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«Intercettate le Playstation!»: i miopi à la guerre 

Era il vertice antiterrorismo ma sembrava qualcosa a metà tra il circo delle pulci e la corsa dei miopi. Il Ministro della Guerra Andrea Orlando ha detto che verranno intercettati anche i videogiochi dei vostri bambini, cambierà tutto: non ci sarà in tutto il Paese una sola casalinga di cui non si sappia le temperatura del forno acceso, non sfuggirà un lavaggio né di bianchi né di colorati e siccome il terrorismo si infila dappertutto sarà vietato per i prossimi mesi stringersi la mano. Ci si saluti piuttosto con un “buongiornoebuonasera” rispettando la distanza di almeno quindici centimetri.

Per facilitare il lavoro dell’intelligence sarà vietato utilizzare parole straniere: al posto di “jeans” si dica e si scriva “braghe di tessuto striato americano”, piuttosto che “ok” si dica “d’accordo rimaniamo intesi su questo punto di mediazione” e non si dica più “Isis” ma “formazione di brigantaggio criminale di ceppo islamico integralista maomettofilo”. Hanno scoperto, al vertice antiterrorismo, che al seguito dei risultati di approfonditi studi, meno fai e meno sbagli e quindi si consiglia di ridurre al minimo le attività essenziali: dormire poco, mangiare leggero, arrabbiarsi democristianamente ed evitare il caffè dopo le 17 e si può avere paura solo dalle 11 alle 14.

La lotta al terrorismo è fatta di delicate e approfondite strategie: chi ci mette le navi, chi gli aerei, chi le bombe e chi la faccia. Roba grossa. Politica alta. Intanto si dia inizio al programma segreto di governo denominato “Alfa”: con cadenza regolare il Ministro Alfano ci comunicherà di avere sventato un attentato. Ha già preso una serie di marocchini, in confezione famiglia, da rimpatriare. Il rimpatrio in nome del “pericolo attentati” sarà il viagra dei prossimi mesi. À la guerre!

Arabia Saudita, condanna a morte eseguita a giorni per 55 prigionieri

Cinquantacinque persone rischiano di essere mandate a morte nei prissimi giorni in Arabia Saudita. Avete letto bene: 55. Questo è quanto hanno riportato diversi media filogovernativi nei giorni scorsi scrivendo che «terroristi di al-Qaeda e al-Awamiyya saranno messi a morte nei prossimi giorni».

Ora, a parte i dubbi sulla legittimità del procedimento penale in Arabia, il problema è che al Qaeda e Al Awamiyya sono due cose diverse: la prima è un’organizzazione terroristica, e i condannati avrebbero cercato di colpire con armi leggere alcune istituzioni (ma anche questo è da vedere), la seconda è una zona del Paese a maggioranza sciita della provincia dell’Arabia Saudita orientale dove si sono svolte manifestazioni di protesta nel 2011. All’epoca nell’area ci fu un movimento che chiedeva riforme e che chiede migliori condizioni di vita per la minoranza sciita.

Un movimento contiguo a quello emerso in Bahrein (più forte e duraturo) dove pure continuano le vuiolazioni dei diritti umani e le torture in carcere contro gli oppositori politici, come ha denunciato nei giorni scorsi Human Rights Watch. Sullo sfondo della repressione degli sciiti nella penisola araba la crescente tensione con l’Iran per il suo ruolo più attivo nella regione, la tensione in Siria, la guerra in Yemen.

Tra coloro che rischiano di venire uccisi ci sono anche sei persone che a detta di tutte le organizzazioni per i diritti umani, hanno subito un processo iniquo. Non solo, tra questi ci sono anche Ali al-Nimr (nella foto qui sopra), Abdullah al-Zaher e Hussein al-Marhoon, ancora minorenni e nel 2011 quasi bambini. A loro, si dice, la confessione è stata estorta con la tortura. Il loro destino sarebbe quello di essere decapitati e poi crocifissi (o se fortunati, solo fucilati). I loro casi hanno suscitato una campagna mondiale al momento dell’annuncio della condanna a morte.

Avendo avuto notizia di visite mediche ai loro figli – interpretate come un segnale dell’imminenza dell’esecuzione, cinque madri hanno scritto a re Salman chiedendo un atto di clemenza e un nuovo processo. Quattro dei 5 attivisti sono stati tenuti in isolamento in un’ala del carcere per condannati a morte, da quando sono stati trasferiti al carcere di al-Ha’ir a Riyadh a inizio ottobre.


 

Leggi anche: il caso del poeta condannato a morte da Riad per apostasia


 

«Il macabro picco delle esecuzioni in Arabia Saudita quest’anno, sommato alla natura segreta e arbitraria delle decisioni giudiziarie e delle esecuzioni nel regno, non può che farci tenere in seria considerazione questi segnali pericolosi» ha dichiarato James Lynch, vice direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. «Queste esecuzioni non devono andare avanti e l’Arabia Saudita deve sollevare il velo di segretezza intorno ai casi di pena di morte, come parte di una revisione fondamentale del sistema di giustizia penale.» Non c’è solo Amnesty a protestare: un gruppo di esperti delle Nazioni Unite e del Parlamento europeo ha chiesto all’Arabia Saudita di fermare l’esecuzione dello sceicco Ali al-Nimr, importante figura religiosa sciita locale. Il Ministro degli esteri britannico Philip Hammond ha dichiarato pubblicamente di non aspettarsi che Ali al-Nimr sarà messo a morte.

«La decapitazione o qualunque modalità di esecuzione di decine di persone in un solo giorno segnerebbe un’ulteriore discesa vertiginosa per l’Arabia Saudita, le cui autorità hanno continuato a mostrare impassibile cinismo e perfino disprezzo anche autorità e gente comune in tutto il mondo hanno contestato il loro sordido record sull’uso della pena di morte» ha concluso James Lynch.

L’Arabia Saudita avrebbe mandato a morte almeno 151 persone quest’anno. Non male per un Paese di 28 milioni di persone. Scriviamo avrebe perché non ci sono notizie certe e quel che sappiamo lo dobbiamo ai dati raccolti da Amnesty e altre organizzazioni per i diritti umani.

Lettere dall’inferno: un detenuto disegna le torture subite nel carcere egiziano

Al primo sguardo sembrano disegni di un bambino. Avete presente quelli che fanno immaginando storie di battaglie fra guardie e ladri, con tanto di divise e armi? Avventura, immaginazione e fantasia. E invece no: questi sono verissimi. E in maniera agghiacciante: sono gli schizzi, dettagliatissimi, di un detenuto egiziano e delle torture che la polizia penitenziaria compie abitualmente nei loro confronti.

Il carcere è quello di Al-Fayoum, centro di detenzione fra i più grandi del Paese (situato nel deserto egiziano, a un centinaio di chilometri da Il Cairo) e non nuovo alle organizzazioni umanitarie: già nel 2011 Amnesty International lo aveva denunciato per ipotesi di torture e violazioni di diritti umani.

L’elenco stilato da questi terrificanti murales su carta, accompagnano una lettera che traccia una vera e propria lista dei metodi di tortura utilizzati all’interno del penitenziario. Trapelato sul sito di informazione Rassd, il documento è stato significativamente ribattezzato “lettere dall’inferno”.

Eccole:

  1. “La posizione del cancro”
    L’elettricità è collegata al dente del giudizio del detenuto, mentre questo viene spruzzato con acqua e picchiato ripetutamente e duramente con strumenti taglienti
  2. “La posizione della carcassa”
    Il detenuto è legato testa in giù e picchiato
  3. “La posizione della borsetta”
    Il detenuto viene spogliato nudo. Gli viene ordinato di piegarsi e, legato mani e piedi insieme con una catena, viene gettato in mezzo alla strada, prima di essere inviato nella “stanza dell’inferno” (quella delle torture, appunto)
  4. “La posizione dell’ossatura/della cornice
    Mani e piedi del detenuto sono legati tra loro e verso l’alto. Un pezzo di legno viene spinto contro la parte posteriore della testa, costringendo il mento a ripiegarsi sul petto e causando forti dolori
  5. “La posizione del materasso”
    Il detenuto è steso su un materasso bagnato con due sedie situate agli opposti: una per bloccare le gambe, l’altra le mani, in maniera da causare forti dolori al corpo
  6. “La posizione di scarafaggio”
    Il detenuto è legato a testa in giù per un piede mentre viene colpito con le scarpe, calci e sputi
  7. “Tortura sessuale”
    Il detenuto è spogliato, completamente nudo. All’uomo viene ordinato di piegarsi davanti a una sbarra di ferro cablata con l’elettricità, che viene inserito nel retto
  8. “La posizione del cane”
    Un collare di ferro è apposto al collo del detenuto, al quale viene ordinato di abbaiare come un cane per un giorno intero
  9. “La posizione del verme”
    Al detenuto viene ordinato di strisciare come un verme
  10. “La posizione dello scorticato”
    Il detenuto è legato al soffitto mentre gli ufficiali gli bruciano la pelle, per poi rimuovere le parti ustionate. E poi riprendere.
  11. “Le dita spezzate”
    Le dita del detenuto sono tirate all’indietro con forza, fino a quando non si rompono
  12. “La posizione dell’accovacciato”
    L’elettricità è collegata alle orecchie e al pene del detenuto, che deve mettersi in posizione accovacciata. Gli vene, così, versata addosso dell’acqua a secchiate che lo fulmina

 

Tornano ora, con agghiacciante linearità, le immagini girate di nascosto l’8 febbraio del 2011 all’obitorio di Zenhoum da due fratelli (Malek Tamerdi e Mohamed Ibrahim Eldesouy) di due ex carcerati, deceduti ad Al-Fayoum in circostanze “ignote”, nonostante i cadaveri mostrassero evidenti segni di torture laceranti. Unghie strappate, dita di mani e piedi mancanti, versamenti cerebrali, ustioni. Decine di uomini, uccisi al seguito di quanto sopra illustrato, e per i quali non è mai partita, sebbene richiesta a gran voce dai parenti delle vittime e dall’organizzazione umanitaria, un’indagine delle autorità egiziane. Notizie su eventuali autopsie o altri esami medico-legali effettuati sui corpi dei due prigionieri non sono mai state fornite dalle autorità. I certificati di morte parlavano rispettivamente di “soffocamento” e di “cause da accertare”.
Nonostante i parenti – assistiti dal Centro egiziano per lo sviluppo e i diritti umani – avessero consegnato le immagini all’Ufficio del pubblico ministero del Cairo. Non hanno ricevuto alcuna risposta.

Inutile dire che la brutalità con la quale il regime di al Sisi combatte i suoi avversari politici, Fratellanza musulmana in primis, sta consegnando nelle mani dei reclutatori dell’islam più estremo decine di carcerati.

 

 

Siria, perché l’abbattimento dell’aereo russo complica il rebus

epa05042944 Russian President Vladimir Putin (L) welcomes French President Francois Hollande (R), during their meeting in Moscow Kremlin, Russia, 26 November 2015. Francois Holland arrived in Moscow to discuss coordination in their common struggle against so called Islamic State terrorist formation in Syria. EPA/SERGEI CHIRIKOV/POOL EPA POOL

La confusione sul fronte siriano – anzi sulle decine di fronti nei quali tutti combattono più o meno contro tutti – regna sovrana. Come sabbia negli ingranaggi, l’abbattimento dell’aereo russo da parte dell’aviazione turca ha creato nuovi problemi in una situazione che sembrava lentamente essere avviata a maggior chiarezza.

Se nei giorni scorsi Usa e Russia si erano promessi reciprocamente maggior collaborazione nella guerra all’ISIS, la Francia aveva fatto da pontiere e qualche ipotesi di accordo mediato per una uscita di scena pacifica di Assad sembrava all’orizzonte (o almeno in agenda), oggi tutto sembra di nuovo per aria.

La tensione tra Mosca e Ankara è alle stelle, ma tutti stanno cercando di raffreddare il clima: non ci saranno ripercussioni militari (almeno così si spera), ma certo la Russia farà di tutto per colpire economicamente la Turchia. A cominciare dal turismo e dall’agricoltura, in un caso una reazione, nell’altro una decisione presa da Mosca, che ha ridotto l’import. Il colpo si farà sentire e alimenterà il nazionalismo turco – mentre l’abbattimento dell’aereo russo è lievito per quello russo.

Tra i protagonisti della giornata ci sono anche Hollande, volato da Putin a farsi dire che la Russia è pronta a collaborare nella lotta al terrorismo e Cameron, che parlando ai Comuni ha detto che è ora di partecipare ai raid contro Daesh. Il premier britannico ha detto che occorre farlo perché non si può delegare la sicurezza agli altri e perché bisogna stare al fianco della Francia e che, dopo aver verificato di avere una maggioranza, chiederà al Parlamento britannico di esprimersi all’inizio della prossima settimana.

In un’intervista a France24 il premier turco Erdogan ha detto fondamentalmente tre cose: la guerra contro Daesh e l’uscita di scena di Bashar al Assad devono essere perseguite in parallelo; Russia e Iran non colpiscono e non fanno male a Daesh, solo le forze della coalizione (Turchia, Usa, Francia e adesso anche Stati Uniti) lo fanno in maniera seria; il premier turco annuncia anche che sono in corso operazioni congiunte con gli americani per sigillare la frontiera con la Siria.

A rispondere indirettamente a Erdogan ci ha pensato un capo militare del PKK, Celim Bayik, accusando Ankara di indebolire la lotta dei suoi gruppi armati e dell’YPG siriano contro l’ISIS. «Ad oggi siamo stati la forza più efficace nel contrastare Daesh e gli attacchi turchi in Kurdistan stanno distogliendo forze e indebolendo la nostra offensiva». Bayik ha anche detto che con il governo di Erdogan al momento sono interrotti tutti i canali di comunicazione.

In sintesi, dunque, oggi abbiamo gli Usa che bombardano contro Daesh e Assad, i russi che bombardano contro Daesh, ma anche contro gli altri gruppi ribelli, la Turchia che combatte contro Daesh e Assad, ma combatte i curdi. Francesi e presto britannici sono contro Daesh e possono – come gli Stati Uniti – chiudere un occhio sull’uscita di scena immediata di Assad. Cosa su cui i turchi, come ha detto oggi Erdogan, non sono disposti a cedere. E probabilmente nemmeno i curdi. Poi ci sono i sauditi, che combattono per procura contro Assad, finanziano Daesh e soprattutto al Nusra, ma dicono di essere contro. E l’Iran, che sostiene Assad, per le stesse ragioni per cui i sauditi lo combattono. E i curdi che sono alleati di fatto di Usa e Francia ma combattono Erdogan. Confusi? Anche tutti gli attori regionali e non.

Nei giorni scorsi sembrava che il processo di negoziazione con Assad e le forze che lo combattono potesse prendere il via. Russi e americani apparivano convergere sull’idea che il dittatore siriano dovesse avere un ruolo parziale nell’arrivo a un accordo (cosa a cui gli Usa si sono detti contrari per mesi). Quel processo, già complicato perché si trattava di mettersi d’accordo su chi, tra i gruppi ribelli, avrebbe potuto sedersi a un tavolo, era il frutto di uno sforzo diplomatico enorme. L’abbattimento dell’aereo russo da parte dell’aviazione turca ha reso tutto più complicato.

Ad esempio, americani e russi hanno ripreso ad accusarsi di non essere seri: Washington accusa Mosca di colpire tutti i ribelli, di non distinguere tra civili e militari e di non avere come focus la lotta a Daesh. Mosca e Damasco hanno replicato che le accuse sono infondate e che gli Usa prendono per vera la propaganda dei nemici di Assad.

Che succede adesso? Gli Usa sono concentrati sul colpire Daesh, ma senza un sostegno di terra (dei ribelli) è difficile riuscirci senza l’esercito di Assad. A sua volta lo Stato islamico guadagna in consensi proprio a partire dalla brutalità con la quale Damasco colpisce i suoi avversari. L’equazione è quindi complicata: senza alleati è difficile battere Daesh, ma se i potenziali alleati sono i ribelli, occorre difenderli dalle offensive del regime di Assad. Cosa che Mosca non tollererebbe e che farebbe saltare ogni ipotesi di colloqui di pace.

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Proposte e conti per una manovra alternativa: ecco il rapporto Sbilanciamoci

«Ma è proprio vero che la Legge di Stabilità 2016 presenta il segno più?». La domanda che si pone la campagna Sbilanciamoci! è più che legittima, visto che è proprio sulla retorica anti austerità che puntano Matteo Renzi e i suoi, difendendo la manovra. «Può darsi, ma non a favore di tutti», è la risposta, argomentata nel rapporto che Sbilanciamoci! ha presentato al Senato: «Il segno più possono registrarlo sicuramente ricchi e imprese. Non i giovani disoccupati che vorrebbero lavorare o, almeno, avere un reddito minimo. Non molti dei lavoratori scippati dalla riforma Fornero della loro pensione alle porte. Non gli studenti in attesa di un piano nazionale per il diritto allo studio. Non i genitori in cerca di servizi per l’infanzia accessibili. Non i pensionati ai limiti della soglia di povertà. Non i lavoratori pubblici imprigionati in un contratto bloccato da almeno sei anni e per i quali si prevedono pochi spiccioli».

L’analisi di Sbilanciamoci! è accompagnato come ogni anno dal controfinanziaria degli economisti della rete: 89 proposte dettagliate e quantificate, una contromanovra di 35 miliardi, «in pareggio come sempre», specificano, da contrapporre ai «31,6, impiegati male, della manovra del governo».

La contromanovra è presentata nel consueto rapporto e – per la prima volta – su una nuova piattaforma on line. Un’infografica (qui sotto) illustra in modo dinamico i flussi delle risorse. Da dove vengono e dove vanno i soldi. E se l’intervento sul lavoro e sul reddito minimo (600 euro al mese per un milione e mezzo di persone) è finanziato dall’eternamente inascoltato taglio delle spese militari, F35 in testa, molte risorse arrivano da una diverta modulazione del fisco.

 

La proposta della campagna spinge per introdurre una «vera tassa sulle transazioni finanziarie», per «la rinuncia all’abolizione della Tasi prevista nel Ddl di Stabilità 2016, l’abolizione della cedolare secca sugli affitti a canone libero», e «il mantenimento della riduzione dell’Ires a partire dal 2017». C’è poi una diversa e più equa rimodulazione dell’Irpef, «che riduce di 1 punto le aliquote sul I e II scaglione di reddito e aumenta invece l’aliquota dal 41 al 44 per cento sul IV scaglione (da 50.001 a 75.000 euro), dal 43 per cento al 47,5 per cento sul V scaglione (tra i 75.000 e i 100.000 euro) e la porta al 51,5 per cento per i redditi superiori ai 100.000 euro, con corrispondente creazione di un VI scaglione».

Si immagina poi di introdurre in finanziaria (e non alla buona volontà del Senato dove giace una proposta di legge) poi il congedo di paternità obbligatorio di 15 giorni. Immancabile è la riduzione di 1,5 miliardi per gli stanziamenti pubblici per le grandi opere (Tav e Mose in testa), destinando le risorse al contrario a «investimenti capillari su piccole e medie opere utili per il Paese». Un classico da retorica, ma una proposta inascoltata.

Il Moma rende omaggio all’arte di Pollock

Jackson Pollock (American, 1912-1956). Untitled. c. 1950. Ink on paper, 17 1/2 x 22 1/4″ (44.5 x 56.6 cm). Museum of Modern Art, New York. Gift of Jo Carole and Ronald S. Lauder in honor of Eliza Parkinson Cobb, 1982 © 2015 Pollock-Krasner Foundation / Artists Rights Society (ARS), New York

L’artista moderno «lavora per esprimere un mondo interiore. Esprime l’energia, il movimento ed altre forze interiori», diceva Jackson Pollock (1912-1956), l’inventore dell’action painting, che insieme ai artisti della scuola di New York di cui faceva parte anche Rothko, negli anni Cinquanta rinnovò radicalmente la pittura occidentale spostandone l’epicentro oltreoceano.

Fino al 13 marzo il MoMa di New York torna a rendergli omaggio realizzando una mostra curata che ripercorre tutte le fasi della sua breve e folgorante carriera, dagli anni Trenta al ’56 quando morì in un incidente d’auto, suicidandosi e uccidendo la sua giovane amica.

La sua ricerca artistica era cominciata nel segno del surrealismo europeo, in particolare dopo essere entrato in contatto con Max Ernst all’epoca marito di Peggy Guggheneim. Fantasmagorie astratte e figure di uomini animali campeggiavano su grandi tele, rileggendo i miti greci, ma anche alcune leggende dell’immaginario Navajo. Proprio dalle pitture di sabbia degli indiani americani, Jackson Pollock trasse ispirazione per quadri polimaterici, dalla superficie scabra. Ma anche per le sue perfomances artistiche in cui la gestualità e il movimento del corpo erano una componente essenziale nella realizzazione di opere pittoriche realizzate, senza pennelli, lasciando sgocciolare il colore direttamente sulla tela, stesa a terra. Nella prima sezione della mostra sono esposte anche molte opere che testimoniano come Picasso fosse diventato quasi un’ossessione per Pollock.
Intorno al ’39 realizzò tele che per certi elementi figurativi deformati richiamano la composizione scheggiata de Les Damoiselles de Avignon (1907) di Picasso con cui l’artista americano ingaggiò un lungo confronto. In quello stesso anno Pollock cominciò l’analisi junghiana, cercando disperatamente e senza successo di uscire dalla depressione e di liberarsi dalla dipendenza dal alcool. Nonostante il continuo conflitto interiore fra esigenza di ricerca e autodistruzione che cercava con l’immediatezza del gesto creativo” perdere la coscienza per “vedere”
La superficie scabrosa del dipinto rimanda all’influenza della pittura di sabbia dei Navajo mentre la Il conflitto un’antinomia tragica fra una capacità di ricreare i primi momenti dell’esistenza ed un impulso ad annientare se stesso e la propria libera espressione

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(immagine in evidenza: Jackson Pollock (American, 1912-1956). Untitled. c. 1950. Ink on paper, 17 1/2 x 22 1/4″ (44.5 x 56.6 cm). Museum of Modern Art, New York. Gift of Jo Carole and Ronald S. Lauder in honor of Eliza Parkinson Cobb, 1982 © 2015 Pollock-Krasner Foundation / Artists Rights Society (ARS), New York)

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Il mar Mediterraneo come non lo avete mai visto

mare mediterraneo

Biodiversità è la parola chiave per descrivere i fondali del mare che circonda l’Italia. Biodiversità che significa ricchezza – di specie e organismi marini – e ricerca scientifica. E’ quanto emerge dal libro fotografico dell’Ispra Colori profondi del Mediterraneo realizzato da Michela Angiolillo e Marco Pisapia con le immagini di Simonepietro Canese (26 novembre, ore 18, la presentazione al Museo civico di zoologia, Roma). Il volume è il risultato di 900 immersioni tra i 50 e i 400 metri durante 50 campagne oceanografiche condotte dal 2006 a oggi dai ricercatori dell’Ispra. Nelle 90 immagini pubblicate nel libro, ottenute anche grazie anche al piccolo robot filoguidato Rov (Remotely operated vehicle) sfila un mondo sottomarino affascinante e denso di sorprese. E’ davvero un luogo sconosciuto, quello dei fondali del Mediterraneo. Vedendo le foto scompare l’idea che le profondità marine siano luoghi bui e desertificati. Invece i ricercatori dell’Ispra grazie al robot fotografo – e anche ricercatore poiché poteva effettuare dei prelievi – hanno scoperto dei veri hotspot di biodiversità, appunto. Sono chiamati “foreste animali” e non hanno nulla da invidiare alle foreste terrestri. Così possiamo vedere degli organismi filiformi, che sbucano dal substrato, creando forme arborescenti, dai tenui colori, quasi trasparenti. Ma troviamo anche anfratti e “colline” sottomarine dove sbocciano boschi di coralli rossi, anemoni di mare tra spugne e i pesci dei fondali profondi. E poi molluschi, crostacei, echinodermi. E i pesci che vivono ad una superficie meno profonda, come lo scorfano che si mimetizza con l’ambiente circostante e che viene tradito solo dall’occhio. E ancora: la ricciola, la murena, la cernia gigante, il gattuccio e lo squalo vacca, ma anche l’aragosta.

Ma l’eden subacqueo può diventare anche un inferno, come documentano alcune immagini. Ed ecco le reti che soffocano i coralli, le buste di plastica che arrivano fino a 450 metri di profondità, e così anche rifiuti di ogni genere, copertoni, bidoni. Il segno dell’incuria umana che ferisce ambienti incontaminati.

Tutti questi dati raccolti soprattutto nei mari della Sardegna, della Sicilia e della Calabria, ma anche di Liguria, Toscana, Liguria e Lazio, serviranno per ulteriori ricerche scientifiche. Intanto, al semplice osservatore che ama il mare le immagini appaiono come squarci di vita sconosciuta e misteriosa. E’ un po’ come farsi trasportare dal Nautilus di Capitan Nemo delle Ventimila leghe sotto i mari, anche se stavolta si tratta del piccolo robot Rov.

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Tutte le crociate di monsignor Luigi Negri

Oggi monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara, fa notizia per le parole pubblicate da il Fatto Quotidiano in un articolo di Loris Mazzetti e pronunciate in treno. L’alto prelato non ama il papa e avrebbe pronunciato queste parole. 

“Speriamo che con Bergoglio la Madonna faccia il miracolo come aveva fatto con l’altro”. Il riferimento a papa Luciani è appena velato. La frase è dell’arcivescovo di Ferrara, Luigi Negri, alto prelato in profondo disaccordo con Francesco e punto di riferimento di Comunione e Liberazione. Negri, allievo di don Giussani, è anche noto per aver contestato la magistratura quando incriminò Berlusconi per il caso Ruby. A chi allora gli fece notare che gran parte del mondo cattolico era indignato sulla vicenda delle Olgettine, rispose: “L’indignazione non è un atteggiamento cattolico”.

Sul numero 12 di Left avevamo pubblicato un suo ritratto. Che il monsignore non è nuovo a sparate fuori luogo.

 

«Tornavo a casa alle tre di notte. C’erano persone intente in atti di promiscuità. Ho visto scene di sesso tra due ragazzi e un gruppo, evidentemente ubriaco, coinvolto in atteggiamenti orgiastici. Io non ho mai visto un postribolo. Ma l’idea era quella». Correva l’anno 2013, mese di luglio, notti afose, di movida. Monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, rientrava nella sua residenza, quando restò così inorridito dalla scena da pensare a un postribolo anche se non ne aveva mai visto uno. Pensò di far chiudere quei bar, i cui locali sono di proprietà proprio della curia (chissà se lì si paga l’Imu).

Eppure qualche idea di postribolo dovrebbe pure essersela fatta, Negri, visto che non disdegna di farsi ritrarre accanto a Silvio Berlusconi accusato di sfruttamento della prostituzione minorile. Ma «le incoerenze etiche di un governante non distruggono il benessere e la libertà del popolo», è convinto il prelato. E «la moralità dei politici va giudicata dall’impegno nel perseguimento del bene comune che consiste nel benessere del popolo e nella libertà della Chiesa. Diversa è la moralità privata che giudicherà Dio». Insomma, per Negri, Berlusconi era l’uomo che «almeno non approva i Dico». Dai microfoni di Radio Vaticana disse che non avrebbe dato nemmeno la comunione a chi li avrebbe votati, tipo Rosy Bindi: «Chi celebra l’Eucarestia non può poi tollerare e consentire leggi che sono evidentemente eversive dell’antropologia personale e familiare che dall’Eucaristia scaturisce». Si aspettava grandi cose, monsignor Negri, da Berlusconi: «Ci sono le condizioni per orientare cattolicamente la restante parte della legislatura verso i principi non negoziabili: vita, famiglia, libertà di istruzione».

Le uscite pubbliche di Negri, negli anni, compongono un sillabario così bizzarro e temibile da finire – poche settimane fa – sul Washington Post. A far scattare le antenne del corrispondente Usa sono state alcune analisi sulla crisi economica che hanno già mozzato il fiato ai ferraresi, grazie agli attenti cronisti di Estense.com: «La legge sull’aborto non ha consentito di venire al mondo a oltre sei milioni di italiani e la scarsità di figli ci ha fatto sprofondare in questa crisi economica».

Il consueto tran-tran di sparate accoglie, proprio mentre scriviamo, un anatema contro l’ideologia gender: «Con la sua insana pretesa di sopprimere la differenza sessuale separandola da qualsiasi indicazione naturale, per ridurre la stessa sessualità a pura istintualità». Lo «tsunami» del gender lo turba da tempo al punto da sospettare una “congiura” del “pensiero unico radicale”.

E la legge sull’omofobia? Ecco una selezione a riguardo: «È un delitto contro Dio e contro l’umanità», «un reato di opinione che evoca i tempi torbidi delle ideologie statali che sembravano superati per sempre». «Chi continuerà a fare riferimento alla grande tradizione eterosessuale dell’occidente rischia di essere inquisito se esprime pubblicamente le proprie convinzioni». «Assurdo che un cardinale spagnolo sia stato iscritto nel registro degli indagati per avere ripetuto più volte un passo di San Paolo che ricorda come l’omosessualità è una devianza grave».

E ancora: rispetto alla dolorosissima decisione di interrompere la nutrizione artificiale a Eluana Englaro, 17 anni, in stato vegetativo, Negri rompe il «silenzio orante» su Radio anch’io, per dire «che è stato compiuto un gesto di violenta eliminazione della vita su una persona debole e indifesa».

Intendiamoci, Negri non è un Don Abbondio qualsiasi, è un teologo di prim’ordine, i suoi discorsi sono assolutamente sofisticati. Uno dei suoi fedeli dei tempi di San Marino ebbe a dire: «Quanto alle sue omelie, bravo chi ci capisce tutto. Quando gli prende, gli vien fuori un linguaggio così alto, così difficile, che la cattedrale piomba in un silenzio di tomba, e vedi certe facce concentrate… Non lo so spiegare, bisogna esserci…». Negri, infatti, non si esime certo da considerazioni tanto teologiche quanto azzardate. Il suo chiodo fisso a riguardo sono le Crociate («movimento di fede, impeto gratuito e missionario»): «Noi – cristiani del Terzo millennio – alle Crociate dobbiamo molto. Dobbiamo che non si sia perduta la possibilità dei grandi pellegrinaggi in Terra Santa». Liquidando così il “piccolo” neo della violenza: «La fede dei crociati si è espressa nella violenza, ma non l’ha mai generata, una fede che è Una, e aveva bisogno del Corpo, di Gerusalemme». Ma un pezzo della Chiesa ripudia la guerra?! «Ci vuol ben altro che un po’ di pacifismo d’accatto e di cattolici che sfilano egemonizzati dai sindacati!».

Bisogna capirlo, forse. Negri, milanese, ha preso i voti «per contestare la contestazione». Fu l’incontro con Don Giussani a salvarlo, con Comunione e liberazione (di cui diverrà dal 1965 al 1967 primo presidente diocesano e ancor oggi punto di riferimento del movimento) dalle insidie del marxismo, del laicismo, del Sessantotto. Ancora di più dei ragazzi che si baciano lo fanno inorridire le donne che pretendono l’autodeterminazione e l’idea stessa che sia «l’uomo storico e terreno il protagonista della (propria) liberazione. E la liberazione si costruisce quaggiù attraverso i movimenti politici, i partiti, le avanguardie rivoluzionarie. Un mondo chiuso al trascendente».

Negri sembra avere orrore del «cristianesimo che non si impone, che non travolge, soprattutto che non dice niente di esplicito per non violare la coscienza altrui», di «una Chiesa ridotta individualisticamente a certe pratiche spirituali, a certe emozioni individuali o a una certa pratica caritativo-sociale». Un mondo in cui dominano internet («sentiero polveroso del nulla»), la fecondazione assistita (Ebola spirituale), i registri delle coppie di fatto, la Ru486, le zucche di Halloween (roba da satanisti), la meditazione yoga; film come Le Streghe di Salem («un misto di satanismo, oscenità, offese alla liturgia e alle realtà ecclesiali che rasenta livelli difficilmente tollerabili», la filosofia new age e i tarocchi, gnosticismo, millenarismo, panteismo, relativismo, sincretismo finanche il salutismo. E poi ufologismo, magia, occultismo, stregoneria, divinazione e cartomanzia. Ed è nelle parrocchie che potrebbero annidarsi le sette, magari mimetizzate «da attività di ginnastica». «Caricature della religione» per le quali «le grandi discoteche sono i primi luoghi di reclutamento e iniziazione». Si salvano solo la messa in latino, le Sentinelle in piedi e il Jobs act.

Ogni giorno, monsignor Negri, si alza alle 6 e l’ultimo pensiero della giornata è: «Rifletto sul destino, sui compiti da assegnare ai miei preti. E dico a Gesù: cerca di evitare di farmi fare cazzate».

L’intervista di Vice agli Eagles of Death Metal

La prima intervista del dopo Bataclan rilasciata a Vice dagli Eagles of Death Metal. Il racconto dei momenti della strage e la speranza di poter tornare su quel palco per la riapertura del locale. La fuga, la descrizioni dei momenti di terrore in più di venti minuti di video.

Quei patetici Skinheads e le loro minacce di cartone

Hanno pensato bene di mettere delle sagome cartonate (come il loro coraggio), immagini funebri e qualche epigrafe contro lo “ius soli” per condannare “il favoreggiamento di un’invasione pianificata di orde di immigrati extracomunitarie”, il tutto in un’operazione notturna (come i vigliacchi che hanno sempre bisogno delle tenebre) davanti alle sedi Caritas di Como, Brescia, Crema, Lodi, Reggio Emilia, Piacenza, Trento, Mestre, Vicenza e Treviso.

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L’azione è stata rivendicata dal “Veneto Fronte Skinheads” sul proprio sito in un comunicato stampa che profuma di un fascismo che galleggia tra la tenerezza che si prova per gli idioti e lo sdegno per la latente pericolosità degli stupidi:

“Di fronte ai tiepidi, rari e scarni festeggiamenti per l’anniversario della Prima guerra mondiale, l’associazione culturale (e già qui giù di grasse risate, ma del resto anche Salvini è un segretario di partito nda) intende rivendicare le azioni tenutesi nella notte di ieri, volte a denunciare chi continua a condurre un chiaro disegno politico finalizzato all’annientamento dell’identità italiana”.

Il comunicato si conclude con “Da sempre e per sempre guerra ai nemici della nostra terra!”

In un tempo in cui i Salvini o le Santanché di turno si divertono a spostare ogni giorno più in là l’asticella del limite politico nelle proprie affermazioni saremo capace di riconoscere il bordo tra le pittoresche azioni dimostrative e i semi di un adolescente terrorismo italico?

Il terrore genera mostri e i mostri spesso partoriscono fascismi e nazionalismi. E anche se in prima battuta possono sembrare inoffensivi contengono già tutta la bile e l’ignoranza pericolosa per la democrazia.

Anche per questo il Salvini di turno è il lievito indispensabile del terrorismo in tutte le sue forme.