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La scrittrice Benedetta Sabene: «Alle Europee votiamo per la pace»

Benedetta Sabene

Benedetta Sabene è una giovane impegnata da anni nell’analisi del conflitto fra Russia e Ucraina. Laureata in Scienze politiche e Relazioni internazionali, segue il conflitto ucraino dal 2017 e su questo tema ha già pubblicato, per Meltemi, il saggio Ucraina. Controstoria del conflitto. Lavora con Michele Santoro sul web media Servizio Pubblico e ha accettato di candidarsi con lui nella lista “Pace, Terra e Dignità” le cui attiviste e attivisti sono in questi giorni impegnati a raccogliere almeno 75 mila firme su tutto il territorio nazionale per poter essere presente alle elezioni europee di giugno. «Ho accettato di candidarmi perché credo nel profilo di questa lista, ma il mio impegno principale resta nell’ambito dell’informazione. – racconta –. Considero la lista come un’altra piattaforma su cui portare alcuni temi che si rivolgono ad un settore più ampio dell’opinione pubblica, non più solo su un piano informativo, ma anche sul piano politico. Trovo l’invasione di un Paese e tutto ciò che ne consegue, in termini di distruzione e sofferenza dei civili, ingiustificabile. Ma non penso sia accettare tacciare di filoputinismo chiunque parli di pace. Se è pur vero che in Italia ci sono alcuni che supportano l’invasione russa e chi si riconoscono, soprattutto a destra, nel “modello russo”, mi domando però perché deve finire nello stesso calderone chi si oppone all’invio delle armi? Secondo tutti i sondaggi effettuati dall’inizio dell’invasione a oggi la maggioranza degli italiani è contraria alla strategia militare per risolvere il conflitto e vorrebbe che si intraprendessero vie diplomatiche. Questa maggioranza non trova però rappresentazione né mediatica né politica».

Informazione unilaterale e assenza di una forte proposta politica di mediazione sono simili anche, secondo Sabene, nel massacro che sta avvenendo a Gaza: Si continua giustamente a parlare  della strage di israeliani commessa da Hamas il 7 ottobre «ma non altrettanto degli oltre 32 mila morti fra i civili palestinesi a Gaza in meno di 5 mesi. Vengono usati due pesi e due misure. Servirebbe un’informazione più plurale e coraggiosa. Servirebbe soprattutto ascoltare anche le voci dei palestinesi» E poi aggiunge: «Questi conflitti sono scoppiati anche a causa dell’inazione dell’Unione europea, che in politica estera è totalmente schiacciata sulle posizioni Usa e Nato, andando contro gli stessi interessi europei: la bilancia commerciale della Germania, il motore dell’economia europea, è in negativo per la prima volta dopo decenni. Questo- ricostruisce la giornalista – perché il mercato tedesco era legato a doppio filo all’energia a basso costo proveniente dalla Russia. La guerra ha creato un aumento dell’inflazione e del prezzo dell’energia, che sta danneggiando i cittadini europei, in particolare quelli più poveri. Anche per questo è importante che l’Europa si imponga come mediatore non solo in Ucraina, ma anche nel mediterraneo orientale, in Palestina. Persino Erdogan è riuscito a far concludere alcuni accordi tra Russia e Ucraina, come quelli sul grano o sullo scambio di prigionieri. In questo modo l’Unione Europea finisce per ricoprire un ruolo di ultimo piano nelle relazioni internazionali, e in questo vuoto si inseriscono inevitabilmente terze parti. Questi conflitti poi non sono nati da un giorno all’altro: si poteva e doveva intervenire prima e in modo radicale per evitare a tutti i costi un’escalation e garantire la stabilità del continente europeo». Riguardo l’impatto della guerra sulla vita quotidiana dei cittadini europei e italiani, Benedetta Sabene risponde: «La scelta della guerra come condizione di “normalità” ha soltanto accentuato quanto accade da tempo. I bisogni e le esigenze dei cittadini sono spesso all’ultimo posto. Io sono nata negli anni Novanta e la mia è la prima generazione più povera rispetto a quella che l’ha preceduta dai tempi del dopoguerra. La mia è la generazione del “lavoro povero”: lavoriamo ma fatichiamo a poterci permettere anche solo l’affitto di una stanza. Mentre l’Ue spende soldi pubblici per il riarmo e la Nato impone che il 2% del Pil venga destinato alle spese per l’alleanza, si continuano i tagli su settori strategici come sanità e scuola. Viviamo in un Paese che ha i salari fermi agli anni Novanta e, con l’aumento dell’inflazione causata anche dalla guerra, il potere d’acquisto dei lavoratori è in costante diminuzione. Questo è indipendente dalle politiche di guerra, che hanno però acuito queste dinamiche». Sabene è espressione di quella generazione che si affaccia alla politica e rompe, almeno in parte, la vulgata che vuole chi è giovane distante dall’impegno. Tesi che lei respinge al mittente: «Secondo me è nell’interesse primario di ogni cittadina e cittadino interessarsi a quanto accade nel Paese e nel contesto internazionale. Come lo è essere informati. Poi ognuno di noi trova un modo diverso per agire nella maniera che gli risulta più consona. La candidatura è un esempio, ma va di pari passo a qualsiasi forma di partecipazione alla vita pubblica, in un collettivo, in un’associazione, nelle mobilitazioni. Ognuna di queste forme di attivismo è importante. Io oggi vedo tante e tanti coetanei, anche molto più giovani di me, impegnarsi sui diritti civili o per la difesa dell’ambiente. E quindi smentisco i pregiudizi noi giovani disinteressato alla vita pubblica, anzi. Vedo tante ragazze e ragazzi molto più consapevoli su alcuni temi, come la violenza di genere, i diritti civili, la tutela ambientale, rispetto alle generazioni più grandi. Il problema è che spesso la politica ci allontana dalla partecipazione».

Antisemitismo come se piovesse: il caso Zuckermann

Sul magazine tedesco Overton si racconta l’aria che tira intorno a Moshe Zuckermann, professore emerito di storia e filosofia dell’università di Tel Aviv, firmatario della Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo nata in risposta alla definizione adottata nel 2016 dall’Ihra che include undici «esempi» di antisemitismo, sette dei quali incentrati sullo Stato di Israele, generando – secondo i firmatari della dichiarazione – confusione e controversie e indebolendo perciò la stessa lotta contro l’antisemitismo.

Zuckermann, che è uno dei maggiori studiosi di ebraismo e Shoah al mondo, è stato invitato dal Consiglio per la pace di Heilbronn a un evento che avrebbe dovuto svolgersi martedì 12 marzo. Era prevista una conferenza seguita da una discussione, che avrebbe dovuto includere una spiegazione della situazione attuale in Israele/Palestina, un’analisi della storia del conflitto e una discussione sulle prospettive future e sulle possibili soluzioni. L’iniziativa avrebbe dovuto tenersi presso la sede della locale Università popolare. 

La Deutsch-Israelische Gesellschaft (Dig) ha condannato l’iniziativa affermando che l’oratore sarebbe un sostenitore del movimento Bds (Boicottaggio disinvestimento e sanzioni). Poi, l’Università popolare come «misura precauzionale» ha ritirato la compartecipazione e ritenuto addirittura necessario rivolgersi al ministero degli Interni. Inevitabile scatta la risposta con l’accusa bisbigliata del consigliere personale del Commissario del governo federale per la vita ebraica in Germania e la Lotta all’antisemitismo: «Zuckermann è effettivamente molto controverso a causa delle sue posizioni su Israele». 

La risposta di Zuckermann è da leggere con attenzione: “Quindi ora posso vantarmi di essere stato ufficialmente dichiarato antisemita dal governo federale tedesco. – scrive il professore – Si potrebbe semplicemente respingere questa affermazione: cosa capisce il governo federale tedesco, compreso il suo “commissario per l’antisemitismo”, riguardo all’antisemitismo? Ma poi il verdetto resta sospeso: l’istituzione dominante tedesca ha ritenuto l’ebreo Moshe Zuckermann un antisemita. Non che io possa farci qualcosa, ma penso comunque che alcune cose da chiarire o chiarire siano opportune. Quindi ecco alcune note sulla farsa”. Zuckermann scrive: “sono le mie posizioni su Israele , non sugli ebrei o sull’ebraismo, a rendermi controverso tra gli amici di Israele. Ora sono cittadino israeliano e, come ogni cittadino responsabile, ho non solo il diritto ma anche il dovere civico di prendere posizione nei confronti dello Stato in cui vivo. Se necessario, ciò include posizioni critiche che potrebbero non essere accettabili per il Dig o il commissario per l’antisemitismo”. 

Infine: “Di conseguenza, – scrive il professore emerito – ne consegue che l’antisemitismo, l’antisionismo e la critica a Israele devono essere tenuti separati. Ricorda che non tutti gli ebrei sono sionisti, non tutti i sionisti sono israeliani e non tutti gli israeliani sono ebrei. Ma coloro che usano tale diffamazione polemica (come fa Leonard Kaminski) evidentemente non pensano nemmeno che si possa essere antisionisti senza antisemitismo e critici nei confronti di Israele senza antisionismo; sì, si può anche essere sostenitori di Israele e del sionismo, ma allo stesso tempo essere antisemiti. Diventa particolarmente grave – secondo Zuckermann – quando, in questo contesto, i non ebrei accusano gli ebrei di antisemitismo, e alcuni ebrei non hanno altra scelta che ricorrere alla perfidia di accusare gli ebrei critici nei confronti di Israele (anche gli ebrei israeliani) di “odio ebraico verso se stessi”. .” A proposito, questa è una tattica ben nota dell’Hasbara israeliano”. 

Buon mercoledì. 

 

Fra i libri di Zuckermann Faith no more, Living the secular life

Qui una conferenza di Zuckermann sul’etica senza religione

Cosa c’è dietro l’attacco di Isis- Khorasan a Kandahar, (cuore del potere talebano) e a Mosca

Base militare talebana a Kandahar, foto di Guglielmo Rapino

Kandahar-Due giorni prima del tragico attentato di Mosca, l’IS-KP ha rivendicato un attentato suicida che a Kandahar ha ucciso venticinque persone, in maggioranza militari, e ferite più di cinquanta. È la prima volta dall’ascesa al potere nel 2021 che in Afghanistan si è assistito a un attacco nel cuore del potere talebano.
È ancora un Ramadan senza pace quello dell’Afghanistan. Il fuoco di una instabilità politica che sembrava soffocato dall’autoritarismo militare del governo talebano e dalle azioni dei servizi di intelligence della scorsa estate, ha ripreso a soffiare con forza proprio nei luoghi più sensibili del potere dell’Emirato Islamico.
Nella giornata dello scorso 21 marzo, due attentati hanno scosso le città di Kandahar e Kabul. Nella prima mattina di giovedì, un attentatore suicida si è fatto esplodere davanti alla Kabul Bank di Kandahar nel momento in cui i miliziani del governo erano in fila per ritirare il proprio stipendio. Il risultato è drammatico: 25 persone uccise, tra forze armate e civili, e più di cinquanta feriti.
Nella stessa sera, poco dopo l’ultimo azan che annuncia la fine del digiuno, nella zona di Trafiq Square, il centro di Kabul, un vaso imbottito di esplosivo è stato fatto saltare con un meccanismo a distanza. Fortunatamente non sono stare riportate vittime a seguito dell’esplosione.
La rivendicazione del primo attacco non si è fatta attendere, mentre la matrice del secondo resta incerta ma è facile intuire una connessione. L’IS-KP, ramo dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante attivo nell’Asia meridionale e centrale, ha reso noto tramite i propri social network che sono loro dietro al terribile attentato della mattina.
L’attacco arriva dopo un periodo di relativa quiete, in cui la capacità militare dello Stato Islamico nel Paese sembrava ridotta dall’intervento dei servizi segreti talebani che in vari raid durante la seconda metà del 2023 avevano ucciso alcuni tra i principali leader del movimento fondamentalista nel Paese, tra cui Mavlavi Ziauddin, primo esponente nell’area e governatore del Califfato per gli affari legati all’Afghanistan.
Questi ultimi eventi, uniti al drammatico attentato del Crocus City Hall a Mosca, mostrano come il potenziale militare dell’IS-KP sia tutt’altro che ridotto.
Il governo afgano ha affidato la propria replica ai canali X del ministro dell’Interno, dichiarando che “condanna l’attacco e assicura che gli autori saranno identificati, arrestati e consegnati ai centri giudiziari il più presto possibile”.
Lo sconcerto più grande per le forze al potere è che questa volta ad essere obiettivo dell’attacco è stata (anche) Kandahar, il cuore pulsante dell’egemonia talebana e residenza del leader supremo, Haibatullah Akhundzada, alla guida del movimento dal 2016.
Sin dall’ascesa al potere nel 2021, Kandahar non era stata interessata da attacchi di questa entità. La presenza massiccia di check point e una rete distribuita sul territorio dell’intera provincia di presidi militari vicini ai vertici dell’Emirato, hanno garantito una protezione duratura per la città a prevalenza pashtu.
Sino a giovedì scorso, data di frattura per le flebili certezze del governo di Kabul.
L’IS-KP contesta al governo talebano una eccessiva apertura alle ventate internazionaliste provenienti dagli Stati del Golfo e i vicini paesi dell’Asia Centrale, abdicando all’integrità di un islamismo senza mediazioni. Allo stesso tempo, l’asse degli Stati occidentali a guida Usa, insieme a numerose agenzie Onu, non smette di condannare senza mezze misure la violazione dei diritti delle donne che continua a perpetrarsi nel Paese a seguito degli editti del 2022 che hanno vietato ogni forma di educazione secondaria femminile e imposto l’inaccessibilità di uffici pubblici e privati alle donne in tutta la nazione.
La recente ondata di attacchi terroristici non può che contribuire a destabilizzare ancora di più un contesto politico e sociale che appare già particolarmente complesso e fragile, proprio mentre Paesi come Cina e Azerbaijan riaprono le proprie ambasciate a Kabul e si intravedono spiragli per nuovi negoziati economici volti a riabilitare il ruolo di partner commerciale a livello internazionale dell’Afghanistan.
Intanto, la situazione interna del Paese vive una condizione sociale di crisi umanitaria vicina alla cronicità. Secondo gli ultimi dati diramati dal Programma alimentare mondiale più di 16 milioni di persone nel paese sono in uno stato di insicurezza alimentare e la ong Norwegian Refugee Council, in un recente rapporto, ha dichiarato che oltre il 50% della popolazione versa in uno stato di profonda povertà.
La speranza è che gli ultimi attentati restino casi isolati e il governo dell’Emirato non insabbi il processo di internazionalizzazione che con molta lentezza sembra essere stato intrapreso da qualche mese a questa parte.
Il rischio altrimenti è di piombare in un nuovo fondamentalismo se possibile ancor più violento sull’impronta di quello della fine del secolo scorso. L’intenzione di movimenti estremisti come l’IS-KP sembra essere esattamente questa.

La prima mezza verità sull’omicidio di Marielle Franco

Dopo sei anni e dieci giorni sono stati arrestati in Brasile i tre presunti mandanti dell’omicidio di Marielle Franco. Sono Domingos Brazão, consigliere della Corte dei conti dello stato di Rio de Janeiro; suo fratello Chiquinho Brazão, eletto al parlamento federale; e Rivaldo Barbosa, all’epoca capo della Polizia civile di Rio de Janeiro. 

Le vedove di Marielle Franco, Monica Benicio, e di Anderson Gomes, Agatha Arnaus in una nota parla di “un grande giorno dopo 2.202 giorni di attesa”, dicendosi sorprese del coinvolgimento del capo della Polizia Barbosa che poco dopo l’omicidio le aveva ricevute per assicurare giustizia. 

È lo stesso Barbosa che, preoccupato di vedersi sfilare il caso dalla Polizia federale nel caso in cui si fosse intravisto un movente politico, aveva suggerito ai suoi complici di “stare alla larga” durante le indagini. 

La chiave della svolta nelle indagini è stato l’ex poliziotto poliziotto Ronnie Lessa, in carcere dal 2019 come esecutore dell’omicidio, che aveva raccontato ai magistrati dell’avversione dei fratelli Brazão fin dal 2017 nei confronti di Marielle Franco, vissuta come ostacolo alle loro mire immobiliari su San Paolo. 

Esulta, per ora, il figlio dell’ex presidente Bolsonaro, che secondo diverse testimonianze sarebbe stato in collegamento con gli uomini del clan. «Bolsonaro non ha alcuna relazione con il crimine», ha detto ai giornalisti. Le relazioni pericolose però sono scritte nero su bianco e corroborate dalla testimonianza – poi ritirata – del portiere di un condominio. 

Marielle Franco, all’epoca consigliera comunale di Rio de Janeiro, era stata nominata relatrice di una commissione speciale, creata dal consiglio comunale, per monitorare la progressiva militarizzazione della sicurezza e l’impiego di forze di sicurezza federali nella città. 

Buon martedì.  

Il Sud scippato anche del diritto di voto

La Repubblica italiana nega i diritti costituzionali fondamentali ai cittadini del Mezzogiorno. Non mi riferisco a quanto già più volte denunciato, dai minori trasferimenti statali rispetto alla percentuale del 34% della popolazione che poi si riflettono in cure mediche minori (che incidono sulla stessa aspettativa di durata di vita dei cittadini meridionali più bassa che al Nord), o agli asili, alle scuole senza palestre o mense, alla scarsità di insegnanti, infrastrutture e così via.
No, mi riferisco proprio a quanto di più sacro per una democrazia: parlo del diritto di voto e di conseguenza di rappresentanza politica negata!

Addirittura?! Proprio così!
Ai cittadini del Mezzogiorno o almeno a larga parte di loro, è negato il diritto di voto che (in teoria) è un diritto costituzionale. Negato, come in una dittatura o come più rispondente al nostro caso in uno Stato in cui vige l’apartheid. Il tutto è ovviamente taciuto dai media, proni ai dettami del potere, così come dalla politica politicante.

Ma perché e come è vietata la rappresentanza politica ai meridionali?

Iniziamo l’analisi da quanto accaduto col Referendum del 2020 sul Taglio dei parlamentari. Come avevo già ho scritto sul numero 37 di Left del settembre 2020: «Un argomento che quasi nessuno ha sottolineato e cioè come la vittoria del Sì al referendum potrebbe essere l’ultimo imbroglio, forse quello definitivo, per il Sud ed i suoi cittadini, aggravando ancor di più la mancanza di rappresentanza del Mezzogiorno in Parlamento e approfondendo la spaccatura già presente nel Paese».

Come argomentavo allora: «La densità di popolazione al Sud parametro per l’assegnazione dei seggi alla Camera e al Senato, è più bassa del Nord, e, mentre la desertificazione demografica causata dall’emigrazione cresce di anno in anno, la conseguenza è che il Sud, in un Parlamento ridotto, avrebbe un peso politico minore dell’attuale».
A posteriori i dati odierni confermano che la crisi demografica che sta colpendo l’Italia riguarda in particolar modo il Mezzogiorno: nel 2050 il Nord e il Centro sommati avranno un milione di persone in meno rispetto ad oggi, mentre il Sud e le Isole ben 3,6 milioni.
Per il 2080 si stima che il 54% della popolazione vivrà nel Nord (contro l’attuale 46%), il 20% nel Centro (come ora) e il 26% nel Sud e nelle Isole (oggi è il 34%). Le regioni meridionali proseguendo con l’attuale andamento si spopoleranno sempre più. In soli 30 anni, il Mezzogiorno passerà dall’essere la macro area più giovane del Paese ad essere la più anziana. E tra il 2050 e il 2080, mentre l’età media del Nord e del Centro Italia rimarrà uguale o scenderà, quella del Mezzogiorno crescerà.

Scrivevo poi che: «Sicilia e Sardegna avrebbero minori rappresentanti in termini percentuali al Senato rispetto alle altre Regioni a Statuto speciale e la Basilicata, così come l’Umbria, subirebbe il taglio maggiore al Senato, i rappresentanti passerebbero dagli attuali 7 a soli 3 (-57%) e qualsiasi partito sotto la percentuale del 20% dei voti non eleggerebbe alcun rappresentate, inoltre visto che il Senato è eletto su base regionale, la Sardegna finirebbe per avere un senatore ogni 328mila abitanti, mentre il Trentino-Alto Adige uno ogni 171mila, rendendo evidente la sperequazione per cui il voto di un cittadino trentino varrebbe il doppio di quello di un cittadino sardo».

Nell’articolo ponevo poi l’accento sul fatto che non bisogna dimenticare che la riduzione degli eletti avrebbe comportato una loro minore autonomia, visto che su di essi si sarebbe concentrata la pressione di lobby gruppi di potere e chi più ne ha più ne metta, così da spingerli eventualmente a prendere anche decisioni che potrebbero essere contro l’interesse dei territori che dovrebbero rappresentare…
Senza dimenticare che con la riduzione, poi avvenuta grazie alla vittoria al Referendum, pur coi seggi ridotti non si sarebbe fermata la “transumanza” di politici del Nord verso collegi sicuri del Mezzogiorno. I famosi “paracadutati”. Candidati che non hanno collegamenti con il territorio, ma che sono collocati dalle segreterie dei partiti in base alla probabilità altissima di vincere. Per cui ora a consuntivo il Sud si trova non solo con una rappresentanza parlamentare territoriale di partenza già inferiore in percentuale rispetto al Nord, come visto sopra, ma questa viene anche ulteriormente ridotta di circa un 25% perché tutti i partiti da destra a sinistra hanno fatto largo uso di “paracadutati dal Nord. Non a caso provvedimenti scellerati come l’Autonomia differenziata faticano a trovare una opposizione parlamentare consistente.

Oggi a posteriori possiamo dire che quanto previsto nel 2020 non solo si è pienamente realizzato, ma il panorama è ancora più cupo.

Come scritto nell’introduzione lo scippo di rappresentanza, dopo la riduzione dei parlamentari, si traduce oggi in una ulteriore condizione di negazione di diritti politici grazie al cosiddetto “astensionismo”. Astensionismo che al Sud spesso non è altro che impossibilità, a questo punto espressamente voluta dal potere politico, di recarsi al voto nei Comuni di residenza per tantissimi cittadini meridionali che si trovano al Nord Italia per lavoro, studio o per curarsi. Figli di quell’emigrazione lavorativa, scolastica e sanitaria che continua implacabile da oltre 163 anni e che sta via via desertificando, come visto, le Regioni meridionali. Perché il Parlamento non vara una apposita normativa e permette a questi cittadini di poter esigere un diritto costituzionale, ad esempio di poter votare nel luogo di domicilio o per posta come fanno tanti altri Paesi? In questo quadro non va dimenticato il prezzo di treni, auto, aerei, per potere tornare al Comune di residenza per votare, che in pochi ormai possono permettersi.

Ecco perché quando sentirete parlare di astensionismo al Sud più alto che al Nord, dovreste fare la tara con la percentuale dei cittadini che avrebbero voluto esercitare il diritto di voto, casomai per opporsi alla deriva imperante nel Paese, ma a cui non è stato permesso di votare da politici che si stanno via via dimostrando sempre più nemici del Mezzogiorno (non a caso nelle ultime elezioni politiche meno di 1 elettore su 5 ha votato per la coalizione al governo), disinteressandosene o più spesso banalizzando e irridendo il dato dell’ astensionismo maggiore nel Mezzogiorno, certificando ancora una volta il permanente atteggiamento di disprezzo di ampie fasce delle classi dirigenti nazionali verso ciò che accade al Sud. E tutto ciò avviene nel disinteresse quasi completo anche delle forze di sinistra, malgrado il Mezzogiorno sia all’opposizione già dal giorno delle ultime votazioni …

Natale Cuccurese è presidente nazionale del Partito del Sud

Puntare all’abitudine all’orrore

Il capo dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa) Philippe Lazzarini scrive su X che Israele ha informato le Nazioni Unite che non approverà più i convogli alimentari dell’Unrwa verso il nord di Gaza. “Nonostante la tragedia che si sta consumando sotto i nostri occhi, le autorità israeliane hanno comunicato all’Onu che non approveranno più alcun convoglio alimentari Unrwa verso il nord. Questo è oltraggioso e rende intenzionale ostacolare l’assistenza salvavita durante una carestia provocata dall’uomo“.

Per avere un’idea delle proporzioni del disastro occorre ricordare che sabato il portavoce dell’Unicef James Elder ha affermato che “Mai prima d’ora così tanti bambini di Gaza avevano avuto bisogno di cure mediche. Nel nord della Striscia un bambino su tre sotto i due anni soffre di malnutrizione acuta”. Come spesso si sente ripetere “un cessate il fuoco umanitario immediato offre la migliore possibilità di salvare vite umane, porre fine alla sofferenza e consentire la consegna urgente di aiuti salvavita”, spiega Elder. 

Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale per la Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus spiega che “bloccare la consegna del cibo significa negare alle persone la possibilità di sopravvivere. Questa decisione deve essere urgentemente revocata. I livelli di fame sono acuti. Tutti gli sforzi per consegnare il cibo non solo dovrebbero essere consentiti, ma ci dovrebbe essere un’immediata accelerazione”.

Il governo di Israele si è limitato ad accusare di antisemitismo l’Onu perché il segretario Gutierrez ha sottolineato la drammatica situazione dei civili a Gaza. Sembrano ogni giorno le stesse notizia e invece è lo sviluppo di una tragedia che si accumula mentre all’orizzonte si addensa la possibilità di abituarsi all’orrore. Forse il governo israeliano punta proprio a questo poiché ha sempre funzionato negli ultimi decenni. 

Buon lunedì. 

foto:Di Palestinian News & Information Agency (Wafa) in contract with APAimages, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=141020707

Giovanni Semerano e la linguistica come stella polare della storia

Era il 28 luglio 2006 quando il settimanale Left, nato in quell’anno dalla trasformazione editoriale di Avvenimenti, pubblicava l’articolo «Siamo tutti babilonesi. Giovanni Semerano e l’invenzione dell’indoeuropeo». Il provocatorio titolo redazionale era di Simona Maggiorelli, storica redattrice e dal 2017 direttrice della testata, che aveva accolto con entusiasmo la proposta di presentare l’originale e discussa teoria del linguista, pugliese di origine e a lungo direttore delle storiche biblioteche fiorentine.
Laureata in Storia antica all’università di Padova, sulle tracce degli antichi viaggiatori ero da sempre un’appassionata esploratrice, oltre che della Grecia, anche dei Paesi che dalle coste del Mediterraneo, passando attraverso l’Egitto e il Vicino Oriente, si estendono fino alla Persia.
Con interesse nel 2001 avevo letto il primo dei tre libri che Giovanni Semerano dedicò alla divulgazione delle sue ricerche, L’infinito, un equivoco millenario. Le antiche civiltà del Vicino oriente e le origini del pensiero greco. Ne avevo apprezzato l’originalità e la consonanza con una convinzione, sempre più radicata nel corso degli anni, che non aveva trovato conferme adeguate da parte degli specialisti delle lingue antiche.
Il saggio di Semerano fu seguito nel 2003 da Il popolo che sconfisse la morte. Gli etruschi e la loro lingua, in cui era anche presentata la traduzione delle lamine auree di Pyrgi in etrusco e in punico, e nel 2005, anno della sua scomparsa, da La favola dell’indoeuropeo, editi da Bruno Mondadori.

Solo allora scoprii che, a partire dal 1984, il filologo e linguista aveva pubblicato con l’editore fiorentino Olschki i due monumentali volumi de Le origini della cultura europea. Alle Rivelazioni della linguistica storica. In appendice: Il messaggio etrusco, nel 1994 seguì il secondo, Dizionari etimologici. Basi semitiche delle lingue indoeuropee, articolato in Dizionario della lingua greca e Dizionario della lingua latina e di voci moderne. L’opera fondamentale, che subito mi procurai, fu ristampata nel 2002, quasi a salutare l’apertura del millennio all’insegna della nuova scoperta, facendola uscire dai circoli degli specialisti. E poiché la conoscenza della storia delle parole è per lo storico un’autentica bussola di navigazione, da allora essa costituisce per me, accanto ai vocabolari delle lingue greca e latina consacrati dalla tradizione, uno strumento di lavoro prezioso, e non solo nell’ambito dell’antichistica.

Quantunque la ricerca di Semerano avesse dunque riscontrato negli ambiti accademici un’accoglienza per lo più fredda, quando non apertamente ostile, lo studioso non cessò mai il suo lavoro di ricerca. Indomito, continuò a svolgerlo fino alla fine con una tenacia pari a quella di Shahrazad, la coraggiosa fanciulla persiana che nelle Mille e una notte intrattiene con una novella diversa il sovrano che, inferocito per il tradimento, ha ucciso la moglie. E ad ogni successiva alba uccide la schiava ancora vergine con cui ha trascorso la notte.
Divenuta sua sposa, la bella Shahrazad ad ogni nuovo sorgere del sole interrompe la narrazione, con la promessa di riprenderla al calare delle tenebre. E sono mille storie che si svolgono sotto il vasto cielo d’Oriente, dall’India alla Persia, attraverso la Mesopotamia e la Mezzaluna fertile, fino alle coste del Mediterraneo. Finché, ammaliando lo sposo con il potere delle parole, l’indomita giovane donna ne vince la violenza, insegnandogli che mentre l’odio acceca e uccide, l’amore per la vita che lei esprime nel narrare, intrecciando rischiosamente storie di fedeltà e tradimento, di povertà e agiatezza, di odi e passioni, cura la mente che si è ammalata e incanta il cuore. Un messaggio quanto mai prezioso in questi nostri tristi giorni.

La complessa storia della trasgressiva raccolta, da cui Boccaccio trasse ispirazione per il Decameron, e che ancora nel 1985 fu fatta oggetto della censura egiziana, si presta a suggestive analogie con l’instancabile e contestata ricerca di Semerano. E come in arabo il numero 1000 delle novelle di Shahrazad significa “innumerevoli”, e 1001 vale per un numero infinito, nell’inesausta vena narrativa del linguista ostinato e gentile esso ben rappresenta l’infinita quantità di etimologie e di storie addotte a sostegno della propria teoria, contro la tradizionale interpretazione aristotelica dell’ápeiron anassimandreo come astratto e metafisico “infinito”.

La ricerca linguistica di Semerano veniva da lontano, aveva radici estese e dava risposte alle suggestioni suscitate da tante testimonianze archeologiche che, da Creta all’Anatolia fino alla Persia, nelle altre isole del Mediterraneo e nei paesi che si affacciano alle sue coste meridionali, avevo visitato nel corso degli anni. Offriva a larghe mani un fondamento prima inimmaginabile e risposte concrete alle tante domande sulle incongruenze, emerse rispetto a quanto avevo appreso negli anni di studio all’ateneo patavino. Dove tuttavia avevo avuto la fortuna di poter cogliere le aperture del corso di glottologia di Carlo Tagliavini, linguista apprezzato da Semerano, e delle straordinarie lezioni di letteratura greca di Carlo Diano. Ma soprattutto la curiositas sincera con cui Franco Sartori, stimato commentatore di Platone, accolse l’inusuale tema che proposi per la mia tesi di laurea, La società etrusca nella storiografia greca.

A lui devo l’incontro del 1967 a Torino con lo storico siciliano Santo Mazzarino, che quando l’Italia con la Costituzione repubblicana lasciò finalmente alle spalle anche le nefaste leggi razziali, appena trentenne era stato autore dell’illuminante opera Fra Oriente e Occidente. Ricerche di storia greca arcaica. Il volume allargava l’indagine nel campo fino ad allora meno indagato della grecità «micrasiatica», ovvero alla storia arcaica delle città greche delle coste dell’Asia Minore tra il decimo e il sesto secolo, prima della nascita e dello sviluppo dell’impero persiano.

Attraverso una minuziosa rassegna delle fonti letterarie, a partire dalla lirica greca arcaica e dall’epopea omerica fino ad Erodoto, il giovane storico siciliano aveva ricostruito lo sviluppo dei due termini Asia ed Europa nel valore semantico e dal punto di vista territoriale. Da quando essi apparvero nei miti, attraverso la storia delle colonie greche comunemente dette ioniche, fino alla nascita dell’impero persiano, fondato nel 540 a. C. I rapporti dei Greci con i popoli micrasiatici, inventori della civiltà urbana e della scrittura, erano stati prima di allora pacifici, di integrazione e di scambio, tanto da poter parlare di una koinè linguistico-culturale, come prova con evidenza la diffusione dell’arte detta «orientalizzante» anche nella Grecia continentale e nel Mediterraneo.

Ne è testimonianza la diffusa presenza in Etruria dei rilievi policromi in terracotta che decoravano i templi, e della fastosa pittura funeraria. Ma anche il fatto che la Troia descritta nell’Iliade di Omero non sia dissimile dalle città greche, che Ettore sia un eroe non diverso da quelli greci, che l’asiatico Enea, in esilio dopo la caduta della città, diventi addirittura il proto-fondatore della potenza romana.
L’opposizione si radicalizza dopo la caduta di Babilonia, nel 499 a.C. con la rivolta antipersiana delle città greche della costa asiatica, Efeso e Mileto, e con le successive invasioni persiane. Le battaglie di Maratona e Salamina, avvenute rispettivamente nel 490 e nel 480 a. C., segnano il passaggio dell’egemonia culturale greca dalle coste anatoliche, dove essa era nata con i poeti e i filosofi naturalisti ionici, alla Grecia continentale, e ad Atene in particolare. Da allora le diadi Asia-Europa e Greci-barbari, ovvero popoli definiti con disprezzo balbettanti, feroci e dalle donne lussuriose, indicano entità opposte, se non addirittura irriducibili.

Nuovi stimoli e conferme trovai più avanti nell’ateneo fiorentino, nel corso di Filosofia greca di Francesco Adorno, autore di una innovativa Storia della filosofia antica. Ma solo all’inizio del nuovo millennio venni a conoscenza dell’appartata ricerca di Giovanni Semerano. Altri anni sono trascorsi da allora. Da una prospettiva anche politica di storica dell’antichità questo lavoro, rispondente a una sollecitazione della casa editrice L’Asino d’oro, intende proporre una ricostruzione dell’originale ricerca del glottologo di Ostuni al quale, in successive occasioni, ho dedicato altri interventi su Left. Negli anni il lavoro di Semerano è stato considerato con favore da accreditati archeologi, storici e filosofi, e ha mostrato la sua validità e la sua fertilità, intrecciandosi con il mio modo di concepire e anche di mettere in scena la storia.

Il lettore perdonerà l’andamento sinuoso, rapsodico e a tratti labirintico dell’esposizione, che procede tra mitologia, archeologia, filosofia e filologia, con riprese da una prospettiva diversa di temi già toccati, come la materia, tanto estesa nello spazio e nel tempo, e lo stesso lavoro di Semerano richiedono.
Avendo dedicato questo ultimo decennio allo studio di Antonio Gramsci, il rivoluzionario che giunto a Torino dalla Sardegna ebbe una formazione universitaria di promettente linguista e fu anche un grande scrittore, fin dalla prima lettura delle Lettere dal carcere riscontrai con sorpresa che il lavoro di Semerano costituiva lo sviluppo, certo inconsapevole, di un progetto che il leader comunista aveva formulato nel 1927, all’inizio della sua carcerazione, e che in cella non ebbe poi modo di sviluppare. Da qui partiremo.

In apertura illustrazione di Francesco Del Casino

Il testo di Noemi Ghetti è stato pubblicato su Left, febbraio 2024

Vi ricordate i trenta all’ora a Bologna?

Poiché i numeri hanno l’enorme pregio di essere limpidi nella loro compostezza ecco quelli dati dal Comune di Bologna dopo l’introduzione del limite di trenta chilometri all’ora che ha così infastidito il ministro dei Trasporti Matteo Salvini. Secondo quanto registrato dalla polizia locale nel periodo 15 gennaio-10 marzo ci sono state 73 persone ferite in meno rispetto al 2023, con un calo del 19,4 per cento. Per quanto riguarda le multe per gli eccessi di velocità su 4.500 controlli sono state eseguite 61 multe per il superamento dei 30 km/h e 119 per i 50 km/h.

Nel dettaglio, spiega l’amministrazione, nelle prime otto settimane dall’avvio del progetto sulle strade urbane si sono verificati in totale 377 incidenti, di cui uno mortale; 252 incidenti con feriti – che hanno provocato 304 persone ferite – nessuno con feriti in prognosi riservata e 124 incidenti senza feriti. Nelle stesse settimane del 2023 – dal 16 gennaio al 12 marzo – gli incidenti erano stati in totale 452, di cui 3 mortali, 296 incidenti con feriti – che avevano provocato 377 persone ferite – uno con un ferito in prognosi riservata e 152 senza feriti.

Guardando alle percentuali, si registra un calo del 16,6 per cento degli incidenti totali, un calo del 14,9 per cento di incidenti con feriti, un calo del 19,4 per cento delle persone ferite (che corrisponde a 73 persone in meno rispetto allo scorso anno), un calo del 18,4 per cento di incidenti senza feriti, due incidenti mortali in meno (1 nel 2024 mentre erano stati 3 nel 2023) e un incidente con ferito in prognosi riservata in meno (0 nel 2024, 1 nel 2023). Il calo di pedoni coinvolti in incidenti è del 5,8 per cento (69 erano quelli coinvolti nel 2023, 65 nel 2024). Quanti ai controlli, i veicoli controllati sono stati 4.578: 61 i verbali elevati per superamento del limite dei 30 km/h e 119 quelli per superamento dei 50 km/h (con 2 patenti ritirate).

Il nuovo codice della strada voluto da Salvini va esattamente nella direzione opposta. 

Buon venerdì. 

Contro la strage dei diritti entra in azione l’avvocato Chiton

Uno dei più apprezzati e valenti avvocati del lavoro italiani rivela, nel suo folgorante esordio alla scrittura, un inconsueto talento letterario. L’idea al fondo del libro di Danilo Conte, Per giusta causa, Milieu, (vincitore del Premio Di Vittorio ndr) è tanto semplice quanto politicamente dirompente: trasformare una serie di cause seguite nel corso del tempo da materia consegnata ai freddi verbali giudiziari in una narrazione avvincente, capace di alternare registri opposti e di mescolare dramma e ironia. Non si ha voglia di smettere di leggere, racconto dopo racconto, i casi dell’avvocato Chiton, alter ego dell’autore, e ogni volta si vuol capire fin dove si spingerà il sopruso, il calpestamento di diritti fondamentali, il ricatto, l’estorsione, la disumanità esercitata da manager, padroni, capi e capetti in un crescendo di rabbia e incredulità, perché si è consapevoli che si tratta di storie vere, anzi verissime, per quanto letterariamente trasfigurate. E ogni volta si vuol vedere se alla fine, nelle aule del Tribunale del lavoro, sarà fatta giustizia e sarà data una pur parziale riparazione ai torti subiti dalle protagoniste e dai protagonisti delle vicende, dato che la politica non è capace di offrire alcuna soluzione strutturale, essendo anzi la prima causa della deregolamentazione del lavoro e della strage dei diritti in corso.
Gli sfruttati del settore della logistica e i rider, la pianista assunta per due decenni dal medesimo teatro con 108 contratti “per esigenze temporanee” e i postini precari, i commessi sotto ricatto che devono tornare nel pomeriggio a lavoro gratis e i custodi costretti a far pipì in sacchi di plastica, la modellista mobbizzata per non aver assecondato il capo violento e maschilista e le ricercatrici di un noto istituto spremute per dodici anni da mane a sera, salvo poi essere liquidate sprezzantemente con la complicità bugiarda del barone universitario di turno: queste e molte altre storie spesso terribili, a volte surreali, vengono raccontate in un modo che attribuisce pieno spessore umano ai protagonisti, restituendo loro voce e dignità. Senza raccontare le loro vite precarie e fatte a pezzi, senza descriverne paure, difficoltà e speranze, queste persone sarebbero destinate a rimanere numeri e statistiche. L’operazione letteraria di Danilo Conte è quindi un modo efficace per far comprendere universalmente cosa sta succedendo nel mondo del lavoro, ed è anche una forma di retribuzione, capace di riportare al centro della scena quell’umanità ormai fatta scomparire dai processi e dalle aule dei tribunali, oltre a essere l’omaggio simpatetico di un avvocato verso coloro che mai è riuscito a vedere solo come clienti, nel corso della sua vita professionale.

Con ogni evidenza questa è anche un’operazione politica, che si serve dell’invenzione di un nuovo genere letterario, il “social legal thriller”, per raccontare la strage dei diritti del lavoro del nostro tempo e individuarne i responsabili, mettendone in luce la disumanità, la bassezza, la meschinità. Moltissimi colpevoli di questi casi giudiziari vengono perfettamente descritti in ciascun racconto, dove i nomi sono stati cambiati ma risultano ben chiari i ruoli e le posizioni. Altri colpevoli, invece, restano sullo sfondo e sono però facilmente deducibili. Per giusta causa è infatti anche un testo post-apocalittico, dove l’apocalisse è avvenuta sotto i nostri occhi: dal pacchetto Treu e dalla riforma Fornero fino al Jobs act, il sistema delle tutele e delle garanzie è stato via via polverizzato fino a modificare radicalmente i rapporti di forza fra capitale e lavoro, rendendo più difficile e costoso lo stesso ricorso alla giustizia. Il fine dei mandanti di questa strage era arrivare dove si è effettivamente giunti, ossia a ingenerare paura e ricattabilità in lavoratori sempre più soli e frammentati, sia nel settore privato sia nel settore pubblico, dove parimenti dominano precarietà, appalti ed esternalizzazioni. Una paura e una ricattabilità che attraversa la gran parte delle storie narrate, pur con qualche eccezione, come nel caso dei portuali genovesi, i camalli, che impavidamente si rifiutano di imbarcare componenti di armi destinate alla guerra in Yemen, e che appaiono per l’appunto più un residuo inscalfito del Novecento che una prefigurazione del futuro. E però, nei racconti, oltre alla paura c’è la capacità di dire no e di interrompere abusi e sfruttamento esercitata proprio da lavoratrici e lavoratori che decidono di rompere lo schema, e che si rivolgono all’avvocato Chiton-Conte per ottenere giustizia in tribunale. E c’è infine anche un’altra paura, quella mostrata stavolta da chi sfrutta rispetto alla capacità dei lavoratori di organizzarsi in forme combattive e conflittuali; come dirà un collega della controparte a Chiton, in un dialogo realmente avvenuto: «Con te non faccio giri di parole. Meglio essere chiari: non assumeremo mai uno del sindacalismo di base, questo ci infetta tutti gli altri. Piuttosto lo paghiamo per stare a casa, ma questo in azienda non ci mette piede».
Nel corso della lettura si sorride, si riflette amaramente, si strabuzzano gli occhi, si matura un’autentica simpatia per l’avvocato Chiton e per la figlia Martina, ma sopratutto ci si arrabbia oltremodo. Ci si arrabbia per le violenze raccontate, per l’esercizio sfrontato di potere e dominio – talvolta micropotere e microdominio – messo a nudo da Chiton-Conte, e ci si indigna per la “mancanza di limite” e di pudore da parte dei responsabili e dei colpevoli inchiodati e svergognati in questi racconti giudiziari. Il libro pur ambientato fra le macerie del diritto del lavoro non lascia mai l’amaro in bocca: racchiude speranza sulla possibilità di costruire legami e sulla capacità di ribellione dei singoli, magari una ribellione e una disobbedienza originata da un moto di coscienza. Torna nel testo il tema della “responsabilità” e della parte che ciascuno di noi può giocare nella trasformazione del mondo. Non è un caso che il libro si chiuda con l’episodio già menzionato dei camalli che scioperano perché non vogliono neppure un frammento di correità nella morte di persone innocenti in una parte remota del pianeta, una vicenda che ha più di un significato considerato che l’autore, pacifista, è stato anche responsabile nazionale Arci per la formazione al servizio civile e per anni ha indirizzato gli obiettori di coscienza al servizio militare in varie strutture del Paese. I portuali vinceranno ed Eleonora, la modellista mobbizzata, riuscirà ad aprire la prima “sartoria sociale” in grado di ricucire anche le relazioni umane; Chiton-Conte, nel frattempo, si perde nei vicoli di Genova, «e fu in quel preciso istante che sotto i suoi passi gli parve di sentire la terra cantare».

Perché la possibile cessione di Agi dice molto di quello che siamo

I colleghi dell’Agi, la seconda agenzia di stampa più importante in Italia, hanno proclamato due giorni di sciopero contro la possibile cessione della testata al gruppo del deputato leghista e ras delle cliniche nel Lazio Antonio Angelucci. L’Eni, proprietaria dell’agenzia, ha provato a calmare gli animi con un comunicato che nega le trattative. 

Anche se da fuori la vicenda sembra roba da giornalisti (e tra giornalisti) l’interlocuzione tra Agi e Angelucci è una questione politica e dice molto del Paese che siamo. Angelucci più che deputato è l’editore di un polo editoriale di destra che a oggi comprende Libero, Il Giornale e Il Tempo. Tra gli azionisti dell’Eni che potrebbe vendere Agi c’è il ministero della Finanze guidato da Giancarlo Giorgetti che è anche compagno di partito del potenziale acquirente Angelucci. Per le leggi vigenti potrebbe aprire un’istruttoria sull’operazione che interesserebbe un ramo strategico anche Palazzo Chigi dove ha lavorato fino a pochi mesi fa come portavoce della presidente del Consiglio Mario Sechi, ex direttore di Agi e oggi direttore di Libero. Era stato Sechi a spingere alla direzione dell’Agi Rita Lofano, che era sua vice, quando lui decise di diventare portavoce di Giorgia Meloni. Rita Lofano proprio oggi partecipa al lancio dell’associazione delle giornaliste di centrodestra fortemente voluta da Giovanna Iannello, storica addetta stampa proprio di Giorgia Meloni. 

Alessandra Costante, segretaria della Fnsi, ieri ha detto che l’informazione non dovrebbe “essere coinvolta in conflitti di interesse”. Pd e M5s hanno presentato due interrogazioni sul caso. È l’editoria italiana, bellezza. 

Buon giovedì.