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Corbyn, il socialista che guarda al futuro

Jeremy Corbyn incarna un nostalgico canto del cigno o la rinascita della sinistra? Il dilemma entusiasma e angoscia i progressisti, scottati dalla difficile esperienza di Syriza in Grecia. Che si tratti di ritorno al passato o al futuro, il candidato della sinistra radicale alle primarie Labour rappresenta già il rovesciamento di prospettiva. Basta osservare la cartina di tornasole del mirino mediatico per comprendere come Corbyn sia il politico più temuto da cancellerie conservatrici, capitalismo finanziario, socialdemocrazie subalterne ai dogmi dell’austerity neoliberale. I sillogismi di cui è oggetto sono grossolani ma pervasivi: Corbyn è un idealista utopico perché privo di esperienza di governo, anacronista nella richiesta di superamento della monarchia, il suo pacifismo non allineato alla Nato, a detta del premier Cameron, metterebbe a rischio la sicurezza del Regno Unito; la solidarietà con la Palestina gli costa l’etichetta di antisemita, è considerato troppo morbido con l’Ira e la Russia di Putin e soprattutto euroscettico, ma il socialista Corbyn è contro ogni nazionalismo, semmai subordina la presenza nell’Unione alla riforma dei trattati, dal riequilibrio delle bilance commerciali alla tutela di diritti sociali e ambiente.

Tony Blair usa ogni mezzo per accusarlo del suicidio politico del Labour: «Se è nel cuore degli elettori, essi dovrebbero fare un trapianto cardiaco». Al sarcasmo poco british, che è la cifra dell’emulo blairiano Matteo Renzi, ossessionato da gufi e rosiconi, il candidato laburista oppone i disastri del blairismo: i crimini della guerra in Iraq, i favori fiscali alle lobby della City, le privatizzazioni che non hanno risparmiato l’acqua e le ambulanze, il distacco dal sindacato, l’eliminazione dell’edilizia popolare malgrado il caro vita.

Come una ventata in un mondo politico stagnante o un fulmine a ciel sereno a seconda dei punti di vista, Corbyn rompe gli schemi, persino a livello estetico rispetto alle cool leadership di buona sartoria, trucco televisivo e sicumera gaudente che sembra esprimere il concetto di vittoria/potere a ogni costo, perdita dei valori compresa. La barba bianca da sindacalista marxista è frutto dell’ascesa di Blair («È la mia forma di dissenso», rivendicò), l’aria disillusa e serena un retroterra sessantottino, il look trascurato da militante di periferia fa il paio con la sua scelta di consumatore consapevole (e «parsimonioso» per sua stessa definizione) e di ciclista, un “nonno in bicicletta” che non possiede automobile. Corbyn, nato 66 anni fa a Chippenham, paesino del Wiltshire, è stato educato da genitori borghesi che si erano innamorati durante la guerra civile in Spagna: David, ingegnere elettronico, e Naomi, insegnante di matematica, combattevano volontari per la Repubblica contro il generale Francisco Franco. L’impegno sindacale di Jeremy inizia a 18 anni alla National Union, terminati gli studi al North London Polytechnic, l’avventura politica sette anni dopo, quando porta nel locale Council le istanze del sottoproletariato londinese di Haringey. Nel mezzo anche l’esperienza lavorativa in una fattoria di maiali che lo segna al punto da diventare vegetariano.

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Questo ritratto di Jeremy Corbyn è stato pubblicato sul numero 35 di Left,

prima della vittoria del neo leader del Labour, di cui parliamo qui

Corbyn conduce le battaglie dentro e fuori il Parlamento, dove siede dal 1983, consolidando i voti nella roccaforte di Islington, il quartiere più povero di Londra. L’anno seguente viene arrestato durante una manifestazione contro l’apartheid davanti all’ambasciata sudafricana, ma continua a lottare per i diritti e la pace come all’epoca del Vietnam. Aiuta migranti e rifugiati, dialoga con gli indipendentisti nordirlandesi e gli argentini in occasione della guerra delle Falkland. Nel cassetto conserva la foto di Che Guevara, quasi a ricordare la necessità di sostenere i popoli oppressi e denunciare fascismi vecchi e nuovi. Nel 1998, da membro della Commissione sui diritti civili, biasima Margareth Thatcher per il tè concesso ad Augusto Pinochet, «uno dei grandi assassini di questo secolo». Le minacce arrivano puntuali ma non lo spaventano. Di questioni internazionali continuerà a occuparsi producendo vari scritti tra cui Problems of Nato, libro edito l’anno scorso da Spokesman con contributi che vanno da Tsipras ai dissidenti sovietici Roy e Zhores Medvedev. Corbyn ha tre figli e si è sposato tre volte: con la compagna di partito Jane Chapman, con l’esule cilena Claudia Bracchita e con la messicana Laura Alvarez, che importa prodotti equo-solidali.

Nel suo staff ci sono compagni di lungo corso, può contare sul sostegno dei sindacati più importanti, Unite e Unison, del grande vecchio del Labour, l’ex vicepremier Lord Prescott. Per la prima volta si è speso pubblicamente anche il fratello Piers Corbyn, marxista e meterologo, convinto che il riscaldamento globale sia una bufala. Jeremy ha i piedi ben piantati a terra, nell’ambiente è considerato un “Bennite”, nel senso di seguace del repubblicano Tony Benn, compianto ministro nei governi Wilson e Callaghan, assertore dell’attivismo di base ma sempre leale al partito. «La Ditta», la chiamerebbe il nostro Bersani che però, alla fine, esprime molto meno il dissenso: pur rimanendo in maggioranza, Corbyn ha votato ben 500 volte ai Commons contro il governo Blair. Bersani, subentrato a Veltroni “l’americano”, presenta più analogie con Ed Miliband, leader uscente di impronta socialdemocratica ma sempre fedele alla Terza via blairiana. Soprattutto, la svolta dopo gli insuccessi elettorali è opposta: il Pd ha sterzato a destra con Renzi, nel Regno Unito sta rinascendo la sinistra.

Dai sondaggi che danno Corbyn in vantaggio spicca il gradimento degli under 30, non soltanto della working class. Com’è possibile che il socialismo âgé faccia presa? Forse perché intende abbassare le rette universitarie fra le più care al mondo e garantire un salario minimo, redistribuendo le ricchezze mediante nuove imposte alle multinazionali. Il candidato barbuto vorrebbe un welfare state non solo efficiente ma inclusivo. Alla scuola pubblica tiene talmente che, secondo il Guardian, tra i motivi del divorzio con la seconda moglie ci sarebbe stata l’intenzione di iscrivere il figlio alla Queen Elizabeth’s grammar school: non sia mai. Corbyn ha proposto di estendere il modello sperimentato dal Labour a Islington, dove si è registrato un aumento del corpo docente e delle dotazioni tecnologiche nelle scuole: «Continuerò a sostenere i bisogni degli studenti, affinché possano andare al college o all’università, sfruttando al meglio tutte le opportunità».

È materia per esperti post keynesiani la proposta del People’s quantitative easing, avanzata dal consigliere Richard Murphy, secondo cui la Bank of England dovrebbe sostenere direttamente imprese e opere pubbliche anziché fornire liquidità alle banche private. Stop alla finanza, sì all’economia di Stato, se dovesse andare in porto la reintroduzione della clausola IV che impegnava il Labour alla nazionalizzazione dell’industria, abolita da Blair nel 1994. Nei piani di Corbyn ci sono ferrovie e poste, il rilancio del settore estrattivo demolito dalla Thatcher, gli investimenti in edilizia popolare e settori innovativi riposizionano il meridiano di Greenwich sul concetto di progresso sociale e lungimirante. Dunque il laboratorio in un Paese occidentale avanzato, libero dalle gabbie di bilancio dell’Eurozona, potrebbe integrare la tassazione progressiva periodica à la Piketty e i deficit per la crescita propugnati dalla Modern money theory.

Non a caso Corbyn si è detto vicino a Bernie Sanders, il socialista che osa sfidare Hillary Clinton alle primarie dem con l’appoggio della Mmt, e al movimento giovanile che anima Podemos in Spagna. D’altronde, cos’è culturalmente più rivoluzionario di una lotta all’ingiustizia che riparta dal basso, casa per casa e strada per strada? I rivali interni al Labour discettano di rincorse al centro per conquistare l’elettorato moderato, Corbyn invece ama parlar chiaro, essenziale e incisivo, convinto che il ritorno alle origini possa colmare il vuoto valoriale ed elettorale riempito dal populismo dell’Ukip di Nigel Farage, così in Francia dai Le Pen e in Italia da Salvini e Grillo. Il “nonno in bicicletta” darà spinta propulsiva e coraggio a un nuovo blocco sociale e politico della sinistra europea, anche nell’alveo socialdemocratico, ripartendo dalle esigenze dei più deboli?

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I sindaci di Podemos: una rete di città e società civile per l’accoglienza ai rifugiati

Madrid e Barcellona, città governate da Podemos da qualche mese, si mobilitano per collaborare in materia di accoglienza rifugiati. Il Comune della capitale spagnola, per bocca del sindaco Manuela Carmena, ha aderito ieri alla proposta del sindaco della città catalana, Ada Colau, di creare una rete di città per l’accoglienza e ha annunciato che destinerà individuerà misure (e destinerà risorse) per affrontare la catastrofe umanitaria. a far parte della rete di proposta di città ospitante da Barcellona nei prossimi giorni e la crescita dei “risorse e le misure” per affrontare questo dramma. Ada Colau, aveva anche promosso un registro delle famiglie che vogliono aiutare i rifugiati, insieme con alloggio o materiali contributi.

I due sindaci si incontreranno venerdì per approntare un piano comune. «Siamo due grandi città, diverse, ma pronte all’accoglienza delle quote di rifugiati che ci verranno assegnati dal governo – ha detto Carmena alla radio Onda Cero – Siamo pronti a fare tutto il necessario per accogliere chi ne ha bisogno, ma speriamo che sia il governo che ci comunica quante persone verranno a Madrid».

Il sindaco di Valencia, Joan Ribó, alla guida di una coalizione di sinistra, ha aderito all’iniziativa, ma chiede anche lui di sapere cosa faranno le autorità regionali valenziane.

In una conferenza stampa con Angela Merkel, il premier popolare, Mariano Rajoy, ha informato la Commissione europea sull’intenzione della Spagna di aumentare la propria quota di rifugiati rispetto ai 2.739 che il Paese si era visto assegnare nella ripartizione interna dell’Ue.

La mobilitazione della società civile è una risorsa necessaria, ha spiegato Colau, perché in tutta la Catalogna ci sono solo 28 posti disponibili per richiedenti asilo. C’è l’ipotesi di costruire un centro o di organizzarne uno temporaneo, ma intanto il registro delle famiglie, coordinate dal Comune, è una strada. Anche a Madrid la situazione è disastrosa e gli asili per rifugiati sono pieni. Entrambi i sindaci polemizzano con il governo di centrodestra che non coordina abbastanza il lavoro di accoglienza.

 

Il jazz per L’Aquila: il 6 settembre 600 musicisti e 100 concerti

Mettete 600 musicisti impegnati in oltre cento concerti, lungo “solo” dodici ore. In diciotto postazioni tra castelli spagnoli, chiostri antichi, chiese e piazze medievali. E poi a notte fonda, il gran finale a piazza Duomo, fino a mezzanotte, ma poi chissà, tra jam session e dj-set, quanto potrebbe durare. Un evento storico per il jazz italiano, ma forse non è esagerato dire per tutta la musica italiana.

Per un giorno, il 6 settembre, il centro storico de L’Aquila, rimasto fermo a quel 6 aprile 2009, il giorno del terremoto, tornerà a vivere. Di suoni, ma anche di musicisti, di giovani, di aquilani e di appassionati di jazz provenienti da tutta Italia. Alla proposta lanciata dal ministro dei Beni culturali Dario Franceschini hanno aderito in tantissimi, il fior fiore del jazz italiano: Enrico Rava, Franco D’Andrea, Roberto Gatto, Danilo Rea, Enrico Pieranunzi, Javier Girotto, Gino Paoli, Claudio Fasoli, Stefano Battaglia, Antonello Salis, Rita Marcotulli, Maria Pia De Vito, Gianni Coscia, Enrico Intra, Rosario Giuliani, Gianlugi Trovesi, Ada Montellanico, Pietro Tonolo, soltanto per citare alcuni dei circa 600 protagonisti della maratona del 6 settembre. “Sarà una giornata di solidarietà e di riflessioni sulla ricostruzione, ma anche l’occasione storica per mostrare la nuova immagine del jazz italiano”, afferma Paolo Fresu che della Woodstock aquilana è il direttore artistico (sul numero in uscita del 5 settembre di Left, un’ampia intervista a Fresu).

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(Dall’alto verso il basso: Enrico Pieranunzi, Paolo Fresu, Ada Montellanico, Enrico Rava)

Qui potete consultare il programma

Gruppi storici, musicisti in duo o soli, combos, conservatori, big band e scatenate marching band come i FunkOff e la Funky Jazz Orchestra di Berchidda, all’Aquila sarà davvero possibile ascoltare il panorama variegato e in movimento del jazz italiano, ormai affrancato dalla tradizione d’Oltreoceano e lanciato per suoi percorsi originali.

Che le cose siano cambiate lo dimostra anche il lavoro della rete organizzativa, frutto di un vero gioco di squadra. L’evento, infatti, promosso da Mibact e Comune dell’Aquila, è stato poi gestito dall’associazione dei musicisti jazz Midj presieduta da Ada Montellanico e da i.Jazz, l’associazione dei festival, il cui responsabile è Gianni Pini. Insieme, le due associazioni hanno portato giovani musicisti che hanno partecipato al progetto We Insist. E che il jazz adesso venga riconosciuto come parte essenziale della musica italiana lo dimostra anche il numero di musicisti che avrebbero voluto partecipare ma che non sono potuti entrare nel programma per motivi logistici. La partecipazione di tutti gli artisti, ricordiamo, è a titolo completamente gratuito e anche il pubblico potrà aggirarsi gratis di concerto in concerto.

I sommersi e i salvati della legge 107: guida alle assunzioni della Buona scuola

Ecco una guida per districarsi nel capitolo delle assunzioni della legge 107 (Buona scuola), fra insegnanti “deportati” ed esclusi e i posti disponibili.

Chi sono i precari della scuola

I precari della scuola sono insegnanti dotati di laurea e abilitazione che hanno avuto negli ultimi 15 anni ripetuti incarichi da parte degli uffici regionali o fino al 30 giugno (in maggioranza) o fino al 31 agosto. Sono divisi in gruppi o fasce. I più antichi sono quelli delle GAE (graduatorie ad esaurimento) di cui fanno parte gli abilitati o vincitori di concorso fino al 2008, poi ci sono i vincitori del concorso 2012 e infine gli abilitati tramite i vari corsi che si sono tenuti negli ultimi anni (seconda fascia). In base a calcoli sindacali i docenti che nel 2014/15 hanno avuto incarichi di supplenza annuali o fino a giugno sono stati circa 140.00. Questo fenomeno tipicamente italiano deriva dal fatto che molti posti non vengono considerati dal Miur cattedre a disposizione per le assunzioni a tempo indeterminato. In questo modo lo Stato ha risparmiato in questi anni milioni di euro perché questo personale viene pagato ogni anno con lo stipendio iniziale e per la maggioranza di questi per soli 10 mesi: dal 1 settembre al 30 giugno.

Chi sono gli assunti previsti dalla legge 107

La legge prevede l’assunzione dei soli precari delle GAE e del concorso 2012, per un totale di 102.000 persone. Sono stati esclusi i docenti pur abilitati di seconda fascia anche se hanno insegnato in questi anni e le maestre di scuola dell’infanzia. Il vero senso di tutta l’operazione è stato quello di evitare le sanzioni conseguenti alla sentenza della Corte di giustizia europea del novembre scorso che ha stabilito l’obbligo di assunzione per chi ha lavorato più di 36 mesi, ma cercando di spendere il meno possibile. Sono stati mantenuti i posti in organico previsti dalla legge 133 (Gelmini) confermando i tagli di ore di lezione, di materie e pertanto di personale allora introdotti, pari a circa 10 miliardi. Rimangono pertanto centinaia di migliaia di posti destinate a supplenza annuale.

Il pasticcio che si è prodotto

Fra gli assunti ci sono persone che non hanno più insegnato negli ultimi anni perché le ore di insegnamento della loro materia (economia, laboratori tecnico professionali, ecc..) sono state tagliate dalla legge 133.
Dall’altra parte si sono tagliati fuori migliaia di altri docenti abilitati che hanno assicurato il funzionamento delle scuole in questi anni nelle graduatorie nelle quali non c’erano più insegnanti delle GAE e del concorso 2012 (ad esempio matematica). Il problema insorto è che non c’è corrispondenza fra le reali necessità di base delle scuole e il personale individuato dalla legge.

Il pasticcio dell’organico potenziato

Per sistemare nelle scuole i docenti che non avrebbero trovato posto perché in graduatorie non più utilizzabili, la legge si è inventata l’organico potenziato, cioè un certo numero di insegnanti in più che ogni scuola dovrebbe richiedere in base al suo progetto didattico culturale. Anche questa operazione fallirà miseramente perché, per intendersi, se una scuola volesse incrementare l’intervento sull’alfabetizzazione degli immigrati, potrebbe non trovare nell’elenco degli assunti nessuno con queste competenze. Molte scuole saranno poi costrette a utilizzare questo personale aggiuntivo per coprire le assenze temporanee dei colleghi visto che tali incarichi sono stati eliminati dalla legge finanziaria. In tal modo salta una delle finalità principali della legge cioè il rafforzamento dell’autonomia delle scuole. A questo punto si prevede che le assunzioni totali siano 15-20.000 in meno di quelle previste e che gli uffici provinciali e le singole scuole saranno costrette ad assegnare nuove supplenze annuali.

Il problema dell’esodo dal Sud

Il bando obbliga gli aspiranti non assunti nella prima fase a indicare tutte le provincie d’Italia, il che comporta che uno possa finire a migliaia di km dalla sede ove risiede e in cui aveva insegnato in questi anni come precario. In più prevede il depennamento da ogni graduatoria di chi non accettasse la nomina. Questo rischio ha prodotto la mancata richiesta di assunzione da parte di circa 15.000 docenti che da 10 anni o più avevano insegnato nella propria provincia di residenza e ha scatenato la polemica sulla questione della “deportazione” degli insegnanti del sud. Il governo ha cercato di giustificare tale scelta motivandola con la carenza di personale al nord rispetto al sud. In realtà soprattutto al nord ci sono graduatorie che hanno utilizzato in questi anni personale della seconda fascia, pertanto l’effetto dell’esodo sarà che questi insegnanti non andranno a coprire posti vuoti ma fino ad ora coperti da altri docenti anch’essi abilitati che hanno insegnato nelle loro provincie in questi anni.

Cosa si sarebbe dovuto fare

Per ovviare a questo pasticcio per cui da una parte ci sono aventi diritto che non ne usufruiscono e dall’altra personale che ha insegnato per anni e che si troverà senza lavoro perché il suo posto è stato occupato da un esodato, sarebbe stato necessario un piano straordinario di assunzioni scaglionato su più anni e definito in base alle reali necessità provincia per provincia. Non avendo fatto così ci si trova nella situazione paradossale per cui fra i nuovi assunti mancano in alcune zone docenti (di matematica o altro), con la conseguenza che questi posti saranno nuovamente coperti da supplenti annuali. L’esito finale sarà che le assunzioni saranno molte meno delle 100.000 promesse e che il funzionamento normale delle scuole sarà assicurato come sempre dai supplenti.

In conclusione anche questo governo, dopo aver prodotto tante belle parole, ha continuato con la politica dei precedenti e perso la grande occasione di rimettere in sesto la scuola italiana colpita da tagli casuali e improvvidi che ne hanno diminuito le risorse di circa 10 miliardi negli ultimi 6 anni facendoci diventare il paese europeo che investe meno in istruzione.

*del Comitato Scuola e Costituzione di Bologna

 

Occupazione, qualche nota positiva. Il quadro resta mediocre

Faranno sorridere il governo Renzi e saranno venduti come i prodigiosi effetti del Jobs Act, i numeri sull’occupazione a luglio diffusi dall’Istat. Dopo qualche mese e la gaffe sui numeri forniti dal ministero del Lavoro qualche giorno fa, i dati sono in effetti tutti buoni: aumentano gli occupati, calano i disoccupati, come si legge nel comunicato Istat.

Dopo il calo di maggio (-0,2%) e la lieve crescita di giugno (+0,1%), a luglio 2015 la stima degli occupati cresce ancora dello 0,2% (+44 mila). Il tasso di occupazione aumenta nel mese di 0,1 punti percentuali, arrivando al 56,3%. Nell’anno l’occupazione cresce dell’1,1% (+235 mila persone occupate) e il tasso di occupazione di 0,7 punti.

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(Istat)

 

Anche a guardarla nel medio periodo, il trimestre, non c’è male, ma le cose sono meno rosee.

Nel secondo trimestre 2015 – ininterrotta da cinque trimestri – continua la crescita degli occupati, stimata a +180 mila unità (0,8% in un anno). L’aumento riguarda entrambe le componenti di genere e coinvolge soprattutto il Mezzogiorno (+2,1%, 120 mila unità). Al calo degli occupati 15-34enni e 35-49enni (-2,2% e -1,1%, rispettivamente) si contrappone la crescita degli occupati ultra50enni (+5,8%).

I giovani, che pure nell’ultimo mese hanno trovato più lavoro, continuano a essere penalizzati nella dinamica generale del mercato: sale leggermente il tasso di inattività. L’occupazione nell’industria rimane stabile e cresce nel terziario e nelle costruzioni. Questo è un dato che cambia una dinamica che proseguiva da 19 trimestri consecutivi ed è quindi un segnale (l’edilizia è un indicatore buono per segnalare la fiducia).
Nell’ultimo mese aumenta leggermente il tasso di inattività (ovvero diminuisce la partecipazione al mercato del lavoro) e la disoccupazione cala solo per effetto di una crescente occupazione maschile.
Gli effetti del Jobs Act e dello sgravio triennale per chi assume a tempo indeterminato continuano a farsi sentire, +0,7% i contratti a tempo indeterminato, ma cresce senza sosta (dal 2010 in poi) il part-time, che nel 64,6 dei casi è involontario: 2 su 3 lavoratori occupati part-time vorrebbero lavorare a tempo pieno ma non possono.

Cattivo il dato del trimestre per quanto riguarda la distribuzione geografica dell’occupazione:

Dopo quattordici trimestri di crescita e il calo nel primo trimestre del 2015, nel secondo trimestre il tasso di disoccupazione si attesta al 12,1% (-0,1 punti su base annua); alla riduzione del Nord (-0,3 punti) si associa la stabilità nel Mezzogiorno e l’aumento nel Centro (+0,1 punti), con le differenze territoriali che si ampliano: l’indicatore varia dal 7,9% delle regioni settentrionali, al 10,7% del Centro fino al 20,2% del Mezzogiorno.

Presto per dire se questi dati, leggermente positivi, siano il frutto della ripresa della quale sentiremo parlare nelle conferenze stampa e gli annunci che ci accompagneranno nelle prossime settimane (c’è già un video entusiasta del premier su YouTube), quando prima sarà varato il documento di programmazione economica e finanziaria e poi la legge di Stabilità contenente l’abolizione delle tasse sulla prima casa, bonus e sgravi fiscali per investimenti e assunzioni (il prolungamento del bonus del Jobs Act per il Mezzogiorno). Difficile pensare che un tasso di disoccupazione che rimane tanto alto (12%) possa essere abbattuto con dei bonus. Per cambiare il quadro servirebbero una politica industriale e un superamento dell’austerity miope voluta dall’Europa.

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Freddy Kruger e gli altri, addio a Wes Craven artigiano dell’horror

Anche chi non è un amante dell’horror ha sentito parlare di Wes Craven, almeno una volta nella vita. Il regista di Cleveland, infatti, morto ieri a 76 anni, ha avuto una carriera lunga e piuttosto prolifica, fatta di grandi colpi al botteghino e anche da diversi flop.

Eclettico, sperimentatore, essenziale nel suo far provare angoscia e paura, Craven inizia la sua carriera dapprima come musicista per poi passare al cinema nonostante un impiego stabile come insegnante alla John Hopkins University, dove si era laureato qualche anno prima.
Inizia come tuttofare in una piccola casa di produzione, e impara al punto da iniziare a lavorare in proprio e ad arrivare, nel 1972, al suo primo film: L’ultima casa a sinistra, divenuto presto un cult.

Dopo questo primo grande successo, di cui negli anni si è quasi pentito al punto di rifiutarsi di rivederlo, Craven firma nel corso dei decenni alcuni film destinati a divenire pietre miliari della storia del genere horror e, a modo loro, della storia del cinema.

Pensiamo a Le colline hanno gli occhiNightmare on Elm Street e alla maschera di Freddy Kruger, tra i grandi cattivi puri del cinema horror anni 80, come Jason Voorhees di Friday 13th e il capostipite Michael Myers, di Halloween, capolavoro di John Carpenter del 1978. Tutti film male accolti dalla critica al loro esordio e poi rivalutati (oltre che campioni di incassi e generatori di sequel)

Craven rappresentava le paure di un’epoca con contorni nitidi e definiti. Senza troppe sbavature, fronzoli o incertezze. Non fosse che per la faccia maciullata di Kruger che però era la raffigurazione della paura dello sconosciuto, dell’irrazionale, dell’ignoto. Di ciò che ancora non si conosce e che si pensa inconoscibile.

Negli anni ’90 Craven torna al successo con un’altra icona horror: la maschera bianca ripresa dall’urlo di Munch protagonista di Scream, poi divenuto una saga, che vedeva un omicida incappucciato (e imbranato) terrorizzare tranquille cittadine americane.
Quella risata ha inaugurato un nuovo modo di presentare ciò che ci fa paura, mischiando i generi, prendendo in giro l’horror in un film horror.

Da buon artigiano del brivido Craven, nonostante la malattia ha continuato a pensare a nuovi film.

Il buon senso di Anatolij, detto Antonio, che oggi tutti chiamano eroe

Me l’immagino com’è andata quando è arrivato in Italia.
-Comme te chiamm’?
-Anatolij.
Gli hanno chiesto da dove veniva, ma hanno continuato a ritenerlo albanese o polacco nonostante lui ripetesse di essere ucraino.
– Comm ‘a ritt che te chiamm?
– Anatolij.
– Ah, Antonio… Vien ‘accà Anto’, damme ‘na mano.

Così, alla decima persona che scambiava Anatolij per Antonio lui si è arreso. “Va bene – avrà pensato –: Se per voi sono albanese io ci sto. Se per voi sono Antonio ci sto. Purché la smettiate di aver paura di me”. Dalle mie parti succede a tanti migranti. Un mio amico Lazhar, per qualche strano motivo, è diventato addirittura Vincenzo.

Immagino anche il momento in cui Anatolij ha visto i rapinatori in azione. La figlioletta al suo fianco avrà percepito qualcosa, ma non dev’essersi spaventata più di tanto. Il papà ha subito tentato di metterla al riparo… Il buon senso avrebbe voluto che si mettesse anche lui in disparte facendole scudo, che uscisse subito dal negozio, fuggendo il più lontano possibile. “Proteggo ciò che mi appartiene. D’altro canto il conto l’ho pagato” avrebbe dovuto pensare. Probabilmente è quello che avrei fatto anch’io. Nascondermi, scappare portando la mia bimba al sicuro. Per paura e per buon senso.

Invece non è andata così. Anatolij-Antonio avrà ripercorso in un baleno i suoi primi anni in Italia, avrà pensato alla “fatica” fatta per comprare le poche cose messe nel carrello. E soprattutto alla fatica di farsi riconoscere (pur con un nome diverso dal suo) da quella cassiera come cliente abituale e non come potenziale “malintenzionato”. Avrà pensato che, in fondo, anche quel discount di Castello di Cisterna un po’ gli apparteneva, era un pezzo della comunità dove avrebbe cresciuto i figli, quella stessa che lo costringeva ad “arrangiarsi” in edilizia, che storpiava il suo nome, ma che in fondo non aveva più tanta paura di lui.

Gli è costata cara, certo. Ma penso che la vera scelta di buon senso l’ha fatta lui, Anatolij Korov detto Antonio. Lanciandosi contro il rapinatore per difendere luoghi e persone che, pur con mille limiti, gli appartenevano pur non essendo casa sua o la sua famiglia. Questo non è eroismo, questo è buon senso. Le nostre invece sono soltanto paure mascherate.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/RaffaeleLupoli” target=”on” ][/social_link] @RaffaeleLupoli

Nel 2040 il mondo senz’acqua. Il rapporto del World Resources Institute

L’evoluzione della disponibilità di risorse idriche, strettamente connessa ai cambiamenti climatici, è uno dei problemi più urgenti da affrontare, questo è quanto emerge dall’ultimo report pubblicato dal World Resources Institute. Da qui ai prossimi 25 anni infatti, secondo i ricercatori, nelle zone più secche aumenterà la siccità e l’acqua sarà un bene sempre più prezioso e conteso. Soprattutto: questi mutamenti ambientali ridefiniranno in maniera radicale la struttura sociale e produttiva degli Stati. Al punto da scatenare nelle aree più desamente popolate, al punto di scatenare vere e proprie lotte per il controllo e la gestione delle riserve idriche.

In un’analisi realizzata già nel 2012 dalle Nazioni Unite si rileva che già a partire dal 2030 circa la metà della popolazione mondiale dovrà affrontare in una forma o nell’altra la scarsità d’acqua. In particolare le Nazioni che hanno maggiore probabilità di essere colpite dal problema si trovano per lo più nell’area del Medio Oriente, che ad oggi fa fronte al fabbisogno d’acqua grazie a fiumi sotterranei o alla desalinizzazione dei mari. Stati come Bahrain, Kuwait, Palestina, Qatar, Emirati Arabi, Israele, Arabia Saudita, Oman e Libano, saranno toccati dall’emergenza in maniera decisiva. Uno stato come l’Arabia Saudita ad esempio rischia di dover sopravvivere di sola acqua importata già dai prossimi anni. Non molto diversa potrebbe essere la sorte di Paesi europei come la Spagna e l’Italia e americani come il Cile o Messico.

Nel tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema il Wri ha realizzato una mappa che mostra le proiezioni rispetto alla disponibilità di risorse idriche (ma non solo) da qui ai prossimi 25 anni.

Mappa disponibilità d'acqua 2040

Aqueduct | Water Risk

I mutamenti impattano e impatteranno sulla vita di tutti giorni, ma anche sui sistemi economici oltre a generare una serie di flussi migratori tra i Paesi che dispongono di maggiori scorte d’acqua e quelli che via via si stanno impoverendo. Secondo lo studio del Wri tra le cause delle rivolte scoppiate proprio in Siria e sfociante nella guerra civile potrebbe esserci anche la scarsità di acqua, visto che «Il calo delle risorse idriche è stato tra i fattori che hanno costretto 1,5 milioni di persone, per lo più agricoltori e pastori, a lasciare le loro terre per trasferirsi nelle aree urbane aumentando così la destabilizzazione generale del Paese». Sempre secondo i ricercatori fattori simili possono aver influito anche nell’acuire le tensioni fra Israele e Palestina e potrebbere un domani sviluppare dinamiche analoghe anche in altri territori dove il conflitto per l’accesso alle risorse idriche potrebbe portare a instabilità politica e guerre. In vista di tali cambiamenti diventa ancor più cruciale un radicale ripensamento della gestione energetica e sempre più vitale una reale svolta verso l’ “efficentamento”, idrico ma non solo.

Se c’è un Paese che sta vivendo in maniera drammatica il problema dell’acqua, questo sono gli Stati Uniti. O meglio, il West: California in testa, poi Colorado. Qui le stagioni degli incendi si sono allungate e sono diventate più drammatiche, rendendo più estese e difficili da delimitare le aree bruciate. Il grande Stato costiero, la settima o ottava economia del mondo, con un’agricoltura che è la più dinamica del Paese (e un bacino occupazionale da 417mila persone nel 2014) è alle strette per una siccità che dura da quattro anni. Lo Stato ha introdotto limiti al consumo di acqua con successo: nei mesi estivi, nonostante il caldo infernale, i consumi sono calati intorno al 30%. Segno che anche i californiani hanno capito l’urgenza e il rischio di un consumo eccessivo. Per l’inverno sono previste piogge intense a causa del probabile manifestarsi di El Niño. Quel che si dovrebbe sperare, però, è l’arrivo di molta neve, che è dalle montagne che i californiani ottengono la loro acqua.
 

>> GALLERY | L’emergenza siccità in California

 

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L’estate 2015 è stata un periodo pessimo anche per l’Europa. Così almeno segnala lo European Drought Observatory, osservatorio della commissione europea sulla siccità. Nella mappa qui sotto sono evidenziate in blu le zone dove la siccità non toccava livelli paragonabili a quelli di quest’anno dal 2003, mentre in rosso le zone dove è dal 1991 che la situazione non era così difficile dal punto di vista della mancanza di acqua. L’ondata di caldo durata dall’inizio di luglio fino a metà agosto, accompagnata dall’assenza di pioggia, scrivono gli esperi dell’EDO, ha prodotto una situazione di allarme in diverse aree del continente.jrc-soil-moisture-europe-map

JRC-EDEA database (EDO)

E l’Italia? Questa nello specifico la situazione che attende il nostro Paese:

risors

centro italia

sud italia

 

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Fortezza Europa: quando i muri non bastano

Dalla caduta del muro di Berlino sono stati costruiti più di 8000 km di muri. Fortezze che hanno lo scopo di fermare l’immigrazione piuttosto che frenare eventuali minacce provenienti dall’esterno, dal traffico di droga al terrirismo, o di tutelare conquiste, come accade per il muro di Bern nel Sahara Occidentale conquistato dal Marocco a scapito della popolazione degli Sahrawi.

Nel mondo aumentano progressivamente le barriere difensive, soprattutto in Europa dove l’emergenza migranti e il regolamento di Dublino, atto a regolare le pratiche di richiesta asilo all’interno dei confini dell’Ue, incentivano la retorica della fortificazione.

In particolare le nuove rotte dei migranti acuiscono la situazione nei Balcani dove ad esempio il governo ungherese guidato da Orbàn sta ultimando una fortificazione per evitare che gli esuli delle guerre mediorientali, per lo più provenienti dalla Siria e dalle zone economicamente depresse dell’Afghanistan, entrino in Europa attraverso il confine meridionale fra Serbia e Ungheria.

Left ha realizzato una mappa interattiva dei “muri del Mondo” per fare chiarezza sulla questione e capire di cosa di tratta e quanto effettivamente è funzionale la costruzione di barriere per difendere l’ “impero” europeo da quelli che le destre descrivono come dei nuovi “assalti barbarici”.

 

 

Secondo il Washington Post l’Unione Europea sta assumendo sempre più la forma di una fortezza, incapace di fronteggiare con politiche efficienti e funzionali l’emergenza migranti che sta vivendo sia sul fronte terrestre che su quello Mediterraneo dove barriere fisiche naturali e un’attività sempre più spietata da parte degli scafisti mettono a dura prova le strutture democratiche di cui l’Unione Europea si è dotata.

Questo, in una mappa, è allo stato attuale il panorama prospettato dall’eminente testata americana:

fonte washingtonpost

È evidente che la retorica dei muri corrisponde a un’incapacità effettiva di risolvere i problemi e, soprattutto per quanto riguarda l’Unione Europea, sembra essere incapace di ricostruire un equilibrio politico che può essere rifondato solo grazie a nuove politiche, che vadano dal Mediterraneo ai Balcani,  e a una nuova revisione del regolamento di Dublino, ad oggi troppo miope per riuscire a gestire l’emergenza.

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Messico, la frontiera degli scomparsi

La desaparición non è soltanto un ricordo del passato. Messico, 2015. Corpi disintegrati si ammucchiano nella Valle Bonito. Per dire “sciogliere” i corpi nell’acido i narcos scelgono un verbo che non richiama affatto la paura: pozolear, come cucinare pozole, la zuppa a base di mais con pollo. Ma nel gergo dei narcotrafficanti pozolear indica l’azione precisa con cui si disintegrano i corpi già inermi. A Valle Bonito come in molti altri luoghi pieni zeppi di corpi, se provi a interrare una delle croci in terra vedi uscire un liquido vischioso e rossastro, e capisci che «sono esseri umani mescolati insieme dopo essere stati disciolti nell’acido», racconta a Left Fernando, padre di un desaparecido. I periti non possono neanche più recuperare il Dna dei desaparecidos. Per questo Guadalupe, altro padre in cerca del figlio scomparso, chiede «che questo posto si trasformi in mausoleo».

Siamo lontani anni luce dal paradiso delle spiagge caraibiche e dalla culla della cultura Maya. Qui ci sono posti in cui non è più possibile neanche camminare. Come Guerrero, nel nordest, uno dei 32 Stati che compongono la Repubblica federale messicana, dove il 26 settembre di un anno fa 43 studenti di una scuola rurale sono scomparsi perché manifestavano per avere una mensa scolastica e libri su cui studiare. Una tragedia che ha segnato un prima e un dopo nella storia di violenza che attraversa il Paese dal 2006, da allora si vive nella consapevolezza che a scomparire può essere chiunque: un ingegnere, un giornalista, il tuo compagno di banco.


#Mexiconosurge è un appello promosso in reazione alla morte e sparizione dei giornalisti che denunciano la collusione tra criminali e autorità politiche e di polizia. Ne parliamo qui


Per questo si tenta di reagire: in ogni Stato sorge una sede di Fuerzas unidas por nuestros desaparecidos (Fuundec), un’organizzazione fondata dai familiari delle vittime di sparizioni forzate. Dove l’aggettivo “forzate” vuole evidenziare le responsabilità dello Stato, che agisce spesso in collusione col crimine organizzato, permettendo che si facciano sparire le persone o dando sostegno logistico e operativo. Quello che chiedono i familiari è che i loro cari non scompaiano per la seconda volta: nell’inefficienza e nel silenzio delle istituzioni. «Non a caso sono proprio i familiari delle vittime che iniziano le indagini», spiega Fernando F. Coronado Franco, che ha dato vita alla sede di Fuundec nello Stato di Coahuila, ai confini col Texas. «Cercano prove, raccolgono dati e testimonianze, rifiutano la versione ufficiale secondo cui quelli che scompaiono o vengono uccisi fanno parte del crimine organizzato e quindi “un po’ se lo meritavano”». La maggior parte degli scomparsi negli ultimi due anni sono persone che possedevano competenze informatiche: elettricisti, ingegneri informatici, o persone che conoscono più di una lingua. «Questo ci fa ipotizzare che i gruppi criminali organizzano una rete parallela di comunicazione e che hanno bisogno di professionalità differenti», prosegue Fernando. «Si procacciano manodopera a costo zero, per poi disfarsene quando non gli è più utile».

L’escalation di violenza affonda le sue radici nel quinquennio 2006-2011, durante la presidenza di George W. Bush negli Usa e di Felipe Calderón in Messico, quando si diede il via al Plan México: un programma da 400 milioni di dollari per la lotta al narcotraffico. Una parte dei fondi dovevano andare alle associazioni che lavoravano in difesa dei diritti umani, ma non sono mai stati assegnati. E nello stesso buco nero sono scomparse le risorse previste per lo sviluppo economico e il miglioramento delle infrastrutture. Mentre il punto centrale della strategia, la militarizzazione della frontiera Messico-Stati Uniti, ha comportato l’aumento del 200% della violenza.

Alcuni migranti sulla bestia. Mauro Pagnano Ph

(Mauro Pagnano)

Giornalisti e ricercatori provano a raccontare cosa succede in Messico. Come Temoris Greko, giornalista di Città del Messico, che è riuscito a entrare a Chilapa, uno dei villaggi principali di Guerrero dove, racconta, «dopo l’uccisione dei 43 studenti, solo da settembre a giugno, mese delle elezioni locali, sono state uccise più persone che in tutto il 2014». Temoris sottolinea un dato fondamentale: «Stiamo assistendo non solo a un incremento quantitativo, ma soprattutto a un cambiamento qualitativo della violenza. Le forme e i metodi con cui assassinano le persone diventano sempre più feroci». Se prima venivano uccise e appese ai ponti, ora i loro volti sono prima sfigurati, poi avvolti da un panno stretto con una corda intorno la testa, lanciati e lasciati ai bordi delle strade, nelle città così come lungo le autostrade. Così las matanzas immobilizzano nel terrore la popolazione, mentre «da parte dello Stato c’è una totale incapacità di controllare la situazione», riprende il giornalista. «Chilapa è stata occupata per una settimana da un gruppo di contadini mobilitati da un cartello di narcotrafficanti, Los Ardillos, che contende a Los Rojos il controllo del territorio.

Casa dopo casa facevano irruzione alla ricerca di potenziali affiliati al gruppo nemico. Alla fine dell’assedio, si sono contate 30 persone scomparse e quattro corpi sfigurati. Polizia ed esercito c’erano, ma non sono stati capaci di frenare l’occupazione». Una situazione fuori controllo in cui le responsabilità sono chiare. «Non c’è volontà politica. Da un lato è come se le istituzioni si fossero arrese, dall’altro molti di questi gruppi godono dell’appoggio diretto dello Stato», denuncia Greko. «I capi di Los Ardillos, Celso e Antonio Ortega Jiménez, sono i fratelli di Bernardo Ortega, attuale presidente del Congresso dello Stato di Guerrero».

La frontiera tra legalità e illegalità, tra Stato di diritto e criminalità organizzata, è saltata. La giornalista Alma Guillermoprieto, inviata di Newsweek in Sudamerica, ha analizzato a fondo i rapporti tra criminalità e politica in Messico, disegnando una geografia a “macchia di leopardo” del territorio, in cui ogni cártel funziona come una cellula che stabilisce zona di controllo diretto o indiretto, crea alleanze orizzontali con le comunità, costruisce reti di comunicazione “affidabili” e stabilisce strategie e pratiche seguendo una logica di militarizzazione. Le cellule devono saper essere autonome, auotorigenerarsi, assumere differenti dimensioni a seconda delle circostanze, ma non devono mai dissolversi. In un solo decennio hanno così dato vita a un corpo\cártel che ha invaso, fino ad assorbire, tutto un Paese: le macchie di leopardo si sono dilatate e ampliate all’infinito. Non si può più parlare di stati di eccezione, ma di zone di impunità che si espandono e svuotano di legittimità l’ordine istituzionale vigente.

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(Mauro Pagnano)

Non ci sono statistiche precise di quante fosse comuni a cielo aperto ci siano oggi in Messico, ma un dato è certo: la Procuraduría General de la República, sotto l’incalzare delle richieste di Amnesty International, ha ammesso che dal primo ottobre 2014 si sono scoperte 60 fosse comuni nel solo Stato di Guerrero, con i resti di almeno 129 persone.

Usare l’arma della desaparición nel 2015 significa creare un clima di paura sotterranea, in cui non si vede nulla ma si sente tutto. Non si vedono i corpi, non si possono seppellire i morti, non si può denunciare il delitto. Per il giornalista e scrittore Sergio Gonzalez Rodriguez lo scenario è cambiato drammaticamente a partire dal 2012, «con la vittoria alle elezioni presidenziali del Partito rivoluzionario istituzionale del giovane e telegenico presidente Enrique Peña Nieto, da allora viviamo in un andirivieni tra realtà e fantasia: se da un lato il Paese reale non cambia, dall’altro si costruisce a livello comunicativo una terra promessa che vedrà trasformazioni straordinarie». Secondo le stime ufficiali, negli ultimi anni sono scomparsi più di 25.700 persone, quasi la metà dal 2012 a oggi, ovvero durante la presidenza di Enrique Peña Nieto.

In Messico i dati sono un’arma politica: se un fenomeno non si registra, non esiste. E tra i desaparecidos ci sono alcuni più vulnerabili di altri, come i migranti che attraversano il Paese per raggiungere gli Usa. L’Instituto nacional de migración ha riconosciuto che a oggi i casi di persone migranti desaparecidas sono 1.681. Nel 90% dei casi non se ne conosce la nazionalità, ma in gran parte sono messicani. Perciò, Amnistía internacional en América per voce della direttrice generale Erika Guevara-Rosas chiede «l’urgente creazione di un database con il Dna e un registro degli scomparsi».

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(Mauro Pagnano)

«La tortura e la desaparición forzada sono gli strumenti scelti per limitare il flusso migratorio», dice Rosy, portavoce delle 45 donne che hanno dato vita alla Caravana de Madres Centroamericanas Buscando a sus Migrantes, partita da Città del Guatemala per arrivare in Messico e dire che ci sono migliaia di desaparecidos in Centroamerica che non devono essere dimenticati. «Non è più un problema di crimine organizzato ma di crimini autorizzati, perché le stesse autorità statali sono coinvolte. Se non hai sufficiente denaro per pagare i polleros (che organizzano e gesticono i viaggi dei migranti) o il ricatto di pubblici ufficiali, il rischio è di ritrovarli in una delle tante fosse comuni a cielo aperto».

Una costellazione sempre più forte di movimenti sociali, associazioni, giornalisti, studenti e accademici, tenta costantemente di ricomporre un corpo sociale che rischia la deflagrazione. In prima fila, le donne che dalla fine degli anni Novanta lottano contro i femminicidi, ennesima versione di desaparición da queste parti. Secondo molte organizzazioni civili, fra cui Nuestras Hijas de Regreso a Casa, prima ong nata per difendere le donne vittime di femminicidio, le tecniche messe in campo contro la sparizione e l’uccisione delle donne a Ciudad de Juarez, sulla frontiera Usa-Messico, sono le stesse messe in campo per silenziare la denuncia e la risoluzioni degli episodi di desaparición di oggi. Anche in questi casi si ritrovano dati manipolati, prove fatte scomparire direttamente dagli archivi della polizia, capri espiatori per deviare indagini importanti. E, soprattutto, le tecniche di tortura usate contro i corpi delle donne sono quelle riscontrate in molte vittime. In Messico si dice todo pasa, pero todo se queda, tutto passa ma tutto rimane. Tutto brucia, ma la puzza resta.

 

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Questo reportage e il fotoreportage che lo accompagna è tratto dal numero 33 di Left, in edicola da sabato 29 agosto e acquistabile online qui