aerei con il fine di colpire e annientare le postazioni di Is in Siria. Ma l’allargamento del conflitto Siriano a una dimensione internazionale presenta alti costi e rischi per tutti. La criticità della situazione si è resa ancora più evidente dopo che martedì 24 novembre due F-16 turchi hanno abbattutto un jet Russo, impegnato sul fronte siriano al fianco di Assad e contro i ribelli supportati dal governo di Erdogan, reo di aver sconfinato per 17 secondi nello spazio aereo nazionale turco e di non aver eseguito i ripetuti avvertimenti di Ankara che intimavano i piloti russi di allontanarsi e ritornare entro i confini siriani. In Siria si stanno intrecciando in un groviglio internazionale sempre più intricato i destini di Occidente e Oriente. Da un lato riemerge la rivalità Usa/Russia con Putin che vuole rinsaldare a tutti i costi il suo ruolo politico militare, dall’altro la rivolta interna alla Siria (dove il governo di Assad si oppone ai ribelli che vogliono rovesciarlo e la Turchia che supportandoli cerca di aumentare il suo peso nell’area medio-orientale) mentre sullo sfondo Daesh avanza alla conquista di porzioni sempre maggiori del territorio.
In un lungo Q&A Noah Bonsey, analista del Gruppo di Crisi sulla Siria, fornisce un quadro più chiaro sulla situazione militare che sembra delinearsi e sulle dinamiche politiche in gioco soprattutto dopo la road map stabilita con il processo di Vienna, il cui ultimo incontro è stato il 14 novembre, il giorno seguente agli attentati di Parigi. Ecco le domande e le risposte salienti per capire cosa sta succedendo e cosa manca per trovare un accordo sulla Siria.
Qual è l’impatto a lungo termine delle sempre più frequenti campagne di bombardamenti aerei contro le posizioni dello Stato Islamico in Siria?
Ancora non si può definire con precisione che tipo di conseguenze ci saranno e qual è l’impatto, ma sicuramente ormai sappiamo che Is è un’organizzazione che ha imparato a adattarsi ai bombardamenti. Controllano un territorio abbastanza vasto, parte della Siria e gran parte dell’Iraq e quindi hanno la possibilità di spostare equipaggiamenti e uomini attraverso tutto il loro territorio. Inoltre possono utilizzare degli scudi umani per proteggersi e ricollocare i loro miliziani facilmente in aree abitate da civili. In questo modo i bombardamenti in qualche modo risultano quasi vantaggiosi perché causando morti civili alimentano l’odio e favoriscono il reclutamento nelle file di Daesh.
La possibilità che gli attacchi aerei riescano a dare una svolta alla situazione è davvero limitata. Questo vale sia per i bombardamenti aerei effettuati dagli occidentali contro il regime di Assad, sia per quelli dei russi contro i ribelli, sia per quelli di entrambi rivolti contro Isis. Se gli attacchi aerei fossero la strategia giusta per mettere fine al conflitto siriano, il governo di Assad avrebbe già dichiarato vittoria molto tempo fa visto che il regime ha bombardato per anni e senza sosta l’opposizione armata siriana. Per i Paesi Occidentali (come è accaduto dopo la strage di Parigi per la Francia) ha senso più per una questione emotiva e psicologica. Ma dal punto di vista tattico ha poche possibilità di risultare davvero efficcace se non supportata da un piano coerente che affronti il conflitto siriano nel suo complesso.
Gli attentati di Parigi del 13 novembre sono il segno di una svolta nella strategia che finora era stata attuata da Daesh?
Sicuramente Parigi è una prima volta. Nel senso che è la prima volta in cui un attentato come questo progettato da Is riesce a essere messo in atto. Questo non significa quindi che non ci abbiano già provato in precedenza ma con esiti negativi. A ben guardare infatti le minacce che Isis fa all’Occidente sono oggetto di propaganda da ormai più di un anno. E anche se Isis ha passato gli ultimi anni concentrato a consolidare la sua espansione in Siria e in Iraq, sembra che questi attacchi al lontano mondo Occidentale servano per espandere e consolidare ulteriormente il loro dominio sui territori orientali come Siria e Iraq appunto, visto che i Paesi Occidentali spesso finanziano i nemici dello Stato Islamico per frenarne l’avanzata.
La risoluzione 2249 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottata il 20 novembre stabilisce che lo Stato Islamico «un’enorme minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale» e invita gli Stati membri a prendere «tutte le misure necessarie» per prevenire e sopprimere gli atti di terrorismo. Che effetti avrà sulla politica internazionale?
Per lo più la risoluzione del 20 novembre fa eco ad altre risoluzioni che già in passato condannavano lo Stato Islamico e lo definivano una concreta minaccia. È un modo con cui le Nazioni Unite hanno voluto mostrare solidarietà alle vittime degli attentati orditi da Daesh a Parigi, ma anche in Libano, in Egitto e in Turchia. E sì dice che bisogna «eradicare Is dai territori in cui si è insediato (Siria e Iraq)» ma non definisce in alcun modo come. Questo perché la risoluzione mostra il disaccordo che c’è fra i membri del Consiglio, in particolare sul ruolo che il regime del presidente siriano Assad dovrebbe giocare all’interno di questa lotta al terrorismo.
Sul piano del linguaggio il documento mostra ancora di più la sua ambiguità, perché pur non essendo adottata secondo i termini (Capitolo VII) per cui è autorizzato l’uso delle forza, ma allo stesso tempo dichiara «tutte le misure necessarie», espressione usata in genere solo per le risoluzioni del Capitolo VII che quindi prevedono l’uso della forza. Almeno per ora quindi, la risoluzione di per sé non sembra segnare un radicale cambiamento nell’approccio del Consiglio o mostrare di aver raggiunto un nuovo accordo fra i membri su come affrontare Is in Siria e in Iraq.
Quali sono le reali prospettive di risoluzione del conflitto siriano che possono emergere grazie ai negoziati di Vienna o altri mezzi?
Il processo di Vienna, iniziato nel mese di ottobre e finora concretizzatosi in due incontri, rischia di essere minato dai disaccordi su come gestire e realizzare una transizione politica in Siria. Come il processo fallito a Ginevra 2014, anche Vienna si basa su un consenso molto fragile stretto i vari Stati sostenitori delle parti in campo. E, in particolare su un accordo molto fragile fra Stati Uniti e Russia (impegnati su fronti opposti, visto che i Russi sostengono il regime di Assad e gli Stati Uniti invece ne preferirebbero la destituzione). Il consenso raggiunto, dunque, non comprende la questione politica principale in Siria: il dopo Assad. Questo punto si presenta quindi come un vuoto attorno al quale sarà molto difficile costruire un processo politico effettivamente attuabile. La guerra in Siria si sta sempre più trasformando in una guerra di logoramento. E anche se Stati Uniti e Russia raggiungessero un accordo, questo non significa che lo stesso potrebbe essere trasferito anche a Arabia Saudita, Qatar e Turchia – contrari al regime in SIria – e l’Iran, che invece resta un fermo sostentitore del governo sciita di Assad. Un altro elemento mancante in questo processo è la presenza di qualcuno in grado di rappresentare una concreta opposizione sul territorio siriano. I gruppi salafiti-jihadista, come IS o Jabhat al-Nusra rifiutano ogni percorso politico per risolvere il conflitto e quindi non possono essere considerati una valida alternativa al regime. Esistono però una serie di fazioni di opposizione armata, anche a guida islamica, che esprimono l’impegno per realizzare un futuro pluralistico siriano, sono interessati a impegnarsi in un processo politico e godono di un significativo potere sul territorio. Il loro peso e i loro interessi attualmente non si riflettono in nessun organo politico dell’opposizione. Questa è una lacuna critica, perché giungere a una soluzione politica praticabile richiede una coalizione di opposizione capace di negoziare in maniera credibile un accordo, metterlo in atto sul territorio e proteggendolo dalle incursioni degli jihadisti. L’opposizione siriana e i suoi sostenitori statali dovrebbero accelerare i loro sforzi per affrontare questo problema e organizzare strumenti coerenti rappresentanza – senza questo i negoziati non possono portare a molto. Il prossimo vertice che si terrà in Arabia Saudita (Paese che supporta l’opposizione) offre, in questo senso, una nuova opportunità per affrontare la questione.
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Fassina a Roma? «Io sono a disposizione, decidiamo insieme»
Fassina perché annunciare ora la candidatura a sindaco di Roma?
«Perché dobbiamo fare un percorso di partecipazione vera e non lo si può fare in poche settimane. Vogliamo coinvolgere tutte le realtà, l’associazionismo, il volontariato, i comitati territoriali, i soggetti economici e sociali della città. Sarà un lavoro capillare e serve tempo. Se si parte nell’ultimo mese, si fa – come sempre – solo campagna elettorale».
Possiamo dire però che la sua candidatura sarebbe potuta maturare dentro questo processo e non prima?
«E chi lo avrebbe organizzato il processo? Voglio chiarire che la mia candidatura non è ovviamente imposta, né blindata ma sarà sottoposta alla verifica di questo processo. Non è una scatola chiusa quella che immaginiamo. Vogliamo che le persone che hanno a cuore la città partecipino alla definizione del programma e alla creazione di una classe dirigente diffusa».
Di cui Fassina potrebbe anche non essere il vertice?
«L’ho detto, vedremo, io dico che sono disponibile, propongo la mia candidatura e mi spendo perché il processo intanto parta, perché sia vero e utile».
Insisto sul punto perché so che – oltre a alcuni malumori dentro Sinistra Italiana, che pure l’appoggia formalmente – con Civati soprattutto c’è qualche problema. Non solo a Roma, è noto, ma qui Possibile cercava un altro candidato, e l’ultimo sembrava potesse essere Riccardo Magi dei Radicali…
«Con Possibile nelle ultime settimane abbiamo condiviso il percorso per la creazione di un soggetto che rappresenti la sinistra e il cambiamento, ora che il Pd è diventato un’altra cosa. Civati ha legittimamente deciso di fare prima un percorso di sua organizzazione, con Possibile, ma l’obiettivo è quello di fare squadra. E spero ci ritroveremo».
So che vi siete sentiti con Ignazio Marino.
«Con Marino vogliamo dialogare, perché siamo convinti che nella sua esperienza ci siano state cose positive che sarebbe un peccato lasciar scadere. Vogliamo coinvolgere le energie che lo hanno affiancato nelle azioni di maggiore discontinuità, come sulla discarica di Malagrotta o sullo stop alle varianti urbanistiche».
Sta chiedendo ad alcuni assessori della giunta Marino di venire con voi, come Estella Marino che aveva la delega ai Rifiuti e Giovanni Caudo che aveva quella all’urbanistica?
«Non voglio entrare nel merito degli assessori. Ma chi ha fatto cose buone per la città è certamente benvenuto, e invito quelle che si sono dimostrate risorse interessanti a dare una mano».
Primo appuntamento a Ostia. Poi?
«Cominciamo da Ostia per ovvi motivi. Ma ul cammino che abbiamo programmato è radicato nelle periferie, guarderemo Roma con gli occhi di chi vive lontano da suo centro. Dopo Ostia andremo a Tor Sapienza e poi a Corviale dove c’è stato recentemente un brutto attentato a un campo di calcio sociale. Entreremo nelle situazioni dove i problemi sono più grandi e dove però più grandi sono anche le potenzialità».
C’è qualche libro, qualche testo che citerà spesso, girando per i quartieri?
«Sicuramente l’ultimo lavoro su Roma di Walter Tocci (Non si piange su una città coloniale, GoWare) e poi ho trovato interessanti i paper di un gruppo di ricercatori di Tor Vergata, tra cui c’è Salvatore Monni. Hanno applicato gli human development index europei ai municipi di Roma. Lì c’è la giustificazione teorica della scelta di concentrarsi sulle periferie. È impressionante la divaricazione. Tra centro e periferia ci sono 5 anni di aspettativa di vita in meno, per non parlare dei livelli di reddito, delle prestazioni sanitarie ricevute, del livello di scolarizzazione. È una lettura di grande utilità. Fa vedere che la differenza tra il centro e alcune zone periferiche è la stessa che c’è tra la Lombardia e la Calabria: Roma è una città estremamente disomogenea, in termini di vita e opportunità. Le risposte devono tenerne conto».
#Filierasporca contro il caporalato, c’è anche Left
Oggi a Roma verrà presentato il report di #FilieraSporca. L’occasione, la mostra “Bitter Oranges”, esposizione che documenta le condizioni di vita e di lavoro dei migranti impiegati come forza lavoro in molti degli agrumeti del Sud Italia.
Left, ha dedicato il suo servizio di copertina del numero in edicola da domani (e da oggi nella versione pdf – link) proprio al caporalato femminile: un mondo in cui lo sfruttamento raddoppia. Queste Schiave d’Italia, infatti, oltre a subire condizioni di lavoro al limite della sopravvivenza e paghe prossime allo schiavismo, sono inoltre vittime di ricatti e violenze sessuali. Tre di queste donne, hanno accettato di raccontarsi in esclusiva sulle nostre pagine.
Il dramma del caporalato, come il report dimostra chiaramente, è inserito in una catena che ci riguarda molto da vicino: ovvero la filiera di produzione di prodotti agricoli da noi consumati. Sappiamo se le aziende di cui scegliamo i prodotti (dal vino, alla frutta, all’olio) usufruiscono di questo reclutamento umanamente umiliante?
Che il fenomeno sia strutturale – come abbiamo cercato di indagare nel nostro servizio parlandone con imprenditori virtuosi, addetti del settore, e perfino col ministro delle Politiche agricole Maurizio Martino – in maniera inevitabile, non lo crediamo. Così come non devono crederlo le associazioni Terra!Onlus, daSud e Terrelibere.org, promotrici della campagna #FileraSporca (alla quale hanno aderito, tra gli altri, Amnesty International, Medici Senza Frontiere, Emergency, Medu e Flai Cgil), che nel nome contiene la sua battaglia principale: la trasparenza dell’intera filiera. Ovvero, la tracciabilità di ciascun passaggio compiuto dai diversi soggetti coinvolto nella produzione ortofrutticola.
Tre le richieste principali della campagna, elaborate a seguito di una ricostruzione accurata dei passaggi della filiera nei quali possono annidarsi le cause dello sfruttamento: un’etichetta narrante che metta in condizioni i cittadini di essere consapevoli di ciò che acquistano; un elenco pubblico e consultabile dei fornitori dell’azienda intera filiera; la responsabilità solidale delle imprese che devono rispondere in solido nei casi di sfruttamento e caporalato. Cosa, quest’ultima, approvata alla Camera l’11 novembre scorso, assieme alla riforma del Codice antimafia (Legge 1138, d’iniziativa popolare: “Misure per favorire l’emersione alla legalità e la tutela dei lavoratori delle aziende sequestrate e confiscate alla criminalità organizzata”. Segui l’iter parlamentare), e che abbiamo ampiamente illustrato qui (di nuovo link al numero).
E voi, siete sicuri di non partecipare in nessun modo a questi moderni campi di cotone?

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Il questore di Latina: «Le denunce di sfruttamento? Depistaggi». La Cgil protesta
Pagate anche meno di 2 euro l’ora, costrette a lavorare fino a 15 ore al giorno e anche sabato e domenica. E, come se non bastasse, sottoposte al ricatto di caporali senza scrupoli: sesso in cambio di un trattamento meno disumano. Sul numero in edicola domani e disponibile on line oggi, Left ha raccolto la testimonianza di alcune lavoratrici, soprattutto dell’agro pontino dove vivono 15mila indiani sikh, minacciate di perdere il lavoro se non avessero accettato di «andare con il padrone». Schiave due volte, insomma. Episodi per ovvie ragioni difficili da denunciare, non solo a causa della barriera linguistica. Se parlano, le braccianti hanno tutto da perdere: lavoro, relazioni familiari e a volte anche la sicurezza personale. Non la pensa così, però, il questore di Latina Giuseppe De Matteis, che sulle pagine del settimanale racconta di aver disposto «numerosi accessi, atti di ispezione e controlli» a seguito delle segnalazioni di fonti giornalistiche, «e non dai sindacati, che hanno una visione molto concreta del problema».
Segnalazioni (evidenziate anche nei video che corredano questo articolo), che però non hanno portato a nulla di concreto. «Se vogliamo dire che nella provincia pontina ci sono evidenze di condizioni di schiavitù dei braccianti stranieri o che questi vengano costretti addirittura ad assumere droghe per garantire una lunga giornata di lavoro, francamente non abbiamo riscontri». Le irregolarità, spiega De Matteis, riguardano questioni comuni a quasi tutti i lavoratori del settore, episodi di competenza dell’Ufficio provinciale per il lavoro e non di forze dell’ordine e magistratura.
Anche il protocollo d’intesa siglato sei mesi fa con i sindacati confederali della provincia di Latina ha portato «a una sola denuncia e neanche riscontrata» aggiunge il questore, la cui tesi è che i braccianti raccontino episodi abnormi imputandoli alla camorra o a caporali italiani «per nascondere reati compiuti da connazionali». De Matteis non usa mezzi termini per definire l’atteggiamento delle braccianti straniere: «Ho l’impressione che siamo dinnanzi a casi di depistaggio. Loro raccontano dei fatti clamorosi, che sicuramente comportano l’attenzione degli organi investigativi. Non raccontano invece, le cose che avvengono sicuramente ogni giorno», vale a dire gli episodi di caporalato che vede come protagonisti loro connazionali.
«Le parole del questore mi lasciano sbalordito» commenta Dario D’Arcangelis, segretario generale della Cgil di Latina. «Che ci siano anche fenomeni di caporalato etnico lo denunciamo anche noi, ma i casi di sfruttamento ad opera di caporali italiani sono molti. Per il rappresentante della Cgil «è grave se da parte del questore c’è la sottovalutazione, l’accusa di millanteria, e non invece il riconoscimento della difficoltà di circostanziare il fenomeno».
D’Arcangelis racconta poi di aver «raccolto la testimonianza di tre braccianti indiani pronti a denunciare: hanno pagato un loro connazionale che gli aveva promesso l’assunzione in un’azienda del pontino e dopo un anno a nero ora sono destinatari di un decreto di espulsione». Il sindacalista si augura che l’analisi di De Matteis «sia frutto di una strategia investigativa volta ad abbassare il livello di guardia delle aziende che ricorrono al caporalato. Perché – riprende D’Arcangelis – la nostra storia, il nostro lavoro sul territorio e le minacce che alcuni di noi hanno subito, girando per i campi, da caporali italiani, dicono esattamente il contrario».
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Essere Gillo Dorfles
Può vantarsi di aver conosciuto Italo Svevo e di essere stato amico di Lucio Fontana. Come racconta nel libro intervista volume “Gillo Dorfles. Gli artisti che ho incontrato” curato da Luigi Sansone, e appena pubblicato da Skira editore.
Classe 1910, Gillo Dorfles ha inaugurato di persona la bella retrospettiva “Essere nel tempo” che gli dedica il Macro di Roma fino al 30 marzo 2016 (accompagnata da un denso catalogo Skira). Dialogando con i giornalisti e raccontando le sue opere preferite lungo tutto il percorso, in più sale della mostra curata da Achille Bonito Oliva, con quadri, fotoografie, libri e poi lettere, scritti autografi, schizzi, che testimoniano il suo incessante cercare e interrogarsi sulle estetiche e su questa esigenza profonda, irrinunciabile: la libera espressione artistica del fare arte.
Medico, specializzato in neuropsichiatria, dice di non aver mai voluto esercitare per rispetto dei pazienti, “sapendo di non essere un buon medico”. Molto invece si è dedicato all’arte, dipingendo, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta. “Ufficialmente poi ho smesso”, racconta. ” Ma ultimo quadro risale alla scorsa estate”.

Il physique du rôle è sempre quello, asciutto, dritto, solo il volto appare un più scarno e scavato. Con un’espressione ancora di attenzione e di meraviglia verso il mondo e gli esseri umani . Intorno a lui nelle sale del museo romano scorrono gli anni di speramentazione, che lo portarono a partecipare alla storica Esposizione italiana di arte astratta di Milano, nel 1945 e nel 1948 a fondare il Movimento per l’arte concreta (Mac).
Dopo essersi avvicinato al surrealismo giovanissimo, rifiutò ogni forma di arte figurativa, mimetica del reale, per cercare un linguaggio nuovo che si esprime soprattutto attraverso il linguaggio dell’arte astratta. Una scelta dirompente, davvero d’avanguardia, nell’Italia del dopo guerra, in cui a prevalere fu una pittura figurativa pesante, vetero classicista in ambienti post futuristi e accademici, tanto quanto in quelli di sinistra che, nell’era togliattiana, si allineavano ai dettami del realismo socialista.

Le forme colorate, dinamiche, cangianti che popolano le tele di Dorfles hanno invece il ritmo pulsante di chi non accetta ideologie e steccati di genere, spaziando dalla pittura, alla scultura, alla fotografia, al design.
Accanto a questa poliederica attività creativa che la mostra al Macro ripercorre lungo ottant’anni di attività, è fiorita quella di critico d’arte e saggista. Docente di estetica in più università italiane, Gillo Dorfles ha scritto decine e decine di libri, alcuni dei quali, diventati dei classici, come Il divenire delle arti (1959), L’architettura moderna (1954); Il Kitsch (1968); La moda della moda (1984); Il feticcio quotidiano (1988); Horror pleni. La (in)civiltà del rumore (2008). Senza dimenticare la sua folgorante sintesi delle avanguardie del secondo Novecento, racchiusa nelle 250 pagine di Ultime tendenze nell’arte di oggi, uscito nel 1961 nelle edizioni Feltrinelli, aggiornato nel 1995 e ancora oggi una delle guide più incisive e illuminati per chi voglia avventurarsi nel mondo dell’arte dei nostri giorni.
@simonamaggiorel
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