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No, Strasburgo non ha legittimato il divieto alla ricerca sugli embrioni

Diritto alla scienza. Questo il titolo del prossimo numero di Left che da sempre si batte per la ricerca scientifica.

Ho sempre avuto un alto senso della giustizia, e prima ancora di coltivare le mie vocazioni, il mio capitale artistico, mi è stato insegnato a investire sul mio capitale umano, che è, credo, il rispetto degli altri, del vivere civile, della solidarietà, la base di quello che dovrebbe essere una società democratica. Come tutte le donne di questo pianeta, ho studiato e lavorato cercando di costruire il mio destino, e quando ho incontrato Stefano, sapevo di invecchiare con lui. Ma una mattina di dodici anni dopo, tutto scompare: lui muore in Iraq durante la preparazione di un progetto cui stavamo lavorando insieme. Un anno prima, in attesa di una Pma (procreazione medicalmente assistita), avevamo crioconservato degli embrioni. Per dare un senso a quella morte, avevo deciso poi di donare quegli embrioni alla ricerca scientifica affinché servissero alla vita di qualcuno. Ma l’art. 13 della Legge 40 me lo impediva. La sentenza della Corte europea, cui mi sono rivolta nel 2011, ha confermato quella norma.


 

“Per dare un senso a quella morte, avevo deciso poi di donare quegli embrioni alla ricerca scientifica affinchè servissero alla vita di qualcuno. Ma l’art. 13 della Legge 40 me lo impediva”.

Su Left in edicola parliamo di embrioni, legge 40 e assurdi divieti, lo trovate in edicola e qui

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Dice André Malraux nel suo bellissimo La condizione umana: puoi ingannare la vita a lungo, ma essa prima o poi farà di te ciò che sei destinato ad essere. Il senso della giustizia dicevo all’inizio; ne parlo e continuo a battermi nonostante sia una persona riservata perché altri si battano per ristabilire la verità e la giustizia. Contro chi invece, nei giorni successivi alla sentenza ha affermato una presunta conferma della legittimità morale o giuridica delle legge 40, in tutti questi anni già messa in discussione da vari tribunali. No, Strasburgo non ha affatto legittimato il divieto alla ricerca sugli embrioni. Ha solo legittimato il divieto per me di donarli alla ricerca. La risposta al perché la troverete nelle pagine che Left ha dedicato all’oggetto di quella sentenza dove scienziati e giuristi cercano di ristabilire la verità. “Perché la libertà è un bene che si consuma di giorno in giorno e che quando scatta la mezzanotte bisogna ricominciare a presidiarla, affinché sia territorio libero per tutti. E quella libertà include il dovere di contrastare chi lavora per smantellare la realtà.”

Scuola, la strategia contro la Legge 107. Incontro nazionale a Bologna

Riaprono le scuole e si riapre anche la questione spinosa della legge 107, alias Buona scuola. Quale strategia adottare di fronte a un provvedimento che per un anno è stato l’oggetto di una guerra senza precedenti da parte degli insegnanti? Come parare, per esempio, le novità del Comitato di valutazione e dei premi al merito? E poi, soprattutto, si tratta di capire “cosa fare” di questa legge, che è oggetto, ricordiamo, di due quesiti referendari (a quello promosso da Possibile di Civati si è aggiunta l’iniziativa dello Snals di Napoli) considerati prematuri dal mondo della scuola riunito nell’assemblea nazionale del 12 luglio. In quell’incontro si rimandava all’appuntamento del 6 settembre, proprio per fare il punto e decidere tutti insieme la strategia da seguire. Adesso ci siamo.

L’incontro di Bologna

Domenica a Bologna (aula 3 Scuola di Economia, a partire dalle 10) si terrà l’incontro nazionale di mobilitazione. Partecipano tutti i soggetti protagonisti della battaglia contro la Buona scuola: dai comitati locali ai sindacati (Flc, Cobas, Unicobas, Gilda ecc. ), dalle associazioni di studenti (Uds, Rete della Conoscenza, Link) a quelle professionali (Cidi), fino ad arrivare a quei comitati e associazioni che in passato si sono occupati di referendum, come quelli per l’acqua pubblica. Ci saranno anche rappresentanti dei partiti M5s, Sel, Gruppo misto Senato, Rifondazione, Altra Europa per Tsipras ecc. E naturalmente i 36 comitati Lip (Legge di iniziativa popolare) da cui sono partiti i principali input per la mobilitazione unitaria. Il 5 settembre saranno proprio questi comitati a fare  il punto sulla possibilità di ripresentare una nuova proposta di legge di iniziativa popolare, accanto alle eventuali proposte di referendum abrogativo.

I nodi da sciogliere: referendum sì o no?

«Perché il referendum sia fattibile, occorre rispettare sostanzialmente tre punti», afferma Carlo Salmaso, del comitato Lip e uno dei promotori dell’incontro di Bologna. «Il quesito deve essere efficace e corretto in modo che non ci siano dubbi e che quindi non possa essere respinto. Il secondo punto è che dobbiamo essere sicuri che almeno 25 milioni di persone vadano a votare e infine, se ciò dovesse accadere, che dobbiamo essere sicuri che voti il 50 più uno, soprattutto dopo la campagna mediatica a nostro sfavore condotta in questi ultimi tempi». Insomma, i quesiti devono essere inattaccabili e soprattutto il tema del referendum deve coinvolgere una fetta di cittadini che va oltre quello degli insegnanti, ma anche anche dei genitori e dei cittadini in generale. «Devono dimostrare che sono sotto attacco i diritti sanciti dalla Costituzione», continua Salmaso. Quindi viene considerato troppo “riduttivo” il referendum proposto da Civati che abroga le norme relative al preside-sceriffo. Mentre invece sarebbe meglio puntare su temi che interessano tutti, come la questione dei finanziamenti alle scuole private o il nodo della libertà d’insegnamento. Da abbinare poi, proprio per garantire il maggior numero di partecipanti,  a quesiti sul Jobs act e sull’Italicum, un modus operandi su è d’accordo anche Maurizio Landini, aggiunge Salmaso.

Il Comitato di valutazione e i famigerati premi al merito

Ma sul tappeto non c’è solo il tema dei referendum. All’incontro di Bologna saranno all’ordine del giorno anche alcuni “problemini”, come i Comitati di valutazione e il premio al merito per i docenti designati e la riscrittura dei piani dell’offerta formativa (da confermare entro la fine di ottobre) che dovrebbero essere meno collegiali e “indicati” dal dirigente scolastico. «È chiaro che qui è difficile dare indicazioni univoche anche perché la situazione è diversa da scuola a scuola», continua Salmaso. Per esempio cosa succede se un Consiglio d’Istituto non riesce a indicare tutti i membri del Comitato di valutazione? La legge 107 è ancora un po’ vaga nella parte attuativa. Un’idea per risolvere le cose da un punto di vista “costruttivo” la propone Giuseppe Bagni, presidente del Cidi, che il 12 e 13 settembre terrà a Roma il suo coordinamento nazionale. «Per neutralizzare gli aspetti peggiori della Legge 107, come questo della valutazione, noi proponiamo che nelle scuole dove i dirigenti scolastici sono aperti e disponibili – e ce ne sono – il Collegio dei docenti potrebbe individuare dei colleghi per ruoli di responsabilità e coordinamento, dalla didattica al tutoraggio, per esempio». In tal modo i soldi del premio non andrebbero ai “preferiti”, ma realmente a chi ha dei ruoli di responsabilità all’interno delle scuole. Insomma a chi lavora di più sul serio.

E i sindacati cosa faranno?

«Bisogna sapere fino a che punto si spingeranno i sindacati. Nei mesi scorsi sono stati un po’ trascinati dal movimento dei docenti, insomma, sono andati un po’ a rimorchio. Cisl e Uil non hanno aderito al nostro appello. Speriamo che questo non sia un segnale che viene meno l’unione sindacale», afferma Carlo Salmaso. C’è da dire però che Flc Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda hanno stilato il 28 agosto un documento unitario “Risparmiamo alla scuola gli effetti più deleteri della legge 107/2015». Nel testo si ribadisce ancora una volta che tutto quello che comporta la nuova legge deve avvenire nel rispetto della libertà d’insegnamento e nella contrattazione tra le parti. Per esempio a proposito del comitato di valutazione, i sindacati sostengono che i componenti del comitato espressione del collegio che li ha scelti «potranno astenersi dal formulare criteri per l’attribuzione del bonus, qualora non siano frutto di una condivisione all’interno del collegio docenti». Insomma, i sindacati danno dei suggerimenti «per costruire percorsi alternativi» nell’applicazione della Legge 107.

Nel calderone c’è anche il ricorso delle Regioni

Al di là dei referendum, c’è da considerare anche la rivolta delle Regioni. Perché la legge 107 avrebbe violato alcune loro competenze, quelle sancite dal Titolo V. Sia il Veneto che la Puglia hanno presentato eccezione di costituzionalità, su richiesta del M5s. La Calabria dovrà decidere il 15 settembre.

 

 

La storia di Adele e la libertà di ricerca

Giovedì 27 agosto scorso la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha rigettato il ricorso di Adele P. che voleva donare i suoi cinque embrioni crioconservati alla ricerca.

Adele P. era la compagna del regista Stefano R., ucciso nella strage alla base italiana di Nassiriya il 12 novembre del 2003. L’anno prima, nel 2002, Adele e Stefano desideravano un figlio. Avevano fatto dei tentativi di Procreazione medicalmente assistita (Pma) perché non arrivava ed erano riusciti a congelare cinque embrioni. Pochi mesi dopo Stefano era morto.

Nel 2005 Adele P. decide di donare quegli embrioni, i suoi, alla ricerca ma scopre che la legge 40 le vieta di farlo. Così inizia la sua battaglia. Non vuole che tutto vada perso. Vuole donare quegli embrioni alla vita di qualcun altro. Alla libera ricerca che trova le cure per le vite degli altri. Ma non le è stato possibile. Non fino ad oggi.

Volevamo fare una copertina sul made in Italy “all’italiana” e parlarvi del modello Farinetti, ma questa sentenza ci ha travolto. Perché indirettamente corre in aiuto di un altro made in Italy “all’italiana”, quello che vieta di donare embrioni alla ricerca ma che non vieta di importare dall’estero cellule staminali embrionali per fare ricerca. Di “ipocrisia totale” parla Adele P. e non ha torto. Di “ipocrisia italiana” parla Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, e non ha torto. Perché i giudici di Strasburgo hanno stabilito che l’articolo 13 della legge 40, che vieta la sperimentazione sugli embrioni, non viola il diritto al rispetto della vita privata per cui Adele P. si batte da anni, riconoscendo e rimandando una qualsiasi soluzione all’Italia. La stessa Italia del ministro Lorenzin (Ncd) e del primo ministro Renzi che si è guardato bene dal tirare giù l’ultimo dei divieti di una delle leggi più disumane che si siano mai prodotte in questo Paese a cui, chi ci conosce, sa quanto piombo abbiamo dedicato. Perché decidere di tirare giù quell’ultimo divieto senza senso vorrebbe dire sancire finalmente e definitivamente che l’embrione non è persona umana, né soggetto giuridico da tutelare, ma un pugno di cellule. Sancirebbe finalmente e definitivamente che donare alla ricerca blastocisti (neanche embrioni) crioconservati non idonei per gravidanze non è distruggere vita umana, che è tutt’altra cosa. Ma bensì permettere alla ricerca l’utilizzo di staminali embrionali per trovare cure a patologie che semmai quella vita umana, fatta di pensiero e affetti, la aggrediscono. E di farlo senza paura.

«Sono addolorata – dichiara Adele P. – perché in Italia non se ne esce da questo impasse di ipocrisia totale. Gli embrioni non si possono donare alla scienza, ma per fare ricerca li importiamo dall’estero». E li importiamo “ipocritamente” dall’estero perché la legge 40 «si interessa anche di ricerca e lo fa in modo fortemente punitivo verso chi opera nella ricerca sulle embrionali umane, addirittura proponendo non solo sanzioni amministrative, ma penali: se un ricercatore deriva embrionali staminali dalle blastocisti soprannumerarie congelate nei vari freezer d’Italia, va in galera». Così è ancora. E così vi racconta in uno dei più bei articoli che io abbia mai letto la ricercatrice, senatrice a vita, Elena Cattaneo. Che su queste pagine scrive così: «Da questa piccola storia di questo pugno di cellule così interessanti ho imparato due cose. La prima è che la libertà è un bene che si consuma di giorno in giorno. Quindi, ecco che quando scatta la mezzanotte dobbiamo ricominciare a presidiare questa libertà, questo territorio, affinché sia libero per tutti. La seconda è che la libertà include il dovere di contrastare chi lavora per smantellare la realtà».

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Budapest, la carovana dei rifugiati. I Paesi dell’est contro il sistema di quote europeo

La guerra siriana e quella dei rifugiati in fuga dalla guerra si intrecciano in maniera sempre più stretta dopo le parole di Putin sulla disponibilità da parte del presidente dittatore Assad a condividere un po’ di potere con parte delle fazioni che ne combattono il regime. Ecco un quadro della giornata sui vari fronti.

Il Mediterraneo sarà la tomba di altre decine di persone: da una barca naufragata ieri notte al largo delle coste libiche mancano una cinquantina di persone, mentre 90 sono state salvate dalle imbarcazioni della Marina militare italiana. Ancora morti in mare.

 

Ungheria

Il braccio di ferro tra autorità ungheresi e profughi – per la stragrande maggioranza siriani – caricati su un treno e portati a Bickse, una trentina di chilometri da Budapest, prosegue. La polizia vorrebbe che i richiedenti asilo andassero a registrarsi presso il campo profughi, mentre questi temono che la loro registrazione in territorio ungherese renda poi impossibile spostarsi verso la Germania o altre destinazioni (secondo gli accordi di Dublino un richiedente asilo fa domanda e aspetta la risposta alla sua richiesta nel primo Paese dell’Unione europea in cui entra). Qui sotto una foto dell’interno del treno scattata da un rifugiato con il cellulare e spedita al corrispondente Bbc. Alle quattro circa le troupe televisive notavano la presenza di un numero crescente di poliziotti e un treno vuoto è stato messo sui binari trai vagoni carichi di rifugiati e i giornalisti. Treno semi-sgomberato e un morto tra le persone che cercavano di sfuggire alla polizia: un pakistano è scivolato sui binari battendo la testa.

 

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Un migliaio di rifugiati hanno lasciato a piedi la stazione di Budapest diretti verso il confine austriaco. Molti cantavano ironicamente «Grazie signor Orban». A far prendere loro la decisione la richiesta (non educata) del ministro degli Esteri ungherese Sziijarto, che intimava loro di lasciare la stazione di Keleti, «Che non è un campo profughi». Intanto il Parlamento ungherese ha approvato nuove norme anti-immigrazione: 3 anni di carcere per chi passa il confine illegalmente e per chi danneggia il muro eretto al confine con la Serbia. Qui sotto, nel tweet di un reporter di BuzzFeed, una foto della carovana.

 

L’Europa sembra essersi data una svegliata nonostante Orban e i suoi sodali politici sparsi ai quattro lati del continente. «Ora si parla di centinaia di migliaia di persone, ma l’anno prossimo parleremo di milioni di persone e non c’è fine a questo» ha detto il premier ungherese «Tutto d’un tratto scopriremo di essere in minoranza nel nostro continente», ha detto, invitando l’Europa «per mostrare la forza per proteggere i nostri confini». Passo indietro invece per il premier britannico Cameron e per molti altri premier: la drammaticità della situazione, la necessità di prendere le distanze dalla destra estrema e l’indignazione per la foto dei bambini morti sulla spiaggia di Bodrum hanno mosso qualcosa, ciascun Paese si sta attrezzando e promette più visti e ingressi. E forse anche la pressione digitale: qui sotto la mappa prodotta da Twitter che mostra quanto e come l’hashtag #RefugeesWelcome si sia diffuso. Italia, Francia e Germania hanno scritto all’alto rappresentante per la politica estera Mogherini chiedendo un sistema di quote armonico ed europeo. Alla lettera hanno risposto con un incontro i premier di Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia rifiutando il sistema europeo e sostenendo che le decisioni sugli ingressi devono rimanere pertinenza nazionale. C’è una divisone politica chiara tra Europa dell’est e occidentale.

 

Gallery| Budapest, Bicske e il confine greco-macedone

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 Kos

A Kos, denuncia Amnesty International, la situazione è intollerabile e nella notte c’è stata un’aggressione ai profughi. Sull’isola soggiornano alcune migliaia di richiedenti asilo provenienti soprattutto da Siria, Iraq e Afghanistan in attesa di poter essere registrati. Qui sotto qualche riga del comunicato dell’organizzazione internazionale che ha mandato degli osservatori sull’isola.

Amnesty International, che ha assistito la scorsa notte a una brutale aggressione, ha potuto osservare le condizioni complessivamente drammatiche in cui si trovano i rifugiati sull’isola, verificando la presenza di neonati di una settimana tra le moltitudini di persone costrette a rimanere anche per giorni sotto un sole cocente in attesa di essere registrati dalle autorità locali. I ricercatori dell’organizzazione per i diritti umani hanno intervistato minori non accompagnati detenuti in condizioni deplorevoli insieme a persone adulte.
La notte scorsa, Amnesty International è stata testimone oculare dell’aggressione subita da un gruppo di rifugiati ad opera di 15-25 persone armate di bastoni che gridavano “Tornatevene a casa vostra!” e urlavano insulti. Gli aggressori hanno anche minacciato gli attivisti presenti (uno di loro è stato lievemente ferito e gli è stata sottratta la macchina fotografica) e un ricercatore di Amnesty International. Solo ad aggressione iniziata è intervenuta la polizia anti-sommossa che ha lanciato gas lacrimogeni disperdendo gli aggressori.

 

Siria

Parlando ancora di rifugiati e Siria: sembra che Assad sia pronto a cedere una parte del potere e a dialogare con una parte delle opposizioni che lo combattono in chiave anti ISIS. Così almeno ha annunciato Vladimir Putin, che gioca un ruolo centrale in una regione in grande sommovimento (Turchia, Iran, Iraq, Libano). L’intelligence americana, ma non solo, hanno notato una presenza crescente degli addestratori russi sul territorio siriano. E’ una partita diplomatica molto delicata che potrebbe cominciare davvero dopo anni di stallo perché: la crisi dei rifugiati sta assumendo proporzioni colossali, più nella regione che in Europa; Assad è in seria difficoltà da mesi; Europa e Stati Uniti cominciano ad essere più preoccupati dalla crescente influenza dell’ISIS che non dalla volontà di cacciare un dittatore barbaro che in questi anni ha infranto ogni convenzione di guerra possibile e violato qualsiasi diritto umano (come del resto fanno le milizie dell’ISIS a cavallo tra Siria e Iraq). Chi non gioca nessun ruolo, non accoglie un rifugiato e non muove un dito sono i ricchi Stati della penisola araba. Qui sotto una mappa sulla distribuzione dei rifugiati siriani nella regione: milioni tra Libano, Turchia e Iraq, zero nella penisola del petrolio.

 

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Per concludere la chiusa di un bell’articolo di Luay Al Khatteb, esperto di Medio Oriente della Brookings Institution ed ex rifugiato che spiega molte cose e da molti numeri e poi trova una bella e terribile immagine per spiegare la condizione di chi fugge dalla guerra.

La maggior parte delle persone ricorderanno le terrificanti scene dell’11 settembre 2001, quando le persone saltavano giù dai piani più alti delle Torri Gemelle. Dovremmo allo stesso modo ricordare che coloro che erano intrappolate nei grattacieli in fiamme e si gettavano nel vuoto piuttosto che aspettare di subire un destino orribile. E’ così diversa la tragedia dei rifugiati che rischiano la vita in mare, nei camion, sui treni? In qualità di ex rifugiato che come milioni di profughi valorizza la santità della vita sopra ogni cosa, risponderei di no.

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I referendum mentre tutti si spulciano

instagram-01E niente. Deve essere qualcosa che ha a che vedere con la genetica oppure un meccanismo preimpostato di autodistruzione quello che sta lasciando gocciolare i referendum come se fossero semplicemente un rubinetto che perde nel bagno di Pippo Civati. Forse davvero a sinistra l’incapacità di organizzare gli intenti ha messo questo Paese “in pausa per vent’anni”, come ha detto il premier Matteo Renzi. Riferendosi a Berlusconi, lui. Va bé.

Riepilogando: ‘Possibile’, la creatura politica organizzata da Pippo Civati (e mica solo lui, con coordinamenti in tutta Italia ma la personalizzazione è un gioco semplice per capirsi) ha preparato 8 quesiti referendari da presentare entro la fine di questo mese. Le motivazioni sono abbastanza lapalissiane: senza votazioni in vista il modo più concreto per “fare politica” è quello di mettere una firma contro le decisioni non condivise del governo per cui si va da dall’eliminazione dei capilista bloccati, all’abrogazione dell’Italicum, all’eliminazione del potere di chiamata del preside “manager” nella riforma scolastica, l’eliminazione delle trivelle in mare, passando per l’ambiente fino all’abolizione del demansionamento e la reintroduzione dell’articolo 18 nel Jobs Act. Insomma: un referendum su molte delle questioni che hanno scaldato la politica in questi ultimi anni e che hanno acceso indignazione varia non solo a sinistra.

Come sempre, per fortuna, una parte del Paese è intervenuta nel dibattito referendario criticando alcune scelte nella formulazione dei quesiti (quello sulla scuola, ad esempio) oppure dichiarandosi in disaccordo con alcuni punti: una pratica sana di dialettica politica che è una primavera rispetto alla banalizzazione generale. Altri semplicemente si sono armati di fotocopie e banchetto e hanno deciso di metterci il proprio tempo, oltre che la firma, passando un’estate referendaria. E fin qui ci siamo.

Poi ci sono i fiancheggiatori dell’usura interna. I peggiori. Quelli che “i referendum d’estate non si possono fare” e poi ti accorgi che sono gli stessi che erano in piazza a raccogliere firme l’estate scorsa; quelli che “i referendum sono una fuga in avanti” che soffrono di vertigini ogni volta che si osa qualcosa di più di un’assemblea, quelli che “i referendum si devono fare insieme” e poi capisci che reclamano un simbolino in fondo ai moduli; quelli che “non firmo perché tanto non passano” come se la giustezza stia solo nella vittoria e quindi andrebbe buttata via tre quarti di storia della sinistra nel mondo; quelli che “i referendum sono di Civati” e poi tirano la sottana a Renzi per un apparentamento in qualche elezione locale e infine ci sono i più miseri, quelli che “aiutano ma anche no”, sono contro il Jobs Act, non possono permettersi di non fingere di appoggiarli ma non gli scappa nemmeno un mezzo autenticatore in appoggio.

A guardare la scena da fuori si direbbe che siano le tre scimmiette che si spulciano le scapole mentre dovrebbero pensare a come organizzare la notte. Una cosa così: mentre Renzi e i suoi insistono nella comunicazione muscolare del “fare” di là, a sinistra, c’è l’ennesima coltre di palude piegata su se stessa.

Ora che siete rientrati dalle vacanze, che avete tutti i buoni propositi di ogni settembre di ogni anno, fatevi un regalo che può solo farvi bene: leggete il materiale e decidete se vale la pena spegnere Facebook per un’ora e prendere la bici fino al banchetto più vicino, oppure scrivetelo forte perché non siete d’accordo e sottolineate con tutto il pennarello rosso possibile gli errori compiuti. Collaborate, litigate o osteggiate con il piacere di stare da un parte, piuttosto che da parte. Guardando lì sopra quelli che si fondono le meningi per darvi il “prossimo nome” e il “prossimo simbolo” verrà da sorridere anche a voi. Sicuro.

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Alzate il volume. Sara Loreni è in anteprima su Left

È una boccata d’aria fresca Sara Loreni, sarà per questo che ha deciso di intitolare l’album del suo debutto: Mentha. In uscita il 14 settembre per Maciste dischi, l’album viene anticipato dal singolo “Dovresti alzare il volume”, oggi in anteprima su Left. Sara ha 30 anni, tanta voce e i dei compagni inseparabili: loop station, kaossilator e batterie elettroniche. Una voce sintetizzata che non vuol dire necessariamente non vera, precisa la vocal performer, ma che permette  «di creare effetti “alieni” attraverso cose naturali». Sara Loreni è sempre alla ricerca, perché, ci spiega, «per me i dischi sono come dei figli, li concepisci e poi percorrono la loro strada. Che tu non puoi controllare».

Il video di “Dovresti alzare il volume” in anteprima su Left
Una sbadata Sara si aggira per le vie di una Parma surreale, inciampando su innumerevoli traversie. L’Odissea è un tempo che corre all’incontrario,
in un piccolo e coloratissimo film muto diretto da Stefano Poletti, già incontrato per Baustelle, Tricarico e non solo.

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 Tre domande a Sara Loreni

«Raccoglierai quello che semini», diceva Lou Reed. E tu perché vuoi seminare la Mentha?

Semino la menta perché è molto simbolico nella ricerca di freschezza e leggerezza. Come dice Calvino? «Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». Non è semplice mantenere questo ma è il mio intento che spero si percepisca. Perciò abbiamo deciso in fase di registrazione di lasciare talvolta la voce pulita e altre volte di creare degli effetti. Sembra una voce processata ed effettata, ma è frutto di piccoli escamotage che creano questo effetto quasi di rendere la voce un po’ aliena. Ma è molto semplice anche questo.

Il tuo compagno è la loop station, ammettilo.

Sì! (ride). Quasi sempre campiono solo la voce perché mi ha permesso di ritrovare delle soluzioni molto interessanti per lavorare da sola, autonomamente. Posso creare una sorta di orchestra di voci, da sola. All’inizio del progetto mi son messa a giocare nella mia cameretta, poi ho incontrata dei fantastici compagni che mi hanno aiutato a svoluppare questo lavoro. Sembra una piccola astronave perché si presenta come qualcosa di distante, ma di fatto si lavora con la voce.

Un immaginario di gioco che in genere appartiene ai “maschietti” e poco alle “femminucce”…

Ma che in me ha radici molto profonde. Da piccola con le bambole non ci ho mai giocato, giocavo con i trenini di mio fratello, mi affascinavano le cose meccaniche. Un po’ ne ero spaventata, perché studiavo e partivo da un percorso legato dal canto, però avevo questa fascinazione fortissima di quel modo di concepire la musica.

 

Il disco
Nelle dieci tracce di Mentha, a tenere il tempo alla voce di Sara troviamo sintetizzatori, samples e strumenti tradizionali. Gli effetti sonori danno forma a un disco ricercato, ma dall’impatto leggerissimo. La produzione artistica è firmata da Martino Cuman (Non voglio che Clara), da menzionare le collaborazioni di Stefano Amato (Brunori SAS), Diego Dal Bon (Jennifer Gentle), Marcello Batelli (Non voglio che Clara e Teatro degli Orrori) e Massimo Manticò (Superwanted).

Tasse, la prima casa delle libertà

In attesa che dal governo spieghino al Paese dove troveranno i soldi per abolire la tassa sulla prima casa senza tagliare ulteriormente i trasferimenti ai Comuni, ripubblichiamo l’articolo comparso su Left del 25 luglio nel quale spighiamo perché abolire le imposte a prescindere dai redditi è sbagliato.

Con l’annuncio della detassazione dell’abitazione principale, Matteo Renzi emula in maniera sfacciata Silvio Berlusconi, il quale, esattamente con la stessa proposta, vinse una prima volta le elezioni, nel 2008, e una seconda volta, nel 2013, rimediò all’ultimo momento a una ormai certa sconfitta elettorale, impedendo al Pd di Bersani una piena vittoria. «Se è andata bene per due volte a Berlusconi, perché non dovrebbe andare bene a me?»: così deve aver pensato il nostro baldanzoso presidente del Consiglio, preoccupato per i segnali di una riduzione del consenso elettorale. E ha sciorinato la ricetta berlusconiana, per la prima volta a un’attonita assemblea del partito.

Si sapeva da mesi che i tecnici di Renzi stavano lavorando all’ipotesi di una “local tax”, cioè di un’imposta comunale che avrebbe dovuto sostituire la Iuc, l’imposta una e trina – Imu, Tasi e Tari – che fu l’esito ultimo del disastroso processo di modifiche del tributo immobiliare comunale innescato dalla trovata di Berlusconi.

Si trattava di unificare l’Imu, l’imposta mutilata da Berlusconi della prima casa, con la Tasi, l’imposta sui servizi artificiosamente istituita per poter tassare nuovamente la prima casa. Si trattava inoltre di rimediare ad altri gravi difetti del sistema, a cominciare dalla demenziale tassazione degli immobili delle imprese e dalla altrettanto folle condivisione del tributo tra lo Stato e i Comuni. Per guadagnare consenso, Renzi aveva pensato di vendersi la local tax come imposta comunale unica: il nuovo tributo comunale avrebbe, infatti, sostituito anche l’addizionale comunale Irpef. Avvertito dai propri sondaggisti che questo disegno non gli avrebbe garantito il tripudio di una folla osannante, Renzi ha deciso: perché non fare allora come Berlusconi? La local tax escluderà la prima casa.

chi sono i padroni di casa in Italia

Ma gli economisti sanno che l’imposta sugli immobili è un buon tributo per i governi locali. È infatti un modo per fare pagare ai residenti il costo dei servizi pubblici. Se in una zona i servizi sono buoni, il valore delle case aumenta e i proprietari pagano di più. Se invece il governo locale si comporta male e i servizi sono scadenti, il valore della case scende e si paga di meno. Si vorrebbe che il confronto tra quanto si paga come imposta e quanto si riceve come servizi inducesse l’elettorato a mandare a casa i governi locali corrotti e inefficienti e tenersi quelli che funzionano. Ma questo è un altro discorso.

Nell’ottica di un’imposta che riflette i benefici dei servizi pubblici, non ha alcun senso esentare dal pagamento i proprietari che abitano nel proprio appartamento. Se si esenta la prima casa, si esclude dall’imposta la maggioranza dei residenti: l’imposta grava solo sulle seconde case, spesso possedute da non residenti (pensiamo ai comuni turistici) e il tributo risulta snaturato.

Perché esentare l’abitazione principale di per sé, indipendentemente dalla capacità di pagare del proprietario? Non sarà un caso se pochissimi Paesi prevedono l’esenzione totale e incondizionata della prima casa: si tratterebbe – a quanto ho potuto sapere – di Niger, Togo, Thailandia e Yemen. Gli altri Paesi, in alcuni casi non ammettono alcun regime particolare per l’abitazione principale, in altri, più frequentemente, concedono agevolazioni di natura parziale (riduzioni di aliquota) e selettiva: il trattamento di favore è subordinato alla mancanza di un reddito adeguato o ad altre circostanze, per esempio l’età del proprietario (in questo caso, alcuni Paesi prevedono che l’imposta sia posta a carico degli eredi).

Dicono i Berlusconi e i Renzi che la giustificazione dell’esenzione starebbe nel fatto che la casa è frutto dei sacrifici della famiglia, del faticoso risparmio da un reddito sul quale già si sono pagate le imposte. Ma perché, allora, altre forme di risparmio, certo socialmente non meno meritevoli, come le somme che si mettono da parte per gli studi dei figli, non dovrebbero avere agevolazioni?

In realtà c’è un’unica spiegazione dell’esenzione dell’abitazione principale: il ritorno, in termini di consenso, che garantisce ai politici. E tale ritorno dipende dal fatto che tale imposta è tra le più odiate, perché più visibile di altre tasse, che sono più nascoste, come quelle che ci vengono sottratte in busta paga o che paghiamo nei prezzi dei beni che compriamo.

La riforma della tassazione della casa, con l’esenzione dell’abitazione principale, è solo la prima di tre tappe di riduzione delle imposte che sono state annunciate da Renzi: la seconda riguarderà la tassazione delle imprese, Irap e Ires; la terza il ridisegno della curva delle aliquote Irpef. Il tutto, dicono, costerebbe 50 miliardi. Dove si troveranno i soldi? State sereni: le “riforme” faranno talmente aumentare il Pil che tutti i conti quadreranno.

C’è anche una fondamentale questione di metodo. Il Pd si è sempre schierato contro l’esenzione totale e incondizionata dell’abitazione principale, una posizione che è costata a Bersani il governo. Una così radicale inversione di rotta da parte di Renzi è stata diffusamente e approfonditamente discussa nel partito? Assolutamente no, Renzi decide tutto da solo, anche questioni così importanti: gli altri devono accettare, il partito tutto deve passivamente adeguarsi.

Diritto alla scienza e divieti insensati sulle staminali embrionali

Diritto alla scienza. Questo il titolo del prossimo numero di Left che da sempre si batte per la ricerca scientifica.

Adele Parrillo voleva donare alla ricerca scientifica cinque embrioni crioconservati ma la Corte europea dei diritti umani ha detto no. Dalla storia di questa donna, compagna del regista Stefano Rolla, una delle vittime di Nassiriya, alla lotta tenace che gli scienziati e i giuristi italiani conducono per la libertà di ricerca scientifica in Italia. È questa la storia di copertina di Left in uscita il 5 settembre. Il racconto di tre donne protagoniste di una battaglia a favore della scienza contro i divieti senza senso di certa politica. In Italia la sentenza di Strasburgo che nega la possibilità alla Parrillo di donare i suoi embrioni alla ricerca scientifica viene strumentalizzata per difendere l’ultimo divieto, forse il più assurdo, quello di utilizzare embrioni soprannumerari e non idonei per le gravidanze per fare ricerca scientifica con cellule staminali embrionali.

Su Left Filomena Gallo, avvocato e segretario nazionale dell’associazione Luca Coscioni, Elena Cattaneo scienziata e senatrice a vita, ribadiscono l’importanza del ruolo delle staminali embrionali per la ricerca e denunciano l’ipocrisia italiana che vieta di usare embrioni “italiani” ma non vieta di acquistarne dall’estero.  Mentre il governo Renzi si ostina a non ridiscutere l’articolo 13 della Legge 40, (che appunto, vieta la sperimentazione sulle cellule staminali embrionali). Fatto di importanza vitale per la ricerca, come scrive Elena Cattaneo,  che ha dedicato la sua vita allo studio di cure per malattie come la Corea di Huntington. «Decidere di tirare giù quell’ultimo divieto senza senso vorrebbe dire sancire finalmente e definitivamente che l’embrione non è soggetto giuridico da tutelare, ma un pugno di cellule», scrive il direttore Ilaria Bonaccorsi nel suo editoriale.

In Società Left racconta le manovre del centrodestra con Angelino Alfano (Ncd) sempre più vicino al premier Renzi. E ancora: i retroscena sui servizi di sicurezza beffati a Roma con i funerali Casamonica e un ritratto senza veli di Don Mazzi.

Negli Esteri, l’intervista a Saeb Erekat, capo dell’esecutivo dell’Olp, lo scorretto Donald Trump miliardario che sta scompaginando i giochi delle primarie repubblicane e un “tuffo” nel linguaggio politicaly correct dei college americani, un reportage da Cuba sulla “euforia” da Internet e infine un servizio da Londra sul pugno duro anti-immigrati.

Circa 600 musicisti jazz il 6 settembre suoneranno a L’Aquila, cento concerti in dodici ore, intervistiamo Paolo Fresu, il direttore artistico dell’evento. E ancora tanti personaggi: lo scrittore Frank Westerman e le leggende d’Africa, Fabiola Gianotti e la sua scoperta del bosone di Higgs, il regista Piero Messina che debutta a Venezia con il film L’attesa e il rapper Ali Cham, voce degli oppressi del Gambia.

Buona lettura.

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Bodrum, Kos, Budapest, il punto sulla catastrofe umanitaria

Gli occhi di chiunque abbia aperto un sito o un giornale, stamane, hanno visto la foto del cadavere di Aylan, 3 anni, morto assieme al fratellino Galip mentre cercava di arrivare a Kos. La foto l’avete vistaleft tutti e noi, dopo averci pensato, scegliamo di non ripubblicarla: non staremmo più dando una notizia ma cercando click. La drammatica crisi dei rifugiati, non consente nemmeno di fermarsi per commemorare la morte di due bambini, due tra i tanti morti in fuga dalla Siria e affogati nel Mediterraneo. Duole ricordare la copertina di Left del 25 aprile.

 

Il padre: «Voglio tornare a Kobane, seppellire la mia famiglia ed essere seppellito accanto a loro».

I due bambini i cui corpi abbiamo tutti visto sulla spiaggia di Bodrum erano profughi curdi in fuga da Kobane, e stavano cercando di emigrare in Canada, dove hanno dei parenti. Galip Kurdi, cinque anni e suo fratello Aylan di tre sono morti assieme alla madre Rehan e otto altri rifugiati quando la loro barca si è capovolta nel viaggio tra la Turchia e Kos l’isola greca di Kos. Il padre dei ragazzi, Abdullah, è sopravvissuto. La sua famiglia dice che il suo unico desiderio è ora di tornare a Kobane con la moglie morta e i figli, seppellirli, e essere sepolto accanto a loro.

«Ho sentito la notizia alle cinque di questa mattina» ha detto all’Ottawa citizen Teema Kurdi, la sorella di Abdullah. La telefonata proveniva da Ghuson Kurdi, la moglie di un altro fratello, Mohammad. «Aveva ricevuto una telefonata da Abdullah, non faceva che ripetere, mia moglie e i due ragazzi sono morti». «Stavo cercando di sponsorizzarli, e ho i amici e vicini che mi hanno aiutato con i depositi bancari, ma non siamo riusciti a tirarli fuori, e per questo sono saliti su quella barca. Ho anche pagato l’affitto per loro in Turchia, ma è orribile il modo in cui trattano i siriani lì “, ha dichiarato ancora Teema.

Caos nelle isole greche

«La situazione nelle isole è drammatica per il numero di persone in arrivo, per la mancanza di ricoveri e per il peggioramento delle condizioni igieniche» ha detto Ketty Kehayioy, portavoce dell’UNHCR ad Atene al Guardian. «L’assenza di personale per condurre le registrazioni sta creando enormi strozzature a Lesbo e Kos, il che esacerba la situazione precaria». Qui sotto un video del lungomare con i campi di rifugiati appena arrivati. Secondo l’Unhcr, in Grecia sono arrivati più rifugiati nel mese di luglio di quanti non ne siano arrivati durante tutto il 2014.

Budapest, stazione aperta, treni fermi, Orban incontra Schulz

L’altro fronte di questa situazione drammatica e paradossale allo stesso tempo è la stazione di Budapest. Riaperta questa mattina (qui sotto i video dei corrispondenti di Bbc e Wall Street Journal che mostrano l’apertura della stazione e il caos su treni destinati a rimanere fermi), me senza che le persone, rifugiati o viaggiatori che sia, possano prendere treni per l’occidente europeo. Treni internazionali non ne partono. Li prende in giro la foto scattata da un corrispondente del New York Times proprio alla stazione: sul treno una scritta commemora i 25 anni di apertura delle frontiere europee.

 

Intanto il premier ungherese, il destrorso Viktor Orban, ha incontrato stamane il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz. Orban ha pubblicato un articolo sulla Frankfurt Allgemeine nella quale ricorda che la maggioranza dei profughi sono musulmani e non cristiani, «Una questione importante, perché l’Europa e la cultura europea hanno radici cristiane. O non è già di per sé allarmante che la cultura cristiana dell’Europa sia a malapena in grado di difendere i propri valori cristiani?». Anche pensando tutto il male possibile delle religioni, ci si chiede che idea di cristianesimo abbia il premier ungherese. Ieri a migliaia hanno sfilato sotto il Parlamento ungherese per protestare contro le politiche di Orban.

 

Anche al confine tra Macedonia e Grecia la situazione è drammatica

Migrants pass through Macedonia on their way to EU countries

Migrants pass through Macedonia on their way to EU countries

 Migrants pass through Macedonia on their way to EU countries

Le polemiche in Gran Bretagna

Il Regno Unito ha concesso asilo a circa 10.000 rifugiati dello scorso anno, un numero significativamente inferiore rispetto a molti altri paesi ricchi occidentali europei. Su base pro capite, quello britannico è uno dei numeri più bassi del continente.

Il premier conservatore se ne infischia delle foto di bambini affogati e dichiara: «Abbiamo accolto un numero di richiedenti asilo provenienti dai campi profughi siriani e stiamo verificando il loro status, ma pensiamo che la cosa più importante sia cercare di portare pace e stabilità in quella parte del mondo. Non credo che la risposta sia quella di accogliere sempre più rifugiati».

«Quando sento dire che abbiamo avuto modo di consolidare i nostri confini, mi fa pensare al messaggio che stiamo inviando a Giordania, Libano, Turchia e Iraq, chiedendo di tenere aperte le frontiere ai siriani», ha detto l’ex ministro degli Esteri britannico David Miliband, «La gente in Gran Bretagna ha avuto modo di capire che questi paesi si accorgono della differenza tra quello che diciamo e quel che facciamo».

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Secondo l’Onu Gaza sarà inabitabile entro 5 anni

Gaza potrebbe diventare inabitabile entro il 2020, se le attuali tendenze economiche persistono. Ad affermarlo è un rapporto dell’Unctad, l’agenzia Onu che si occupa di commercio internazionale e sviluppo, diffuso martedì. Gli oltre a otto anni di blocco economico e le tre operazioni militari subite hanno ridotto al lumicino la capacità della Striscia di esportare e di produrre per il mercato interno, devastato delle infrastrutture già precarie e impedito la ricostruzione tra una guerra e un’altra. In queste condizioni, l’Unctad parla di de-sviluppo, di una situazione nella quale la crescita non è stata rallentata o ostacolata ma resa negativa.

Il rapporto evidenzia le crisi riguardanti l’acqua e l’elettricità, e ricorda la distruzione di alcune infrastrutture vitali durante le ultime operazioni militari israeliane durante il luglio e agosto 2014: un milione e 800mila persone si riforniscono di acqua da una falda costiera che è per il 95% non potabile. Si stima poi che la capacità di offerta di energia elettrica non fosse sufficiente a soddisfare più del 40 per cento della domanda. Questo nel 2012, prima che la centrale elettrica fosse danneggiata durante i bombardamenti del 2014.

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Il rapporto stima (vittime di guerra escluse) i danni diretti delle tre operazioni militari che hanno avuto luogo 2008-2014: tre volte le dimensioni del prodotto interno lordo locale di Gaza. Tuttavia, il costo totale può essere significativamente più alto una volta contabilizzate, oltre alle perdite economiche indirette, anche la capacità produttiva perduta.

Oltre alle 500.000 persone sfollate a seguito della più recente operazione militare, il rapporto segnala la distruzione o il danneggiamento grave di più di 20.000 case palestinesi, 148 scuole e 15 ospedali e 45 centri sanitari di primo soccorso.

Ben 247 stabilimenti e 300 centri commerciali sono stati totalmente o parzialmente distrutti. Gravi danni è stata inflitta sulla suola centrale elettrica di Gaza. Il solo settore agricolo ha subito 550 milioni di dollari di perdite.

Nel 2014, la disoccupazione a Gaza ha raggiunto il 44 per cento, il livello più alto mai registrato. La disoccupazione è particolarmente grave tra le giovani donne: più di otto su 10 senza lavoro. Il livello economico degli abitantio di Gaza è peggiore oggi che 20 anni fa e il Pil si è ridotto del 30 per cento rispetto al 1994.

L’insicurezza alimentare colpisce il 72 per cento delle famiglie, e il numero dei profughi palestinesi che vive solo di aiuti alimentari distribuiti dalle agenzia Onu è passato da 72.000 nel 2000 a 868.000 nel 2015: metà della popolazione di Gaza.

Il rapporto sostiene che, anche prima delle tre operazioni militari israeliane, il blocco economico in atto a partire dal 2007 aveva già portato alla cessazione larga scala delle operazioni produttive e la perdita di posti di lavoro.