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Spegni Facebook e sarai più felice: i risultati di una ricerca danese

Più di mille persone senza lo sfondo blu e i mi piace di facebook, social network più diffuso tra grandi e piccini per una settimana. E’ questo l’esperimento del danese Istituto per la ricerca sulla felicità, che cercava di rispondere alla domanda: “i social network cambiano la qualità della nostra vita?”. La risposta dei ricercatori danesi è: abbastanza.

La ricerca è qualitativa e piuttosto semplice: prendere due gruppi di persone piuttosto attive su Facebook e chiedere alla metà di loro di farne a meno per sette giorni. E poi osservarne le reazioni. Il campione era composto da persone che nel 96% visitano quotidianamente il social network, che postano spesso foto, che ci passano almeno 30 minuti al giorno. Una parte consistente del campione è fatta di persone giovani che non hanno mai fatto a meno del social network. A tutti i partecipanti erano state fatte domande sul grado di felicità e socialità prima dell’inizio dell’esperimento.

I risultati, tutto sommato non sono sorprendenti e sono sintetizzati nell’immagine qui sotto: i numeri in blu riguardano il campione che ha continuato a usare Facebook, quelli bianchi sono coloro che si sono astenuti. I numeri in blu rivelano meno felicità, più preoccupazione, più rabbia, meno entusiasmo, meno depressione, più solitudine.Schermata 2015-11-10 alle 18.53.03

Tra le altre cose verificate dai ricercatori attraverso le risposte dei partecipanti all’esperimento, c’è la minore sensazione di aver perso del tempo, la maggiore capacità di concentrarsi e una vita sociale più attiva. «I miei coinquilini e io abbiamo dovuto parlare più spesso tra noi, invece di chiuderci in camera davanti al Pc» ha detto una delle intervistate.

Oltre al tempo perso, alla concentrazione e alla socialità, che tutto sommato sono scoperte poco clamorose e forse intuitive, tra le ipotesi dei ricercatori c’è l’idea che una parte consistente degli utenti/amici di Facebook tenda ad offrire un’immagine di sé non veritiera, più felice e tendenzialmente più di successo di quanto non sia in realtà. «Si tratta di un flusso di vite rappresentate in maniera distorta che distorcono la nostra percezione della realtà» scrivono i ricercatori. Una distorsione che ingenera gelosie e frustrazione in alcuni. E infelicità.

Certo dare la colpa di tutto ai social network è sbagliato: se passiamo tempo da soli, davanti a uno schermo, è perché c’è una forma di domanda. Ma certo la piattaforma di Zuckerberg da una mano. Il passo successivo dei ricercatori di felicità (un think-tank così non poteva che nascere in Scandinavia) è scoprire se gli effetti della cura di una settimana dureranno qualche tempo o meno.

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E’ morto Helmut Schmidt, socialdemocratico ed europeista

epa05019313 A picture made available 10 November 2015 shows (L-R) Soviet Foreign Minister Andrei Gromyko, Soviet ambassador to Bonn, Vladimir Semyonov, General Secretary of the Central Committee (CC) of the Communist Party Leonid Brezhnev, German Foreign Minister Hans-Dietrich Genscher and German Chancellor Helmut Schmidt during a meeting at Schloss Gymnich, 22 November 1981. According to German news agency dpa citing his personal physician, former German chancellor Helmut Schmidt has died on 10 November 2015 at the age of 96 in Hamburg. Schmidt led West Germany from 1974 to 1982 and is best known for his fight against domestic terrorism and as one of the architects of the euro currency. Described by some as Germany's 'most prominent chain smoker,' Schmidt has repeatedly suffered from health problems and was on his fifth pacemaker. EPA/HEINRICH SANDEN

E’ morto Helmut Schmidt, premier tedesco dal 1974 al 1982 e successore di Willy Brandt, oltre che suo ministro della Difesa e poi delle Finanze in anni di boom economico. Con Brandt è l’alfiere della distensione, che prese forma con la cosiddetta Ostpolitik. Una delle figure più importanti della storia tedesca del Dopoguerra, ha avuto la fortuna di vedere la riunificazione delle due Germanie per la quale aveva tanto lavorato. Quelli di Schmidt e Brandt sono gli anni dell’espansione del welfare tedesco.

A picture made available 10 November 2015 shows Britain's Queen Elizabeth II (L) and German Chancellor Helmut Schmidt during the Queen's second visit to Germany, on the terrace of Palais Schaumburg in Bonn, Germany, 23 May 1978. According to German news agency dpa citing his personal physician, former German chancellor Helmut Schmidt has died on 10 November 2015 at the age of 96 in Hamburg. Schmidt led West Germany from 1974 to 1982 and is best known for his fight against domestic terrorism and as one of the architects of the euro currency. Described by some as Germany's 'most prominent chain smoker,' Schmidt has repeatedly suffered from health problems and was on his fifth pacemaker.  EPA/DPA

FILE - In this   June 11, 1982 file picture then  U.S. President Ronald Reagan, center,  waves to the crowd as he stands with then Mayor of West Berlin, Richard von Weizsaecker, left, and then West German Chancellor Helmut Schmidt in the American Sector at the Checkpoint Charlie in West Berlin.       (ANSA/AP Photo, str.file)  B/W ONLY

epa04124085 Former German chancellor Helmut Schmidt smiles during a reception in honour of Schmidt's 95th birthday in Berlin, Germany, 13 March 2014. Schmidt had turned 95 on 23 December 2013.  EPA/MAURIZIO GAMBARINI

Cresciuto in una zona povera di Amburgo, combatté nella Seconda Guerra mondiale e venne eletto per la prima volta nel 1953.
Abile diplomatico, Schmidt perseguì la distensione senza fare passi indietro: quando l’Unione Sovietica decise di posizionare le sue batterie di missili nei Paesi europei dell’est, autorizzò gli americani a impiantare missili a medio raggio sul suolo tedesco nonostante l’opposizione di una parte consistente del suo elettorato e grandi manifestazioni in tutto il Paese. I suoi anni al potere sono anche quelli in cui la R.A.F., il gruppo terroristico, colpiva duramente (gli anni di Schmidt sono anche quelli delle morti sospette dei terroristi in carcere).
Fortemente europeista, Schmidt insieme con i leader francesi ha promosso il Sistema monetario europeo nel 1979.
Nel 1982, il partito liberale alleato dei socialdemocratici cambiò alleato e votò il governo di Helmut Kohl.

Trivelle in Abruzzo, dopo il via del governo Regione e comitati annunciano battaglia

Non è bastato il no di Regione, sindaci, area protetta e cittadini. Il ministero dello Sviluppo economico ha fatto di testa sua e ha autorizzato il progetto di estrazione petrolifera off-shore denominato “Ombrina Mare”, al largo delle coste abruzzesi. La conferenza dei servizi si è conclusa senza tener conto delle ragioni di chi – come il comitato No Ombrina – negli anni si è battuto per tutelare un’area di elevato valore naturalistico, culturale e paesaggistico. In mezzo all’Adriatico, a pochi chilometri dalla Costa dei Trabocchi, il progetto prevede nuovi pozzi e una nuova piattaforma petrolifera collegata a una nave-raffineria poco più al largo.

Davanti alla sede del Mise, mentre giungeva notizia della decisione del governo, circa duecento attivisti manifestavano sottolineando la schizofrenia di una scelta in controtendenza «sia rispetto alle dichiarazioni d’intenti su green economy e lotta ai cambiamenti climatici sia rispetto alle tendenze globali che, alla vigilia del vertice sul clima di Parigi, vedono ad esempio il presidente degli Stati Uniti Obama rinunciare all’oleodotto Keystone XL e alle estrazioni petrolifere nell’Artico».

Il coordinamento No Ombrina annuncia battaglia legale contro quello che definisce «un sopruso» del dirigente del Mise presente all’incontro davanti elle criticità e agli impedimenti rilevati da Regione e Comuni abruzzesi. Associazioni e comitati locali non risparmiano critiche al governo «amico dei petrolieri» e in controtendenza rispetto agli allarmi di numerosi organismi internazionali che suggeriscono di disinvestire sulle fonti fossili.

Sullo sfondo, ancora una volta lo scontro istituzionale – su questa come su altre questioni ambientali – tra governo centrale e Regioni. «Ci saremmo aspettati quantomeno una sospensione dell’iter autorizzativo, se non la revoca, viste le due leggi regionali vigenti che di fatto vietano la costruzione della piattaforma a largo della costa teatina» ha spiegato il presidente di Legambiente Abruzzo Giuseppe Di Marco, riferendosi al divieto di trivellare entro le 12 miglia e all’istituzione del Parco marino della Costa dei Trabocchi.

Quello del Mise non è l’atto finale sulla vicenda Ombrina Mare: Regione Abruzzo, enti locali e ambientalisti aspettano il pronunciamento della Corte di Cassazione sul referendum promosso da dieci Regioni contro le norme pro-trivelle e lo Sblocca Italia, su cui pende anche un ricorso alla Consulta. E non sono escuse anche nuove manifestazioni.

Italicum, ricorsi a raffica nei tribunali

L’ultimo, in ordine di tempo, è quello di oggi, a Catanzaro. Il Cordinamento per la Democrazia costituzionale  di Cosenza ha presentato un ricorso giudiziario presso la Corte d’Appello di Catanzaro per ottenere “la declaratoria” di incostituzionalità della nuova legge elettorale detta Italicum. È una delle tappe del “tour” legale che sta portando avanti il Comitato per la Democrazia costituzionale (Cdc) nelle sedi di corti d’appello italiane. «Sono stati già depositati quattro ricorsi, a Milano, Venezia, Potenza e Catanzaro. In corso di notifica a Trieste, Bologna e Torino. A Genova si tratta di attendere pochi giorni così anche a Messina e Catania», elenca a Left l’avvocato Felice Besostri che è un po’ l’anima del Coordinamento, anche perché è uno dei tre legali (gli altri sono Aldo Bozzi e Claudio Tani) che ha affossato il Porcellum. La prossima settimana i ricorsi saranno presentati anche a Reggio Calabria e poi a Lecce, Bari, a Roma stanno raccogliendo tutte le firme.

Chi c’è dietro il Coordinamento

I ricorsi sono a titolo individuale, spesso sono gli avvocati residenti che li presentano – «a Torino è addirittura arrivato uno dalla Svizzera per firmare» -, ma anche semplici cittadini, come è accaduto a Milano. Come spiega l’avvocato Besostri, il sostegno viene soprattutto dai componenti del Coordinamento che, ricordiamo, è costituito da Libera, Fiom, Usb, Cgil, Articolo 21 Comitati Dossetti, Libertà e Giustizia, e poi da comitati spontanei forti nei territori, come, nel caso della Calabria, il comitato Partigiani della scuola pubblica. «M5s e Sel sono sempre dentro i ricorsi, a Genova c’è Pastorino, a Torino il primo firmatario è Don Ciotti», racconta ancora Besostri che sabato scorso è intervenuto al Teatro Quirino all’assemblea di Sinistra italiana. «Non ho ancora visto la firma di Civati che pure aveva detto di voler firmare», continua l’avvocato.

Qual è l’obiettivo da raggiungere?

«Ottenere le prime udienze tra febbraio e marzo del 2016, per avere un minimo di 10 o un massimo di 22 giudici investiti del problema che possono decidere alla prima udienza se rinviare o no alla corte costituzionale», continua Besostri. Per il Comitato è importante che ciò avvenga prima del 1 luglio 2016, la data in cui si applica la legge elettorale. Intanto, accanto ai ricorsi – e qui Besostri è molto soddisfatto – c’è molta attenzione da parte dei mezzi di informazione locale e soprattutto stanno nascendo come funghi comitati locali di sostegno, come è avvenuto a Catania, Bari, Venezia, Torino dove i coordinatori sono l’ex sindaco Diego Novelli e l’ex difensore civico della Regione Piemonte l’avvocato Antonio Caputo.

Insomma, nella primavera del 2016, oltre alla battaglia per le elezioni amministrative, ci sarà anche quella nei tribunali, a suon di carte bollate.

Da Hayez a Banksy il bacio nell’arte

hayez il bacio milano

Grande successo per la mostra dedicata a Hayez, alle Gallerie d’Italia – Piazza Scala, sede museale di Intesa Sanpaolo a Milano, nel primo fine settimana di apertura. Oltre 7.000 persone in coda davanti al museo fin dal mattino per ammirare le numerose opere del maestro veneziano di origine, ma milanese di adozione, che torna nel capoluogo lombardo dopo oltre trent’anni. La mostra rappresenta la più completa e aggiornata esposizione monografica su Francesco Hayez (Venezia 1791 – Milano 1882) e raccoglie in un’unica sede oltre 100 tra dipinti e affreschi dell’artista. Code anche all’interno per vedere, per la prima volta insieme, le tre versioni del Bacio. Ma quello di Hayez non è l’unico bacio famoso della storia, nella gallery alcuni di quelli più significativi nella storia dell’arte:


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L’ambiente delle città italiane migliora. Merito della crisi?

Effetto della crisi o del cambiamento climatico? Nel 2014 la qualità dell’aria nelle città italiane è leggermente migliorata. O almeno così si legge nel rapporto sulla Qualità dell’ambiente urbano diffuso dall’Istat. I dati relativi all’aria sono tutti sostanzialmente positivi e si registrano fattori positivi anche in altri ambiti, sebbene con differenze e ritardi che rendono i piccoli miglioramenti insufficienti.

I capoluoghi dove i limiti di legge relativi alla concentrazione delle polveri sottili sono stati superati per oltre 35 giorni scendono da 44 a 35. Mentre sono 23 (erano 35 nel 2013) i capoluoghi dove si supera la concentrazione media annua di biossido di azoto – particolarmente grave la situazione a Brescia, Genova, Firenze, Roma e Palermo. Quanto all’ozono si dimezza il numero di città in cui si superano i limiti per oltre 25 giorni.

C’entrano la crisi e il clima o si tratta di politiche virtuose? Questo l’Istat non lo dice, ma certo è che l’aumento delle temperature medie invernali contribuisce a ridurre il numero di ore in cui i riscaldamenti sono accesi – e i caloriferi sono la principale fonte di inquinamento urbano. Una controprova è il calo di consumo energetico, sia elettrico che di gas metano per consumi domestici.

La crisi ha poi fatto diminuire per diversi anni consecutivi il parco auto circolante e aumentato di poco la domanda di trasporto urbano collettivo, mentre le nuove auto sono meno inquinanti, anche questi fattori contribuiscono al piccolo miglioramento della qualità dell’aria.

Il 2014 è anche l’anno in cui il tasso di motorizzazione torna a salire. In Italia circola un numero di auto ridicolo: 619 per mille abitanti contro le 494 della media europea nel 2013 – 502 in Gran Bretagna, 545 in Germania. Nei capoluoghi le auto circolanti nel 2014 sono 603 per mille abitanti, mentre nel 2011 erano 635. Tornano a crescere dello 0,1% le auto circolanti e le nuove immatricolazioni fanno un salto (+7,5%).

«In generale, la domanda di mobilità privata tende a essere più consistente nelle città medie e piccole, e il valore medio dei grandi comuni è nettamente inferiore a quello degli altri capoluoghi (566 contro 652) (…) Rispetto al 2013, il calo del tasso di motorizzazione è particolarmente marcato nelle città del Centro (da 642 a 617 auto ogni mille abitanti) e del Mezzogiorno (da 601 a 591), mentre al Nord la flessione è lieve (da 603 a 602). Il calo si concentra nel sottoinsieme dei grandi comuni, dove si passa da 585 a 566 auto ogni mille abitanti. I cali più vistosi si osservano a Roma (da 659 a 619), Milano (da 542 a 516) e Catania (da 698 a 671)».

Lieve aumento della domanda (+3,3%) di trasporto pubblico – anche qui: migliore offerta o crisi? – concentrata in alcuni grandi comuni, in particolare Napoli, Torino, Venezia, Bologna, Palermo.

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Buoni segnali sul fronte della raccolta differenziata dei rifiuti e dell’impiego di fonti rinnovabili. La raccolta differenziata è pari al 38,6% del totale, +3% in un anno e nettamente sotto l’obbiettivo fissato del 65% entro il 2012. Il divario Nord-Sud è molto elevato: i primi capoluoghi per raccolta sono Pordenone, Verbania, Belluno, Mantova, Treviso, Trento tra il 70 e l’80%, mentre in Sicilia sei capoluoghi su nove sono sotto al 10%.

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Cresce anche l’impiego di impianti di fotovoltaico, sia a uso privato che sui tetti degli edifici pubblici. Il dato è particolarmente positivo perché i bonus e incentivi non erano più in essere. Le città più fotovoltaiche dove la potenza complessivamente installata supera i 30 kW ogni mille abitanti: Novara, Gorizia e Lucca (soprattutto su edifici produttivi), L’Aquila (prevalentemente su edilizia residenziale), Salerno (con un parco fotovoltaico di proprietà comunale), Lanusei, Ascoli Piceno e, tra le grandi città, Bologna.

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Il Portogallo sfiducia il centrodestra? Pronta una coalizione delle sinistre

Il Portogallo (e probabilmente l’Europa) aspetta con il fiato sospeso il risultato di un voto di fiducia in Parlamento al governo di centrodestra di Pedro Passos Coelho che, appena nominato e senza maggioranza, rischia di finire subito sott’acqua.

Socialisti, Blocco di sinistra e comunisti dovrebbero votare contro il programma di governo che offre la continuazione delle politiche di austerità messe in atto in questi anni, non premiate nell’urna dagli elettori nelle elezioni del 4 ottobre scorso. Durante lo scorso weekend i tre partiti di sinistra hanno anche espresso di nuovo la loro volontà di guidare il Paese con un governo di coalizione che avrebbe i numeri (122 deputati, quando serve una maggioranza di 107). La manovra del presidente Cavaco Silva, che ha scelto di incaricare Coelho di formare il governo nonostante questi non avesse la maggioranza, è dunque destinata a fallire a meno di colpi di scena.

I particolari dell’accordo tra PSP e i due partiti alla sua sinistra non si conoscono ancora: Costa avrebbe minacciato di votare la fiducia al centrodestra se il Blocco e il PCP non avessero accettato un programma che non prevede nessuna minaccia di uscita dall’euro e che, pur cambiando di molto le politiche e chiedendo flessibilità, rispetta nel complesso alcuni parametri europei. L’accordo deve essere sottoposto al voto interno ai partiti – solo allora se ne conosceranno meglio i dettagli. Prima però la sinistra deve mandare a casa Coelho. Per il PCP – che è per l’uscita dall’euro – si tratta di accettare un compromesso notevole.

La prospettiva di un governo di sinistra ha portato la Borsa portoghese in territorio negativo e fatto alzare i tassi di interesse a cui si vendono buoni del Tesoro. Starà a Costa essere capace di rassicurare Bruxelles e, al contempo, offrire alla sinistra politiche coerenti con i programmi di fuoriuscita dall’austerità. Certo è, e i burocrati europei dovrebbero cominciare a registrarlo, che il voto portoghese è l’ennesimo nel quale le politiche imposte dalla Commissione vengono bocciate dagli elettori.

Leggi anche: l’analisi del dopo voto e un’intervista alla deputata del Bloque de Esquerda Marisa Matias

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La grande lezione di Ken Saro-Wiwa, raccontata dalla scrittrice Noo, sua figlia

Ken Saro-Wiwa, one of nine Ogoni community activists executed after a grossly unfair trial in 1995.

L’ultima volta che Noo Saro-Wiwa era stata in Nigeria era il 2005. Era andata per dare una sepoltura ai resti di suo padre, il poeta e attivista Ken Saro-Wiwa, ucciso dal regime nel 1995 per il suo impegno politico a sostegno dei diritti degli Ogoni, popolo del delta sfruttato dalle multinazionali del petrolio. Cresciuta in Inghilterra, nel 2011 Noo ha deciso di compiere all’inverso il viaggio che fanno tanti migranti, tornando a confrontarsi con quella terra così forte e presente nelle sue memorie d’infanzia, ma anche in parte a lei sconosciuta. Per mesi ha attraversato la Nigeria, sentendosi osservata e giudicata come una straniera benché lei si sia sempre sentita «profondamente nigeriana».

Del resto, ammette, «sono arrivata a Lagos con la Visa nel reggiseno e qualche banconota nascosta nelle scarpe, per emergenza». Praticamente «in un assetto di allerta paranoico», racconta la scrittrice, con autoironia, nel volume In cerca di Transwonderland (66thand2nd Editore): libro di viaggio e insieme memoir da cui emerge un vivo affresco della Nigeria di oggi, fra modernità e conservazione; un Paese dove le persone hanno imparato a usare l’ironia per far fronte alle mille traversie quotidiane, dovute alla mancanza di mezzi e di infrastrutture, alla burocrazia e alla corruzione.

Così ci tuffiamo nella crescita travolgente e nelle contraddizioni di Lagos insieme a Noo Saro-Wiwa, visitiamo con lei villaggi sperduti e attraversiamo le strade linde di Calabar dove, negli anni Ottanta del boom petrolifero, scorrevano fiumi di champagne. In quella località turistica le elite si vestono all’occidentale anche ai matrimoni, ma obbligano la futura sposa, per mesi, a stare chiusa in casa a mangiare enormi quantità di cibo per ingrassare. E se queste tradizioni fanno vibrare in Noo accenti di denuncia, sono i tanti episodi di esaltazione religiosa a farle scattare un senso di netto rifiuto. Il cristianesimo qui arrivò con la colonizzazione e a poco a poco «la Nigeria è diventata il Paese più religioso di tutta l’Africa», scrive nel libro, ricostruendo il dilagare di questa forma di cristianesimo evangelico e fondamentalista grazie a «ex avvocati, professori e persino medici che, ispirandosi ai telepredicatori americani, gestiscono le chiese come fossero aziende». E approfittano dell’ignoranza diffusa in un Paese che ha ancora percentuali di analfabetismo del cinquanta per cento.

Noo_rA Roma, per partecipare ad un’iniziativa dedicata al padre e per presentare In cerca di Transwonderland, abbiamo incontrato Noo Saro Wiwa chiedendole di raccontarci di questo suo ritorno in Nigeria, da giornalista e scrittrice. «Sono stata fortunata perché ho potuto fare quel viaggio a ritroso. Avere denaro a sufficienza mi ha evitato tanti svantaggi che hanno le donne nigeriane, purtroppo. Farlo da scrittrice poi è stato particolarmente utile perché… riesci a sopportare e affrontare situazioni difficili, perché ti danno materia per scrivere!».

Il suo essere dentro e fuori la Nigeria cosa le ha permesso di cogliere immediatamente?

Mi ha preoccupato vedere come il paesaggio e il patrimonio culturale siano stati attaccati e abbandonati dai turisti. Facendo parte dei nigeriani della diaspora, tornando, ho potuto verificare e denunciare tutto questo. Un lusso che i nigeriani che vivono là non si possono permettere. Ma anche un altro aspetto mi ha colpito subito: Io non vado in chiesa, sono atea, questo non è un problema in Inghilterra. Ma molti nigeriani lo disapprovvano. E il loro giudizio mi metteva a disagio, mi infastidiva. Ho studiato, però, alcuni riti pre-cristiani e pre-islamici (la mia formazione è piuttosto di stampo filosofico empirista). Forse proprio per il mio essere un outsider mi hanno incuriosito alcuni aspetti delle tradizioni animiste, quelle che cristiani e musulmani vorrebbero cancellare.

Anche se in Nigeria allora non circolavano molti libri, suo padre leggeva molto e cercava di fare in modo che anche lei, bambina, si appassionasse alla lettura. Dal carcere in isolamento scriveva lettere interessandosi ai suoi progressi negli studi. Quale è stato il suo insegnamento più grande?

Mio padre mi ha insegnato che lo studio e la perseveranza sono ciò che conta e ti fa crescere nella vita. Mi diceva sempre: «Se provi e non riesci, prova, prova, prova di nuovo». Il mei genitori non mi hanno mai fatto sentire che non sarei riuscita a raggiungere i miei obiettivi perché “nera”. Semmai mi dicevano dovrai impegnarti più duramente di tutti gli altri. Ma soprattutto la lotta di mio padre contro il degrado ambientale nel delta ha portato ad una nuova cultura della responsabilitàPIATTO NOO SARO WIVA 5.qxd:Layout 1d’impresa tra le multinazionali di tutto il mondo. Per ciò che ha detto e fatto Ken Saro-Wiwa le grandi compagnie petrolifere devono pensare attentamente a come trattano la gente locale, altrimenti i tribunali li giudicano responsabili.

Suo padre aveva scelto di lottare usando la non violenza. Condivide?

Sì. Anche se la violenza talvolta è necessaria per difendersi. Pensiamo per esempio ai partigiani che combattevano contro Hitler. In generale, però, è sempre meglio cercare di raggiungere i propri obiettivi pacificamente. La violenza può portare alla vittoria, ma potrebbe non valerne la pena sul lungo termine, per il prezzo da pagare.

La Shell ha pagato 15 milioni e mezzo di dollari per evitare di comparire al processo per l’ assassinio di suo padre e dei suoi compagni uccisi dal regime, perché si opponevano ai metodi Shell di estrazione del petrolio. E ora Amnesty International denuncia che Shell non ha provveduto alle bonifiche raccomandate dall’Unep. Dopo vent’anni le condizioni ambientali di Ogoniland sono drammatiche.

La Shell è un simbolo di ricchezza per l’Occidente. La Nigeria avrebbe potuto vivere in prosperità se il nostro governo avesse usato i soldi del petrolio con giudizio. Ma il governo era corrotto e ha permesso alle compagnie petrolifere di fare ciò che volevano.

Quale è stato il ruolo della religione nel mantenere il Paese in uno stato di “minorità”?

Tanti vogliono credere in un potere superiore. Il cristianesimo che ha preso piede è pentecostale arrivato dagli Stati Uniti nel corso degli anni 80 in un momento di forte crisi della Nigeria. Mio padre, con Marx, diceva che la religione è «oppio dei popoli». Dare potere a un’entità metafisica era una pazzia secondo lui .

Il Nobel Wole Soyinka e altri scrittori della diaspora come Teju Cole hanno catalizzato l’attenzione del pubblico occidentale. Quali altri autori consiglierebbe?

La letteratura nigeriana è sbocciata dopo un periodo di declino negli anni 1980. Sta godendo di moltissima attenzione a livello mondiale anche grazie a scrittori come Helon Habila e Chimamanda Adichie (l’autrice di AmericanaH e Dovremmo essere tutti femministi, Einaudi ndr). E poi Seffi Atta, Chinelo Okparanta e Igoni Barrett. Il mio rapporto con letteratura nigeriana passa soprattutto attraverso le loro opere, sono questi gli autori che più amo leggere.


La denuncia di Amnesty international

In un rapporto diffuso in occasione dell’anniversario della morte di Ken Saro Wiwa, l’ambientalista e scrittore che dedicò la sua vita a denunciare i danni causati dall’industria petrolifera nel delta del fiume Niger, Amnesty International e l’Ong nigeriana Centro per l’ambiente, i diritti umani e lo sviluppo (Cerd) hanno nuovamente smentito la Shell, definendo false le dichiarazioni secondo cui il gigante petrolifero avrebbe bonificato le aree pesantemente inquinate del delta del fiume Niger.

Il rapporto documenta la contaminazione ancora in corso in quattro zone interessate da fuoriuscite di petrolio, che la Shell aveva dichiarato di aver bonificato anni fa. «Per non aver adeguatamente rimediato all’inquinamento prodotto dai suoi oleodotti e dai suoi pozzi petroliferi, la Shell sta continuando a esporre, in alcuni casi da anni se non addirittura da decenni, migliaia di donne, uomini e bambini alla contaminazione dei terreni, dell’aria e dell’acqua» – ha dichiarato Mark Dummett, ricercatore di Amnesty International «Le fuoriuscite di petrolio hanno un impatto devastante sui campi, sulle foreste e sulla fauna ittica da cui dipende il benessere e la stessa vita delle popolazioni del delta del fiume Niger. Chiunque visiti queste zone può vedere e annusare la dimensione dell’inquinamento».
bus saro wiwa

(Questo autobus è una opera d’arte e denuncia che le organizzazioni ambiantaliste vogliono far circolare per la Nigeria in questi giorni per ricordare l’anniversario di Saro Wiwa. Le autorità nigeriane di frontiera lo hanno bloccato alla dogana)

Il rapporto di Amnesty International e del Cerd denuncia inoltre come il governo nigeriano non abbia regolamentato le attività delle compagnie petrolifere. L’organo di controllo statale, l’Agenzia nazionale per l’individuazione e la risposta alle fuoriuscite di petrolio (Nosdra), opera con personale ridotto e continua a certificare come bonificate aree che sono visibilmente inquinate.

«La Shell e lo stesso governo nigeriano non possono ignorare la terribile eredità lasciata alla popolazione del delta del fiume Niger dall’industria petrolifera. A tante persone il petrolio non ha portato altro che miseria» ha dichiarato Stevyn Obodoekwe, direttore dei programmi del Cerd «La qualità della vita delle persone che vivono circondate dalle esalazioni, dai terreni impregnati e dalle acque traboccanti di petrolio è terribile da decenni».

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Clima, superata la soglia di un grado di aumento della temperatura

Ve ne eravate accorti? Il 2015 è caldo. Quest’anno abbiamo superato di un grado la temperatura media di quelle registrate tra 1850 e 1900 e se non precipiteranno di colpo negli ultimi due mesi dell’anno, potremo senz’altro dire di essere diretti verso la fatidica soglia dei 2 gradi centigradi di innalzamento delle temperature medie considerate dalla comunità scientifica come una soglia pericolosa.

La speranza è che i nuovi dati producano la consapevolezza dell’urgenza di prendere delle decisioni reali alla conferenza mondiale sul clima di Parigi.

La misurazione è il frutto di un nuovo lavoro del Met Office, l’ufficio meteorologico britannico, che ha deciso di superare il dibattito sulla confusione delle temperature precedenti alla rivoluzione industriale utilizzando un cinquantennio su cui i dati a disposizione sono di più – non ne sappiamo abbastanza, ma è quello il momento in cui le emissioni di CO2 aumentano in misura esponenziale.

«E’ evidente sono le attività dell’uomo a portarci in un territorio inesplorato per quanto riguarda il clima» ha detto Stephan Belcher, del Met Office.

Dalla Cina, probabilmente il primo inquinatore mondiale, arrivano invece le foto qui sotto, che ci parlano di un nord-est del Paese attanagliato in una cappa di smog che non si dissolve e che ha costretto milioni di persone a uscire di casa con la maschera o a tapparsi in casa. Le cause sono l’accensione dei riscaldamenti e le fiamme date ai campi di grano dopo il raccolto – la regione dove manca l’aria è denominata “il granaio di Cina”. Del resto, come ha detto oggi l’ufficio meteorologico mondiale, il 2014 è l’anno in cui la concentrazione nell’atmosfera di gas serra hanno di nuovo superato un record. L’Organizzazione Meteorologica Mondiale dice che tra il 1990 e il 2014 c’è stato un aumento del 36% di effetto dei gas sul riscaldamento sul clima.

Sempre oggi, e in vista della conferenza di Parigi (30 novembre – 11 dicembre) la Banca mondiale ha diffuso un rapporto nel quale si dice che senza affrontare e fermare il cambiamento climatico lo sradicamento della povertà globale è destinato a fallire.

«Il cambiamento climatico colpisce più duramente i più poveri, e la nuova sfida è quella di proteggere decine di milioni di persone a cadere nella povertà estrema a causa di un clima che cambia», ha detto il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim.

I poveri vengono danneggiati sia dal clima che muta (minori raccolti, inondazioni, acqua che manca, nuove malattie), che dalle politiche per fermarlo, che rischiano di arrestare la crescita in alcuni Paesi, sostengono alla Banca. «Per questo – ha detto John Roome, direttore del ripartimento della Banca per il cambiamento climatico – occorre affrontare la riduzione della povertà e il cambiamento climatico in una strategia integrata». Migliori ammortizzatori sociali e una copertura sanitaria per tutti, assieme a miglioramenti mirati come le difese contro le inondazioni, sistemi di allarme precoce e colture più resistenti, potrebbero prevenire o compensare la maggior parte degli effetti negativi del cambiamento climatico sulla povertà nei prossimi 15 anni, dice il rapporto. Servono, insomma, sostengono alla Banca Mondiale, misure a breve termine che ci consentano di prendere (oggi) decisioni sul lungo periodo.

A Bologna, cittadinanza onoraria a Nino Di Matteo: «Che inizi una guerra di Liberazione contro la rassegnazione alla mafia»

Il PM Nino Di Matteo, al Processo Stato-Mafia durante il Processo Stato-Mafia nell'aula Bunker del carcere di Rebibbia nel corso del quale e' stato ascoltato il pentito di mafia Gaspare Spaduzza, Roma, 13 marzo 2014. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Pubblichiamo l’intervento integrale pronunciato dal magistrato in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria da parte del Comune di Bologna

«Sono innanzitutto felice e onorato di ricevere oggi la Cittadinanza Onoraria di Bologna. Sto vivendo in queste ore con molta emozione, ve lo garantisco, un momento molto bello, per il quale sento di ringraziare innanzitutto tutti voi, l’intera Amministrazione comunale, il Sindaco, i consiglieri e ancor prima, me lo consentirete, le associazioni dei tanti cittadini che hanno pensato, ideato e fortemente voluto questa iniziativa.
In un Paese che sempre più sta perdendo la memoria e la capacità di indignazione, per fortuna ci sono ancora tanti cittadini che da anni dimostrano, con la loro entusiasmante passione civile, di avere realmente a cuore la verità, la giustizia, la legalità, la vera antimafia.
Oggi viene conferita a me la Cittadinanza Onoraria di Bologna, credetemi, non mi sento però il destinatario esclusivo di questo riconoscimento. So che l’iniziativa rappresenta l’abbraccio ideale di una comunità a tutti coloro, magistrati, Forze dell’ordine, e mi sento di ringraziare particolarmente il Presidente della Corte di Appello, il Prefetto, il Questore, i Comandanti provinciali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza che quotidianamente spendono il loro impegno nell’azione di contrasto della criminalità organizzata.

Personalmente, per quanto mi riguarda più direttamente, la giornata di oggi assume un ulteriore valore particolare, intanto di conforto e di solidarietà vera in un momento di oggettiva difficoltà personale, ma soprattutto il valore e il significato di un ulteriore, autentico stimolo a continuare il mio lavoro con sempre maggiore impegno ed entusiasmo. Nonostante tutto, nonostante tanti, nonostante un clima di isolamento istituzionale che percepisco sempre più nettamente, per me l’abbraccio ideale della collettività che questa istituzione comunale rappresenta, costituisce soprattutto una splendida occasione per scolpire ancora più profondamente nella mia mente, nella mia coscienza di magistrato la convinzione che l’essenza più autentica e più nobile del ruolo del magistrato non è quella dell’esercizio di un potere, ma quella della resa di un servizio alla collettività e in particolare ai più deboli, agli onesti, all’esercito silenzioso dei senza potere. Una collettività che dalla magistratura e dal singolo magistrato attende e pretende reale indipendenza di azione, autonomia da ogni altro potere, coraggio e decisione nel perseguire l’obiettivo di contribuire alla effettiva attuazione dei principi costituzionali e, tra questi in primo luogo del principio fondamentale dell’eguaglianza di tutti i cittadini innanzi alla legge.

Vorrei che questo momento, per me così importante, diventasse per tutti noi occasione di una seria riflessione su che cosa oggi è diventata la mafia, sul pericolo che rappresenta per il sistema democratico. Vorrei che diventasse un momento di onesta riflessione su quale oggi sia, al di là delle parole e dei facili proclami, la risposta della politica al gravissimo problema rappresentato dalla criminalità organizzata e, permetterete, dalla diffusione del metodo mafioso nell’esercizio del potere.
Una premessa, un dato di conoscenza che ho acquisito e sedimentato in più di venti anni di indagini e processi sulla criminalità organizzata: è nel DNA della mafia, in particolare di Cosa Nostra, l’organizzazione siciliana, la ricerca del rapporto con la politica, con le istituzioni, con il mondo dell’economia, dell’impresa e della finanza.

Per loro, per i mafiosi quel tipo di rapporto è assolutamente fondamentale, per la stessa esistenza in vita delle loro organizzazioni. Senza questi rapporti, la mafia non avrebbe mai, mai potuto raggiungere la potenza e la pericolosità che purtroppo la contraddistinguono. Loro, i mafiosi, ne sono perfettamente consapevoli. È questo il motivo per cui da più di 150 anni, in particolare Cosa nostra ha progressivamente cresciuto la sua potenzialità criminale. Loro hanno la consapevolezza della decisività di questi rapporti esterni. Ancora lo Stato, le istituzioni politiche nel loro complesso non hanno invece dimostrato con i fatti di volere definitivamente puntare a recidere quei legami. È questo il principale motivo per il quale, pur avendo vinto alcune importanti battaglie contro le organizzazioni mafiose non riusciamo ancora a vincere la guerra, ad intravedere il momento nel quale il fenomeno verrà finalmente debellato.

Continua a esistere una, a mio parere, ingiustificata e dannosa divaricazione tra la efficacia e giusta severità della repressione dell’ala militare delle organizzazioni mafiose e la sostanziale inadeguatezza degli strumenti legislativi a nostra disposizione per colpire i rapporti esterni delle organizzazioni mafiose con il potere. Non si è compreso a pieno, o forse non si è voluto e non si vuole comprendere, che oggi dobbiamo confrontarci con un sistema criminale integrato, in cui mafia e corruzione, delitti tipici della criminalità organizzata e delitti contro la Pubblica amministrazione, rappresentano due facce della stessa medaglia, due aspetti diversi di un unico sistema malato che si sta espandendo come un cancro. A oggi, il quadro normativo in vigore garantisce ai corrotti, ai collusi, ai facinorosi delle classi più ricche, spazi troppo ampi di sostanziale impunità, in particolare attraverso il sistema della prescrizione che nella grande maggioranza dei casi estingue quei reati, quei delitti che costituiscono le manifestazioni più tipiche della delinquenza dei colletti bianchi prima della definitività del giudizio, vanifica così gli sforzi dei magistrati e delle forze di polizia, ma prima ancora mortifica le aspettative delle persone offese e di tutti i cittadini onesti che hanno diritto alla trasparenza e pulizia dell’Amministrazione della cosa pubblica.
Si impone ancora una amara, molto amara, riflessione su come nel nostro Paese il problema del rapporto tra la mafia e la politica sia stato per troppo tempo considerato di esclusivo interesse del giudice penale, come se il suo profondo disvalore si esaurisse nella responsabilità penale di certi comportamenti. Come se determinate condotte a prescindere dalla loro eventuale e concreta cofigurabilità come fatto di reato, non dovessero comunque far scattare altri meccanismi di responsabilità, in primo luogo politica. Non è più concepibile la delega esclusiva alla magistratura per sanzionare il rapporto tra la mafia e la politica.

Da cittadino prima ancora che da magistrato auspico che la politica si riappropri di un ruolo di prima linea nella lotta alla mafia, si riappropri di quella capacità di denuncia, di quella capacità di far valere la responsabilità politica di certi comportamenti che caratterizzò fortemente, anche in certe fasi drammatiche della nostra storia recente, l’azione di partiti politici allora all’opposizione, che caratterizzò, in certe fasi, l’attività della commissione nazionale antimafia, e ancora l’attività di singoli esponenti politici che sapevano fare i nomi dei mafiosi e dei potenti in combutta con i mafiosi, quando ancora quei nomi non erano consacrati e contenuti nemmeno nei rapporti delle forze di polizia e tantomeno nelle sentenze della magistratura.

Ritengo ancora che per affrontare il presente e pensare con ottimismo al futuro non dobbiamo incorrere nel grave errore di dimenticare il passato, un passato che è fatto anche di tanti, troppi delitti eccellenti. La lunga e drammatica teoria degli omicidi eccellenti e delle stragi che hanno contraddistinto la nostra storia recente non può essere dimenticata, questo Paese non può definitivamente archiviare come episodi di un passato ormai lontano le tante stragi, a partire da quella del 2 agosto 1980, in questa città, che costituirono il frutto di perversi legami tra organizzazioni terroristiche e settori importanti del potere e degli apparati istituzionali.

Questo Paese non può definitivamente archiviare il capitolo delle stragi e dei delitti eccellenti della mafia sopratutto perché partendo e avendo il coraggio e l’onestà concettuale di leggere le sentenze sui processi che sono stati già celebrati, le sentenze definitive, emerge in relazione a tutte queste vicende giudiziarie riguardanti i delitti eccellenti di mafia, quanto meno il gradimento, o, in certi casi il cointeresse, all’eliminazione del bersaglio, anche da parte di ambienti esterni a Cosa Nostra.
In qualche caso gli elementi indiziari e di prova che emergono dai processi già conclusi riguardano perfino la possibilità che altri soggetti, diversi dagli appartenenti alle famiglie mafiose abbiano addirittura avuto un ruolo nella organizzazione e nelle fasi esecutive dei delitti eccellenti.

Invece ahimè sembra che quell’obiettivo di ulteriore approfondimento, che ci impongono le sentenze dei giudici, sia condiviso e vissuto oggi da pochi soggetti, da pochi magistrati e pochi investigatori, nel disinteresse, nel fastidio e perfino nella ostilità generale.
Noi però sappiamo che un Paese senza memoria è un Paese senza futuro, uno Stato che si dimostrasse incapace di guardare anche dentro se stesso, nelle pieghe ancora oscure di deviazioni  e collusioni di apparati criminali e mafiosi, non sarebbe uno Stato realmente credibile e autorevole agli occhi dei cittadini.

Un sistema che, per convenienza politica e malintese e perciò non dichiarate ragioni di Stato, continuasse a tollerare quando non addirittura a cercare il dialogo, il compromesso con le organizzazioni mafiose, non sarebbe rappresentativo di un sistema veramente democratico.

Sono veramente onorato e orgoglioso di ricevere la cittadinanza onoraria di una città simbolo dei valori fondanti la nostra splendida e sempre attuale Costituzione, sono orgoglioso di ricevere la cittadinanza onoraria di una città che costituisce, per la sua storia di integrazione tra cittadini provenienti da diverse parti d’Italia, d’Europa, del Mondo, intanto un autentico emblema dell’unità nazionale.

Sono emozionato perché oggi mi considerate degno di essere cittadino onorario di Bologna, città decorata con la medaglia d’oro al valore militare per il contributo dato alla Resistenza e alla liberazione dal Nazifascismo, quella Resistenza fondamento e cardine della nostra democrazia. Bologna è anche medaglia d’oro al valore civile, a seguito del criminale attentato terroristico del 2 agosto 1980 perché, si legge nella motivazione di quel conferimento “l’intera popolazione, pure emotivamente coinvolta, dava eccezionale prova di democratica fermezza e di civile coraggio, prodigandosi con esemplare slancio nelle operazioni di soccorso”, quelle decorazioni nel gonfalone della vostra, della nostra città, assumono anche un altro significato: il valore di un sogno bellissimo che parte dalla consapevolezza che oggi deve essere prioritaria una nuova forma di Resistenza per vincere una nuova e particolarmente insidiosa e pericolosa guerra di liberazione, una guerra di liberazione contro le mafie, contro la mentalità mafiosa, contro la diffusione di questa mentalità anche nell’esercizio del potere.

Una guerra di liberazione contro la corruzione, contro le lobby, le massonerie, il predominio del concetto di appartenenza rispetto al merito, l’illegalità diffusa che a tutti i livelli sta progressivamente erodendo e sfaldando come un cancro il tessuto sociale del nostro Paese, una guerra di liberazione contro la rassegnazione a convivere con quei fenomeni criminali.
Tutti, ciascuno con il suo ruolo e le sue capacità, abbiamo il dovere di promuovere e sviluppare questa nuova forma di resistenza e liberazione, per coltivare il sogno di una rivoluzione culturale, che partendo dai giovani riesca a restituire al nostro Paese il fresco profumo della libertà, della solidarietà, di una democrazia reale, frutto compiuto di un percorso di giustizia e di verità.
E’ questo il senso, per me molto, bello, dell’incontro di oggi e del riconoscimento conferitomi. Grazie».