Un referendum di iniziativa regionale per dire no alle estrazioni petrolifere nei mari italiani. Sono nove le Regioni che oggi si sono impegnate ad approvare in tempi brevi una delibera per promuovere l’abrogazione della parte di Sblocca Italia che dà il via libera alle trivelle.
Riuniti alla Fiera del Levante di Bari, i presidenti di Puglia, Abruzzo, Basilicata, Calabria, Marche e Molise – cui si sono associate a distanza Sardegna, Sicilia e Veneto (che ha manifestato interesse annunciando che se ne discuterà in consiglio il 25) – hanno annunciato le date in cui approveranno in consiglio regionale le delibere contenenti i quesiti.
Comincia domani la Basilicata, seguita da martedì 22 da Abruzzo, Marche Molise, Puglia e Sardegna. Tutte approveranno lo stesso testo per ribadire che davanti alle loro coste va fermata la ricerca e lo sfruttamento di petrolio «per un quantitativo così esiguo che non vale assolutamente la pena di rischiare di compromettere per sempre il nostro mare e il turismo collegato» spiegano.
Entro il 28 settembre tutte le regioni avranno chiesto con delibera l’indizione di un referendum per abrogare, tre gli altri, l’articolo 38 del decreto Sblocca Italia (il n. 133/2014, convertito con modifiche con la legge 164 dell’11 novembre 2014), lo stesso “preso di mira” da uno dei quesiti referendari per i quali sta raccogliendo le firme Possibile.
L’articolo in questione, oltre a dichiarare di interesse strategico nazionale le attività di «prospezione, ricerca e coltivazione di gas e petrolio», rende sufficiente una concessione unica e assegna al ministero dell’Ambiente i poteri sostitutivi nel caso le Regioni non completino ile procedure di Valutazione dell’impatto ambientale entro il 31 dicembre. E l’autorizzazione avrà anche effetto di variante urbanistica.
Prossimo appuntamento delle regioni anti-trivelle, il 9 ottobre, per fare il punto della situazione a valle dell’approvazione delle delibere. Il governatore della Puglia Michele Emiliano, smorza i toni e sottolinea che non è una rivolta contro il governo Renzi, ma che l’intento è quello di puntualizzare le prerogative costituzionali delle Regioni.
Dal canto loro, le associazioni ambientaliste e i comitati locali, presenti all’incontro di questa mattina a Bari, festeggiano il punto segnato «a favore delle energie pulite e contro gli interessi della lobby petrolifera che pressa il governo». Ma a decidere la partita, se non arriva prima una modifica parlamentare della norma, saranno le urne.
Quasi 40 anni fa, esattamente tra il 16 e il 18 settembre 1982, si compiva uno dei peggiori e agghiaccianti massacri della storia: quello delquartiere di Sabra e del campo profughi di Chatila, entrambi posti alla periferia ovest di Beirut, in Libano. Tra i 1500 e i 3000 palestinesi furono barbaramente uccisi dalle falangi cristiano maronite libanesi e dall’esercito del Libano del Sud, con la complicità di Israele, che aveva lanciato la sua operazione “Pace in Galilea”, invadendo il paese per la seconda volta. Quella guerra fece 20.000 vittime e distrusse un intero paese. Bombardamenti, bombe a grappolo e al fosforo, ridussero il Libano e la sua capitale ad un cumulo di macerie fumanti. Ed è nella periferia della capitale che l’esercito libanese ordinò lo sterminio finale. La guerra, iniziata nel giugno del 1982 su suolo libanese e condotta da Israele per combattere l’OLP, l’organizzazione per la liberazione della Palestina guidata da Yasser Arafat, stanziata ormai in Libano dal 1948, raggiunse il suo apice all’inizio del mese di settembre. Dopo l’attentato dinamitardo a Bashir Gemayel, da poco eletto Presidente del Libano, le forze israeliane, alleate del governo libanese, occuparono Beirut Ovest. Il generale dell’esercito israeliano Ariel Sharon decise di chiudere ermeticamente i campi profughi e di mettere cecchini sui tetti di ogni palazzo. Niente e nessuno poteva entrare nei campi. Ebbero quindi gioco facile le milizie cristiane libanesi, costituite dai falangisti: dinanzi a loro quasi solo donne, anziani e bambini.
Ariel Sharon, generale dell’esercito israeliano, decise di chiudere ermeticamente i campi profughi e di mettere cecchini sui tetti di ogni palazzo. Le milizie cristiane libanesi ebbero gioco facile. Mai uno sterminio così atroce fu compiuto sotto gli occhi di un esercito di un paese democratico.
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Pochi giorni prima, infatti, si era firmato un accordo per il quale i fedayin palestinesi, militanti della guerriglia armata palestinese contro lo Stato israeliano, avevano accettato di lasciare il Libano in cambio della garanzia di una protezione internazionale sulla popolazione palestinese rimasta. Ma la protezione non ci fu. Persone inermi, indifese e disarmate furono sgozzate come animali, le donne violentate, i corpi dei bambini sventrati e mutilati. Mai uno sterminio così atroce era stato compiuto sotto gli occhi di un esercito e di un paese democratico.
Quando i giornalisti stranieri e la Croce Rossa entrarono nei campi il giorno dopo provarono solo orrore. Sembrava di vivere in un incubo: donne che urlavano sui corpi dei loro cari, che vagavano tra i vicoli, bambini che piangevano in mezzo ai corpi senza vita stesi sotto il sole. Elaine Carey, giornalista del Daily Mail, in un articolo del 20 settembre 1982, raccontò così la tragedia di quei giorni: «Nella mattinata di sabato 18 settembre, tra i giornalisti esteri si sparse rapidamente una voce: massacro. Io guidai il gruppo verso il campo di Sabra. Nessun segno di vita, di movimento. Molto strano, dal momento che il campo, quattro giorni prima, era brulicante di persone. Quindi scoprimmo il motivo. L’odore traumatizzante della morte era dappertutto. Donne, bambini, vecchi e giovani giacevano sotto il sole cocente. La guerra israelo-palestinese aveva già portato come conseguenza migliaia di morti a Beirut. Ma, in qualche modo, l’uccisione a sangue freddo di questa gente sembrava di gran lunga peggiore».
«La guerra israelo-palestinese aveva già portato come conseguenza migliaia di morti a Beirut. Ma, in qualche modo, l’uccisione a sangue freddo di questa gente sembrava di gran lunga peggiore»
Elaine Carey, giornalista del Daily Mail, in un articolo del 20 settembre 1982
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Loren Jankins, autorevole firma del Washington Post, raccontò con altrettanto crudo realismo l’orrore a cui stava assistendo inerme: «La scena nel campo di Chatila, quando gli osservatori stranieri vi entrarono il sabato mattina, era come un incubo. In un giardino, i corpi di due donne giacevano su delle macerie dalle quali spuntava la testa di un bambino. Accanto ad esse giaceva il corpo senza testa di un bambino. Oltre l’angolo, in un’altra strada, due ragazze, forse di 10 o 12 anni, giacevano sul dorso, con la testa forata e le gambe lanciate lontano. Pochi metri più avanti, otto uomini erano stati mitragliati contro una casa. Ogni viuzza sporca attraverso gli edifici vuoti – dove i palestinesi avevano vissuto dalla fuga dalla Palestina alla creazione dello Stato di Israele nel 1948 – raccontava la propria storia di orrori. In una di esse sedici uomini erano sovrapposti uno sull’altro, mummificati in posizioni contorte e grottesche».
Nelle foto: alcune donne durante le commemorazioni della strage mostrano le foto dei loro cari vittime del massacro
Il 16 dicembre 1982, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con una risoluzione condannò il massacro, definendolo un atto di genocidio. L’8 febbraio 1983, la Commissione Kahan, istituita dal governo israeliano stesso, giunse alla conclusione che i diretti responsabili dei massacri erano state le falangi libanesi, guidate da Elie Hobeika. Hobeika non fu mai processato e durante gli anni novanta fu più volte deputato e ministro in vari Governi libanesi, avvicinandosi sempre più alla Siria. Morì il 24 gennaio 2002 in un attentato.
Pertini in Libano
La stessa Commissione ammise la responsabilità indiretta del Primo Ministro israeliano Menachem Begin, del Ministro della Difesa Ariel Sharon, del Capo di Stato Maggiore Rafael Eitan e di altri ufficiali per aver ignorato quanto stava accadendo e non aver cercato di fermare il massacro. La Commissione suggerì inoltre le dimissioni di Sharon, mai attuate. Il 31 dicembre 1983, durante il discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini, dopo essere stato a Sabra e Chatila, condannò con dure parole gli esecutori dell’eccidio di massa: «Io sono stato nel Libano. Ho visto i cimiteri di Sabra e Chatila. E’ una cosa che angoscia vedere questo cimitero dove sono sepolte le vittime di quell’orrendo massacro. Il responsabile dell’orrendo massacro è ancora al governo in Israele. E quasi va baldanzoso di questo massacro compiuto. E’ un responsabile cui dovrebbe essere dato il bando dalla società». A 33 anni di distanza, invece, i colpevoli del brutale eccidio rimangono ancora impuniti e le vittime, i palestinesi, ancora senza pace e senza giustizia.
Nella foto in testa all’articolo un fotogramma del film-grafic novel “Valzer con Bashir” che racconta anche i fatti di Sabra e Chatila
Il serpente aveva detto ad Eva che la conseguenza del mangiare i frutti dell’albero proibito sarebbe stata l’ «apertura degli occhi» e il diventare «come Dio» (o «come una divinità»), cioè in grado di discernere il bene dal male.
Il resto della storia la conoscete. Il morso, la caduta, la mortalità. Il peccato originale. La donna tentatrice, “porta del male” addirittura. Male inteso come capacità di discernere? Come apertura degli occhi? Come lascivia? Comunque secoli di roghi. Io li ho studiati tutti, dalle prime herbarie, donne medico nelle campagne dei secoli alto medievali che dispensavano cure, per aiutare la vita e la morte alleviandone i dolori, alle streghe dei secoli basso medievali bruciate nelle piazze dell’Inquisizione. Le stesse donne a cui la Chiesa tolse il “patentino” di curatrici. Perché quelle cure, quella conoscenza o anche solo quella prassi era opera del demonio, era male e non bene. Il dolore, la morte, la vita erano un dono di Dio. E nessuna poteva interferire.
Secoli di gloriosa ribellione delle donne. Indimenticabile Ildegarda di Bingen, Trotula di Salerno e tutte quelle anonime donne “porte del male”, tentatrici dagli “occhi aperti” che, nascoste si opposero, al modello di madre e moglie imposto dalla Chiesa di Roma.
Tremo all’idea che ci venga tolto anche questo. Anche questo glorioso passato di identità di tentatrici, di peccatrici, di porte di un “male” che io intendo come rottura di schemi, ricerca di conoscenza, ribellione a quel modello di vita e di umanità, per schiacciarci in quello che Francesco ha chiamato: «Una teologia della donna che sia all’altezza di questa generazione di Dio». E temo anche quei tutti che subito gridano “bravo Francesco, quanto è moderno Francesco”.
Possibile che non si accenda alcuna spia di allarme nella mente di nessuno di questi? Perché lo fa? perché lo dice? Perché farlo in un momento in cui i roghi non si rischiano più, al limite si rischia la “definitiva” libertà di dire No. No al matrimonio, no ai figli. No. “Sacrosanti” no. «La donna, ogni donna, porta una segreta e speciale benedizione per la difesa della sua creatura dal maligno, come la donna dell’Apocalisse che corre a difendere il figlio dal drago e lo protegge», ha detto il papa. Ha spiegato il motivo, non siamo il male, anzi noi, donne, produciamo e proteggiamo i figli dal male. Madri dunque. Sempre e solo madri. Custodi di piccoli animali possibili prede del male. «Cristo è nato da una donna – ha aggiunto poi durante l’udienza di qualche giorno fa a piazza San Pietro – e questa è la creazione di Dio sulle nostre piaghe, sui nostri peccati, ci ama come siamo e vuole portarci avanti con questo progetto, e la donna è la più forte nel portare avanti questo progetto». Sì Cristo è nato da una donna, è vero. Illibata lei e illibata sua madre che l’ha generata. Dunque il modello è quello: madre e moglie, per giunta illibata. Che porta avanti questa creazione di Dio sulle nostre piaghe e sui nostri peccati.
Allora io vi dico, timidamente ed educatamente, grazie No. Preferisco la tentatrice, la peccatrice.
La donna non è il male, per il papa che vuole rompere questo offensivo luogo comune, perché salverebbe la famiglia (quella tra uomo e donna ovviamente) e la famiglia poi («questa alleanza, la comunità coniugale-famigliare dell’uomo e della donna è la grammatica generativa, il ‘nodo d’oro’, potremmo dire. La fede la attinge dalla sapienza della creazione di Dio: che ha affidato alla famiglia non la cura di un’intimità fine a se stessa, bensì l’emozionante progetto di rendere domestico il mondo») salverebbe il mondo dal disastro.
Ecco, io il mondo non lo voglio rendere domestico, non voglio essere liberata da nessun male se questo vuol dire essere riconosciuta solo come madre e moglie all’interno di quel progetto sulle nostre piaghe e i nostri peccati.
La foto scioccante del bambino siriano morto sulla spiaggia ci apre gli occhi sul modo disumano e criminale con cui l’ Europa tratta l’emigrazione? Oppure pubblicarla aiuta solo le nostre lacrime di coccodrillo? In molti dicono invece che quella foto scattata sulla spiaggia di Bodrum è come quella della bambina vietnamita che scappava dalle bombe al Napalm, che è diventata un simbolo imperituro della ferocia della guerra americana in Vietnam. E se è vero, come sostiene un fotoreporter come Ferdinando Scianna in Etica e fotogiornalismo (Skira), che non esiste un’etica specifica della fotografia ma esiste un’etica più generale che viene dal rapporto con la realtà dell’altro, è pur vero che situazioni drammatiche che il fotorepoter è chiamato a documentare fanno scattare una ridda di domande su ciò che è lecito o meno, andando alla ricerca dei modi migliori, più efficaci, emotivamente potenti e insieme rispettosi di fare questo mestiere.
Proprio di questo si discuterà alla VI edizione del Festival della Fotografia Etica che prenderà il via il 10 ottobre a Lodi.
Elena Anasova, L’intimo dell’uniforme ha una sola taglia
Nata nel 2010 la kermesse ideata dal Gruppo fotografico progetto immagine invita ad approfondire e discutere in dibattiti, esposizioni e workshop temi che chiedono al repoter una particolare sensibilità e attenzione verso i soggetti fotografati. Spesso si tratta di bambini che giustamente, come avverte la nostra Carta di Treviso, si possono fotografare solo se questo è nel loro interesse, se li aiuta ad uscire da situazioni difficili e che mettono a rischio la loro vita. Più in generale il fotoreporter si trova a che fare con situazioni di guerra o di oppressione che devono essere denunciate e fatte conoscere al grande pubblico ma in modo rispettoso verso chi vi si trova coinvolto. Un caso emblematico è quello che riguarda i migranti, di fatto, truffati e abusati dagli scafisti nel Mediterraneo ma anche violentati dagli obiettivi di fotografi che non ne rispettano la dignità di essere umani e che soffiano sul fuoco dell’allarmismo. Per mostrare come la fotografia in questo caso possa evitare le trappole della retorica e, peggio ancora, del razzismo, Fotografia etica si è affidata a Jocelyn Bain Hogg e a Massimo Sestini rilanciando il suo celebre scatto di un barcone carico di gente ripreso dall’alto; immagine diventata a sua volta un simbolo, in questo caso dell’epos dei migranti.
Un altro filone della rassegna che proseguirà fino al 25 ottobre riguarda la sfera nutrizionale, il cibo e la sua produzione. Sotto il titolo Il cibo che uccide sono riunite quattro mostre che indagano realtà drammatiche, si tratta di Under Cane: A Worker’s Epidemic di Ed Kashi, A Life Apart: The Toll of Obesity di Lisa Krantz, El costo humano de los agrotóxicos di Pablo Ernesto Piovano e Terra Vermelha di Nadia Shira Cohen e Pablo Siqueira. Una sezione della mostra sarà riservata alle Ong presentando i lavori commissionati da alcune organizzazioni non governative ad alcuni fotoreporter di fama o emergenti. Mentre della sezione Uno sguardo sul mondo, faranno parte una serie di mostre importanti, come Tra terra e nuvole – cronache dalla Grecia di Francesco Anselmi,Black Days of Ukraine di Valery Melnikov e Where Love is Illegal di Robin Hammond. Last but not least il premio: The World Report Award Documenting Humanity quest’anno è stato assegnato a Giorgio Piscitelli, Elena Anasova, a Mariano Silletti
Il suo nome significa “mare nostro” – i genitori divisi dal mar Adriatico lo chiamarono così – e Detjon Begai, attivista del centro sociale Labàs di Bologna ne va particolarmente fiero. Lo ha anche detto all’assemblea di Coalizione sociale domenica 13 settembre focalizzando l’attenzione – più di altri – su un tema su cui la sinistra, ha sottolineato, «non ha una narrazione forte»: i migranti e la situazione storica che l’Europa sta vivendo. Tra l’altro, quando ha parlato era appena tornato da un viaggio, insieme a due compagni dei centri sociali, nell’Ungheria dei fili spinati e delle migliaia di siriani in fuga. Dove già si preannunciava la violenza di queste ultime ore. A Detjon, studente di Giurisprudenza a Bologna nato 24 anni fa in Albania e arrivato a 10 mesi in Italia chiediamo di raccontare a Left le sue impressioni sul viaggio in Ungheria ma soprattutto una riflessione su come la sinistra si pone rispetto al problema dei flussi migratori così impetuosi e carichi di responsabilità da parte di tutta l’Europa.
Cominciamo dal viaggio in Ungheria. Com’è che siete partiti?
La situazione stava evolvendo, erano i giorni in cui la marea di migranti era ferma alla stazione a Budapest. Siamo partiti in tre, non avevamo le idee chiare ma siamo rimasti colpiti da quella straordinaria rete – Refugee convoy – organizzata attraverso i social da centinaia di cittadini austriaci. Un atto di disubbidienza civile, con tutte quelle auto che andavano a prendere i profughi in Ungheria per portarli in Austria. Una volta arrivati a Budapest, siamo andati alla stazione centrale, dove allora la situazione si era un po’ normalizzata, con i convogli che partivano e venivano accolti tra gli applausi in Germania.
Poi siete andati anche al confine con la Serbia, al famigerato campo di Roszke.
Lì abbiamo assistito all’inganno in cui sono stati fatti cadere i profughi. Dalla Serbia li avevano trasportati in autobus facendogli credere che li avrebbero portati a Budapest, invece li hanno scaricati nel campo a un chilometro dal confine. Nei giorni successivi abbiamo assistito agli scontri, violenti, che però non sono stati documentati. I profughi erano ammassati a migliaia in un campo dove erano separati per settori. Li controllavano continuamente, dandogli solo un pezzo di pane e una bottiglietta d’acqua la mattina mentre la notte era un Far West, perché cercavano di scappare in tutti i modi possibili. Lo stesso luogo in cui la reporter ungherese ha preso a calci coloro che cercavano di forzare il blocco.
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(Le foto scattate da Detjon Begai a Roszke)
E adesso costa accadendo in Europa a livello di movimenti sul tema dei migranti?
È aumentato il livello di discussione e anche di azione. Noi facciamo parte della rete di Blockupy – la stessa che protestò a Francoforte -, questo week-end si riunisce per preparare la manifestazione del 15-17 ottobre, in cui ci sarà una giornata dedicata al tema dei confini. Le cose sono in continuo movimento: oggi mi è arrivata una mail dalla Slovenia dove vogliono formare una carovana che vada verso la Croazia (dove si stanno concentrando i profughi che non possono passare dall’Ungheria Ndr).
Veniamo alla sinistra, tu hai parlato chiaro all’assemblea della Coalizione sociale. Hai detto di un’assenza di riflessione sul problema dei migranti.
Quello di sinistra è stato un europeismo non abbastanza antirazzista. La sinistra si è costruita una narrazione debole, è stata “mangiata” proprio sul tema dei confini e di una nuova idea di cittadinanza. Come si fa a ripensare l’Europa se non si affronta il tema dei diritti dei cittadini in questa fase storica? A me ha stupito molto questa carovana di auto partita dall’Austria, mi è sembrato un gesto di consapevolezza politica straordinaria, oltre che un atto concreto che li ha strappati, per esempio, dalle mani dei trafficanti.
Forse è arrivato il momento in cui a sinistra ci si ponga il problema dei migranti dal punto di vista più “alto” nell’ambito di una lotta per l’uguaglianza di tutti gli esseri umani?
Il dibattito italiano è molto schiacciato sul tema dell’accoglienza. Ma stiamo sottovalutando il tema della libertà di scelta: i migranti devono avere il diritto di arrivare a destinazione, questo è il punto. Non c’è dubbio che bisogna fare di più, e anche interpretare la migrazione con nuove categorie e non con più con quelle del passato. Ho provato a dirlo alla Coalizione sociale: cos’è un atto solidale e cos’è un atto politico? E questo lo dico anche come autocritica perché appartengo al mondo dei movimenti e di centri sociali. Abbiamo sempre visto questo tema dei migranti da un punto di vista caritatevole – le scuole di italiano, i servizi -, in realtà in questo momento di fronte a una trasformazione epocale del genere, qualunque atto tu fai di sostegno ai migranti è di sicuro un atto politico e questo va rivendicato. Non si deve sfilare per i migranti ma a fianco dei migranti. La loro pressione ora sta trasformando l’Europa, perché sia accogliente, rompa le disuguaglianze. Come si fa a slegare il sistema dell’austerity e il nazionalismo con il discorso dei confini?
All’interno della Coalizione sociale il tema non è ancora un po’ debole?
Nei partiti e nei movimenti sta cambiando tutto a sinistra, con percorsi comuni anche se un po’ caotici, anche difficili da leggere, ma un po’ di fermento c’è. Dentro la coalizione sociale, negli ultimi giorni c’è stato un buon dibattito, penso che si sono evidenziate azioni di solidarietà importanti e esplicitamente politiche. Mi riferisco anche all’Arci con cui, per esempio, noi che veniamo dai centri sociali, in passato non c’è mai stata una sinergia. Adesso invece, si possono trovare modi di lavorare comuni; in questo senso l’intervento di Filippo Miraglia (vicepresidente e responsabile immigrazione Arci Ndr) è stato positivamente radicale. Insomma, bisogna stare con i migranti che sono il diritto vivente di questa Europa, rispetto al diritto morto dei trattati che fanno morire le persone in mare.
In Lombardia, se sei un albergatore e ospiti dei profughi (e ricevi per questo i contributi dello Stato), non riceverai i contributi regionali. È quanto deciso – e approvato – ieri dal Pirellone. Un pratico disincentivo di cui è molto fiero il governatore leghista Roberto Maroni. E ancor di più Matteo Salvini, che non ha aspettato nemmeno una manciata di minuti per esultare sul suo (solito) twitter. L’emendamento – discusso a lungo e spesso al centro di dure polemiche – alla fine è stato approvato ed è quindi legge. Maroni, per portare a casa questo risultato ha dovuto fare un paio di passi indietro: il testo originale prevedeva pure una sanzione da 5 a 10mila euro e la sospensione dell’attività da sei mesi a un anno per i gestori delle strutture alberghiere. Ma alla fine ha potuto contare su una maggioranza che va da Forza Italia alla Lista Maroni e tiene dentro Ncd. Sì, proprio Ncd, che su questa vicenda mette a nudo una forte spaccatura. Roma, che ha a capo del Viminale il massimo esponente di Ncd, minaccia di impugnare questa legge presso la Corte costituzionale come discriminatoria.
La nuova legge regionale, di fatto, si rivela penalizzante nei confronti degli albergatori che ospitano – o hanno ospitato – profughi: non potranno ricevere i contributi regionali per acquisto, costruzione, riqualificazione, ristrutturazione e ammodernamento degli immobili. Non potranno contare sulla loro Regione, insomma. E l’unica “salvezza” è dimostrare di essere stati costretti dal prefetto.
Il Testo dell’emendamento approvato
«I contributi di cui al comma 1, nel caso in cui i richiedenti siano strutture ricettive alberghiere e non alberghiere ai sensi della presente legge, possono essere concessi esclusivamente qualora il fatturato o il ricavato dell’attività ricettiva degli ultimi tre anni sia integralmente derivante dall’attività turistica. Nel fatturato o ricavato non sono computate le entrate relative ad attività conseguenti a clamità naturali o altri eventi determinati sda disastri naturali o incidenti di particolare rilevanza o altresì in esecuzione di specifici provvedimento coattivi». (emendamento 113 alla legge regionale sul turismo in Lombardia)
Registrateli, registrateli, continua a chiedere l’Europa. Ma poi, pur riuscendo a registrarli, dove vanno a finire? Il sistema Dublino – ricordiamo – è ancora in vigore, nonostante le buone intenzioni. E le quote – ricordiamo anche questo – sono ancora sulla carta, nonostante gli infiniti vertici. Perciò l’Italia, come anche la Grecia e adesso i Paesi di frontiera dell’Est Europa, continua a ricevere migranti, ogni giorno, senza sosta.
Qual è lo stato dell’accoglienza in Italia?
I grandi centri sparsi sul territorio nazionale sono 23, sono elencati sul sito del ministero dell’Interno. E ospitano 32.471 stranieri (dato di fine 2014). La Regione che ne conta di più è la Sicilia.
I 4 Centri di primo soccorso e accoglienza (Cpsa) ospitano gli stranieri al momento del loro arrivo in Italia: prime cure mediche, fotosegnalazione, richiesta protezione internazionale. Successivamente, a seconda della loro condizione, vengono trasferiti nelle altre tipologie di centri.
Le 14 strutture tra Centri di accoglienza (Cda) e Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara): garantiscono prima accoglienza allo straniero rintracciato sul territorio nazionale per il tempo necessario alla sua identificazione e all’accertamento sulla regolarità della sua permanenza in Italia. Nel Cara vengono inviati gli stranieri irregolari che richiedono la protezione internazionale, per l’identificazione e l’avvio delle procedure relative alla protezione internazionale.
I 5 Centri di identificazione ed espulsione (Cie): per stranieri giunti in modo irregolare non fanno richiesta di protezione internazionale o non ne hanno i requisiti. Il tempo di permanenza (18 mesi al massimo – link al decreto legge n.89/2011 convertito dalla legge n.129/2011) è funzionale alle procedure di identificazione e a quelle successive di espulsione e rimpatrio.
Il Viminale annuncia un nuovo approccio di accoglienza: basta grandi centri e accoglienza diffusa con gli Enti locali. Lo ha fatto anche il capo del dipartimento Immigrazione, senza peli sulla lingua: Morcone. È in questa direzione che dovrebbe, quindi, muoversi il nuovo bando per potenziare di 10mila posti i progetti Sprar. Bando, già annunciato sia dal Viminale che dall’Anci di Piero Fassino. Ma sono ancora pochi i Comuni a usare fondi e progetti Sprar: 500 su 8.100.
Il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) è costituito dalla rete degli enti locali che per la realizzazione di progetti di accoglienza integrata accedono, nei limiti delle risorse disponibili, al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo. Insieme al terzo settore, negli Sprar, si garantiscono interventi di “accoglienza integrata”, superando la sola distribuzione di vitto e alloggio, e prevedendo misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento.
Ma quale partito della Nazione, quello di Matteo Renzi è una partito “destrinistra” in cui destra e sinistra si mischiano, in un vortice di tattiche astute, pur di ottenere voti, come dimostra l’annuncio dell’abolizione della tassa sulla casa. Al nuovo corso impresso al Pd Left dedica la sua storia di copertina partendo da un saggio della politologa Nadia Urbinati che scrive: «Come in una chiesa senza più fede e fedeli, il partito-totale di oggi assomiglia a un involucro vuoto (anche di iscritti) riempito da un partito che è solo e soltanto un Partito-pigliatutto».
E così si dimostra la scelta ideologica di togliere l’Imu, nell’ottica di una politica fiscale «che potrebbe essere fatta da un partito di destra». Left ha voluto approfondire il tema della politica fiscale con una lunga intervista a Vincenzo Visco. Quella del premier «è una linea sbagliata», afferma l’ex ministro delle Finanze del governo Prodi, D’Alema e Amato che fin dall’inizio si è detto contrario alla proposta di Renzi. «La cosa che più mi preoccupa del premier è l’assoluta inconsapevolezza della complessità del sistema fiscale», conclude l’ex ministro che concorda con Urbinati: «Io penso che Renzi sia uno che cerca in ogni modo di ottenere consensi, l’anno prossimo ci sono le amministrative e per quelle vuole dare un segnale».
In Società Left indaga sui fermenti e maldipancia tra i partiti. Ncd sempre più nel guado, tra la trattativa sull’Italicum, il tema delle alleanze e il voto al Senato; Sel in cui Elettra Deiana non risparmia critiche a Vendola, il Movimento cinque stelle dove nonostante quello che dichiara Alessandro Di Battista è in atto una metamorfosi. Infine, Stefano Fassina, racconta dell’incontro della sinistra europea a Parigi con Varoufakis, Mélenchon e Lafontaine, e spiega cosa sia e a cosa serva il piano B che contempla una possibile uscita dall’euro. In primo luogo ad evitare ricatti. E ancora: un reportage da una fabbrica chiusa (la Rimaflow) che è passata dalla produzione di tubi al limoncello, l’abbazia di Trivulzi (Frosinone) in stato di abbandono e l’odissea delle piste ciclabili a Roma grazie alle uscite del nuovo assessore Pd Esposito.
Negli Esteri Umberto De Giovannangeli racconta il regime eritreo, che dal Paese africano, oltre che dalla Siria, arrivano una parte cospicua dei richiedenti asilo sulle nostre coste. Ha appena vinto le primarie del Labour in Gran Bretagna, e Left non può non approfondire il personaggio Jeremy Corbyn. E ancora: il punto sulle elezioni in Catalogna dove Podemos spera in un nuovo colpaccio e due reportage: dal Kosovo, Paese ancora diviso tra due popoli e dall’isola di Giava dove nelle miniere di zolfo il lavoro è disumano.
Apre la Cultura un’ampia intervista allo scrittore argentino Marcelo Figueras che ha appena pubblicato per L’Asino d’oro il romanzo Aquarium, una storia d’amore «insensata» che si svolge in Palestina. Infine, i diari della Grande Guerra che riscrivono la storia e per la scienza, le ultime novità della ricerca sugli effetti della cannabis.
Sta facendo molto discutere la storia di Ahmed Mohamed, un adolescente di 14 anni arrestato in Texas martedì 15 settembre per aver costruito e portato a scuola un orologio artigianale. I funzionari scolastici hanno avvisato la polizia pensando che l’innocente oggetto costruito in casa dal ragazzo fosse in realtà una bomba artigianale. Il ragazzo è stato ammanettato, arrestato e interrogato da almeno cinque agenti di polizia, che gli hanno chiesto perché stesse cercando di costruire una bomba. Il ragazzino si è giustificato più volte sostenendo che il suo era semplicemente un orologio e che non aveva nessuna intenzione di costruire una bomba, né qualcosa di simile. Il padre del ragazzino, originario del Sudan, ha detto che suo figlio è stato accusato per il suo nome e per il colore delle sua pelle: «Visto che il suo nome è Mohamed, e per via dell’11 settembre, penso che mio figlio non sia stato trattato equamente».
Dopo l’interrogatorio e la raccolta delle impronte digitali, Mohamed è stato rilasciato ricevendo in ogni caso tre giorni di sospensione dalla scuola. Il capo della polizia, durante una conferenza stampa, ha negato che la vicenda sia in qualche modo legata a problemi di tipo etnico o religioso, aggiungendo che gli agenti avrebbero agito nello stesso modo in qualsiasi caso, a prescindere dal colore della pelle della persona coinvolta. Tante manifestazioni di supporto e messaggi di solidarietà a Mohamed sono arrivati dai social network. Sotto l’#IstandwithAhmed, migliaia di utenti di Twitter hanno elogiato l’iniziativa del ragazzo e si sono domandati il perché del suo arresto. Con un tweet, Obama lo ha invitato alla Casa Bianca per mostrargli l’orologio: «Fico il tuo orologio, Ahmed. Vuoi portarlo alla Casa Bianca? Dovremmo convincere più ragazzi come te ad amare la scienza. È quello che rende grande l’America».
Cool clock, Ahmed. Want to bring it to the White House? We should inspire more kids like you to like science. It’s what makes America great.
Anche Hillary Clinton, candidata alle presidenziali del 2016, ha espresso solidarietà nei confronti di Mohamed scrivendo che «i pregiudizi e la paura non ci danno sicurezza: ci fanno andare indietro. Ahmed, mantieni la tua curiosità e continua a creare nuove cose». Mark Zuckerberg, CEO di Facebook, ha scritto un post ricordando che: «avere le capacità e l’ambizione di creare qualcosa dovrebbe portare a un applauso, non a un arresto», e ha invitato Mohamed per un incontro privato. Anche il Council on American-Islamic Relations, l’organizzazione per i diritti civili della comunità musulmana negli Stati Uniti, sostiene che si tratti di un atto discriminatorio. Secondo il portavoce dell’organizzazione Alia Salem, «il caso non si sarebbe verificato se il giovane studente non si fosse chiamato Ahmed Mohammed».
Nel corso di una conferenza stampa, Ahmed ha detto ai giornalisti che: «è stato molto triste costruire un oggetto per impressionare il proprio insegnante e scoprire che per lui quell’oggetto era una minaccia». Dopo aver accettato l’invito alla Casa Bianca, ha concluso invitando gli studenti di ogni età a continuare a lavorare alle loro invenzioni: «Non lasciate che le persone cambino ciò che siete, anche nel caso in cui porti a qualche conseguenza».
La forzatura di Matteo Renzi e l’ennesima resa dei conti nel Pd prende questa forma asettica, nelle comunicazioni ufficiali del Senato: «La Conferenza dei Capigruppo, che si è riunita nel pomeriggio di mercoledì 16, ha deciso che l’avvio della discussione in Aula del disegno di legge n. 1429-B (revisione della Parte II della Costituzione) avrà luogo nella seduta di giovedì 17 settembre. Il termine per la presentazione degli emendamenti è stato fissato per le ore 9 di mercoledì 23». Come si comporterà la minoranza dem, lo capiremo lunedì, quando alle 15,30 comincerà la direzione, convocata appositamente dal premier-segretario per avere un voto su cui richiamare alla responsabilità i senatori che oggi sollevano – dopo che sia la Camera che il Senato hanno effettivamente già votato sul punto – il problema dell’elezioni indiretta dei futuri senatori.
A palazzo Madama si dice che Renzi sia anche pronto a calare l’asso di un emendamento che taglia la testa al toro, elimina il dibattito alla radice, e abolisce completamente il Senato. Se non fosse per l’Italicum – che ci consegnerà una Camera con una buona dose di nominati e una maggioranza assegnata con un premio molto alto – sarebbe quasi da sperare lo facesse, abbandonando un disegno che è invece pasticciato da infinite mediazioni e compromessi. Corradino Mineo, al contrario – per ora un po’ isolato – pensa invece che questa potrebbe esser la mossa vincente se a farla fosse la minoranza: un modo per uscire dall’angolo. E presenterà con altri senatori – anticipa a Left – un emendamento con questa proposta. Renzi, in realtà, pare che, molto più banalmente, sia stato convinto a ricercare la prova di forza dall’esito positivo della caccia ai voti. C’è da sostituire una quindicina di senatori del Pd (tanti saranno, al massimo, scommette palazzo Chigi)? Si può fare. Un vertice con Flavio Tosi (tre solo i suoi voti al Senato), un punto con Denis Verdini, e la convinzione che alcuni ex 5 stelle e la coppia Bondi-Repetti non si faranno pregare, fa ben sperare Renzi. «Il governo bluffa sui numeri», dice il bersaniano Miguel Gotor. Ma a palazzo Chigi scommettono che sia la minoranza, a bluffare, e che nessuno abbia intenzione di arrivare a una crisi di governo.
«Il Paese non ha bisogno di una crisi di governo», dice – ad esempio – Gianni Cuperlo a Repubblica: «Ripartiamo dal merito», insiste, chiedendo una soluzione tecnica e una modifica concordata all’articolo 2, quello sulla modalità d’elezione dei senatori. E sullo stesso voto del calendario d’aula, la minoranza ha votato come indicato da palazzo Chigi.
Civati a #omnibusla7: vedremo se davanti alle umiliazioni i senatori della minoranza PD saranno conseguenti a quanto stanno dicendo ora.
«Riteniamo che i russi stiano realizzando una base aerea avanzata in Siria, nei pressi dell’aeroporto di Latakia» ha dichiarato nella giornata di lunedì Jeff Davis, portavoce del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. La struttura destinata ad ospitare aerei, elicotteri, fanteria navale e carri armati costituirà la più significativa presenza militare russa in Medio Oriente degli ultimi decenni. Inoltre fonti militari non ufficiali del Pentagono hanno riferito all’agenzia Reuters che a protezione dei lavori e del personale della base, i russi avrebbero già posizionato 7 carri armati T-90 e artiglieria. A ulteriore supporto alla tesi della presenza di soldati russi in Siria sono apparsi numerosi selfie di soldati russi in viaggio verso la Siria a fianco di poster propagandistici che ritraggono Assad, pubblicati da Foreign Policy, il magazine di politica internazionale del Washington Post, che ha titolato «i russi sono in Siria. E noi abbiamo i selfie che lo provano!».
Una delle immagini postate su Vk, il facebook russo, dai soldati inviati in Siria dal Cremlino.
Qui un militare posa vicino a un poster del dittatore Bashar al-Assad
La stessa testata ha inoltre pubblicato un’immagine dal satellite della zona di Latakia che costituirebbe un’ulteriore prova delle manovre russe in territorio siriano.
«Questa immagine non lascia dubbi che la Russia stia introducendo truppe e mezzi armati in Siria»
Con questa mossa la Russia, dopo l’Iran, entra ufficialmente nel conflitto siriano a difesa del regime di Damasco e scombina nuovamente i piani di tutti gli Stati già implicati, in particolar modo degli Usa e d’Israele.
Perché la Russia vuole entrare nel conflitto?
Le azioni della Russia sollevano una domanda ovvia: cosa spinge il presidente Vladimir Putin a investire risorse militari ed economiche per difendere il regime di Assad, quando ancora non è riuscito a trovare una via d’uscita alla crisi in Ucraina? Stephen Blank, esperto di politica estera russa presso il Consiglio di politica estera americana sostiene che: «il Medio Oriente in passato è stato sempre un luogo dove i russi hanno svolto un ruolo di grande potenza, al pari degli Stati Uniti. Dopo vari decenni di assenza, adesso hanno la possibilità di imporsi nuovamente nella Regione. Mosca sarebbe entusiasta di far parte di un’alleanza sciita che comprenda Iran, Russia, Siria e Iraq, per cementare il proprio potere in Medio Oriente». Negli ultimi tempi vi è stato un forte avvicinamento di Mosca a Teheran, a partire dalla vendita di missili S-300 all’Iran e dall’apertura di un corridoio aereo tra i due stati. Siccome proprio per l’Iran il regime di Damasco è fondamentale come base avanzata in Medio Oriente, è chiaro che la mossa russa sia volta a favorire non solo gli interessi siriani ma anche quelli iraniani.
Blank ritiene inoltre che per assicurare la continua influenza di Mosca in Siria i russi sono determinati a creare un ‘conflitto congelato’, aiutando il regime di Assad a mantenere il controllo delle province alawite, come Latakia e Tartus sulla costa, che per motivi storico-religiosi hanno sempre rappresentato il cuore del consenso del dittatore.
«Il Medio Oriente in passato è stato sempre un luogo dove i russi hanno svolto un ruolo di grande potenza, al pari degli Stati Uniti. Dopo vari decenni di assenza, adesso hanno la possibilità di imporsi nuovamente nella Regione. Mosca sarebbe entusiasta di far parte di un’alleanza sciita che comprenda Iran, Russia, Siria e Iraq, per cementare il proprio potere in Medio Oriente».
Stephen Blank, esperto di politica estera russa presso il Consiglio di politica estera americana
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La scelta di Latakia come avamposto non sarebbe quindi casuale, evidenzierebbe una precisa strategia russa all’interno del conflitto. Sotto un’immagine che mostra le foto dell’area prima e dopo l’entrata delle truppe di Mosca nella regione.
Inoltre, afferma Blank, Putin si sente ancora tradito dall’Occidente per il rovesciamento dell’alleato Gheddafi. Di conseguenza non vuole che un altro stretto alleato venga rovesciato dagli Usa e dai paesi dell’area, come la Turchia e i paesi del Golfo, che secondo la sua visione forniscono armi all’opposizione siriana per conto degli Stati Uniti. La posizione degli Stati Uniti
Il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest ha rilasciato un’intervista ai giornalisti sull’Air Force One sostenendo che: «qualsiasi sostegno russo al dittatore al-Assad sarebbe destabilizzante e controproducente». Ha così ribadito la posizione anti regime già sostenuta da Kerry nelle ultime settimane a seguito di numerose conversazioni telefoniche con il ministro degli esteri russo Lavrov. In queste occasione Kerry ha sostenuto che: «il rafforzamento delle posizioni militari della Russia in Siria potrebbe portare ad un’escalation del conflitto nella regione, a maggiori vittime tra i civili, ad un aumento del flusso di profughie alla minaccia di un confronto con la coalizione che si batte in Siria contro lo Stato Islamico».
«Qualsiasi sostegno russo al dittatore al-Assad sarebbe destabilizzante e controproducente»
Josh Earnest, portavoce della Casa Bianca
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Nell’ultima telefonata tra i due, Kerry ha chiarito ai russi che: «gli Stati Uniti sono impegnati nel combattere lo Stato Islamico con una coalizione di più di 60 paesi, di cui Assad non potrà mai essere un membro credibile. Ci auguriamo che la Russia assuma un ruolo costruttivo negli sforzi portati avanti contro l’Is». Un monito al governo russo in vista del dibattimento previsto a fine settembre sul conflitto in Siria a New York nell’ambito dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il Cremlino arriverà all’incontro cercando di sfruttare a proprio vantaggio l’ingresso nel conflitto siriano e la comune lotta contro l’Is per formare una futura coalizione anti-jihadista con Washington e riacquistare potere diplomatico nei confronti degli Usa. Potrebbe essere la carta vincente per limitare i danni internazionali scaturiti dalla crisi ucraina. Il portavoce del Dipartimento di Stato John Kirby ha affermato a tal proposito che: «I russi stanno fornendo maggiore assistenza ma il loro intento finale non è ancora chiaro. Quello che vorremmo vedere è un movimento verso una transizione politica stabile, perseguibile di concerto con le autorità russe. Questo può essere fatto solo se la Russia non favorisce apertamente il regime di Assad».
La preoccupazione di Israele e degli Stati Arabi.
La mossa russa preoccupa notevolmente anche Israele e l’asse arabo che comprende Egitto, Arabia Saudita e Giordania. Con l’ingresso in campo della Russia al fianco di Assad e dell’Iran, Israele dovrà trovare un modo per impedire al gigante russo di sostenere e proteggere la posizione dell’Iran in Siria e in Libano. Secondo fonti di Rights Reporter sono previsti nelle prossime settimane diversi incontri tra israeliani e arabi, presumibilmente in Giordania, per decidere cosa fare.