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Che fine ha fatto Occupy Wall Street?

«I love you». Con queste parole, ripetute come un’onda dall’human mic, Naomi Klein ha iniziato il suo intervento davanti a migliaia di persone a Zuccotti Park, a poche settimane dall’inizio dell’accampamento di Occupy Wall Street, il 17 settembre 2011. «We found each other» – ci siamo trovati – era questa la sensazione che respirava Naomi Klein in quello spazio che, a pochi metri dal centro della finanza globale, tentava di costruire un mondo altro e faceva vivere pratiche che il mainstream voleva impossibili.

Zuccotti Park – ribattezzata Liberty square dagli occupanti, recuperando il nome antico e precedente alle tracce di speculazione edilizia che hanno trasformato quello spazio pubblico in “spazio pubblico di proprietà privata” – era il luogo in cui centinaia di persone vivevano notte e giorno, insieme, condividendo spazi e servizi, provvedendo alle necessità gli uni degli altri, modificando l’immaginario di chi partecipava alla protesta e di chi vi assisteva. Non era una protesta come quelle a cui eravamo abituati, contro un obiettivo specifico, con rivendicazioni chiare e leader riconosciuti e riconoscibili. Occupy Wall Street è nato da un appello online partito dal Canada a metà di quell’anno incredibile che è stato il 2011, cominciato con la fuga di Ben Ali da Tunisi, dopo settimane di proteste nelle strade, e passato per le piazze occupate del Cairo e di Madrid.

Un nuovo modo di protestare è nato, e da quelle esperienze Adbuster ha preso ispirazione, a luglio, per invitare a scendere per le strade di Manhattan, e andare a piantare le tende là dove la crisi, che ancora oggi ci attanaglia, era nata: a Wall  Street. Quella piazza occupata stava là a ricordare al mondo e ai suoi potenti che, per quanto fosse negato, era possibile immaginare alternative. «Avete rotto un tabù», disse il filosofo Slavoj Žižek intervenendo in quella piazza, «come nei cartoni animati quando il personaggio continua a correre finché non si accorge di avere il vuoto sotto, la vostra presenza qui sta dicendo ai potenti di Wall Street “Ehi! C’è il vuoto sotto di voi!”».

La prima, grande e irreversibile vittoria di Occupy Wall Street è stata quella di cambiare il dibattito pubblico statunitense, introducendo nel mainstream termini fino ad allora impossibili da pronunciare. Uno su tutti: disuguaglianza. Per mesi Occupy non si è limitato ad accamparsi a Zuccotti Park, ma ha occupato ogni dibattito sui media, aprendo uno squarcio che, dopo anni, non si è ancora del tutto chiuso se quel «99% contro l’1%» è entrato a far parte del gergo politico globale.

Dopo due mesi l’accampamento fu sgomberato nottetempo dalla polizia di New York, contribuendo in realtà a rafforzare il consenso nei confronti del movimento, ma indebolendone irreparabilmente la struttura. Senza un luogo fisico in cui far vivere le proprie idee – che non erano semplici rivendicazioni, ma pratiche quotidiane di alternativa possibile – privati di visibilità, Occupy Wall Street è scomparso dal nostro orizzonte e dal nostro immaginario, lasciandoci con la sensazione amara di un’occasione, l’ennesima, persa. L’assenza di rivendicazioni chiare è stata un freno alla trasformazione del movimento in opzione po litica e in partito, e ne ha minato le basi.

In realtà, l’impegno degli attivisti si è riversato in molteplici altre iniziative, spesso però meno visibili di un accampamento nel cuore di Manhattan. A ottobre 2012, forti della loro esperienza in mutual aid e costruzione di comunità, molti degli attivisti di Occupy sono stati in prima linea nel portare soccorso alle vittime dell’uragano Sandy, specialmente nelle zone più colpite e meno coperte dai soccorsi ufficiali. Nella fase post catastrofe sono stati promotori e animatori nella costruzione di cooperative che fornivano servizi e aiuto alle comunità colpite. Alcuni di loro sono oggi a Detroit, la metropoli della bancarotta, a organizzare i cittadini per rispondere ai bisogni della comunità, in primis quello dell’acqua che minaccia continuamente di essere tagliata perché nessuno è più in grado di fornirla.

Là dove occorre ricostruire senso di comunità, là dove l’autogestione diventa la sola risposta alle inefficienze di un sistema che funziona solo sulla base del profitto, Occupy Wall Street riappare, ricompaiono le sue pratiche e i suoi protagonisti. Un movimento che ha insegnato a molti a fare politica, a coordinare gruppi di lavoro, a elaborare strategie. Un movimento senza leader che ha prodotto in realtà una leadership plurale, in cui la Rete era strumento, ma anche luogo di protesta, coordinamento e elaborazione e in cui coloro che gestivano i siti internet, gli account Twitter e le pagine Facebook erano inevitabilmente leader, anche se soft, come descrive molto bene nel suo Tweets and the streets il sociologo Paolo Gerbaudo.

E non è un caso che gli ultimi fuochi d’artificio pubblici, Occupy Wall Street li abbia regalati proprio in pubblico e su Twitter. A febbraio 2014 Justine Tunney, una delle prime attiviste coinvolte nel movimento a partire dal luglio 2011, ha preso possesso dell’account Twitter ufficiale – @OccupyWallSt che lei stessa aveva aperto – estromettendo tutti gli altri amministratori, dichiarandosi “fondatrice” del movimento, accusando David Graeber, un altro pilastro del movimento, di sabotaggio e, sostanzialmente, menando colpi a dritta e a manca contro tutti quelli che, secondo lei, non erano abbastanza in linea con la sua idea di Occupy Wall Street: un movimento profondamente anarchico e votato alla realizzazione di una rivoluzione armata che Tunney avrebbe voluto finanziare con un crowdfunding.

Ancora Slavoj Žižek, intervenendo a Zuccotti Park, aveva ammonito: «Non innamoratevi di voi stessi». Ma pare che il pericolo più grande fosse non innamorarsi abbastanza, almeno gli uni degli altri.

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Gracia, se la Bce diventa arbitro del destino di una nazione

Dopo innumerevoli annunci, la Banca centrale europea ha finalmente lanciato le operazioni di “quantitative easing” (QE), letteralmente “facilitazione monetaria”, più semplicemente espansione monetaria. Si tratta di acquisti, sul mercato, di titoli del debito degli Stati membri dell’Unione, e anche di obbligazioni private. Il programma, fino all’ultimo tenacemente osteggiato dalla Banca centrale tedesca (la Bundesbank), è stato salutato con favore dagli economisti che sono più interessati alle esigenze della crescita, che non a quelle del rigore finanziario.

Una politica monetaria espansiva può, infatti, contribuire a rilanciare l’economia, perché tiene bassi i tassi di interesse e perché la liquidità aggiuntiva consente, almeno in linea di principio, alle banche di riaprire i rubinetti del credito a imprese e famiglie. Del resto gli Stati nazionali, quando ancora erano padroni delle proprie politiche monetarie, hanno sempre fatto ampio uso di questo strumento per perseguire i propri obiettivi di politica economica. Ben venga dunque il QE di Mario Draghi. Ma ci sono anche inconvenienti molto seri, sottovalutati nel dibattito corrente.

Inconveniente di natura istituzionale

Il primo è di natura politica e istituzionale. La Bce non è una banca centrale di un singolo Paese, come lo era per noi la Banca d’Italia, e come ancora lo sono la Federal Reserve per gli Stati Uniti o la Banca del Giappone. La Bce è una banca che presidia un’unione monetaria tra diversi Paesi. Se acquista massicciamente titoli del debito pubblico di uno di questi Paesi, ne diventa presto il principale creditore con tutte le conseguenze che questo può avere in futuro in termini di influenza, diciamo così, sulle decisioni di quello Stato.

Lasciamo pure perdere il 2011, una certa letterina della Bce al governo italiano, che sicuramente Berlusconi e Tremonti non hanno dimenticato. Pensiamo solo alla Grecia di oggi. La Bce ha deciso di non finanziare più le banche greche, quando queste portano in garanzia titoli del debito pubblico greco, e ha escluso la Grecia dalle operazioni di QE. Tsipras ha accusato la Bce di tenere il Paese in ostaggio. Draghi si è schernito, dall’alto della sua posizione di massimo finanziatore della Grecia: ma come – ha detto davanti al Parlamento europeo – abbiamo già dato alla Grecia 104 miliardi, pari al 65% del loro Pil, come si può parlare di ricatto? Fatto sta che la Bce è oggi arbitro del destino di una nazione.

Inconveniente di carattere distributivo

Molti economisti sostengono che il QE aumenti le diseguaglianze. Alcuni studi provano che il QE operato per anni dalla Federal Reserve è stato uno dei fattori alla base dell’enorme aumento delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza negli Stati Uniti. E lo stesso è avvenuto in Giappone. Uno studio del più prestigioso centro di ricerca economico del mondo (il Nber di Cambridge, Massachusetts) ha individuato le ragioni per cui il QE aumenta il divario tra ricchi e poveri: il QE aumenta il valore delle attività finanziarie, che sono possedute più dai ricchi che dai poveri; aumenta più i profitti dei salari; favorisce chi compra e vende sui mercati finanziari, un’attività più diffusa tra i ricchi che tra i poveri. Un effetto in senso contrario, cioè favorevole al mondo del lavoro, si ha se il QE aumenta l’occupazione. Ma si tratta di una scommessa, perché bassi tassi di interesse ed elevata liquidità non necessariamente fanno aumentare la produzione e l’occupazione.

Web-Doc lunga vita al documentario

Dici documentario e pensi a polverose pellicole in un cassetto o nella migliore delle ipotesi a stupende produzioni, buone una volta l’anno per quel festival o quella presentazione, e poco altro ancora. Sarà perché l’Italia non ha una vera e propria cultura del documentario, ma questo tipo di produzioni è stata finora riservata ad una sparuta pattuglia di appassionati.

Nell’era del 2.0 il documentario diventa web-doc e rappresenta l’apoteosi della convergenza digitale. Al video si aggregano tutti i contenuti digitali disponibili: testi, immagini, infografiche, ebook, tweet e soprattutto spazi interattivi per l’utente. Ed è proprio questo l’aspetto più innovativo, la lettura non segue percorsi lineari, ma il personalissimo percorso dell’internauta, che sceglie quali parti dell’inchiesta approfondire, o quali canali privilegiare. Insomma una vera e propria rivoluzione.

Molti quotidiani internazionali dedicano ormai uno spazio fisso a queste nuove forme di inchiesta e reportage. Special reports del Washington Post, webdocumentaires di Le Monde, Data blog di The Guardian, especiales di El Paìs, webdocus di Le Soir sono solo alcuni esempi di sezioni create appositamente per i web-documentari. E mentre in Francia dedicano festival al web doc in Italia timidi tentativi sono stati fatti solo da Stampa e Corriere della Sera.

Per il resto le produzioni sporadiche seppur meritevoli dimostrano che il circuito economico è ancora troppo legato alle logiche del documentario classico, che lascia poco spazio alla sperimentazione di nuovi canali.

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Nomi e cognomi contro la mafia

Si definiscono solo dei «ragazzi che vogliono tenere pulito il loro piccolo angolo di mondo». Un po’ come la raccolta differenziata: se la facessero tutti, non ci sarebbe bisogno di grandi politiche nazionali, né di grosse distribuzioni di fondi. Sono i piccoli gruppi locali che in tutta Italia combattono la mafia. La conoscono bene e, soprattutto, lei conosce loro. Rischiano, ma non potrebbero fare altrimenti. E danno fastidio.

Dalla ligure Casa della Legalità alla Rete Antimafia Emilia-Romagna, passando per gli studenti-reporter di Cortocircuito (Reggio Emilia), da Addiopizzo in Sicilia per arrivare a Brescia con Rete Antimafia, lo Stivale è puntellato da una rete di buone pratiche, parallela alle associazioni maggiori e alternativa all’antimafia istituzionalizzata, fatta di grandi proclami, profonda indignazione e tanti, tanti, tanti fondi.

«Siamo consapevoli che per alcuni di noi questo ha implicato un prezzo da pagare. Passando anche per il tentativo d’isolamento da parte di quei professionisti dell’antimafia per i quali il contrasto alla criminalità potrebbe fermarsi all’utilizzo di fondi pubblici distribuiti a iosa», raccontano Gaetano Alessi, Massimo Manzoli e Davide Vittori. Hanno pubblicato Emilia Romagna cose nostre, un dossier sulle operazioni di mafia e antimafia nel territorio emiliano e soprattutto romagnolo nell’ultimo biennio. Assieme allo Zuccherificio di Ravenna, il Gap (Gruppo Antimafia Pio La Torre) di Rimini, 100% in Movimento di Piacenza (costola della Rete Cento Passi generata da Peppino Impastato), e Partecipazione di Reggio Emilia, la No name e DieciVenticinque di Bologna forma la Rete antimafia emiliano-romagnola. Un centinaio di persone a cui si aggiungono tanti volontari: «Raccogliamo informazioni e a fine anno ci sediamo attorno a un tavolo e mettiamo insieme il lavoro». Così creano un dossier i cui contenuti vengono ripresi da Libera nel report regionale annuale, dai giornali per i loro pezzi e trovano riscontro nelle inchieste giudiziarie.

L’unica a non dargli spazio è la politica. Sarà un caso? Alcune eccezioni ci sono: «Come Valentina Morigi, assessore di Sel nel comune di Ravenna per esempio, o Enrico Bini, sindaco di Castelnovo ne’ Monti (Re), ex presidente della Camera di commercio «a cui non rinnovarono il mandato perché incrociava i dati della prefettura e della Camera di commercio con quelli dei luoghi di provenienza delle ditte in odor di mafia, e rifiutava la maggior parte delle aziende». Un pazzo. Da cinque anni a Ravenna si tiene il loro festival di in- formazione, il Grido della farfalla, dalla durata di tre giorni, con annesso Premio di Giornalismo d’inchiesta Gruppo dello Zuccherificio. Tutto questo, gratuitamente: «Non prendiamo un centesimo da nessuno: come potremmo garantire imparzialità se venissimo sostenuti dai finanziamenti pubblici?».

Libera, grande assente

Balza all’occhio però una grande assente: come mai l’associazione Libera non fa parte della vostra Rete? «Con Libera è un amore tradito», racconta Alessi, sindacalista e giornalista fra i più attivi nella lotta alla mafia, che ha partecipato alla fondazione dell’associazione nel lontano ’95. «Avevamo pensato altro vent’anni fa. Troppi legami con la politica locale. Troppo silenzio. Se don Ciotti deve venire di persona a sostenere il bravo sindaco di San Lazzaro che si sta battendo contro i cementificatori, è un messaggio più all’interno che all’esterno: svegliatevi, slegatevi da certi rapporti e tornate a essere “Libera”». D’accordo con lui Rossella Noviello, di 100% Piacenza: «Servono nomi e cognomi se si vuole fare antimafia.

La maniera soft, quella che non disturba, non va bene perché per l’appunto, non disturba nessuno. Indigna, commuove, ma non denuncia». Si sentono isolati, raccontano, «come se a fare antimafia fosse e potesse essere solo Libera». Non se la prendono con il fondatore, ma con alcune dinamiche territoriali escludenti, che non sostengono il loro lavoro, dicono. Se così fosse, sarebbe un peccato. Anzi, un pericolo. Gli è stato dato dei “mitomani” e dei “fissati” da politici e signori in doppio petto di tutto il Belpaese. Spesso da quegli stessi politici “distratti” che poi s’indignano se li si taccia di non aver fissato abbastanza lo sguardo su quegli angoli sempre più vasti in cui si accomodano le cosche

Conoscono il territorio e monitorano le intimidazioni: 351 nel 2013, una al giorno, con un aumento del 66% rispetto al 2010, quando l’associazione Avviso Pubblico ha iniziato a monitorare il fenomeno. Anche questa nata su base locale e volontaria, ma fatta di amministratori pubblici (attualmente sono 270 gli associati) che sorvegliano lo stato di salute della pubblica amministrazione e del territorio rispetto alle infiltrazioni criminali. Se non ci avessero pensato loro, non avremmo dati reali.

E sempre a proposito di dati, la onlus Casa della Legalità è un archivio imprescindibile anche per gli inquirenti: dal 2005 Christian Abbondanza raccoglie meticolosamente non solo tutte le ordinanze, ma produce materiale sulla base del quale vengono aperte o integrate le indagini della Dia. Un gruppo di tre persone con avamposti collegati in tutta Italia: fotografano cantieri, mappano legami, decriptano bilanci in collaborazione costante con procure e prefetture, carabinieri e nuclei investigativi: «Ogni tanto è capitato anche che ci trovassimo nascosti a fare gli stessi appostamenti», scherza. «Prima i Fotia, i Mamone, i Gullace, e tutte queste belle famiglie vivevano tranquille». Poi loro hanno iniziato a documentare spostamenti, possedimenti e movimenti, portato tutto ai magistrati che adottano le informative e poi procedono. E la pacchia è finita. Un esempio? «La procedura di scioglimento del comune di Ventimiglia, è scritto nero su bianco, parte da un esposto di Christian Abbondanza». Questo, sulla base di tre principi di garanzia:

Operiamo guardando a 360 gradi, senza alcuna distinzione o strabismo; non consideriamo nessuno come intoccabile.

La legalità e la giustizia, i diritti e la dignità non hanno colore politico», perché il problema lo trovi a tutti i livelli della società. Devi conoscere non bene, ma benissimo il territorio: «Se io porto documenti di questo calibro a un ispettore o a un carabiniere, devo essere assolutamente certo della sua onestà». Abbondanza sottolinea la sua differenza di approccio rispetto all’associazione guidata da Luigi Ciotti: «Alcune realtà di Libera funzionano. Il problema è generale: è la quiescenza verso la contiguità con le pubbliche amministrazioni. Camminiamo su binari diversi. Dopodiché, se non vogliono fare i nomi, va benissimo: collaboriamo. Coordiniamoci. Non esiste un solo modo per fare antimafia, a quella parte penso io».

Nel frattempo Christian e i suoi vanno avanti da soli, perché con i politici non va meglio: «La giunta Vincenzi, quella degli appalti ai Mamone guarda caso, a noi non ci sopportava». Anche vincere un bando per la Casa della legalità, che opera senza risorse pubbliche, è difficile: «Ma le verifiche hanno un prezzo. Una visura camerale costa 11 euro, quella catastale dipende: on line costa un capitale. Gli atti dei passaggi di proprietà, idem». I risultati arrivano comunque: «Tre anni di lavoro con la Dia e 90 edifici confiscati ai Canfarotta solo nel centro storico di Genova. Le persone ci conoscono, hanno fiducia in noi e questo ci rende più facile scovare personaggi e legami illegali. Pensi che ce ne abbiano assegnato uno per la sede?». Dal Comune nessuna risposta.

«Dicono che facciamo legalità irresponsabile»

Sarebbe? «Quella che denuncia con foto, nomi, telefoni e indirizzi». E questo a qualcuno non piace, perché nell’Italia di Sciascia «sono pacchetti di voti». Abbondanza ospita anche testimoni di giustizia: «Abbiamo bisogno di uno spazio protetto per casi come questi, visto che la legge ha un buco nella prima fase, che può durare anche un anno. Che fanno, tornano a casa la sera?». Avevano proposto una sorta di “ostello della legalità” per autofinanziarsi, perché «dobbiamo fare in modo che gli spazi che ci vengono assegnati – lo sportello di denuncia, la sede, l’appartamento protetto – non gravino sulle casse comunali, rispettando lo spirito della legge Rognoni-La Torre sui beni confiscati.

Perché sia un riscatto vero e proprio, devi fare in modo che l’attività recuperata cammini con le proprie gambe. Se ha bisogno di sovvenzioni pubbliche, hai creato clientelismo. Chiaramente, se questo progetto passa e noi dimostriamo che è possibile gestire i beni confiscati a costo zero, diventa difficile motivare le centinaia di migliaia di euro stanziati dal governo per supportare la gestione dei beni confiscati». Antimafia è anche creare sistemi economici alternativi: «La confisca non deve diventare un costo sociale, ma un ritorno di utilità sociale», non solo attività dimostrativa. A questo scopo nasce Addiopizzo, una mattina del 29 giugno del 2004, quando Palermo si sveglia ricoperta di volantini listati a lutto con la frase che diventerà una vera e propria mission:

“Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”

Il motivo? «Non potevamo non farlo». Da allora monitorano negozi e imprese che si rifiutano di pagare il pizzo, i consumatori che li sostengono, le scuole che fanno informazione antiracket. Hanno creato un marchio certificato che distingue chi è vittima di estorsione da chi si rifiuta, perché come sa chiunque combatta sul territorio, non si può restare a metà del guado quando si affronta la mafia. Si sono perfino dotati della “Addiopizzocard”: «Utilizzandola presso gli esercizi commerciali convenzionati, ogni cittadino- consumatore potrà beneficiare di uno sconto etico che gli operatori economici verseranno direttamente su un fondo, comune e trasparente, destinato a finanziare un progetto di riqualificazione della città di Palermo».

Al nord non sono da meno. A Brescia, provincia lombarda col tasso d’infiltrazione mafiosa più alto dopo Milano, una trentina di ragazzi si è accorta che «non ci eravamo resi conto di quello che ci stesse succedendo intorno: estorsioni, minacce, droghe, pistole puntate alla tempia. Tutto in locali che noi frequentavamo», racconta il referente di Rete Antimafia di Brescia, Arthur Cristiano. E così, seguendo processi e udienze, dal 2010 mettono in piedi una rete di persone con «l’idea di provare a essere noi a raccontare» senza aspettare che lo facciano gli altri. Per sensibilizzare e più concretamente «offrire sostegno ai testimoni di giustizia», chiave di rottura di un sistema. Oltre a iniziative nelle scuole e nelle università, la mafia e soprattutto la ‘ndrangheta, a Brescia la studiano: Psicologia della mafia.

Grazie a un professore della Cattolica, Antonino Giorgi, per capire come agiscono, come pensano, come scelgono. Si armano di sapere per affrontarli, insomma. Loro la ‘ndrangheta la vogliono debellare entrandoci dentro. Come un vaccino. Tra le loro attività, un progetto per aiutare le vittime di estorsioni e minacce: «Stiamo ricevendo valanghe di richieste di aiuto da parte di persone che, sfiduciate dalle istituzioni, non sanno come comportarsi quando si trovano di fronte a esponenti di qualche clan». Il punto è che «chi si trova in quelle situazioni viene isolato completamente». Nel silenzio delle celebrazioni istituzionali.

Approvato il Piano paesaggistico della Toscana. Nonostante il Pd

Ci sarebbe una buona notizia per chi pensa ancora che la tutela del paesaggio faccia parte dei doveri costituzionali di chi governa: il piano paesaggistico della Toscana impostato dall’assessore professoressa Anna Marson dell’università di Venezia (in foto) è stato oggetto di una durissima battaglia ma alla fine è stato approvato dal Consiglio regionale.

Era ora, si dirà. E’ anche un po’tardi. Oggi i treni superveloci attraversano l’Appennino senza mai offrire ai viaggiatori lo spettacolo dell’immonda cascata di costruzioni che sembra rotolare giù come un’immensa rovina o come un gioco di un lego infantile su quelle che un’epoca fa erano le verdi colline appenniniche da Vernio a Prato e a Rifredi. Ma da uno dei rarissimi interregionali per chi si sposta a prezzi bassi, una volta superata la stazione di San Benedetto Val di Sambro coi suoi ricordi di un attentato mostruoso, sbucando dalla galleria “direttissima” monumento del lavoro e delle sue vittime, ci si trova all’improvviso in mezzo a una fungaia di costruzioni che in pochi anni si è moltiplicata senza misura. Addio bellezza della Toscana.

Poi il viaggiatore si gusterà le periferie di Firenze o le immense fughe di inutili disabitati capannoni sulla linea ferroviaria del Valdarno inferiore – dove hanno costruito su un visibilio di ettari di terreno agricolo anche un interporto lunare, vuoto e disabitato da anni.  Ma almeno, si dirà, abbiamo le vette delle Apuane; lì, al di sopra del 1200 metri basta escavazione. Eppure ogni limite appare intollerabile alle insaziabili brame dei profittatori dei beni comuni – le montagne, il paesaggio. Sulla stampa cosiddetta benpensante si sono letti commenti rabbiosi. Sappiamo da tempo immemorabile quanto violenti siano gli appetiti di chi paga  affitti da terreni agricoli per le cave del marmo michelangiolesco di Carrara. E non parliamo di quello che accade sui vicini arenili tirrenici, un altro di quei beni collettivi oggi perduti per la collettività. Ma consoliamoci almeno con le Apuane e auguriamoci che sia l’avvio di una pratica diversa, quella del rispetto per la natura – e che cessi magari quella incivile pratica di nascondere nelle cave dismesse delle Apuane tutti i materiali pericolosi che non si sa dove mettere, come l’amianto.

Tuttavia aspettiamo a rallegrarci. I toni della parte battuta sono stati pesantemente insultanti e minacciosi. La parte battuta, ovviamente, non è un partito diverso da quello che governa la Toscana: è sempre quello, anzi ne è la “maior pars”. Parte per ora tacitata e intimidita dall’attenzione generale che per una volta ha circondato i luoghi della decisione politica; ma in attesa di una vendetta.

Un rampante renziano della prima ora, Gianluca Parrini consigliere regionale Pd, non si è limitato ad aggredire con parolacce da trivio la professoressa Marson dichiarando in pubblica assemblea : “Lei vincerebbe il Nobel della stupidità”. Lui, evidentemente, non si sente stupido; è furbo e rapido nelle scelte del carro su cui salire.  E può minacciare la professoressa Marson della punizione più grave che riesce a immaginare – la perdita della poltrona. Dopo aver definito l’intervento dell’assessore “inaccettabile per forma e sostanza, e intollerabile per la supponenza rispetto al Consiglio regionale”, ha aggiunto: “Una cosa mi rassicura: la sua solo parziale soddisfazione significa che probabilmente il piano è abbastanza buono. L’unica cosa positiva – ha concluso Parrini – è che tra qualche settimana lei, come assessore, sarà solo un brutto ricordo”.

I signori delle poltrone hanno deciso, una persona capace ed esperta è troppo per loro. Lo tengano presente gli elettori toscani, almeno entro i margini che la legge elettorale lascia ancora a loro disposizione. Ma intanto, almeno una cosa la sappiamo: la cosiddetta “sinistra di governo” ha scelto la parte da cui stare: e non è la parte delle classi popolari, degli interessi generali e dei valori della Costituzione.

L’Italia senza Stato e senza competitività

Ci informa l’Istat che, rispetto a dicembre 2014, a gennaio 2015 l’export dell’Italia ha subìto una flessione del 2,5% mentre l’import (da tempo depresso per la drammatica contrazione della domanda interna) è aumentato dell’1%. Ma ciò che appare più interessante sono le variazioni dei flussi commerciali per area geografica che mostrano, da un canto, una contrazione molto simile delle esportazioni all’interno e all’esterno dell’Unione europea e, dall’altro, un aumento delle importazioni, tutte dall’area Ue. Nonostante la svalutazione dell’euro, insomma, l’effetto di traino dei mercati esteri sull’export rimane un punto interrogativo.

Ciò che è sicuro invece è l’aumento delle importazioni. La questione assume inoltre per l’Italia un ulteriore significativo rilievo: così come ricordato nel Rapporto 3/2014 del Centro Europa ricerche: «Le esportazioni [dell’Italia] sono cresciute a un tasso nettamente inferiore alla media dell’Area euro», soprattutto a causa della scarsa presenza nel nostro Paese di settori ad elevato contenuto tecnologico, come confermano anche i dati su importazioni ed esportazioni di beni capitali.

Ma a questo punto si impone un interrogativo: in che misura le tendenze in atto sono destinate a protrarsi ed esistono elementi che ci possono far supporre che il nostro sistema produttivo sia in grado di contrastarle? Secondo i recenti risultati dell’indagine presentata nel Rapporto Met (Monitoraggio economia e territorio), le imprese italiane dal 2013 manifestano segnali di reazione alla crisi, dedicando sempre più attenzione all’attività di ricerca e innovazione.

Siamo – precisa il Met – di fronte ad un sistema produttivo che, pur scontando gli effetti della recessione, è consapevole del ruolo che l’innovazione riveste per la competitività, ma che non riesce a farcela da solo. Siamo però – prosegue il Rapporto – anche in una fase in cui la rilevanza delle politiche industriali ha cessato di essere un tabù del dibattito economico (ne ha parlato a più riprese, tra gli altri, Romano Prodi). Procedere secondo la logica dell’aumento degli incentivi alla ricerca, laddove le imprese sono già in partenza meno proiettate su tale attività, non può produrre (come già largamente dimostrato in diversi autorevoli studi, tra cui quelli della Banca d’Italia) risultati sufficientemente apprezzabili. E così gli effetti sulla nostra competitività tarderebbero ulteriormente a manifestarsi, allargando il divario con i nostri competitori.

In altri termini: al nostro Paese non basterà un po’ di defiscalizzazione delle attività di ricerca e sviluppo e neppure qualche contributo alle imprese, se non inserito in un vero e proprio recupero di quella che una volta si chiamava “programmazione economica”. Il rilancio dell’innovazione del nostro sistema produttivo deve partire da una correzione della sua composizione settoriale. Lo Stato, come accadeva in Italia nei decenni precedenti allo tsunami liberista, e come accade oggi nelle migliori esperienze dei mercati emergenti, ha il diritto-dovere di dare il suo indirizzo su cosa e come produrre. In Cina non ci sono sconticini fiscali: ci sono grandi holding pubbliche che hanno figliato alcune delle più rilevanti industrie del mondo. Noi avevamo l’Iri e l’Imi. Non sorprende che ora i cinesi vengano a fare shopping del meglio che ci è rimasto. C’è da chiedersi cosa vadano a fare i nostri politici a Pechino.

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Bobo Rondelli, mascalzone labronico

«Affari miei». Bobo Rondelli ci lapida così alla prima domanda, quando gli chiediamo se è soddisfatto del suo ultimo album. Volevamo rompere il ghiaccio, ma con un livornese non si può perché non ce n’è (di ghiaccio). Poche parole dopo, infatti, si chiacchiera come tra vecchi amici. Rondelli è in tour per il suo nuovo album Come i Carnevali. Dieci tracce di vita quotidiana e poesia, narrate con amara lucidità e realizzate con la collaborazione di Francesco Bianconi dei Baustelle e dei “soliti” amici e musicisti: Fabio Marchiori e Simone Padovani. Prima il disco e poi il tour. Un percorso lineare, che però a Rondelli non va giù: «Quando finisci un disco è come se avessi partorito, c’hai le palle piene. Vorresti fermarti e invece devi andare in giro a suonarlo. Mi piacerebbe di più se si facessero i dischi dopo aver fatto il tour, per far scegliere agli ascoltatori le canzoni da mettere nel disco. Perché, vedi, è difficile capire da te cosa c’è di bello o meno in quello che hai fatto. Quando scrivi una canzone, poi un po’ perdi l’entusiasmo di quando l’hai appena partorito. Ti sembra bella nei primi momenti poi, dopo, ti perdi un po’, non sai se scegli bene».

Come scrivi le tue canzoni, come le pensi?

Quando sono in osteria a bere, o in bagno. Ti viene un’idea per raccontare una storia e la storia prende la forma di una canzone. Ma parto sempre da una storia, da qualcosa di preciso da dire. Sono come dei piccoli film, è questo il mio modo di scrivere, tendo a non scrivere frasi poetiche un po’ pennellate, è un modo mio forse un po’ naif… boh.

Tante storie e tanti omaggi. Visconti, Ugo Tognazzi, Cosini di Svevo. In cima all’album quella di Emanuel Carnevali, poeta toscano partito alla volta degli Stati Uniti tanto tempo fa e sconosciuto ai più dalle nostre parti.

L’ho incontrato per caso, ho letto le sue poesie e mi è venuta la voglia di diffondere il suo genio anche agli altri, tramite la canzonetta. Sono contento di essere il tramite di un genio. Perché la canzone è anche questo. Mi piace che la canzone abbia questa funzione di distribuzione delle belle cose, della memoria.

Eroi della vita e nella poesia. Ma, davvero c’è bisogno di eroi?

Se non se lo ricorda nessuno, l’eroe è allo stesso tempo un antieroe. L’eroe è un antieroe, non cerca la gloria per sé. Lo è suo malgrado. Come il “Maestro goldszmit”, a cui dedico l’ultima canzone del disco, che si sacrificò accompagnando i bambini della sua scuola nei campi di sterminio, pur potendo salvarsi. Ricordare un uomo così l’ho sentito come un dovere e mi piace che qualcuno possa conoscere queste grandi storie.

Tra una storia e un’altra, se c’è un filo rosso è la tua Livorno.

Pensa che non ho origini livornesi, ma sono cresciuto qui e cerco di cogliere gli aspetti belli di questa città. Se vogliamo è stata una città multietnica, prendi le “leggi livornine” che hanno ispirato gli Stati Uniti d’America: gli uomini son tutti uguali, ognuno può professare la sua religione. Questo stare insieme porta la gente a essere più libertaria. La gente tende a essere meno… borghese, ecco. C’è una forza molto popolare a Livorno. E anche una sorta di modo di essere un po’ nomade, quello di voler vivere alla giornata. Una sorta di desiderio di voler essere ignoranti e allo stesso tempo sentirsi meglio degli altri.

Uno spaccone, insomma…

Spaccone no. È coraggio. Come scrivo in “Carnevali”: «Ma tu cosa vuoi sapere anima vile, hai scelto le tasche sicure per i sogni facili». A volte si può essere presi per spacconi a essere menefreghisti sul domani e a non accumulare ricchezze sempre e comunque. Viene preso per “spaccone” chi, quando non ce la fa ad arrivare a fine mese, sidice: Non importa, vado al bar e offro io.

Molto “ciampiano” come atteggiamento, quanto ti ha influenzato Piero Ciampi?

Alla fine non moltissimo, credo. Il suo era un atteggiamento più profondamente livornese, di sfida nei confronti degli altri, della vita, delle donne. Io forse son più vicino a figure più come il “mascalzone” del cinema italiano.

Torniamo alla musica. Per molti anni hai parlato il linguaggio del punk e del rock. Chi se la scorda “Ho picchiato la testa” con gli Ottavo padiglione… parentesi chiusa?

No no, un pochino è anche in questo disco. Quando nel disco scherzando biascico «oh facciamo un pezzo alla Strokes» sono un personaggio livornese dei bassifondi a cui piace copiare gli Strokes (ride). Che poi non è che siano proprio l’icona del punk… ma in quel brano c’è quell’anima punk. Credo che riprenderò col punk. È bello quando sei vecchio e la gente ti dice a una certa ora ti dice: vai a letto, nonno! E tu invece parti conun pezzo tutto punk.

Aspetteremo la fine del concerto, allora.

A fine concerto faccio sempre i vecchi brani. E, ti dirò, ultimamente cerco la musica che sentivo da ragazzo: David Bowie, i Rolling Stones, il punk deiDamned e degli Undertones.

Qualcosa di nuovo?

Poco. Ho ascoltato gli Arcade Fire e mi son piaciuti molto.

Perché è più comodo ascoltare la roba del passato o non trovi cose interessanti?

Quando sei ragazzo conosci meno la musica e ti sembra più fresca. Adesso senti una canzone e spesso ti sembra di averla già sentita, nella musica classica per esempio. Con più conoscenza della musica si tende a illudersi di meno. Questo è un fatto. E poi forse oggi c’è meno fermento giovanile, la musica è molto in mano al business, ai discografici o a quello che che il potere vuole. Tutto rientra nel “spendi, spandi, consuma, crepa”. E diminuisce la musica che parte dalle cantine. Forse il rap, ma a me m’annoia un po… sarà che son vecchio. Preferisco la rabbia, anche folle, dei Sex Pistols.

Ti piace sentirti folle?

Mi sento un demente, mi piace l’imbecillità, la sciatteria. L’ultima mia frasetta: Per non cadere in un “bar atro”, io salii su una “L” monopattino, e arrivai a un “bar altro”. È un giochetto alla Petrolini, è una visione tra una lettera e l’oggetto che potrebbe diventare.

Mark Lenders, il francobollo

Questa è la storia di un ragazzo, classe 1981, cresciuto in una lontana provincia del Sol levante. Un giovane calciatore che, grazie alla sua passione e al suo spirito di dedizione, è riuscito ad affermarsi nonostante le ristrettezze familiari. Rimasto orfano all’età di 9 anni, fin da piccolo fu costretto ai lavori più umili per aiutare la madre a sfamare la famiglia.

Il suo nome è Mark Lenders, un ragazzo con più fratelli di Gelindo Cervi, che nonostante le difficoltà trovò sempre il tempo e l’occasione per sottoporsi a duri allenamenti al fine di raggiungere la tanto agognata rivalsa sociale. Non dotato di un talento naturale, deve faticare molto, più degli altri sicuramente, per realizzare il suo sogno di giocare in Nazionale.

Uno sportivo istintivo, fulgido esempio di abnegazione fisica e mentale. Un calciatore moderno, dallo stile inconfondibile. Capelli neri corvini, gli “occhi verdi e la pelle scura e la faccia di uno che non ha avuto mai paura” “di sbagliare un calcio di rigore”. Uno con le spalle larghe e le maniche sempre arrotolate all’avambraccio, sarebbe stato il perfetto testimonial per le caramelle Golia.

L’emblema del “truzzo” per i ragazzi, il “bello impossibile” per le ragazze di almeno due generazioni. Potenza pura, e nei suoi occhi “voglia di vincere”. Mark è così, anzi lo disegnano così, perché è un personaggio di fantasia. Non un secondo, ma coprotagonista di uno dei cartoni animati più famosi di sempre: Holly e Benji. Non è un ragazzo in carne e ossa, ma in questo mondo, dove ormai il confine tra il reale e l’irrazionale è talmente labile che avrebbe potuto mandare in confusione anche Immanuel Kant, la sua storia è reale più di tante altre propagandateci dai media nazionalpopolari.

La sua “voglia di vincere” lo porterà, dopo anni passati nei campionati minori, su campi collinari più adatti alle scorrazzate di Candy Candy, alla vittoria di un titolo mondiale giovanile, manifestazione in cui riesce a impressionare gli osservatori di mezza Europa. Mark è acquistato da una delle più blasonate squadre di calcio italiane, il Piemonte F.C., traslazione manga della Juventus. Lenders, il più famoso giapponese del calcio italiano, è per noi epico esempio da inseguire.

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