Home Blog Pagina 1357

Disoccupazione in crescita, nonostante il Jobs act. Lo dice l’Istat, non Landini

È come se una città media della provincia italiana diventasse improvvisamente deserta. È quanto è successo nel mese di marzo: 59mila persone si sono ritrovate senza un lavoro, con un aumento della disoccupazione dello 0,3 % rispetto al mese di febbraio. E rispetto a marzo 2014 l’occupazione è in calo dello 0,3% con 70mila unità lavorative in meno. Sono i dati provvisori pubblicati nell’ultimo Rapporto Istat. In pratica, nonostante il Jobs act e le detrazioni fiscali alle imprese, provvedimenti tanto decantati dal governo Renzi, e nonostante la notizia da parte del ministero del Lavoro di 92mila nuovi contratti, l’occupazione non sale. Anzi, ritorna agli stessi livelli di un anno fa. Lo dicono, nero su bianco, le cifre dell’Istat, non i sindacati o esponenti dell’opposizione.

In dodici mesi il numero di disoccupati è cresciuto del 4,4 % (+138mila). Il tasso di disoccupazione nella media (15-64 anni) è del 13%, mentre quello della fascia giovanile sale al 43,1 % con un aumento dello 0,3%. La disoccupazione poi cresce senza fare molte discriminazioni di genere, visto che tra gli uomini il tasso è dell’1,5 e per le donne dell’1,7.

[social_link type=”chrome” url=”http://www.istat.it/it/archivio/158591″ target=”on” ][/social_link] Rapporto Istat

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/dona_Coccoli” target=”on” ][/social_link] @dona_Coccoli

Jazz, questo sconosciuto

Il 30 aprile è l’International jazz day. Tutto il mondo celebra il jazz. L’idea, del pianista Herbie Hancock, guadagna il patrocinio dell’Unesco nel 2012: «Uno strumento di sviluppo e crescita del dialogo interculturale volto alla tolleranza e alla comprensione reciproca», motivano dall’Onu. Il jazz si fa emblema in note di principi come emancipazione, pace, socialità e fratellanza. E in Italia come si festeggia? «Per noi questa giornata è un momento di riflessione», dice a Left Ada Montellanico. «Perché in Italia, dopo più di un secolo di storia, il jazz non ha ancora una sua collocazione».

Montellanico è presidente di Midj, l’Associazione italiana musicisti di Jazz. Midj nasce un anno fa e vanta al suo interno la presenza di grandi nomi del jazz italiano, per citarne solo alcuni: Paolo Fresu, Franco D’Andrea, Rita Marcotulli e, appunto, Ada Montellanico. L’associazione lavora quotidianamente per «ridare dignità umana ai musicisti, come a qualsiasi lavoratore del Paese», dice il presidente Montellanico. «E al contempo dare al jazz la dignità culturale che merita. Lavoriamo per dare un futuro al jazz, anche in Italia».

In questa giornata, Left festeggia con una breve storia del jazz, ovvero ciò che Duke Ellington definì «il tipo d’uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia».

Al principio venne chiamato jass, per via del termine francese jaser (fare rumore). Le prime note jazz – la parola “jazz” viene stampata per la prima volta da un quotidiano nel 1913 – cominciano a suonare all’alba del ‘900 a New Orleans, Louisiana.

Il primo jazzista della storia? La maggioranza dei critici concorda che il “padre del jazz” sia Buddy Bolden, ovviamente da New Orleans. Il primo brano a diffondersi? “King Porter Stomp”, del pianista Jelly Roll Morton (1906). La principale formazione? La Original Dixieland Jass Band, composta da soli bianchi e diretta dal cornettista (di origini italiane) Nick La Rocca. Gli O.D.J.B. registrando “Livery Stable Blues” nel 1917 guadagnano il titolo di “inventori del jazz”.

Ritmo e improvvisazione. Il jazz si fa sintesi delle culture musicali europee – composizioni per bande militari, canti di chiesa e opera lirica – e del ritmo delle percussioni africane. Perciò la musica jazz, è da sempre definita “colta”, perché necessita di conoscenza: della musica classica, delle diverse etnie musicali e degli sviluppi armonici complessi. È a George Gershwin che, probabilmente, può essere attribuito il salto di qualità. Figlio di emigranti russi negli States, ispirato da Debussy e Ravel, Gerwshwin pur essendo morto giovane riuscì a infilare circa 700 “opere minori”.

Negli anni 20, il jazz spicca il volo, diventando sempre più popolare anche grazie alla sua “ballabilità” che lo sdogana nei night club. Il sassofonista Sidney Bechet salpa verso la Vecchia Europa, mentre il giovane Louis Armstrong, agli esordi seconda cornetta della “Creole Jazz Band” di Joe “King” Oliver, si incammina verso la storia con i suoi gruppi: gli Hot Five e gli Hot Seven (1925).

Dalla crisi del 1929 e dalla ” Grande depressione”, nasce lo swing. Per sbarcare il lunario, Benny Goodman, giovane musicista di origine ebrea, mette a punto un’originale formula musicale: tempo costante, accelerazione progressiva nei toni, nei timbri, nei contrappunti. Ogni brano è buono per scatenarsi al suono di trombe, tromboni, sassofoni, chitarra, contrabbasso, pianoforte, batteria. E, ovviamente, l’indiscusso clarinetto di Goodman. Le orchestre jazz scalano le classifiche musicali: quella di Goodman, ma anche di Duke Ellington, Cab Calloway, Woody Herman, Count Basie, Chick Webb (la cui voce era Ella Fitzgerald), Artie Shaw, Glenn Miller.

New York non resta a guardare: aprono i battenti le sale da ballo ad Harlem (tra cui il famoso Cotton Club), i club al Greenwich Village, a Broadway e alla 52esima strada (la Swing Street, “la strada che non dorme mai”). Su questi palchi cominciano a brillare le nuove stelle: Billie Holiday, Art Tatum, Fats Waller, Coleman Hawkins, Lester Young.

Il 1945 saluta la nascita di un nuovo stile, il bepop: armonie complesse e tempi velocissimi. Pioniere del genere è il trombettista Dizzy Gillespie, insieme al sassofonista Charlie Parker (detto Bird o Yardbird). Per la prima volta emerge un’assonanza tra il mondo del jazz e la droga, che agli inizi degli anni 50 miete le prime vittime, Billie Holiday, Fats Navarro e Charlie Parker tra le più celebri. Stile provocatorio e vita spericolata, presto il bebop diventa un movimento giovanile e un fenomeno sociale che attira a sé più d’una critica. La critica più severa arriva da Louis Armstrong, mentre altri esponenti della corrente classica, come Coleman Hawkins, ne difesero i contenuti innovatori.

Dopo la tempesta del bebop, è il turno del melodico e rilassante cool jazz. Tra New York e il Midwest, Miles Davis e Gil Evans (ascoltate “Birth of the Cool”!) impiantano il germe del jazz in California, dove si fanno notare Gerry Mulligan e Chet Baker, Lee Konitz, Dave Brubeck, Stan Getz e Paul Desmond.

Intanto il bepop abbandona le sue caratteristiche più sperimentali e si evolve in un nuovo genere di più facile ascolto: l’hard bop, di Art Blakey, e dei suoi Jazz Messengers, di Horace Silver, Miles Davis e delle sue classiche formazioni comprendenti John Coltrane, Red Garland, Paul Chambers, Philly Joe Jones, Cannonball Adderley. Il jazz orchestrale resiste con le orchestre di Count Basie, Duke Ellington, Woody Herman, Stan Kenton, e con le originali collaborazioni di Miles Davis e Gil Evans.

Il jazz ha cominciato a diramarsi in correnti. Tra il 1960 e il 1970 gli stili si moltiplicano con crescente velocità. Le strade maestre: il jazz modale (meditativo e intellettuale) di Miles Davis e del quartetto di John Coltrane da una parte; e il soul jazz (vicino al rhythm and blues) dall’altra. E poi the New Thing (“la cosa nuova”), il free jazz di Ornette Coleman e Cecil Taylor (improvvisazione collettiva totale fino a frantumare forma, armonia, melodia e ritmo). E ancora lo spanish tinge (sfumature spagnole) di Dizzy Gillespie, che coniuga il jazz alla musica cubana e latina (afro-cuban bop) grazie all’influenza di musicisti come Chano Pozo, Xavier Cugat, Tito Puente, Arturo Sandoval.

E, ancora, le nuove leve della musica brasiliana Elizete Cardoso, Antonio Carlos Jobim, Vinicius de Moraes, Joao Gilberto, Luiz Bonfa, Chico Buarque de Hollanda iniziano a collaborare con Stan Getz e Charlie Byrd. Dall’incontro con la la bossa nova nasce il jazz samba (che in note si traduce nella stranota “Garota de Ipanema”).

Quando, negli anni 70, irrompono il rock e l’elettronica qualcuno ci si avvicina, nasce così il genere fusion. Pietre miliari: “Hot Rats” di Frank Zappa, il doppio album “Bitches Brew” di Miles Davis. Gli anni successivi agli 80, mentre la vecchia guardia continua a calcare le scene, hanno visto emergere molti e nuovi interessanti musicisti, anche in Europa. E il jazz europeo smise per sempre d’essere subalterno al buon vecchio jazz statunitense.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/TizianaBarilla” target=”on” ][/social_link] @TizianaBarilla

Ci hanno fatto la festa

“Ci hanno fatto la festa”, abbiamo titolato così la cover story di Left che esce eccezionalmente domani, primo maggio, festa del lavoro. Sì, perché se guardiamo a ritroso negli anni, come fa Marco Craviolatti nell’articolo di apertura, quello che notiamo è una corsa precipitosa verso la precarietà. Dal mito della flessibilità degli anni 90 fino all’abolizione dell’articolo 18 con l’arrivo di un ossimoro: il contratto precario a tempo indeterminato dell’era renziana. E intanto, in vent’anni, i tassi di disoccupazione sono schizzati per i giovani dal 30 per cento al 43 per cento.

A proposito di giovani, da circa un anno l’Italia usufruisce del programma europeo Youth Garantee, un piano pensato per i Neet (i giovani che non lavorano, né studiano e né fanno formazione), ma come racconta Flavia Cappellini, Garanzia giovani per il momento si sta rivelando un flop. Lunghi tempi di attesa prima di essere contattati, tirocinii dubbi, assenza di monitoraggio.

Ma il lavoro e il primo maggio è anche memoria: il regista Mimmo Calopresti scrive per Left un testo poetico in cui affiorano i ricordi del padre e della fabbrica di un tempo. Filippo La Porta ci porta nella letteratura contemporanea, consigliando cinque libri in cui il lavoro è anche quello “cattivo”. Infine Lidia Ravera racconta la sua reazione “letteraria” alla parola che da qualche tempo ha fatto furore: rottamazione. Da qui il suo romanzo Gli scaduti.

Cosa farà il governo per l’ambiente? Nell’agenda di Renzi il “Green act” sarebbe in programma per giugno. Francesco Maria Borrelli analizza le proposte di Legambiente e le reazioni dei partiti, mentre Catia Bastioli, Ad di Novamont, e “ambasciatrice” della bioeconomia, intervistata da Raffaele Lupoli sottolinea la necessità di individuare il modello di sviluppo e un radicale cambiamento culturale che lo affianchi. Sempre di sfide per l’ambiente parla il reportage di Raffaele Lupoli con foto di Mauro Pagnano: siamo a Casal di Principe, in compagnia del sindaco Renato Natale all’opera per bonificare un territorio non solo dall’inquinamento ma anche dal peso dei clan.

Francesco Baccini intervistato da Giulio Cavalli spiega i meccanismi che stanno dietro ai successi radiofonici di certe canzoni, mentre Giorgia Furlan e Ilaria Giupponi ci portano dentro gli Home restaurant, i ristoranti “fai da te” dentro le case di privati cittadini.

Negli Esteri Umberto De Giovannangeli fa il quadro della guerra dei droni nel mondo, dopo la morte del cooperante italiano in Afghanistan Giovanni Lo Porto. Cambiamo scenario e andiamo in Sudamerica, in Colombia, dove un coraggioso giornalista minacciato di morte si presenta candidato sindaco di Bogotà: Hollman Morris racconta a Emanuele Profumi la “rivoluzione pacifica” in cantiere tra i guerriglieri delle Farc e il governo.

Sul filo della memoria, Federico Tulli atttaverso le parole del suo autista personale, Julio Soto, ricostruisce le ultime ore di vita di Salvador Allende. Soto è in Italia per testimoniare al processo Condor, per la morte di 43 cittadini italiani uccisi in Cile durante gli anni del golpe di Pinochet.

Di una nuova tecnologia, che fa capo agli ologrammi, parla Alessandro Valenza. E sempre il futuro è il tema dell’articolo di apertura della Cultura: Pietro Greco ripercorre la storia di Elon Musk, un giovane imprenditore che trasforma in oro tutto quello che inventa: dal web alle auto elettriche fino al fotovoltaico.

L’arte del presente, che denuncia l’ingiustizia e tenta di immaginare altri mondi possibili, è il fil rouge della 56esima edizione della Biennale internazionale di Venezia di cui offre una panoramica Simona Maggiorelli. Sono un po’ utopisti gli architetti del laboratorio Tamassociati che costruendo con tecniche semplici adesso sono in Africa per realizzare il Maisha film garden della regista Mira Nair, come racconta Monica Zornetta. Infine, la regista francese Julie Bertuccelli intervistata da Alessandra Grimaldi, offre una visione della Francia multietnica, attraverso il suo film Squola di Babele, nelle sale in questi giorni.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/dona_Coccoli” target=”on” ][/social_link] @dona_Coccoli

Acquista Left n.16 nello Sfogliatore!

 

L’eredità di Pio La Torre ucciso da Cosa nostra 33 anni fa

Alle 9.20 di 33 anni fa, il 30 aprile 1982, fa moriva a Palermo il deputato Pci e sindacalista Pio La Torre. A ucciderlo, Cosa Nostra. Che però non ha potuto cancellare il suo operato. È a lui che dobbiamo la legge sulla confisca dei beni mafiosi e l’introduzione del reato di associazione mafiosa”.

Riteneva infatti che non ci potesse essere un reale avanzamento nella tutela dei diritti dei lavoratori, finché l’illeicità dei rapporti fra potere e mafia non fossero attaccati e quantomeno puniti. Una lotta politica che è inseparabilmente lotta contro la mafia, la sua, tanto che da parlamentare chiede, nel 1981, di farsi ritrasferire a Palermo, come semplice segretario regionale del partito.

I mandanti e i motivi dell’uccisione vennero confermati dai pentiti Tommaso Buscetta e Gaspare Mutolo, e nel 1995 vennero condannati all’ergastolo per l’omicidio La Torre i boss mafiosi Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò,Francesco Madonia e Nenè Geraci.

Intanto, oggi pomeriggio, alle 17.30, alla Bottega di Libera di Palermo verrà presentato Sulle ginocchia (in libreria dal 27 aprile), il libro del figlio Franco La Torre, assieme al magistrato Nino Di Matteo.L’11 maggio invece, sarà a Roma con don Luigi Ciotti (alle 18:00 alla Casa del Jazz) e il 15 maggio con Nando dalla Chiesa e Diego Novelli a Torino alle 13:00 al Salone del Libro.

[social_link type=”chrome” url=”http://archiviopiolatorre.camera.it/l-impegno-parlamentare-nazionale/legge-rognoni-la-torre” target=”on” ][/social_link] Legge Rognoni La Torre

Lavoro, l’Europa delle disuguaglianze. Il mini dossier di Openpolis

Gli anni che vanno dal 2007 al 2014 in Europa sono gli anni della disuguaglianza. Sette anni di crisi, sette anni di diritti andati in fumo. Lo racconta molto bene il mini dossier di Openpolis Piove sempre sul bagnato.

La disoccupazione in media è cresciuta del 41,7 % mentre in Germania è diminuita del 41,18 %. Rispetto agli occupati, i senza lavoro sono passati  dal 7,2% al 10,2% , alcuni Stati sono piombati giù, come l’Italia, che è passata al 12,2% (nel 2007 era del 6%), e altri, invece hanno addirittura ridotto il numero di disoccupati, come la Germania (passando dall’8,5 al 5%), Malta (dal 6,5 al 5,9) e la Polonia (dal 9,6 al 9%). Alcuni Paesi hanno retto bene, come la Svezia che è rimasta sostanzialmente allo stesso livello. Il Paese che è crollato è la Grecia che nell’ultimo anno ha raggiunto il 58,3% di disoccupazione giovanile (in Germania invece il 7,8).

Come si legge nel mini dossier  (che fa parte di una collana di approfondimento di Openpolis) l’Italia « è uno di quelli che ha maggiormente risentito degli effetti della crisi. Infatti dal 2007 al 2014 l’Italia ha visto raddoppiare la disoccupazione , è diventato il primo Stato Ue per percentuale di giovani che non lavorano e non studiano (22,2%), e il divario salariale uomo/donna è aumentato del 43% e dopo una progressiva riduzione nell’ultimo anno le morti bianche sono tornate ad aumentare». In Italia poi, la crisi ha toccato sostanzialmente tutte le regioni e la disoccupazione è cresciuta ovunque, salvo la provincia di Bolzano. Record negativo al Sud.

[social_link type=”chrome” url=”http://blog.openpolis.it/2015/04/29/minidossier-openpolis-sul-lavoro-piove-sempre-sul-bagnato/” target=”on” ][/social_link] Piove sempre sul bagnato

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/openpolis” target=”on” ][/social_link] @openpolis

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/dona_Coccoli” target=”on” ][/social_link] @dona_Coccoli

Intanto Renzi blocca gli ecoreati per favorire i petrolieri

Mentre l’attenzione dei media è tutta rivolta alla fiducia sull’Italicum, Matteo Renzi sta mettendo a segno un altro sgambetto pericoloso, stavolta ai deputati del Pd e, spiegano gli ambientalisti, al “popolo inquinato”.  La Camera sta per approvare – e potrebbe essere il via libero definitivo – il disegno di legge che introduce i delitti ambientali nel codice penale, punendo chi danneggia l’ambiente con inquinamento e disastro e allungando i tempi di prescrizione. Un provvedimento atteso da 21 anni e oggetto di una petizione di 25 sigle “In nome del popolo inquinato”, oggi mobilitate davanti a Montecitorio. Le commissioni Ambiente e Giustizia hanno dato il via libera al testo approvato in seconda lettura a Palazzo Madama lo scorso 4 marzo.

Tra le norme introdotte ce n’è però una che non piace a Matteo Renzi e a Maria Elena Boschi. Si tratta del comma che vieta il cosiddetto air gun, le prospezioni con l’aria compressa che servono a verificare la presenza di petrolio, il cui potenziale dannoso per l’ecosistema marino è sotto la lente dei ricercatori. I petrolieri hanno fatto sentire il fiato sul collo al governo: temono le ricadute economiche del divieto. Nulla hanno potuto i ministri Galletti e Orlando (che pure si erano detti favorevoli all’approvazione alla Camera senza modifiche) davanti all’ultimatum del “cerchio magico”: c’è chi ha proposto di abrogare il comma per decreto dopo il via libera definitivo della legge, ma il massimo della mediazione possibile per l’Esecutivo è cancellare l’air gun e impegnarsi ad approvare il provvedimento al successivo passaggio in Senato.

«Qualche settimana e si chiude anche la partita degli ecoreati – ha dichiarato il presidente del Consiglio – se torniamo al Senato siamo pronti a mettere la fiducia anche lì». Peccato che a Palazzo Madama i numeri e i consensi alla legge non siano gli stessi della Camera. Proprio da quel ramo del Parlamento è partito il granello di sabbia che ha bloccato l’ingranaggio del via libera definitivo al ddl: l’air gun non era previsto nel testo originario ed è stato introdotto su iniziativa del senatore di Forza Italia Francesco D’Alì. Quando poi il testo è giunto alla Camera, due deputati di Forza Italia (compagni di partito di D’Alì), hanno presentato l’emendamento per cancellare l’air gun, lanciando nuovamente la palla al Senato e mettendo a rischio il via libera definitivo alla legge.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/RaffaeleLupoli” target=”on” ][/social_link] @RaffaeleLupoli

Terremoto in Nepal, sul tetto del mondo che crolla

Non c’è tregua nella valle di Kathmandu, colpita duramente dal terremoto del 25 aprile scorso. Nella capitale sono iniziate le proteste per i ritardi nei soccorsi e tra le macerie continua la drammatica conta: per ora, più di 5000 morti e oltre 10.000 feriti. Cinque dei dieci italiani dispersi sono ora in contatto con la Farnesina, degli altri non si hanno ancora notizie.

Le foto nella gallery sono state scattate con i telefonini e inviate in esclusiva alla redazione di Left dai responsabili nepalesi della Friuli Mandi Nepal Namastè, onlus nata 10 anni fa dall’incontro con un gruppo di alpinisti italiani. Una realtà gestita in condivisione con la comunità locale, a sostegno di bambini in difficoltà, scuole, ospedali e in difesa dei diritti delle donne vittime di tratta. Nepalesi che ora dormono nelle tende per strada, osservano le loro case distrutte e faticano a trovare acqua e cibo. Ma hanno smesso di piangere.

Su Left in edicola sabato 9 maggio l’approfondimento sulla tragedia.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/EmilyMenguzzato” target=”on” ][/social_link] @EmilyMenguzzato

INFOGRAFICA: l’Italicum spiegato bene. Cosa prevede la nuova legge elettorale

Alla Camera in questi giorni è in discussione la nuova legge elettorale sulla qual il governo Renzi ha posto la fiducia. In questa infografica tutto quello che dovete sapere sull’Italicum tra critiche e forti contestazioni che paragonano la nuova legge a momenti poco nobili della nostra democrazia come la Legge truffa, redatta dal governo a guida Dc di De Gasperi e approvata nel 1953, e la legge Acerbo che, approvata nel 1923 su spinta del partito fascista al potere dopo la marcia su Roma, decretò il definitivo successo di Mussolini alle urne durante le elezioni del 1924 (le ultime prima dell’inizio della dittatura) e gli mise in mano il paese per 20 anni.

 

italicum cosa prevede

I migranti, l’Europa e Juncker che dà un colpo al cerchio e uno alla botte

Condivisione e umanità. La prima impressione a sentire le parole del presidente Juncker è quella di vedere finalmente “il volto buono dell’Europa”. Quello che decide di intervenire, e non militarmente. «È necessario che la nuova strategia dell’Europa sull’immigrazione preveda un meccanismo di quote che vada al di là della volontarietà: l’Europa deve fare la sua parte con azioni di solidarietà condivisa».

Quella di oggi è stata una giornata calda a Strasburgo. Il Parlamento europeo si è riunito in una sessione dedicata ai migranti: tra i corridoi del Palazzo d’Europa, più di un eurodeputato si aggirava con addosso il cartello “Io sono un migrante”, in attesa di votare. Il voto si è concluso con l’approvazione a larghissima maggioranza – 449 sì, 130 no e 93 astenuti – di una risoluzione che prevede quote nazionali per l’accoglienza dei profughi e più mezzi per Frontex.

Il presidente della Commissione europea, che sempre oggi era in audizione davanti al Parlamento europeo, ha dato un colpo al cerchio e uno alla botte. Al cerchio: definendo l’interruzione di Mare Nostrum «un grave errore che ha provocato gravi perdite di vite umane». Una frase che in queste ore viene riportata con enfasi, con tanto di reazione arrabbiata del solito Farage, il leader dell’inglese Ukip («Non possiamo accettare milioni di migranti», ha detto il Salvini d’Europa). Poi Junker ha dato pure un colpo alla botte dicendosi «soddisfatto che la proposta avanzata a nome della Commissione Ue di triplicare il budget di Triton, nonostante qualche resistenza, sia stata accolta dai membri del Consiglio». Ricordiamo che, infatti, la scorsa settimana il vertice straordinario del Consiglio d’Europa ha approvato la proposta della Commissione Ue di triplicare il finanziamento a Triton, portandolo a 120 milioni di euro l’anno.

Quindi per il presidente Juncker l’operazione Triton non è da cambiare. Anzi, se potenziata, è abbastanza per riparare al «grave errore». L’Europa continua a mettere sullo stesso piano missioni che hanno spiriti e nature diverse: quella di soccorso in mare (Mare Nostrum) e quella di difesa delle frontiera (Triton).

Intanto, il principale ostacolo alle quote resta il Regolamento Dublino II, che obbliga i profughi a rimanere lì dove sono stati identificati, e quindi nei Paesi di ingresso, ovvero di confine. E, in quel di Strasburgo, le paroline “regolamento” e “Dublino” non sono ancora uscite di bocca a nessuno.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/TizianaBarilla” target=”on” ][/social_link] @TizianaBarilla