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Cpr, la voragine dei diritti umani

Questa storia inizia con l’approvazione della legge 40 (Turco-Napolitano) nel luglio 1998, quando, in nome dell’esigenza di “coniugare sicurezza e accoglienza”, nacquero i primi Cpta (Centri di permanenza temporanea e assistenza) che vennero realizzati in maniera improvvisata prima ancora di dare loro un quadro normativo.
Per la prima volta in Italia – nel resto d’Europa era già una prassi – si potevano privare le persone della libertà personale in virtù del fatto che la loro presenza non era considerata regolare. La finalità dei centri riguardava gli «stranieri destinatari di un provvedimento di espulsione con accompagnamento coattivo alla frontiera non immediatamente eseguibile». Persone che non avevano commesso reati, rinchiuse per ciò che erano. Per facilitare i rimpatri delle persone considerate irregolari, l’allora ministro dell’Interno si affrettò a siglare i primi accordi bilaterali di riammissione con alcuni Paesi del Nord Africa che raramente produssero i risultati sperati.

I centri in cui allora si poteva restare rinchiusi fino ad un mese in attesa dell’espulsione nacquero da un giorno all’altro e in modo non organico. A Lampedusa non c’era ancora la struttura di Contrada Imbriacola, quindi le persone venivano tenute nei pressi dell’aeroporto e poi nell’ex base militare Loran che non risultava inquadrata come Cpta ma che di fatto aveva quella funzione. A Trapani venne preso in affitto un ospizio in disuso, il “Serraino Vulpitta”, tramutato in struttura con celle, a Roma si utilizzò parte di una caserma nei pressi dell’aeroporto di Fiumicino, a Ponte Galeria, e poi fu la volta di Agrigento, Bari, Brindisi. Già da allora i servizi di “assistenza” (sanità, pasti ecc.) vennero dati in gestione a imprese o cooperative che a volte partecipavano a gare pubbliche, più spesso ottenevano un affidamento diretto: un business enorme. La sorveglianza esterna e la repressione interna in caso di emergenze era (come ancora oggi) gestita dalla locale prefettura e quindi attraverso personale dei diversi corpi dello Stato. Furono in molti a “offrirsi” per fornire strutture adeguate, da don Cesare Lodeserto che in Puglia fece rapidamente trasformare il suo centro Regina Pacis, prima adibito all’accoglienza, in un Cpta, alle città di Milano (via Corelli), Torino, (Corso Brunelleschi), Bologna (via Mattei). A Modena ne sorse uno gestito dalle Misericordie il cui presidente era Daniele Giovanardi, fratello del più noto uomo politico Carlo Giovanardi. E poi Foggia, Crotone (Isola Capo Rizzuto) accanto a un immenso campo di accoglienza, Lamezia Terme, (gestito da un responsabile della protezione civile e realizzato al posto di una comunità di accoglienza per tossicodipendenti). Nel 2006 venne aperto il Cpt di Gradisca D’Isonzo, ribattezzata la “Guantanamo italiana” per l’uso di tecnologia avanzata atta a impedire fughe, rivolte, socialità eccessiva fra gli “ospiti”. Sì perché chi vi era trattenuto non era considerato detenuto ma “ospite” al punto che le fughe non potevano essere addebitate agli addetti alla sorveglianza per negligenza. A Ragusa venne aperta una struttura solo per donne in pieno centro, con personale quasi esclusivamente maschile.

E poi una serie di aperture e chiusure: chiuso il Cpt di Agrigento per difficoltà di gestione, ne venne aperto uno a Caltanissetta (Pian Del Lago), si spostò quello di Bari, per pochi mesi ne restò aperto uno a Trieste mentre nelle altre città venne resa difficile la realizzazione di queste strutture sia per l’opposizione degli enti locali sia più spesso della popolazione e dei movimenti sociali, oltre che per le difficoltà di reperire strutture idonee, come nel caso di Corridonia, nel maceratese. Nel frattempo era entrata in vigore la legge Bossi-Fini, che raddoppiava i tempi massimi di trattenimento (da 30 a 60 giorni) e si andava rapidamente dimostrando il fallimento di tale approccio all’immigrazione. I centri, sin dalla loro apertura si erano dimostrati luoghi da cui si tentava di fuggire e in cui si moriva. La notte di Natale del 1999 venne trovato senza vita, nel Cpt di Ponte Galeria, Mohamed Ben Said, con una mascella rotta e forse imbottito di psicofarmaci. Pochi giorni dopo, il 28 dicembre, alcuni “ospiti” tentarono la fuga dal “Serraino Vulpitta” di Trapani, vennero ripresi, rimessi in cella e, sembra, uno di loro dette fuoco al materasso. Non si trovarono le chiavi per aprire i locali, non funzionavano gli estintori e in 6 trovarono una morte atroce (uno di loro dopo 3 mesi di agonia): insomma, una strage annunciata in una struttura anche inadeguata al trattenimento.

C’è un calcolo macabro scomparso dalla storia ufficiale, in triste e perenne aggiornamento: quello di coloro che hanno perso la vita a causa della detenzione in questi spazi dove non valgono nemmeno le garanzie dei regolamenti penitenziari. Fra tentativi di fuga, malori dalle cause mai chiarite, suicidi parliamo, per difetto, di una trentina di morti. Senza contare gli innumerevoli atti di autolesionismo, l’equilibrio psicofisico spezzato da mesi di privazione della libertà, la repressione sempre seguita a rivolte e sommosse per la scarsa qualità del cibo, per poter ottenere colloqui con parenti e avvocati, per difficoltà strutturali derivanti da spazi pensati esclusivamente come “zoo” temporanei per esseri umani.
Per parecchi anni, soprattutto fino al 2007, si sono susseguite mobilitazioni per chiedere la chiusura dei centri, giudicati dai più irriformabili, la più grande a Torino nell’inverno 2002, ma furono tante e in tutte le città in cui c’erano Cpt o in cui si minacciava di aprirli. Mobilitazioni a volte creative e che riuscivano a parlare alla popolazione e alle persone rinchiuse, in altri casi aspramente e duramente conflittuali, spesso represse dalle forze dell’ordine. Ma anche nei palazzi della politica, per alcuni anni, ci si interrogò sul senso di queste strutture che non sono state “imposte dall’Europa” come ha lasciato passare una vulgata pseudo progressista (l’Europa con l’accordo di Schengen ha solo chiesto a ogni Stato di vigilare sui propri confini), ma create più per soddisfare istanze propagandistico securitarie che già da allora venivano utilizzate in Parlamento.

Ci furono però parlamentari, senatori ed europarlamentari che, essendo gli unici ad avere il mandato ispettivo, cominciarono a visitare quei luoghi, a denunciarne le carenze e le condizioni di vita che vi venivano imposte, a provare a scardinare questo sistema. Certo, di centri ce ne erano in tutta Europa, nel 2005 (fonte Migreurop) 174, in Italia si arrivò a un massimo di 14 strutture che costarono milioni di euro l’anno e che, anche in base agli scopi per cui erano state aperte, si dimostrarono fallimentari. I dati di 14 anni fa indicano che al massimo il 48% delle persone trattenute veniva poi effettivamente rimpatriato, con costi che si aggiravano attorno agli 8mila/12mila euro per ogni espulsione. Il tutto per detenere 2mila/3mila persone, rispetto ai dichiarati “600mila clandestini”, in parte rinchiusi nei centri dopo periodi di detenzione in cui non erano stati identificati, i cui provvedimenti di convalida del trattenimento erano affidati a giudici di pace (mai utilizzati fino ad allora per autorizzare la limitazione della libertà personale). Queste persone una volta non rimpatriate, tornavano fuori in condizioni di irregolarità con l’obbligo di lasciare entro pochi giorni il territorio nazionale ma senza alcun Paese intenzionato ad accoglierle.
Un mix di propaganda e costruzione della fortezza escludente per rinchiudere il “nemico interno”, con l’intento di dimostrare che lo Stato si prendeva cura della sicurezza dei cittadini. Oltre che gli ex detenuti sono finiti nei centri persone che avevano perso il lavoro e quindi il diritto di restare in Italia, richiedenti asilo a cui non era stata riconosciuta la protezione internazionale o umanitaria, lavoratori e lavoratrici al nero (in particolar modo nel lavoro di cura), vittime di tratta per sfruttamento sessuale che non usufruivano delle normative atte a tutelarle, a volte persino minori.

Estratto dall’introduzione del libro di Left Non Ci Potete Rinchiudere. La vergogna italiana dei lager per immigrati a cura di Yasmine Accardo e Stefano Galieni

Qui l’intervista di Radio Radicale a Yasmine Accardo e Stefano Galieni

Il segreto per diventare ricchi? Nascere ricchi

Il segreto per diventare ricco? Nascere in una famiglia ricca. Sembra la scoperta dell’acqua calda ma come tutte le storture merita di essere ossessivamente ripetuta, almeno per smontare la favola terribile del sogno americano che di tanto in tanto spunta su certa stampa – anche progressista- dove si legge di giovani rampanti omettendo la dichiarazione dei redditi dei loro genitori.

Per la prima volta in 15 anni, secondo i dati di Forbes, tutti i miliardari sotto i 30 anni hanno ereditato la loro ricchezza. L’ascensore sociale decantato dai sacerdoti del capitalismo è l’oppio per gli incagliati. 84mila miliardi di dollari nei prossimi 20 anni – lo dice la società di consulenza Cerulli Associates – nei prossimi anni passeranno da padre in figlio, da nonno ai nipoti. Con tanti saluti al feticcio del merito. 

Il giovane più ricco italiano è Clemente Del Vecchio, 19 anni, che alla morte del padre ha ottenuto la sua bella quota di partecipazione in EssilorLuxottica ed è diventato il più giovane miliardario al mondo nel 2023. Dividere la sua eredità con i suoi 5 fratelli non ha minato la sua possibilità di entrare in classifica. 

La brasiliana Livia Voigt ha 19 anni e possiede un patrimonio 1,1 miliardi di dollari grazie alla sua partecipazione di minoranza nel produttore di apparecchiature elettriche Weg, co-fondato dal suo defunto nonno. Negli Stati Uniti, i nati prima degli anni Sessanta detengono 95,9 trilioni di dollari su un totale di 147,1 trilioni di dollari di ricchezza familiare, secondo la Federal Reserve. Una montagna di soldi pronta a passare di mano in mano. Intanto iIn 52 paesi, i salari reali medi di quasi 800 milioni di lavoratori sono diminuiti. I lavoratori hanno perso complessivamente 1,5 trilioni di dollari negli ultimi due anni, equivalenti a 25 giorni di salario perso per ciascun lavoratore. 

Buon venerdì. 

Parlamento sordo, cieco e muto. È il risultato del premierato

Confesso di essere preoccupato. Proprio perché su Left abbiamo seguito con meticolosa attenzione e passione critica l’attacco eversivo del governo Meloni alla Costituzione antifascista, perseguito attraverso l’Autonomia differenziata ed il cosiddetto “premierato”. Il piano del governo, infatti, avanza con arroganza, come uno schiacciasassi, non tenendo in alcun conto osservazioni scientifiche e critiche politico/istituzionali. È necessario che l’allarme democratico cresca e che si infittiscano le mobilitazioni.

Il 29 aprile la maggioranza imporrà la rapida approvazione anche alla Camera dell’Autonomia differenziata, che diventerà legge. Non ci arrenderemo, ovviamente. Continuerà la nostra critica sui terreni sociale, istituzionale, giuridico/costituzionale, affinché venga bloccata la parte esecutiva delle “intese” tra il ministro Calderoli e le singole regioni che già lo richiedono, frantumando la Repubblica italiana. E 48 ore fa, in Commissione Affari costituzionali del Senato, le destre hanno approvato il nuovo articolo 3 del disegno di legge Casellati sul “premierato”, che introduce l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Il testo, che modifica l’articolo 92 della Costituzione aggiunge: «le elezioni delle Camere e del Presidente del Consiglio hanno luogo contestualmente». Quest’ultimo avverbio, indefinito e preoccupante, allude, ovviamente, ad una legge elettorale sulla quale le forze della maggioranza sono ancora rissose e divise. In verità nessuna di esse mi pare pensi alla qualità della rappresentanza; pensano, piuttosto, ai propri interessi partitici, identitari e di potere. Mentre il centrosinistra non sembra avere alcuna proposta alternativa. Le destre pensano, in tutta evidenza, ad un premio di maggioranza molto alto che garantisca in entrambe le Camere una maggioranza larga alle liste ed ai candidati collegati al presidente del Consiglio.

Perché mi preoccupa molto l’avverbio “contestualmente”? Perché esso, probabilmente indica che la proposta delle destre sia quella di legare pregiudizialmente l’elezione dei parlamentari al voto dato al presidente del Consiglio. Sarebbe un’ulteriore incostituzionalità, perché l’elettrice e l’elettore non potrebbero scegliere i propri rappresentanti alle Camere. Il governo diventerebbe la massima ed unica rappresentanza; il Parlamento sarebbe sordo, cieco e muto, come piace ai regimi autocratici. La proposta di “premierato” , ricordiamo, va letto in un combinato disposto sia con la legge elettorale largamente maggioritaria, sia con il progetto di Autonomia differenziata. Un Paese, insomma, diviso e frantumato (contro l’articolo 5 della Costituzione, che prescrive la Repubblica “una e indivisibile”) ha bisogno, secondo il governo, di un comando centrale “forte”. La democrazia parlamentare, di rappresentanza, vira verso la democrazia di investitura, il comando assoluto del “capo”, come strumento disciplinare di massa. Non più partecipazione democratica, ma una delega assoluta quinquennale data, con un voto, da un popolo inerte. Emerge un tema grave: la funzione del presidente della Repubblica sarebbe sempre più evanescente, mentre il Parlamento diventerebbe ancor più una struttura ornamentale. Se pensiamo alle leggi elettorali delle Regioni, dei Comuni, in definitiva, tutta la complessa architettura costituzionale potrebbe, in futuro, essere ancor più fondata solo sugli esecutivi, sul comando assoluto. Lo confesso: sono preoccupato.

Nella foto: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, Bruxelles, 22 marzo 2024

Per approfondire: Left, dicembre 2023, Re Giorgia

L’autonomia differenziata non differenzia. Rende diseguali

Meloni e i pieni poteri. Dialogo fra costituzionalisti

Slam poetry, il fuoco della poesia

Slam poetry foto di Gabriele Ratano

Martina Lauretta foto di Gabriele Ratano

«Se vi dicono che la vostra generazione è morta, date loro fuoco. Se vi dicono che la vostra generazione ha sprecato le chance che le erano state regalate, date loro fuoco… e che non puoi spiegare vele se ti hanno rubato il vento».
Questi sono alcuni versi tratti da un monologo di Giuliano Logos, un giovane artista performativo o, in inglese, di Slam poetry, che racconta e descrive attraverso la poesia le frustrazioni di tanti ragazzi nati nel secondo millennio.
Giuliano è stato il primo italiano ad aggiudicarsi il titolo di campione del mondo in questa disciplina, conquistato alla XV edizione della Coupe du monde de Slam Poésie di Parigi nel 2021. La poesia performativa non è un movimento appena nato, ha radici negli Stati Uniti e ha origine nei movimenti artistici e culturali degli anni 80 e 90. La sua storia è una combinazione di tradizioni poetiche antiche, che arrivano dall’epoca classica degli aedi, e influenze moderne che si contaminano con le esibizioni rap, con un’enfasi particolare sulla partecipazione del pubblico e sull’espressione individuale. Le origini di questo movimento poetico risalgono alle open mic nights (serate a microfono aperto), durante le quali artisti di varie discipline potevano esibirsi liberamente in locali e club. Negli anni 80, Marc Smith, un poeta operaio di Chicago, iniziò a organizzare eventi chiamati Poetry Slams presso il Green Mill Tavern, prendendo ispirazione dalle competizioni di poesia orale dei movimenti beatnik e jazz.
Per il campione mondiale l’approdo al mondo dello slam è stata un’esigenza artistica: «Mi sono avvicinato alla poesia performativa venendo dal mondo del rap – dice Giuliano Logos -. A un certo punto ho avuto la percezione che alcuni dei contesti hip hop dove portavo le mie produzioni non fossero particolarmente predisposti all’ascolto di determinate tematiche. Così, dopo una ricerca, trovai il mondo dello Slam e fondai un collettivo di poeti di nome Wow incendi spontanei».

Voltairine contro Stato e Chiesa

Leggere gli scritti di questa donna, Voltairine de Cleyre, inusuale anche nel nome, è come essere travolti da un fiume in piena, né si può restare indifferenti sotto lo scrosciare irrefrenabile di parole, immagini, analisi storiche e sociologiche. Si è travolti da sentimenti contrastanti: ammirazione, amore, mentre a volte ti cresce dentro un muro di non accettazione. Mentre in Francia è appena uscito De l’action directe suivi de: L’idée dominante da Les éditions L’Alchimiste, in Italia sono stati pubblicati, dopo più di cento anni, due libri: Una poetessa ribelle (Stampa alternativa, 2018) e Un’anarchica americana (Eleuthera, 2021), che ci forniscono un’idea della vasta produzione di lettere, poesie, traduzioni, racconti, saggi, novelle, conferenze. Ma chi era Voltairine de Cleyre? Una donna difficilmente incapsulabile in parole quali anarchica, poetessa, libertaria, scrittrice, ribelle, femminista. Di lei Emma Goldman scrive: «La più dotata e brillante donna anarchica che gli Stati Uniti abbiano mai generato».
Si conoscevano per la collaborazione di Voltairine a Mother Eart (rivista diretta da Goldman dal 1906 al 1917), nonostante le divergenze su questioni rilevanti; Emma ama la vita e cerca di goderla, Voltai (come la chiamano in famiglia) non cerca la felicità ma la realizzazione umana, a dispetto del pessimismo con cui guarda alla società. Uno sguardo, il suo, che rasenta la depressione e che affonda le sue radici nell’ambiente familiare, funestato dall’annegamento di una sorellina e negli anni sofferti dell’istituto di suore in cui il padre, socialista povero e libero pensatore, la manda per darle un’educazione che sviluppi a pieno le sue capacità. Sospettiamo che tale decisione fosse dettata dall’incapacità o impossibilità di imbrigliarla in comportamenti socialmente accettabili. Se c’è un termine, infatti, che meglio la descrive è “ribelle”. A quattro anni impara a leggere da sola e si arrabbia per non essere stata accettata dalla scuola pubblica. E a sei anni scrive poesie. Gli anni del collegio la vedono “ragazzina smarrita” in un ambiente ipocrita e autoritario: «Sarei dovuta diventare una suora, passando il resto della mia vita a celebrare l’Autorità nella sua forma più manifesta», racconta in Un’anarchica americana e prosegue: «Ero una povera anima che combatteva solitaria nelle tenebre della superstizione religiosa. Ricordo bene con quanta energia e rabbia mi rifiutai di sottostare alle ingiunzioni della mia insegnante, dicendole che non avevo alcuna intenzione di scusarmi per una colpa che non mi poteva essere imputata e che se l’avessi fatto, le mie parole non sarebbero state sincere. “Non è sempre necessario – mi rispose lei – dire sinceramente ciò che pensiamo, mentre è sempre necessario obbedire ai propri superiori”. Io non mentirò».

Revolucionaria! Il canto che viene da dentro

Ilustrazione di Giulia Anania

La creatività è un uccello senza un piano di volo» scrive Violeta Parra. Questa affermazione è quanto di più vicino abbia trovato per rendere le sensazioni che suscita la lettura del testo scritto da Lavinia Mancusi: un viaggio attraverso linguaggi diversi che non permettono di inserirlo in un genere definito.
Racconto per voce? Teatro-canzone? Biografico? Leggere queste pagine di Revolucionaria! (Redstar Press) significa prima di tutto aprire uno scrigno pieno di immagini, corpi che prendono vita correndo come fiumi impetuosi che trascinano e rimescolano nei loro flutti suoni, colori, parole.
Le crisi sono necessarie, a volte si rivelano feconde, così Lavinia Mancusi, giovane interprete di musica popolare, viene presa, nei giorni di forzata immobilità della pandemia, da una febbre di domande che rivolge a sé stessa: “Chi sono? Cosa amo? Cosa sto costruendo?”. Lavinia non spegne il tormento di quel lungo tempo di silenzio ma lo trasforma in una ricerca non solitaria, perché la musica popolare per sua natura non è solitudine, nasce come antidoto al dolore privato, da gesti quotidiani che appartengono a migliaia di persone sconosciute e si alimenta e cresce di bocca in bocca. La fatica, il dolore, la miseria, la paura, l’amore, la festa, la morte e la rivolta, pensati e poi cantati da artisti senza nome. Poi ascoltati, ripetuti, moltiplicati.
Una musica che ha in sé una vocazione epica.
Lavinia attraversa questo silenzio “senza un piano di volo”, forse sapendo che il Nulla non esiste, e trova in sé quel poco di calma necessaria per aspettare senza angoscia che affiori qualcosa e lasciare che si formino dei puntini che poi si attraggano sino a tracciare linee che si caricano via via di senso, componendo alla fine una partitura di vite e di voci.
Prende vita questo libro che non è un testo di etnomusicologia, o la raccolta, lo studio di canti tradizionali e dei loro interpreti, ma qualcosa di più urgente per cui servirebbe un verbo di movimento: “rincorre”, ecco, le pagine sembrano rincorrere il senso della memoria, per afferrare il segreto della resistenza di alcune autrici ed interpreti di musica folk, seguendo passo dopo passo le briciole, i petali e le lacrime di cui hanno disseminato le loro esistenze. Sono Violeta Parra, Mercedes Sosa e Chavela Vargas: Cile, Argentina e Messico.

“Dahomey”, indagine sul postcolonialismo

Ben poca risonanza ha avuto, sulla nostra stampa mainstream la vittoria alla Berlinale 2024 da parte di Dahomey, il film documentario di Mati Diop sulla recente restituzione di 26 opere d’arte saccheggiate dai francesi nell’omonima colonia alla fine del XIX secolo.
Difficile, del resto, che tematiche come quelle trattate nel lungometraggio di Diop risultassero appetibili ad una informazione come la nostra da sempre caratterizzata da una pervicace e generalizzata afasia sul nostro e l’altrui passato coloniale. Eppure l’attuale revival, sebbene velleitario e a tratti farsesco, di talune posture neocoloniali nel cosiddetto piano Mattei dovrebbe per lo meno sollecitarci ad approfondire un tema – quello del colonialismo europeo in Africa – che è radice ineludibile degli equilibri geopolitici di oggi e di domani.
È questo, d’altronde, l’obiettivo del lungometraggio francese, che unisce una prima parte di finzione onirica ad una seconda prettamente documentaristica e in cui gli oggetti di un tesoro artistico del passato sono l’innesco per raccontare le ambiguità e le incertezze del presente. Dahomey era la denominazione di un antico regno dell’Africa subsahariana occidentale, presente, come risulta dalle fonti, almeno dal XVII secolo e la cui ricchezza fu dovuta anche al commercio degli schiavi. La penetrazione coloniale francese, avviata fin dai primi decenni del XIX secolo, fu poi sancita nella Conferenza di Berlino del 1884-1885, durante la quale le principali potenze europee si spartirono a tavolino i territori africani, come se il continente fosse di fatto terra nullius. Fu il così detto struggle for Africa, ultima fase del colonialismo moderno europeo, caratterizzata da massacri generalizzati e dal primo genocidio del ’900, quello delle popolazioni Herero e Nama, nell’odierna Namibia, ad opera dell’esercito tedesco.
Esito collaterale delle aggressioni militari europee nel continente africano divennero i reiterati saccheggi del patrimonio culturale, considerato dalle truppe coloniali quale preda di guerra risarcitoria e che andrà ad arricchire sia i musei che, per molti decenni e ancora oggi, il commercio occidentale d’arte.

Ribellarsi è necessario

Abbiamo studiato la storia e sappiamo che il fascismo è stato un movimento politico nato in Italia all’inizio del Novecento che è riuscito a diventare maggioritario e a prendere il governo del Paese per più di vent’ anni.
In quegli oltre 20 anni sono accadute tante cose tragiche, prima tra tutte l’entrata in guerra dell’Italia accanto alla Germania nazista. E siamo abituati a pensare al fascismo come quella “politica” che non si fa scrupolo di usare la violenza fisica verso l’avversario, agita in termini di pestaggi, distruzione di luoghi, intimidazioni, violenza verbale e censura, fino all’estremo dell’omicidio dell’avversario. Sappiamo che il fascismo è stata l’invenzione di Mussolini, già militante socialista e direttore dell’Avanti! Un inizio in politica in un partito che aveva nell’idea di socialità degli esseri umani il suo fondamento. Dobbiamo pensare che Mussolini avesse in qualche modo aderito a questi pensieri? Ad un’idea di solidarietà e di uguaglianza e di un’idea di politica che lavorasse per il riscatto, per la liberazione delle classi lavoratrici, di tutti coloro che pensavano di non essere liberi, di trovarsi in una condizione di impossibilità di realizzare una vita degna di essere vissuta, di impossibilità di realizzare la propria realtà umana. Il socialismo nasce e si sviluppa con un intento umanista. Con l’intento di riscattare, liberare chi libero non è, con un pensiero di uguaglianza più estesa, universale, tra gli esseri umani, non limitata ai più ricchi o ai nobili, che fa sì che la politica debba lavorare per raggiungere l’uguaglianza nella misura in cui essa non c’è.
Cosa ha portato Mussolini a pensare ad un “socialismo” violento, che non fosse più per la liberazione umana? Forse un’idea positivista e meccanicistica dell’essere umano? Forse un’idea di un essere umano che non ha un’autonomia, non può avere realmente un’identità se non è parte di una massa? Certamente c’era un’idea di identità che si realizzava nell’appartenere alla “classe”. Il proletario, il borghese, il nobile. Un’identità che era per l’appartenenza ad un gruppo, cioè una non-identità personale.
Fatto sta che il fascismo si configura come movimento politico che fa dell’umano solo corporeità, fa dell’attività politica solo l’azione violenta. In questo fatto, certo e noto, per cui il “fascista” è colui che esalta l’uso del manganello e lo scontro violento come “dialettica”, credo vada evidenziata una realtà nascosta.
Perché potremmo pensare che il fascista agisce la violenza fisica perché vuole che l’altro sia come sé stesso, un essere umano che ha rinunciato al pensiero e alla parola, alla dialettica e al rapporto con l’altro, per essere solo azione distruttiva.
Tutti coloro che vogliono avere un pensiero diverso dall’assenza di pensiero che dice che la violenza è l’unica politica possibile devono essere fermati o eliminati, messi in condizione di non nuocere.
Lo slogan è «credere, obbedire, combattere». Credere, ovvero non pensare, fare quello che viene ordinato e agire violenza sugli altri.
L’altro slogan è «me ne frego», ovvero non esiste per me, non ha alcuna importanza. La fatuità e l’anaffettività fatta sistema politico.

Io credo che questo aspetto sia troppo spesso trascurato. Dobbiamo denunciare il fascismo ogni volta che ci troviamo di fronte a qualcosa che in qualche modo vuole spingerci a rinunciare a pensare, quando ci troviamo di fronte a quanto ci vuole confondere le idee, quando ci troviamo a confrontarci con chi ci vuole impedire di fare ricerca, di comprendere quanto ci circonda.
Potremmo dire che il fascismo è tutto ciò che ci vuole impedire, in ogni modo, di pensare. Ma a questo punto bisogna vedere bene e cercare di capire quale pensiero il fascismo vuole eliminare. Perché se si guarda alla storia e anche alle realtà politiche più recenti che si ispirano al fascismo, dobbiamo notare che non tutte le attività di pensiero vengono condannate. Il fascismo non ha alcun problema con tutto ciò che serve alla sopravvivenza. Anzi ne favorisce lo sviluppo perché è funzionale alla sopravvivenza della società. Il fascismo non ha alcun problema con il pensiero razionale che serve all’utile e all’aggressione.
Quello che il fascismo vuole eliminare è un pensiero di ribellione, di rifiuto del noto e costituito, di rifiuto dell’autorità stupida e violenta, del rifiuto della violenza come metodo politico.
Del rifiuto della proibizione di pensare, del rifiuto di farsi confondere.
Il nostro tempo è pieno di contraddizioni. Le possibilità materiali che abbiamo sono enormi rispetto alle generazioni che ci hanno preceduto. Malgrado ciò è come se si fosse smarrito qualcosa, sembra che ci sia nuovamente confusione su ciò che è stato il fascismo, sembra che improvvisamente non sia più ovvio che gli esseri umani sono tutti uguali a prescindere dal luogo di nascita. Improvvisamente c’è una differenza, esseri umani che sono più umani degli altri ed altri che non sono veramente esseri umani e quindi possono e devono essere eliminati.
I fascisti moderni, per lo meno quelli che sono immersi nelle moderne democrazie, non sono più così banali e approssimativi da ricorrere alla violenza fisica per imporre agli altri il loro non-pensiero.
Forse perché hanno scoperto di essere molto più efficaci nel diffondere il loro non-pensiero spargendo confusione, mettendo il veleno nei pensieri altrui, spacciando sinistra per destra e destra per sinistra, facendoci assistere alle tragedie quotidiane delle morti in mare per non aver soccorso chi chiedeva aiuto, volendo farci pensare che siamo tutti naturalmente violenti, volendo farci pensare che dobbiamo tutti fregarcene, facendo morire la voglia di vivere dei ragazzi, deludendo la loro infinita sete di conoscenza e di vita.
I fascisti non lo sanno quello che fanno e perché lo fanno, perché non sanno pensare. Sono ciechi, non capiscono nulla di realtà umana, ed è per questo che sono violenti. Sanno solo della realtà materiale, sanno solo accumulare quello che li circonda, vedono solo il potere della realtà materiale con il suo fascino luccicante. E quindi pensano che la realizzazione massima cui un essere umano può aspirare sia diventare una marionetta, attaccato ai fili del credere ed obbedire, pronto a combattere per un ideale di umanità disumana, pronto a uccidere per eliminare ciò che non è come loro.
Il vero pericolo dei fascismi moderni è questa sottigliezza, questo essere violenti senza agire la violenza fisica. Perché la violenza fisica si vede e si sente chiaramente. La violenza psichica invece è sottile, invisibile e può fare danni profondi nella nostra realtà più intima, in ciò che più profondamente siamo.
Noi continueremo a ribellarci. Sempre. Continueremo a cercare le risposte che vogliamo tenendo bene aperti i nostri occhi.

L’astrattismo sensibile di Carla Accardi

Riemerge come un flusso travolgente di forme astratte e colori squillanti l’opera di Carla Accardi inondando le sale bianche del Palazzo delle Esposizioni a Roma. Nel centenario della nascita dell’artista siciliana la Capitale le dedica un’ampia e coinvolgente retrospettiva (fino al 9 giugno).
Le sue creazioni sono presenti nei circuiti museali internazionali ma negli ultimi anni la sua opera è stata alquanto trascurata da critici e curatori. E sul perché ci sarebbe molto da interrogarsi, visto il grande significato che la sua opera ha avuto sul piano artistico ma anche nell’aprire la strada ad altre artiste nell’avanguardia del Novecento.
All’indomani della guerra, mentre il suo docente all’Accademia di Venezia Arturo Martini le ripeteva che l’arte non è roba per donne e il padre le diceva che non si era mai vista una Raffaello donna, Carla Accardi realizzava due intensi autoritratti in pose raffaellesche e, nel frattempo, sperimentava a tutto raggio, abbandonando la figurazione, costruendo un proprio alfabeto personale di segni, fino a trovare una propria cifra originale con la serie dei “Bianchi e neri” che catturano potentemente lo sguardo dopo le prime prove scolastiche (e tuttavia interessanti proprio per capire l’entità della sua coraggiosa svolta).
Quelle danze di segni percorse da un crescente ritmo interiore che ci attraggono nella prima grande sala suscitarono l’interesse del critico francese Michel Tapiè, che cominciò a parlare di lei come esponente della corrente dell’Art autre, mettendola accanto a Alberto Burri, Antoni Tàpies e Georges Mathieu. Ed era solo l’inizio.

Carla Accardi, Autoritratto (1946)

Attraversando le sale della mostra romana (ciascuna quasi monografica nel documentare le varie fasi creative dell’artista) curata da Paola Bonami e Daniela Lancioni si resta via via sempre più intrigati dalla fervida e continua ricerca di Carla Accardi.
Dagli esordi in una attardata Sicilia, emulando Kandinskij, i Fauves e Picasso, fino a trovare un proprio linguaggio visivo che si esprime in continui e sempre nuovi giochi di forma e colore. Andando oltre ogni steccato che all’epoca era anche di genere.
Certo lei era cresciuta in una famiglia siciliana colta che le aveva permesso di studiare, di frequentare l’accademia a Venezia, a Firenze e poi di trasferirsi a Roma, in via del Babuino, in quella casa con vista sui tetti che poi sarebbe stata sempre una casa studio, aperta agli incontri e al confronto con amici e colleghi, ma anche sede del gruppo Rivolta femminile, fondato nel 1970 insieme a Elvira Banotti, e Carla Lonzi da cui si allontanò perché la prassi dell’autocoscienza le andava stretta e le suonava troppo razionale e lontana dalla sua ricerca sulle immagini.

Vittorio Giacopini: In viaggio con lo zingaro

Illustrazione di Vittorio Giacopini

Il romanzo di Vittorio Giacopini L’orizzonte degli eventi (Mondadori) è una opera picaresca che ha visto la luce dopo aver ricevuto una serie di rifiuti perché considerata “troppo cupa e sarcastica o troppo amara”. Il romanzo-pamphlet dello scrittore (disegnatore e voce di Radio3) ha avuto una vita editoriale “avventurosa”. L’autore l’aveva messo in conto: «È il clima del nostro tempo, lo Zeitgeist: alla lettera si richiede implicitamente di essere consolatori o edificanti. Raccontare la realtà in modo intimista-descrittivo o secondo i canoni scontati dell’Impegno o dell’autofiction serve a poco», dice lui stesso. E aggiunge: «Quando il reale e la storia si fanno grotteschi, lo sberleffo e il grottesco diventano il linguaggio più adeguato. L’artista, l’intellettuale deve trasformare il suo disagio in visione e pensiero. Alla fine la grande scommessa è sempre immaginare il mondo e le cose con un altro sguardo, e vivere e scrivere come se prima o poi fosse possibile una rivoluzione». L’arte, quindi, è un atto politico e non un mero esercizio stilistico. La contestazione contro il verso e le retoriche dominanti del mondo Giacopini la affida al suo scritto: «Questo libro è anche una pacata, divertita invettiva contro quella che potremmo definire l’ideologia italiana. Ma più in generale è un tentativo di riflettere sulla Storia, e sul possibile rapporto tra il soggetto e la Storia, dopo una fase in cui la Storia sembra come essersi spezzata o messa in pausa. La pandemia, il lockdown, e il clamoroso, conformistico intreccio di nuove obbedienze e false rivolte che hanno coinciso con questa situazione inedita sono state un’occasione formidabile per metterci davanti a uno specchio e tornare a ragionare sui nostri modelli di socialità e cultura e politica». Il romanzo non è il risultato di un’illuminazione mistica o di un’ispirazione sacra. Tutt’altro. Semmai è figlio di un’insofferenza che l’autore ha voluto trasformare in livore pensante, in sarcasmo intelligente. Giacopini scrive con stile movimentato e stravagante, costruendo una struttura narrativa intricata e complessa, di quelle ore e di quei giorni che si sono fatti stranamente irreali e paradossali.