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Jeremy Corbyn e il sonno perso dei neoliberisti

jeremy corbyn e i neoliberisti

E quando tutti sperano che sia finita, quando sembra prevalere per l’ennesima volta quel “mal comune mezzo gaudio” e sulle colonne dei nostri quotidiani ricompare lo scherno gaudente dei soliti noti di fronte alla “nuova” sconfitta della sinistra, eccoci. Siamo qui a ridirvi e a riscrivere che non è vero. Non basteranno uno, dieci, cento, mille fondi di Aldo Grasso a convircerci che «prendiamo lucciole per lanterne» e che siamo destinati «sempre alla sconfitta e alla perenne stasi nell’illusione demagogica». Deride la brigata Kalimera lui. «L’allegra Brigata – scrive il 23 agosto sul Corriere della sera – oggi è triste: il suo destino, se continuerà a prendere lucciole per lanterne, sarà sempre la sconfitta, la perenne stasi nell’illusione demagogica. Il modello Tsipras come antidoto al renzismo è svanito e con esso l’occasione per un’altra politica della sinistra italiana». Canzona, sarcastico, tutti quelli che avevano sperato in una soluzione per la Grecia diversa e in una risposta “collettiva”ad un’Europa troppo sbagliata. Tronfio per l’ennesimo passaggio stretto, strettissimo, si crogiola Grasso e i molti come lui. La Grecia si è piegata, Siryza si è spaccata, ve lo racconta Francesco De Palo in questo numero. L’alternativa non esiste dunque. Tenetevi ciò che avete, è il meglio che c’è. Lo ripete, lo ripetono in tanti sperando di “asfissiarci” le menti. Perché come diceva un amico qualche anno fa “chi è fallito non si preoccupa di se stesso, è già morto. Si preoccupa di chi non lo è. Di chi è vivo”. E allora questa settimana torniamo, indefessi sostenitori di un’umanità “naturalmente” di sinistra, a raccontarvi ancora una volta di chi nasce, di chi è vivo, di chi non si preoccupa di vincere o perdere ma di “cambiare” la vita degli altri. Di tutti gli altri. E in meglio. Di Jeremy Corbyn, probabile nuovo leader dei Labour inglesi. Colui che ha scatenato tale angoscia in Tony Blair da infiammarne persino la penna. «Anche se mi odiate, votate chiunque ma non lui», ha scritto sulle colonne del Guardian l’uomo della Terza via. Perché il socialista Corbyn, come scrive Massimo Paradiso, è il suo «esatto opposto». Vuole uno Stato sociale non solo efficiente ma “inclusivo”, una scuola pubblica, rette universitarie più basse, la proprietà comune dei mezzi di produzione, un’ Europa diversa. Parteggia per le ragioni della Grecia e guarda Podemos in Spagna. E lo fa con una «convinzione e un candore che ne stanno facendo un eroe». Basta così poco, o così tanto (che dir si voglia), e la fila per votarlo è fatta. Tre sterline, tanto si paga in Inghilterra per poter scegliere il futuro leader del proprio Partito, con la speranza di veder tornare la sinistra. Una sinistra socialista classica che vuole la fine dell’austerity e la ricostruzione di un’economia di Stato dal volto umano, «che riparta dalle esigenze dei più deboli» come scrive Stefano Santachiara. Così volevamo dirvi che dovranno rassegnarsi, anche questa volta, i Grasso d’Italia, non c’è sarcasmo che regga, né Troika che tenga, né Partito della nazione che vinca. La sinistra, quella vera, pensa. E nasce. Reagisce. E vive. In ogni angolo del mondo e di umanità. Non c’è «trapianto di cuore» (come auspica Blair per i supporter di Corbyn), che funzioni. Perché come ci racconta su queste pagine lo scrittore Antony Cartwright «è cambiata l’economia, l’industria. Ma gli esseri umani ci sono ancora. In questo senso penso che Jeremy Corbyn offra una speranza di riscatto. Una speranza “precaria”, certo, perché gli interessi di parte e corporativi delle destre si muovono per spezzarla. Ma forse è più difficile distruggere questa speranza, che non la Thatcher e i suoi seguaci. Forse finalmente apriamo gli occhi e ci rendiamo conto che siamo qui, più vivi di prima».

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Restiamo un Paese di emigranti, +64mila in un anno in Gran Bretagna

L’ufficio di statistica britannico ha diffuso ieri i numeri sull’immigrazione nel paese . Il dato è semplice e banale: nell’anno che va dal marzo 2014 al marzo 2015 il governo conservatore britannico aveva previsto una quota di ingressi di 100mila persone e, invece, ne sono entrate 300mila. Tre volte tante. Due terzi degli immigrati sono persone con un lavoro o in cerca di occupazione, un quinto sono studenti. La larga maggioranza viene dall’Europa, al primo posto rumeni e polacchi, poi con 64mila unità, gli italiani. Il dato fa riferimento alle persone che hanno completato l’iter di registrazione e l’ottenimento di un numero di National Insurance (l’equivalente, in termini di identificazione della persona, del nostro codice fiscale). Il dato insomma non riguarda gli ingressi ma le persone stabilizzate e non è quindi preciso se parliamo di flussi migratori.

Il ministro dell’immigrazione conservatore James Brokenshire ha spiegato che i numeri sono “deludenti” e ribadito che l’impegno del governo è ridurre i flussi in entrata. Eppure, dopo una legislatura di governo Cameron l’immigrazione tocca livelli record (pari all’anno di boom 2005) e l’emigrazione – le persone che tornano a casa – continua invece a scendere.

Dai dati diffusi dal bollettino di statistica britannico si evincono due cose. Innanzitutto nessun governo conservatore è in grado, come nessun altro governo, di fermare l’immigrazione. Nemmeno quella economica – che i numeri diffusi riguardano quella e non le richieste di asilo. Qualsiasi promessa facciano Cameron, Farage, Le Pen o Salvini, la questione migrazioni resta sul piatto, è un grande tema difficile da gestire, che pone interrogativi e sfide, ma non si cancella con uno slogan populista.

La seconda questione riguarda i 64mila italiani. Si tratta di un dato enorme che evidenzia una tendenza costante degli ultimi anni. Il rapporto “Italiani nel mondo” 2014 della fondazione Migrantes rileva che nel 2013 (ultimi dati disponibili) gli italiani trasferitisi all’estero erano 94.126 italiani – nel 2012 erano 78.941 – una variazione in un anno del +16,1%. La Gran Bretagna era il primo paese di destinazione e contava 13mila presenze. Sono passati due anni e, sebbene le statistiche non siano immediatamente confrontabili tra loro, possiamo senza meno dire che i flussi in uscita dal Paese sono ancora in aumento. Ovvero, l’Italia resta un Paese di emigrazione.

Che si tratti di giovani laureati e professionisti del nord ovest in cerca di un lavoro e di retribuzioni adeguate alla loro formazione – cosa che in Italia non trovano – o di persone che cercano un lavoro qualsiasi perché in Italia non ne hanno, o ancora di persone che sfruttano la lunga catena migratoria italiana, magari facendosi chiamare dai loro familiari, il dato è quello. Nel 2011 i residenti all’estero erano 4 milioni 100mila persone e a fine 2013 poco meno di 4 milioni e 500mila. Stando alle statistiche britanniche il numero cresce ancora.

Chissà se presto Nigel Farage comincerà a prendersela, oltre che con i famigerati idraulici polacchi, con i camerieri (o gli ingegneri) italiani. E che presto, sui manifesti sui muri britannici, qualche partito di destra non cominci a dipingere gli italiani come Salvini&Company oggi dipingono i rifugiati e gli immigrati. Più di qualche decennio fa, quando gli italiani emigravano a milioni, li dipingevano come nelle vignette qui sotto.

 

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Leader credibile? La sinistra britannica discute di Jeremy Corbyn

C’è un sondaggio di questi giorni che sembra dare torto agli avversari e detrattori di Jeremy Corbyn, il candidato della sinistra alla leadership del Labour Party britannico a cui è dedicata la copertina di Left in edicola da domani. Non si tratta di un dato sul suo gradimento tra i potenziali elettori alle primarie che sceglieranno chi guiderà il partito della sinistra allo scontro con i conservatori nel 2020, ma un dato sulla sua credibilità come primo ministro. Il sondaggio ConRes è pessimo per il Labour in ogni suo aspetto. I laburisti continuano a perdere consensi (28%), mentre i conservatori ne guadagnano (42%).

Non solo, se è vero che tra i quattro candidati leader Corbyn è quello considerato meno credibile come premier, il campione indagato non assegna la patente di primo ministro potenziale a nessuno dei suoi avversari. Il dato che più smentisce Blair e agli avversari di Corbyn è quello che riguarda le intenzioni di voto in caso di sua vittoria. Alla domanda, “votereste Labour in caso di vittora di…” il risultato è il seguente: Andy Burnham 22%, Yvette Cooper 21%, Liz Kendall 18%, Jeremy Corbyn 22%; non voterebbero Labour nel caso di vittoria di Corbyn il 58%, stesso numeri per Kendall, mentre Cooper il 57% e Burnham il 54%. Insomma nel pubblico medio, nel centro politico di blairiana memoria, nessuno dei candidati è davvero credibile e vincente. La verità è che ciascuno di questi quattro non è un leader e non ha fatto il leader e che ciascuno, in caso di vittoria, dovrà avere la capacità di diventarlo. In questo senso Corbyn non è messo troppo peggio degli altri e nessuno è messo bene.

Il processo delle primarie si chiuderà il 10 settembre e il 12 verrà annunciato il vincitore. Il 3 settembre si terrà l’ultimo dibattito televisivo, mentre a fine agosto un forum organizzato da The Guardian ha radunato tutti i candidati – qui sotto la risposta data da ciascuno alla domanda sulla natura del partito laburista.

 

L’ultimo attacco a Corbyn viene da una delle figure più in vista degli anni di Blair e Brown, Peter Mandelson, che con un’opinione sul Financial Times spiega che in caso di vittoria del candidato di sinistra il partito sarebbe a rischio estinzione. “Sarebbe un capitolo triste e forse finale nella storia del partito laburista britannico,” afferma Mandelson, se Corbyn dovesse condurre il partito alle prossime elezioni generali”. La rivolta di Corbyn, sostiene, “ha poco a che vedere con ciò che una potenziale maggioranza degli elettori pensa o desidera. E’ alimentata da una miscela di idealismo, frustrazione, ingenuità”.

La risposta di Corbyn è un articolo da lui firmato su The Times: nonostante una “raffica di attacchi, isterici e un travisamento intenzionale” delle sue posizioni, la verità è che di “estremo” nella politica britannica oggi non sono le “proposte popolari” da lui avanzate, ma il programma di austerità del governo e che l’opposizione all’austerity è ormai una scelta economica sostenuta persino dal Fondo monetario internazionale.

Ma come discute la sinistra britannica e cosa dice in questi giorni di passione? Prendiamo qualche opinione di queste ore che aiuta a capire come, in effetti, a essere in gioco siano la natura stessa del Labour Party e il futuro della politica britannica. Ma non dimentichiamo i numeri del sondaggio che apre questo articolo: il problema (o la grande chance) del Labour non è Corbyn, ma la credibilità, forza e capacità delle sue proposte.

Su the New Statesman, George Eaton scrive che “Coloro tra i conservatori che hanno applaudito la vittoria di Ed Miliband sono fiduciosi che un trionfo di Corbyn produrrebbe un effetto simile. Se in campagna elettorale hanno funzionato le accuse a Miliband di essere un politico che da premier avrebbe “speso di più, tassato di più e fatto più deficit”, oltre che disponibile a fare un accordo con gli indipendentisti scozzesi dello Scottish National Party, un accordo con il Partito nazionale scozzese, oggi si trovano un potenziale leader che quelle accuse le prende per complimenti.

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«La popolarità di Corbyn è una reazione all’ingiustizia,
l’idea che ci si possa liberare della velenosa eredità thatcheriana. Offre il riscatto che cercano i protagonisti dei miei romanzi»

 Dall’intervista allo scrittore Antony Cartwright all’interno dello speciale su Corbyn nel numero 33 di Left in edicola


Facendo riferimento a un’intervista sulla Nato e al relativo passo indietro sull’uscita dall’Alleanza Atlantica, Eaton scrive ancora: “Se, come sembra certo, Corbyn verrà eletto leader, seguiranno altri compromessi. Una volta ceduto sui principi per un paio di volte per motivi di eleggibilità o praticità è difficile evitare di farlo ancora. Corbyn, in fondo, di mestiere fa il politico.

Sostenere Jeremy Corbyn come leader laburista può essere parte di una transizione verso un’organizzazione della politica che non sia tutta e solo centrata sull’attività parlamentare, scrive Hillary Wainwright sul molto di sinistra e non laburista Red Pepper. Indirettamente proprio il deputato Corbyn la incoraggia promettendo una maggiore partecipazione degli iscritti e degli elettori alle scelte del partito. Un modo, suggeriscono i maligni, di non essere ostaggio di un gruppo parlamentare ostile che, qualora venisse eletto, non lavorerebbe per lui (gli MP schierati con il candidato della sinistra sono una ventina in tutto).

Peter Wilby, ancora sul New Statesman, che risponde in maniera secca alle accuse dei sostenitori di Blair (e dello stesso ex premier), che se la prendono con Ed Miliband per aver allargato la platea delle primarie, consentendo alle persone di partecipare versando 3 euro. Discorsi sulle primarie le cui regole devono e possono cambiare a seconda della loro utilità ne abbiamo sentiti molti anche nella sinistra italiana a ogni sconfitta del candidato designato. Cosa dice Wilby: se è vero che Blair ha convinto milioni di persone che non avevano mai pensato di farlo a votare Labour per la prima volta, “Che fine hanno fatto quei milioni? Se il blairismo è stato un tale successo, e se (come ci viene detto dai blairites) gli elettori non aspettano altro che una riedizione di quella stagione, perché non pagano le loro 3 sterline in maniera da poter partecipare alle primarie e sostenere la sua portabandiera, Liz Kendall? La verità è che Blair ha fatto poco più che creare una macchina elettorale vincente che ha consentito al Paese di prendersi una breve pausa dai governi Tories. Blair non ha offerto una filosofia capace di sopravvivere alla sua uscita di scena”.

 

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Per finire, un piccolo dato sulla popolarità di Corbyn: la tazza da caffè di carta usata durante un dibattito è stata venduta su ebay per 51 sterline.

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Jeremy Corbyn e la potenziale rivolta di sinistra all’interno del Labour (e poi anche il Messico, la proposta di diritto d’asilo europeo e il disastro Pompei) sul numero di Left in edicola e acquistabile qui sullo sfogliatore.

 

 

È tutto un altro Labour: Jeremy Corbyn, il socialista anti-Blair

Che la sinistra rinasca proprio nell’ultima patria di Karl Marx? In Gran Bretagna Jeremy Corbyn, il candidato più a sinistra alla segreteria del Labour, cresce nei sondaggi ed è molto popolare tra i giovani. La cover di questa settimana di Left è dedicata proprio a lui, marxista di formazione, amato dai sindacati e dalla working class, fautore della statalizzazione dei servizi pubblici, compresa la scuola. Corbyn è un feroce nemico delle diseguaglianze sociali che con la Thatcher prima e il blairismo poi, sono cresciute a dismisura. Nella sola Londra vivono 2 milioni di poveri. Questo signore dalla barba bianca che ama viaggiare in bicicletta e dice cose di sinistra, sta facendo così tanti proseliti dentro il Labour – le cui primarie si tengono il 12 settembre – da produrre diversi interventi di Tony Blair, che lo accusa di voler distruggere la creatura da lui creata: un partito laburista che corre e spera di vincere al centro dello spettro politico. «Ma più Tony Blair parla e più la gente si convince a votare Corbyn!», afferma nell’intervista rilasciata a Left, lo scrittore Antony Cartwright che ha raccontato la stagione del thatcherismo in molti dei suoi libri.

In Società affrontiamo anche il problema dei migranti e delle scelte politiche che l’Europa si trova ad affrontare. Il direttore del Consiglio italiano per i rifugiati Christopher Hein sostiene che una soluzione potrebbe essere l’asilo europeo, mentre Fulvio Vassallo Paleologo fa il quadro delle politiche fallimentari e dei ricatti europei.

Cosa sta facendo il governo Renzi per l’ambiente? Ben poco. Anzi, è contraddittorio. Da una parte annuncia il Green act, dall’altra promuove nuovi inceneritori e trivelle e concede finanziamenti a strutture inutili. Left fa il punto sulla politica renziana della “lobby del grigio”. E sempre in Società una storia della creatività italiana attraverso il personaggio del giocattolaio Vittorio Lonzi.

Negli Esteri il punto sulla politica greca dopo le dimissioni di Tsipras con le motivazioni degli scissionisti di Syriza, mentre dall’Egitto l’analisi sul governo del presidente golpista al-Sisi che sta cancellando i protagonisti della Primavera araba. E ancora: Piattaforma Gaza, uno strumento di cartografia partecipativa per individuare le violazioni dei diritti umani messo a punto da Amnesty e Forensic Architecture di Londra. Left indaga poi sui desaparecidos: quelli di oggi in Messico dove esiste un legame tra pezzi di Stato e gruppi criminali e quelli di ieri in Argentina attraverso il racconto di una testimone del processo “Condor”.

In Cultura Francesco Erbani, autore di Pompei, Italia, racconta il degrado e il malaffare dell’area archeologica, metafora del Paese, mentre Pietro Greco fa il ritratto di Lise Meitner, la “madre” della fissione nucleare che disse no alla bomba atomica. E sempre per la scienza, Left parla del super batterio “modificato” per individuare le malattie del corpo umano. Infine, un omaggio al regista Jafar Panahi, di cui sta per uscire nelle sale il film Taxi Teheran.

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Cesária Évora. La regina a piedi nudi

27 agosto 1941. Sull’isola di São Vicente, nella città di Mindelo, a Capo Verde, nasce la regina della morna: Cesária Évora. Figlia di Justino da Cruz Évora suonatore di cavaquinho e chitarra e di Doña Joana, cuoca. Quando “Djute” (soprannome di suo padre) muore, lei ha appena sette anni, il padre lascia cinque figli e numerosi strumenti musicali. E uno zio, chiamato “B. Leza”, che compone per lei alcune tra le più belle canzoni dei primi dischi. La piccola “Ciza” inizia a cantare nel coro dell’orfanotrofio, dove la madre decide di mandarla perché non riusciva a mantenerla con i suoi pochi guadagni da cuoca. Del resto Mindelo non è un gran bel posto, è un quartiere malfamato, terra di delinquenti e prostitute. E Capo Verde, l’arcipelago di dieci isole nell’Oceano Atlantico, è ancora una colonia lusitana, che per raggiungere l’indipendenza dal Portogallo deve aspettare il 1975. E per votare democraticamente, il 1991. La sua libertà personale, invece, comincia a sedici anni. La regina muove i suoi primi consapevoli passi verso la musica quando incontra Eduardo John Chalino, marinaio, chitarrista e primo amore della sua vita. È Eduardo che tra un accordo e un altro, un giorno la guarda e le chiede: “Canta”. E le insegna gli stili tradizionali della musica capoverdiana: la coladeira e la morna. Un tempo lentissimo in cui si muovono onde di tristezza, malinconia e desiderio, è questa la morna, che mescola la tradizione africana a diverse sonorità etniche. Cesária comincia a cantare per bar e caffè, fino a diventare la “regina” del genere nel suo Paese. Testi in creolo, cavaquinho, clarinetto, accordion, violino, piano e chitarra: sono questi i compagni della voce di Cesária.

 

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«In tutti questi anni in cui ho cantato nei bar e di fronte agli estranei, a volte, ho avuto l’idea che un giorno avrei potuto avere successo al di fuori del mio paese. Il pensiero non è rimasto con me per molto tempo, ma eccomi qui»

 

Essere la regina della morna, però, non significa ricchezza. Cesária rinuncia alla sua musica. Difficoltà economiche e politiche tengono Cesária lontana dalla musica per «dieci anni oscuri», come lei stessa li ha definiti, in cui quasi annegò nell’alcol. Mai sposata e con due amori finiti male alle spalle, Cesária si rifugia in casa della madre, con i due figli, «un ragazzo, Edoardo, il figlio di un portoghese, e Fernanda, che ho avuto con Piduquinha, che una volta ha giocato a calcio a Caldas da Rainha», ha raccontato Cesaria, ed entrambi sono il frutto «di quegli amorzinhos giovani che non mi hanno portato fortuna». La voce di Cesaria quando canta è rude, sofferente, ma mai rancorosa o rassegnata, e ci piace immaginare che fosse così anche mentre raccontava della sua difficile vita.

Cesaria Evora

La rinascita per la regina arriva dal Portogallo nel 1985. Cesária ha 45 anni e il produttore Bana, esule capoverdiano, la invita a volare a Lisbona. Lì Cesária tiene una serie di concerti con il supporto di un’organizzazione femminile e registra un paio di canzoni per un’antologia. La ripresa si avvia in Francia, che diventerà la sua seconda patria, grazie al giovane produttore franco-capoverdiano José Da Silva. Lì la Lusafrica produce il suo primo album, La Diva aux pieds nus, “Bia Lulucha” è un’esplosione di balli tipici delle isole (coladera e zouk) che spopola tra la comunità capoverdiana. Siamo nel 1988 e dentro quell’album c’è “Sodade”, la canzone che segna l’inizio della sua fama internazionale. Sodade, che in creolo, la lingua capoverdiana, è l’analogo della saudade in portoghese, e perciò significa nostalgia, struggimento. «Sodade», per dirlo con parole sue, «è qualcosa di simile alla saudade brasiliana, ed esprime la nostalgia che proviamo quando qualcosa o qualcuno ci manca».

Miss Perfumado è l’album della consacrazione. A 47 anni Cesária Évora è una stella della musica internazionale. La regina della morna di Mindelo è diventata la diva a piedi nudi, per la sua consuetudine di esibirsi a piedi scalzi. Una lunga carriera e un’intensa discografia. Poi, nel 1995, si presenta al grande pubblico grazie a Goran Bregovic che inserisce “Ausencia” – un tango che strugge le corde vocali di Cesária e scuote i sensi di mezzo mondo – nella colonna sonora dell’Underground di Emir Kusturica.

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Raccoglie nomination ai Grammy Awards, si esibisce in tutto il mondo. Tutti vogliono cantare con lei: Compay Segundo, Salif Keita, Caetano Veloso. Poi, il 2008 segna l’inizio dei suoi problemi di salute. Un ictus nel 2008 le fa ridurre al minimo i live, ma riesce comunque a pubblicare un album di inediti. Dopo l’ennesimo attacco cardiaco, nel 2010, la sua salute è sempre più compromessa e nel 2011 annuncia il suo definitivo ritiro dalle scene. Muore di lì a poco, il 17 dicembre 2011, a 70 anni, a causa di un’insufficienza cardio-respiratoria acuta. L’ultimo sospiro di “Ceza” è per São Vicente, a Capo Verde. La sua isola.

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La morte in diretta: perché in America circolano tante armi

La morte in diretta e poi sui social media. Due persone sono morte e una è rimasta ferita in quella che appare essere una sorta di folle vendetta contro un ex datore di lavoro. La reporter della WDBJ7 Alison Parker e il cameraman Adam Ward sono stati uccisi in diretta Tv mentre intervistavano Vicki Gardner, direttore della camera di commercio di Moneta, in Virginia. A ucciderli, per poi uccidere se stesso è stato Vester Flanagan, di 41 anni ex dipendente dell’emittente televisiva locale per la quale lavoravano anche le vittime tra il 2012 e il 2013 come giornalista multimediale. In onda – e su Twitter, dove ha postato un video dei minuti e dei secondi che precedono la sparatoria – Flanagan usava il nome di Bryce Williams (qui sotto in’onda prima di venire licenziato)

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Le morti di ieri aprono un capitolo nuovo, quello dell’assassino che vuole rendere virale il suo atto sul Web: girando il video e poi postandolo su Twitter, Flanagan si è garantito un’audience planetaria immediata. Molti, da subito, hanno protestato con quegli account che rilanciavano il video e il social network ha deciso in fretta di rimuoverlo. I media italiani, invece, non sembrano avere remore e, per un click, postano qualsiasi cosa (qui sotto il tweet di una freelance in Italia: “standard giornalistici prevedibilmente bassi”, scrive) Ma dopo i messaggi pre-registrati, gli annunci sui propri account personali, qui siamo alla diretta e alla viralizzazione dell’omicidio. Una nuova frontiera.

 

Le morti in Virginia riaprirano il dibattito sulla follia americana di consentire la circolazione, l’acquisto e il porto d’armi come se si trattasse di occhiali da sole. Negli ultimi anni i morti sono decine e gli episodi simili o p più gravi. Persone che uccidono per eccesso di difesa o anche in assenza di minaccia, come nel caso della morte di Trayvon Martin colpevole di essere uscito di casa con un cappuccio sulla testa in una serata di pioggia: per un raptus o perché pazienti psichiatrici che avevano avuto facile accesso ad armi da fuoco come nel caso delle scuole elementari di Sandy Hook, Newtown, in Connecticut, quando il 20enne Adam Lanza ha ucciso 20 bambini e 6 adulti del personale scolastico nel 2012. Nello stesso anno i bambini sotto i dieci anni uccisi da armi da fuoco negli States sono stati almeno 92. Numeri da Paese in guerra. A Lanza era stata diagnosticata la sindrome di Asperger e altri disturbi e di probabile anoressia in passato. Anche a Seung-Hui Cho, che nel 2007 ha ucciso 32 persone al Virginia Tech nella peggior strage ad opera di un singolo negli Usa, soffriva di disturbi psichiatrici. Eppure entrambi – nel caso di Lanza la madre – hanno potuto comprare o ottenere armi da fuoco in maniera legale.

Secondo uno studio presentato a fine agosto al meeting dell’American Sociological Association, negli Stati Uniti vive il 5% della popolazione mondiale, questo 5% ha dovuto assistere al 31% dei morti ammazzati in tempo di pace tra il 1966 e il 2012. Il sociologo della università dell’Alabama Adam Lankford ha trovato una diretta correlazione tra il possesso di armi e la violenza. Gli Stati Uniti sono nettamente al primo posto per possesso di armi nel mondo, le stime massime parlano di 88,8 armi da fuoco per ogni 100 persone – distante secondo è lo Yemen, 54.8 per 100 persone. E tra il 1992 e il 2012 si sono verificati 292 episodi con un minimo di quattro morti (la mappa interattiva qui sotto). Se si contano solo i casi nelle scuole o sui posti di lavoro, come quello dell’omicidio in diretta in Virginia, gli Usa vantano il 62% dei casi a livello mondiale. Aumenta il numero di armi ma diminuisce quelo degli armati: se negli anni ’70 circa la metà della popolazione possedeva un’arma, oggi gli armati sono “solo” il 35%.

Come mai non si fa nulla?
La prima risposta è semplice: nel 2012 la National Rifle Association , NRA, la lobby pro-armi, ha finanziato le campagne elettorali con più di un milione di dollari (90% a candidati repubblicani), ha speso 2 milioni in lobbying per leggi in favore delle armi nel vari Stati e investito 16 milioni a favore (o contro) candidati amici (o nemici). Quindici dei suoi dirigenti su 28 sono stati eleti in Congresso in passato. La lobby pro-armi è insomma capace di influenzare direttamente le politiche a livello nazionale e statale. E anche l’opinione pubblica: il 65% circa degli americani ritiene he portare un’arma – come dice il secondo emendamento – sia un diritto. C’è la cultura di alcuni Stati dove si caccia molto e la natura è aggressiva. E poi c’è la NRA.

Tra 2010 e 2011 la NRA ha fatto lavoro di lobby per scrivere una legislazione modello da far approvare in ogni Stato. Ha funzionato: Mark Zimmerman, la persona che ha ucciso Trayvon Martin, si è difeso in un’aula di tribunale usando la legge della Florida denominata “Stand your ground”. Si tratta di una versione aggressiva della legittima difesa – ho temuto che avesse una pistola, ho sparato. In forma diversa, la stessa formula che si usa per scagionare i poliziotti che sostengono di aver avuto “il ragionevole dubbio” che il nero di turno morto ammazzato avesse un’arma in mano. Ogni volta che un nero muore la versione è: “ha messo una mano in tasca”.

Quanto è facile procurarsi armi?
Molto, le leggi richiedono pochi controlli e tempi di attesa minimi. E le possibilità di aggirarle sono molte. Le armi si vendono e contrabbandano con facilità tra Stato e Stato e alle fiere campionarie è facile comprarne anche fuori dal proprio Stato – e quindi senza che vengano fatti i controlli di legge su fedina penale o comportamenti anomali o aggirando la normativa degli Stati più rigorosi. Un esempio clamoroso è quello di Reddit, social network che offre una sotto-sezione nella quale è possibile vendere e compare armi da fuoco usate.

I fautori della diffusione delle armi sostengono che assassini, criminali e killer colti da raptus si fermano se in giro c’è più sorveglianza e più persone armate.
Falso: i dati indicano che dal 1982 a oggi, solo una volta un assassino è stato fermato da un passante armato. Un poliziotto fuori servizio, che inoltre ha prima investito con l’auto il killer. In generale sono molti di più i morti per litigi futili nei quali compare un’arma da fuoco che non quelli per legittima difesa o intervento di qualcuno.

I costi, processuali, di cura per le vittime, di indagine di polizia, di detenzione, di questa strage continua sono enormi. Il video qui sotto è il frutto di una lunga inchiesta condotta da Mother Jones sul tema e spiega come si arriva alla cifra paurosa di 229 miliardi di dollari l’anno. Più di quanto costi l’obesità diffusa o di quanto si spenda per Medicaid, l’assicurazione sanitaria pubblica per gli anziani.

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Autunno caldo a sinistra

Tre grandi questioni agiteranno la ripresa autunnale. La crisi economica e finanziaria, che rimbalza dalla Cina e può condannare l’Occidente alla stagnazione. La fuga dalle guerre in Africa e in Medio Oriente, che assedia l’Europa con centinaia di migliaia di migranti. Il divorzio fra decisionismo governativo e democrazia rappresentantiva.

Quanto alla Cina, è semplice: il partito comunista, alla prese con il risveglio della lotta di classe e della protesta sociale, ha cercato di imporre un modello sviluppo più equilibrato e puntato sui servizi, l’edilizia, le infrastrutture. Così,però, milioni di neo capitalisti cinesi sono scappati in borsa alla ricerca di guadagni rapidi e facili, facendo esplodere la bolla con conseguenze in tutto il mondo. Secondo Krugman è un fenomeno generale: da anni viviamo -scrive- su di “una bolla mondiale del risparmio” che gonfia i mercati, ora questo ora un’altro, poi esplode con conseguenze disastrose. Nè va meglio l’economia reale: il rallentamento cinese mette in crisi i paesi emergenti, la ripresa negli Stati Uniti appare fragile, non trainata da una forte domanda interna e con ceto medio che si proletarizza, l’Europa appare ingessata dal rigore scritto nei trattati e rivede il fantasma della stagnazione. Che fare? Superare il neo liberismo, immaginare una profonda ristrutturazione dell’economia, puntare su beni comuni e consumi collettivi. Utopico? Sarà un caso, ma Corbyn rischia di vincere le primarie del Labour Party, il ”socialista” Sanders infiamma le piazze democratiche negli USA e Podemos potrebbe diventare arbitro del governo dopo le elezioni spagnole di novembre.

L’immigrazione è forse la prima forma con cui una sorta di terza guerra mondiale raggiunge e sconvolge la nostra casa Europa, ma le soluzioni finora proposte sono solo rimedi palliativi: invito a Grecia e Italia di identificare i profughi e non farli passare alla chetichella, promessa di una migliore cooperazione fra le polizie, ipotesi di un’azione militare congiunta per affondare i barconi e costruire campi profughi fuori dai confini. Flussi migratori di questa portata – già 800mila domande d’asilo in Germania– non si fermano se non si ferma la guerra, se non si impedisce che dilaghi fin sotto le nostre coste. Si dovrebbe rafforzare l’accordo con l’Iran, sostenere i Curdi, esercitare pressioni su Turchia e Israele perchè superino l’ossessione della nascita di uno stato curdo e dell’atomica iraniana, minacciare sanzioni contro le monarchie sunnite del Golfo che tollerano (e usano) l’Isis. Insomma un piano di pace per il Medio Oriente, con l’Europa a fianco dell’America e la Russia coinvolta. Poi, dopo aver ripulito l’area dalle bande jiadiste, un piano Marshall per l’Africa. Difficile? Certo, ma meno folle che costruire muri e e affondare barconi vuoti.

Quanto alla questione della “democrazia esecutiva”, che come un talismano dovrebbe curare le lungaggini e paralisi commessi alla “democrazia rappresentativa”, mi chiedo e vi chiedo, siamo davvero più governati noi Italiani di quanto non lo siano i Greci? Loro a fine 2015 avranno votato 2 volte per le politiche e una per un referendum sul memorandum. Noi in 7 anni abbiamo votato per il governo solo una volta subito abbiamo fatto il contrario di quanto avevamo promesso. Eppure non ci siamo evitati nè il pasticcio degli esodati, nè tagli incostituzionali delle pensioni, nè una legge che precipiterà la scuola nel caos, né il funerale di Casamonica con musica del Padrino. I governi chiedono più poteri ma governano sempre meno. Perchè hanno delegato le loro scelte a soggetti privati, alle banche, a istituzioni sovragovernative. Perchè hanno distrutto la burocrazia con lo spoil system e non hanno combattuto corruzione e intermediazione. Meglio Tsipras che chiede ai Greci cosa fare, che continua a promettere “governerò” e intanto non governa. Per colpa d’altri, si capisce.

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Chi sono i poveri, cos’è la povertà

Cominciamo dalle definizioni. Potremmo dire che si è poveri quando non si riescono a tradurre le proprie capacità in funzionamenti, cioè quando non si ha accesso alle risorse necessarie per realizzare, se lo si desidera, un livello di vita adeguato in una società e contesto dati. O peggio ancora, quando le risorse sono così ridotte da mettere in pericolo le capacità stesse, come avviene, ad esempio, quando un bambino non può andare a scuola, o la deve abbandonare precocemente, o è costretto a lavorare duramente in età precoce, o quando la malnutrizione incide sul suo sviluppo fisico e in taluni casi anche intellettivo.

Questo almeno per citare Amartya Sen. L’antropologo Arjun Appadurai aggiungerebbe che la povertà estrema è quella in cui viene uccisa anche la capacità di aspirare, di immaginare di poter cambiare la propria condizione. È una questione di risorse materiali, ma anche di controllo sul proprio orizzonte di vita, sullo stesso senso di dignità e valore personale. In questo senso la povertà è una forma specifica di disuguaglianza, in quanto non riguarda solo gradi di distanza tra gruppi o individui nella disponibilità di risorse, ma una condizione di insufficienza.

Questa specifica disuguaglianza poi, a volte, ma non sempre, si intreccia con altre: con quella di genere, ad esempio, con l’etnia, con lo status di migranti. Le conseguenze della povertà possono toccare anche dimensioni non materiali dell’esistenza, quali l’accesso alla formazione, la possibilità di scegliere l’occupazione più confacente alle proprie competenze e di negoziarne le condizioni senza dover invece accettare qualsiasi lavoro, anche squalificante e a qualsiasi condizione. Solo dai poveri, infatti, ci si aspetta che siano disponibili a fare “qualsiasi lavoro”. Ciò avviene anche in alcuni regimi di welfare più generosi di quello italiano, che prevedono un reddito minimo per i poveri ma in cambio dell’assistenza economica, richiedono a chi la riceve di accettare qualsiasi lavoro venga loro offerto, anche se molto al di sotto delle loro qualifiche e delle loro aspettative, forzandoli, in quella che lo studioso francese Serge Paugam ha definito come “integrazione squalificata”. libro saraceno

L’esperienza della povertà materiale, infine, può anche ridurre, se non impedire, di partecipare alla vita sociale e politica, perché non se ne hanno le risorse, materiali o culturali, perché ci si sente, o si viene fatti sentire, inadeguati. È per questi possibili effetti sugli aspetti non strettamente materiali dell’esistenza che la povertà costituisce, non solo un problema morale, e neppure solo un problema di equità o giustizia sociale, ma anche un problema di democrazia.

Esistono diversi modi di misurare la povertà. I più diffusi si riferiscono ad una definizione relativa o viceversa assoluta di povertà. Nel primo caso la povertà è definita in riferimento al tenore di vita medio di una popolazione, misurato dai consumi o dal reddito: è povero chi si trova gravemente al di sotto di quel tenore di vita medio. Nel secondo caso, la povertà è definita come impossibilità di accedere al consumo di un paniere di beni definiti essenziali. Non si tratta di definizioni necessariamente in competizione tra loro. Colgono ciascuna, piuttosto, un particolare spazio della, e insieme punto di vista sulla, povertà materiale. Sono complementari. L’incidenza della povertà assoluta risulta più bassa di quella misurata con il criterio della povertà relativa, ma è anche meno sensibile a variazioni congiunturali nella distribuzione dei redditi e nel livello del tenore di vita.

Per questo l’indicatore di povertà assoluta è uno strumento molto importante per valutare il mutamento nelle condizioni di vita dei più poveri e nel tasso di entrata (o uscita) dalla povertà da un anno all’altro. Ad esempio, in Italia, negli anni della crisi, mentre la povertà relativa misurata dal reddito è aumentata in modo molto contenuto, l’incidenza della povertà assoluta è peggiorata sensibilmente, passando dal 4,1 per cento, nel 2007, al 7,9 per cento nel 2013. Un modo di valutare la povertà concettualmente simile, anche se non identico, a quello della povertà assoluta è quello che considera l’esistenza di deprivazioni specifiche. L’analisi della deprivazione considera l’incapacità di effettuare una serie più limitata di specifici consumi e attività: dal riscaldamento adeguato al pagamento delle bollette e dell’affitto, dall’impossibilità a pagare le spese mediche a quella di fare un pasto proteico almeno ogni due giorni, fino alla impossibilità di sostenere una spesa necessaria e improvvisa.

Questo approccio è adottato anche da Eurostat per l’Unione Europea, ad integrazione della misura della povertà relativa (o del rischio di povertà). Viene considerato “deprivato” chi in un anno dato sperimenta almeno tre deprivazioni da una lista di nove, e “gravemente deprivato” chi ne sperimenta quattro o più. Nell’Unione Europea nel suo complesso l’incidenza della deprivazione negli anni della crisi è passata dal 16,1 per cento nel 2008 al 22,3 per cento nel 2011. La crisi iniziata a fine 2007 ha dunque prodotto un peggioramento delle condizioni di vita per una porzione non irrilevante della popolazione, intaccandone la qualità della vita, e non per quanto riguarda il superfluo, bensì la adeguatezza e sicurezza quotidiana: nutrirsi adeguatamente, non diventare morosi nel pagamento delle spese di casa, anche per non innescare circoli viziosi che non possono che produrre peggioramenti, curarsi quando necessario e così via. Più netto ancora è stato, tra il primo e il secondo periodo della crisi, l’aumento dell’incidenza della grave deprivazione materiale, ovvero di individui che sperimentano più di tre tipi di deprivazione. La povertà e la deprivazione possono essere un’esperienza occasionale, o invece ripetuta o duratura. Si tratta di situazioni molto diverse per i soggetti che la sperimentano nell’uno o nell’altro modo.

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(La povertà in Europa – Eurostat 2014)

Senza sottovalutarne i costi psicologici, un episodio circoscritto di povertà può non incidere sostanzialmente sulle chances di vita e sul senso di adeguatezza di una persona o di una famiglia. In alcuni casi, può persino essere messo nel conto di scelte di vita (uscire dalla casa dei genitori per essere autonomi, avere un figlio riducendo temporaneamente il proprio impegno lavorativo e quindi il proprio reddito, cambiare lavoro, riducendo il proprio tenore di vita, e così via). L’esperienza ricorrente della povertà segnala invece il permanere di una vulnerabilità economica che, anche quando le cose vanno meglio, non riesce a garantire condizioni di sicurezza, riserve minime per far fronte ai periodi più difficili. Questa vulnerabilità è massima in casi di persistenza della povertà. Sono i casi in cui, più ancora che quando la povertà è ricorrente, non solo si creano le condizioni per una riproduzione della povertà da una generazione all’altra, ma è più elevato il rischio che povertà economica e deprivazione materiale si associno anche a vere e proprie forme di esclusione sociale.


Soprattutto, è molto rischioso sperimentare la povertà da bambini e ragazzi. I minori a rischio povertà o esclusione sociale in Europa sono ormai 27 milioni – più di 1 minore su 4, il 28 per cento, nei Paesi UE28 – con una crescita di quasi 1 milione in 4 anni (2008-2012) e di mezzo milione in un solo anno, tra il 2011 e il 2012, con un’incidenza tuttavia molto diversificata. In Italia raggiunge il 33,8 per cento, in Grecia, Ungheria e Lettonia varia tra 35 e 41per cento, per superare addirittura la metà del totale (52 per cento) in Romania e Bulgaria. Va segnalato che la maggior parte dei minori a rischio di povertà ed esclusione sociale vive in famiglie di lavoratori poveri, in cui il reddito da lavoro è insufficiente a far fronte ai bisogni della famiglia. Negli anni della crisi non è aumentato, infatti, solo il numero dei disoccupati e delle famiglie in cui nessun adulto ha un lavoro. È aumentato anche il numero dei lavoratori poveri e delle famiglie povere nonostante vi sia un occupato

Il rischio che si produca uno squilibrio tra redditi da lavoro e bisogni famigliari è tanto più alto quanto più alta è la percentuale delle famiglie monoreddito (tanto più anche quando monogenitore) e tanto più scarsi sono i trasferimenti dallo Stato legati alla presenza di figli, come avveniva e avviene tuttora in Italia. In questa prospettiva, si può dire che, se all’interno di ciascun paese il rischio di essere lavoratori poveri su base famigliare è più elevato per i lavoratori a basso salario che sono gli unici percettori di reddito, questo rischio è diversamente distribuito tra i Paesi in base al tasso di occupazione femminile, da un lato, e al grado di sostegno al costo dei figli garantito dal welfare nazionale, dall’altro. In altri termini, vi è una stretta interdipendenza tra caratteristiche dei welfare state, caratteristiche e composizione delle famiglie e tasso di partecipazione al mercato del lavoro dei componenti dei nuclei familiari.

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#MéxicoNosUrge, l’appello per fermare la violenza in Messico

appello #mexiconosurge

«Come giornalisti siamo in pericolo, non abbiamo protezioni minime ma, anche se in queste condizioni, aquí estamos, noi ci siamo, tenemos mucha fuerza, abbiamo molta forza, porque tenemos la verdad a nuestro lado, perché dalla nostra parte abbiamo la verità». Il fotogiornalista Rubén Espinosa Becerril il 12 giugno 2015 si rifugia da Veracruz a Città del Messico dopo essere stato minacciato da “persone non identificate”. Un mese e mezzo dopo, il 31 luglio, viene assassinato con l’attivista sociale Nadia Vera, anche lei fuggita da Veracruz, e tre donne che vivevano nello stesso appartamento nella colonia Narvarte. Rubén continuava a denunciare come la libertà di stampa in Messico viene violentata quotidianamente, in particolare nello stato di Veracruz.

«In questi ultimi cinque anni, durante il governo del priista Javier Duarte de Ochoa sono stati assassinati 15 giornalisti, tutti gli omicidi sono rimasti impuniti. Veracruz è la culla della violenza contro i giornalisti», denunciava. Fino al 31 luglio, quando un gruppo armato irrompe nell’appartamento in cui viveva a Città del Messico. Un giorno qualunque, in un quartiere alto borghese, delle persone entrano in una casa e, dopo aver violentato l’attivista Nadia Vera, la studentessa Yesenia Quiroz Alfaro e altre due donne che si trovavano con loro, Nicole Simon e Alejandra, uccidono tutti.
Dopo la strage, che ricorda le dittature argentine e cilene degli anni 70, la domanda centrale è perché li hanno uccisi. La giornalista indipendente Catalina Ruiz-Navarro, in uno degli editoriali più interessanti scritti in questo periodo, afferma: «Li hanno uccisi perché hanno potuto. Nella vita reale, non possiamo fare niente se non abbiamo l’opportunità di farlo, e questa opportunità in Messico è strutturale: l’ingiustizia è lo Stato. Una mancanza di protezione e impunità quasi assoluta: per questi li hanno uccisi».

 

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Per Rubén e Nadia non è bastato rifugiarsi a Città del Messico, considerata finora un porto sicuro in cui ripararsi dalle aggressioni contro la libertà di stampa. Il messaggio è chiaro: non si è sicuri da nessuna parte. Rubén Espinosa è l’ultimo degli oltre cento giornalisti assassinati in Messico dal 2000 ad oggi.
Attivisti dei movimenti sociali, giornalisti, familiari delle vittime di femminicidio o di desaparición forzada che lottano per non lasciare impuni i crimini in Messico sono costantemente in pericolo. Tra gli attivisti e giornalisti minacciati ci sono anche cittadini italiani ed europei, che si sono uniti e hanno deciso di scrivere un appello, #MéxicoNosUrge, all’Unione Europea affinché interrompa le relazioni politiche e commerciali con uno Stato che viola costantemente i diritti umani. Nell’appello si chiede che il Parlamento Europeo esprima la sua preoccupazione rispetto alla grave crisi dei diritti umani che vive il Messico e che l’Italia e l’Unione Europea sospendano tutte le relazioni (politiche e commerciali) con il Messico fino a quando non si farà luce sui gravi casi di omicidio, violenza e sparizione forzata di persone.
Left aderisce e rilancia l’appello, proponendo sul numero in edicola da sabato 29 agosto un approfondimento sui desaparecidos e un reportage sulle condizioni dei migranti in Messico.

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L’illustrazione di Mauro Biani per l’appello #MexicoNosUrge

 

Per leggere l’appello: www.facebook.com/mexiconosurge

Per firmare scrivere a: [email protected]

La galera serve a chi sta fuori

Tutti parlano di reati. Reati commessi per davvero o inventati. Reati passati, ma anche futuri. Quelli che faranno appena escono. Se mettono i microfoni nelle celle ci danno l’ergastolo a tutti». Questo mi racconta un detenuto siciliano. «Quando m’hanno messo dentro ho detto al direttore: voglio stare in cella con un italiano! E quello m’ha fatto: sei di Palermo, ti metto con un catanese. Adesso sto tranquillo,   mi faccio la mia pena». Il detenuto siciliano parla così, ma non lo so se è vero quello che dice. Veramente ha parlato col direttore del carcere e quello l’ha trattato come un confratello massone?

Anzi sono sicuro che s’è vantato e basta. Mi ha detto solo scemenze che fanno il paio coi suoi muscoli pompati. «Qui siamo peggio delle femmine» mi dice un anziano che mi indicano come appartenente alla famosa banda della Magliana. Significa che ci tengono all’aspetto. Sbarbati, profumati, abiti puliti e possibilmente un po’ di marca. Niente di costoso perché qui sono quasi tutti senza   una lira, ma hanno una dignità che somiglia a quella di certi abitanti di borgata che girano in tuta da ginnastica, ma non quella scrausa del mercatino. Questa è gente che si stira le mutande con la moka scaldata sul fornelletto nell’angolo della cella accanto al cesso. Cos’altro dovrebbero fare durante il giorno se per loro lo stato spende quotidianamente poco più di 5 euro per il cosiddetto trattamentale?

Sarebbe un pezzo di quel lavoro che dovrebbe riportarli nella società, ma in quella banconota verdina ci devi mettere i trasferimenti da e per i tribunali, gli impacchettamenti e gli spacchettamenti per portarti in altre galere…

Appena entrano in carcere comincia il loro teatro. Si mettono un costume di scena e incominciano a recitare. I reati veri o finti sono parte della stessa recita. Il capello tagliato alla moda e la maglia colorata con la virgola della Nike, il tatuaggio impeccabile accanto a quello   fatto in cella con l’inchiostro della penna. Nella commedia del carcere ognuno ha il suo personaggio.


I detenuti al 30 giugno 2015 sono 52.754. Guardando sempre al mese di giugno i detenuti erano 31.053 nel 1991 (c’era stato da poco il provvedimento di amnistia, l’ultimo del dopo-guerra), sono cresciuti sino a 54.616 nel 1994 (dopo la riforma dell’ordinamento penitenziario e la preclusione all’accesso alle misure alternative per un gran numero di detenuti), 56.403 nel 2003 (all’indomani della legge Bossi-Fini sull’immigrazione), 63.630 nel 2009 (esito delle leggi sulle droghe e sulla recidiva), fino al triste record di 68.258 nel 2010 (che ci è valsa la condanna della Corte Europea nel 2013)….dal Rapporto Antigone 2015 di cui parliamo qui [divider] [/divider]

 

La società gliel’ha insegnato. Stanno lì dentro per recitare la parte dei cattivi. Serve a quelli che restano fuori che altrimenti non riuscirebbero   a sentirsi buoni.   L’articolo 27 è uno dei tanti che riempie le prime   pagine della Costituzione con i suoi geroglifici non decodificabili. In Italia quelle prime pagine   fanno ridere, figuriamoci in questo ghetto   sbarrato.   Chi sta in galerAbolire il carcere_Manconia conosce un’altra legge. Gli   chiedi ignorantemente “perché stai dentro?” e ti rispondono «per un errore. Un errore mio o  del giudice» e ridono. Ma il carcere lo conoscono meglio di tutti. Meglio dei cittadini pagatori di tasse che vorrebbero vedere tutti dietro al   blindato. Meglio dei politici che ogni tanto ci  finiscono e nonostante quest’esperienza non   imparano nulla e si sentono pure perseguitati (una volta i padri costituzionalisti si vantavano di aver conosciuto la prigione!). Meglio dei   giudici che ce li mandano e pure delle guardie che li controllano pensando che la prigionia sia tutta gestita da loro.

No, la galera è un fatto personale. Il detenuto se ne rende conto dopo poche ore. È fatta di  droga se ti serve e c’hai i soldi, psicofarmaci a pioggia, un po’ di sesso da solo o con qualcun altro se non ti fa troppo schifo. In cella cerchi di farti tutto, costruisci il frigo col ghiaccio della ghiacciaia comune e il tetrapack del latte. La grappa con la serpentina di penne Bic mezze squagliate, il vino con l’uva marcita. La cocaina e l’eroina arriva nei maglioni messi a mollo nell’acqua con la robba. Il parente te l’asciuga e tu te lo rimetti a mollo per fartela.

Chiedo a uno che in carcere c’ha passato una vita “ma la maggior parte si perde?” «No, per niente» risponde  lui indicandomi la percentuale stimata di robba recuperata. Pure la frutta e la verdura gli hanno sequestrato una volta perché la siringavano di acidi. La galera è così. Abolire il carcere è un libro da regalare a quelli che straparlano al bar con la preghiera di leggerselo per davvero e smettere di dire sciocchezze. Ogni riga ribadisce in maniera incontestabile l’inutilità di questa istituzione stupida  e nazista. Renzi sostiene che l’articolo 18 della  legge 300 è vecchio, lo paragona al gettone nell’era dell’iPhone. Figuriamoci la galera! Una robba inventata molto prima del telefono di Meucci. Perché il Renzi non se ne disfa come del gettone? Forse la galera gli serve. Serve a lui che ha il Paese dalla parte del manico e a tutti quelli, di destra e sinistra, che stanno fuori. Ammazzare la gente mettendola in queste tombe per i vivi serve ai cittadini per non sentirsi morti del tutto.

(da Left numero 18)