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L’oceano di Beckett

Brendan Behan, uno dei tanti grandi scrittori irlandesi che finirono, per gran parte della vita, esuli volontari, racconta un aneddoto buffo che riguarda Samuel Beckett. Condannato in patria in quanto comunista, alcolista, e pure membro dell’Ira, Behan in un’occasione andò, con tanta birra in corpo, al Pike Theatre di Dublino a vedere Aspettando Godot. A un certo punto della pièce, da spettatore si fece improvvisamente attore, suscitando lo scalpore del teatro intero. Ecco la scena. Siamo nel passaggio in cui Estragone propone a Vladimiro di impiccarsi. I due si trovano di fronte al dilemma dei dilemmi: la mancanza della corda. Estragone suggerisce di usare la propria cintura, ma l’amico gli fa notare che è troppo corta, e allora gli dice: «Mi tirerai tu per le gambe». Ma Vladimiro giustamente gli domanda: «E me chi mi tirerà?» Proprio in quel momento, big Brendan – ex imbianchino partito arruolatosi nell’Ira e partito a sedici anni in missione solitaria per piantare bombe nei porti inglesi – prende la parola dalla galleria e strilla: «Io, ti tiro io!».

Potrà sembrare un affronto alla grande opera, ma non lo è per nulla. Anzi, fosse stato presente Beckett, avrebbe probabilmente apprezzato questa identificazione dell’audience col suo testo: un coinvolgimento che non ha nulla di sprezzante e banale. E infatti, Behan adorava Beckett, sebbene non risulti che tale sentimento di stima fosse, diciamo, “ricambiato”. Si erano incontrati a Parigi negli anni Cinquanta, ma allora Behan sbarcava il lunario scrivendo prosa pornografica, procurando prostitute a ex soldati americani, e spiegando Joyce e Wilde ai turisti in cambio di qualche bicchiere di Pernod. Le poche volte che avvicinò Beckett non fu accolto, pare, da calorosi abbracci. Behan, allora astro nascente del teatro, tra una scarcerazione e l’altra ebbe spesso parole di elogio per il connazionale. Come quando, in uno dei suoi ultimi libri registrati (il diabete e l’alcolismo lo costrinsero a smettere di scrivere materialmente attorno all’età di trentotto anni), disse di non capire assolutamente nulla dell’arte di Beckett, ma di amarla nel profondo: come non si capisce l’oceano, spiegò, eppure si ama nuotare tra le sue onde mondanti.

La lezione di Gaza per l’Europa

Mentre circolano notizie guidate di un possibile “cessate il fuoco”, i bombardamenti (ora “mirati”) e l’occupazione della Striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano continuano. Israele, peraltro, è sostanzialmente in guerra con tutti i suoi vicini come non mai. E mentre i nostri media ripropongono ad libitum immagini del feroce pogrom compiuto da Hamas il 7 ottobre, ben poche testimonianze ci vengono offerte sulle sofferenze patite dai palestinesi. L’enormità della risposta israeliana a quell’attacco è stata più volte denunciata ma questa non conosce sosta.
In Europa e in molti Paesi, però, manifestazioni e proteste continuano. Quello che colpisce, è stato già sottolineato, è il silenzio degli alleati occidentali di Israele. Non un reclamo, una richiesta a Israele da parte dei governi. Le opposizioni parlamentari, dal canto loro, si sono dichiarate a favore del “cessate il fuoco”, con molti distinguo. In pochi, però, hanno denunciato con forza i singoli atti di violenza gratuita da parte dei soldati israeliani di cui abbiamo avuto notizia.
Il fatto è che su questa vicenda di Gaza e del destino dei palestinesi si sta consumando l’ormai evidente incapacità di molti di capire e di pensare il futuro. Se è vero che la distruzione di Gaza sta mobilitando le coscienze, è anche vero che l’intera questione sta mettendo a nudo, una volta di più, la fragilità di molte nostre convinzioni e del pensiero politico occidentale, fino ad incrinare le sue fondamenta. Senza però che vi sia chiara percezione che ciò sta avvenendo.
La distruzione di Gaza e lo sterminio dei suoi abitanti ha riportato la questione palestinese al vaglio di quello che appare ormai come un proposito vecchio, quello dei «due popoli in due Stati». Vecchio perché è stato ripetutamente consumato e superato dagli eventi. Senza addentrarci in disquisizioni antropologiche, per le quali non vi sarebbe spazio, va intanto affermato che non esiste un popolo palestinese. Esiste una popolazione che abitava una terra – la Palestina nella sua accezione ampia – che però non è diversa da quella che abitava la Giordania. Le popolazioni di quelle terre, evolutesi nei secoli, hanno in larga parte abbracciato l’Islam, anche se vi sono (vi erano) fasce cristianizzate, armene, ma anche Drusi e Curdi e altre popolazioni “etnicamente” distinte (oltre agli ebrei, naturalmente).

La corsa alle armi dell’Unione europea

Ad oggi, le minacce reali a cui deve far fronte Bruxelles hanno a che fare con il commercio, l’export e l’approvvigionamento di materie prime. Quasi tutto ruota intorno alla crisi nel Mar Rosso, che starebbe provocando pesanti conseguenze anche sull’indotto del sistema portuale italiano. Con queste motivazioni si giustifica l’obiettivo principale dell’operazione Aspides (“scudo” in greco antico), lanciata il 19 febbraio: vale a dire proteggere le navi mercantili dagli attacchi degli Houthi yemeniti, supportati dall’Iran, realizzati per manifestare solidarietà alla Palestina sotto attacco dell’esercito di Israele. A guidare il comando tattico di Aspides è l’Italia, la Grecia si occupa di quello operativo e vi partecipano anche Francia e Germania.
Siamo in guerra?
Al testo che descrive la missione come “eminentemente difensiva” è stato eliminato, su richiesta del M5s, l’avverbio “eminentemente”. ma nel corso della discussione in Senato, il 5 marzo è stato detto che «la protezione dei navigli in transito e l’autoprotezione delle unità militari impiegate nell’area delle operazioni può essere attuata in forma passiva, neutralizzando gli attacchi in arrivo, oppure in forma attiva, eliminando le sorgenti di fuoco e i mezzi e le infrastrutture militari dell’aggressore» e che «è opportuno che anche la seconda (forma) venga presa in considerazione, nel caso l’evoluzione della situazione la renda necessaria». Giriamo la domanda a Fabio Alberti, attivista dell’Esecutivo della Rete italiana Pace e disarmo. Siamo in guerra?
«La missione Aspides, a differenza dalla missione Atalanta contro la pirateria e quindi contro la criminalità comune, interviene attivamente in un conflitto internazionale la cui evoluzione e possibile estensione è fonte di apprensione non solo dei pacifisti ma di tutta l’opinione pubblica mondiale. Le possibilità che, anche senza volerlo, l’Italia si trovi coinvolta in una guerra più ampia decisa altrove (a Washington o a Teheran non importa) sono elevate».

“Le radici profonde non gelano”

L’uccisione di migliaia di civili da parte dell’esercito di Israele, perpetrata durante la guerra contro Hamas, avviene anche con armi italiane?
Da anni Tel Aviv è un grande cliente delle imprese italiane di armamento. A cominciare da Leonardo S.p.a., fiore all’occhiello dell’industria bellica nazionale, che fornisce all’Idf (Israel defence forces) parti e sistemi d’armi. Come è noto, Leonardo è controllata per oltre il 30% dal ministero dell’Economia e delle finanze (quindi direttamente dall’esecutivo) e intesse stretti rapporti con Israele e vari think tank del Paese anche attraverso altri canali. A giugno 2023, ad esempio, presso la sede della Fondazione Leonardo Med-Or si è svolto un workshop di studio sulla situazione in Medio Oriente realizzato insieme all’Institute for National security studies di Tel Aviv, al quale hanno partecipato anche membri di spicco del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, il dicastero guidato da Tajani. E, sempre lo scorso anno, Leonardo ha firmato due accordi con la Israeli innovation authority e l’Università di Tel Aviv per la cooperazione nell’ambito della creazione di start-up. Ma, come si legge sul sito ufficiale della S.p.a., l’obiettivo principale rimane la creazione di una «partnership strutturale per i processi di business». Un affare, per Leonardo, è stato certamente la vendita degli aerei addestratori Aermacchi M-346, utilizzati dall’Idf non in combattimento ma per esercitare i piloti che andranno in guerra. Sono invece già sul campo i cannoni navali Oto 76/62 Super Rapido, che Israele monta sulle sue corvette classe Sa’ar 6 (e anche su altri modelli). Questi vascelli, come ha scritto il Jerusalem Post il 17 ottobre scorso nell’articolo “Cutting-edge Israeli warship used for first time in Gaza attack”, sono stati utilizzati per coprire con il fuoco l’avanzata delle truppe israeliane a Gaza nei giorni successivi all’attacco di Hamas del 7 ottobre.

La dignità del lavoro ai tempi dell’algoritmo

L’accordo sul trattamento dei lavoratori delle piattaforme digitali raggiunto l’11 marzo dal Consiglio d’Europa dei ministri del Lavoro e degli affari sociali squaderna sotto i nostri occhi tre interrogativi estremamente concreti. Primo, il futuro immediato del lavoro stesso; secondo, quanto sia urgente una reale e ben più robusta integrazione europea; terzo, quanto, di fronte all’evoluzione tecnologica dei rapporti di lavoro, sia adeguato alla realtà circostanze il sistema della contrattazione.
In primo luogo, di cosa si parla quando si tratta l’argomento del lavoro nelle piattaforme digitali, ossia, quella che si chiama anche Gig economy? Nella vulgata più comune, il pensiero corre subito ai cosiddetti “ciclofattorini” che consegnano cibo a domicilio. Si tratta di una visione abbastanza riduttiva della realtà di questo settore. Certamente, il rider è estremamente visibile e, perciò, capace di attirare l’attenzione su di sé. Una figura che è diventata emblematica di questa forma di relazione di lavoro. Ma la realtà è assai più articolata.
Perciò, cominciamo a definire questo aggregato di lavoratori nelle sue realtà, dimensione, composizione. L’Unione calcola che, nel 2022, la forza lavoro delle piattaforme digitali fosse costituita da oltre 28 milioni di persone, molto vicina a quella dell’industria manifatturiera che ammonta – sempre riferendoci al 2022 – a 29 milioni di attivi. Una coorte che si calcola destinata a crescere esponenzialmente per raggiungere i 43 milioni di operatori nel 2025. Il reddito proveniente dal lavoro per piattaforme digitali è così suddiviso: 39% autisti di servizi assimilati ai taxi per esempio, l’App Uber; 24% consegne di cibo, traslochi, trasporti e spesa a domicilio; 19% servizi domestici; 7% servizi professionali come la contabilità; 6% attività freelance di graphic design e photo editing; 3% assistenza a domicilio all’infanzia e per la salute; 2% altri “micro compiti”. Una varietà di funzioni, perciò, ben più ampia di quanto si possa immaginare di primo acchito.

Il benessere del neonato

In questi giorni si è aperto l’ennesimo dibattito politico e sociale sulla “questione delle culle vuote”; le cause della denatalità vengono ascritte alla mancanza di risorse materiali: crisi economica, disoccupazione femminile, aumento dell’età riproduttiva, carenza di servizi per l’infanzia.
Non si prende in considerazione che non tutte le donne in fondo sentano la necessità di essere madri, e che alcune lo fanno sulla spinta di una cultura colpevolizzante senza essere realmente pronte a questa transizione. Se è vero che le tecniche di procreazione medicalmente assistita da una parte garantiscono il diritto alla genitorialità quando è una scelta personale, dall’altra non si soffermano a rivolgere un’attenzione particolare a questo momento della vita complesso e delicato di cui non sempre le coppie sono pienamente consapevoli. La donna senza figli viene tacciata di egoismo, giudicata individualista e se davvero esistesse l’istinto materno non saremmo bombardati da drammatiche storie di cronaca nera che vedono protagoniste proprio le donne, omicide dei propri figli. Sempre negli ultimi giorni si è svolta l’udienza in Corte d’Assise per Alessia Pifferi, imputata per l’omicidio della figlia di 18 mesi, lasciata morire di stenti nel 2022. La donna viene giudicata dal perito capace di intendere e volere, affetta da dipendenza ed alessitimia ma non malata di mente, con la proposta di continuare a scontare la pena in regime carcerario. Il caso Pifferi scuote gli animi di noi tutti, che ci chiediamo che tipo di risposte, ancora una volta, potrà dare la psichiatria alla giustizia per chiarire quali dinamiche profonde sottendono ad un comportamento del genere.

Quei virus culturali che infettano la scuola

Candidato a moltissimi premi, La sala professori di İlker Çatak, regista turco-tedesco al suo quarto lungometraggio, non ne ha ancora vinto uno, e c’è da domandarsi il perché. Intanto, fuori dalle sale cinematografiche si fa una lunga, bellissima fila per vederlo, e alla fine ne è valsa davvero la pena: si sente negli applausi del pubblico e si respira nell’aria densa di emozioni e di domande all’uscita. Domande ed emozioni che hanno trovato nella critica risposte diverse, almeno in apparenza: c’è chi ripercorre la storia del cinema a tema “educativo” (qualcuno incredibilmente classifica questo film come di genere educativo-didascalico), chi all’opposto cerca di svelare il senso dell’allegoria o della metonimia, chi lo trova kafkiano – non proprio un omaggio, nel centenario della morte, allo scrittore, chiamato ingiustamente in causa allo scopo di proporre ancora e sempre che la verità non è di questo mondo. E c’è perfino chi chiosa, col classico ma mortale attacco alla speranza di chi denuncia la violenza, sintetizzando la morale del film col motto “la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni”: il male è dentro ognuno di noi ed è inutile e perfino dannoso combatterlo.
Una scuola tedesca, istituto comprensivo che va dalla primaria alla nostra terza liceo (16-17 anni), è teatro del dramma che si consuma in una seconda media, ovvero nell’età più fragile, perché meno libera: tanto esplosiva nell’esigenza di realizzare una propria identità, quanto ancora incerta e dipendente dal giudizio e dalla volontà degli adulti. Malgrado la magistrale interpretazione di Leonie Benesh, Frau Carla Nowak non è la vera protagonista di questo film. Professoressa di matematica ed educazione fisica, ne è casomai l’icona, a cominciare dal bizzarro tentativo di ravvicinare mente e corpo che la scuola affida proprio a lei, rigida e contratta in una tensione che fin dall’inizio rappresenta bene la solitudine di un mondo interno sofferente e incoerente, tanto da arrivare a sfiorare la malattia mentale vera sotto i colpi del caos che finisce involontariamente per scatenare con l’applicazione dei suoi algoritmi alla vita reale, tragicamente perdendo il rapporto con la realtà umana.

Andrea Filippi (Fp Cgil medici): Politica e psichiatria, quell’incontro mancato

«Cento anni fa nasceva a Venezia Franco Basaglia, un uomo, un medico, uno scienziato a cui non solo la psichiatria, e nemmeno solo la sanità, deve molto ma l’intera nostra comunità nazionale», ha detto la vicepresidente della Camera, Anna Ascani, intervenendo al convegno Franco Basaglia. A cent’anni dalla nascita, il 19 marzo a Montecitorio, sottolineando: «Ci ha insegnato che conta sempre e solo la persona, l’uomo o la donna, l’anziano o il bimbo con la sua storia, il suo volto, i suoi sogni e le sue disperazioni, la sua dignità». Riconoscere e difendere la dignità umana è fondamentale. Ma il compito dello psichiatra è altro, riguarda la cura della malattia mentale per la guarigione. Perché questa parola “cura” sembra ancora fare paura, chiediamo allo psichiatra e segretario nazionale Fp Cgil medici Andrea Filippi.
«Sono temi molto delicati perché riguardano la dimensione umana nella sua complessità, toccano la filosofia, l’antropologia, la scienza. È necessario affrontarli con rigore scientifico e rispetto della storia per evitare fraintendimenti e per superare alcune mistificazioni che ancora persistono. In primis direi che è un errore contrapporre la tutela dei diritti e la lotta all’emarginazione alla dimensione prettamente scientifica di cura della malattia. Prendersi cura e curare fanno parte dello stesso processo terapeutico. L’una non esclude l’altra soprattutto quando si parla di patologie gravi come le psicosi».

Come leggere oggi la storia di quegli anni che portò alla chiusura dei manicomi?
All’epoca tutti i movimenti in ambito psichiatrico erano giustamente finalizzati alla chiusura dei manicomi. Ma avvenne una spaccatura fra quella parte del movimento che ricercava la cura nella relazione clinica, nella psicoterapia e nell’umanizzazione dei luoghi di cura e un altro filone che invece vedeva i luoghi di cura solo come istituzione, che andava abolita e basta. Per alcuni l’iniziativa prettamente politica di lotta all’emarginazione, di chiusura dei manicomi, di assistenza dei più fragili e di reinserimento sociale e lavorativo, esauriva la proposta terapeutica, come se la causa della malattia andava ricercata solo nelle istituzioni e non piuttosto nell’individuazione delle dinamiche patologiche relazionali.

E Macron si fa bello con i partigiani immigrati

Con tutta la solennità che i francesi sanno infondere alle loro cerimonie, il 21 febbraio scorso le salme di Missak e Melinée Manouchian hanno fatto il loro ingresso nel Pantheon di Parigi. Nel momento culminante di un complesso percorso commemorativo, il coro dell’esercito francese faceva risuonare la più classica delle canzoni della resistenza d’Oltralpe: Le chant des partisans.
La pantheonizzazione di Missak e Melinée, per utilizzare il brutto neologismo usato in Francia, ha segnato molte “prime volte”. Nonostante il ruolo avuto a suo tempo nella resistenza sono stati i primi comunisti ad entrare nel sacrario dove viene celebrata la memoria nazionale. Ma sono soprattutto i primi immigrati a ricevere un simile onore, anche se non furono pochi coloro che avevano combattuto in prima fila contro il nazismo e il collaborazionismo.
Missak Manouchian era sfuggito ancora piccolo al genocidio degli armeni ed era riuscito ad arrivare in Francia nel 1924. Aveva fatto l’operaio cambiando spesso lavoro per cogliere le occasioni che l’economia francese offriva agli immigrati. Lavori sempre duri dato che è soprattutto agli stranieri che questi vengono affidati. Ma Missak era anche un intellettuale ed è riconosciuto come uno dei grandi poeti della letteratura armena contemporanea. Avvicinatosi alle idee comuniste, sull’onda della spinta unitaria del 1934 entrò nel Pcf e svolse un’intensa attività nelle associazioni di solidarietà rivolte ai lavoratori stranieri. Nel corso di una festa della comunità armena, Missak conobbe Melinée che divenne poi sua moglie. Seguendo tutte le traversie politiche del periodo, subendo vari arresti, Manouchian divenne una figura importante dei Franc tireur partisan – Mains d’oeuvre immigrée (Ftp-Moi). Un’organizzazione che colpì duramente le forze tedesche di occupazione arrivando anche a giustiziare il colonnello nazista Julius Ritter.

L’allergia di Meloni & C. alla Costituzione antifascista

Illustrazione di Marilena Nardi

Il testo della riforma proposta dalla presidente Meloni nella sua formulazione originaria prevedeva di inserire nel testo della Costituzione un premio di maggioranza pari al 55% dei seggi parlamentari disponibili, senza peraltro indicare la percentuale dei voti che farebbe scattare il premio. L’assurdità della previsione ha indotto il governo ad evitare di indicare l’entità del premio e della percentuale di voti validi che lo farebbe scattare e a rinviare la disciplina alla formulazione della prossima legge elettorale. Basta questo particolare aspetto per indicare quale dilettantismo e quanta confusione si nasconda dietro alla proposta di revisione costituzionale.
Del resto l’inserimento nel testo costituzionale della soglia del premio di maggioranza sarebbe una novità nella storia costituzionale. Occorre notare che una norma così fatta sarebbe a sua volta esposta ad un vizio di costituzionalità, come ha chiarito la Corte Costituzionale. Ma proprio questa mancata previsione potrebbe essere l’occasione per avviare una trattativa con la parte più disponibile dell’opposizione, nel tentativo di garantirsi qualche soccorso al momento del voto in Parlamento. Certo appare difficilmente contestabile che la logica plebiscitaria che ispira la riforma abbia bisogno di un Parlamento affidabile e alle complete dipendenze del capo del governo, non esposto dunque alle logiche del confronto parlamentare e questo si può ottenere solo con un affidabile premio di maggioranza.
Comunque garantire un robusto premio di maggioranza dei seggi in ciascuna Camera ai candidati collegati al presidente del Consiglio, vuol dire da un lato mettere il governo al riparo da qualsiasi incidente, ma dall’altro significa svalutare in modo eccessivo le posizioni della minoranza senza introdurre contemporaneamente nessun correttivo o bilanciamento possibile. Per questa via, anzi, sparirebbero i contrappesi oggi esistenti, dal momento che sarebbe facile per una maggioranza così blindata impadronirsi anche degli istituti e degli organi di garanzia.