La musica contemporanea non lo butta affatto giù, anzi. Peppe Costa, calabrese, classe 1980, compone senza l’impiego di alcuno strumento musicale. O, almeno, nessuno strumento tradizionale. Chitarre, tastiere e batteria lasciano il posto a piccoli vasi di ceramica e metallo, tubi di plastica e carta, scarti di polistirolo e legno, penne e spazzolini. Ci sono anche una bacinella per i panni, un colaposate, una scopa e una paletta. Costa li predispone con cura sul tavolo, proprio come fossero i membri di un’orchestra, ne prende per mano uno per uno e li porta a sé, verso il proprio torace. Ogni oggetto è uno strumento solista. Sul palco con lui anche due microfoni: uno per la voce e gli oggetti l’altro, appunto, sul torace.
Il progetto Yosonu ha un approccio che Costa ha mutuato dai laboratori di propedeutica musicale per bambini, di cui tra l’altro si occupa. Il suo percorso di studi segue la linea pedagogica di Carl Orff. Dal 6 marzo Peppe Costa è in viaggio in lungo e in largo per il Paese: undici concerti in quindici giorni, un tour de force che lo vedrà esibirsi anche a Roma il 29 marzo al live club Fanfulla 5/A. A spasso con lui porta il suo primo disco, Giùbox, interamente registrato in casa. «Più precisamente, dentro l’armadio di casa», precisa Costa, «con un materasso alle spalle e gli abiti appesi lì davanti. Era l’unico posto asettico del mio appartamento».
Persino la confezione del disco è “home made”, progettata e realizzata dallo stesso Costa. «Quello che è venuto fuori sono poliritmie, riff che si ripetono e diventano “mantra”, diplofonie e testi desemantizzati», continua il musicista. Le influenze sono eterogenee: da John Cage a Bobby Mc Ferrin, dagli Area ai Daft Punk. Per farla breve, quello di Yosonu non è solo un album, ma un vero e proprio esperimento. Che continua durante i live, in cui Costa mantiene un paio di fraseggi del disco per poi liberare l’improvvisazione. I suoni, tra le mani e tra le corde vocali di Peppe Costa, si fanno umani. «Una musica “a costo zero”», sostiene il musicista. E anche ascoltarla non costa niente, basta andare sul loro sito.
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Il film si dipana sulla falsariga dell’hard boiled d’ispirazione chandleriana, ma vive di contaminazioni surreali, divertenti e sorprendenti. Il detective Doc Sportello, basettoni e barba incolta, sandali ai piedi e giacca stropicciata, capigliatura rasta e sguardo torpido – provocato dalla cannabis e dall’alternativa tossica che si è dato a una vita di conformismo – indaga sulla scomparsa di un magnate, coinvolto in loschi traffici e speculazione edilizia, su invito della sua bella ex, intrigante aggiornamento della femme fatale del noir e delle ninfette di Woodstock. Lui ne è ancora innamorato e perciò si dedica al caso, ma, nel cercare il bandolo della matassa, impara sulla sua pelle che la realtà è una parvenza sfuggente e nel caso c’è un altro caso e un altro ancora, come in un gioco di bambole russe.

