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Come la destra ribalta il senso delle parole

In un un seminario divulgativo sul linguaggio della politica in corso in questo periodo, stiamo discutendo di LTI. La lingua del Terzo Reich, del filologo tedesco Viktor Klemperer, una serie di annotazioni fatte clandestinamente e in presa diretta durante gli anni del regime, per osservare come il nazismo manipolava la lingua – e con essa cultura, storia e modo di pensare. Klemperer pubblicò questi taccuini come un monito didattico, per insegnare a stare attenti anche ai più piccoli segnali. La lettura di questo testo, davanti all’attualità del nuovo anno, fa sì che gesti, parole, prese di posizione o di distanza mancate, tutto cominci stranamente a risuonare con gli avvertimenti di quel passato, così prossimo. Non ci soffermeremo tanto su singoli fatti di cronaca che l’attualità ci presenta ogni giorno, perché vogliamo prestare attenzione alle parole, che forse aiutano a mettere a fuoco l’atteggiamento complessivo che sottende questi vari eventi. Mi sembra, infatti, che le intenzioni di fondo di chi ci governa si coagulino in certe scelte comunicative, addirittura in singole parole – deformate – e che tutto ciò sia indizio di qualcosa di più ampio. D’altronde, Enzo Golino sosteneva che lo spoil system non è una novità: già Mussolini e Hitler lo perseguirono, e riguardava anche la lingua (vedi: Parola di Duce. Il linguaggio totalitario del fascismo e del nazismo. Come si manipola una nazione, Rizzoli, 2010). Oggi, però, questo processo viene messo in atto in maniera più strisciante e, se possibile, più subdola: non si tratta di fare bottino lessicale ma di confondere le acque, generando capovolgimenti che, se non fossero gravi, potrebbero apparire come battute di una commedia degli equivoci, mentre in realtà siamo davanti ad un preoccupante e triste teatro dell’assurdo.

Quest’anno si è aperto in nero, con le braccia tese di Acca Larenzia, seguite dal gran borbottio del Paese, reazione che lascia alquanto delusi (che differenza plastica con la Germania insorta in tutte le piazze, contro i neonazisti e contro Afd!). Se si osserva la piazza romana in modo schematico, appare questo: un gruppo di militanti di estrema destra, emuli delle camicie nere fin nel vestiario, con braccia tese, e rituali di violenza militare. Questo evoca direttamente il mondo dello squadrismo… Ed ecco la parola incriminata.

Il senso di Liberazione del nostro 25 aprile

Murale di Orticanoodles a Milano

Nel nostro incerto tempo presente il modo migliore per conferire un orizzonte di senso compiuto all’anniversario dell’insurrezione nazionale del 25 aprile 1945 come data fondativa del nuovo Stato italiano (che diverrà Repubblica il 2 giugno 1946 con il voto popolare) non è certo quello della retorica celebrativa.
Le donne e gli uomini della Resistenza hanno sempre insistito sulla necessità di utilizzare quel lascito storico come chiave interpretativa per comprendere cosa fosse stato il fascismo nella sua identità economico-sociale e politico-culturale nonché quali e quanto profonde fossero state le sue radici dentro il corpo della nazione italiana. Su questo concetto tornavano spesso, negli ultimi anni della loro vita, comandanti partigiani come Rosario Bentivegna (Gruppi di azione patriottica di Roma e Brigate Garibaldi in Jugoslavia) o Massimo Rendina (Brigate Garibaldi in Piemonte).
Era la loro capacità di cogliere le fragilità sociali, civili e culturali della società italiana a spingerli ad indicare quella strada come la principale eredità da valorizzare della guerra di Liberazione. Come se prima ancora di solennizzare l’epica resistenziale fosse indispensabile capire i motivi per cui l’Italia fosse giunta alla dittatura terroristica, alle guerre coloniali, alle leggi razziali, alle aggressioni militari nei Balcani e al «Patto d’acciaio» con i nazisti.
Alla fine della prima guerra mondiale il fascismo si presentò come un fenomeno eversivo inedito, esprimendo caratteri peculiari che trovarono nella nostra società (e non altrove) le condizioni per l’avvento al potere di un regime reazionario per la prima volta strutturato su base di massa ovvero in grado di raccogliere un largo consenso in tutti gli strati della società nazionale.
Un favore cui fece eccezione la classe operaia che alla Fiat di Torino accolse sempre con malcelata ostilità le visite di Mussolini nel 1932, 1934 e 1939 e che con gli scioperi del marzo 1943 e del marzo 1944 (sotto occupazione nazista) impresse un segno indelebile a quella che sarebbe stata la Liberazione.
Il fascismo fu senz’altro quella «autobiografia della nazione» descritta da Piero Gobetti, caratterizzata dall’arretratezza culturale e politica del Paese e dalle aporie strutturali del suo processo di unificazione nazionale. Insieme fu anche espressione di quel «sovversivismo delle classi dirigenti» indicato da Antonio Gramsci il cui esito venne preconizzato dallo stesso fondatore del partito comunista sulle pagine de L’Ordine Nuovo il 21 luglio 1921: «Esistono oggi in Italia due apparecchi repressivi e punitivi: il fascismo e lo Stato borghese.

Il coraggio di Nawal contro la sharia

Una società patriarcale, una famiglia in cui il ruolo subalterno della donna è portato agli estremi a causa dell’espressione normativa della sharia. Una storia come tante della zona popolare di Amman est, ma non estranea alle famiglie del centro ricco della capitale giordana. Inshallah A Boy film sbocciato a Cannes, alla Semaine de la critique, poi portato in giro per il mondo convincendo pubblici diversi è ora nelle sale italiane. Una grande conquista grazie al coraggio di Satin Film, distributori italiani che si sono imposti per cambiare la consuetudine di mercato che vede sempre più spesso film non mainstream, nonostante i riconoscimenti internazionali, tagliati fuori dal nostro circuito cinematografico.
L’opera prima di Amjad Al-Rasheed, proposta anche come candidata all’Oscar per la Giordania, è una vera sorpresa di talento, autenticità. Un film semplice. «Volevo raccontare tutti i risvolti di una legge inconcepibile e l’unica scelta era farlo con il linguaggio della realtà, senza il superfluo, perché la realtà era già tremendamente assurda. Dovevo trovare il tono della quotidianità per fare un film accessibile a tutto il pubblico e per trasmettere in tutta la sua verità la follia della legge islamica classica.

Inshallah a boy narra la storia di Nawal, una giovane sposa e madre di Amman che, rimasta improvvisamente vedova, si ritrova a combattere con la famiglia del defunto marito per l’eredità che le spetta e per proteggere la propria casa e il destino della sua bambina. Con poco tempo a disposizione per trovare una soluzione, Nawal deve fronteggiare non soltanto sfide personali ma anche quelle culturali radicate nel suo Paese, arrivando a superare le proprie paure, convinzioni e moralità per mettere in discussione una società dove, avere un figlio maschio, cambia le regole del gioco e sembra essere, per una donna, l’unica tutela.

Il tema dell’emancipazione femminile a partire dal concetto di proprietà, un diritto considerato dalle leggi della sharia di dominio esclusivamente maschile e che impedisce alle donne di avere diritti ereditari.
Suprema l’interpretazione di Mouna Hawa, giovane attrice palestinese, che in ogni pezzetto di immagine colpisce al cuore per la sua intensità. Le camminate incerte e poi sempre più sicure, gli acquisti al supermarket, i viaggi in autobus, i gesti delle vicine di casa, i momenti di cura al lavoro, le parole dette in famiglia, il rapporto tra madri e figli, la relazione tra sorelle e fratelli e tra maschi e femmine. Scrittura, luci, fotografia, i movimenti della macchina da presa e il lavoro fatto con gli attori, tutto all’insegna della semplicità in una progressiva tensione.
Il linguaggio del corpo dell’attrice e il suo modo di occupare lo spazio ha reso la sua partecipazione fondamentale per dare profondità espressiva al lungometraggio.
«Questo film parla di persone che vogliono lottare, non mi viene in mente nessun combattente più forte e più determinato dei palestinesi a Gaza, in questo momento», spiega il regista. «Questa per me è una storia vera comune a molte donne, la storia vera di una donna come tante, una storia di liberazione che racconta tutti i livelli di oppressione che subiscono le nostre madri, sorelle e figlie. Una mia parente stretta, è stata la fonte di ispirazione. Lei si è trovata in una situazione analoga. Aveva comprato la casa dove viveva con la sua famiglia, ma il marito per vergogna aveva preteso che l’atto di acquisto fosse firmato solo a suo nome. Quando è morto i parenti di lui hanno invocato la sharia che dava il diritto di entrare in possesso della casa. Ho poi scoperto che ci sono tantissimi casi analoghi in nome della tradizione. La bellezza del cinema è la capacità di raccontare e la possibilità che dà al pubblico di conoscere, riconoscersi, di indagare e di riflettere». Una finestra sul mondo. E questo è un contesto che ancora conosciamo troppo poco. Un tema però presente. Perché la modernizzazione dei sistemi giuridici in molti Paesi musulmani non ha toccato le disparità di genere previste dalla giurisprudenza classica. Musawah, per esempio, un movimento globale famosissimo e nato a favore dell’uguaglianza e della giustizia all’interno della famiglia musulmana si è occupato tantissimo di questi temi e dell’attivismo al fine di introdurre nuove prospettive negli insegnamenti islamici e contribuire in modo costruttivo alla riforma delle leggi e delle pratiche famigliari.
Ecco un frammento del film

Insistere sempre, sempre di più, per proteggere Rafah

Gaza, foto di Action Aid

“A una settimana di distanza da quando il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione che chiedeva un cessate il fuoco immediato, e dopo solo alcuni giorni da quando la Corte internazionale di Giustizia ha emesso ulteriori misure provvisorie a proposito della causa per genocidio sostenuta dal Sudafrica contro Israele, gli Stati devono ancora agire con urgenza per garantirne l’applicazione e prevenire crimini di atrocità a Rafah, mentre prosegue l’escalation degli attacchi”. È l’allarme lanciato oggi da 13 organizzazioni umanitarie e per i diritti umani in un comunicato stampa coingiunto. A firmarlo Save the Children, International Federation for Human Rights, Amnesty International, Doctors of the World/Médecins du Monde France, Spain and Switzerland, ActionAid International, Oxfam International, Norwegian Refugee Council, Plan International, Handicap International – Humanity & Inclusion, Medical Aid for Palestinians (MAP), International Rescue Committee (IRC), Danish Refugee Council, DanChurch Aid.

“La settimana scorsa, il governo israeliano ha chiarito la propria intenzione di espandere le operazioni militari a Rafah indipendentemente dalla risoluzione giuridicamente vincolante del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che chiede un cessate il fuoco immediato. Nell’ultima settimana a Rafah questo scenario ha iniziato a realizzarsi. I bombardamenti israeliani, infatti, solo tra il 26 e il 27 marzo hanno ucciso almeno 31 persone, tra le quali 14 bambini. Le Organizzazioni umanitarie e per i diritti umani hanno lanciato l’allarme ripetutamente su una pianificata incursione di terra israeliana a Rafah che promette di decimare la vita e compromettere la possibilità di aiuti di prima necessità per oltre 1,3 milioni di civili, tra questi ci sono almeno 610mila bambini che sarebbero ora sulla linea diretta del fuoco”, sottolinea la nota.

“Non esiste un piano di evacuazione fattibile o condizioni che possano proteggere i civili nel caso in cui un’incursione di terra dovesse essere portata avanti. Per rispettare il divieto assoluto di trasferimento forzato e deportazione di civili previsto dal diritto internazionale umanitario, Israele è obbligato ad adottare ‘tutte le misure possibili’ per fornire ai civili evacuati beni di prima necessità per la sopravvivenza e garanzie di un ritorno sicuro e dignitoso una volta terminate le ostilità. Tali misure includono la garanzia di sicurezza e protezione adeguate, alloggi, acqua, servizi igienico-sanitari, assistenza sanitaria e nutrizione. A oggi non esiste alcun posto del genere né all’interno né all’esterno di Gaza. I bombardamenti israeliani della Striscia di Gaza, dopo sei mesi di ostilità, hanno danneggiato o distrutto più del 60% delle unità abitative e annientato la maggior parte delle infrastrutture nella parte settentrionale e centrale di Gaza”, prosegue il comunicato.

“A Gaza non c’è nessun posto sicuro in cui le persone possano rifugiarsi. Le forze israeliane hanno ripetutamente attaccato aree che in precedenza avevano definito “sicure”. Gli attacchi aerei israeliani dentro e intorno alla cosiddetta zona sicura di Al-Mawasi hanno ucciso almeno 28 persone, mentre le forze di terra israeliane entravano e occupavano la zona settentrionale. In tutta Gaza, anche quando le Organizzazioni umanitarie hanno dato informazioni alle forze israeliane rispetto alle sedi per le operazioni di aiuto e ai membri del personale, queste aree hanno continuato a essere attaccate. Gli operatori umanitari sono stati uccisi, i convogli umanitari sono finiti sotto il fuoco israeliano e i rifugi e gli ospedali sostenuti dalle Organizzazioni vengono danneggiati o distrutti sotto i bombardamenti. Le nuove proposte del governo israeliano di costringere i civili nelle cosiddette ‘isole umanitarie’ probabilmente fornirebbero un’altra falsa pretesa di sicurezza e spingerebbero invece i civili in aree piccole, ristrette e con scarse risorse dove rischiano di essere attaccati, sia che si trovino all’interno o all’esterno di queste ‘isole’. Non c’è nessun posto a Gaza che abbia a disposizione assistenza e servizi sufficienti per garantire la sopravvivenza della popolazione. Nella stessa Rafah, i servizi e le infrastrutture essenziali funzionano solo parzialmente, compresi ospedali, panifici e strutture per il rifornimento idrico o quelle igienico-sanitarie ormai al collasso. Il centro e il nord di Gaza sono devastati, con interi sistemi, infrastrutture e quartieri cancellati dalla mappa e mentre continuano le restrizioni di accesso all’area per le agenzie di assistenza umanitaria. Un’ulteriore escalation delle operazioni militari israeliane a Rafah avrebbe anche conseguenze catastrofiche per la risposta umanitaria già fortemente ostacolata in tutta Gaza, poiché maggior parte del coordinamento degli aiuti e delle infrastrutture istituite dall’ottobre 2023 ha sede proprio a Rafah”, si legge ancora nel testo.

“Tutti gli Stati hanno l’obbligo di proteggere le popolazioni dai crimini di atrocità. I bambini e le famiglie di Rafah vivono in un costante stato di paura e pericolo. Il governo israeliano ha annunciato l’intenzione di espandere le operazioni militari nella zona e questo rischio si è ulteriormente aggravato dal 31 marzo, quando il gabinetto di guerra israeliano ha approvato i piani per le operazioni di terra nel governatorato più a sud. Sebbene alcuni stati abbiano espresso pubblicamente disapprovazione, le pressioni diplomatiche e le dichiarazioni internazionali non sono state finora sufficienti a produrre risultati e ad evitare l’incursione pianificata. Tuttavia, esistono una serie di misure di protezione a disposizione degli Stati, che sono obbligati a rispettare e garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani, come dimostrato in precedenza in altre crisi internazionali. Gli Stati devono ora intraprendere azioni urgenti per garantire l’attuazione immediata di un cessate il fuoco permanente ed esplorare tutte le opzioni disponibili per proteggere i civili, in linea con i loro obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani. Ciò include l’interruzione immediata del trasferimento di armi, parti di ricambio e munizioni laddove vi sia il rischio che vengano utilizzate per commettere o agevolare gravi violazioni del diritto internazionale umanitario o dei diritti umani. Qualunque azione in meno non è semplicemente un fallimento. Qualunque azione in meno non rispetterà gli obblighi morali, umanitari e legali”, conclude la nota.

Lidia Menapace, partigiana armata di idee per costruire la pace

Lidia Menapace

Uno scricciolo dall’aspetto fragile e dalla forza interiore grandissima. Così ci appare Lidia Menapace all’inizio del film che le ha dedicato il regista e attore Massimo Tarducci. Uno scricciolo di donna ma pronta a fare la rivoluzione. Una rivoluzione senza armi, ma con la cultura e con le idee.
Le armi, quelle materiali, si rifiutò di imbracciarle anche quando, giovanissima, partecipò alla lotta partigiana. Poi, nel percorso della sua lunga vita, la scelta del pacifismo si fece in lei sempre più radicale: pacifismo inteso come non violenza e insieme come proposta culturale, di cambiamento della mentalità (anche di linguaggio: «non usiamo il verbo combattere, meglio “lottare”. La lotta è nobile») e al contempo come azione concreta, senza scendere a compromessi.
«Via la guerra dal mondo», diceva da ultimo, rileggendo in chiave internazionalista «L’Italia ripudia la guerra» che è il cardine dell’articolo 11 della Costituzione antifascista. «Bisogna abolire l’esercito e investire in sanità», affermava con grande lungimiranza. Manca fortemente il suo impegno pacifista oggi che venti di guerra spirano in Europa.
Mentre scrivevo questo articolo (agli inizi di febbraio del 2022) l’Italia, obbediente alla Nato, aveva già speso 78 milioni per schierare mezzi nelle aree calde dell’Europa dell’Est e il ministro della Difesa Guerini aveva già raggiunto quota 15 miliardi per missioni di guerra in un anno. Oggi la situazione è ulteriormente peggiorata, con due guerre in corso, in Ucraina e a Gaza e il governo Meloni impegnato ad inviare armi a Kiev e ad Israele ( nonostante le rassicurazioni di Tajani) e nella sedicente missione difensiva Aspides in Mar Rosso. Mentre l’Europa di Von Der Leyen si impegna a investire in armi come un po’ fece invece saggiamente per i vaccini.
Ritroviamo dunque, più attuali che mai le parole della partigiana pacifista nel film Per Lidia Menapace, appunti di viaggio a Bolzano che ci restituisce una Lidia spiritosa, resistente, come lo è stata fino al 2020 quando il Covid purtroppo se l’è portata via a 96 anni.
Il film di Tarducci ci fa ritrovare la sua gioia di vivere, di incontrare, di spostarsi, di conoscere, di ospitare, in un flusso di immagini di partenze e arrivi, di stazioni e treni su cui amava viaggiare sempre rigorosamente in seconda classe.
Scorrono in questo film scorci della sua amata Bolzano, città di confine mitteleuropea, laboratorio di dialogo e di confronto fra culture diverse. Balenano gli spazi dove più amava stare: le piazze, la cucina, lo studio stracolmo di libri.
Lidia Menapace era un’insegnante, una ricercatrice (fu cacciata dall’Università del Sacro Cuore nel 1968 per aver preso posizione con uno scritto dal titolo Per una scelta marxista). È stata donna impegnata in politica e senatrice eletta nelle liste di Rifondazione comunista, partito a cui era iscritta fin dalla sua nascita nel 1991. Ma prima di tutto Lidia Menapace era una partigiana. «Sono una ex insegnante, una ex parlamentare, ma non una ex partigiana», dice perentoria nel film. «Perché essere partigiani è una scelta di vita».
E questo suo antifascismo calato nel presente era ciò che affascinava i più i giovani che andavano a trovarla, che le chiedevano di parlare a scuola. Ogni volta che gli studenti la interpellavano lei rispondeva sempre generosamente, raccontando la Resistenza e la ricostruzione in modo appassionato e in chiave anti eroica: «Venivamo da vent’anni di fascismo, eravamo ignoranti come le capre, non avevamo alcuna formazione politica, se ce l’abbiamo fatta noi, ce la può fare chiunque», dice Lidia ad incipit del film, passando idealmente il testimone a una studentessa, Emma Tarducci, che nel film interpreta la parte di una liceale. Il professore le ha dato da fare una ricerca su Lidia Menapace. E la giovane studentessa fiorentina si appassiona alla sua storia, la fa sua, fino a immaginarsi davanti allo specchio di essere la staffetta Bruna (nome di battaglia di Menapace), pronta a inforcare la bicicletta per portare messaggi ai compagni e disposta a nascondere nel reggiseno il plastico da piazzare su rotaie e snodi di comunicazione per impedire il passaggio di convogli nazifascisti. Sono le sequenze più suggestive del film, girate in bianco e nero diversamente dal resto dell’opera, e interpretate con grande spontaneità e freschezza da questa giovane attrice non professionista che ci ha riportato alla mente la protagonista di un rivoluzionario e originale film d’autore: Il cielo della luna di Massimo Fagioli. Ci è parsa quasi una citazione. I riferimenti al cinema d’autore (fra questi anche a opere di Reitz e Tarkovskij) a ben vedere sono molteplici e tutto sommato ben fuse con le parti di ricostruzione storica di questo lavoro che non potremmo definire solo un documentario.
Il modo con cui la telecamera accarezza il paesaggio e scova angoli imprevisti di poesia dando risonanza alle parole di Lidia e di Emma, il modo con cui il regista a partire dalla verità biografica delle due protagoniste crea due splendide immagini di donna fanno sì che Per Lidia Menapace appunti di viaggio a Bolzano esuli dagli stretti canoni di genere. Come del resto unica e fuori dagli schemi è stata l’avventura umana e politica di Lidia. Antifascista «perché il regime era autoritario, violento, corrotto, razzista, ignorante e guerrafondaio»; donna «indipendente, autonoma, vagabonda», come si definisce nel film. Ma anche femminista. Di un femminismo nuovo, che vuole essere anche femminile, come ha raccontato nei suoi libri.
Nata a Novara nel 1924 come Lidia Brisca veniva da una famiglia mazziniana, laica, antifascista. Suo padre ferroviere fu deportato prima in Polonia poi in Germania. Lidia si rese conto per la prima volta della violenza fascista quando due compagne di scuola di origine ebraica furono allontanate dalla scuola e lei invece ricevette il timbro sulla pagella: «Di razza ariana». La madre le disse di strapparla perché «noi non siamo animali. Gli esseri umani non si dividono in razze». Fu lei a incoraggiarla ad essere indipendente. E Lidia Menapace lo è stata davvero, battendosi per il divorzio e per l’aborto e negli ultimi anni anche per abolire il Concordato. Senza sudditanze psicologiche stigmatizzava il bigottismo morale non solo della Dc (di cui aveva fatto parte come assessore della provincia di Bolzano) ma anche del Pci: «Togliatti disse che le donne non dovevano sfilare il 25 aprile del 1943, perché il popolo non avrebbe capito», ricordava sempre. Anche con libri autobiografici come Canta il merlo sul frumento (Manni, 2015) e Io, partigiana (Manni 2014) Menapace ha voluto raccontare l’altra metà della Resistenza, a lungo negata. «Senza le donne la Resistenza non ci sarebbe mai stata – dice nel film di Tarducci -. Rischiando la vita davano rifugio, un piatto di minestra. E non era solo un’attività domestica, fu decisivo»: Si ribellava alla narrazione “ancillare” della partecipazione delle donne alla Resistenza. Che per le donne in certo modo, è un cimento che dura da millenni. «Il movimento delle donne è come l’acqua che scorre ovunque», dice Lidia Menapace in un altro bel docufilm Non si può vivere senza una giacchetta lilla di Novella Benedetti, Chiara Orempuller e Valentina Lovato. E aggiunge: «Ogni tanto però si perde. Sembra che si imbuchi, ma poi riemerge. Ha un andamento,un modo sotterraneo che rappresenta una vitalità nascosta – racconta -. A me piace dire che il femminismo assomiglia a questo. È un fenomeno tra ombre e luce, tra superficie e sottoterra, è sempre vissuto insieme all’umanità. Ogni tanto sprofonda e sono tempi di terribile dominio maschile e basta. Qualche volta emerge un pochino. Non è ancora mai emerso definitivamente. Non è ancora quel grande fiume placido che occupa tante pianure quando va in piena. Però pensando che è una storia lunga millenni non possiamo neanche lamentarci – scherza Lidia – abbiamo fatto abbastanza baccano».

Questo articolo è un estratto dal libro di Left Partigiane dei diritti.

La foto di apertura è di Zintosch7 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=97724457

 

Cornelia Hildebrandt: «Elezioni Ue, in Germania la sinistra di Die Linke per la pace»

Cornelia Hildebrandt è, insieme a Marga Ferré, la co-presidente di Transform! Europe. È componente della Fondazione Rosa-Luxemburg (RLS).
Ha partecipato il 23 marzo all’assemblea Per la pace promossa da Transform! Italia alla Casa Internazionale delle donne a Roma (qui il video). Le abbiamo rivolto alcune domande relative all’attuale e complessa situazione in Europa, con uno sguardo prettamente rivolto alle dinamiche interne alla sinistra.

Per la sua esperienza europea, ma anche dal punto di vista tedesco, cosa significa “lotta per la pace”?

Per Die Linke la lezione della Seconda guerra mondiale è il punto di partenza vincolante, per tutte le idee di politica per la pace. Non deve iniziare mai più una guerra dal suolo tedesco. Nel programma per le elezioni europee del partito questo significa concretamente la richiesta di fermare il riarmo e la militarizzazione della Ue, il rifiuto di una forza militare europea, dell’obbligo di riarmo per i Paesi Ue e delle missioni militari all’estero dell’esercito federale. La Ue dovrebbe, invece, aderire al trattato di non proliferazione per le armi nucleari, chiudere le basi militari statunitensi e sviluppare ulteriormente l’Ocse. Proponiamo anche un servizio civile per la pace, obbligatorio. Per la Linke, il problema fondamentale, soprattutto per quel che riguarda la guerra in Ucraina, trae origine dal fatto di non essere percepito come un partito per la pace con sue proprie iniziative e che nei media ha varie posizioni. Per esempio, per quel che riguarda la fornitura di armamenti, anche se tutti condannano decisamente l’attacco della Russia contro l’Ucraina. La sua credibilità di forza di pace è stata danneggiata dalla sua adesione non convinta alla sola grande manifestazione contro la guerra in Ucraina svoltasi nel febbraio del 2023 e dalle prese di posizione pubbliche a favore della fornitura di armi da parte di alcuni rappresentanti della Linke.

Come vede l’Unione europea oggi? Che cosa dovrebbe fare l’Ue e quali dovrebbero essere le sue priorità politiche? Inoltre, quale potrebbe essere, secondo lei, una proposta per realizzare una istituzione europea più democratica?

La Linke è un partito a favore dell’Europa ma anche critico verso la Ue. Di fronte alla militarizzazione della Ue, l’estensione della fortezza Europa con una politica migratoria militarizzata che di fatto cancella il diritto individuale all’asilo e una politica climatica che punta unicamente su tecnologie migliorative messe sempre più in discussione dallo spostamento verso destra, la sinistra europea deve puntare su un’alternativa giusta dal punto di vista sociale ed ecologico, pacifica e democratica. Bisognerà rinegoziare i trattati e puntare su un referendum in modo che i cittadini della Ue possano esprimersi in merito.

Cosa pensa delle numerose scissioni all’interno della sinistra?

Le scissioni della sinistra hanno cause varie. Da una parte le società sempre più frammentate che si rispecchiano nei panorami politici e dall’altra i conflitti inerenti alla sinistra stessa. I partiti europei di sinistra si assomigliano, quando si parla di problemi sociali. Ma hanno grosse differenze per quel che riguarda questioni socioculturali come il femminismo, i diritti LGBTQOA+, la politica migratoria e per i rifugiati. Hanno posizioni differenti per quel che riguarda il peso da dare al cambiamento climatico e addirittura opposte rispetto alla guerra in Ucraina e la Nato. Ma queste differenze non devono necessariamente portare ad una scissione, se si riesce a discuterne in modo che il Partito della Sinistra europea riesca ad approvare un programma elettorale comune. Per via delle posizioni di Sahra Wagenknecht sulle politiche migratorie, per la Linke, non era più possibile rimanere su una base comune: lei rifiuta le frontiere aperte e la migrazione irregolare, rifiuta ogni forma di sussidio per i richiedenti asilo a cui non è riconosciuto il diritto a restare e ha una posizione aperta verso destra. E già prima che formasse il suo partito “Alleanza Sahra Wagenknecht”, essendo la sua leader, insieme a Gregor Gysi quasi la sola personalità carismatica della Linke, avendo posizioni diverse su immigrazione e Russia ha fatto sì che la Linke venisse percepita come partito dilaniato.

E per quanto riguarda le sinistre degli altri Paesi?

Le scissioni della sinistra greca, francese e spagnola hanno ragioni diverse. Dei leader carismatici possono parlare a persone che sono al di là della solita cerchia elettorale e le possono entusiasmare e convincere. Ma allo stesso tempo, queste loro capacità di rivolgersi direttamente alle masse indebolisce la democrazia all’interno del partito che poi può essere facilmente aggirata, come nel caso di Syriza e del suo nuovo segretario. Questo significa che proprio quando il partito viene caratterizzato da una personalità carismatica sono proprio le regole democratiche a garantirne l’esistenza. Ma una simile personalità in Spagna non c’era più in Unidas Podemos ed è quasi invisibile in Sumar. In Francia, in Nupes era possibile solo sotto la guida di Mélenchon che non è riuscito a tenere unita la coalizione realizzata, quando la situazione è cambiata nel vasto schieramento di sinistra e sono
prevalse le divisioni. Chiedersi se una guida più collettiva della coalizione avrebbe portato al successo anche in presenza di un partito comunista francese più tradizionale è una domanda puramente ipotetica. Ma se le scissioni nazionali continuassero anche a livello europeo allora davvero si bloccherebbe lo sviluppo europeo – e questo di fronte ad uno spostamento radicalmente a destra a cui rischiamo di assistere dopo le elezioni europee 2024.

(Si ringrazia Esther Koppel per la traduzione)

 

Sempre a proposito di Delmastro e Pozzolo

Ha ragione Matteo Renzi quando dice che la vicenda dello sparo di Capodanno è terribilmente scivolata nelle retrovie, come se si trattasse di un retroscena o peggio, un’invenzione giornalistica. Il deputato di Fratelli d’Italia (ora sospeso) Emanuele Pozzolo aveva giurato di non essere colui che aveva fatto partire il colpo e soprattutto aveva giurato di spiegare tutto ai magistrati.

Non l’ha fatto. Di Pozzolo si conoscono solo i silenzi e l’ostinazione con cui si dichiara innocente. Peccato che la perizia balistica scriva nero su bianco che “il revolver in sequestro era impugnato da Pozzolo Emanuele, che si trovava in posizione eretta sul lato lungo del tavolo rivolto verso il muro”.

Fantasiose e contraddittorie anche le versioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, uomo forte del cerchio magico di Giorgia Meloni. In un primo momento Delmastro aveva raccontato che al momento dello sparo si trovava fuori, a 300 metri di distanza, dove si era recato per caricare la macchina con gli avanzi della cena, e di non aver udito il rumore del colpo. Pochi giorni dopo in Procura ha fornito una versione diversa, sostenendo di aver sentito il rumore dello sparo, e di aver pensato fosse un petardo, mentre fumava una sigaretta all’esterno della sala. 

L’uomo colpito dal proiettile vagante – Luca Campana – racconta che Delmastro era presente nella stessa stanza, anche se distante tre metri dal punto in cui è partito lo sparo. Il capo scorta di Delmastro invece riferisce che il suo scortato fosse serenamente fuori dalla stanza con la scorta serenamente all’interno. 

L’omertà, le contraddizioni, il mancato rispetto dei protocolli, l’avventatezza e la presenza di bambini rendono il tutto piuttosto grottesco.

Buon mercoledì. 

Nella foto (da fb): Andrea Delmastro e Emanuele Pozzolo

Maryse Condé, il coraggio della verità

Se ne è andata una grandissima scrittrice, Maryse Condé, straordinaria voce della letteratura francofona, originaria della Guadalupa e poi cittadina del mondo, vivendo a lungo in Francia e negli Usa dove ha insegnato. Ha scritto una trentina i libri sull’Africa, sulla schiavitù, sulle molteplici identità nere. Con coraggio ha decolonizzato lingua e la cultura in senso ampio. La ricordiamo con questa intervista uscita su Left il 18 agosto del 2019

Una visione epica dell’esistenza e della letteratura. Una lingua ricca di aromi, carnale, nitida. Con grande spessore letterario e umano, Maryse Condé, premio Nobel alternativo 2018, ha raccontato la sua terra madre, l’isola caraibica di Guadalupe e le ferite del colonialismo. Grande viaggiatrice, dalla Francia, scelse di andare a vivere e a insegnare in Africa, rifiutando ogni mitologia delle radici, per conoscere quella immensa e variegata realtà con i propri occhi. A 82 anni ora lo racconta nell’autobiografia La vita senza fard (La Tartaruga), coraggiosa testimonianza di scrittrice e donna che si presenta senza infingimenti.

Maryse Condé, la verità chiede coraggio, identità, assunzione di responsabilità, cosa significa per lei la parola «verità» e quanto le è costato cercarla sempre?

C’è un’immagine che caratterizza ognuno di noi, che uno lo voglia o meno. Un’immagine fatta da propositi a volte concepiti senza troppe riflessioni, da reazioni momentanee, immediate. Questa immagine a volte ne nasconde una più profonda, più adeguata alla propria personalità più intima. Quello che io chiamo verità è la ricerca costante dell’espressione di sé più autentica, al di là delle idealizzazioni e dei malintesi. Non è un’impresa facile, è un lavoro di demistificazione, è il rifiuto di ciò che è comodo e facile ricordare. Questa ricerca è dolorosa e costa a coloro che vi si dedicano seriamente.

Nel dittico Le muraglie di terra e La terra in briciole lei riporta alla luce la storia di Segou e della sua islamizzazione, dall’arrivo del primo bianco sul Niger fino alla conquista coloniale francese. La verità storica ha una grande importanza collettiva, ma troppo spesso viene negata?

Non ho inventato nulla. Tutto il mondo sa che Mungo Park era stato inviato dalla Società di geografia inglese per scoprire in quale senso scorresse il fiume Niger, chiamato “Joliba” dagli africani. Sono partita da questo aneddoto per raccontare la vita dei primi abitanti dell’impero Bambara. Ho voluto mostrare lo iato profondo tra il racconto costruito dagli europei e quello autoctono degli africani su se stessi.

Le responsabilità coloniali dell’Occidente vengono ancora occultate da quegli stessi Paesi occidentali che oggi chiudono le porte ai migranti…

Rispetto al tema migranti non mi sono occupata nello specifico di come vengono accolti in Europa. Beninteso, è giusto che vengano soccorsi e ospitati da persone sensibili e attente. La mia analisi, i miei interessi sulla questione sono di altro ordine, però. Io vorrei scandagliare a fondo le origini delle migrazioni. Perché ci sono tanti conflitti nei Paesi in via di sviluppo? Chi ne è la causa? È una questione di sfruttamento (schiavitù) a spingere le persone a auto esiliarsi, ad affrontare la morte su imbarcazioni di fortuna? Cerco di capire dove siano le responsabilità e di immaginare i rimedi possibili a questa situazione così drammatica e dolorosa.

Nel libro Io, Tituba, strega nera di Salem (Giunti) racconta una terribile strage di accusati di stregoneria, avvenuta nel XVII secolo. Il mandante era anche l’ideologia puritana. Perché nella storia le grandi religioni monoteiste si sono sempre accanite contro le donne?

Non lo so, quello che posso dire è che Tituba è un libro in cui esploravo l’imposizione della perdita dell’identità della donna nera. Lo spiega bene la prefazione che Angela Davis ha scritto per nell’edizione americana del libro.

Con il suo lavoro lei ha contribuito a dare voce alle donne e agli uomini dei Caraibi. Il premio Nobel alternativo per la letteratura che le è stato assegnato nel 2018 è un riconoscimento particolarmente importante perché nasce dal rifiuto della violenza sulle donne.

Sono stata molto felice di ricevere il premio Nobel per i motivi che ho spiegato nel mio lungo discorso di Stoccolma. Nella società in cui sono cresciuta non c’era posto per la voce di una donna, per giunta nera.

Anche il Nobel Derek Walcott è stato voce poetica e civile dei Caraibi, che significato ha avuto per lei il suo lavoro?

Proprio in quel discorso ho ricordato come sia stata felice di far conoscere un altro aspetto insondato della realtà delle Antille, di lavorare sulle tracce di Aime Cesaire, Frantz Fanon e Derek Walcott. Una grande parte del mondo è stata ridotta al silenzio ed è stato difficile proprio per i miti e le menzogne che si sono accumulati durante gli anni della colonizzazione. Questo compito è lungi dall’essere colmato, restano ancora molti sforzi da compiere come dice la canzone «Un giorno la Terra sarà rotonda».

Per oltre vent’anni lei ha insegnato a Berkeley, Harvard e alla Columbia University e conosce profondamente la realtà americana. Gli Stati Uniti sono diventati un simbolo di libertà nel mondo, ma sono anche una nazione nata sul genocidio. Perché ancora oggi non se ne parla abbastanza?

Parecchie nazioni hanno conosciuto lo stesso destino. Certamente i genocidi degli Indiani sono un fatto per cui ci sentiamo in colpa, come è giusto che sia. La memoria è importante, ma credo anche che la storia moderna necessiti una epoché delle realtà del passato per arrivare all’armonia dello scambio e della vita in comune che oggi è indispensabile.

Qui i libri di Marise Condé nel catalogo Giunti

Meloni e i pieni poteri. Dialogo fra costituzionalisti

Illustrazione di Marilena Nardi

La proposta di premierato, con l’elezione diretta del presidente del Consiglio, voluta da Meloni, va avanti. Un progetto che, letto in un combinato disposto con la legge elettorale maggioritaria e con il Ddl Calderoli sull’autonomia differenziata, costituisce un rischio per la democrazia. Ne parlano qui Giovanni Russo Spena e Gaetano Azzariti.

Giorgia Meloni illustra, con orgoglio autoreferenziale, il proprio progetto di riforma costituzionale come “l’arrivo della Terza Repubblica”. Non ha tutti i torti. Sembra a me, infatti, un percorso eversivo della nostra Costituzione. Eversivo anche nel procedimento. Calamandrei ammoniva che, quando si dibatte di riforme costituzionali, bisogna farlo in Parlamento e i banchi del governo devono essere vuoti. Ora, invece, Meloni convoca, propone, detta tempi e modi. Le opposizioni parlamentari appaiono inerti.
È passata un’era geologica da quando Piero Calamandrei teorizzava che il governo dovesse rimanere estraneo ad ogni discussione sulla Costituzione. Ora siamo giunti a definire una procedura per la modifica della Costituzione diretta espressione del governo. Un ribaltamento. I passaggi che ci hanno portato sin qui sono diversi. Vale la pena ricordarli. Prima, negli anni 90, i tentativi di deroga della procedura ordinariamente prevista in Costituzione (art. 138), utilizzando le bicamerali cui assegnare compiti di modifica della intera seconda parte della Costituzione; poi l’approvazione a stretta maggioranza di riforme di grande rilievo (a partire dal Titolo V); infine l’assunzione diretta dei leaders di governo di progetti di stravolgimento della Costituzione (prima Berlusconi, poi Renzi). È segno di un cambiamento di cultura costituzionale: dalle costituzioni intese come pactum unionis a garanzia del pluralismo e dei conflitti che attraversano le società, alle costituzioni intese come decisione politica fondamentale che esprime la volontà di una contingente maggioranza parlamentare. In questo secondo scenario è chiaro che le opposizioni poco contano, anzi tendenzialmente nulla. Per fortuna la nostra Costituzione – ispirata al primo e non al secondo modello – ancora prevede alcune garanzie per evitare che tutto sia in mano alle maggioranze di turno. Forse non si può più confidare molto sulla garanzia espressa dal quorum necessario della maggioranza assoluta dei componenti delle due Camere per l’approvazione della riforma in Parlamento (che, vigente un sistema proporzionale, almeno assicurava la corrispondenza della volontà parlamentare con la volontà della maggioranza degli elettori), quanto si può guardare al referendum che può essere richiesto se non si raggiunge la più elevata maggioranza dei due terzi dei suoi componenti in Parlamento. Non è bello dirlo, ma penso che le opposizioni dovranno puntare a convincere dei pericoli della riforma più il corpo elettorale che non l’attuale maggioranza. Mentre il primo, che pure è certamente frastornato dalla confusa propaganda sull’elezione del capo, può ascoltare le ragioni del dissenso, la seconda mi sembra decisa ad ottenere il risultato e poco propensa al confronto. Ciò ovviamente non vuol dire che non sia necessaria una chiara opposizione in tutte le sedi istituzionali.

Le Costituzioni vanno valutate a partire dal proprio impianto complessivo e dalla architettura di valori e diritti. La proposta di “premierato”, allora, va letta in un combinato disposto sia con la legge elettorale maggioritaria, con il 55 per cento dei seggi assegnati alle liste collegate al vincitore del plebiscito (forse portata in Costituzione), sia con il progetto di “autonomia differenziata”. Un Paese diviso, ha bisogno, secondo il governo, di un comando centrale “forte”. La democrazia parlamentare, di rappresentanza, vira verso la democrazia di investitura. Che appare uno strumento disciplinare di massa; non più partecipazione democratica, ma una delega assoluta quinquennale di un popolo inerte.
Il compromesso tra Lega e Fratelli d’Italia, la prima fautrice della più radicale forma di autonomia differenziata, la seconda della elezione diretta del presidente della Repubblica (oggi del premier), trova la sua sintesi in una comune visione di accentramento dei poteri, ora nelle mani del c.d. “governatore”, a scapito degli altri enti locali, delle città e degli stessi sindaci, ora nelle mani del capo del governo a scapito degli altri organi costituzionali, dal Parlamento al presidente della Repubblica garante. In entrambi i casi la partecipazione popolare viene considerata un ostacolo. La prospettiva è quella di conferire il potere e poi lasciare governare chi è stato investito. Non si avverte neppure l’esigenza che chi governa deve farlo in nome almeno della maggioranza della popolazione, lasciando aperti i canali delle opposizioni e della dialettica politica. Basta trovare un meccanismo di traduzione dei voti in seggi che assicurino una maggioranza assoluta a chi governa, possibilmente indisturbato, per il più lungo tempo possibile. Così si spiega la previsione di una unica elezione che assicuri non solo la scelta del capo, ma anche una sicura maggioranza parlamentare al suo seguito. Anche se dovesse essere espressione di una (relativamente) piccola minoranza di elettori. Oggi abbiamo già un Parlamento al servizio del governo, subissato da decreti legge e obbligato a votare continue fiducie, domani la dipendenza sarà ancora più forte dovendo sottostare ad un presidente eletto direttamente dal popolo. Senza neppure più la possibilità di cambiare governo e maggioranze. La norma c.d. “antiribaltone” sottrae al Parlamento ogni autonomia di indirizzo politico. Forse ogni autonomia, tout court.

Quale sarà la funzione del presidente della Repubblica? Non sarà sempre più evanescente? E il Parlamento non diventerà ornamentale? Comuni, Regioni, e ora premierato: tutta la complessa architettura costituzionale vedrebbe la prevalenza assoluta di governabilità fondata quasi esclusivamente sugli esecutivi… Il premier eletto dal popolo e il Parlamento insieme vivono e insieme cadono.
Non v’è dubbio che la figura del nostro presidente della Repubblica verrebbe ad essere travolta, sostituita da un’altra. Le affermazioni che si sentono ripetere secondo cui non si toccano i poteri attuali del capo dello Stato è pura retorica. Basta pensare che i due poteri che valgono a caratterizzare il presidente della Repubblica sono quelli di incarico e poi nomina del presidente del Consiglio e quello di scioglimento del Parlamento. Ora, l’uno si annulla, il presidente dovrà conferire l’incarico di formare il governo al premier eletto; così come dovrà sciogliere le Camere nei due casi già definiti in Costituzione (doppia sfiducia al premier eletto o di chi lo sostituisce della stessa maggioranza). Insomma, un notaio e non più un potere di garanzia e intermediazione, “reggitore degli stati di crisi”. In sintesi, potremmo dire che se oggi il Parlamento ha difficoltà ad affermare il proprio ruolo e la sua autonomia, domani avremmo compiuto l’intero percorso ed esso non avrà più nessun ruolo autonomo.

Giorgia Meloni afferma che andrà avanti anche da sola, con la sua maggioranza (che, sul tema, comprende anche Renzi, ovviamente). Settori dell’opposizione parlamentare ipotizzano una mediazione aggiungendo al progetto Meloni l’istituto della “sfiducia costruttiva”. Io ritengo che il progetto sia non emendabile, anche perché è frutto di una logica di revisionismo storico contro la Liberazione antifascista, vero cemento della Repubblica.  Dovremo sin da ora prepararci: opposizione in Parlamento, campagna civica, comitati per il referendum…
La battaglia parlamentare va combattuta. Non fosse altro per fare emergere le ragioni dell’opposizione all’attuale disegno di riforma costituzionale. Più che cercare di emendare l’attuale testo (sono d’accordo con te, difficilmente migliorabile), bisognerebbe far emergere un’altra idea di riforma della nostra forma di governo. Denunciare la debolezza del Parlamento, individuare le misure istituzionali che potrebbero favorire un recupero della sua centralità, proporre un riequilibrio tra governo, Parlamento e capo dello Stato, introdurre misure per assicurare in altro modo tanto la stabilità di governi, quanto la rappresentatività effettiva dei parlamenti e dei nostri rappresentanti, modificare le regole della rappresentanza politica (il sistema elettorale) e riflettere sulle forme della rappresentanza sociale (partiti e partecipazione alla vita politica). Insomma, c’è molto lavoro da fare. Se poi si arriverà al referendum avremmo almeno contribuito a preparare il terreno, per evitare il peggio.

Questo articolo è stato pubblicato nel numero di dicembre 2023 di Left dal titolo “Re Giorgia”

Illustrazione di Marilena Nardi

Foglie di fico dal cielo su Gaza

Non è cambiato niente. Sono passati giorni dalla risoluzione Onu per un cessate il fuoco tra Israele e Hamas ma si continua a morire. Come spiega Ispi a cinque mesi dall’inizio del conflitto, il deficit tra il volume dei rifornimenti che sarebbero entrati nella Striscia se non fosse stato per la guerra e ciò che è stato effettivamente ricevuto ha superato il mezzo milione di tonnellate. Secondo l’Integrated food security phase classification (Ipc) delle Nazioni Unite nessuno degli abitanti dell’enclave è ormai più al sicuro dal punto di vista alimentare. Da quando è stato istituito, 20 anni fa, l’Ipc ha dichiarato solo due carestie: in Somalia nel 2011 e in Sud Sudan nel 2017. A meno che non sia ripristinata la fornitura di aiuti, hanno fatto sapere, gli esperti dovranno dichiararne una terza.

Agenzie e organizzazioni umanitarie continuano a ripetere che gli aiuti aerei sono il metodo meno efficace per distribuire rifornimenti umanitari. Da allora diversi palestinesi sono annegati mentre cercavano di raggiungere a nuoto alcune casse che erano cadute in mare, o sono rimasti schiacciati quando i paracaduti non si sono aperti correttamente. L’alto funzionario per i diritti umani, Volker Türk  ha ripetutamente denunciato alla Bbc che l’ipotesi secondo cui Israele sta usando la fame come arma di guerra a Gaza è “plausibile”. Se l’intento fosse dimostrato, ha spiegato, equivarrebbe a un crimine di guerra. Accuse che il governo di Benjamin Netanyahu definisce come “una totale assurdità”. I camion intanto restano bloccati a Rafah. 

Buon martedì.