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Vins Gallico ci dà un taglio. E va allo Strega

Final cut di Vins Gallico (Fandango), entrato nella cinquina dello Strega, sembra già un film, una fiction tv, una commedia ironico sentimentale da far girare, poniamo, al giovante talentuoso Sydney Sibilia (Smetto quando voglio). Ma alcuni passi evocano Muccino, ad esempio l’immagine che torna nel finale, e che prelude all’happy end: «Mery annuisce, sistema dietro l’orecchio una ciocca di capelli. Un istante dopo il ciuffo le oscilla di nuovo davanti la fronte…».

Libri, Final cut, Vins GallicoNella nostra narrativa e nel nostro cinema c’è un gran ritorno del genere (peraltro italianissimo) della commedia: l’attitudine a rappresentare cioè i conflitti, anche aspri, del nostro presente, ma trovando sempre un lato comico (ed effusivo). Agli italiani, si sa, piace ridere, come diceva Flaiano. Penso ai romanzi di De Silva, Piccolo, Serra, Pascale, e ora dei più giovani Viola e Gallico (poi, sul versante opposto, raccontano la morte della madre, da Peano a Moretti). Ma torniamo alla commedia. La domanda è: perché non usare il genere – la sua “retorica” – per andare un po’oltre, per sfiorare la verità tragica che pure le cose contengono? Gallico ci prova, ma solo in parte.

L’idea narrativa è strepitosa. Lui ha una piccola eredità, acquista un’Ape e mette su una società – la Final Cut – che si occupa di restituire beni e effetti personali quando una coppia finisce. Il vero soccorso è psicologico più che materiale: la Final cut aiuta a dare il taglio finale. Il protagonista è armato di scatoloni e di una impeccabile professionalità che si traduce in sospensione di giudizio e soltanto un minimo umano di empatia. Ma il romanzo non è sempre all’altezza di questa straordinaria trovata iniziale, per ritmo e sviluppo delle storie. Solo qui e là affiora una riflessione meno effimera sull’effimero dell’amore, che è eterno finché dura, come recitava un film verdoniano, e sulla saggezza dell’accettare la fine di ogni cosa, in questo unico mondo sublunare in cui ci è dato vivere.

La battaglia dei prof non è di retroguardia

L’uccellino di Matteo Renzi sta perdendo la pazienza, soprattutto dopo la notizia dello sciopero del 5 maggio. In un tweet ha manifestato sorpresa per la “paradossale” e “incomprensibile” opposizione del mondo della scuola a un ddl che prevede l’assunzione di migliaia di docenti. Se fosse così, avrebbe ragione, anche se il bersaglio di quell’ostinata opposizione sarebbe stata la Corte di giustizia europea e non il governo italiano, che si limita a eseguire un atto dovuto.

Ma il ddl sulla scuola, oltre al reclutamento del personale utilizzato ogni anno, per il quale le opposizioni chiedono lo stralcio, contempla una serie di interventi diretti a scardinare il sistema disegnato dalla Costituzione. Con l’organizzazione gerarchica profilata dal ddl, si finisce, inoltre, per precarizzare tutti i docenti, anche quelli di ruolo, caso unico nello Stato e addirittura dentro lo stesso comparto, perché dalla mobilità decontrattualizzata che si vuole introdurre si salva solo il personale tecnico-amministrativo e ausiliario.

Di fronte alla resistenza del mondo della scuola al ddl, a turno, Renzi, Giannini, Faraone e Puglisi, hanno ripetuto che il disegno di legge non è stato capito per i suoi contenuti “rivoluzionari” ed è stato contestato per pregiudizio ideologico o per tornaconto politico. Con la stessa leggerezza si è detto che le proteste più veementi, come quelle alla festa dell’Unità di Bologna contro il ministro Giannini, sono scaturite da un gruppetto di provocatori estranei alla professione di “educatori”.

Insomma, si continua a ignorare la realtà del mondo della scuola e, conseguentemente, a trattare gli insegnanti come una massa di ritardati o di autolesionisti a cui occorre spiegare la riforma. A questo scopo Renzi ha promesso di scrivere una lettera agli insegnanti. Eppure il progetto della “buona scuola” è stato presentato lo scorso settembre e il ministero ha impiegato tutti i mezzi a disposizione per diffonderlo, anche venendo meno al dovere di neutralità istituzionale. Da allora la proposta è stata minutamente studiata dagli insegnanti, che hanno elaborato e diffuso documenti per argomentare il loro netto dissenso.

Ma chi, negli uffici di Viale Trastevere li ha presi in considerazione? E la Legge di iniziativa popolare sulla scuola della Repubblica è mai comparsa in un tweet di Renzi o in una dichiarazione di Giannini? Allora il difetto di ascolto non va cercato tra gli insegnanti, che sarebbero incapaci di afferrare la validità della riforma per arretratezza culturale o difesa corporativa. Il difetto di ascolto è in una classe dirigente che non sa cosa farsene della conoscenza della scuola vera e del contributo unico che a tale scopo può arrivare dagli insegnanti, veri e propri “organismi sentinella” dell’ambiente scolastico.

Così i membri del governo evitano di entrare nel merito di un ddl che deve tener conto delle direttive di Bruxelles, degli aggiustamenti di Confindustria e delle benedizioni del Vaticano. Piuttosto che meravigliarsi della contestazione, provino a spiegare a chi rischia ogni giorno l’incolumità in strutture vecchie e senza manutenzione perché il Def toglie quasi 500 milioni di euro all’edilizia scolastica e li assegna alle scuole private.

Le cinque delle 13.00

Texas, sparatoria alla mostra delle vignette su Maometto: due morti. Non sono ancora stati identificati i due uomini uccisi dalla Polizia a Garland, dopo che avevano aperto il fuoco nei pressi di un evento dedicato a vignette raffiguranti il profeta Maometto a cui partecipava il politico ultraconservatore olandese Geert Wilders noto per le sue posizioni anti-Islam.

Renzi interviene alla Borsa di Milano e dice agli imprenditori: apritevi a nuove alleanze, lasciatevi alle spalle la mentalità dell’impresa familiare. Provate a governare assieme ad altri partner, aziende più grandi di quelle che avete avuto fino a oggi.

Italicum, stasera il voto finale alla Camera sulla nuova legge elettorale su cui il governo ed il premier Matteo Renzi ha posto il voto di fiducia. L’appuntamento a Montecitorio è per la tarda serata, il responso dell’Aula dovrebbe arrivare infatti intorno alle 22. Nel Pd la minoranza deve scegliere se votare contro la riforma o astenersi, le opposizioni hanno scelto che non parteciperanno alle votazioni.

Sisma in Nepal: salvate 2 persone a Gorkha dopo 10 giorni. Un uomo di 60 anni ed una suora di 23 sono stati estratti vivi dalle macerie di due edifici dai villaggi di Sirdibas e Chhekampar nel distretto di Gorkha.

Cortina ospiterà i mondiali di sci del 2021. Lo ha stabilito la Federazione internazionale Sci (Fis) accettando Cortina come unica candidatura. Il capoluogo ampezzano ha centrato l’obiettivo al quinto tentativo dopo il fallimento delle candidature 2013, 2015, 2017 e 2019.

Numeri alla mano, il problema dell’Italia non è il costo dell’immigrazione

Solo in un periodo triste come questo si potevano levare tante critiche per le parole di buon senso pronunciate da Gianni Morandi sulla questione sbarchi. La crisi batte sempre più forte e i nodi vengono al pettine nel nostro Paese. L’istinto spinge molti alla guerra tra poveri, così come le sedicenti parole di alcuni leader politici a caccia di facile consenso.

Il divide et impera è una carta classica giocata dalle élite per offuscare i veri problemi,e frammentare così la maggioranza invisibile. Sarebbe facile quindi assumere le posizioni classiche della “sinistra benpensante”, quella che sta con gli immigrati e i lavoratori, senza aver mai speso un giorno incondizione di disagio, e asserire ma chi sono questi abbrutiti che criticano il buon senso di Gianni Morandi e magari allo stesso tempo votano per Matteo Salvini? O dall’altra parte si potrebbe sposare il pensiero di chi crede che, provando a bloccare i barconi “alla fonte” si risolva il problema.

Da un lato ci si rinchiuderebbe nel moralismo spicciolo di chi da lungo tempo ha smesso di ascoltare il disagio montante della maggioranza invisibile, e dall’altro si vorrebbe fermare l’acqua con le mani. Una marea di problemi che si riversa verso l’Europa, ricordandogli tanti errori e ingiustizie perpetrate nel recente passato. Ma con la Storia, purtroppo o per fortuna, bisogna sempre fare i conti. Uno sguardo attento, ci porterebbe a essere più cauti nelle analisi e forse anche a capire le ragioni della rabbia verso i migranti. Attenzione capirla questa rabbia, analizzarla in modo approfondito e non certo giustificarla o condannarla sulla base di pregiudizi ahimé sempre più consolidati.

La rabbia della maggioranza invisibile è reale, fomentata da anni di cattiva amministrazione e sprechi, e da una crisi economica sempre più profonda. Si levano alte le voci: “Ma perché dovremmo aiutare questa gente quando siamo sempre più poveri e in crisi?” È una domanda legittima alla quale serve dare una risposta articolata e credibile. Spiegando magari numeri alla mano, che il problema dell’Italia non è certo il costo dell’immigrazione. Tutt’altro l’immigrazione come mostrato da dati inconfutabili apporta benessere al Paese.

Invece, la maggioranza invisibile dovrebbe dirigere la sua rabbia verso chi ha favorito la deregolamentazione dei mercati finanziari, chi ha svenduto (e continua a svendere) il patrimonio pubblico, verso chi ha forgiato (e continua a difendere imperterrito) un sistema di protezione sociale che da tanto a chi ha troppo, e non da nulla, anzi toglie, a chi non ha niente. E allora, avere il coraggio di guardare alla realtà e chiamare le cose con il proprio nome ci porterebbe a capire il disagio di chi se la prende con i migranti per cercare di indirizzare la loro rabbia e voglia di rivalsa sociale verso qualcun altro, e dire chiaramente ai benpensanti che, se davvero sono progressisti, forse sarebbe il caso di ridurre con decisione i propri privilegi prima di distillare giudizi sul mondo.

Poi un ultimo passaggio, lo dobbiamo all’uso della Storia e a quanti hanno una memoria corta. Servirebbe ricordare, in queste tristi occasioni, i nostri connazionali partiti con mezzi di fortuna per fare lavori duri e malpagati a migliaia di chilometri da casa, ricordare magari Sacco e Vanzetti, o quelli che, per rimediare un tozzo di pane ci hanno rimesso la vita. Quelli che ci hanno rimesso la vita ieri nelle acque del Mediterraneo e quasi sessant’anni fa a Marcinelle erano in fondo, e tristemente, sulla stessa barca.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/ManuFerragina” target=”on” ][/social_link] @ManuFerragina

Miracolo a Milano firmato Camerun

Come la Coca Cola e la Carlsberg, anche i vini italiani figurano tra gli sponsor dell’evento più atteso del 1990. Eppure la partita inaugurale non è affidata né all’americano Vincent Mauro né al danese Peter Mikkelsen. E nemmeno a Tullio Lanese o Gigi Agnolin. La Fifa sceglie Michel Vautrot, fischietto di Borgogna, vendemmia 1945.

Calcio Mancino, Omam-BiyikA Milano sono le sei del pomeriggio dell’8 giugno, le cinque ora solare, e fa quasi 30 gradi per la gioia dei camerunensi vestiti color del prato e pronti a sfidare l’Argentina detentrice del titolo e capitanata da Maradona, campione d’Italia con il Napoli, accolto dagli insulti di tutto lo stadio eccezion fatta per il loggione ove siede Bettino Craxi, cognato del sindaco Pillitteri e triste nel dover lasciare la finalissima al Teatro dell’Opera di Roma, comunemente detto Olimpico. I mondiali di Italia ’90, canto del cigno della Prima Repubblica, tagliano il nastro in mondovisione. Nei cantieri per costruire i nuovi stadi si sono contati 24 morti e oltre 600 infortuni sul lavoro. Il sorteggio dei gironi, condotto da Pippo Baudo e da Sofia Loren, ha stabilito: azzurri a Roma, inglesi a Cagliari per ordine del ministro dell’Interno Gava, Brasile a Torino, Germania a Milano e Argentina a Napoli tranne la gara d’esordio prevista in coda alla cerimonia d’apertura, firmata dai grandi nomi della moda.

Carlos Bilardo schiera Pumpido in porta; Lorenzo, Simòn, Ruggeri e Fabbri in difesa; Sensini, Basualdo e Batista a centrocampo; Maradona, Balbo e Burruchaga in attacco. Il sovietico Nepomniachi si affida al vecchio N’Kono tra i pali; difensori: Kana-Biyik, Massing, Ebwelle e Tataw; centrocampisti: M’Bouh, M’Fede, Kunde e N’Dip; attaccanti: Omam-Biyik e Makanaky. Il primo tempo finisce 0-0. Nell’intervallo, dentro Caniggia e fuori Ruggeri, ma il Camerun continua a resistere anche in dieci dopo la severa espulsione di Kana-Biyik. Al ventesimo della ripresa, Lorenzo stende Makanaky vicino al vertice dell’area grande: punizione. Nepomniachi temporeggia e sostituisce M’Fede con Libiih. Kunde attende il fischio di Vautrot e crossa in mezzo dove Makanaky stesso, spalle alla porta, anticipa il marcatore con il destro e alza la palla all’indietro, a campanile, a metà strada tra il dischetto del rigore e il limite dell’area piccola. Omam-Biyik, il numero 7, sguscia imprendibile come un leopardo in mezzo a Fabbri e Simòn e fiuta la preda che scende dal cielo prima di saltare sui tendini. Sensini prova a contrastarlo ma ormai è tagliato fuori, l’avversario gli ha preso il tempo. Omam- Biyik vola e resta sospeso con i piedi all’altezza delle spalle del difensore, impatta la sfera con la fronte e la schiaccia a terra dopo una perfetta rotazione del busto. Pumpido accenna la parata ma né le ginocchia né le mani impediscono all’ultimo gioiello griffato Adidas di rotolare in rete.

Sugli spalti è un tripudio di africani veri e di convenienza. Bandiere rosse, verdi e gialle fanno da cornice alla rabbia dei biancocelesti e alla sofferenza di Maradona che tanto piace al pubblico di San Siro. Miracolo a Milano: il Camerun batte l’Argentina e vola in testa al girone B. L’Italia gioca domani, sabato sera, perfetto per i caroselli in macchina con le bandiere al finestrino. Inizia la carnevalata.

Ddl Buona scuola, il 5 maggio prof e studenti insieme contro la riforma di Renzi. Lo scenario della protesta

Nel silenzio generale, si avvicina a grandi passi il 5 maggio. Il giorno della mobilitazione contro il ddl della Buona scuola viene snobbato dalla “grande” stampa, eppure è tutto il sistema scolastico che è in fermento. Impossibile non avvertire il terremoto in atto. Un evento epocale che forse non si era verificato nemmeno negli anni dopo il fatidico 2008, l’inizio della mannaia Tremonti-Gelmini (8 miliardi di tagli all’istruzione).

20150503_Sciopero_Scuola_LocandinaLe fiamme covano sotto le ceneri che il ddl avrebbe sparso ridisegnando la scuola italiana. E tutto questo avviene tra flashmob, assemblee, incontri e mille iniziative in rete, mentre in commissione Cultura e Istruzione della Camera si sta procedendo a tappe forzate per approvare il ddl 2994 alias della Buona scuola. Giorni decisivi per la scuola del futuro. E se la partecipazione alla sciopero generale “L’unione fa la scuola”, questo lo slogan del 5 maggio, sarà massiccia e le scuole rimanessero chiuse, il governo e la maggioranza che faranno? Come non tenerne conto? Se così accadesse, se il governo dovesse andare avanti per la propria strada, incurante delle voci provenienti dalla società, allora avremo un’altra prova della deriva che sta prendendo questo Paese.

I protagonisti della protesta: 750mila docenti

  1. Per la prima volta dopo sette anni scenderanno in piazza tutte le sigle sindacali. E cioè: Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals Confsal e Gilda, oltre a Cobas e Unicobas, che pure aveva scioperato il 24 aprile. Sono state organizzate manifestazioni in alcune città dove confluiranno i manifestanti di altre regioni. Eccole: Aosta, Bari, Cagliari, Catania, Milano, Palermo, Roma. Le mappe e i percorsi delle singole manifestazioni. A Roma un corteo partirà da piazza della Repubblica alle ore 9.30 per arrivare a piazza del Popolo verso le 11.
  2. Sono coinvolti docenti precari ma anche quelli di ruolo che vedono peggiorare la loro situazione. Il ddl, ricordiamo, che doveva stabilizzare all’origine 151mila precari delle Gae, poi è riuscito nell’impresa di lasciarne a casa cinquantamila, oltre agli idonei e coloro con più di 36 mesi di insegnamento. E il famoso decreto legge riservato solo per loro, in modo da garantirne l’assunzione a settembre, non è mai arrivato. Anzi, il fatto che la questione “precari” sia rimasta all’interno del ddl è visto come una forzatura, una sorta di ricatto, per far approvare rapidamente il testo in toto, pena la non stabilizzazione tanto attesa. Tra l’altro, sono previste anche molte deleghe lasciate al governo  in materia di semplificazione che ridisegneranno il testo unico della scuola. E quindi tanto affanno sugli emendamenti ma poi alla fine deciderà il governo sui temi che contano, come segnala molto bene Roars.
  3. Partecipano allo sciopero anche i dirigenti scolastici. “Alla “Buona scuola” non serve il preside nominato dai politici e da loro revocabile. In ognuna delle 8.500 scuole della Repubblica deve esserci un dirigente scolastico selezionato secondo il merito e attraverso un pubblico concorso”, dicono i dirigenti dei sindacati che promuovono lo sciopero. Una presa di posizione contro l’articolo più contestato del ddl, che trasformerà la scuola italiana in un’azienda guidata da un manager con tutti i poteri, sia di scelta degli insegnanti, che della loro valutazione.
  4. Partecipano in massa anche gli studenti. Con un bell’appello i ragazzi dell’Uds invitano a scendere in piazza insieme ai prof per difendere la democrazia. Mobilitati anche gli studenti universitari del coordinamento Link che per domani 4 maggio hanno convocato alla Camera una conferenza stampa sulle modalità dell’abilitazione e del reclutamento futuro. E’ la campagna #iovoglioinsegnare. Sì, perché molti giovani che frequentano l’università vorrebbero insegnare… Il 5 maggio ci sarà anche il coordinamento Link-Rete della conoscenza in piazza: Università e Scuola insieme.

Il ddl Buona scuola e le “truffe semantiche”

Mentre il mondo della scuola si prepara a scendere in piazza il ddl è oggetto di una vera e propria prova di forza della maggioranza. Lo dice senza mezzi termini la delegazione M5s che durante la conferenza stampa del 30 aprile alla Camera, ha comunicato la propria decisione di lasciare i lavori della commissione insieme a Sel e alle altre forze d’opposizione. Il deputato Gianluca Vacca parla di “truffe semantiche”: non è vero che gli emendamenti presentati dal Pd rendono più soft la figura del preside-sceriffo. Per esempio, sostiene Vacca, l’articolo 2, comma 8 e 9, nell’emendamento della relatrice Coscia sembra che “l’elaborazione del piano triennale passi dal dirigente scolastico al collegio dei docenti, ma solo in apparenza – continua l’esponente M5s – perché i criteri generali verranno definiti dal dirigente scolastico”. Per la chiamata diretta da parte del dirigente, inoltre, il Pd farà muro, sostiene Vacca. Inoltre a partire da domani entra in funzione la “ghigliottina” per cui si potranno presentare solo 2 emendamenti per articolo. I tempi sono contingentati per permettere la votazione finale in aula il 19 maggio. E allora i Cinque stelle hanno deciso di abbandonare la Commissione, definita una farsa.

Critiche al ddl, per come è stato scritto e per le irregolarità contenute che renderebbero il suo percorso a ostacoli giungono anche dal Comitato per la legislazione della Camera, come scrive il Fatto quotidiano.

In una tale situazione di confusione arriva la giornata del 5 maggio. Per la quale un gruppo di insegnanti ha pensato un ipotetico Consiglio di classe per un ipotetico alunno chiamato Matteo, come leggiamo nel bel post di Marina Boscaino, che è, ricordiamo, tra i promotori della Lip, la legge di iniziativa popolare (relatori M5s e Sel, tra gli altri) che scritta dopo anni di consultazione dal basso, è approdata in Commissione Istruzione, nel totale disinteresse dei deputati Pd e dei burocrati della Buona scuola. La Lip promuove una Buona scuola per la Repubblica e sarebbe stato interessante vedere come poteva integrare il ddl della Buona scuola.

Cosa scrivono i prof  sull’alunno Matteo:

“Giorno 5 maggio consiglio di classe straordinario: 750.000 docenti si riuniranno per discutere sul caso dell’alunno Matteo. L’alunno mostra poca partecipazione alle diverse attività, poco sensibile ai richiami, conosce le norme che regolano la vita della comunità, ma non sempre le rispetta.  Non ha ben sviluppato la capacità di ascolto: si distrae facilmente. Maggiori lacune si manifestano nello sviluppo delle competenze della lettura e comprensione di diversi testi scritti.  Gli insegnanti, al fine di potenziare e facilitare lo sviluppo delle capacità apprenditive, presentano un programma /percorso di recupero individualizzato volto a guidare l’alunno alla conquista di capacità logiche , scientifiche ed operative, ed alla progressiva maturazione della coscienza di sé e del proprio rapporto con il mondo esterno”.

Primo Maggio a Milano, le due facce di #NoExpo

«Era bellissimo: musica, allegria, gente che ballava… veniva voglia di scendere in strada». Vincenzo sta sulla porta del palazzo con altri inquilini. «Poi, nel giro di qualche minuto, un gruppo si è coperto il volto. Quanti erano? Forse solo una cinquantina. Hanno spaccato tutto». Auto bruciate, vetrine in pezzi, muri imbrattati.

Il Primo maggio di Milano è passato alle cronache per una scia di danni, esplosi a ondate nel cuore della città, fra corso Magenta e via Monte Rosa. A sfilare sono stati però, in grandissima parte, donne e uomini abituati a misurarsi con il precariato e impegnati a costruire percorsi politici e sociali alternativi.

Cinzia, del presidio dei braccianti della Bassa Valle Scrivia, nel vicino Piemonte spiega di essere venuta «con mio figlio, di 14 anni abbiamo sostenuto le rivendicazioni dei braccianti marocchini sfruttati dai caporali in Piemonte, una sorta di Rosarno del nord. Ci hanno insegnato che essere uniti è fondamentale». Vicino sfilano i lavoratori dei sindacati di base, impiegati nella logistica, nei trasporti. Intere famiglie di ivoriani, senegalesi, nigeriani accanto a uomini nord africani dai volti severi. «Siamo venuti – dice un uomo – per ricordare che senza di noi l’Italia sarebbe più povera. Siamo scappati dalla fame, ma Expo è pagata da chi ci ha affamato».

La solidarietà ha lasciato il posto alla paura anche per molti manifestanti, rimasti bloccati nelle retrovie del corteo. «Sono entrata in un bar, per sfuggire al fumo dei lacrimogeni – racconta Eva, giovanissima, con la voce spezzata – ma ne hanno tirati anche dentro il locale. Un anziano si è sentito male, l’ho dovuto trascinare fuori». Come è comparsa, la violenza dei pochi si è dileguata, lasciando per terra bastoni, caschi, maschere antigas, guanti. Oggetti del delitto senza più padroni, confusi tra la folla o svicolati oltre la parata. E’ rimasto anche lo sgomento di alcuni, il “si sapeva già” di altri, la rabbia di chi voleva manifestare, orgogliosamente, in un Primo maggio diverso da altri, rafforzato dall’opposizione all’Expo, inaugurato a pochi chilometri di distanza.

“Insieme siamo più forti”. Questo è il Primo maggio di Taranto

Non so quanti fra quelli che c’erano la prima volta, sotto il palco del Primo maggio di Taranto, avrebbero immaginato cosa sarebbe diventato dopo soli tre anni, mi riferisco sia ai musicisti che agli organizzatori, e anche al pubblico.

Noi musicisti spesso veniamo coinvolti in eventi che hanno uno spessore notevole, ma Taranto ha un sapore diverso. Saranno le ferite della città, che sono un simbolo importante, o forse una certa incoscienza che ha caratterizzato l’organizzazione di questa giornata sin dall’inizio. Credo che a rendere tutto così speciale ci sia soprattutto il fattore “dal basso”, questo è un evento che nasce davvero da un’esigenza irrefrenabile. Quella delle persone che tutti i giorni fanno i conti con determinati problemi. Lavorare al loro fianco è un enorme privilegio. E questo da, senza dubbio, all’evento una cornice di autenticità che è rara.

E poi c’è la musica, che ha un ruolo importante nel veicolare il messaggio. Fa parte della potenza della musica stessa, non è una cosa che dipende da noi, è una caratteristica abbastanza intrinseca. Sembra naturale che ci sia la musica quando si manifesta un disagio, quando si rivendicano diritti dimenticati. La musica c’è sempre, nel bene e nel male.

Noi musicisti siamo fortunati, il nostro lavoro ci consente di incontrare tanta gente, di venire a conoscenza dei loro sogni, delle loro speranze, dei loro problemi. Il contatto con la realtà ci impedisce di girarci dall’altra parte. Taranto per noi musicisti è questo, significa esserci, o almeno per me significa questo, ma credo sia lo stesso tipo di sentimento degli amici e colleghi che ci aiutano a fare in modo che il Primo Maggio di Taranto sia quello che è oggi.

Avrei bisogno di molto spazio per ringraziarli tutti, sono quelli che ci hanno messo il lavoro, la faccia, il tempo, l’empatia, la vicinanza alle tematiche che si affrontano su quel palco, in quel giorno. Non è scontato. E in quel giorno, su quel palco non conta la carriera, non conta la fama, siamo tutti sulla stessa barca, tutti uguali. Questo è importantissimo, imprescindibile direi, se si vuole parlare del Primo Maggio di Taranto: il valore della collettività. Quello di Taranto è un lavoro collettivo, insieme a Michele Riondino e a me c’è una squadra di persone che sono la vera forza di questa giornata, parlo del Comitato dei cittadini e lavoratori liberi e pensanti. È la dimostrazione pratica di quello che ormai sembra diventato un luogo comune e invece è solo una stupenda verità: “Insieme siamo più forti”.

Questo è il Primo maggio di Taranto, la forza del collettivo, dell’impegno comune, delle idee che si fanno forma e che sono anche sostanza, imprescindibile, di tutto. Non saprei come spiegare cosa facciamo, cosa succede quel giorno, però so che è sotto gli occhi di tutti, so che chi partecipa anche solo una volta, da addetto ai lavori o da spettatore, se lo porta dentro il significato di questa giornata. Invito tutti a trascorrere questa giornata con noi, per capire come sia possibile oggi dividere un palco, condividere un impegno, dare voce a chi non ne ha e speranza a una lotta così importante come quella per la dignità delle persone. Perché quando si parla di lavoro, di salute, di accoglienza, di diritti, è sempre di dignità che stiamo parlando.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/RoyPaci” target=”on” ][/social_link] @RoyPaci

Registi precari alla riscossa, in bici senza sella

In bici senza sella

«Vi faremo sapere» è il refrain di ogni colloquio di lavoro. Poi cala il silenzio. E si ricomincia. Liste di collocamento, disoccupazione, ingaggi a chiamata, che non arriva mai. Ma i giovani – precari, lavoratori a intermittenza, freschi di licenziamento – non ci stanno a farsi mettere al collo l’etichetta NEET, per diventare la scimmietta del sociologo di turno.

Meglio essere cervelli in fuga. In fuga sì, su una bici senza sella. Olio di ginocchia. Fantasia e una buona dose di auto ironia. Per provare a sfangarla.

Nasce così il progetto cinematografico In bici senza sella ideato da Alessandro Giuggioli che mette in rete autori da ogni parte d’Europa. Autori di talento, che sanno bene di che si parla quando si dice precarietà. «In Bici senza sella nasce due anni fa. Ero da poco tornato da un’esperienza di tre anni a Londra e avevo appena cominciato il mio lavoro di produttore», racconta Giuggioli.«Ma in Italia mi sono trovato davanti una realtà ben diversa: qui vengono date poche possibilità per realizzarsi.

Così, una sera, dopo il classico Signori e Signore buonanotte mi si è accesa una lampadina. Perché non provare a mettere insieme giovani di talento facendoli esordire insieme al cinema?». Così con Vittoria Brandi, coautrice di alcuni degli episodi del film, Alessandro Giuggioli ha chiamato a raccolta amici attori e registi. «Intorno ad un tavolo, abbiamo cominciato a scambiarci idee.

Il tema del precariato era forte per tutti, avendolo vissuto tutti i giorni sulla nostra pelle». Ma ognuno voleva affrontarlo da un punto di vista diverso. Su un punto però erano tutti d’accordo: «Non piangersi addosso, non attaccare nessuno, ma proporre una propria visione per quanto grottesca, ridendoci sopra, e soprattutto avanzare soluzioni, per assurde che siano». Ma per noi, com’è essere precario? Azzarda qualcuno: è un po’ come andare in bici senza sella, abbozza il Giuggioli. «Ci siamo guardati sorridendo, avevamo già capito. La sera dopo accendo la TV e vedo gli ultimi minuti di una gara di Mountain Bike: non volevo credere ai miei occhi, un ciclista stava tagliando il traguardo per secondo senza sella. La giornalista chiede come si fa a pedalare senza sella?. E lui: “mah, è un po’ come stare in Italia”. Senza dubbio, quello era il titolo!».

La precarietà, niente affatto immaginaria, dei registi come cambia l’opera finale?

Spero la renda più vera. Chi scrive sceneggiature sa bene che è difficile scrivere nella propria stanza. Se voglio parlare di precariato devo conoscere cosa significa essere precario. E poi credo che questa nostra condizione abbia tirato fuori un’energia creativa incredibile. Penso, solo per fare un esempio, all’episodio girato da Francesco Dafano: praticamente è muto. Con la sua sensibilità il regista è riuscito a realizzare 15 minuti di pura poesia.

Ad accendere la miccia è stato l’episodio girato da Sole Tonnini?

Tutto è cominciato dal lavoro di Sole e Gianluca Mangiasciutti. E’ stato la prima pietra. Forse la più importante. Con pochissimi mezzi e il tempo limitato ( praticamente è stato girato in una notte) hanno realizzato un piccolo gioiello. Loro due, così come gli altri sette registi, hanno le carte in regola per diventare dei grandi registi.

Quale è stata la reazione del pubblico alle anteprime nei festival?

Al festival di Trevignano avevo accanto a me Sole e l’attore Luca Scapparone, dall’altro lato Francesco Dafano. Eravamo impauritissimi. Pensavamo però di aver portato qualcosa di bello. Al buio sono partiti gli applausi, uno scroscio che non terminava più, credo di essermi commosso… io piango sempre anche davanti ai Simpson.

Così è partito il tam tam del crowdfounding?

E’ partito il 27 marzo e abbiamo tempo fino a fine maggio. Abbiamo superato i 10mila euro, ma speriamo di riuscire a raggiungere il nostro obiettivo. Dobbiamo lavorare duro, sollecitare le persone, attirare la loro attenzione. Lo strumento crowdfunding non è ancora molto conosciuto in Italia e trova delle resistenze, ma vedo che cominciano ad accorgersi di noi e ogni giorno sempre più persone ci supportano.

Qual è l’obiettivo creativo di questo progetto a più mani?

Portare al cinema questo film, farlo vedere. Poi non nascondo che l’obiettivo sia anche “politico”. Nel senso bello del termine. Mi piacerebbe che fosse un progetto pilota. Che apre la strada. E’ inutile fare le battaglie da soli. Si cerca di custodire le idee (e a volte è giusto) ma spesso porta a dire “o lo faccio io o non lo deve fare nessuno”, invece serve cercare alleanze con chi ha un modo di pensare affine. Le battaglie, sopratutto se fatte “dentro casa” non portano vittorie.

E poi…?

Vorremmo far capire che siamo tanti, che non ci arrendiamo, e che nonostante tutto abbiamo ancora voglia di ridere e far ridere. Abbiamo preso tante “sberle” in questi anni, ma forse ci hanno rafforzato. Il gruppo è importantissimo. Il nostro ha funzionato. Nel tempo poi altri si sono affiancati, penso ai ragazzi dell’AMARO (Giovanni Battista Origo, Francesco Formica, Ermes Vincenti) che stanno facendo un lavoro incredibile. Siamo una squadra, nessuno è più importante dell’altro

Nel frattempo In bici senza sella sta diventando un progetto europeo?

Il precariato non è una condizione esclusivamente Italiana, quindi certo, noi ci rivolgiamo ad un pubblico più ampio. Quando ho compiuto 19 anni siamo entrati nell’ Euro, si viaggiava con la sola carta d’identità, i miei amici sono partiti, alcuni sono tornati, altri sono rimasti. Io mi sento Italiano ma mi considero un cittadino europeo, anche se vedo una grande miopia a Bruxelles. Io spero che i governi dei singoli Paesi inizino prima o poi a collaborare per il bene comune. Io continuo a crederci, speriamo non mi facciano cambiare idea.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/simonamaggiorel” target=”on” ][/social_link] @simonamaggiorel

[vimeo vimeourl=”123427670″ ][/vimeo] Bici senza sella