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Parità di salario: cosa si fa in Europa e cosa in Italia

In Gran Bretagna oggi è l’Equal Pay Day, il giorno in cui si rilancia il tema della pari retribuzione tra i sessi perché da oggi fino alla fine dell’anno è come se le donne smettessero di lavorare, o meglio di guadagnare per il lavoro svolto rispetto agli uomini. Ad ogni dollaro di retribuzione ottenuto da un uomo corrispondono circa 77centesimi ottenuti da una donna per la stessa mansione.

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In sostanza in Europa in media un lavoratore ha uno stipendio del 16% maggiore rispetto a quello di una lavoratrice. E l’Italia questa volta non è fra i Paesi messi peggio in tema di parità salariale, da noi la differenza si aggira attorno al 7,3%. Ma il dato nel 2010 era 5,6%, insomma stiamo peggiorando. E soprattutto non facciamo abbastanza. Nel Bel Paese se ne era parlato una settimana fa quando era uscito lo studio Ue lanciato appunto in vista dell’Equal Pay Day. «Da oggi le donne lavorano gratis», una frase perfetta per i titoli dei giornali e per le condivisioni sui social network. Tutti scandalizzati e poi, come spesso accade, l’indignazione si è trasformata in silenzio. E il silenzio che sembra essere la principale risposta sul tema anche in Parlamento.

Come si è evoluto il gender pay gap in Europa dal 2010 al 2013

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Dati Eurostat 2010

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Dati Eurostat 2013

Alla Camera infatti giace abbandonata, ad esempio, la proposta di Pippo Civati, presentata in primavera, ad aprile 2015, che il deputato ha rilanciato sul suo blog proprio commentando i dati Ue. «Chissà se avrà l’onore di essere portata all’attenzione dell’aula prima della fine di questa legislatura», scrive Civati. Left l’ha chiesto al presidente della commissione Lavoro Cesare Damiano che conferma, «al momento ancora no», dice, «però stiamo affrontando altri tempi di parità, come quella sulle pensioni».

Anche in fatto di pensioni infatti, come si può immaginare, la situazione è critica. La media europea segna un divario fra uomini e donne circa del 40% .

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Fonte European Commission

E così mentre al Senato si torna – finalmente – a parlare di un emendamento alla legge di stabilità che potrebbe introdurre un congedo parentale di 15 giorni obbligatorio per i papà, sul fronte delle retribuzioni sembra tutto ancora fermo – anche perché le commissioni sono affollate di decreti e ora impegnate sulla legge di Stabilità.

Non che la soluzione del problema sia semplice, ovviamente, così legato a fattori culturali. Per questo la proposta Civati vorrebbe delegare il governo a puntare sulla «trasparenza e la pubblicità della composizione e della struttura salariale della remunerazione dei dipendenti», assicurando così che ciascun lavoratore possa conoscere, «senza necessità di presentare apposita richiesta, la retribuzione e ogni altra forma di remunerazione, compresi i bonus, di tutti i lavoratori dipendenti della medesima impresa od organizzazione». Lo spunto per la proposta viene da una legge approvata in Germania a lo scorso marzo e in procinto di entrare in vigore l’anno prossimo.

Dal 2016 infatti circa un centinaio di società tedesche saranno obbligate ad avere nel proprio organico almeno il 30% di donne impegnate in incarichi dirigenziali, e altre 3500 imprese ad aumentare progressivamente il numero di donne che occupano questo tipo di posizioni al loro interno. Del tema in Germania si sta discutendo moltissimo, forse proprio perché qui la situazione è più grave. La differenza di salario (gender pay gap) si attesta infatti al 21,6%, un dato che può sembrare singolare visto che proprio qui le donne ricoprono ruoli di rilievo nel Governo, a cominciare proprio dalla cancelliera Angela Merkel. La risposta vincente per risolvere il problema sembra essere la trasparenza sulle retribuzioni, oltre ovviamente a una legge che obblighi ad applicarla. Addirittura secondo l’Economist in genere «il fatto che le imprese non vogliano spiegare alle loro dipendenti perché sono pagate di meno e il fatto che trovino queste conversazioni “imbarazzanti” non fa che confermare che la disparità salariale è frutto di una discriminazione».
Non mancano infine esempi di chi, per portare il tema all’attenzione di tutti, tenta di giocare la carta dell’ ironia, come si può vedere dall’immagine qui sotto. Noi intanto in Italia aspettiamo.

 

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Per saperne di più

Il gender pay gap spiegato bene con un’animazione

Il report sul gender pay gap della Commissione Europea del 2013

Il report sul gender pay gap della Commissione Europea del 2015 

We Want Sex, un film su lavoro, parità di genere e di salario

 

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Luciano Gallino e il racconto della crisi alle generazioni che verranno

Luciano Gallino sociologo, scrittore e docente durante la presentazione del libro "Orientamento e mondo del lavoro" alla scuola di management ed economia dell'universita' di Torino,13 maggio 2013. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

«Dire ciò che è, rimane l’atto più rivoluzionario». Con questa epigrafe di Rosa Luxemburg si apre il nuovo libro di Luciano Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti (Einaudi). è, ancora una volta, uno dei lucidissimi disvelamenti della realtà a cui questo autore ci ha abituati. E’ anche il più sistematico: un libro dove la lettura del nostro tempo mira all’obiettivo di una spiegazione limpida e a tutti comprensibile senza niente cedere di esattezza e di profondità. Ma a chi è destinato? Ai nipoti. Non solo ai suoi, i cinque nomi che si leggono nella dedica: anche ai nostri, a coloro che ci succederanno sulla faccia della terra. è a loro che Luciano Gallino si rivolge. E la ragione è amara. Questo studioso, da sempre lucida coscienza critica della sinistra nell’analisi dei processi sociali ed economici del nostro tempo, si rivolge alle nuove generazioni perché non vede oggi nessuna formazione politica nemmeno embrionale capace di fare quanto sarebbe necessario per opporsi alla deriva rovinosa di una doppia crisi: quella del capitalismo e quella del sistema ecologico.

Il suo è un libro ricco di dati e di informazioni economiche, politiche e storiche. Si parte dalla crisi che stiamo attraversando da anni: doppia crisi, osserva Gallino, perché a quella di un capitalismo fondato sul consumo che per aumentare i profitti ha pauperizzato i consumatori e quindi ha segato il ramo su cui siede, si aggiunge quella di un sistema ecologico danneggiato e sfruttato oltre ogni possibilità di rigenerazione delle risorse. Intanto la terza rivoluzione industriale, con lo sviluppo della microelettronica e dell’informatica, ha portato ad automatizzare molti tipi di produzione trasformando così i lavoratori in esuberi. Risultato: depressione della domanda e impoverimento dei consumatori. Ed è mutato il ruolo della finanza: si è entrati nella fase della produzione di denaro per mezzo di denaro, saltando la fase della produzione della merce. La merce ora è quella liquida, impalpabile, incerta del futuro.

E qui il lettore troverà la spiegazione di come siano nati i famosi “derivati” e del processo della “cartolarizzazione”, all’origine della spaventosa crisi apertasi nel 2008. Ma vedrà anche come e perché la crisi creata dalle banche private sia stata pagata non dalle banche ma da tutti noi. E capirà quanto deliberato inganno ci sia stato nella convinzione diffusa dalla cancelliera Merkel e da tutti i suoi compagni di cordata nel diffondere l’idea che il debito gravi su ciascun cittadino e nel celebrare i meriti della “casalinga sveva” che non spende un euro di più di quelli che ha in casa. Questo bel modello di virtù è quello che ha schiacciato le vite di tanta parte di cittadini europei – greci in particolare – sotto la feroce pressa dell’austerità imposta con metodi dittatoriali da un’autocrazia finanziaria, la famigerata Troika, e da istituzioni europee espressione di una oligarchia di interessi per lo più privati, in spregio ai princìpi della tutela dei diritti umani affermati dalle nostre costituzioni europee. Forse qualcuno obietterà, ricordando i meriti della Banca centrale europea e del suo governatore, l’italiano Draghi: ma Gallino ricorda che il trilione e passa di euro messo a disposizione delle banche private dalla Bce all’1% di interesse è stato usato per ripianare i debiti delle banche stesse o per compare titoli di Stato? Se le imprese non ne hanno approfittato per investire è perché non sapevano a chi vendere gli eventuali prodotti.

Non possiamo seguire uno per uno i capitoli di un libro denso di cose quanto limpidamente dominato nella forma. Ma alcuni punti debbono essere almeno elencati. Esempio:

1) perché le scuole sono state assoggettate alle assurdità del programma Pisa? E perché per le università si è inventata la nozione di credito, misura universale calcolata in 25 ore di tempo per leggere e assorbire una quantità prefissata di pagine o di lezioni “frontali”? Appartiene alla stessa scienza statistica della barzelletta dei due polli e due consumatori: uno ne mangia due e l’altro nulla. Eppure tutti sanno quanto possano essere diversi da persona a persona i tempi dell’intelligenza. La ragione è semplice: si è voluto colpire le sedi di maturazione del pensiero critico e costringerle a sfornare solo esecutori obbedienti.

2) Che cosa altro è la scomparsa dell’idea di uguaglianza nata con la Rivoluzione francese se non una sconfitta politica, sociale, morale che pesa su tutti noi? Possiamo solo augurarci che i nostri nipoti abbiano il tempo e il modo di riscattare il mondo.

3) Perché la nostra crisi italiana è peggiore delle altre? Tra le cause spicca il servilismo dei nostri governi davanti alle imposizioni della Troika ma anche, ahimé, la mancanza di cultura e di proposte concrete che differenziano i verbosi incoraggiamenti del presidente Renzi dal discorso del presidente Roosevelt del marzo 1933: un discorso, questo, che fu seguito dopo poche settimane dalla creazione di tre agenzie per l’occupazione, da una serie grandiosa di opere pubbliche, da una grande riforma del sistema bancario.

Da noi, invece, si procede tagliando fondi alla sanità. E, come tutti sanno, il diritto alla salute è diventato vana parola.

Birmania, il partito di Aung San Suu Kyi verso un trionfo

Myanmar opposition leader Aung San Suu Kyi, center, leaves the headquarters of her National League for Democracy party Monday, Nov 9, 2015, in Yangon, Myanmar. Suu Kyi on Monday hinted that her party will win the country's historic elections, and urged supporters not to provoke their losing rivals. (AP Photo/Khin Maung Win)

L’opposizione guidata da Aung San Suu Kyi è destinata a governare la Birmania. Le operazioni di voto si sono svolte in maniera tranquilla e i primi 12 seggi assegnati sono tutti stati vinti dal partito del premio Nobel per la pace. La Lega Nazionale per la Democrazia si dice convinta della vittoria e ritiene di poter contare su una maggioranza del 70%. Per i risultati definitivi ci vorrà del tempo. I militari mantengono il 25% dei seggi che non sono elettivi e i partiti comunitari, in anni in cui le tensioni sono cresciute, sono destinati a giocare un ruolo importante. Un grande tema, per il governo della Lega di Aung San Suu Kyi, sarà proprio quello relativo alle tensioni etniche esacerbate dalla giunta militare e cresciute ora che la repressione è meno violenta. Sapranno i democratici pensare a delle soluzioni? E come cambierà la costituzione con i militari che esercitano ancora un discreto potere di veto?

Supporters of Myanmar opposition leader Aung San Suu Kyi’s National League for Democracy party watch the result of general election on an LED screen outside the party’s headquarters Sunday, Nov. 8, 2015, in Yangon, Myanmar. Myanmar voted Sunday in historic elections that will test whether popular mandate can loosen the military's longstanding grip on power, even if opposition leader Aung San Suu Kyi's party secures a widely-expected victory. (AP Photo/Khin Maung Win)

(AP Photo/Khin Maung Win)

Intanto la Birmania festeggia: qui sotto le foto del voto e delle feste  e una cronologia della recente storia del Paese – che ufficialmente si chiama ancora Myanmar, come l’hanno ribattezzata i militari nel 1989.

Locals read morning newspapers outside the headquarters of Myanmar's National League for Democracy party in Yangon, Myanmar, Monday, Nov. 9, 2015. With tremendous excitement and hope, millions of citizens voted Sunday, Nov. 8 in Myanmar's historic general election that will test whether the military's long-standing grip on power can be loosened, with opposition leader Aung San Suu Kyi's party expected to secure an easy victory. (AP Photo/Mark Baker)
(AP Photo/Mark Baker)

Supporters of Myanmar opposition leader Aung San Suu Kyi’s National League for Democracy party show thumbs-up signs as they watch the result of general election on an LED screen displaying outside the party’s headquarters Sunday, Nov. 8, 2015 in Yangon, Myanmar. Millions of citizens voted Sunday in Myanmar's historic general election that will test whether the military's long-standing grip on power can be loosened, with opposition leader Suu Kyi's party expected to secure an easy victory. (AP Photo/Khin Maung Win)
(AP Photo/Khin Maung Win)

Supporters of Myanmar opposition leader Aung San Suu Kyi’s National League for Democracy party cheer as they watch the result of general election on an LED screen outside the party’s headquarters Sunday, Nov. 8, 2015 in Yangon, Myanmar. Millions of citizens voted Sunday in Myanmar's historic general election that will test whether the military's long-standing grip on power can be loosened, with opposition leader Suu Kyi's party expected to secure an easy victory. (AP Photo/Khin Maung Win)
(AP Photo/Khin Maung Win)

1941-1945 Il Giappone occupa la Birmania durante la seconda guerra mondiale. Il nazionalista Aung San combatte assieme ai giapponesi, per poi unirsi alla controffensiva alleata nella speranza di ottenere l’indipendenza.

Nel 1945 nasce sua figlia Aung San Suu Kyi.

1948 La Birmania raggiunge la piena indipendenza dagli inglesi. Aung San non visse abbastanza per vedere il suo progetto realizzato: venne assassinato qualche mese prima

Leader of Myanmar's opposition National League for Democracy party, Aung San Suu Kyi, with ink still imprinted on the little finger of her left hand after voting Sunday, delivers a speech from a balcony of the NLD headquarters in Yangon, Myanmar, Monday, Nov. 9, 2015. Suu Kyi on Monday hinted at a victory by her party in the country's historic elections, and urged supporters not to provoke their losing rivals who are backed by the military.(AP Photo/Mark Baker)

1962 Dopo anni di lotte tra fazioni tra i leader politici della Birmania – ed elezioni generali nel nel 1960 – il generale Ne Win prende il potere in un colpo di stato, instaurando un regime autoritario e a partito unico e proclama “la via birmana al socialismo”.

1988 Dopo anni di dittatura, un periodo di disastrosa gestione dell’economia e di repressione crescente genera una rivolta generalizzata nel Paese. I militari rispondono con brutalità inaudita, uccidendo circa 3.000 persone. Aung Suu Kyi emerge come la leader dell’opposizione.

1989 La giunta cambia il nome del paese in Myanmar.

1990 La Lega Nazionale per la Democrazia di Suu Kyi (LND) stravince le elezioni, ma il risultato viene ignorato dai militari. Suu Kyi viene messa agli arresti domiciliari, dove trascorrerà la maggior parte dei 20 anni successivi. Altri leader dell’opposizione vengono incarcerati o fuggono all’estero.

In this Nov. 8, 2015 file photo, people line outside a polling station in Yangon, Myanmar. Myanmar voted Sunday in historic elections that will test whether popular mandate will help loosen the military’s longstanding hold on power even if opposition leader Aung San Suu Kyi’s party secures a widely-expected victory. (AP Photo/Gemunu Amarasinghe, File)

(AP Photo/Gemunu Amarasinghe)

1991 Suu Kyi vince il Premio Nobel per la pace, mentre è agli arresti domiciliari.

1992 Than Shwe diventa il nuovo capo della giunta militare.

2005 Una città isolata e di nuova costruzione Naypyidaw (“Dimora dei re”) viene rivelata al mondo e qui viene spostata la capitale del paese. La città è stata costruita in gran segreto dalla giunta.

2007 Nuove grandi proteste durante l’estate (la “rivoluzione zafferano”), in parte guidate dai monaci buddisti. La giunta risponde ancora una volta con la violenza, uccidendo decine di manifestanti.

2008 Il ciclone Nargis devasta grandi aree dell’Irrawaddy, che lascia 138.000 morti. Risposta poco brillante della giunta, che resiste all’idea di ricevere aiuti internazionali.

2010 La giunta promuove elezioni boicottate dai partiti dell’opposizione. Gli osservatori non considerano le elezioni libere o corrette.

Meno di una settimana dopo le elezioni, Aung Suu Kyi viene rilasciata dopo aver trascorso 15 degli ultimi 20 anni agli arresti domiciliari.

A Buddhist monk walks on a road near the headquarters of Myanmar opposition leader Aung San Suu Kyi's National League for Democracy party while collecting morning alms Monday, Nov. 9, 2015, in Yangon, Myanmar. (AP Photo/Khin Maung Win)

(AP Photo/Khin Maung Win)

2011 Con una mossa a sorpresa, la giunta cede potere a un governo civile presieduto dall’ex generale Thein Sein che promette di perseguire delle riforme. Democratiche. Molti diritti fondamentali vengono ripristinati, tra cui l’abolizione delle restrizioni alla riunione e di espressione, mentre centinaia di prigionieri politici vengono liberati.

2012 L’LND vince 43 su 45 seggi alle elezioni in aprile. Suu Kyi diventa parlamentare. Gli Stati Uniti, Unione Europea e le imprese occidentali tolgono le sanzioni.

Violenze comunitarie nel Rakhine occidentale, anche contro la minoranza musulmana dei rohinga. A novembre, Barack Obama è il primo presidente degli Stati Uniti a visitare il Paese.

Nuove violenze anti-musulmane, questa volta nella città di Meiktila, 43 morti.

Minori in carcere : «Basta reclusione, serve la legge di riforma»

Negli anni 50 i minori finiti dietro le sbarre di una prigione erano 7500, nel 1975 si sono ridotti a 800 e infine oggi sono 449, comprendendo anche i giovani adulti fino a 25 anni. Dunque c’è stato un miglioramento, una progressiva decarcerizzazione, grazie anche al Codice di procedura minorile del 1988. Ma l’obiettivo di togliere i ragazzi dalle carceri non è stato ancora raggiunto. Anzi. Bisogna arrivare a una legge che determini un nuovo ordinamento giudiziario per i giovanissimi autori di reato. È quanto emerge dal terzo Rapporto Antigone sugli istituti penali per minori (Ipm), redatto a cura di Susanna Marietti con la collaborazione dell’Isfol e che viene presentato oggi. Un viaggio nei sedici penitenziari italiani, molto spesso strutture non adeguate a ospitare minori, talvolta vicino alle prigioni per adulti e spesso in luoghi lontani dai centri, con operatori non formati al compito che li attende. Perché come scrive Susanna Marietti «L’obiettivo riformatore deve essere quello di trasformare la vita quotidiana negli istituti penali per minorenni in qualcosa di sempre meno simile alla vita nelle carceri e piuttosto assimilabile a quanto accade in quei luoghi aventi un’esclusiva mission educativa».

Chi sono i minorenni in carcere

Secondo i dati del Rapporto nel 2015 sono 449 i giovanissimi reclusi di cui 410 maschi e 39 femmine. Si è verificato un aumento rispetto al 2014 (il numero totale era di 362 detenuti), per via dell’entrata in vigore del decreto legge n.92 del giugno 2014 che ha prorogato la permanenza negli Ipm degli autori di reati minorenni fino al compimento del 25esimo anno di età.

Sostanzialmente il numero totale dei minorenni incarcerati è rimasto lo stesso dal 1998. La percentuale tra italiani e stranieri è più o meno la stessa. Solo che, come fa osservare Alessio Scandurra nel Rapporto Antigone, i minori stranieri sono più penalizzati rispetto agli italiani. I primi commettono reati meno gravi ma «quando una misura cautelare si rende necessaria, il carcere è per gli stranieri più probabile che per gli italiani».

C’è una differenza anche per quanto riguarda l’istituto di messa alla prova, che è molto importante perché inserisce i ragazzi in una comunità e se tutto poi procede nel verso giusto, si può arrivare all’estinzione del reato. Ebbene, soltanto il 17 per cento dei minori stranieri ne usufruisce. Come spiega Scadurra, la messa alla prova nell’80 per cento dei casi ha avuto nel 2014 un esito positivo (i casi erano 3.261). Peccato che riguardi quasi esclusivamente gli italiani.

Differenze tra Nord e Sud

Negli istituti del nord e del centro sono pochissimi i ragazzi italiani, che spesso – si legge nel Rapporto – sono peraltro trasferiti dagli istituti del sud. «Al contrario negli Ipm del sud e delle isole si trovano pochissimi stranieri, anche questi spesso trasferiti dagli istituti sovraffollati del nord». Gli italiani appartengono quasi tutti alle regioni di provenienza. La conclusione di Scandurra è desolante: negli istituti di pena minorili «ci sono praticamente solo stranieri, rom e i ragazzi provenienti dalle periferie degradate delle grandi città del sud». L’alternativa alla detenzione vediamo che non si verifica per alcune categorie di minorenni appartenenti alle fasce sociali più disagiate.

 

La nuova legge

«Dalla primavera 2015 è in discussione alla Camera dei Deputati una proposta di legge delega di riforma del codice penale, di procedura penale e dell’ordinamento penitenziario», scrive Susanna Marietti. Uno dei punti della legge delega riguarda proprio una serie di norme per i minorenni e per i giovani adulti. «Si tratta dunque di non limitarsi a modificare una o più norme della legge del 1975 per adattarle alle esigenze educative dei minori d’età, ma di rivedere l’intero ordinamento penitenziario, approvandone uno del tutto nuovo governato da una diversa filosofia di intervento». Perché solo così si può impedire la recidiva e recuperare giovanissimi che hanno alle spalle situazioni di forte disagio familiare, economico e sociale. Il 30 per cento dei minorenni detenuti – si legge nel Rapporto – è in cura psicofarmacologica e psichiatrica. La dimostrazione che punire e rinchiudere in certi casi può solo aggravare una condizione personale già di partenza difficile.

 

Il viaggio negli istituti penali per minori

Nel Rapporto di Antigone viene messo in evidenza uno dei tanti aspetti su cui intervenire: la riqualificazione edilizia. Si tratta di edifici obsoleti e non adatti per la nuova mission che dovrebbero avere gli Ipm. Ecco alcuni esempi: Catania è nata fin dall’inizio per ospitare un carcere ed è vicino alla casa circondariale degli adulti. Come avviene a Bari mentre Cagliari addirittura venne pensato come carcere di massima sicurezza per gli adulti. Al Nord le cose non migliorano perché Treviso è in parte carcere per gli adulti. Mancano poi spazi ampi al chiuso o all’aperto come a Bologna e a Potenza. A Catanzaro l’edificio risale agli anni 30. Mancano anche luoghi per praticare sport e Internet è completamente assente. La forte presenza di minori stranieri richiederebbe poi una presenza di operatori in grado di parlare lingue straniere. «L’organizzazione deve tenere conto delle necessità linguistiche, culturali, sociali, familiari, economiche di ragazzi non italiani. Purtroppo la presenza di interpreti, traduttori e mediatori culturali è minima, del tutto insufficiente. Lo staff penitenziario non colma le lacune di comunicazione. Pochi conoscono l’inglese e il francese. Nessuno, com’è ovvio, l’arabo». E tutto questo non aiuta certo il minore a reinserirsi poi nella società, una volta scontato il suo reato.

Cosa è successo sabato al Teatro Quirino. Dove va Sinistra Italiana

Un momento dell'incontro organizzato per presentare il nuovo gruppo parlamentare "Sinistra Italiana" al teatro Quirino, Roma, 7 novembre 2015. ANSA/ALESSANDRO DI MEO
«Il gioco della destra lo fa chi fa la destra con il jobs act, con l’Italicum, con la riforma del Senato e della Rai». Difficile dar torto a Stefano Fassina, che così ha aperto la mattinata, a Roma, che ha visto nascere il nuovo gruppo parlamentare della sinistra, Sinistra italiana, un gruppo che si vorrebbe unitario ma che unitario ancora – fino in fondo – non è. Dicevamo, difficile da torto a Stefano Fassina, anche se molti commentatori si soffermano sulla stranezza di un’assemblea di sinistra dove viene citato – e criticato, indicato come avversario – più volte Renzi e mai Berlusconi.
 
Sono però le parole con cui lo stesso Renzi “saluta” il varo del nuovo gruppo parlamentare, a certificare il livello di scontro, la distanza. Renzi commenta rilanciando su twitter il discorso fatto qualche giorno prima ai parlamentari. In quell’occasione disse: «A sinistra l’operazione che stanno tentando alcuni nostri anche ex compagni di viaggio è secondo me intrisa di ideologismo. La rispetto, ma fa a pugni con la realtà. L’obiettivo della politica è fare i conti con la realtà, non confondere la realtà per ciò che non è. Il loro non è progetto politico, ma delirio onirico». Tra i renziani abbondano commenti irriverenti e sarcastici, sull’età della platea (non bassissima, in effetti), e sulla supposta vocazione alla sconfitta. Orfini si concentra su una battuta, perfetta per le agenzie, ma certo non centrale nell’intervento di Fassina – molto economico e un po’ anche da possibile candidato su Roma: «Happy days era bellissimo. E divertente. Come deve essere la sinistra», dice il presidente del Pd e commissario romano, indossato il giubbotto di pelle di Renzi.
 

Fuori dalla polemica, però, è meglio fare un punto sullo stato dell’arte della sinistra. Per evitare di farsi illusioni, anche, perché al Quirino è andata bene (meno per la gente rimasta fuori dal teatro pieno, ma anche quello è un buon segno), ma non benissimo. Si è annunciato che Joseph Stiglitz sarà il consulente economico del gruppo, ma non c’era Civati, ad esempio, come noto.
 
Questo perché Sinistra italiana è il varo del gruppo parlamentare, gruppo parlamentare che per Civati non può precedere il concretizzarsi di un processo unitario sui territori. Anche qui – un po’ come con i renziani – abbondano i distinguo piccati dei civatiani, lasciati in rete. Lo stesso Civati, intervistato dal Corriere ha voluto distinguersi dicendo «Collaborerò sempre con grande disponibilità. Ma quella platea non è la mia. C’era un ceto molto politicizzato, c’era molto Pd in transito. Noi invece lanciamo la sfida a generazioni diverse». Disponibilità, e stoccata, come se poi non fosse anche lui – e non solo D’Attorre o Fassina – Pd in transito. «I gruppi parlamentari sono a servizio del processo unitario», prova invece a spiegare ancora Alfredo D’Attorre, senza successo. Anzi, servono proprio «per dare subito un luogo capace di attrarre chi è in sofferenza, nel Pd o altrove, in queste ore», dice a Left. E un po’ funziona: «Non riconosco molte facce», dice una vecchia militante di Sel, «in platea, seduti, ci sono molti iscritti del Pd».
Tutto sta, dunque, a capire come procede il resto, visto che Sinistra italiana è solo un primo passo, e neanche risolutivo.
Sabato 14, in edicola, vi aggiorneremo nei dettagli. Ma qualcosa si muove. La rottura con il Pd si sta concretizzando in tutti i territori interessati dalle prossime amministrative (e la rottura ovunque è un altro dei paletti posti da Civati). Se è vero che Sel a Milano ha firmato le primarie (dettaglio subito rinfacciato dai civatiani: «E saremmo noi quelli non unitari?», polemizza Cosseddu), è vero anche che la candidatura di Sala rappresenta poi una via di fuga. A Bologna la frattura con Merola è ormai profonda, e Sel ha deciso ufficialmente di rompere (anche se con qualche malumore in città). A Roma solo la candidatura di Tocci dentro le primarie del Pd potrebbe tentare, ma è improbabile. Un documento condiviso e partorito da un tavolo unitario indica persino una data per l’avvio della costituente: 15, 16 e 17 gennaio. Se tutto va bene, ovviamente.
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«A Madrid l’uguaglianza è di casa», parla Manuela Carmena

Da maggio 2015 è il nuovo sindaco di Madrid, nonché volto degli Indignados al potere. E a chi la definisce “sindaco di Podemos”, Manuela Carmena risponde: «Non sono legata ad alcun partito». Occhi azzurri come il ghiaccio e una lunga storia alle spalle che si inscrive perfettamente in quella della Spagna: avvocato specializzato in Diritto del lavoro e membro del Partito comunista (allora fuorilegge) durante la dittatura franchista, giudice e bestia nera della corruzione giudiziaria durante la transizione democratica, sostenitrice della nuova sperimentazione politica nata con gli Indignados dopo il 2010. La incontriamo in una sala elegantemente rifinita in legno, al terzo piano di via Alcalá 50, a due passi da piazza Cibeles. Le sue risposte, a volte spiazzanti, hanno qualcosa di trascendentale. Quando parla di democrazia partecipativa e forme di potere è difficile non rimanere affascinati. Del resto, come spiegare altrimenti che una signora ex giudice di 71 anni sia diventata la figura di riferimento della generazione 18-30, quella degli Indignados appunto? Il giornalista Roberto Bécares ha definito il fenomeno come “effetto Carmena”. Ma qual è il filo rosso che unisce le tappe della sua carriera? «Combattere le disuguaglianze che non hanno ragione di esistere», risponde senza battere ciglio. Per Manuela Carmena, però, non sono solo rose e fiori. Cinque mesi dopo le elezioni, stampa e opposizione la accusano di condurre una politica volta all’«improvvisazione».

Manuela Carmena, con la sua elezione a sindaco di Madrid è la prima volta che gli interpreti della sperimentazione politica spagnola, iniziata con gli Indignados nel 2011 e continuata sotto il segno di Podemos nel 2014, arrivano a detenere un potere di azione specifico. Sente molta responsabilità?

Non credo che “responsabilità” sia il termine giusto per descrivere ciò che provo. Non essendo il candidato di un partito politico mi sento responsabile soltanto di me stessa.

E cosa prova allora?

Il desiderio di trasformare in realtà quelli che secondo me sono i grandi elementi del cambiamento politico in questo Paese. Voglio dimostrare che è possibile fare politica in una maniera completamente diversa.

Diritto al lavoro, alla casa e alla salute, nonché stop ai tagli alla spesa pubblica. Il programma della sua lista, Ahora Madrid, è così ambizioso che sembra quasi impossibile da realizzare…

Non mi identifico alla lettera con il programma visto che, tra l’altro, è stato definito ancora prima che accettassi l’incarico di guidare il movimento. Attenersi rigidamente ai programmi non è una mossa intelligente…

Però non attenersi può essere una scelta rischiosa…

No, Ahora Madrid è l’incrocio di una moltitudine di istanze. Io mi identifico con le linee strategiche: lotta alla corruzione, alla disuguaglianza, all’inefficienza amministrativa, all’austerità. L’obiettivo è promuovere meccanismi di partecipazione diretta e l’ascolto attivo della voce dei cittadini. Questi sono tutti valori e obiettivi in cui mi riconosco e che perseguiremo.

Come si realizzano concretamente?

Non c’è stato ancora tempo a sufficienza per definire le modalità concrete con cui raggiungere tutti gli obiettivi. Inoltre, parte del cambiamento che promuoviamo risiede proprio nelle modalità di realizzazione: vogliamo allargare la definizione delle strategie al contributo di molte persone. Questo processo è il riflesso di un movimento partecipativo importante e innovativo che però, a volte, può risultare anche inefficiente.

È proprio per questo che i media e i partiti tradizionali la accusano di “improvvisazione politica”.

Un programma elettorale non è mai un programma di governo. E noi avevamo chiara in mente la necessità di realizzare questa trasformazione. Per questo, in funzione degli obiettivi generali, stiamo definendo le linee di azione per i prossimi 4 anni.


 

L’intervista continua sul numero 43 di Left in edicola dal 7 novembre

 

SOMMARIO ACQUISTA

 

 

Viaggio dentro il fortino dei neonazisti del jobbik

ungheria migranti budapest
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In apertura, stazione di Mayar boj, Ungheria. L’arrivo di una donna afghana con suo figlio | foto di Michela AG Iaccarino

La puzza soffoca anche chi è lontano dai vagoni blindati dove viaggiano i migranti, schiacciati in piedi, piangendo e ridendo in pashtun, urdu, arabo, pharsi. I soldati gli stanno muti davanti, non rispondono: «È Croazia, Ungheria o Austria, ahi, fratello?». Intorno ai vagoni fermi da ore dai finestrini cadono piogge di pannolini sporchi, assorbenti, fazzoletti, cicche, bottiglie vuote. «Non siamo morti nella jungle war e moriremo qui?», è l’umorismo dei tre mediterranei siriani a mezzo busto dal finestrino per prendere fresh air. «Mi chiamo Ahmed. Studiavo chimica in Siria», dice qualcuno da un finestrino. «Anche io, tu dove?», chiede un altro ragazzo. La donna curda in fuga da Kamishli, Rojava, è l’unica a chioma scoperta e tinta bionda affacciata dal serpente blu sulle rotaie. È vietato parlare con loro, chi lo fa – se non autorizzato dal governo centrale a Budapest – viene allontanato. Ma le storie sui binari le urlano da metri di distanza: «Macedonia good, Croazia ok, Serbia mafia bad, Ungheria super bad». «Dove siamo? Perché aspettiamo? Siamo fermi da sette ore. Quando ce ne andiamo?». I migranti si affacciano, chiedono: «Frau Merkel? E questa è la Germania?».
Di quelle voci rimane l’eco. Per loro era quasi finita, ultima fermata prima della terra libera. Ci erano arrivati camminando, col coraggio dei polpacci. Era Ungheria ancora aperta, prima che Orban si chiudesse dentro i suoi confini, alzando filo spinato a ogni punto di frontiera. Era giorni fa, ora il baricentro del percorso è cambiato. Nessun migrante attraversa più i campi magiari perché la mappa del nuovo mondo si aggiorna più veloce delle dita sulle tastiere, dei tasselli sparsi di foto stampate, atlanti in fuga dalla prima all’ultima ora, dalla prima all’ultima pagina. Il caso ungherese è un’evidenza. Appena nasce un muro, nasce una nuova rotta. Se il Danubio è blu, la Drava è verde ma al tramonto ci mette poco a diventare grigia. È un fiume che si dirama come un serpente a sonagli, incrociando i confini ungheresi e croati e presto ghiaccerà, diventando terra ferma percorribile invece che una barriera naturale per i migranti. Appena arriva il “carico” si muovono pattuglie di 25 poliziotti ungheresi con guanti bianchi e mascherina sotto i berretti rossi, militari che gli stanno di fronte a gambe divaricate. Una cintura umana di uomini alti come muri, con spalle larghe e tre braccia, uno di ferro del kalashnikov: questa è la terra di frontiera bianca ungherese, fortino del partito neonazista di Jobbik. «I migranti sono una hot potato, ogni Paese li porta al successivo, la Macedonia alla Serbia, la Serbia alla Croazia, loro a noi. Non sappiamo quando arrivano, la polizia croata ci chiama e dice la cifra di uomini che ci sta mandando». La guardia di frontiera sta accanto al filo spinato e alle barriere di ferro, corridoi che convogliano siriani e iracheni direttamente ai vagoni. Neppure un passo in terra civile ungherese. «Dal 20 settembre più di mille al giorno», la guardia mostra il foglio dei dati: «Solo qui abbiamo superato i 13mila».


 

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Maledetta reperibilità. Come è cambiato il lavoro dopo internet e gli smartphone

Ciao sono io / Buonasera Dottore / Amore mio / Sì mi dica / … Vieni almeno per un po’… stasera non dirmi di no / No, no, stia tranquillo. Adesso faccio un salto da lei.
Era il 1974 – ricorderete, Claudia Mori che cantava languida al telefono – per comunicare bisognava parlarsi e il filo del telefono raramente collegava sfera lavorativa e privata. Nella società industriale, la concentrazione spaziale dei lavoratori necessitava di una rigida sincronia degli orari, i cancelli della fabbrica dividevano luoghi fisici, ma anche spazi mentali: dentro il tempo di lavoro, fuori il tempo soggettivo, separati all’istante dalla bollatrice “marcatempo”. I pochi ruoli tenuti a essere reperibili rispondevano a emergenze oggettive: il medico svegliato da un’urgenza, il pompiere che salta giù dal tubo, il magistrato sul luogo del delitto. I giornali raccontavano che il “bottone rosso” per lanciare i missili nucleari era pronto 24 ore su 24, a sottolineare tutta l’eccezionalità dell’assenza di scansione temporale.

pronostico demone della reperibilità

Poi, con la rivoluzione dei mezzi e degli strumenti di comunicazione degli anni Ottanta, i mercati globalizzati iniziano a operare senza sosta. Mentre le distanze fisiche si accorciano, i tempi della produzione e degli scambi si dilatano, senza più distinzione tra giorno e notte, feriali e festivi. I primi a sperimentare l’invadenza del lavoro nella vita privata sembrano perfino privilegiati: uomini d’affari orgogliosi di farsi ritrarre con ingombranti telefoni portatili mentre impartiscono ordini dal bordo della piscina, e vincenti manager, patologici workaholic. Nel nuovo secolo tocca al popolo.
Il vecchio istituto contrattuale della reperibilità “sul” lavoro normava le fasce orarie e i relativi compensi, che si aggiungevano al salario; la legge Biagi del 2003 introduce la reperibilità “per” il lavoro: nel “lavoro a chiamata” il dipendente just in time viene utilizzato e retribuito occasionalmente, oltre a percepire un modesto indennizzo per l’attesa davanti al telefono. Ciao sono io / Ah, ciao, speravo fosse il Dottore vero. Oggi non serve nemmeno l’indennizzo, perché la tecnologia digitale sta estendendo il modello Uber a svariate prestazioni: autisti, facchini, pulitori, artigiani sempre connessi per rincorrere poche ore di servizio retribuito. Perfino per fare i disoccupati occorre essere reperibili: i beneficiari della Naspi devono partecipare ad attività di formazione e orientamento comunicate con un preavviso minimo di 24 ore e massimo di 72 ore, altrimenti possono perdere il lauto sostegno al reddito. Sia mai che se la spassino alle Maldive.


Lo stress di chi è reperibile è dovuto all’imprevedibilità. Non conta quanto squilla il telefono, ma quanto rimane acceso. Non pesa lavorare di più, ma non “staccare” mai


Per tutti gli altri, scelta e costrizione si confondono. Smartphone e tablet collezionano, spesso volontariamente, ogni dettaglio della vita familiare, sociale e lavorativa, sfumandone sempre più i reciproci confini. La pasta e broccoli cucinata nel week end si condivide (solo virtualmente) con amici e colleghi, ma nell’altra direzione anche i file di lavoro varcano i cancelli, salgono sul bus, entrano in casa, reclamano attenzioni, notifiche, mail di risposta. Da benefit e simbolo di status, il telefonino aziendale si è rivelato essere la pesante palla al piede che incatena al lavoro. Vale sempre di più anche per i dispositivi personali: ore di coda all’Apple Store per comprare una palla più pesante e una catena più stretta. Si scopre ora che lo stress da iper-connessione può danneggiare salute e produttività e molte multinazionali hanno già introdotto dei limiti, vietando l’invio di messaggi dopo le 18 o addirittura spegnendo i loro server (come la Bayer). Misure analoghe potrebbero presto entrare nel codice del lavoro in Francia, dove uno studio governativo ha caldeggiato il “diritto alla disconnessione”. Ben venga dunque la riduzione del danno.

 

Il demone della reperibilità, da cui ha preso ispirazione questo articolo, in una striscia del blog di Zerocalcare

Tuttavia non è solo un problema di tecnologie e della loro regolamentazione, ma del sistema produttivo e culturale a cui queste concorrono. Se l’operaio-massa (idem l’impiegato) deve eseguire operazioni ripetitive e standardizzate, all’impresa è sufficiente il rigido controllo gerarchico, nelle otto ore date. Ma nell’industria specializzata e nel terziario avanzato è necessario mettere all’opera tutte le risorse intellettuali ed emotive dei dipendenti. Secondo i filosofi francesi Pierre Dardot e Christian Laval «il problema oggi è governare un essere la cui soggettività deve essere integralmente coinvolta nell’attività che gli è assegnata. […] far sì che l’individuo lavori per l’impresa come farebbe per se stesso». Più che il bastone serve la carota: autonomia organizzativa ed elasticità dei tempi. Il boss della Virgin Richard Branson intende eliminare orari, uffici fissi, ferie contingentate: ogni dipendente – sostiene – è responsabile di se stesso, decide lui quando e dove lavorare in funzione degli obiettivi dati. Scompare così qualsiasi barriera di separazione fisica, temporale e psicologica dalla vita privata. Scompare lo stesso concetto di reperibilità, che presuppone ancora una distanza tra lavoro e vita. Giacché questa immaginifica visione di futuro lascia intatta solo la vecchia cara libertà di licenziamento, non pare esattamente una pacchia.


 

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Tecnici, manager, prefetti affinché decida tutto Renzi

paolo tronca papa francesco
PAPA FRANCESCO JORGE MARIA BERGOGLIO FRANCESCO PAOLO TRONCA COMMISSARIO PREFETTIZIO

Francesco Paolo Tronca è lì, sorridente, saluta con la mano. È sul balcone che dall’ufficio del sindaco di Roma guarda i Fori, in posa per i giornalisti. Il problema è che sembra un sindaco vero, di quelli eletti, Tronca, mentre è solo un commissario prefettizio, nominato da governo e prefettura per svolgere l’ordinaria amministrazione fino a nuove elezioni. Un traghettatore, invece, è e sarà Tronca. E norma (anzi, norma no, perché il Testo unico degli enti locali non pone formali limiti. Diciamo “buonsenso”) vorrebbe si mantenesse un profilo basso, anche per non dare modo a nessuno di immaginare che la missione possa esser utilizzata per futuri trampolini. E invece Tronca è lì, saluta e ti immagini che stia per arrivare George Clooney, Monica Bellucci, o Obama, o papa Francesco, che in effetti è arrivato, in qualche modo, e si è concesso per una foto ricordo. Dopo aver lasciato il balconcino, Tronca, sempre con la fascia tricolore indosso, è andato infatti al Verano nel primo giorno del suo nuovo lavoro. Lì c’era il papa per la messa di Ognisanti e ci ha guadagnato una stretta di mano con riverenza (di Tronca, ovviamente) e frasi di incoraggiamento da rigirare alle agenzie di stampa («Il Papa mi ha detto che bisogna avere forza e energia». Ma va?). Se il sindaco fosse stato ancora Marino si sarebbe detto che si era imbucato ancora una volta. Qualche giornalone avrebbe titolato una cosa tipo: «Marino insegue il papa al cimitero per strappare una stretta di mano». Con Tronca no. Tronca è benvoluto, anche dal Vaticano, che non ha mai fatto mancare la sua voce sulle vicende di Marino, contribuendo non poco all’opera di demolizione dell’ex sindaco. Tronca ha una serie di trattamenti di favore, tra cui il cordone della borsa di palazzo Chigi che per lui – e non per Marino – si apre, trovando fondi aggiuntivi per la gestione del Giubileo (per i dettagli leggete il pezzo di Viettone, che segue). La cosa è curiosa, ma non stupisce visto che è da palazzo Chigi che sono partiti i più influenti imput alla cacciata di Marino e al conseguente arrivo di Tronca (di un Tronca qualsiasi), che all’Expo si è occupato dell’ordine pubblico, a Milano chiese a Pisapia di «cancellare le trascrizioni dei matrimoni contratti all’estero fra persone dello stesso sesso» e in precedenza si occupava dei Vigili del fuoco.


Il Pd Causi auspica «poteri speciali» per il già potente commissario Tronca. L’obiettivo è usarlo per recuperare consenso e «giocarsela»


Matteo Renzi ha voluto fortemente che Marino lasciasse il Campidoglio, e che arrivasse un prefetto. Anzi. Un dream team, come dice lui, e i giornali subito ripetono, diffondendo il mito dell’efficienza dei tecnici. Poi, che porti a un approccio più securitario, e più di destra, pazienza. Anche che si inneschi una competizione tra i due commissari che ora governano la città, pestandosi i piedi, Gabrielli con le deleghe per il Giubileo, e Tronca, per il Comune, non importa. Non importa molto neanche quello che hanno scelto gli elettori con i loro voti, sempre più spesso, sempre più a lungo. Ed è Marco Causi, che di Marino era il vicesindaco e quello che (con Stefano Esposito, il NoTav che non ha mancato una polemica e che è riuscito a far litigare Marino pure con i ciclisti) avrebbe dovuto rilanciare l’opera della giunta, a chiedere che Tronca sia anche più di un commissario, che faccia più dell’ordinaria amministrazione. «Nelle condizioni odierne il Pd rischia di non arrivare neanche al ballottaggio», dice Causi, «occorre il massimo impegno del governo per risalire la china. E questo avverrà soltanto se non verranno dati al commissario solo indirizzi per gestire l’ordinaria amministrazione. Occorre affrontare le emergenze della città usando poteri straordinari concessi dal governo. Se questo avverrà ce la potremo giocare».


 
 
 
 

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La Lega punta su Bologna. Ma come mai?

«Saremo 100mila» assicura Matteo Salvini, pronto alla “calata” su Bologna per la giornata di «liberazione nazionale dal premier». E per la sua Pontida in terra d’Emilia, chiama a raccolta un «nuovo centro destra».
Attorno al Nettuno sbarcheranno 400 pullman di celti da Lombardia e Veneto (700 previsti da tutto lo Stivale), e 35 da tutta la Regione. Siccome in un comizio del Carroccio il folklore rustico non può mancare, dalla Toscana annunciano perfino la presenza di una ruspa. E naturalmente tutti i rappresentanti locali che a partire da mezzogiorno sfileranno insieme al leader sul palco: Alan Fabbri, capogruppo in Regione, Fabio Rainieri, segretario della Lega Nord Emilia e Jacopo Morrone, segretario della Lega Nord Romagna. Ancora però, nessun candidato ufficiale comune da spingere sullo scranno di Palazzo d’Accursio, non se ne abbia la favorita e già incoronata dalla Lega, Lucia Borgonzoni (capogruppo in Comune).
E poi Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi.

Al di là della commedia a due con quest’ultimo, “vengo-non vengo-dai vieni-vabbeh”, una cosa è innegabile: con o senza Forza Italia, con o senza tutto lo stato maggiore nazionale e locale presente oggi sul palco di Piazza Maggiore, la Lega Nord da anni anela a prendersi il capoluogo emiliano-romagnola. Ma perché proprio Bologna?

Anzitutto, c’è da considerare che il “modello Emilia-Romagna” è in crisi. Il legame  partito-cooperative e la garanzia corrispondente di posti di lavoro e buoni servizi, è un mito un po’ scrostato. Le fabbriche dell’eccellenza locale (dai motori, passando per l’edilizia, fino alla pasta) non garantiscono più la piena occupazione e anche l’artigianato non si sente molto bene. C’è una crepa nel tradizionale rapporto operai-imprenditori nella quale la Lega riesce a inserirsi sicuramente meglio del Movimento 5 stelle, col quale dovrà comunque contendersi la fascia degli elettori “arrabbiati”.

C’è poi un’altra crepa che percorre il terreno della regione rossa: quello di un Pd sempre più vicino a multi-utilities e grandi opere convenienti a qualche colosso e sempre più distante dal popolo delle sezioni e feste dell’Unità. Non sarà una caso se alle elezioni regionali del 23 novembre 2014, il Carroccio ha sbaragliato, raggiungendo quasi il 30% dei voti. Certo, allora l’affluenza fu a imbarazzanti minimi storici (al 37,71%, rispetto al 68% di 5 anni prima), ma in ogni caso 374,736 persone avevano optato per recarsi alle urne e depositare la loro fiducia (o protesta) sotto forma di X sulla coalizione leghista. Alleanza, quella con Forza Italia e Fratelli d’Italia che non ha influito particolarmente, dato che solo l’8 per cento ha votato gli azzurri e nemmeno il 2 percento i reduci di Alleanza nazionale. Una destra quasi completamente estinta, in Emilia Romagna e in particolar modo a Bologna. Cosa che Salvini sa, ed eventualmente utilizzerebbe per rivendicare ancor più la sua forza.

È stato proprio lo sconosciuto candidato Fabbri, già sindaco di Bondeno (Ferrara), senza bisogno di particolari sforzi a sfondare – e questo nonostante dubbi (ma esilaranti) video come quello qui sotto su cui avevano puntato in campagna elettorale.

  Assieme alla totale assenza di un’alternativa di destra, è proprio questo, il solco che la Lega spera di sfruttare: portare a casa alti numeri che risulterebbero ancor più impressionanti proprio perché localizzati in una regione notoriamente inespugnabile, di sinistra, e storicamente avversa a tutto ciò che Salvini vorrebbe rappresentare.
Oltre dunque a servirgli da volano per dimostrare di avere radicamento su territori popolari e produttivi, dimostrerebbe così anche il fallimento del sistema partitico e soprattutto di governo della sinistra, a questo punto renziana (per quanto questo possa suonare come un ossimoro). È sempre Renzi, ricordiamolo, il suo vero antagonista nella battaglia a candidarsi volto glamour dell’Italia.

In sostanza, come ha detto lo stesso Salvini: «Se devo lanciare la sfida per il futuro a Renzi non lo faccio a Treviso, dove ho il 40%, ma dove ci sono le Coop e la Cgil».

Dunque, in vista delle amministrative della prossima primavera, ci riprovano, a partire dalla giornata di oggi. Salvini si metterà perfino la camicia bianca – cosa che senz’altro farà la differenza – forse per accalappiare la borghese popolazione bolognese con un’immagine di formalità secondo canoni imprenditoriali, è il caso di dirlo, di credo berlusconiano. Ringrazia Berlusconi «per l’intelligenza e la generosità», lo stesso contro il quale ha spesso infierito. Una fra tutte, durante le scorse regionali lombarde: «La presenza di Berlusconi non aiuta a parlare di programmi e proposte concrete, speriamo in un centrodestra nuovo e pulito». Ipse dixit.

berlusconi-defunto-lega-salvini-manifestazione

Sta di fatto che Bologna è pronta da giorni alla risposta. Manifestazioni e cortei hanno scaldato le strade sotto le Due Torri per tutta la settimana, striscioni e murales già annunciano a chiare lettere che la “conquista” non andrà oltre la piazza. Come a circondare al di là dei «sei-settecento metri di cordone» nei quali si barricheranno i pacifisti leghisti (così almeno hanno voluto presentarsi), e al di là dei 1000 rappresentanti delle forze dell’ordine schierati a proteggere quella che, ironia della sorte, è definita la “zona rossa”, un fior fiore di iniziative rappresentanti lo strato della società che il Carroccio vorrebbe andare a conquistare: coordinamento dei migranti, famiglie arcobaleno e organizzazioni trans, centri sociali e movimenti per la casa, raduni antifascisti e commemorazione della Resistenza. Per la giornata di oggi, sono annunciati centinaia di perone in almeno 4 cortei di contestazione, al di là degli scontri con i centri sociali che a Salvini farebbero solo buon giocoUn po’ più delle «quattro zecche» che si aspettava Salvini, che dovrà fare i conti, oggi come a maggio, con numeri ben più alti di una sinistra che, nonostante Renzi, in Emilia-Romagna ancora resiste, è sana, radicata e organizzata.

I suoi più probabili “alleati” alle prossime elezioni? Quelli che, comprensibilmente, resteranno a casa.

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