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Costituzione e diritti delle donne. Il fil rouge dell’emancipazione

Vorrei ragionare sul rapporto fra donne e Costituzione, mettendo al centro l’emancipazione, incrociando così il titolo di questi due giorni di incontri, Libere di essere. Donne resistenti ieri e oggi. Nella Costituzione la nostra emancipazione e la nostra libertà, con il cuore della Costituzione, l’articolo 3, comma 2, che disegna un progetto di emancipazione, sia personale («il pieno sviluppo della persona umana») sia collettiva («l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese»).
Non solo: l’art. 3, co. 2, Cost., fonda i diritti nel senso che proclama l’uguaglianza sostanziale, quale terreno dal quale germogliano i diritti sociali (istruzione, lavoro, salute, …), e in quanto sancisce l’effettività dei diritti, ovvero il loro carattere concreto, la loro materialità, connotando in senso sociale la democrazia.
Non ho la pretesa di addentrarmi, ragionando di diritti delle donne, nelle tesi del pensiero femminista, mi limito tuttavia a osservare come molte declinazioni trovino spazio nella Costituzione, che si pone come compagna nelle lotte delle donne. Si pensi al pensiero fondato sul principio antidiscriminatorio (nel segno dell’universalità dei diritti, a partire dalla rivendicazione del voto); al femminismo fondato sul principio della differenza (la valorizzazione delle differenze e la denuncia della falsità della presunta astrattezza); al femminismo che insiste sul principio di antisubordinazione, ovvero sulla lettura del patriarcato come assetto di potere e sulla trasformazione sociale; al femminismo del simbolico (con la centralità del discorso sul materno).
Non intendo nemmeno ricostruire il rapporto delle donne con i singoli diritti, dal lavoro alla salute all’istruzione alla questione della parità nella rappresentanza politica, o trattare del tema delle azioni positive, vorrei invece ragionare mantenendo l’art. 3, co. 2, Cost., e l’emancipazione come fil rouge del rapporto fra donne e Costituzione, insistendo sulle convergenze che si possono riscontrare fra diritti delle donne e costituzionalismo. In primo luogo, una precisazione: l’uguaglianza della Costituzione, nel tendere al «pieno sviluppo» della persona e nel contesto di un approccio sostanziale ed effettivo si traduce in “libera uguale diversità” o in una “effettiva libera diversità”. Si ragiona, in altri termini, di una uguaglianza che si distingue dall’omologazione e dalla semplificazione omogeneizzante; le quali, sia consentita una breve digressione, rappresentano uno dei mali del nostro tempo: stanno uccidendo il pensiero critico, stringendolo nella morsa dicotomica amico, legittimato, versus nemico, delegittimato (come insegna la guerra, in Ucraina, come a Gaza) e privandolo della profondità della contestualizzazione storica. Ancora, l’uguaglianza della Costituzione poggia – necessariamente – sulla liberazione dagli ostacoli, ovvero si prefigge di tutelare le differenze al netto dei condizionamenti economici e sociali, e si pone su un piano concreto, non astratto. La prospettiva dell’art. 3, co. 2, Cost., implica una contestualizzazione del discorso sulle asimmetrie di genere nella materialità del complesso della realtà sociale ed economica: in una parola, la considerazione della donna come “persona situata”. La considerazione delle disuguaglianze sociali ed economiche, quindi, conduce alla prospettiva dell’intersezionalità e si presenta come nodo centrale, che esplicita la connessione fra i diversi profili dell’emancipazione. Quanto sin qui osservato rende evidente, per inciso, la distanza rispetto alla prospettiva del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che imposta il discorso delle disuguaglianze di genere in un’ottica funzionalista rispetto alla crescita economica, con un approccio ordoliberale e all’interno di una razionalità neoliberista: per tacere della considerazione che, come “effetto collaterale”, insistere sulle diseguaglianze di genere può occultare le diseguaglianze di classe, ovvero di condizioni economiche e sociali. La visione del Pnrr trova una sintesi nelle immagini della “donna come capitale umano” e della “parità di genere per il Pil”, per cui, ad esempio, in coerenza con un Piano centrato sulla figura dell’impresa, si insiste sulle misure relative all’imprenditoria femminile (Missione 5 del Pnrr) e sull’empowerment nelle «condizioni competitive». Si assiste, per dirlo con le parole di bell hooks, ad una «mercificazione del pensiero femminista», con il rischio che, come accaduto ad altri concetti (per tutti, “sviluppo sostenibile”), l’uguaglianza di genere venga cooptata e mistificata, privata del suo potenziale trasformativo. Non si tratta di incrementare la competitività delle donne, ma di garantire l’emancipazione, il «pieno sviluppo della persona» e l’«effettiva partecipazione» (art. 3, co. 2, Cost.). Questo, nella consapevolezza, si ribadisce, che occorre considerare la condizione femminile nel suo legame con le disuguaglianze sociali ed economiche, nella consapevolezza della complessità e della connessione degli ostacoli ad una effettiva liberazione, che causano un aumento esponenziale delle disuguaglianze (l’orizzonte dell’intersezionalità). È una lettura che si accompagna all’assunzione dell’uguaglianza come «principio di anti subordinazione» e va oltre la dimensione antidiscriminatoria.
La rimozione dello stato di subordinazione – subalternità per utilizzare un lessico gramsciano – innesta «un processo circolare di ri-definizione di tutti i soggetti coinvolti», così come della stessa norma: tuttavia intendo qui evidenziare non tanto la ridefinizione dell’universale che questo comporta, quanto sottolineare come la disuguaglianza di genere sia parte di un insieme di disuguaglianze “di classe” e come il suo superamento sia strettamente connesso con un progetto di trasformazione sociale in senso ampio.

Intersezionalità e convergenza
Da un lato, dunque, l’emancipazione femminile non può prescindere dalla considerazione della pluralità e dell’incrocio delle disuguaglianze da superare: il discorso dell’intersezionalità, per cui, esemplificando, l’oppressione deriva congiuntamente dall’essere donna, nera, precaria.
Dall’altro, emerge come esista un idem sentire fra le lotte contro l’oppressione di genere e le proteste per la dignità del lavoro, le rivendicazioni per il diritto alla casa, le azioni di disobbedienza civile in nome dell’ambiente, la denuncia contro la violenza dei confini: ad unire è la lotta contro il dominio e un progetto di trasformazione della società.
L’intersezionalità, in altri termini, si configura come interconnessione e trasversalità delle lotte contro l’oppressione. Il femminismo si pone nel conflitto sociale “dalla parte degli oppressi”, si situa nella galassia dei “contropoteri”, è parte di un “blocco storico”, ovvero di una classe intesa in senso trasversale, che mira a costruire una egemonia incardinata nell’uguaglianza e nell’emancipazione.
Un piccolo esempio: il reddito di autodeterminazione proposto dal movimento Non Una Di Meno. È una misura concepita come strumento di indipendenza e sostegno per uscire da relazioni violente e da stati di sopraffazione (familiari e lavorativi), ovvero ad un tempo mezzo di autonomia e liberazione rispetto alla violenza di genere, ma anche contro lo sfruttamento, i ricatti del lavoro, la precarietà.
Emblematica, in tal senso, ampliando lo sguardo, è la Carta del contratto sociale del Rojava, che connette democrazia, ecologismo, giustizia sociale, autodeterminazione dei popoli e liberazione delle donne.
Le disuguaglianze di genere denotano uno stato di subalternità, che è lo stesso delle condizioni servili dei lavoratori della logistica e dei braccianti agricoli, o della vulnerabilità che contraddistingue la persona migrante.
L’uguaglianza di genere è parte dell’uguaglianza in sé e condivide il suo precipitato: ossia l’essere contro la sottomissione e l’oppressione (che sia di genere, di classe, coloniale, postcoloniale, in versione estrattivista, …). L’elemento che accomuna, allora, estremizzando, è nell’essere donna che subisce uno stato di subordinazione, ma nello stesso tempo è (anche) oltre l’essere donna, ed è il rapporto di oppressione, di dominio, sono le condizioni sociali.
Non si intende sminuire il quid proprio della lotta delle donne ma andare alla sua radice così da vedere nitidamente gli ostacoli e le trappole che si incontrano lungo il cammino e trovare sinergie e alleanze, costruire convergenze.
Le donne appartengono storicamente alla «tradizione degli oppressi» e nell’eterna lotta della storia tra oppressori ed oppressi si situano “dalla parte degli oppressi”, con un portato controegemonico rispetto allo “stato delle cose presente”.
Sono due, dunque, gli elementi, connessi, che si possono evidenziare e sintetizzare nelle locuzioni: “intersezionalità delle disuguaglianze” e “trasversalità, ovvero convergenza, delle lotte contro il dominio”.
Il tracciato seguito riporta al punto di partenza: al costituzionalismo emancipante, che ha nella sua essenza il superamento delle disuguaglianze e la trasformazione della società, all’art. 3 della Costituzione, alla volontà di rimuovere gli ostacoli e liberare le differenze.

Il senso del collettivo
Altri elementi ancora, che accomunano la Costituzione e il femminismo sono il legame sociale e il senso del collettivo. Esiste una vicinanza fra la ricostituzione di legame sociale, del senso del collettivo, che si incontra spesso nei movimenti delle donne, e la prospettiva di chi rifiuta la concezione thatcheriana del “la società non esiste”, rivendica l’importanza della comunità e delle relazioni contro l’atomizzazione della società, sostiene la centralità dei soggetti collettivi in luogo della figura solitaria dell’imprenditore di sé stesso, così come assume e pratica la solidarietà e rifugge la competitività, ovvero rifiuta l’egemonia del neoliberismo, con il suo individualismo sfrenato, iconicamente rappresentato, ça va sans dire, da un uomo bianco, maschio e possidente. Si affaccia qui altresì, come elemento che unisce le lotte delle donne e la Costituzione, la centralità delle relazioni, ovvero l’idea di una persona che non è una monade isolata ma vive contestualizzata nel rapporto con altre persone e gruppi sociali; è l’immagine di una comunità fondata su diritti e doveri (art. 2 Cost.), laddove principio personalista e principio di solidarietà si illuminano a vicenda. Un elemento che percorre spesso i movimenti femministi, nella consapevolezza della difficoltà di generalizzare approcci differenti, è il richiamo alla comunità, alla partecipazione, all’azione come soggetto collettivo (nel rispetto delle persone, nella loro pluralità, che lo animano); così come nell’attenzione al soggetto, all’identità, si nota un aspetto relazionale e sociale lontano da un individualismo bellicoso e da una soggettività solipsistica.
La centralità dell’aspetto relazionale è consonante rispetto ad un concetto di dignità come sociale (art. 3, co. 1, Cost.) e ad un’identità non ripiegata su sé stessa ma costruita nella società (ritornano i discorsi dell’intersezionalità e della convergenza) e proiettata nella società.
Il senso del “collettivo” e di una identità “soggettiva-sociale” trova riscontro in un progetto costituzionale di emancipazione dove sono complementari il «pieno sviluppo della persona» e l’«effettiva partecipazione» (art. 3, co. 2, Cost.), ovvero l’idea di un processo di liberazione di ciascuno e di tutti, nella valorizzazione delle differenze ma anche nella consapevolezza dell’appartenenza ad una comunità.
La prospettiva, in altri termini, non è quella di una self made woman, o di tante self made women in (implicita) competizione con il self made man e con le altre self made women, ma di un percorso collettivo che mira a una liberazione e al riconoscimento di una pari dignità sociale per tutte e tutti.
Per essere chiara, con una battuta, femminismo non è certo “il presidente del Consiglio” Giorgia Meloni che rompe il soffitto di cristallo per sé, con il suo corredo di fascismo e conservatorismo “Dio, Patria e famiglia”, ma creare un terreno fertile per l’emancipazione collettiva.

Il costituzionalismo come compagno nella lotta delle donne
Le donne, dunque, incontrano sulla via il costituzionalimo e il costituzionalismo si presenta come loro naturale compagno. In comune vi sono, sintetizzando, il perseguire un progetto di emancipazione insieme personale e sociale e l’appartenenza ad un cammino tracciato sulla rotta dell’uguaglianza, contro il dominio, ma anche un approccio che si sostanzia nell’attenzione al dato reale, con la demistificazione di una artificiale neutralità.
Ancora: la lotta contro il dominio tende alla «pari dignità sociale» (art. 3, co. 1, Cost.), non alla “conquista del potere”, e, in quanto tale, si situa nello spazio della limitazione del potere proprio del costituzionalismo.
Non si tratta di sedersi tra gli oppressori, in aderenza ad un approccio di genere incentrato sui “posti da occupare”, spesso inscritto in un orizzonte elitario, ma di scardinare i meccanismi di dominio, limitando (ed equilibrando) il potere, attraverso un processo di emancipazione di ciascuna e ciascuno e di tutte e tutti.
Una Costituzione, come quella italiana, che disegna una democrazia fondata sul riconoscimento del conflitto e che si situa “dalla parte degli oppressi”, nel mondo del lavoro come nella società, con l’obiettivo di una eguaglianza effettiva, non può che essere una leale alleata nelle lotte delle donne. Rovesciando il discorso, i movimenti delle donne possono trovare nel costituzionalismo un punto di appoggio, un compagno di strada, uno spazio nel quale riconoscersi nell’orizzonte di una liberazione che tenga conto della complessità dell’essere situata della persona e, quindi, della trasversalità dei processi di emancipazione. Come affermava Teresa Mattei, partigiana e costituente: «È nostro convincimento, che, confortato da un attento esame storico, può divenire certezza, che nessuno sviluppo democratico, nessun progresso sostanziale si produce nella vita di un popolo se esso non sia accompagnato da una piena emancipazione femminile». Una precisazione, tuttavia, è necessaria: quanto osservato si verifica quando le lotte delle donne, il femminismo, o, meglio, tenendo conto della loro pluralità, i femminismi, si situano “contro il dominio”, esprimendo una volontà trasformativa rispetto ai rapporti di genere, che è congruente e parte (con le sue peculiarità) di un processo di emancipazione della società. Esiste, infatti, ed è in crescita, anche un “femminismo neoliberista”, con una connotazione individualista ed elitaria, che si muove nello spazio della meritocrazia.
L’impostazione delle rivendicazioni di genere come parità di accesso ai privilegi di una società disuguale è una mistificazione dell’uguaglianza di genere e non è l’uguaglianza del costituzionalismo.
Analogamente, si tradiscono l’obiettivo di una effettiva uguaglianza, e il costituzionalismo, quando eventuali misure siano previste unicamente come ammortizzatori sociali (con l’abbandono di un intento emancipativo), o evocando un ottocentesco approccio caritatevole, o quando l’insistenza sulla libertà (negativa) occulti i diritti sociali. Il conflitto, in tali casi, è neutralizzato e con una eterogenesi dei fini sussunto nella razionalità dominante.
Una effettiva uguaglianza di genere non può che costruirsi nel contesto di una trasformazione complessiva della società, di tutti i suoi assetti fondati sul dominio, sociali (dai rapporti di lavoro alle gerarchie sociali passando per le discriminazioni razziste), economici (la strutturale disuguaglianza e l’estrattivismo del capitalismo) e politici (la verticalizzazione e concentrazione del potere, della cui cultura è espressione il disegno di legge costituzionale sul “premierato” in discussione).
Chiudo, ancora con le parole della resistente Teresa Mattei, limpide nell’evidenziare il nesso fra antifascismo, giustizia sociale ed emancipazione delle donne: «trova posto, nell’articolo 7 (n.d.r.: ora art. 3), la non meno solenne e necessaria affermazione della completa eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di condizioni sociali, di opinioni religiose e politiche. Questo basterebbe, onorevoli colleghi, a dare un preminente carattere antifascista a tutta la nostra Costituzione, perché proprio in queste fondamentali cose il fascismo ha tradito l’Italia, togliendo all’Italia il suo carattere di Paese del lavoro e dei lavoratori, togliendo ai lavoratori le loro libertà, conducendo una politica di guerra, una politica di odio verso gli altri Paesi, facendo una politica che sopprimeva ogni possibilità della persona umana di veder rispettate le proprie libertà, la propria dignità, facendo in modo di togliere la possibilità alle categorie più oppresse, più diseredate del nostro Paese, di affacciarsi alla vita sociale, alla vita nazionale, e togliendo quindi anche alle donne italiane la possibilità di contribuire fattivamente alla costituzione di una società migliore, di una società che si avanzasse sulla strada del progresso, sulla strada della giustizia sociale».

L’autrice: Alessandra Algostino è professoressa ordinaria di Diritto costituzionale presso l’Università di Torino

Nella foto: il voto delle donne al referendum del 1946 (wikipedia)

Questo testo è pubblicato nel libro di Left Resistenti. Storie di donne libere di essere in collaborazione con il Coordinamento donne dell’Anpi

Il business delle armi non conosce tregua

L’invasione russa in Ucraina e la nuova esplosione del contesto Mediorientale, in particolare con l’attacco militare su larga scala di Israele a Gaza, hanno in un certo senso rimesso la guerra nel fuoco di attenzione dell’opinione pubblica occidentale. Non che i conflitti armati fossero spariti dalla faccia della Terra e ci fosse prima uno stato di pace: troppe altre guerre “vecchie” (Siria, Libia, contesti come Iraq e Afghanistan) e “nuove” (Nagorno Karabakh, Sudan, le situazioni di tensione in Sud America e nel Sudest asiatico) continuano ancora oggi ad essere ignorate. Nonostante le numerose vittime e i devastanti impatti riverberanti. D’altronde i dati ci dicono come il tasso di sicurezza globale sia in continuo calo (proprio perché i conflitti armati sono in aumento) e che il 2022 sia stato l’anno con maggiori morti a causa di violenza organizzata da almeno 30 anni. E il 2023 ancora peggio…

Un aspetto strutturale e cruciale di questo stato di conflitto e insicurezza permanente è quello della dimensione economica e di guadagno “esplosivo” per alcuni centri di potere e capitale. Alcune ricerche condotte da Rete pace disarmo avevano già sottolineato, dopo i primi mesi del conflitto in Ucraina, una robusta crescita in Borsa delle industrie militari in seguito alle decisioni internazionali prese in quel contesto. Un calo momentaneo si era configurato solo come pausa tecnica di “realizzo profitto” sul mercato finanziario, a dimostrazione del fatto che molte delle dinamiche di questo comparto hanno poco a che fare con politica, relazioni internazionali o grandi questioni come democrazia e diritti.
Non a caso l’acuirsi delle tensioni su molti scacchieri, spesso opportunamente alimentate, era esplicitamente indicato come opportunità e prospettiva di guadagno dai manager delle principali aziende militari. Che ne parlavano apertamente già ben prima del febbraio 2022.

La situazione attuale conferma questa lettura; anzi, una recente analisi del Financial Times sui dati tendenziali di borsa ne fornisce una dimostrazione che va oltre il livello di banali e consueti luoghi comuni. La media dei titoli del “settore Difesa” ha visto sperimentato un aumento del 25% nel corso del 2023; in particolare l’indice europeo Stoxx per aerospazio e difesa è salito di oltre il 50%. Dobbiamo però sempre ricordare che la tendenza azionaria è solo un indicatore indiretto degli affari armati, che si basa su una “previsione di guadagno” che ingolosisce investitori e speculatori più concretamente basata sui dati del portafoglio ordini, che sono in tal senso molto più significativi. Secondo i dati del quotidiano della City, riguardanti 15 tra le principali aziende militari, alla fine del 2022 (ultimo anno con dati completi disponibili) il totale degli ordini confermati era di 777,6 miliardi di dollari, in aumento sui 701,2 miliardi di dollari di due anni prima. Tendenza proseguita anche nei primi sei mesi del 2023 (con 764 miliardi di dollari già confermati), il che evidenzia come ci si trovi solo all’inizio di una nuova età dell’oro per l’industria militare.

Che però non nasce negli ultimi due anni, ma ha radici più profonde e lo si capisce bene considerando altri dati rilevanti. A fine dicembre il Sipri di Stoccolma (Istituto internazionale di ricerche sulla pace ndr) ha diffuso la sua lista annuale delle prime 100 aziende militari al mondo, riferita al 2022. L’analisi evidenzia un fatturato totale di poco meno di 600 miliardi di dollari che è rimasto in linea con l’anno precedente proprio perché l’industria non è stata ancora in grado di “assorbire” il grande salto, ormai già deciso, della spesa militare globale (che, va ricordato, proprio nel 2022 ha raggiunto al massimo storico di 2.240 miliardi di dollari). I motivi sono prettamente tecnici (riorganizzazione della produzione, implementazione di nuovi impianti, difficoltà nell’approvvigionamento di materie prime, necessità di adattare la logistica) perché dal punto di vista decisionale non ci sono certo nubi all’orizzonte per gli affari armati. D’altronde i tempi delle decisioni politiche sui bilanci pubblici e delle tempistiche su ordini, contratti e dettagli tecnici sono così lunghi che pure l’invasione russa di quasi due anni fa si sta oggi appena manifestando nel portafoglio ordini e quindi pochissimo nei fatturati. A parte ovviamente per quel tipo di materiali con immediata richiesta a seguito di conflitti ad alta intensità (come il munizionamento o le artiglierie, lo abbiamo visto in Ucraina) o per le produzioni particolarmente innovative (i droni, come sperimentato ormai dappertutto).

Per capire davvero cosa succede nel campo dell’industria militare abbiamo dunque bisogno di uno sguardo più allargato anche sul passato, che sappia cogliere una dinamica molto più elaborata e non dipendente solo da situazioni di conflitto specifiche. Non dobbiamo commettere infatti l’errore di considerare occasionali delle scelte che sono invece strutturali: che si facciano passare come “eccezionali” (dalla politica e dagli interessi armati) dipende solo dall’approccio di propaganda scelto per farle digerire senza proteste alle opinioni pubbliche di tutto il mondo. La retorica politica di sostegno alle armi, prima invece tendenzialmente occultato, è la vera novità che si è resa visibile nel comparto militare dopo la pandemia di Covid-19, mentre l’enorme crescita degli affari armati non è di certo iniziata due anni fa. Ancora una volta lo dimostrano plasticamente i dati del Financial Times sul portafoglio ordini delle prime 15 aziende militari: abbiamo già scritto come siano cresciuti di oltre il 10% negli ultimi due anni, ma il salto veramente “esplosivo” si è avuto già prima: l’aumento negli ultimi otto anni è stato del 76%, dai 441,8 miliardi nel 2015 ai già citati 777,6 del 2022.

Ancora una volta il motore di tutto è la crescita della spesa militare, ormai “sdoganata” e non più nascosta. Come notato con precisione dal recente Rapporto Arming Europe, pubblicato da Greenpeace, nell’ultimo decennio (2013-2023) le spese militari hanno registrato in Europa un aumento record di 14 volte superiore a quello del Pil (+46% nei Paesi Nato-Ue, +26% in Italia) trainato soprattutto dall’acquisto di nuove armi (+168% nei Paesi Nato-Ue; +132% in Italia). A livello globale la spesa militare è praticamente raddoppiata dal 2001 in poi, sperimentando un trend di crescita più forte soprattutto nell’ambito del procurement militare di nuovi sistemi d’arma. La già citata Sipri Top100 Arms ha visto un fatturato raddoppiato nello stesso periodo, e la crescita dal 2015 (da quando vengono valutate anche le aziende cinesi) è del 14%.

Non è un caso quindi che il trend in Borsa dell’industria militare post 2001 (beneficiando delle scelte legate alle “guerre infinite al terrorismo”) sia ancora più spaventoso di quello recente. Ad esempio un’azione di Lockheed Martin o di Northrop Grumman è passata da meno di 30 dollari ai 450 attuali, quella di General Dynamics da 27 a 250. Una di Rheinmetall valeva 10 euro ed ora ha un prezzo di oltre 300 e pure Leonardo (nonostante un calo fisiologico per motivi contingenti e specifici durante la dismissione del proprio civile) negli ultimi dieci anni ha decuplicato il proprio valore azionario.
Il che rafforza la tesi che si tratti di dinamiche strutturali, non episodiche, alimentate da scelte politiche sorrette da retoriche appositamente ideate per portare alla formazione di un complesso di cui oggi occorre allargare la denominazione: “militare-industriale-finanziario”. Ben diverso da quello del XX secolo. Tra i principali azionisti delle maggiori aziende di armi troviamo infatti sempre gli stessi nomi, quelli di “mega fondi” come BlackRock, Vanguard, Capital Group, Wellington, State Street, Jp Morgan… il che suggerisce anche l’idea che non sia certo la “concorrenza” la base di questo settore. Anzi.

Riassumendo: solo valutando un trend più esteso e articolato (in cui si mettono in connessione dati diversi) si può rafforzare l’intuizione quasi banale di un continuo sfruttamento della guerra (e di tutto quanto ne deriva, anche in termini di sofferenza e distruzione) da parte di certi attori. Per poter cercare di contrastare efficacemente la propaganda armata di chi ha interessi in questo campo e della politica ormai succube di questo mantra che non migliora di certo la condizione di sicurezza o di pace del mondo.

L’autore: Francesco Vignarca è coordinatore Campagne della Rete italiana Pace Disarmo

L’articolo è stato pubblicato sul numero di Left di febbraio 2024

Lo sguardo di Celine Song, fra arte e vita

New York. Interno notte. Una donna e due uomini siedono al bancone di un bar. Qualcuno, che non vediamo, commenta il loro incontro, interrogandosi sulla natura del loro rapporto, che possiamo ancora solo intuire. Fino alla scoperta, sorprendente, di riconoscersi parte di un medesimo viaggio.
Presentato in anteprima al Sundance film festival, e nelle sale dallo scorso 14 febbraio distribuito da Lucky Red, Past Lives, acclamata opera prima della regista sudcoreana Celine Song, colpisce, prima di tutto, per la capacità delle immagini di mettere in moto memorie e sensazioni – intense quanto impalpabili -, di frugare nell’intimità inconsapevole dello spettatore, svelando e rivendicando una tra le esigenze primarie del cinema: la ricerca di sempre nuove e profonde connessioni tra visione e rappresentazione. Tra arte e vita.
Past Lives è ispirato a una vicenda personale della regista, drammaturga di spicco della scena teatrale newyorkese. È la storia di Nora (Greta Lee) e Hae Sung (Teo Yoo), due amici d’infanzia che, all’età di dodici anni, si separano quando la famiglia della ragazza decide di lasciare la Corea del Sud per trasferirsi in Canada. Ritrovatisi dieci anni dopo, Nora e Hae Sung instaurano un rapporto a distanza fatto di messaggi online e di videochiamate, interrotti infine dalla giovane donna, aspirante scrittrice, decisa a perseguire, liberamente, sogni e ambizioni («perché i coreani non vincono il premio Nobel per la letteratura» era stata la risposta incisiva di una già determinata e tenace adolescente Nora alla richiesta dei compagni di scuola delle motivazioni che la portavano ad andare via da Seoul). Fino all’incontro in una New York iconica quanto nostalgica, dove Nora vive con il marito Arthur (John Magaro), conosciuto anni prima in una residenza per artisti.
La circolarità del racconto, suddiviso in tre atti, pone in primo piano l’evoluzione interna dei personaggi, delineandone un sotto testo poetico che permette a Celine Song di esplorarne sfumature, dettagli e note emotive, anche solo mediante gesti, movimenti e sguardi.
Durante la performance di The Artist is Present – che Greta Lee afferma di aver visto più volte durante la preparazione del film -, Marina Abramović siede in silenzio e condivide lo sguardo con i partecipanti, tra cui il suo ex marito, l’artista Ulay, che non vedeva da decenni. «È come se ci fosse un posto dentro di te dove non posso andare» confessa Arthur a Nora che, soltanto nella percezione di sé stessa nel rapporto con l’altro, può finalmente ritrovare, attraverso i luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza, una via d’accesso alle autentiche corde del sentire, e scovarvi il senso più profondo dei rapporti e delle separazioni, come evocato dall’inquadratura – un vero tuffo al cuore – che mostra ancora una volta i due amici uno di fronte all’altra in una stradina di Seoul. Una storia d’amore e di separazione: una questione che ci riguarda tutti.

Foto di Maxpoto – https://www.youtube.com/watch?v=kA244xewjcI, Copyrighted, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=9884220

L’autonomia differenziata non differenzia. Rende disuguali

Illustrazione di Fabio Magnasciutti

Nell’ambito della campagna di Left contro l’autonomia differenziata pubblichiamo il testo dell’audizione del costituzionalista e giurista Giovanni Russo Spena da parte della Prima Commissione Camera dei Deputati

Come membro dei comitati contro ogni autonomia differenziata e come attivista dei giuristi democratici esprimo valutazioni radicalmente e scientificamente critiche contro il disegno di legge Calderoli, che rischia di diventare legge tra pochissimi giorni. Ci battiamo da anni contro questa grave eversione costituzionale e continueremo a farlo in tutte le forme istituzionali, sindacali, conflittuali possibili. Non credo, infatti, che sia costituzionale trasformare, di fatto, il diritto di cittadinanza in “ius domicilii”, come lo chiama Giovanni Moro, subordinando la quantità e la qualità della fruizione dei diritti alla dimora o alla residenza. È questo, purtroppo, il nucleo fondante del progetto Calderoli. Il tutto nasce dalla sciagurata controriforma, voluta anche dal centrosinistra, del Titolo quinto della Costituzione nel 2001. Ero parlamentare nel 2001; feci, a nome del mio gruppo, la dichiarazione di voto contraria ad una controriforma che il grande costituzionalista Gianni Ferrara giudicò «un raro caso di insipienza giuridica e politica».

Sottolineo, per brevità, solo tre profili di illegittimità costituzionale.

a) Si frantuma l’unità nazionale in una “miriade di staterelli”. Vengono sovvertiti spirito e lettera dell’articolo 5 della Costituzione , che inquadra l’autonomia come autodeterminazione e autogoverno all’interno della «Repubblica una e indivisibile». Nel disegno di legge Calderoli l’autonomia è differenziazione, diseguaglianza, isolamento egoistico. Si crea un caos normativo, si destruttura il legame sociale. La prima parte della Costituzione viene, nei fatti, cancellata.

Il legame tra tasse e territori è la negazione del principio, per me fondativo, dell’orizzonte distributivo. Lo sviluppo duale Nord/Sud, già drammatico, diventa strutturale. Un esempio eclatante, in una materia delicatissima per la formazione sociale, è dato dalla sanità, anche perché, con i Lea (livelli essenziali di assistenza), la sanità è già da anni fortemente “differenziata”. Secondo la Fondazione Gimbe, che è una autorità scientifica nel settore, l’attuazione «di maggiori autonomie in sanità…non potrà che amplificare le disuguaglianze già esistenti» (Qui il rapporto Gimbe). Le quali si evidenziano nella minore speranza di vita nel Sud e nella mobilità sanitaria dal Sud al Nord. Uno dei rischi principali è costituito dalle sperequazioni e dalle gabbie salariali e dai contratti regionalizzati «con una fuga dei professionisti sanitari verso le regioni in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose». La sanità, nel Mezzogiorno, subirebbe il definitivo collasso. Ma, quel che è peggio, verrebbe dato «il colpo di grazia al Servizio sanitario nazionale». L’allarme viene lanciato perfino dalle Confindustrie meridionali.  Dove è, mi chiedo, il “fondo perequativo” previsto dall’articolo 119 della Costituzione? Questa è l’autonomia delle disuguaglianze, anzi la sistematizzazione giuridica e amministrativa delle disuguaglianze!

b) Voglio anche ricordare il puntuale giudizio della Banca d’Italia: si crea, con il progetto Calderoli, «una cornice normativa più complessa e disomogenea, un caos normativo, con conseguente incertezza del diritto e con inevitabili riflessi sulla stessa vantata efficienza e sui costi». Molto puntuali sono stati anche i dubbi esternati dai tecnici del servizio del Bilancio, cha ha rotto la falsa propaganda governativa che con l’autonomia differenziata hanno tutte e tutti da guadagnare. «Ci sarebbe – è la sintesi di un loro accurato lavoro – una forte crescita del bilancio regionale ed un ridimensionamento di quello statale. Così sarà difficile che il sistema tenga». Il governo risponde a questa decisiva obiezione con una presunta perequazione verticale, assegnando, cioè, allo Stato il compito di colmare i divari con proprie risorse. Ma queste risorse non vi sono e non sono previste nei documenti di bilancio della legislatura. Tra l’altro, come ha ricordato la Corte dei Conti, questo «comporterebbe oneri aggiuntivi insopportabili per le finanze pubbliche». Oneri che sarebbe difficile finanziare senza il contributo indispensabile delle regioni più ricche. Ma cosa accadrebbe (domanda a cui il governo non risponde mai) se tutte le regioni chiedessero l’autonomia sulle 23 materie consentite? Ha risposto, nel maggio 2023, lo stesso dipartimento per gli affari giuridici di Palazzo Chigi, in un parere nascosto e inascoltato dal governo: «Se tutte le Regioni chiedessero di gestire da sole 23 materie, questo potrebbe ripercuotersi sugli uffici e sulle strutture dell’amministrazione statale centrale e periferica, preposte allo svolgimento delle funzioni legislative ed amministrative trasferite». Forte sarebbe l’impatto (lo dico da amministrativista) sulle amministrazioni statali interessate «in termini di soppressione o ridimensionamento degli uffici e delle strutture». In definitiva, se ogni Regione gestisce la sua scuola, le sue infrastrutture, i suoi porti, le sue reti energetiche, le sue finanze, con il trasferimento di 500 competenze, cosa resterà della statualità italiana? La stessa Inps ed il ministero del Lavoro avvertono che il progetto Calderoli rischia di trasferire competenze previdenziali che sono, invece, di esclusiva competenza centrale.

c) In Costituzione è forte il rapporto tra risorse e diritti. Penso all’articolo 117 Cost. Ricordo la sentenza della Corte costituzionale 275 de 2016: «è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione». Del resto, l’articolo 119 Cost. prevede un fondo perequativo e la pregiudiziale rimozione degli squilibri economici e sociali. L’autonomia differenziata, invece, riproduce ed alimenta le disuguaglianze regionali e sociali . Non “differenzia”, rende diseguali. Quella dei Lep (livelli essenziali di prestazioni), poi, è un’ambiguità insopportabile: sono uno strumento di garanzia dei diritti o uno strumento di dismissione delle tutele dei diritti stessi? Sappiamo che la determinazione dei Lep è, comunque, pregiudiziale, a prescindere dall’autonomia differenziata (articolo 117 Cost.). Ma non sono previste risorse nella legge di bilancio; né quest’anno, né quelli successivi. E si tratta di risorse ingentissime, pari all’importo di tre leggi finanziarie. Di che cosa, allora, parla il governo? Di promesse vane, vaghe , fatue? I livelli delle prestazioni, inoltre, non dovrebbero essere “essenziali” ma “uniformi”, altrimenti li si riduce ad una residuale marginalità. La garanzia deve concernere il diritto e non solo il suo livello essenziale. Si differenzia, si livellano i diritti al minimo comun denominatore, sempre più basso; così il pubblico, la gestione statuale viene sussunta completamente dal privato. I diritti diventano campo di regressione e di mercificazione. Si frantumano territori e diritti. Aumentano le disuguaglianze territoriali (Nord/Sud) e, quindi, sociali. È lo stravolgimento assoluto della concezione dell’autonomia prevista nell’articolo 5 della Costituzione, all’interno della Repubblica «una e indivisibile». Un’ultima considerazione, sull’ultimo articolo del disegno di legge Calderoli (articolo 11). Ci troviamo di fronte ad una anomala disposizione transitoria di salvaguardia delle vecchie intese. Sembra che, con una grave illegittimità, venga privilegiata l’invariabilità delle vecchie intese, con una corsia privilegiata per la rapida approvazione. È una norma transitoria “di favore”, del tutto incostituzionale, perché crea disparità rispetto alle altre regioni che potranno chiedere in futuro l’attuazione della disposizione costituzionale. Concordo con il giudizio della professoressa Alessandra Algostino:«ci troviamo di fronte ad un uso incostituzionale della Costituzione».

 

Qui il libro di Left contro ogni autonomia differenziata

Non basta rompere il tetto di cristallo

L’entusiasmo della prima volta di una presidente del Consiglio aveva indotto la speranza ed addirittura – non per tutte- la convinzione che si sgretolasse finalmente il “tetto di cristallo”.
Credo che l’idea che la parità si ottenga semplicemente rompendo il tetto di cristallo sia una trappola, come trappola è stato perseguire la conciliazione e non la condivisione del lavoro domestico.
Ovviamente, non intendo e non voglio sottovalutare il valore di coloro che sono riuscite ad affermare sé stesse superando gli stereotipi, così come non ha senso contrastare in astratto e a prescindere soluzioni di conciliazione che aiutano le lavoratrici.
Non è nelle singole esperienze che si annida la trappola di cui parlo, ma nell’assenza di prospettiva. Si celebra il risultato individuale anche se questo non rappresenta una leva per le altre, che rimangono incollate alla base delle piramide e discriminate.
Lo stesso vale per la conciliazione: il cambiamento è importante se è tale per tutte e non se è usato come alibi per evitare la condivisione.
Un po’ più di un anno dopo vediamo una conferma di questa trappola nelle politiche della presidente del Consiglio, che oserei dire rappresenta la conferma che non è sufficiente la biologia per realizzare la propria identità di donna (cfr Simone de Beauvoir): bisogna contrastare la costruzione sociale imperniata sul patriarcato, non usare il successo personale come modo per negare il problema.
Questo governo invece tratta la povertà come una colpa, le marginalità e le fragilità come devianze, moltiplica le soluzioni punitive, penali, i nuovi reati, lo stigma, quando occorrerebbe costruire soluzioni partendo dall’analisi delle condizioni, riconoscendo l’idea che vanno redistribuite risorse e poteri.
Provo a tradurre concretamente gli effetti delle scelte della presidente del Consiglio, premettendo che l’ossessione con cui parla di natalità è essa stessa discriminatoria: dal suo punto di vista donna diventa sinonimo di madre meglio se con almeno due figli. Già questo chiarisce quanto la libertà femminile sia misconosciuta.
Un esempio è il salario minimo negato. Sappiamo che le lavoratrici sono parte consistente del lavoro povero e sfruttato, non solo perché concentrate in settori con orari spezzati e spesso parziali (appalti, ristorazione, socio sanitario, agricoltura per citare i più numerosi), ma anche perché sono parte del mondo del lavoro grigio quando non nero e del lavoro sommerso, composto anche dal lavoro di collaborazione famigliare in tutte le sue accezioni.
Non è difficile capire che per quelle lavoratrici un messaggio semplice e chiaro – “nessuno deve avere un salario inferiore a 9 euro l’ora” – avrebbe una forza dirompente e permetterebbe emersione, possibilità di maggiore autosufficienza economica e – mai dimenticarlo – maggiori possibilità di sottrarsi alla violenza. Le politiche che determinano un diritto certo e universale facilmente rivendicabile e controllabile hanno infatti effetto soprattutto per chi è più indifeso. Credo che questo pensiero non abbia sfiorato la presidente, in quanto non considera la condizione delle lavoratrici, se non – forse – in quanto madri.
Non che sulla maternità vi siano interventi davvero efficaci. Nella scorsa legge di bilancio riuscimmo come opposizioni ad evitare che si limitasse alle madri l’aumento dei congedi parentali, evitando un ulteriore arretramento sul piano della condivisione della genitorialità. Non abbiamo invece ancora ottenuto i congedi paritari retribuiti obbligatori per padri e madri. Perché tanta resistenza alla genitorialità condivisa? Perché la paternità effettiva, riconosciuta anche sul lavoro, e con il diritto ad esercitarla assentandosi scombina un’organizzazione del lavoro fondata sulla totale disponibilità di tempo: la presenza, non la qualità del lavoro favorisce la carriera. È necessaria l’obbligatorietà per superare le reazioni che oggi tanti giovani padri si sentono opporre alla richiesta dei congedi parentali. La risposta “ma non hai una moglie?” suggerisce loro che non devono infrangere il tabù della cura come innata responsabilità femminile.
Cura che per le donne deve venire comunque prima ma non deve valere, né essere riconosciuta come lavoro, non deve essere riconosciuta come parte (fondante) dell’economia, perché femminile e come tale gratuita, fino al punto da non valere nemmeno sul piano previdenziale.
Altro esempio è proprio la previdenza. Non si riconosce il lavoro di cura come lavoro e fatica e quindi non è visibile né per criteri, né per rendimento sul piano previdenziale, come ben sanno le lavoratrici che hanno richiesto e continuano a chiedere di accedere ad opzione donna con i criteri di origine, perché quelli voluti dal governo Meloni sono penalizzanti e discriminatori.
Già in origine opzione donna era una forma di pensionamento molto costosa per le lavoratrici, a differenza di quanto accade quando le platee sono prevalentemente maschili come nei casi delle varie quote. Il suo successo riflette un dato che più indagini hanno messo in evidenza, che è la stanchezza delle lavoratrici data dal doppio lavoro, della solitudine che determina, con la constatazione che il loro lavoro è non visto, non riconosciuto. Si sentono non considerate oltre che meno retribuite e con meno possibilità di carriera; private di opportunità non perché incapaci ma proprio perché donne – ed hanno tutte le ragioni di sentirsi non riconosciute.
Come ultimo esempio vorrei citare il Pnrr. Durante la sua preparazione molte discussero di come affrontare un grande progetto di rilancio dell’Europa, la transizione ecologica, il contrasto del cambiamento climatico e la transizione digitale determinando nuova e qualificata occupazione femminile.
Non si poteva dare per scontato che sarebbe stato un risultato spontaneo del mercato, occorrevano vincoli per determinare il risultato. Nasce così il gender procurement nel Pnrr, un vincolo percentuale sulle nuove assunzioni, vincoli di applicazione del codice di parità, ma fu prevista purtroppo anche una derogabilità da parte delle stazioni appaltanti. Non si conoscono ufficialmente i dati, ma purtroppo sappiamo che molto, troppo, si è derogato. Sarebbe bastato uno sforzo più che possibile per applicare i vincoli già previsti. Non l’abbiamo visto. Ho fin il sospetto che questo governo ne ignori l’esistenza.
Tra gli stereotipi che non si citano mai c’è quello che il lavoro maschile, o meglio le professioni maschili valgano di più. Dal punto di vista delle retribuzioni, vale di più occuparsi di finanza e di economia che di medicina o di cura. Abbiamo dimenticato in fretta cosa abbiamo scoperto essere essenziale durante la pandemia, e che chi garantiva la gran parte dei servizi, erano lavoratrici.
Una diversa organizzazione, condizioni di lavoro che permettano di star bene a donne e uomini, riconoscimento e retribuzioni giuste oltre che uguali, questa sì sarebbe una vera rivoluzione. Per farla bisognerebbe superare gli stereotipi e i criteri che determinano quella gerarchia del lavoro che oggi è dettata dal mercato, ed il governo non sembra disposto né interessato ad affrontare questo tema. Non basta dunque rompere il soffitto di cristallo, non basta dire che ci saranno bambine che vedranno a cosa possono aspirare, bisogna rompere i muri, allargare gli spazi e permettere davvero alle ragazze di scegliere, condividere e cooperare non competere.

L‘autrice: Già segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso è senatrice Pd

L’articolo è uscito sul numero di marzo di Left

Fabio Alberti (Rete Pace e disarmo): «I fondi Ue per la difesa vadano alla lotta contro le diseguaglianze»

Tra gli argomenti all’ordine del giorno al Consiglio Europeo del 21 e 22 marzo c’era la politica di sicurezza e difesa dell’Ue. Le intenzioni? “Aumentare la spesa per la difesa, e investire insieme in modo migliore e più rapido”, “migliorare l’accesso dell’industria europea della difesa ai finanziamenti pubblici e privati” e un invito alla Bei (Banca europea degli investimenti) ad “adeguare la sua politica di prestiti all’industria della difesa e la sua attuale definizione di beni a duplice uso”.
E ancora, una road map di azioni che dovrebbe rendere più flessibili gli approvvigionamenti e più veloce la catena produttiva di armi, meno macchinosi gli acquisti congiunti, come auspicava la presidente della Commissione europea Ursula von Der Leyen solo qualche settimana fa: entro il 2030 almeno il 40% del materiale di difesa dovrà essere acquistato in modo collaborativo, e almeno il 35% del valore degli scambi dovrà riguardare il commercio tra i 27 Stati membri.

La militarizzazione dell’Unione europea – che ora procede a passo sveltissimo per via di minacce percepite come imminenti, in primis la Russia, poi la destabilizzazione politica nel Mar Rosso – può contare su basi storiche: comincia con la politica di sicurezza e di difesa comune (Psdc) contenuta nel trattato di Lisbona del 2009, e si sviluppa negli anni attraverso missioni di pace, militari e di controllo delle frontiere, alcune delle quali con risultati discutibili. Alla Psdc si è aggiunta l’idea, mai sopita, di un esercito comune europeo prospettato già dall’ex presidente della Commissione Jean-Claude Juncker nel 2015 in seguito all’invasione russa della Crimea. La chiamata alle armi di allora, pur rimanendo solo un’idea per via delle incompatibilità tra i Paesi membri, rappresenta ancora “l’elefante nella stanza” di Bruxelles.
Nel bilancio pluriennale europeo 2021-2027 si conta una spesa per la difesa di 13 miliardi di euro, più del quadruplo di quanto era stato previsto nel decennio precedente. I bilanci annuali per la difesa degli Stati membri, messi insieme, hanno raggiunto i 240 miliardi di euro nel 2022, in linea con le indicazioni della bussola strategica.
Investimenti che, secondo Fabio Alberti, attivista di “Un Ponte Per”, membro dell’esecutivo della Rete italiana Pace e disarmo, potrebbero essere destinati ad altri scopi su tre direttrici «in un’ottica di equo sviluppo globale e quindi di prevenzione delle crisi»: prima di tutto «il contributo dei Paesi ricchi (che hanno creato la crisi climatica) alla transizione energetica dei Paesi poveri (che la subiscono)». Poi andrebbero investiti «nell’aiuto allo sviluppo, compreso l’annullamento del debito ingiusto, anche se andrebbe discusso l’approccio attuale agli aiuti». Infine «nel trasferimento di conoscenze e nella disponibilità di tecnologie, compresa la sospensione dei brevetti a favore dei Paesi terzi. Insomma, la riduzione delle disuguaglianze a livello globale tutela la sicurezza ed evita le migrazioni meglio degli armamenti».
Eppure, pare che gli stanziamenti europei non siano ancora abbastanza secondo le critiche della Nato, dal momento che non tutti i Paesi europei dell’Alleanza Atlantica (e tra essi l’Italia) investono il 2% del Pil nella difesa come richiesto. 
Secondo Alberti, «il relativo contenimento della spesa per armamenti, sempre troppo, ma meno dei desiderata atlantici e che è uno dei fattori dello sviluppo dello Stato sociale in Europa, sta venendo rapidamente meno. Ovunque in Europa vi sono previsioni che porteranno al superamento anche di questa percentuale e il tragico è che la corsa agli armamenti non viene più nemmeno giustificata come necessità di adempiere agli ordini atlantici, ma come scelta autonoma nella direzione dell’esercito europeo».
Quale che sia la ragione, ad oggi le armi sono la prima priorità dell’Europa.

Armi a doppio taglio, anzi a duplice uso

Il progetto di una difesa comune dell’Unione Europea inizia proprio con un think tank composto dagli amministratori di aziende produttrici di armi (Saab, Airbus, Leonardo, Bae System…) che avevano beneficiato dei finanziamenti in ricerca e sviluppo e che costituiranno, nel 2016, il gruppo di personalità per lo studio di una difesa comune, sotto il coordinamento di Federica Mogherini, nel ruolo di Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione.
Tra i Paesi che ricevono le armi prodotte in Europa, molti sono teatri di guerra: secondo un’indagine di Sipri (Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma), tra il 2015 e il 2019 l’export di armi è aumentato del 5,5% rispetto al decennio precedente. In cima alla lista dei Paesi di destinazione, l’Arabia Saudita, che ha ricevuto per anni bombe prodotte in Italia e utilizzate in guerra contro lo Yemen. Il nostro Paese avrebbe indirettamente una parte nella destabilizzazione del territorio yemenita che ora si trova a fronteggiare con la missione Aspides.
Quanto all’impegno nella difesa dei Paesi membri, solo un mese fa Elbit System, la più importante società di armi israeliana, i cui sistemi di sicurezza, sorveglianza e aggressione sono i principali responsabili dell’apartheid palestinese, si è assicurata un contratto da 300 milioni di euro con un Paese europeo, non ancora noto, per l’acquisto di veicoli blindati e sistemi di ricognizione.
La stessa Elbit System che ha ricevuto negli anni, insieme a diverse aziende e università israeliane, 1,28 miliardi di euro dall’Unione europea per progetti di ricerca e sviluppo nel settore della difesa.

Secondo il report Un’Unione militarizzata dell’Enaat (Rete europea contro il commercio delle Armi) dietro le missioni europee per promuovere la pace c’è il concetto di “sicurezza per lo sviluppo”, ovvero l’idea che finanziando le forze armate in Paesi terzi si possa (es)portare la pace. Peccato che quando questo avviene nei governi autoritari, “il rafforzamento del settore della sicurezza porta solo a maggiore repressione”.
Ma come fanno le esportazioni ad aggirare il Trattato sul commercio delle armi che vieta la fornitura di armi a Paesi che si macchiano di violazioni dei diritti umani e di crimini internazionali? Con il “duplice uso”, militare e civile, che fa sbiadire il confine tra il settore civile e l’industria delle armi, proprio quello che l’ultimo consiglio europeo vuole deregolamentare.
Non suona, in questo modo, bellicoso “promuovere le sinergie tra ricerca e innovazione nell’ambito civile, della difesa e dello spazio e investire nelle tecnologie critiche” come da Dichiarazione di Versailles del 2022, tenutasi a pochi giorni dall’invasione russa dell’Ucraina. Ancora una volta, quindi, la difesa diventa preparazione della guerra sotto mentite spoglie.
Investimenti così massicci non sarebbero semplici da attuare se la loro approvazione passasse in modo sistematico dai Parlamenti nazionali e dal Parlamento europeo. Invece sempre più spesso questa chiamata alle armi tenta di aggirare il percorso democratico. Le decisioni sul budget per la difesa sono appannaggio della Commissione e del Consiglio Europeo mentre il Parlamento, in quanto codecisore insieme al Consiglio, è tenuto ad esercitare un controllo sul bilancio della Difesa ma non sullo Strumento europeo per la pace, dal momento che è fuori bilancio, nato proprio per rendere più flessibili i finanziamenti ed espandere territorialmente le missioni. È da lì che provengono, non a caso, i massicci aiuti militari all’Ucraina degli ultimi anni.
Secondo Fabio Alberti «la tendenza a sottrarre ai Parlamenti, considerati troppo condizionabili dalle opinioni pubbliche, le decisioni sulla guerra non è solo europea, ma generale. Se ne trova traccia anche nei documenti Nato. In Italia l’abolizione della competenza parlamentare sulla guerra (che è nella Costituzione) è stata tentata con il referendum costituzionale di Renzi ed è praticata di fatto con il decreto missioni che viene portato in Parlamento sempre più tardi (lo scorso anno è stato votato addirittura in novembre, quando ormai le missioni erano quasi concluse). Anche per la missione Aspides il ministro Tajani ha inizialmente affermato che non ci sarebbe stata necessità del voto parlamentare. Per fortuna su questo è stato fermato».
Nella relazione annuale 2022 sull’attuazione della Psdc è lo stesso Parlamento europeo che “deplora di non essere in grado di esercitare un adeguato controllo sui progetti Pesco (Cooperazione strutturata permenente)” e invita pertanto l’Ue a “rafforzare il controllo esercitato dal Parlamento sulla politica per la Difesa”.
Anche l’Italia è in linea con questo “stato di emergenza della difesa” che si va creando: proprio il 25 gennaio scorso è stato approvato dal Consiglio dei ministri il disegno di legge che riforma la legge quadro sulle missioni internazionali (145/2016) rendendo i procedimenti di autorizzazione e finanziamento delle missioni italiane più “snello”. La tendenza, commenta Alberti, è sempre la stessa: «L’accentramento delle decisioni militari sull’esecutivo e in alcuni casi addirittura sul solo dicastero della difesa. La cosiddetta semplificazione elimina doppi controlli e passaggi che limitano i rischi di decisioni avventate in nome della cosiddetta prontezza. Invece prima di impegnare il militare è bene pensarci due volte».
Forse è troppo tardi anche per il controllo parlamentare: secondo un sondaggio di Eurobarometer della primavera 2023, a un anno dall’invasione russa dell’Ucraina il 77% degli intervistati dell’Ue era a favore di una politica di difesa e sicurezza comune tra gli Stati membri, mentre il 16% si diceva contrario. Inoltre, l’80% riteneva che l’acquisto di attrezzature militari da parte degli Stati membri dovesse essere meglio coordinato e il 69% che l’Ue debba rafforzare la propria capacità di produrre attrezzature militari .
E mentre su Bruxelles aleggia il progetto di un’accademia militare europea finalizzata alla nascita dell’esercito comune, nel frattempo, dal canto loro, alcuni Paesi membri ripensano alla leva militare: la Danimarca l’ha resa obbligatoria anche per le donne, la Lettonia ha reintrodotto quella maschile dall’inizio del 2024, il presidente francese Macron ha ipotizzato l’invio di soldati degli eserciti europei in Ucraina.
Con l’intenzione dichiarata di prevenire le guerre, l’Europa della difesa è ormai pronta a tutto. Anche alla guerra.

Nella foto: La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (CC-BY-4.0: © Unione europea 2022– Fonte: PE)

Scuola Pioltello. E anche questa settimana siamo riusciti a sprecarla parlando di niente

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«Ma perché mai imparare l’italiano, se un analfabeta di ritorno riesce comunque a fare il ministro?». Il sunto di questi ultimi giorni intrisi di ignorante propaganda l’ha scritto Tomaso Montanari dopo avere letto il ministro all’Istruzione Valditara mentre sputava uno sconclusionato messaggio sui social. 

Il ministro incapace di imbroccare la consecutio ci ha voluto fare sapere, tentando di farsi capire, che nelle scuole bisognerebbe insegnare un “italiano potenziato” per facilitare l’integrazione. Ci sono due problemi di fondo, i soliti di questi squinternati al governo: l’integrazione per loro consiste nella reductio delle altre culture (fondamento di ogni xenofobia) e la loro cultura è troppo bassa per essere in grado di gestire la cultura degli altri. 

Ripercorriamo questi ultimi giorni. Una scuola a Pioltello decide di gestire i giorni di chiusura com’è nelle facoltà della sua autonomia. Non è una questione religiosa: i dirigenti scolastici sanno meglio dei ministri che conviene chiudere quando le troppe assenze potrebbero minare il percorso didattico. Il ministro Salvini assetato di propaganda per oliare il suo sprofondamento politico ulula sulla pelle dei ragazzi, come al solito, senza sapere che in realtà un limite per il numero degli alunni stranieri a scuola è in vigore già dal 2010. Accortisi dell’enorme figura di palta al governo decidono di mandare avanti il ministro Valditara per dire «è vero, c’è già il limite, ma forse potremmo abbassarlo». Pochissimi giornalisti fanno notare che gli «stranieri» di cui si parla sono ragazzi nati in Italia. E anche questa settimana siamo riusciti a sprecarla parlando di niente. 

Buon venerdì. 

L’omicidio di Marielle Franco e di Anderson Gomes: crimini di Stato

La mattina del 24 marzo scorso, sono stati arrestati dagli agenti federali tre dei presunti mandanti dell’omicidio di Marielle Franco, la consigliera comunale di Rio de Janeiro, barbaramente uccisa nel 2018, assieme al suo autista, Anderson Gomes. Le manette scattarono al termine delle indagini condotte dalla Polícia Federal, dalla procura generale della Repubblica e dai pm di Rio, formando una task force messa in piedi dal ministero della Giustizia e fortemente voluta dal governo Lula.
Su mandato del giudice della corte suprema, Alexandre de Moraes, furono condotti in tre diversi carceri di massima sicurezza, il deputato João Francisco Inácio Brazão, soprannominato Chiquinho, della formazione di centrodestra União Brasil (il terzo partito con maggior rappresentanza in Parlamento), suo fratello, nonché socio in affare Domingos Brazão, consigliere della Corte dei conti dello Stato, e Rivaldo Barbosa de Araújo Jr che, da direttore del Reparto omicidi della Polícia Civil, divenne capo della polizia il giorno prima degli assassinii. Stando alle rivelazioni del collaboratore di giustizia Ronnie Lessa, ex poliziotto e uno degli esecutori materiali del delitto, la nomina di Rivaldo Barbosa alla massima carica della Polícia civil era avvenuta su raccomandazione dei fratelli Brazão e, per loro, rappresentava una condizione imprescindibile alla buona riuscita dell’azione omicida, giacché avrebbe garantito la totale impunità dei coinvolti.

Forte del compito affidato dal clan Brazão di insabbiare il caso, Rivaldo Barbosa affida a Giniton Lages, questore di sua fiducia, la conduzione delle indagini sugli omicidi della consigliere e dell’autista, nonché il ferimento della sua assistente. Su richiesta di Lages, un centinaio di agenti della Polícia civil che costituivano la sua consolidata équipe specializzata in depistaggio, occultamento e distruzione di prove, procrastinazione, ostruzionismo e coercizione di testimoni, vengono spostati, al fine di sostenerlo nell’operazione. Ad aver apposto la firma sul nome di Barbosa come capo della polizia fu il generale Walter Braga Netto, allora nominato commissario per la Pubblica sicurezza di Rio dall’ex presidente golpista Michel Temer, appartenente allo stesso partito di centrodestra dei mandanti del crimine all’epoca dei fatti, il MDB (Movimento Democrático Brasileiro).

Vinte le elezioni del 2018, Jair Bolsonaro nominò Braga Netto ministro della Difesa e lo scelse come vice alle ultime elezioni. Tale commissariamento, a Rio, era avvenuto in un contesto politico-sociale in pieno fermento, con le proteste di buona parte della società civile, inclusi la consigliera Marielle Franco e il suo partito, il Psol (Partido Socialismo e Liberdade).
Franco sosteneva che affidare all’esercito la sicurezza di Rio, senza il minimo controllo da parte della società civile, non sarebbe stata la soluzione giusta per contrastare la criminalità urbana, trattandosi di forze addestrate ad agire in caso di guerra, non di criminalità urbana.

Da quanto emerge nel rapporto della task force, reso pubblico alla stampa, il clan Brazão era capitanato dal Consigliere della Corte dei Conti Domingos Brazão, uomo politico che «nel corso degli anni, è stato avvolto da una nebbia criminale che non si è mai dissipata, a causa delle relazioni politico-statali che ha stabilito». Rispettato perfino da agenti e funzionari di polizia, politici, impiegati e Consiglieri della Corte dei conti, oltre ad aver stretto rapporti con i leader di diverse organizzazioni criminali, sin dal suo ingresso in politica, nel 1996, Domingos cercò di tutelare gli interessi economici del clan, avvalendosi di minacce, intimidazioni e azioni violente contro chiunque ritenesse fosse un ostacolo e, assieme al fratello Chiquinho, eletto più volte consigliere comunale a Rio, formulò (e ottenne l’approvazione) leggi “ad personam” che facilitarono, per decenni, i loschi affari e le azioni criminali della famiglia.

Il movente: la lotta contro la gentrificazione di Rio
Marielle Franco, nata nella Favela da Maré, nel 1979, figurava la quinta più votata al consiglio comunale di Rio, alle elezioni del 2016. Nel corso del suo corto mandato, interrotto tragicamente a colpi di mitra contenenti proiettili il cui uso era stato riservato a esercito e forze dell’ordine, la consigliera aveva ideato, proposto progetti e preso parte a iniziative di sostegno alle popolazioni delle realtà periferiche. Il lavoro di Franco al consiglio comunale, il suo voto contrario alle leggi “ad personam” proposte dal clan Brazão, così come il suo carisma nel tentativo di convincere le comunità a non soccombere alla violenza dei narcos e dei gruppi paramilitari, soprannominati “milizie”, incentivandole a resistere al processo di “borghesizzazione” della città, la rese un ostacolo agli interessi economici ed elettorali dei fratelli Brazão, portandoli a commissionarne l’omicidio. Noto per l’accaparramento di interi pezzi di territorio carioca, perlopiù occupati dai più poveri, il clan aveva a disposizione gruppi paramilitari, composti essenzialmente da forze dell’ordine deviate.
Franco è stata uccisa subito dopo un dibattito promosso dal Psol, presso la Casa das pretas (casa delle donne nere), istituita con lo scopo di affrontare il problema della violenza contro le donne nelle favelas.

Avvalendosi della logistica e dell’armamento fornito dallo Stato, le milizie disputano con i narcos il controllo economico, politico e sociale delle comunità. Ma non solo: possono esigere dai commercianti pagamenti equivalenti al pizzo in cambio di protezione, controllare la distribuzione dei segnali Tv, dei servizi essenziali, la vendita delle bombole di Gpl per uso domestico, il trasporto alternativo a quello pubblico e, infine, intraprendere la via della vendita di sostanze stupefacenti e armi. In relazione al rapporto della task force, nella sola città di Rio de Janeiro, le milizie dettano le regole ad oltre due milioni di persone; i narcotrafficanti a circa un milione e mezzo e quasi tre milioni vivono terrorizzate dalla guerra in corso tra loro, per controllare il territorio in cui vivono. Sono dati sconcertanti. Nelle innumerevoli denunce, puntualmente archiviate dalle questure di Rio, sotto la guida del capo della polizia piazzato dai generali dell’Esercito, emerge la violenza dei miliziani a soldo dei Brazão.

Nelle carte rese pubbliche dai magistrati, risulta agli atti che intere popolazioni sono state costrette a promuovere le campagne elettorali dei mandanti, o chi per loro, obbligate ad acquistare da loro terreni, pagando in contanti e a rate, senza però ottenere mai alcun titolo; infine, tanti sono stati costretti all’esilio o comunque allo spostamento dal luogo di origine, affinché il clan potesse costruire ville e palazzi destinati alla classe medio-alta.
Poco prima di essere uccisa, Marielle aveva votato contro una legge proposta da uno dei mandanti, il consigliere comunale Chiquinho Brazão, volta a regolarizzare le proprietà illegalmente costruite nel ridotto elettorale che comandava assieme al fratello deputato. Inoltre, avvertiti dal loro infiltrato all’interno del Psol, i Brazão sono stati messi al corrente del fatto che la Franco, in alcuni incontri comunitari, avrebbe chiesto alla popolazione di non aderire a nuove lottizzazioni situate in zone controllate da milizie.

La solitudine del Psol, un partito di sinistra

I fratelli Brazão avrebbero infiltrato Laerte Silva de Lima nei ranghi del Psol per la raccolta di informazioni interne su figure emergenti, come Marielle Franco e il deputato Marcelo Freixo. Ai sicari assodati per uccidere la Consigliera, venne assegnato il compito di eseguire l’attività di dossieraggio sulle loro famiglie.
Per i magistrati, «il lavoro combattivo del Psol» nel contrastare i progetti delle destre, tanto nello Stato, quanto nel Comune di Rio de Janeiro, «è noto da anni».
Ammettono che «la profonda carica ideologica, che contraddistingue il partito, si traduce nell’intensa e combattiva azione politica di alcuni dei suoi correligionari».
In questo senso, il Psol avrebbe votato contro la nomina di Domingos Brazão, il capo clan, alla carica di consigliere della Corte dei conti, sostenendo il mancato rispetto della procedura prevista dalla legge e presentando ricorso alla magistratura. In più, in altre occasioni, il partito avrebbe provato ad impedire la presa di potere istituzionale del clan di centrodestra, segnalando proposte di legge “ad personam”, conflitti di interessi o incarichi istituzionali e onorificenze assegnati a soggetti di cui l’operato risultava intrinsecamente legato alla criminalità organizzata.
In conclusione e a seguito di tutto ciò che è stato riportato, è opportuno dare risalto alla straordinaria capacità di mobilitazione sociale di Marielle Franco, che si recava regolarmente nelle comunità più disagiate di Rio, con il proposito di rendere conto del suo operato presso il consiglio comunale, accogliendone le domande. La reale possibilità di togliere ai Brazão fette sempre più significative di elettorato, senza l’uso del terrore e della violenza, al quale loro, invece, facevano ricorso, l’avrebbero reso un urgente bersaglio da eliminare, con il fine ultimo di intimidire l’intero partito.
Marielle Franco poneva l’accento sul dialogo, rendeva più consapevoli le persone dei diritti a loro negati e di ciò che, come donna di sinistra, credeva e poteva fare per loro.
È stata uccisa per la sua onestà intellettuale e i risultati politici laddove, scrivono i pm, il grado di reverenza che i criminali paramilitari hanno per gli agenti politici che li proteggono genera un ecosistema malato in cui l’unica regola accettabile è l’assoluto disprezzo per le norme più elementari del patto sociale, di fronte all’assoluta sovrapposizione dei loro desideri più primitivi in relazione alla vita umana e alla convivenza civile.

Qui per leggere e scaricare il rapporto integrale:https://www.poder360.com.br/poder-flash/leia-a-integra-do-relatorio-da-pf-sobre-o-caso-marielle/

Omissione pubblica

Ieri il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri ha risposto alla propaganda dei test psicoattitudinali nei confronti dei magistrati esprimendo un pensiero che hanno in molti: “se vogliamo farli per tutti i settori apicali della pubblica amministrazione sono favorevole, però facciamoli anche per chi ha responsabilità di governo e della cosa pubblica”. Aggiungendo: “facciamo anche il narco test e l’alcol test, perché uno che è sotto l’effetto di stupefacenti non solo fa ragionamenti alterati ma può essere anche sotto ricatto. Dunque, visto che ci troviamo, facciamo anche narco test e alcol test”.

Il direttore di Rainews deve avere pensato che nello scontro tra politica e magistratura c’era una parte da proteggere senza indugio e quindi ha deciso di omettere le parole di Gratteri. Il comitato di redazione sottolinea che “a un certo punto nei nostri notiziari le dichiarazioni di Gratteri sono scomparse. Ci chiediamo perché? Sul sito RaiNews.it la notizia è stata data solo grazie alla pubblicazione del servizio del Tg3 delle 19”. “Questo comportamento – si legge nella nota del Cdr – da parte del direttore non è più accettabile. Chiediamo rispetto per tutti i colleghi che intendono svolgere la propria attività senza condizionamenti di parte. L’assemblea ha dimostrato che la misura è colma ed è pronta a ogni iniziativa che restituisca dignità al servizio pubblico informativo”. 

Il servizio pubblico che omette le notizie è il modus di Paese antidemocratico. La deriva più pericolosa è quando la censura non diventa più notizia. Per questo la scriviamo qui. 

Buon giovedì. 

Alla ricerca della socialità perduta. Laboratori di (r)esistenza collettiva lungo l’Appennino

Il tuo futuro è da un’altra parte?
Per gli abitanti dei 4mila comuni periferici, intermedi, o ultra periferici d’Italia, (milioni e milioni di persone) la risposta è “sì”. E per i giovani il “Sì” è con la maiuscola.
La periferia da anni cerca il mercato che chiama, la sanità che cura, la competenza che forma. Si scappa da quattro case, un forno, ospedali senza aghi, garze e sale operatorie, pluriclassi. Del resto, perché impiegare, nella migliore delle ipotesi, tra i 41 e i 67 minuti per raggiungere un centro di assistenza sanitaria, una stazione ferroviaria dell’alta velocità, istituti di istruzione superiore? Questa è la realtà del 59% del territorio, abitato “solo” da 13, 4 milioni di persone.
Il futuro è altrove? Sì, se si guarda solo a questo.
La risposta però cambia grazie al fattore (r)esistenza, al fattore umano. Negli ultimi anni in queste aree poco conosciute, quasi abbandonate, e nelle zone più marginali delle grandi città sono nati dei laboratori di (r)esistenza.

È il caso di Gagliano Aterno, storico borgo sulle montagne abruzzesi, una volta centro nel quale confluivano persone da tutta la Vallata Subequana. Tutti quanti andavano a fare la spesa laggiù. Ci abitavano migliaia di gaglianesi. Quando l’Appennino tremò, la sera del 24 agosto 2016, nelle case di quello stesso borgo non c’erano più di trecento persone. L’economia e le produzioni locali erano ormai un ricordo dei gaglianesi che negli anni 50 erano adolescenti.

Era così quando tre anni fa Raffaele Spadano, antropologo e ricercatore del progetto Montagne in Movimento, ha avviato il suo lavoro sul campo a Gagliano. È stato un esperimento di comunità nato grazie alla convenzione stipulata dal giovane sindaco del comune, Luca Santilli, e dal Dipartimento di Scienze umane e sociali dell’Università della Valle d’Aosta.

Gagliano Aterno, frame dal documentario Energie in movimento

Gli abitanti del paese allora non avrebbero immaginato che le strade del borgo si sarebbero popolate di studiosi e studiose ospiti della residenza universitaria creata dal progetto. Come non avevano consapevolezza di cosa fosse una comunità energetica e di come questa potesse essere una nuova spinta vitale per il loro paese. E anche per il loro tornare a sentirsi parte di una collettività. Oggi Gagliano Aterno è una dimostrazione di come si può scegliere un modello di sviluppo che nasce dal basso, che si prende cura dei luoghi e delle persone. La storia di questa trasformazione è stata raccontata anche nel documentario Energie in movimento. Gagliano Aterno, paese futuro, finanziato da Fondazione Cariplo. Ed è stato un progetto possibile prima di tutto grazie ad un percorso di recupero storico, culturale, e di un sapere che rischiava di andare perduto.

La speranza non è qualcosa di preformato, ma si costruisce con le azioni e avendo una visione più ampia delle cose. La speranza è stata, per esempio, Riace con Città Futura. Un progetto realizzato nella Calabria jonica alla fine degli anni 90 grazie alla perseveranza e all’umanità di Mimmo Lucano. Riace era all’epoca un paesino da cui gli abitanti emigravano, nel quale anche l’ultimo bar del centro aveva chiuso. Poi ci fu lo sbarco dei curdi del 1998, e iniziò una storia diversa: fatta di accoglienza e di condivisione, che regalò, tra l’altro, una seconda vita a quei luoghi ormai semi abbandonati. (V. libro di Left n.8 È stato il vento. Mimmo Lucano e Riace. Storia di una rivoluzione gentile)

Sono due esempi di realtà in cui c’era un vuoto che è stato riempito da una visione. «In antropologia alpina esiste un concetto su cui ragionare in questi casi: vuoto relativo» racconta a Left l’antropologo del “progetto Gagliano Aterno” Raffaele Spadano. «Il decremento demografico e la ritirata strategica tanto dello Stato che del mercato ci offrono degli spazi». Spazi che il giovane studioso abruzzese ha dimostrato che è possibile recuperare e “neo-popolare”. Nel paesino dell’entroterra abruzzese di cui parlavamo all’inizio, insieme ad altri ricercatori dell’Università della Valle d’Aosta e agli abitanti del luogo, è stato creato un esperimento di comunità, e un centro dato ormai per spacciato sta riconquistando la vita.

Questo doversi immaginare la vita e la felicità in un altro luogo è una cosa che accomuna gli abitanti delle aree interne della Penisola. Ed è una costante anche del percorso di vita di quelli che nascono nelle periferie d’Italia. È la marginalità il comune denominatore. La scarsità dei servizi, la mancanza di una progettualità che parta dalle caratteristiche dei territori, ha reso questi luoghi “a fallimento di mercato”.

Una definizione molto chiara di questo concetto è contenuta nel testo Comunità Appennino. Superare l’«internità» (a cura di Piero e Gianni Lacorazza), volume pubblicato da Rubbettino editore a gennaio 2024. Nel saggio a firma di Dora Iacobelli, vicepresidente di Legacoop, e Paolo Scaramuccia, responsabile per la stessa associazione del progetto sulle cooperative di comunità, possiamo leggere: «Un numero considerevole di territori è a cosiddetto “fallimento di mercato”, spiegano. Sono territori che, a causa dello spopolamento e per difficoltà nei collegamenti, non sono sufficientemente remunerativi e quindi le imprese, in particolare le più grandi, non vi investono e non vi sviluppano la loro attività».

Nel caso delle aree interne il copione si è ripetuto immutabile: crisi (economica e/o catastrofe naturale), spopolamento, decadimento dei servizi e delle comunità. A questo si è andata ad aggiungere una mentalità che da almeno due generazioni spinge i più giovani a non immaginare più una possibile ripresa. Il classico: “Chi te lo fa fare”. Un mantra che parenti, amici e conoscenti ripetono a chi vorrebbe mettersi in gioco tentando di costruire qualcosa.

A questo si è aggiunta una politica di soluzioni calate dall’alto. Come ha spiegato a Left il professor Augusto Ciuffetti, docente di Storia economica nell’Università Politecnica delle Marche: «Le Regioni dalla loro costituzione ad oggi hanno prodotto tante norme sulle aree montane o aree interne. Non hanno però varato delle vere politiche di riequilibrio dei territori da un punto di vista economico e sociale, anzi hanno sistematicamente tagliato servizi. In qualità di presidente dell’associazione RESpro – Rete di storici per i paesaggi della produzione – ho avuto modo di investigare e supportare le comunità dell’Appennino e sono convinto che sia necessario ribaltare la prospettiva e di ricostituire le comunità. Così potremmo rendere le persone consapevoli dei loro bisogni e delle potenzialità».

«Non si tratta di una spinta singola, c’è una letteratura molto interessante anche in America a proposito delle aree interne. In Italia ci sono diversi attori, già scesi in campo con progetti concreti, penso alla Fondazione Appennino, al progetto RESpro, alla Fondazione Magna Carta», ci racconta Florindo Rubbettino. L’editore di Soveria Mannelli (paese delle zone interne del catanzarese) ha intuito l’importanza di un movimento che in Italia è già realtà e, difatti, nei giorni 13 e 14  giugno si terrà la seconda edizione del Festival dedicato ai temi del lavoro e delle aree periferiche, organizzato proprio dalla sua casa editrice (è stata pubblicata la Call for papers and poster con scadenza il 7 aprile ndr). «L’interesse per le aree interne è connaturato nella nostra storia e nel nostro essere parte di un territorio che ha certe caratteristiche. Proprio per questo però crediamo nel potere del progettare, nel realizzare nuovi spazi e nuovi modi di abitare e di innovare anche in questi luoghi. Senza senso di inferiorità o di sfiducia. Se guardassimo solo ai problemi non muoveremmo mai un passo». Anche Rubbettino vede nella comunità una delle chiavi di volta di queste realtà: «Dove c’è comunità c’è socialità e c’è felicità. Queste nascono dove ci sono opportunità di futuro che sono generate dal lavoro e prospettive di vita. Le aree interne non devono essere messe sotto una campana di vetro per turisti e studiosi. Non devono essere oggetti, ma devono diventare soggetti».

Questo fenomeno di marginalizzazione non è poi così diverso da ciò che avviene tra centro e periferie delle città. In questi casi si potrebbero sottolineare le differenze nell’efficienza dei servizi (meno trasporti, uffici più distanti, condizioni peggiori delle strutture sanitarie) o nelle possibilità economiche tra cittadini e cittadine. Il dato che evidenzia in modo indiscutibile una differenza di accesso alle possibilità è quello relativo all’istruzione.

Secondo l’Istat nei comuni capoluogo, nel 2022, i residenti con la laurea o con un dottorato di ricerca nelle prime cinture urbane sono il 21%, con un calo di 2 punti e mezzo nei territori delle seconde cinture. In città metropolitane come Milano, Bologna e Roma la percentuale di persone nella fascia d’età tra 25 e 64 anni con laurea va dal 29 al 31%. Come dimostrano questi numeri, le disuguaglianze non riguardano solo le aree interne o impervie e le città, lo stesso meccanismo di esclusione è replicato in modo perfetto tra centri urbani e zone marginali.

E se questi dati non fossero sufficienti, ci sono quelli emersi dal rapporto Periferie urbane di Save the Children, pubblicato ad ottobre 2023. La ricerca ha disegnato mappe cittadine in cui sono evidenti le forti disuguaglianze tra quartiere e quartiere in termini di opportunità per i minori. Sono proprio le zone più disagiate ad offrire meno strumenti che permettano un’ascesa sociale attraverso lo studio. A Roma in 9 municipi su 15 ci sono forti elementi di svantaggio, a Napoli in 7 su 10. E questo rende molto più difficile per queste persone emergere dalla condizione in cui si trovano.

Ogni storia però ha due facce. E se questi numeri potrebbero portare a pensare a questi luoghi come senza speranza, ci sono altre vite che raccontano una realtà diversa.
A Napoli, ad esempio, esiste un progetto per il recupero delle acque disperse che ha come obiettivi: proteggere le biodiversità, sostenere la rigenerazione urbana, creare un sistema resiliente ai cambiamenti climatici. Alexander Valentino, architetto e attivista di LAN (Laboratorio di Architettura Nomade), in una lunga chiacchierata ci ha spiegato come sotto la città partenopea ci siano gli antichi canali che fornivano acqua ai napoletani. Sorgenti che si trovano ancora sotto le vie di Conca di Agnano, Volla-Ponticelli e a Santa Lucia in pieno centro cittadino. E con il progetto Cool City l’associazione vuole creare un percorso per rintracciare questi fiumi sotterranei, per restituire la memoria delle acque ai cittadini e alle cittadine.

Quella che ci descrive Valentino è una realtà in cui vediamo competenze per cambiare e una progettualità in grado di instaurare un modo più rispettoso di vivere i luoghi. E più comunitario che individualistico. Sono azioni che hanno un impatto poi sulla collettività e che restituiscono un senso di bene comune. Allo stesso tempo questa iniziativa crea un impatto sulla vita delle persone, le riporta a prendersi cura dei luoghi in cui vivono e restituisce loro il senso dei beni comuni, il rispetto per le risorse. Secondo un concetto organico di sostenibilità. Quest’ultima è una parola che forse stiamo svuotando di senso a furia di farne un uso generico. Sostenibilità è ritrovare un’armonia con i tempi e con i luoghi che si abitano. Sostenibilità è un riscoprire i legami e il senso della collettività. Sostenibilità è un ragionare per impatti: ambientale, economico e sociale, ma anche relazionale.

Ed è proprio ripartendo da questo concetto, e dall’attenzione al territorio e alla sua storia – sia culturale che produttiva – e al senso dell’abitare che sono nati progetti in tutta Italia che capovolgono del senso di inevitabile sconfitta che ben conosciamo. Si tratta di laboratori di (r)esistenza che si sviluppano dal basso, che hanno come primo obiettivo il recupero della comunità nel suo significato più intimo, nel suo indicare un’unità. Anche nelle idee e nel vivere.

L’ultimo Rapporto Istat ha previsto che entro il 2050 il 70% di italiani e italiane migrerà verso coste e grandi poli urbani. Sono numeri che non tengono conto di coloro che, come scrive Vito Teti ne La restanza (Einaudi editore), «al diritto a migrare corrisponde il diritto a restare, edificando un altro senso dei luoghi e di sé stessi».

In apertura: frame del trailer del documentario Energie in movimento