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Quel che c’è da sapere sul circo delle primarie repubblicane


Due dibattiti, quindici candidati (uno si è ritirato nella notte) e molti mesi davanti. Le primarie repubblicane continuano a vedere in testa tre non politici e Donald Trump, sebbene in calo, resta in testa. Ma è in difficoltà e la sua non campagna comincia a mostrare segni di cedimento. Piccola guida alle primarie, ai candidati e alle loro campagne. La aggiorneremo nel corso delle settimane

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Il quadro generale aggiornato

Il candidato del momento è Carly Fiorina, che a detta di tutti ha vinto il secondo dibattito, ha fatto fare una pessima figura a Donald Trump ed è apparsa conservatrice abbastanza da piacere alla base. Il fatto di essere donna, poi, fa sperare quei repubblicani che la sostengono: potremmo farci ascoltare anche dalle donne, che in votano in maggioranza democratico. Ben Carson è nei guai per aver detto la cosa sbagliata al momento sbagliato («Non credo che un musulmano dovrebbe poter essere presidente degli Stati Uniti»), ma resta secondo. In ascesa Marco Rubio, che durante il dibattito non ha infilato battute epiche ma è stato molto attento ad apparire come uno che sa fare i compiti: su ogni tema aveva una proposta e mostrava di sapere di cosa si parlava. L’esatto opposto di Trump.

La questione islamica

Dopo la sconfitta del 2012 il partito repubblicano commissionò un rapporto sulla propria immagine. Il Growth and Opportunity Project spiegava quello che era davanti agli occhi di tutti: il partito non era in sintonia con i giovani e le minoranze e senza quelle difficilmente avrebbe potuto vincere delle elezioni.  Bene, questa settimana Ben Carson ha dichiarato che un musulmano non dovrebbe poter diventare presidente. Una dichiarazione fatta per parlare ai conservatori religiosi, la base a cui punta, determinante in Iowa, che rischia di tornargli indietro come un boomerang. Intanto perché il sesto articolo della Costituzione spiega che gli eletti dovranno giurare, ma «nessun test religioso dovrà mai essere condizione per ricoprire qualsiasi incarico in questi Stati Uniti». Pessima figura anche per Trump, che non ha interrotto un suo fan che nel porgergli una domanda faceva riferimento all’islamismo di Obama e al suo non essere nato negli Usa. Trump avrebbe dovuto interromperlo o rispondere dicendo che si sbagliava. Non lo ha fatto. Anche lui ritiene più importante corteggiare la base che non presentarsi come un presidente. Va bene nelle primarie, gli tornerebbe contro (a lui e a chiunque altro) nel momento in cui dovesse vincere e sfidare il candidato democratico. Le associazioni dei sei milioni e mezzo di americani-musulmani hanno già protestato formalmente. Il problema del partito repubblicano con le minoranze è destinato a durare.

I sondaggi

Qui sotto la situazione della corsa nella media di tutti i sondaggi, una media che non registra ancora l’ascesa di Fiorina. L’ultimo sondaggio, quello fatto da CNN il giorno dopo il dibattito, vede Trump al 23% (-8 rispetto al precedente), Fiorina al 15% e Rubio all’11%. Gli ultimi due fanno un salto in avanti di otto punti. Jeb Bush, il predestinato repubblicano, quasi non si muove. Scott Walker, dopo due pessime performance e l’incapacità di risalire nei sondaggi, ha deciso di ritirarsi. In teoria era uno dei candidati forti di queste primarie, che restano senza una bussola.

 

A che servono i dibattiti?

Finché si tratta di platee così ampie l’unico obbiettivo dei candidati è non fare gaffe terribili, piazzare una o due battute che vengano riprese per un paio di giorni e non scomparire. Difficile, a meno di performance incredibili, che un dibattito aiuti a vincere una sfida. Andare male, invece, può essere un dusastro. Chiedere a Rick Perry, che nel 2012 aveva buone chance di essere nominato, ma non seppe rispondere a una domanda sul suo programma elettorale. Tutti hanno molto da perdere, ma le energie al momento sono ancora concentrate nella ricerca di soldi, appoggi importanti a livello nazionale e locale e nell’organizzazione delle “operazioni di terra” nei primi Stati dove si vota. Si tratta di Stati piccoli, dove l’organizzazione e la capacità di parlare con tutti e ciascuno è determinante.

Perché l’Iowa e il New Hampshire sono importanti?

I primi due Stati dove si vota eliminano i candidati minori che vanno male e rendono possibile la corsa alla distanza per quelle seconde file che riescono a conquistare visibilità. Si tratta di Stati molto bianchi dove l’elettorato repubblicano è diverso: in Iowa piuttosto conservatore e vecchia maniera, in quello del New England più moderato. Non a caso, a parte Trump che stacca tutti, il podio è diverso: in Iowa vanno bene Ted Cruz e Scott Walker (oltre a Ben Carson) e in New Hampshire secondo è il pragmatico John Kasich – e nemmeno Bush se la passa troppo male. In Iowa si tengono i caucus, assemblee di partito, mentre il New Hampshire organizza vere e proprie primarie chiuse (alle quali possono partecipare solo le persone registrate al voto come repubblicane).

Le ultime dai candidati

Donald_Trump
Dopo un’estate da re, il secondo dibattito ne ha appannato l’immagine. Continua a giocare la sua partita, infischiandosene di tutto e di tutti e non avendo una vera organizzazione. Lo prendono in giro, lo imitano, durante il dibattito i suoi avversari lo hanno attaccato da tutti i lati, mettendone in risalto gli aspetti pacchiani e giullareschi. Resta forte. Ma il non politico della corsa vende la sua popolarità, i successi imprenditoriali e le spara enormi su alcuni temi (gli immigrati clandestini, stupratori e spacciatori, ma anche l’ISIS). L’ultima gaffe è quella relativa al non aver interrotto un suo fan che nel rivolgergli una domanda ha fatto riferimento all’islamismo di Obama e al suo non essere nato in America. Molti sostengono che avrebbe dovuto interromperlo e rimetterlo al suo posto. Non piace al pubblico conservatore, che per ora non sembra aver scelto un suo campione.

Nel suo spot racconta un’America che non va più come un tempo e fa tutti esempi nei quali la soluzione sono opere murarie (il muro al confine, le infrastrutture). Chi altri meglio di lui per ricostruire?

 

ben_carson
Secondo nei sondaggi ed è la risposta conservatrice a Trump. Origini umili, cresciuto a Detroit è diventato uno dei chirurghi più famosi d’America avendo separato, per primo, due gemelli nati uniti alla testa. E’ calmo, sorridente, molto religioso e conservatore. Non è un politico e non ha proposte concrete su quasi nulla, se regge, potrebbe essere la figura che aggrega i conservatori religiosi in cerca di un leader. Ha dichiarato che gli Usa non dovrebbero poter avere un presidente musulmano. Incostituzionale. 

Il video racconta la storia della vita di Carson. Nelle foto ufficiali le mani del chirurgo sono sempre visibili. Una storia di successo, come quella che può essere quella dell’America.

 

jeb-bush
Tutti scommettevano su di lui e ancora lo fanno. Ha le casse della campagna strapiene di soldi e l’appoggio dell’establishment del partito. Ma non sembra nato per fare campagna elettorale: è timido, non attacca abbastanza e su alcuni temi non piace alla base: è sposato con una messicana è pensa che una riforma della legge sia necessaria. Moderato abbastanza da essere eleggibile, deve passare gli scogli di primarie che nessuno si aspettava così complicate. Lui ce la sta mettendo tutta per rovinarsele.

Se tutti attaccano sul tema dell’immigrazione, lui sceglie di parlare in spagnolo. E’ una carta da giocare, ma alle elezioni generali, difficile serva con l’elettorato repubblicano tradizionale che vota alle primarie

 

carly fiorina
Ex business woman di altissimo profilo ha diretto Lucent e Hewlett-Packard, per poi dedicarsi alle attività non-profit, le sue iniziative e fondazioni hanno grande successo.
Texana, sembra ossessionata dall’idea di farsi eleggere da qualche parte. Nel 2008 ha diretto le operazioni di fundraising del partito repubblicano e coordinato la (disastrosa) campagna del Grand Old Party. Nel 2010 ha perso la corsa per il seggio senatoriale della California. L’esperienza nel mondo imprenditoriale, sani principi conservatori e il fatto di essere l’unica donna del gruppo (un’arma nel caso sia Clinton a correre per i democratici) sono le sua armi. Dopo il suo trionfo al secondo dibattito televisivo, il fantasma dei suoi insuccessi da manager è tornato a inseguirla. La Hewlett Packard non andò affatto bene tra 1999 e 2005, anni in cui la candidata fu amministratore delegato. La compagnia era messa male quando lei arrivo nella stanza dei bottoni, ma nessuna delle scelte fatte da Fiorina si rivelò vincente. Negli stessi anni, alcune grandi compagnie tecnologiche in difficoltà: Steve Jobs tornò alla Apple nel 1997.
Sul suo canale YouTube non sono ancora postati spot elettorali, questo è uno stralcio di un’intervista con FoxNews che esprime un concetto chiave della sua campagna: «Non sono un politico di professione e visto che la maggior parte degli americani si sente presa in giro dai politici, questo è un buon punto di partenza»

 

marco-rubio
Figlio di esuli cubani, il giovane senatore della Florida, quattro anni fa sembrava destinato a essere l’Obama ispanico della destra. Il tempo passa e quella formula non paga più. Oggi è un senatore conservatore moderato. Ha tentato di lavorare a una riforma dell’immigrazione per poi far saltare il tavolo quando ha capito di non avere il suo partito dietro. Grande capacità oratoria e una storia personale da raccontare (ne serve sempre una in campagna elettorale).

Nello spot Rubio attacca Clinton e dice: il passato è passato, è ora di un nuovo secolo americano. Ha un controllo dell’immagine ossessivo, difficile trovare una sua foto anche lontanamente imbarazzante sul Web

 

rand paul
Senatore del Kentucky e oftalmologo, figlio di Ron, il campione libertario che alla convention del 2012 ha portato molti delegati (la sua è quasi una setta di fedelissimi) e li ha fatti manifestare contro il partito. Il figlio è più moderato ed ha condotto battaglie solitarie in Senato con maratone oratorie tese a rinviare la votazione sul rinnovo del Patrioct’s Act. Piace ai giovani ed è contro lo Stato, in qualsiasi forma.

«Ciao, sono Rand Paul e sto cercando di capire come distruggere il codice delle tasse». Un candidato che cerca un voto ribelle e contro che gli altri non cercano. Nel partito dei vecchi maschi bianchi parla ai giovani più di chiunque altro

 

chris christie
Il governatore del New Jersey è un altro di cui si era detto essere pronto per la Casa Bianca. Ha abbassato le tasse e operato tagli al bilancio senza colpire troppo il welfare ed ha condotto con successo la ricostruzione del dopo uragano Sandy. Ma ha perso in popolarità nel suo stesso Stato e ha fatto due errori: abbracciare Obama che portava gli aiuti federali al New Jersey devastato e far bloccare il ponte Washington che collega il NJ con Manhattan per colpire un sindaco che non lo appoggiava in campagna elettorale. La cosa si è scoperta e molte teste dello staff sono cadute. È senza dubbio il più grasso della corsa alla Casa Bianca.

Famoso per essere schietto e diretto, di questo parla nel suo spot. «Te la dico com’è, sarò anche un politico, ma sono come te»

 

ted cruz
È il più a destra tra i candidati in corsa. Avvocato del Texas ha argomentato decine di casi – difendendo leggi conservatrici – davanti alla Corte Suprema. Così è diventato un campione della destra ed è arrivato in Senato. Aggressivo, esagerato, ma anche spiritoso e auto-ironico, il senatore porta solo e sempre stivali da cowboy. È nemico giurato di Obama, promette di cancellare tutte le sue leggi e ama farsi fotografare con un fucile in mano. È il campione dl Tea Party, l’unico rimasto.

Se l’immagine del politico Cruz è spesso esagerata e aggressiva, con questo spot la campagna cerca di corteggiare la destra religiosa: il nemico sono abortisti e libertini vari. A cena si prega!

 

scott-walker
Governatore del Wisconsin e nemico giurato dei sindacati, ha cambiato le leggi sulla rappresentanza per i lavoratori pubblici e affrontato la rivolta della sinistra passando, fatto eccezionale, per un nuovo voto popolare. Ha vinto lui. È un ottimo pedigree per la base di destra che pensa a tasse e Stato. Non è un fenomeno in Tv e non ha una laurea: difficile pensare a un presidente non laureato. Anche lui è molto indietro rispetto a dove sperava di essere. Ha molti grandi donatori alle spalle, ai miliardari di destra piace chi attacca il sindacato.

Io contro la sinistra vinco, ma ottengo anche ottimi risultati nel govenro del mio Stato. Il messaggio è questo, ma montato con più brio che in altri spot retorico-patriottici degli avversari.

 

Mike Huckabee
Ex governatore dell’Arkansas, ex pastore evangelico, oggi ha un suo programma sulla destrorsa FoxNews. Ci provò già nel 2008 e andò meglio del previsto con pochi mezzi alle spalle. Stavolta c’è più concorrenza e lui, che è molto conservatore sui temi etici, ma parla molto della necessità di intervenire sulla povertà e il disagio (un Vangelo sociale) punta tutto sulla religione. Suona il basso, perde e riprende peso spesso. Ha la battuta pronta.

Questo video non è uno spot ma un momento che può essere determinante per Huckabee: sul palco con Kim Davis, la funzionaria del Kentucky arrestata per non voler rilasciare licenze ai matrimoni gay c’è lui. Obbiettivo: essere candidato dei religiosi. A Ted Cruz, che ci prova anche lui, è stato impedito di salire sul palco da un membro dello staff di Huckabee.

 

john kasich
Dalla sua ha la concretezza, il sembrare un politico con i piedi per terra e il fatto di governare in uno degli Stati cruciali per la vittoria finale: chi vince in Ohio, di solito, finisce alla Casa Bianca. Vale per lui quel che vale per altri: ha risposte concrete sulle policies, sa più o meno dicosa parla ed è moderatamente moderato. Carisma pochino, ma è un tipico candidato non male in una primaria normale. Il 2016 è speciale: una gara nella quale molti conservatori si sfidano per diventare loro il rappresentante unico della destra della destra, due outsider e qualche moderato, potrebbe diventare la scelta di buon senso dell’elettore medio qualora Jeb Bush proprio non funzionasse.

Lo spot di Kasich è pensato per spiegare di essere uomo concreto e dei risultati. Non fantastico ma fa il suo dovere


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Trent’anni senza Italo Calvino. Mostre e iniziative per ricordarlo

Italo Calvino, 1981.

Sono già passati trent’anni da quel 19 settembre del 1985 quando Italo Calvino moriva iprovvisamente all’età di 62 anni. Accadde a Siena nell’ospedale di Santa Maria della Scala, che nel frattempo è diventato un importante centro espositivo. Proprio questo antico complesso architettonico dal 18 settembre ospita uno degli omaggi più creativi allo scrittore ligure, con un trittico di mostre di artisti e illustratori e videoartisti, –Ivano Tagetto, Vanessa Rusci e Andrea Bassega arricchite da disegni di studenti delle scuole, ispirati al romanzo Il sentiero dei nidi di ragno con cui Calvino debuttò nel 1947, dopo aver partecipato alla lotta partigiana, fino ai racconti più visionari e labirintici come Le città invisibili e Se una notte d’inverno un viaggiatore.

 

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Ma cosa resta oggi della vasta opera di Calvino? La sua poliedrica e schiva figura di romanziere, saggista, studioso di storia orale e straordinario cercatore di fiabe, nel giro di pochi anni, è diventata quasi leggendaria, idealizzata e distante. Gli studi su Calvino nel frattempo non hanno conosciuto la fioritura che ci saremmo aspettati in Italia. Al contempo però negli ultimi vent’anni è molto cresciuta la fortuna che la sua opera ha conosciuto all’estero, soprattutto in area anglo-sassone, con la pubblicazione delle sue opere, di saggi critici e più di recente dell‘epistolario.  Certo, l’architettura delle sue storie, il nitore illuministico della prosa, la lucidità chirurgica con cui costruiva visioni utopiche e immaginifiche sono aspetti che risuonano particolarmente nel lettore di lingua inglese e americana. Ma Calvino non è stato solo questo. Come racconta Matteo Marchesini  nella sua inchiesta Calvino trent’anni dopo . Sulla rivista Doppiozero.com lo scrittore e critico letterario emiliano tenta un bilancio della fortuna di  Italo Calvino, provando a decostruire una serie di pregiudizi, come quello che Calvino fosse uno scrittore freddo e un po’ cervellotico.

 

L’equilibrismo di Sofronia

 

 Un ricordo più intimo e privato di Calvino  è quello che offre invece The New York Review of books ( a riprova della fortuna amaericana dello scrittore) ripubblicando un suo pezzo  I film della mia infanzia, in cui lo scrittore rievocava i tempi in cui da  ragazzino (dal 1936 agli anni della guerra) cercava rifugio nel caleidoscopio di immagini che si accendeva sul grande schermo. Un modo per cercare di sfuggire all’oppressione del fascismo ma anche per cercare di conoscere quella realtà americana che, nella rutilante veste hollywoodiana senza chiaroscuri, poteva sembrargli integralmente positiva. Nel buio della sala Calvino poteva sognare che l’americano tipico fosse il tipo sincero alla Spencer Tracy e che al di là dell’oceano si potesse davvero avere il mondo a portato di mano. Un’illusione che sarebbe tramontata ben presto nella mente dello scrittore adulto. Che tuttavia continuò poi anche da lettore e da editor della casa editrice Einaudi ad interessarsi alla letteratura americana, svolgendo insieme a Vittorini e altri, un importante lavoro di studio e di divulgazione. Diventando mentre era ancora in vita un autore molto conosciuto negli Stati Uniti, soprattutto dopo il tour nelle università,  e in particolare ad Harvard, da cui nacquero poi le sue celebri e incompiute Lezioni americane (Einaudi), entrate nell’immaginario ma anche nel lessico quotidiano per l’uso che Calvino faceva del termine “leggerezza”: parola chiave della sua poetica impegnata e al tempo stesso immaginifica, fiabesca, visionaria.

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Il Wwf: La fauna marina dimezzata dal 1970 a oggi

Tre miliardi di persone nel mondo affidano al mare il loro approvvigionamento di proteine. E più del 10 per cento si sostenta grazie a pesca e acquacoltura. Ma la popolazione di mammiferi marini, uccelli, rettili e pesci si è dimezzata negli ultimi quattro decenni. Insomma, tra inquinamento, cambiamento climatico, sovrasfruttamento delle risorse ittiche, stiamo perdendo buona parte di ciò di cui ci nutriamo.

Fin qui la freddezza dei numeri, ma veniamo alle nostre tavole. Le scatolette di tonno e sgombro che ci salvano la sera quando il frigo è vuoto sono le più a rischio: la riduzione degli stock, così si chiamano le quantità disponibili, è addirittura di tre quarti (il 74%) tra il 1970 e il 2010. Ne peschiamo (e ne mangiamo) più di quanto gli ecosistemi marini ce ne possono fornire.

In una sola generazione abbiamo sconvolto gli equilibri oceanici. E non solo in riferimento al pesce che troviamo al mercato. Living Blue Planet, un dossier del Wwf internazionale diffuso oggi registra il dimezzamento del “reef building” nelle barriere coralline (ma la metà dei coralli del pianeta è già “andata”) e un calo di un quinto delle mangrovie tra il 1980 e il 2015. E se la temperatura globale continua a salire, il mare diventa una casseruola che cuoce e “brucia” tutto ciò che contiene. Per questo è importante l’appuntamento di Parigi, il prossimo dicembre: la cosiddetta Cop21 (la Conferenza delle parti sul clima) dovrà raggiungere un accordo su obiettivi efficaci e al tempo stesso concreti di riduzione delle emissioni che provocano il surriscaldamento globale.

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(Cosa produce la scomparsa delle specie marine? Deforestazione, plastica in mare, turismo, estrazioni e trivellazioni, inquinamento prodotto dalle grandi navi: un’infografica da Living Blue Planet – Wwf)

Ancora una volta numeri che sembrano riguardare “cose lontane”, ma – spiega il responsabile del Wwf Internazionale Marco Lambertini – «il rapporto in genere è biennale, ma abbiamo deciso si pubblicarlo dopo un anno per amplificare la sirena d’allarme: questi cambiamenti non riguardano il futuro, ma la nostra vita adesso. Ed è ora che si può e si deve correggere il corso delle cose».

Perché, come il famoso battito di ali della farfalla, tutto si ripercuote sul nostro quotidiano. Non a caso il sottotitolo del dossier è “Specie, habitat, benessere umano”. Pensiamoci la prossima volta che apriamo la dispensa in cerca della scatoletta: ci salverà la cena ma tocca a noi agire per salvare lei.

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Varoufakis spiega il piano B per l’Europa

Intervistato dal Corriere della Sera Yanis Varoufakis ripercorre lo strappo con il premier greco Alexis Tsipras, sulla trattativa del 13 luglio e il successivo memorandum:

«Tsipras ed io siamo stati in disaccordo perché lui pensava che il nuovo Memorandum fosse l’unica alternativa al piano Schäuble di cacciare la Grecia dall’Eurozona. Tsipras venne minacciato di un’espulsione così violenta che la parte debole della popolazione avrebbe sofferto in modo indicibile. Quindi capisco come e perché Tsipras è arrivato a scegliere il Memorandum. Ma non sono d’accordo». Ciò che è mancato a Tsipras in quella trattativa, spiega Varoufakis, è un famoso piano B, credibile, che come «ogni piano B che vuole evitare l’uscita dall’euro ha in sé il problema che appena diventa noto scatena il panico, la fuga dai depositi, la chiusura delle filiali e un’uscita di fatto dalla moneta unica», che «avrebbe avuto un costo altissimo, questo sì». Ma che «nel lungo periodo» non sarebbe stato «più alto della costante sottomissione alla Troika».

Pretesto dell’intervista è l’incontro dello scorso sabato 12 settembre tra lo stesso Varoufakis, il deputato francese Mélenchon, già leader del Front de Gauche, e Oskar Lafontaine, l’ex ministro delle finanze tedesco e fondatore della Linke, a Parigi (qui il testo dell’appello lanciato dai quattro). Con loro c’era anche Stefano Fassina. E proprio il deputato – ex Pd, che oggi prova a lavorare alla ricostruzione della sinistra in Italia e in Europa – sul prossimo numero di Left (in edicola da sabato 19 settembre) ci spiega meglio in cosa possa consistere il piano B e come, averne uno, possa evitare, in realtà, che salti il patto europeo. «La battaglia per la modifica dei trattati si fa anche attraverso il piano B», spiega Fassina intervistato da Stefano Santachiara: «consente a un governo nelle condizioni di ricatto cui è stato sottoposto l’esecutivo di Tsipras, di avere un’altra strada difficile, accidentata, ma percorribile». E di condurre meglio le trattative.

Proprio delle condizioni di ricatto a cui è stato sottoposto Tsipras parla ancora Varoufakis: «I greci», ricorda l’ex ministro (a cui poi il Corriere chiede anche come ci si senta ad esser un sex symbol), «sono stati bombardati di immagini di banche chiuse e dall’idea che non avrebbero mai più riaperto. Terrorismo è usare la paura per un fine politico. E i greci ne sono stati soggetti».

Lo stesso ex ministro di Tsipras ha scritto un lungo articolo per il New York Times l’8 settembre scorso in cui spiega che a suo modo di vedere la Grecia è stata vittima delle visioni contrastanti di Germania e Francia sul futuro dell’Europa. Se la Germania vuole un’Europa delle regole scritte in cui ciascun Paese è responsabile per le sue finanze, «compresi i salvataggi bancari, e con l’unione politica limitata al potere di veto di un dei giganti su quei Paesi che violano le regole relative ai bilanci nazionali. Parigi e Roma, consapevoli che la loro situazione di disavanzo li condannerebbe a una recessione a lenta combustione sotto un’unione politica basato su queste regole, vedono le cose in modo diverso».

Parlando della crisi e del futuro Varoufakis scrive ancora:

«Il fatto che poche persone abbiano avuto modo di conoscere il piano del governo greco per uscire dalla crisi è una testimonianza del profondo fallimento del sistema di governance della zona euro. Se la Primavera di Atene – quando il popolo greco ha coraggiosamente rifiutato le condizioni di austerità catastrofiche dei salvataggi precedenti – ha una lezione da insegnare, è che la Grecia si riprenderà solo quando l’Unione europea passerà dall’essere “Noi gli stati” a “Noi il popolo europeo”».

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Energy Box, la street art colora Milano e la riabitua al bello

In ogni città, quasi ad ogni angolo, esistono strutture anonime, spesso brutte che non c’entrano nulla con le architetture circostanti. Inestetismi necessari, centraline telefoniche, cabine elettriche, cassonetti. Milano ne è piena. Disordinatamente, come tanti funghi grigi, spuntano cassettine in plastica e metallo ai quali ormai non facciamo quasi caso, la nostra vista si è abituata a non vederli.
Tanti, moltissimi, passano invece una parte del loro tempo a spedire lettere e ed mail ai vari siti, quotidiani, blog lamentandosi di quanto siano brutte e frutto di puro vandalismo le scritte, le tag sui muri che deturpano il monocromo di Milano. Non si accorgono mai che anche le poche monumentalità della città sono martoriate da ben altri obbrobri. Non se ne accorgono perché anche le cassette sono anche queste grige, come la livrea dei piccioni, la divisa degli uomini d’affari, i muri e il cielo. E poi c’è la fretta obbligatoria metropolitana che ti obbliga ad un passo veloce anche quando non hai nulla da fare, mentre cammini gesticolando e parlando da solo o con il telefono alzato davanti alla bocca o infilato nel casco quando giri in moto.

 

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Centralina di SeaCreative
 

Un’altra installazione del progetto Energy Box
 

Milano ha bisogno di colore, di ridestarsi e riabituarsi al bello, un’estetica che non sia solamente quello dettata dalla moda.


Milano ha bisogno di riabituarsi al bello. L’idea di Energy Box è quella di trasformare supporti, necessari ma brutti, in una vera e propria galleria d’arte all’aperto, una galleria popolare nel senso che viene fruita, vissuta da tutto il popolo

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723 cabine semaforiche poste quasi a ogni incrocio, anonimi armadietti grigi utilizzati da bacheca per gli “sgombero cantine” , “affitto posto letto”, “do’ ripetizioni” e, fin qui con tipico pragmatismo, ma anche da qualche fanatico che vi appiccica titoloni de Il Giornale o di Libero contro tutto e tutti. L’idea di Energy Box è quella di trasformare questi supporti, necessari ma brutti, in una vera e propria galleria d’arte all’aperto, una galleria popolare nel senso che viene fruita, vissuta da tutto il popolo che sarà in qualche modo obbligato a sbattere gli occhi su qualcosa di nuovo e colorato nel suo percorso quotidiano senza dover entrare in un museo. «Creatività 2.0» come dice il critico d’arte Flavio Caroli.

>> GALLERY | Le foto del progetto Energy Box

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Centocinquanta cabine verranno consegnate con il look rifatto alla città, primo passo per recuperare tutti gli inestetismi urbani che ci circondano, 50 artisti urbani provenienti da vari caratteri e tipologie, dal cavalletto agli stencil, dal writing astratto (wild style) al fumetto e al figurativo, un atto d’amore che regala a Milano una nuova collezione di cui potersi vantare.
Forse così in larga scala e determinato è anche il primo grande esperimento d’Europa, sicuramente una piccola medaglia da appiccicare al rinascimento culturale della città dopo 30 anni di oblio e vuoto comune.

*Davide Atomo Tinelli è tra i primi street-artist italiani, è un organizzatore culturale ed è stato consigliere comunale di Milano dal 1993 al 2006

Case vacanze di lusso, una video-inchiesta dei Radicali

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Non è una sorpresa: a Roma, dal Giubileo in poi decine di strutture ecclesiastiche sono diventate alberghi (di lusso e non). Ma non si chiamano così, perché altrimenti dovrebbero pagare più tasse, si chiamano Case vacanza. Ieri il Papa ha detto che se i conventi sono alberghi dovrebbero pagare l’Imu. Forse i Radicali lo hanno preso in parola e hanno fatto una piccola inchiesta su quante siano, come sono e come funzionano queste spesso meravigliose strutture per accoglienza di turisti. Ecco il video dei Radicali, che hanno censito 300 strutture per 13mila posti letto

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Rifugiati e immigrati, i numeri di Frontex

Nel giorno in cui in Ungheria entrano in vigore le leggi speciali anti-immigrazione e il governo di Budapest decide di allungare il muro di cinta costruito alla frontiera con la Serbia anche lungo il confine rumeno, l’agenzia europea Frontex fornisce i numeri degli ingressi rilevati ai confini di mare e di terra del continente. Intanto Germania e Austria chiedono un vertice straordinario dei capi di governo la settimana prossima per far fronte alla crisi. Parlando delle scelte fatte dal governo ungherese, il premier austriaco Feymann ha detto: «Non si può semplicemente mettere la testa sotto la sabbia».

Hungary seals border with Serbia to migrants Hungary seals last gap on main border crossing to refugees Hungary seals last gap on main border crossing to refugees

I numeri di Frontex sono quelli che seguono. Più di 500mila migranti sono stati rilevati alle frontiere esterne dell’Ue nei primi otto mesi di quest’anno, agosto ha fatto registrare il quinto record mensile consecutivo con 156mila varcato i confini dell’Ue. In confronto, in tutto il 2014, le persone rilevate da Frontex ai confini europei sono state 280mila rilevazioni alle frontiere dell’Ue .

Frontex mette anche in guardia contro le esagerazioni: «Un gran numero delle persone rilevati al confine ungherese con la Serbia era già stato conteggiato quando sono arrivati ​​in Grecia dalla Turchia un paio di settimane prima».

Il boom degli ingressi si è avuto nelle isole greche, con 88mila ingressi (se così si possono chiamare gli arrivi su barconi sovraffollati dalle coste turche), persone che arrivano soprattutto dalla Siria (quasi tre quarti)

L’Italia, proprio a causa del fatto che il boom degli arrivi è da collegarsi alla tragica situazione siriana, ha visto un calo di quasi la metà degli arrivi rispetto allo scorso anno circa 13000 persone. «Si tratta principalmente di persone provenienti da Eritrea e un certo numero di paesi subsahariani arrivati ​​dalla Libia , anche se un numero crescente di loro è comunque passato per la Turchia».

Pena di morte: in Oklahoma sta per essere giustiziato un uomo innocente

Al mondo sono 76 i Paesi in cui è contemplata la pena di morte, fra questi, unico fra i Paesi occidentali, gli Stati Uniti dove l’argomento ovviamente non manca di suscitare controversie, campagne e mobilitazioni. A far parlare del tema questa volta sono la star di Hollywood Susan Sarandon, da sempre politicamente impegnata sul tema dei diritti umani e civili, Helen Prejean, attivista contro la pena di morte e autrice del soggetto del film Dead man walking, per il quale Sarandon ha vinto l’Oscar come miglior attrice, e il senatore Tom Coburn. L’occasione è il controverso caso di Richard Glossip che verrà giustiziato domani nello stato dell’ Oklahoma. Glossip è stato condannato a morte per un omicidio che avrebbe presumibilmente commesso nel 1997, ma, a quanto sostengono, Sarandon, Prejean e Coburn, supportati da un team di avvocati pro-bono che si sono offerti di riesaminare il caso, in realtà l’uomo sarebbe innocente e la sentenza emanata solo perché “era povero”. Il caso sta facendo molto discutere i media internazionali e l’opinione pubblica e attivare la società civile americana (è stata lanciata una petizione su moveon.org in merito firmata dalla stessa Sarandon), perché dimostra in modo esemplare quanto sia facile, se non ci si può permettere una difesa adeguata, e anche nel caso di presunta innocenza, essere condannati alla pena di morte negli Usa.

Richard Glossip moveon

L’assurda storia di come Glossip è finito sul patibolo.

Il 7 gennaio del 1997, Barry Van Treese , proprietario del Best Budget Inn a Oklahoma City, è stato ucciso a randellate da un uomo, Justin Sneed, che ha confessato l’uccisione. Tuttavia Sneed, all’epoca diciannovenne, sostenne che era stato Glossip, direttore del motel, a commissionargli l’omicidio di Van Treese in cambio di una somma di denaro.

«La giuria – commenta sul sito della CNN Helen Prejean sottolineando l’infondatezza della condanna alla pena di morte – ha evidentemente ritenuto attendibile la testimonianza di Sneed, e nonostante la Corte d’Appello dell’Oklahoma nel 2001 abbia descritto le prove presentate nel primo processo come “estremamente deboli”, nel 2013 la condanna è stata confermata anche dalla Corte d’Appello degli Stati Uniti. Il risultato di tutto questo è che la persona materialmente responsabile del delitto ora sta scontando una condanna a vita in una prigione di media sicurezza, mentre Glossip , condannato per “aver assoldato un assassino” – nella totale assenza di prove e quasi esclusivamente sulla parola di Sneed – ora sta per essere giustiziato con un’iniezione letale».

Sneed – senza la cui testimonianza non si sarebbe mai arrivati a una condanna per Richard Glossip – all’epoca, nel corso dei vari interrogatori della polizia, fornì versioni contrastanti e confuse sulla vicenda, dimostrandosi un testimone poco attendibile.

Inoltre, dai video degli interrogatori – per qualche ragione mai mostrati in tribunale alla giuria – emerge che la polizia avesse fatto pressioni su Sneed affinché rivelasse di non aver agito da solo. E che il ragazzo negli ultimi due giorni aveva abusato di metanfetamine il che spiegherebbe una prima versione secondo cui avrebbe commesso l’omicidio nel tentativo di procurarsi i soldi per la droga rapinando Van Treese.

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«In realtà Richard è stato condannato a morte semplicemente perché povero. Non sono in molti a potersi permettere una difesa adeguata in un caso su cui pende la pena di morte. Questo dovrebbe essere sufficiente a spaventare tutti».

Donald Knight, legale di Richard Glossip al Guardian


Altra prova presentata che è priva effettivi riscontri è la testimonianza di un operaio che lavorava al motel, secondo il quale Glossip aveva contraffatto i libri contabili e temendo di essere scoperto e perdere il lavoro ha pensato di assoldare Sneed per uccidere il suo capo. Ci sono poi una serie di prove che, a quanto pare sarebbero andate misteriosamente smarrite, da alcune ricevute del motel perse nel diluvio alla tenda della doccia e il nastro isolante usati per coprire una finestra rotta durante la colluttazione che in realtà avevano le impronte di Sneed ma non quelle di Glossip. Fino ad arrivare a un altro uomo, potenzialmente sospetto, che non ci si è mai preoccupati di rintracciare.

Molte cose quindi non tornano e sono queste a aver spinto una mobilitazione in favore di Richard Glossip per chiedere la sospensione di una condanna che non sembra essere fondata su fatti verificati.
Il rischio è quello di uccidere un uomo per un omicidio mai commesso, per questo, a quasi 20 anni, da quella condanna un gruppo di avvocati sta di nuovo lavorando al caso per tentare di fare chiarezza e contestare le accuse e le prove presentate che al tempo la difesa non aveva contestato in modo opportuno.
Donald Knight, uno dei nuovi avvocati pro-bono di Glossip ha dichiarato al Guardian che: «In realtà Richard è stato condannato a morte semplicemente perché povero. Non sono in molti a potersi permettere una difesa adeguata in un caso su cui pende la pena di morte. Questo dovrebbe essere sufficiente a spaventare tutti».

 

>> INFOGRAFICA | I numeri delle esecuzioni capitali negli Usa

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Aggiornamento di mercoledì 16 settembre, ore: 21.00

L’alta corte d’appello dell’Oklahoma ha concesso a Richard Glossip all’ultima ora una sospensine dell’esecuzione prevista per questa sera fino al 30 settembre per valutare nuovi elementi di prova fin ora trascurati. Qui la notizia pubblicata da The Atlantic

 

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Gioco d’azzardo, lo Stato incentiva e le mafie incassano

Slot machine, sale bingo, distribuzione di caffè e corse di cavalli. Ma soprattutto un clan, quello dei Casalesi, che tenta di riorganizzarsi militarmente e non solo. L’operazione della Direzione investigativa antimafia di Napoli che questa mattina ha portato all’arresto di 44 persone, conferma che dopo la disarticolazione dell’ala militare e delle sponde politiche, ad assumere un ruolo centrale nel clan negli ultimi mesi è la famiglia Russo. Tra gli arrestati ci sono infatti Corrado e Raffaele Nicola Russo, fratelli del braccio destro di Francesco “Sandokan” Schiavone, Giuseppe detto Peppe ‘o padrino, arrestato nel 2003 in Germania, dove era latitante, e ora al 41 bis.

Sono 3.200 le macchinette sequestrate in centinaia di locali tra Campania, Lazio e Toscana. E a quanto pare l’investimento delle mafie del settore, oltre che molto redditizio, è funzionale alla costruzione della loro “filiera” criminale. Slot macchine e videolottery – spiega l’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia (Dna) – rappresentano «la base finanziaria attraverso cui, per un verso, vengono pagati gli stipendi ai numerosi affiliati detenuti, per altro verso, vengono effettuate attività di reimpiego di capitali». Riciclaggio di denaro proveniente da altre attività illecite, come il traffico di droga, dunque. E anche controllo del territorio attraverso il ricorso a prestanome incensurati (molti dei 44 arrestati oggi lo sono), ai quali affidare la gestione dei locali con le macchinette e delle aziende che le noleggiano.

Il business è incentivato dalla tassazione di favore mantenuta da tutti i governi a partire da Berlusconi, con il pretesto – giudicato infondato alla luce dei fatti dalla stessa Dna (nella relazione 2013) – che favorire il gioco legale avrebbe sottratto terreno al gioco illegale controllato dalle mafie. Queste ultime, invece, si sono buttate nell’affare più di prima, come sempre accade quando la legislazione offre incentivi (vedi le indagini degli anni passati sugli interessi mafiosi nell’eolico). L’inchiesta campana ne è la conferma: il clan Schiavone-Russo aveva il monopolio delle slot machine e dei videopoker nei bar in provincia di Caserta e in molte aree del Napoletano.

I cosiddetti Casalesi sono i primi, come spiega la Dna nella relazione 2013, ad aver «sviluppato adeguate professionalità specializzando, per così dire, alcuni affiliati» e stretto alleanze con imprenditori che hanno fiutato le potenzialità del settore. Lo “specialista” per conto del clan si chiama Mario Iovine, detto Rififì, che dopo essersi fatto le ossa a Modena ha piazzato le sue macchinette in buona parte della Capitale. Ed evidentemente l’arresto e le condanne di Rififì non hanno fermato gli investimenti nel settore, che interessa – e spesso vede alleate – anche ‘ndrangheta e Cosa nostra.

La Guardia di Finanza, primo gruppo di Roma, ha calcolato un fatturato del mercato illegale dell’azzardo che si aggira attorno ai 23 miliardi di euro soltanto per il 2013, mentre lo scorso anno il settore “legale” ha fatto registrare una raccolta complessiva 84,5 miliardi. All’erario il business è fruttato 8,291 miliardi, molto meno che ai clan.

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Giù le mani da Pertini

Due volte. Sono riusciti a citarlo a sproposito, in una sola giornata, ben due volte. Non era facile. Due dei “nostri” leader, entrambi in ruoli che forse gli hanno oscurato le capacità comparative – uno è presidente del Consiglio, l’altro emerito comico – si sono paragonati al Presidente della Repubblica più amato della storia del nostro Paese, Sandro Pertini.

Per averlo emulato? No di certo, siamo seri. Almeno noi.

I due goliardi, lo hanno strappato a ben più degne memorie per giustificare due esondazioni della loro personalità. Il primo, Matteo Renzi, doveva giustificare il fatto di essere andato a nostre spese (nonostante fiumi di dichiarazioni sui tagli) a piazzare il suo faccione sulla vittoria di una delle due italiane alla finale del Grande Slam degli Us Open di New York, un viaggio che mai si sarebbe sognato di fare, se ci fosse stata la ben che minima possibilità che l’Italia perdesse (sapete com’è, giocando Italia contro Italia era dura perdere). E siccome era dura anche che le due atlete azzurre ci facessero fare una figuraccia, il leader del Pd nonché capo del Governo italiano, ci ha pensato lui. E, sempre tronfio e baldanzoso risponde e raddoppia: «Critiche populiste. Questa gente avrebbe chiesto a Pertini il computo del viaggio a Madrid» (ai mondiali dell’82, ndr).
No, “caro” (nel senso che troppo ci costa) Renzi: non avremmo criticato Pertini. E con somma pazienza, ci tocca farlo, spieghiamo perché.
Perché Pertini volava in Spagna, ma si precipitava anche in Irpinia, dopo il terremoto, in una situazione in cui lo Stato non stava facendo bella figura.
Perché si trattava di una figura che si era meritata tutt’altro rispetto istituzionale. Intanto perché era il Presidente, si, ma della Repubblica italiana, e poi perché nel suo caso, persona e personaggio coincidevano. La sua presenza portava sostegno, dignità e impegno. Per la sua storia personale e politica, che si può dire differisca in tutto, ma proprio in tutto, da quella di Matteo Renzi. Insomma, era difficile beccare un paragone più lontano. Un po’ come se Grillo si paragonasse a Mandela…

Si, Matteo, lo sappiamo: essere lì significava essere inquadrati più volte, e per giunta col pollicione alzato all’americana. Si: era una figura che assolutamente non ci si poteva lasciar scappare. Però, la prossima volta, magari provi a dire: “mi piace alzare il pollicione”. Così. Tanto per rispettare almeno il passato di questo Paese. Visto che col futuro la vediamo grigetta.

Passiamo all’altro grande statista. Beppe Grillo. Il leader del secondo partito d’Italia, si è paragonato anche lui al Presidente (testuale: «Io come Pertini» e si, ebbene si, ci ha messo di mezzo pure il povero Mandela) per giustificare una condanna a suo carico per diffamazione aggravata. Lui insulta, i giudici lo condannano, e lui, sempre nel rispetto istituzionale che lo caratterizza, sbraita. Beh, dai, non balza all’occhio? Come Pertini, uguale-uguale, stessa persecuzione. E stesso motivo per cui dovrebbe farsi la galera (un anno. Forse.).
Cosa volete che siano quei 10 anni di carcere e la spicciolata al confino che Pertini si fece grazie al Tribunale speciale fascista (mantenendo, per inciso, sempre “altezzoso contegno”)?
Al di là delle motivazioni della sentenza del comico, che ancora non conosciamo (e francamente…potrebbero anche sfumare nell’oblio, tutto considerato), conosciamo quelle della condanna a Pertini: essere antifascista.
Che è quella “colpa” che ha fatto sì che la Repubblica esistesse, con una Costituzione, dei principi, dei limiti (presente, cari leader? Li-mi-ti, è facile). È quell’atteggiamento di rispetto nei confronti della vita dell’altro, del lavoro, del senso dello Stato inteso come qualcosa a cui voler bene perché è fatto dalle persone. Che meritano dignità. Tutte (a meno che non la perdano da soli).

Ecco, no Beppe: non sei come Pertini. Come Pertini e come alcuni politici di un tempo, eleganti, riservati, che si sapevano imporre senza strabordare, autorevoli perché il Paese l’avevano difeso con la pelle e non con le parole, non ce ne sono più.

Quindi per favore, giù le mani da Pertini e dalla nostra Storia. Almeno da quella.