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“La magistratura accerterà i fatti”, dicono

“La magistratura accerterà i fatti”. La frase è lì, bella piegata, pronta ogni volta che qualcuno muore sul lavoro. E ogni volta è spesso, spessissimo, tre morti al giorno come un tassametro che scende in un’auto parcheggiata sotto casa. Solo che qui scendono i morti, mica i soldi. 

La strage alla diga di Suviana – perché di strage si tratta quando i morti sono così tanti, così annunciati, così morti nella letargia di chi non interviene per evitarli – ripete la solita liturgia per le grandi occasioni, quando i morti vengono scaraventati da un treno in corsa, quando sono troppi o quando muoiono in un palazzo rovesciato sott’acqua. 

“La magistratura accerterà i fatti”, ci dicono, sperando che basti. Ma una magistratura che accerta le vittime di regole che già sappiamo essere mortali è una magra consolazione perché le eventuali condanne ogni volta scivolano nell’indifferenza della politica che si ripromette di cambiarle senza farlo mai. Al di là dello scempio di vite umane la strage di Suviana ci restituisce per l’ennesima volta una grande azienda incapace di dirci chi siano le persone che stanno sui loro cantieri, persa tra una filiera di appalti e di subappalti che a ogni stadio si impoverisce nel salario, nei diritti, nelle tutele. 

“Il costante stillicidio di operai morti nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi sono l’esatta fotografia di un modello di sviluppo e di impresa che ha assunto il profitto come variabile indipendente e la svalutazione dei fattori di produzione come leva di competizione per tenere bassi i prezzi e massimizzare i guadagni”, ha detto ieri il segretario generale della Fillea Cgil Alessandro Genovesi. Non c’è niente da aggiungere. 

Buon giovedì. 

L’autonomia differenziata sarà una catastrofe. Lo dicono le stesse istituzioni dello Stato

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Nell’ambito della campagna di Left contro l’autonomia differenziata pubblichiamo il testo dell’audizione da parte della Prima Commissione Camera dei Deputati di Marina Boscaino, portavoce nazionale dei Comitati per il ritiro di ogni Autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e del Tavolo NOAD.

I comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti hanno iniziato il proprio lavoro di contrasto al processo di autonomia differenziata dall’ottobre del 2018. I Comitati in tutti questi anni si sono documentati, hanno svolto azione di studio, (contro)informazione e mobilitazione, e sono stati promotori di un Tavolo contro l’autonomia differenziata che raccoglie oggi decine di associazioni, gruppi, sindacati di base, settori del sindacato confederale, partiti politici.
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Il nostro giudizio sulla riforma del Titolo V del 2001 si basa su alcuni pronunciamenti autorevoli: quello del prof. Gianni Ferrara, ad esempio, che la definì «un manifesto di insipienza giuridica e politica»; il prof. Giovanni Maria Flick ha parlato – in merito all’autonomia differenziata – di «riforma frettolosa e disorganica, destinata ad aumentare le diseguaglianze nel Paese»; il prof. Ugo De Siervo l’ha definita «una riforma para costituzionale, una riforma parziale e impugnabile davanti alla Corte, in cui a perdere sono solo gli italiani, che amplia la possibilità di estendere i poteri di alcune Regioni, ma senza modificare le altre norme costituzionali che già esistono». Nel corso della nostra ormai quinquennale attività, abbiamo insistito – quale provvedimento di emergenza, ferma restando la nostra critica radicale a tutto l’impianto della riforma del 2001 – sulla necessità della cancellazione del c. 3 dell’art. 116 Cost., che comporterebbe l’impossibilità per le regioni a statuto ordinario di accedere alla potestà legislativa esclusiva fino a 23 materie, previste nei c. 2 e 3 dell’art. 117 Cost. In generale, riteniamo che un governo, dei governi che avessero davvero a cuore il Paese, avrebbero pensato non all’autonomia differenziata, ma ad una rivisitazione dell’intero Titolo V, foriero – peraltro – di ricorsi continui in Corte Costituzionale, altrettanti quanti – pensiamo – ce ne saranno se l’ad dovesse diventare legge. Crediamo che l’autonomia differenziata colpirà, senza distinzione, le cittadine e i cittadini più deboli di ogni parte del Paese, ovunque risiedano, dal momento che essa sottende – come ad esempio dimostrano perfettamente i sistemi sanitari lombardo e laziale, privatizzati per il 50% dal 2001 ad oggi – la ricerca di profitto e dunque la privatizzazione, che escluderà proprio i più bisognosi dall’esigibilità dei diritti universali. Così come, prevedendo l’affiancamento al contratto collettivo nazionale di contratti regionali – e dunque parti diverse tra eguali – l’autonomia differenziata costituisce un attacco alle conquiste e ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.
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«Il report della Fondazione Gimbe fotografa un fallimento della sanità nel Mezzogiorno e una difficoltà anche nelle Regioni del Nord in sanità, a legislazione e a Costituzione vigenti. Il report, comunque, si dimentica che la vituperata sanità parzialmente regionalizzata viene classificata in tutte le graduatorie mondiali tra le top ten e, secondo Bloomberg, addirittura al terzo posto a livello mondiale. Per cui, con buona pace di Gimbe, noi stiamo male ma non troppo, e tutto il resto del mondo sta peggio». Così il ministro per gli Affari regionali e le autonomie, Roberto Calderoli, il 21 marzo ha replicato ai dati contenuti in un report della fondazione Gimbe sugli effetti dell’autonomia differenziata in sanità. «L’autonomia differenziata è stata proposta per rimediare al disastro del Sud e ai problemi del Nord, quindi per rendere più efficienti le prestazioni in tutto il Paese. (…) Intendo proseguire su questa linea, piaccia o non piaccia a Gimbe e agli altri catastrofisti del Paese». In questo modo è stato liquidato lo studio di una fondazione indipendente, che da anni analizza il nostro sistema sanitario, evidenziando le conseguenze già drammatiche dell’attuale potestà legislativa concorrente stato/regioni in tema di salute. Inguaribili pessimisti anche gli scienziati che il 4 aprile hanno parlato di «crisi grave, assistenza a rischio»? E L’Anci, che parla di «gravi tagli alle regioni non autosufficienti dal 2027»? E la Corte dei Conti, con il suo recentissimo documento? I “catastrofisti”, come li ha chiamati il ministro, sono moltissimi, e non solo esimi costituzionalisti, quali quelli che ho citato precedentemente. Non c’è che l’imbarazzo della scelta. Dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, alla Banca d’Italia, dalla Corte dei Conti persino alla Commissione europea (che nel Documento di lavoro dei servizi della Commissione, Relazione per Paese 2023 – Italia,{COM(2023) 612 final}, Bruxelles, 24.5.2023, p. 19) ha affermato: «Nel complesso, la riforma prevista dalla nuova legge quadro rischia di compromettere la capacità delle amministrazioni pubbliche di gestire la spesa pubblica, con un conseguente possibile impatto negativo sulla qualità delle finanze pubbliche dell’Italia e sulle disparità regionali») non c’è che l’imbarazzo della scelta. Tra i catastrofisti c’è addirittura la Cei – Conferenza episcopale italiana – che quotidianamente esprime la propria avversione all’autonomia differenziata, insistendo sull’aumento delle diseguaglianze che essa comporterà. Da ultimo le Acli hanno lanciato l’ennesimo allarme. A tali pronunciamenti aggiungo un fatto ugualmente significativo: le dimissioni dalla Clep (Comitato per i livelli essenziali di prestazione), presieduta dal prof. Cassese, di alcuni degli artefici della Riforma del Titolo V: in particolare Giuliano Amato e Franco Bassanini. È un fatto che indica esplicitamente l’irricevibilità delle procedure che stanno portando alla conclusione di questo percorso, e – nella fattispecie concreta – la mancata determinazione dei Livelli essenziali di prestazione e la possibilità di procedere sulla base del vincolo di bilancio di sanare le enormi sperequazioni che esistono tra territori nel nostro Paese. L’art. 3 della Costituzione al c. 2 parla chiaro, là dove individua nei compiti della Repubblica la rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona. Lì risiedono – a nostro avviso – i Lep, e su questo compito il governo dovrebbe insistere in via prioritaria. Non nella frammentazione della Repubblica stessa e nella determinazione dei diritti sulla base del certificato di residenza. Crediamo davvero che il Ponte sullo Stretto renderà più uguali i cittadini e le cittadine di due regioni che soffrono di una carenza infrastrutturale che li colloca tra le zone più depresse del mondo occidentale? Fate un viaggio sulla Ionica, linea a binario unico che collega Taranto a Reggio Calabria. O – ancora – provate ad andare in auto da Palermo a Catania: viaggi della speranza.
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Perché, dunque, il governo va avanti senza tentennamenti? Come mai non ci si chiede per quale motivo soggetti e istituzioni certamente non “di parte” esprimano un allarme così generalizzato? Per quale motivo un passo di fatto irreversibile non ispira un minimo di cautela, e si preferisce – invece – la prova muscolare? Qualsiasi convinzione delle proprie buone ragioni non può non tener conto di una valanga di allarmi che piove quotidianamente sul governo; così è stato nel corso delle audizioni informali in Senato; altrettanto qui alla Camera dei deputati. Si tratta di catastrofismo o di comprensione profonda e motivata delle conseguenze di carattere amministrativo, legislativo, costituzionale, economico, imprenditoriale (anche le piccole aziende del nord che svolgono la propria attività su più regioni non resisteranno alla gestione differenziata delle normative), in termini di diritti universali, di diritti sociali e civili, di forma istituzionale della Repubblica, di vulnus alla democrazia? Tutti stanno chiedendo di fermarsi adesso: dopo sarà troppo tardi; perché dopo, come predisposto dal testo del ministro Calderoli, sarà impossibile, considerando il criterio della decennalità.
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Il 20 febbraio scorso il ministero della Sanità – ancora non un pericoloso manipolo antigovernativo – ha rivelato che i Lea – Livelli essenziali di assistenza – sono garantiti solo in 8 regioni su 20. L’esercizio del diritto universale alla salute è diventato una chimera; tanto più da quando, con la Riforma del Titolo V, sono state avocate alle regioni – in virtù della potestà legislativa concorrente – importantissime funzioni in quel settore. Le criticità ora non riguardano più il Mezzogiorno: le nuove regioni inadempienti sono quelle del Nord Ovest (Piemonte e Liguria) e del Centro (Lazio e Abruzzo). Questi dati parlano al cuore del Paese, ma non evidentemente al cuore della maggioranza. Questi dati, però, dimostrano chiaramente che la gestione regionale della sanità ha provocato un arretramento generalizzato di un diritto che segna il limite tra la vita e la morte. O, quantomeno, tra una qualità della vita dignitosa garantita dalla Repubblica e da una Costituzione sulla quale i membri del governo hanno giurato.
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Come siamo arrivati fin qui? Il 7 ottobre 2001 si celebrò il primo referendum costituzionale nella storia repubblicana, che vide la prevalenza dei sì col 64,2% dei voti, con un’affluenza attestatasi al 34,1% dei votanti. Il 22 ottobre 2017 si celebrò il referendum veneto (e porto l’esempio più eclatante rispetto all’omologo referendum consultivo in Lombardia) – con il seguente quesito: Vuoi che alla regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia? Con il 57,2% di votanti, che per il 98,1% si espressero per il sì, si suggellò l’inizio delle procedure che dettero via alle pre-intese del 28 febbraio 2018. È evidente che il passaggio referendario (con qualsiasi risultato) legittimi formalmente chi sta procedendo; ma è responsabile devastare la repubblica e i principi fondamentali della Carta forti di consultazioni che hanno coinvolto pochissime persone, peraltro orientate nel 2001 da vistose ignoranza e noncuranza, nel 2017 da una domanda che omette completamente la complessità del tema? «Non è una secessione dei ricchi, ma una opportunità per tutti», ha detto qualche giorno fa Luca Zaia. Sulla base di quali dati? La maggioranza conta sulla disinformazione dell’opinione pubblica rispetto a cosa sia effettivamente l’Ad e quali ne saranno le conseguenze; e purtroppo c’è stato un silenzio stampa a livello nazionale e solo poche forze si sono impegnate in un’azione di informazione e di dibattiti pubblici; oggi certo l’Ad è spesso nelle cronache politiche e, ciononostante, una recente statistica ha evidenziato come solo il 19% delle italiane e degli italiani sanno oggi cosa sia l’Ad. Noi abbiamo sempre chiesto che si attivassero canali di dibattito pubblico, che venissero coinvolti i Comuni, che le istituzioni pubbliche a partire da quelle regionali, si facessero promotrici di pubbliche discussioni e attivassero i propri mezzi di informazione, anche social. Nulla di tutto ciò è avvenuto. D’altra parte, quando le istituzioni, chiamiamole esperte in materia economica, hanno indicato al governo gli effetti devastanti dell’Ad – penso all’Upb (Ufficio parlamentare di bilancio), alla Banca d’Italia, alla Confindustria, soprattutto quelle del Mezzogiorno – il governo ha fatto ‘orecchie da mercante’. Ai puntuali rilievi critici contenuti anche nelle Memorie consegnate alla I Commissione del Senato e ora a questa Commissione, il governo e la sua maggioranza non hanno mai risposto e hanno proceduto all’approvazione del ddl Calderoli in un ramo del Parlamento. Vorrà questa Commissione tenerne conto? Per quanto pensano le forze della maggioranza che la mancanza di una diffusa informazione da parte delle cittadine e dei cittadini potrà tutelarle dalle conseguenze catastrofiche – da tutti quei punti di vista – che le intese tra governo e regioni produrranno? Il bacino elettorale del Sud quanto potrà rimanere inalterato nel momento in cui le persone si renderanno conto che sulle loro esistenze è stata compiuta una scelta di mortificazione e dismissione del loro futuro? Nel momento in cui la Calabria si renderà conto che le proprie 0 terapie infantili pediatriche con 2 milioni di abitanti contro le 4 del Veneto con 4 milioni di abitanti non sono destinate a variare? Che gli asili nido di Reggio Calabria rimarranno 2 contro i 60 di Reggio Emilia? E alle donne di tutto il Paese cosa racconterete? Che di asili nido non c’è bisogno perché tanto il lavoro non c’è? E che di consultori ancor meno, perché tanto il loro destino è rimanere a casa? Avete tenuto conto del fatto che l’abolizione del valore legale del titolo di studio porterà – come nel caso della mobilità sanitaria – un ulteriore spopolamento del Sud, con una migrazione dei e delle giovani delle famiglie benestanti di quelle zone, per accedere alle certamente più quotate scuole del Nord; perpetuando un fenomeno che già ha investito l’università? Mi si dirà: c’è un mandato elettorale. Pensate davvero di considerarlo – in una campagna elettorale che ha detto tutto e il contrario di tutto (autonomia differenziata e presidenzialismo) – indizio di consenso nei confronti del progetto distruttivo della Repubblica. Non alimenterà tutto ciò l’astensionismo? Le omissioni di ciò che bolle in pentola anche per chi ha votato centro-destra sono colpevoli quanto il silenzio trasversale sulla raccolta firme che i comitati dell’Emilia Romagna hanno portato a termine con successo per presentare una legge di iniziativa popolare che chiede al presidente Bonaccini di recedere dalle pre-intese. In Campania la Lega porta avanti la campagna “Differenziamoci”: incontri secretati o clandestini, si dovrebbe pensare, non pubblicizzati dai giornali, evidentemente per evitare che la democrazia prevalga e vi acceda chi è contro o chi sia in grado di controbattere. Le nostre proteste ai rarissimi giornali che ne hanno dato notizia, omettendo data e orari degli incontri stessi, sono rimaste inascoltate. Omissioni e silenzi sono le prove di una volontà autocratica, che toglie voce ai cittadini e alle cittadine, comprime gli spazi di partecipazione, nella convinzione che il popolo, la gente, la persona umana conti ormai nulla.
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Il ministro Calderoli – in Senato e in diverse dichiarazioni – ha ripetutamente affermato che sta attuando la Costituzione. Dimentica, però, che la Carta non si esaurisce negli artt. 116 e 117, ma – nell’ambito dello stesso Titolo V – prevede le disposizioni del 119, così come – e prioritariamente – i primi 12 artt. i fondamenti e i principi della Costituzione, e tra questi l’art. 5, che afferma il principio del regionalismo solidale e la sussidiarietà verticale, che individuerebbe nei Comuni i destinatari di quel tipo di autonomia, determinata nell’alvo della Repubblica “una e indivisibile”. Quei comuni che saranno ulteriormente penalizzati dal centralismo regionale che l’autonomia
differenziata sdogana. Alla luce di quei principi, nei quali crediamo profondamente e intransigentemente, e a cui abbiamo ispirato la nostra partecipazione all’ «organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (cui ci chiama esplicitamente la Costituzione), ringraziamo per averci dato in questa sede la possibilità di esprimere le nostre ragioni, nella speranza che possano apportare riflessioni, dubbi, ripensamenti rispetto ad un progetto di divisione della Repubblica e di frantumazione dei diritti dei suoi cittadini e cittadine, differenziati sulla base del loro certificato di residenza e di un presunto “merito” che non può – pur nella consapevolezza di quanto talvolta la gestione della cosa pubblica al Sud sia stata deficitaria – essere pretesto e condizione per scardinare uguaglianza, solidarietà, centralità della persona umana, regionalismo cooperativo.

Nella foto: il ministro per gli Affari regionali e le autonomie Roberto Calderoli, frame del video di Porta a Porta, 16 febbraio 2023

Qui il testo dell’audizione del giurista e costituzionalista Giovanni Russo Spena

Qui il libro di Left contro ogni autonomia differenziata

C’è un bel clima a Strasburgo

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È una sentenza storica anche se piccola quella che arriva dalla Corte europea dei diritti dell’uomo contro la Svizzera. I giudici di Strasburgo hanno pronunciato la prima sentenza che sancisce che l’azione contro il cambiamento climatico sia un diritto. La causa è stata intentata da “Anziane per il clima”, un’associazione che conta più di 2mila associate, alcune delle quali – tutte nate tra il 1931 e il 1942  – avevano fatto causa alla Confederazione elvetica per avere violato l’articolo 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, ovvero il diritto al rispetto della vita privata e familiare, in quanto non ha preso sufficienti misure per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici.

La Svizzera, ha spiegato la Corte, non ha agito «in tempo e in modo appropriato per concepire, sviluppare e attuare le leggi e le misure opportune». Aggiungendo, che questo «elemento viola i diritti umani». La Corte europea per i diritti dell’uomo fa parte del Consiglio d’Europa, che è composto da 46 membri. Le cause (anche quelle rigettate) sono state comunque trattate come priorità dalla Grande Camera, la cui decisione in merito alla Svizzera va a costituire un precedente legale potenzialmente cruciale.

Per la giudice della Corte, Siofra O’Leary, il governo svizzero ha disatteso i suoi stessi obiettivi climatici: «Le generazioni future avranno probabilmente un fardello sempre più pesante dato dalle conseguenze degli attuali fallimenti e omissioni nella lotta al cambiamento climatico». «La sentenza stabilisce un cruciale precedente giuridico vincolante», spiega fuori dalla corte di Strasburgo Ruth Delbaere dell’associazione Avaas, che ha seguito questo e altri climate litigations, ovvero casi dove associazioni e cittadini chiedono conto dell’inazione ambientale di aziende e governi. «Fungerà d’ora in poi da modello per come denunciare con successo il proprio governo per i fallimenti climatici, la loro inerzia e le inadempienze ai trattati internazionali come quello di Parigi del 2015».

Buon mercoledì. 

Nella foto: frame del video di Anziane per il clima a Strasburgo

Il razzismo negli stadi è frutto del razzismo istituzionale e mediatico, all’opera ogni giorno

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Domenica 17 marzo. Sono le 22:00 circa e 1,6 milioni di italiani sono davanti agli schermi per assistere alla partita Inter – Napoli, valida per la Serie A di calcio. Partita che nella scorsa stagione sarebbe stata interessante per la corsa scudetto, ma non quest’anno. Troppo avanti l’Inter, troppo indietro in classifica il Napoli.

Il motivo d’interesse è un altro. È il minuto 59. La partita si arresta. Juan Jesus, 32enne difensore brasiliano del Napoli, richiama l’attenzione dell’arbitro La Penna. «Mi ha detto ne*ro, a me questo non sta bene», si legge dal labiale del calciatore. Parole che sarebbero state pronunciate dal 36enne difensore dell’Inter, Francesco Acerbi.

Juan Jesus indica anche la patch “Keep racism out” sulla propria maglia, visto che la Lega Serie A ha deciso che proprio la 29sima e la 30sima giornata del campionato debbano servire per promuovere “iniziative dedicate alla lotta al razzismo e ad ogni forma di discriminazione” con “una campagna che punta a prendere una posizione forte anche al di fuori del mondo calcistico”.

Sempre dalle immagini televisive si vede Acerbi, convocato dall’arbitro, scusarsi con Juan Jesus. La partita può riprendere. Tutto sembra finito lì, sul terreno di gioco. Tanto che il difensore del Napoli, intervistato alla fine del match, getta acqua sul fuoco: «lui ha visto che è andato oltre e ha chiesto scusa».

In realtà, è solo l’inizio di un caso che ha riempito le cronache italiane per due settimane prima di inabbissarsi e sparire dai radar.

Acerbi, infatti, è costretto a lasciare il ritiro della nazionale italiana, dopo esser stato inizialmente convocato dal Ct Spalletti; alle domande dei giornalisti, risponde negando di aver mai proferito offese razziste: «Dalla mia bocca non sono mai uscite. Sono 20 anni che gioco a calcio e so quello che dico. Sono tranquillo».

Non si fa aspettare la replica di Juan Jesus, che entra stavolta nei dettagli: «Per me la questione si era chiusa ieri in campo con le scuse di Acerbi […]. Oggi però leggo dichiarazioni di Acerbi totalmente contrastanti con la realtà dei fatti, con quanto detto da lui stesso ieri sul terreno di gioco e con l’evidenza mostrata anche da filmati e labiali inequivocabili in cui mi domanda perdono. Così non ci sto. Il razzismo si combatte qui e ora. Acerbi mi ha detto: “Vai via nero, sei solo un ne*ro…”. In seguito alla mia protesta con l’arbitro, ha ammesso di aver sbagliato e mi ha chiesto scusa aggiungendo poi anche: “per me negro è un insulto come un altro”. Oggi ha cambiato versione e sostiene che non c’è stato alcun insulto razzista».

Nel frattempo si muove la giustizia sportiva. Si apre un’inchiesta che potrebbe portare alla squalifica di Acerbi per un minimo di 10 giornate. I due calciatori vengono auditi dalla Procura federale che, infine, emette il proprio verdetto: nessuna squalifica per Acerbi, perché non ci sono prove sufficienti dell’insulto razzista a Juan Jesus.

La Società sportiva calcio Napoli pubblica un comunicato nel quale si dice “basita” per la decisione dei giudici sportivi. E aggiunge che la società “non aderirà più a iniziative di mera facciata delle istituzioni calcistiche contro il razzismo e le discriminazioni”, denunciando dunque la presunta ipocrisia delle istituzioni sportive.

Juan Jesus, invece, inizialmente risponde senza ricorrere ad alcuna parola. Cambia l’immagine del suo profilo Instagram, facendo campeggiare un pugno chiuso. Che a molti ricorda uno dei simboli del Black Power, la potentissima immagine di Tommie Smith e John Carlos sul podio delle Olimpiadi di Messico ‘68.

La vicenda si chiude – almeno per il momento – con un’intervista ad Acerbi pubblicata il 29 marzo sul principale quotidiano italiano, il Corriere della Sera; e con i calciatori del Napoli schierati sabato 30 marzo in ginocchio al centro del campo in attesa del fischio d’inizio di Napoli-Atalanta, riprendendo un gesto simbolo delle proteste del movimento Black Lives Matter.

Sbaglia chi pensi che si tratti di una semplice storia di sport. E sbaglia ancor di più chi ritenga di poter snobbare quanto successo, perché in fondo stiamo parlando di due privilegiati, di due calciatori che in un solo mese percepiscono quanto un “normale” lavoratore non riesce a guadagnare nel corso di tutta la sua vita.

Sbaglia perché la vicenda Juan Jesus – Acerbi è l’ennesima emersione a galla di un fenomeno sempre più presente: il razzismo. Che emerge, con cadenza quasi settimanale, nel mondo del calcio. Ma nella maggior parte dei casi i razzisti sono i “cattivi” perfetti: i tifosi, quelli brutti, sporchi e cattivi. Quelli è facile condannarli. Più complicato quando a esprimere un’offesa razzista è uno dei tuoi beniamini, uno dei simboli della tua squadra del cuore, della tua nazionale.
Così in questi giorni è stato un proliferare di commenti tendenti a relativizzare, a sostenere che in fondo Juan Jesus avrebbe esagerato. Come ha fatto in sostanza lo stesso Acerbi che, sulle colonne del Corriere della Sera, quando ha affermato che «in campo si sente un po’ di tutto […]. Però finisce lì, altrimenti diventa tutto condannabile, anche gli insulti ai serbi, agli italiani, alle madri». Curioso che ad Acerbi siano venuti in mente proprio gli insulti ai serbi…
E poi ci sono quelli di “Non si può dire più niente”, pronti a lanciarsi nelle crociate contro quello che definiscono “politically correct” e che fanno finta di non sapere/vedere che oggi anche le più atroci espressioni sono invece consentite, al contrario di espressioni di mero buon senso, come uno “stop al genocidio a Gaza”, che è al contrario ancora tabù.

Sbaglia perché il racconto mediatico che c’è stato intorno all’episodio mette bene in luce alcuni fenomeni che vediamo spesso in azione. A partire dalla vittimizzazione secondaria. Com’è accaduto nell’editoriale di Dotto, editorialista di punta della Gazzetta dello Sport, principale quotidiano sportivo del Paese e ai primi posti della classifica dei giornali più venduti in Italia (più di 150mila copie quotidiane). A due giorni dall’episodio di San Siro, Dotto si rivolge a Juan Jesus, la vittima, dicendo che “ha sbagliato tre volte”. Ha sbagliato «quando s’è limitato a confessare all’arbitro il fattaccio»; quando «ha preteso di assolvere l’eventuale peccatore»; quando «ha raccontato nei social […] quello che avrebbe dovuto dire la sera prima davanti alle telecamere».
È la vittima che sbaglia. Sempre. Magari perché indossa una minigonna o perché percorre una strada isolata o perché beve una birra di troppo. O perché denuncia o perché non denuncia o perché denuncia ma con parole insufficienti.

Sbaglia perché il Corriere della Sera, che si è preso la briga di intervistare Acerbi (e non Juan Jesus), mostra bene cos’è troppo spesso il giornalismo italiano. In un intero paginone dedicato alle risposte del difensore dell’Inter c’è un file rouge ben presente e un elemento invece del tutto mancante. Il file rouge è il vittimismo dell’intervistato. Vittimismo che vediamo di solito all’opera quando a essere intervistate sono personalità dell’ultradestra del governo Meloni, sempre pronte a dipingersi come agnellini. Una modalità comunicativa che evidentemente ha fatto scuola anche nel calcio.
L’elemento mancante è l’unica domanda che probabilmente avrebbe avuto senso: “Acerbi, cos’ha detto davvero a Juan Jesus, visto che la versione è cambiata più volte in pochi giorni?”. Manca e così viene meno uno dei compiti chiave del giornalismo, quello di accertare come si siano svolti i fatti e su quella base – sulla base di un principio di realtà – produrre commenti e considerazioni.

Sbaglia perché il calcio, che piaccia o meno, non è solo ciò che accade nei 90 minuti di gioco. Né tantomeno un’isola, felice o infelice che sia. Il razzismo che vediamo negli stadi, sul terreno di gioco e sui giornali sportivi è il frutto del razzismo istituzionale e mediatico che vediamo all’opera tutti i giorni. Le campagne d’odio contro i migranti, contro gli “stranieri che vogliono comandare a casa nostra” non si fermano ai cancelli degli impianti sportivi. Ci entrano. Senza incontrare ostacoli.

Sbaglia, infine, perché il calcio e il racconto mediatico che ci si costruisce intorno contribuiscono a loro volta a plasmare il senso comune collettivo. Non è con lo snobismo di certe intellighenzia che lo trasformeremo in quello che Gramsci chiamava “buon senso”.

Questo articolo di Gliuliano Granato (portavoce di Pap) è pubblicato in collaborazione con Canal Red, fondato e diretto da Pablo Iglesias

Nalla foto: I titolari e la panchina del Napoli si inginocchiano per protesta contro il razzismo prima della partita con l’Atalanta,  30 marzo 2024 (dal sito SscNapoli.it.)

 

Il conflitto sociale genera democrazia

Il livello di diseguaglianze della società occidentale contemporanea è simile a quello che si registrava nel periodo della Belle époque.
Diminuite nei Paesi ricchi tra il 1915 e il 1945 e durante il Trentennio glorioso, le diseguaglianze economiche e materiali sono tornate a crescere dalla metà degli anni Settanta per attestarsi oggi a questi livelli: in gran parte dell’Europa il 10% dei patrimoni più elevati rappresenta circa il 60% del patrimonio nazionale mentre il 50% più povero sta al disotto del 5%, come appunto nel 1910; e negli Usa, rispettivamente, il 72% ed il 2%. Ci ricorda questo dato Luca Baccelli nel suo solido ed informato lavoro su Il conflitto sociale, uscito recentemente per la collana fondamenti della casa editrice della Cgil. Non è l’unico paragone illuminante e, parimenti, inquietante presente.

La realtà attuale si caratterizzerebbe infatti come una società a diritti differenziati per quanto concerne i diritti reali e formali dei subalterni, un po’ come avveniva nella democrazia ateniese, che escludeva dal demos giovani, donne, metechi e schiavi: tra i lavoratori farebbero parte a pieno titolo della società politica – seppur in maniera subordinata e marginale – solo gli autoctoni, maschi e in età non giovanissima, restandone escluse donne, giovani, disoccupati e precari, a cui vanno aggiunti gli immigrati “regolari”, che assommano a quasi sei milioni – in grandissima parte lavoratori – e che risultano sostanzialmente privi di diritti politici come quelli dell’elettorato attivo e passivo, e quelli irregolari in condizione servile e soggetti a forme brutali di sfruttamento che non si fermano all’ambito lavorativo (sono in Italia, stabilmente, dalle seicento alle ottocentomila persone che neppure la pandemia ha permesso di regolarizzare). Società nelle quali il conflitto sociale viene non solo represso (come dimostrano le recenti precettazioni del ministro Salvini rispetto agli scioperi della Cgil e della Uil contro le misure economiche e sociali del governo Meloni) ma considerato come una patologia di compagini nazionali organicistiche basate su elementi regressivi come il sangue, la razza e l’impresa.

È questa in verità, come ci ricorda efficacemente Baccelli, una posizione di lunghissima durata che affonda le radici negli albori del pensiero politico occidentale. Per Aristotele gli uomini sono per natura diversi e complementari, socievoli ma asimmetrici. L’individuo intelligente è per natura padrone e quello forte schiavo. L’uomo è un animale sociale dove però la complementarietà di sovraordinazione e sottomissione è antropologicamente data come fatto di natura, così come la polis è essa stessa una entità naturale: il conflitto è pertanto una patologia del corpo politico.

È questo tratto della diseguaglianza come fatto antropologico e naturale – positivo se immutabile all’interno della comunità – che costituirà fino ai nostri giorni il fondamento di tutte le teorie politiche antidemocratiche, che affermano sostanzialmente l’impossibilità/incapacità del popolo – sempre ridotto a plebe – di porsi come classe dirigente superando tramite il conflitto e l’organizzazione di parte il proprio stato di minorità niente affatto naturale. Basti pensare al “vecchio malvissuto” di manzoniana memoria.
Il topos negativo del conflitto, ridotto alla sfera dei singoli individui, ritorna e si irrobustisce con Hobbes, dove la nascita della forma artificiale dello Stato si legittima con il compito di neutralizzare il conflitto, sempre ridotto a violenza bestiale e mai atto collettivo e consapevole. Ed è questo un paradigma che sarà fatto proprio da pensatori ed attori sociali abitualmente ascritti al campo progressista, siano pur’essi Kant e Rousseau fino ad arrivare alla stessa Hanna Arendt.

È solo con l’uomo politico e pensatore Niccolò Machiavelli che il conflitto non solo viene considerato ineliminabile, ma dove i “tumulti” hanno una funzione positiva. Ogni comunità politica è divisa in gruppi, dove si sostanzia la polarità tra due “umori”, il popolo e l’élite sociale e politica. Siamo dunque di fronte a componenti sociali che esprimono differenti fini e interessi contrastanti.

Machiavelli, rivendicando la propria appartenenza al popolo e il punto di vista di parte, afferma e ribadisce la dimensione collettiva della lotta tra gruppi e proprio questo conflitto considera come una caratteristica fisiologica della società. Non solo, l’ordine non è pensabile se non in relazione al conflitto e «le buone leggi [nascono] da quelli tumulti che molti inconsideratamente dannano». Tramite il conflitto quindi non solo il popolo assume un ruolo attivo e viene incluso nella cittadinanza, ma per questa via si realizzano cambiamenti istituzionali in grado di vivificarsi incessantemente. Ma oggi, soprattutto in Italia, Machiavelli è morto. Ed è questo, assieme alla mancata capacità/volontà delle forze politiche variamente ascrivibili al campo progressista di rappresentare i bisogni materiali della “classe più numerosa e più povera”, il limite più grave e la responsabilità più grande della cosiddetta “sinistra”.

Eppure tra i nostri maggiori abbiamo avuto Gramsci ed il livello attuale delle diseguaglianze in Italia è, se possibile, ancor maggiore della gran parte dei Paesi occidentali. Eppure la società dei due terzi, che avrebbe rilegato in soffitta la lotta di classe includendo la parte maggioritaria del movimento operaio nel ceto medio attento ai bisogni postmateriali avendo risolto definitivamente quelli primari, cede il passo ad una polarizzazione che se non è quella dell’1% contro il 99% vede scomparire il ceto medio e polarizzare le estreme. Eppure, a fronte di quanti facevano derivare meccanicamente dalla disarticolazione e complessificazione della classe dei subalterni la fine della classe in quanto tale e conseguentemente del conflitto socialmente connotato pensatori ed attori politici come Sorel, Laclau e soprattutto il già ricordato Antonio Gramsci avevano ampiamente dimostrato nella teoria e più ancora nella prassi che le classi non si sono mai prodotte spontaneamente come risultato automatico di processi economici e sociali.

Il momento dell’egemonia e del conflitto come elemento che definiva, identificava e consolidava i soggetti in lotta è stato necessario finanche, se non soprattutto, nella fase classica di formazione del movimento operaio e socialista negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Non solo, soprattutto a partire dalla crisi del 2008 si è aperto uno squarcio che ha coinvolto intellettualità e giovani generazioni rispetto alla globalizzazione del mondo unipolare come non solo unica possibilità ma la migliore dei mondi possibili. E il conflitto sociale è ripreso, e organizzazioni sindacali come Cgil e Uil hanno messo il conflitto e la mobilitazione come postura di lungo periodo in questa fase classista dall’alto verso il basso e postdemocratica, temi come l’ambientalismo innervato dalla lotta di classe assumono una centralità rilevantissima a livello globale e locale, unendo associazioni storiche dell’ambientalismo popolare come Legambiante ai Fridays for Future per arrivare a Extinction rebellion e Ultima generazione.

E qualcosa di profondo si è smosso nel corpo della nostra società: il femminicidio di Giulia Cecchettin, le parole della sorella, l’umanità del padre hanno portato centinaia di migliaia di donne (e uomini) a riempire piazze e strade in un moto individuale e collettivo di cambiamento necessario e possibile. Lotta al patriarcato e femminismo del 99% hanno dimostrato di non esser solo temi da convegni o da saggi brillanti. Ed anche questo è un ritorno alle origini del marxismo per andare avanti, dall’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato di Friedrich Engels alla rilettura dell’alba dell’umanità da parte dell’antropologo e attivista troppo presto scomparso David Graeber, dove si dimostra che sono esistite per millenni società avanzate senza differenziazioni sociali, o dove le differenziazioni non producevano una differenza di status, dove case e città non avevano fortificazioni e dove, udite udite, società hanno scelto di tornare indietro dalla stessa rivoluzione agricola per le più egualitarie società di cacciatori-raccoglitori, dove le società non erano patriarcali e gli dei erano donne. E Luca Baccelli ci chiede con forza di inserire nella nostra cultura politica – tesa all’emancipazione dei singoli e della collettività – il femminismo intersezionale che da Angela Davis conduce a Nancy Fraser. Non solo pensiero, ma pratiche e vissuti, individuali e collettive. È stato possibile, potrà tornare ad esserlo, assieme ad un “Moderno Principe”, che lotti per l’egemonia e sia novello fondatore di IstituzioniPotrebbe essere un'immagine raffigurante pasta e il seguente testo "含 2F LUCA BACCELLI IL CONFLITTO SOCIALE ก Presso la sede CGIL di Lucca Martedì 9 Aprile 2024 Ore 17:30 Via G. Luporini, 1115/F ስር Partecipa Maurizio Brotini IRES CGIL Regionale Presentazione di Luca Baccelli CGIL LUCCA"

Ben arrivati a quelli che sorridevano quando si parlava di pericolo autoritario

«Ormai siamo a un passo dall’Eiar: il passaggio definitivo dal servizio pubblico a quello di Stato e di governo. A questo esecutivo non basta aver occupato in Rai tutto l’occupabile, ora si lavora anche a norme per piegare la par condicio alla propaganda di governo». Non usa giri di parole il presidente della Fnsi Vittorio Di Trapani commentando gli emendamenti proposti dai partiti di governo alla delibera in Vigilanza Rai sulla par condicio in previsione delle elezioni nei prossimi mesi. 

Decidere di escludere dal computo delle presenze Giorgia Meloni perché presidente del Consiglio, Matteo Salvini perché ministro dei Trasporti e Infrastrutture e Antonio Tajani perché ministro degli Esteri fingendo che non siano anche i leader dei loro rispettivi partiti significa puntare all’occupazione delle reti pubbliche con una prepotenza inimmaginabile perfino ai tempi dell’onnivoro Berlusconi. 

L’emendamento 4.13 prevede che i programmi di approfondimento siano tenuti a “garantire la più ampia possibilità di espressione” fatto salvo “il principio della notiziabilità giornalistica”, ma soprattutto “la necessità di garantire ai cittadini una puntuale informazione sulle attività istituzionali e governative”. In sostanza significa che la par condicio diventa un hobby per i partiti dell’opposizione. 

L’ipotesi di modifiche è talmente schifosa che è riuscita a riunire tutte le opposizioni in un comunicato congiunto. A definire “illiberali” gli emendamenti di Fratelli d’Italia ci sono anche quelli che sorridevano quando si parlava di pericolo autoritario. Ben arrivati. 

Buon martedì. 

 

Poesie in musica. L’originale ricerca di Diana Torti e Sabino de Bari

Diana Torti, musicista, cantante e lirista, e Sabino de Bari, chitarrista e compositore, formano una coppia artistica impegnata sin dal 2006 in progetti assai particolari, caratterizzati da una continua ricerca che va ad esplorare territori diversi ed apparentemente lontani, dalla musica popolare, al jazz, alla musica classica contemporanea, che vengono utilizzati e rielaborati in una direzione del tutto originale, come brillantemente dimostrato nelle loro più recenti collaborazioni nei dischi On a Cloud (a nome di Diana del 2019 e dedicato alla cantante jazz Jeanne Lee) e Lo racconta il mare, intestato a Sabino e ispirato alla propria terra natale (Molfetta) e pubblicato nel 2022. Da alcuni anni hanno trasferito la propria residenza a Londra dove hanno trovato terreno fertile per la realizzazione dei propri progetti. Li abbiamo incontrati in attesa di ascoltarli dal vivo il 10 aprile a Roma al Teatro l’Arciliuto.

Il nuovo album It’s all we have (Tambora Music) per sola voce e chitarra, si caratterizza come un emozionante racconto di poesie in musica, laddove la voce suadente di Diana esplora le liriche di Emily Dickinson e di Christina Rossetti, muovendosi tra profonde inquietudini ed aperture luminose, e rapportandosi dialetticamente con l’originalissimo fraseggio di Sabino.
Per prima cosa gli chiediamo dell’idea da cui nasce questo nuovo disco che giunge dopo due importanti progetti, assai diversi tra loro, come On a Cloud e Lo racconta il mare. «Questo progetto è per noi davvero nuovo – ci spiega Sabino – e diverso dai precedenti. Il modus operandi nel nostro lavoro quotidiano di ricerca di nuovi codici espressivi ci impedisce di ripeterci e di percorrere nuovamente strade già battute. In questo caso- aggiunge il musicista – il nucleo del progetto ha una valenza “politica” in senso lato e nell’accezione più ampia del termine: un’occasione di riflessione su alcune tematiche che partendo dalla sensibilità personale, vanno poi a sfociare in un discorso che investe l’intera società».
«Direi che è una reazione agli eventi esterni – aggiunge Diana -, nasce un’esigenza di reagire e di non rimanere passivi che scatta nel momento in cui ci si rende conto che la bellezza del rapporto con la natura e con gli altri esseri umani viene costantemente negata dal potere esercitato in molteplici forme, attraverso l’estremismo violento, il neoliberismo che acuisce le disuguaglianze, le politiche populiste, che portano alla negazione dei diritti umani e alla minaccia dell’ambiente. Come artisti non possiamo tacere, non possiamo chiudere gli occhi di fronte a tutto ciò che accade intorno a noi».
Potremmo dire che la vostra è una ribellione che si realizza in questo caso attraverso la poesia?  «Nello sviluppo del progetto – risponde Diana – hanno avuto fondamentale importanza i testi. Oltre a quattro nostre liriche originali, due mie e due di Sabino, tutte in inglese, troviamo tre poesie di Emily Dickinson e una di Christina Rossetti riportate in lingua originale. Le immagini che ci proponevano queste poetesse di fine Ottocento ci sono apparse invece perfettamente attuali, le loro liriche rispondevano totalmente a ciò che volevamo esprimere, a partire da aspetti e sentimenti universali e senza tempo. Amando queste poetesse, abbiamo realizzato l’idea che una voce femminile portasse con sé un’immagine di positività e di speranza (come in “Hope” di Emily Dickinson) nell’affrontare tematiche complesse, che potevano suscitare viceversa rabbia o rassegnazione. In questo modo si collegano a un movimento interiore più intimo, ed il titolo dell’album It’s All We Have vuol rappresentare l’urgenza, come artisti, di produrre musica, esprimere idee, valorizzare la bellezza umana anche nella lotta che ognuno di noi affronta nella vita di tutti i giorni. A queste medesime tematiche si ricollegano i due testi scritti appositamente da me: “Beyond The Clouds”, dedicata al tema dell’amicizia, e “In Spite of Everithing”, che chiude l’album e che proponiamo alla fine dei concerti proprio come un inno alla speranza».
«Nei miei testi – aggiunge Sabino – ho operato una sorta di assemblaggio di materiali preesistenti. Il brano di apertura del disco The Extra Something è una sorta di ironico collage di slogan pubblicitari per una bevanda miracolosa, una specie di super-aperitivo in grado di soddisfare e rigenerare chiunque. Il testo di “Cuba Libre” è invece estratto di peso da un discorso del generale della guerra ispano-americana di fine Ottocento, John Hay,  che nella sua banalità surreale rappresenta, ieri come oggi, l’inutilità e l’assurdità totale di tutte le guerre». E ancora racconta Sabino de Bari:«“Whisky” va invece a recuperare alcune strofe tipiche della tradizione del Blues più arcaico, che si appoggiano però ad una base musicale nella quale il retaggio del Blues, almeno nella forma oggi usualmente riconosciuta, è a stento ravvisabile. Si tratta di un brano in realtà scritto da me molti anni fa, e la parte musicale risente delle mie ricerche intorno alla musica seriale».
Musicalmente il lavoro ha una sua peculiarità non riconducibile alle usuali categorie musicali, rileviamo. «L’intento di questo album – continua Sabino che è l’autore di tutte le musiche – vuole essere più “leggero” rispetto ai precedenti, e pur partendo dai presupposti della mia ricerca che coniuga musica etnica, ed in particolare mediterranea, folk e Jazz, rimane questa volta più legata alla forma-canzone alla ricerca di una capacità comunicativa più diretta e spontanea».
Il jazz ed il canto blues riecheggiano in particolare nelle inflessioni vocali e nella pronuncia delle note di Diana, ed in particolare nei pezzi più virtuosistici che si sviluppano senza parole, come “Sonhos de Marcelo” e in “Melodia”. «La scrittura musicale di Sabino – precisa Diana – si realizza in stretta relazione con l’immagine sonora della mia voce e del mio modo di cantare. Lavorando insieme da tanti anni si è creato tra noi un rapporto umano, oltre che professionale, con una prassi lavorativa che naturalmente si evolve nel tempo di pari passo al nostro rapporto personale ed artistico, e che oggi non è, e non potrà più essere, lo stesso di tre o quattro anni fa».
Come procedete nella composizione? Nasce prima la musica e poi i testi o viceversa?
«In realtà non abbiamo uno schema creativo preordinato, difficile da proporre in maniera razionale – approfondisce Diana – uno di noi ha un’idea o una suggestione, sia essa di parole o di suoni, e la propone all’altro, e da lì in poi procediamo insieme mettendo insieme un passo dopo l’altro». Alla luce di tutto questo, siamo curiosi di sapere che direzione prenderanno i prossimi progetti. «Devo ammettere – commenta Sabino – che man mano che andiamo a proporre questo lavoro dal vivo, il nostro rapporto con il senso più profondo dei testi della Rossetti e della Dickinson, stesse ancora maturando e fosse ancora in divenire, andando a scoprire volta per volta nuove sfumature o significati nascosti e più profondi, grazie anche al feed back che ci restituisce il pubblico che ci ascolta».
«In questo momento – aggiunge Diana – ci stiamo focalizzando nel rapporto dialettico con chi ci ascolta, cercando di aprire nuovi canali di comunicazione mediante nuove connessioni. Tutto ciò ci sta portando ad un ampliamento del progetto con nuovi sviluppi e con nuovi brani che vedranno la luce con una nuova formazione allargata ad un quartetto anziché ad un duo come è stato fino ad ora».«Un album di solito è considerato un punto di partenza o a volte un punto di arrivo – conclude Sabino – in questo caso vorremmo considerarlo una tappa di transizione verso nuovi sviluppi che abbiamo in animo di realizzare abbastanza presto. In questa direzione, negli ultimi concerti dal vivo tenuti in Italia, proprio per l’esigenza di realizzare un più stretto contatto con il pubblico, superando anche eventuali difficoltà di comprensione legate all’uso della lingua inglese, abbiamo incluso nel set le voci recitanti di Fabiana Aniello e dalla poetessa Silvia Luminati, proponendo sia le liriche incluse nel disco, tradotte in italiano, sia proprie poesie originali».

Una controffensiva, una roba così?

Gaza, foto di ActionAid

Sei mesi dopo l’attacco di Hamas nel sud di Israele la controffensiva israeliana si può leggere nei numeri. 

Il Ministero della Sanità di Gaza parla di 33.137 persone uccise (i dati si riferiscono alla giornata di ieri). Qualcuno con un grande stomaco risponde che quei numeri sono falsi perché provengono da Hamas. Guardiamo gli altri. Save the Children (non Hamas) denuncia che sono stati uccisi più di 13.800 bambini. La Mezzaluna Rossa Palestinese (non Hamas) scrive che circa 1.000 bambini hanno perso una o entrambe le gambe. L’Unicef parla di almeno 17.000 minori palestinesi attualmente non accompagnati o separati dai loro genitori. Ovviamente migliaia sono orfani. Oltre 75 mila persone – sempre secondo Unicef – sono rimaste ferite e non possono essere assistite perché il sistema sanitario di Gaza è in gran parte distrutto o danneggiato.

L’Onu (non Hamas) fa saper che 2,3 milioni di persone fanno la fame e che la carestia sarà diffusa entro maggio in diverse parti di Gaza. Sono una trentina – sempre secondo l’Onu – le persone morte per fame e per sete. L’80% della popolazione è sfollata. Per terra ci sono 26 milioni di detriti del 62% di case distrutte. Otto scuole su dieci sono state devastate, almeno 625mila studenti non hanno nessuna forma di distruzione. 

Funzionano solo 10 ospedali su 36. L’Ufficio stampa governativo di Gaza indica che sono stati uccisi 140 giornalisti. Non bisogna rifarsi dei datiti Hamas, dicono. l Comitato per la Protezione dei Giornalisti stima in 90 il numero di reporter e cameraman uccisi.

Buon lunedì. 

Rwanda trent’anni fa. L’ultimo genocidio?

Trent’anni fa, il 7 aprile del 1994, in Rwanda iniziò l’agghiacciante genocidio della minoranza Tutzi (e degli Huti moderati) da parte degli Huti. Il genocidio causò la morte di quasi un milione di persone. E molta parte del mondo occidentale voltò la testa da un’altra parte derubricando quella immane tragedia a conflitto inter-etnico, quando era il risultato del dominio di Paesi occidentali colonialisti, in primis il Belgio e della Chiesa responsabili di aver differenziato le etnie per metterle le une contro le altre, in nome del dividi e impera e per evangelizzare.

Così nel piccolo Paese africano, stretto fra Tanzania, Congo e Uganda, nel giro di cento giorni fu una carneficina in una guerra fratricida istigata da colonizzatori occidentali. Fra questi anche la Francia che apparentemente si adoperò per fermare il conflitto e di fatto finì per favorire il regime genocidario. Lo stesso presidente Macron che nel 2021, all’indomani della pubblicazione del rapporto Duclert, aveva ammesso la responsabilità politica, istituzionale e morale di Parigi, ieri ha detto che “la Francia avrebbe potuto fermare il genocidio in Rwanda ma non ne ha avuto la volontà”. Da quell’inenarrabile dramma colpevolmente non abbiamo voluto imparare nulla. Non abbiamo fatto nulla perché non si ripetesse lì o altrove. E oggi torna lo spettro del genocidio a Gaza.

In Rwanda quel fantasma si aggira ancora perché è mancata una vera elaborazione collettiva, nonostante tentativi di pacificazione sul modello Sudafricano. Nel Paese due terzi della popolazione ha meno di trent’anni e per fortuna non ha vissuto direttamente quel dramma. La realtà economica rwandese è fra le più rampanti d’Africa, specie sul versante high tech, ma le ferite sotterranee sono enormi, mentre da un punto di vista politico pesa il giogo della stretta autoritaria. Il presidente Paul Kagame è al potere dal 2000, fra repressione, campi di solidarietà e tribunali comunitari, dove le vittime superstiti sono state chiamate a incontrare i carnefici. Ma è avvenuto in un corto circuito fra tentativo di riconciliazione e negazione di dinamiche democratiche. Intanto molti responsabili del genocidio sono tranquillamente all’estero. Sul genocidio del Rwanda venne istituito dalle Nazioni Unite un tribunale internazionale in Tanzania con un dibattimento durato ben 21 anni, il risultato nei fatti è stato fallimentare. Molti dei responsabili del genocidio sono riusciti a fuggire perlopiù in Francia e in Belgio. Altri hanno trovato riparo in Congo.

Continuando a interrogarci su quegli inimmaginabili cento giorni – dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994  quando centinaia di migliaia di persone furono uccise a colpi di machete, armi da fuoco e bastoni chiodati – con mille domande sulle radici di tanta furia omicida, torniamo a leggere il libro di Vania Lucia Gaito Il genocidio del Rwanda pubblicato da L’Asino d’oro che indaga a fondo le responsabilità coloniali e il ruolo della Chiesa.

Una chiave di lettura letteraria viene invece dal graphic novel Rwanda i giorni dell’oblio realizzato qualche anno fa da Martina Di Pirro (già autrice di reportage per Left, come La rinascita al femminile del Paese delle mille colline) realizzato con la disegnatrice Francesca Ferrara e pubblicato da Round Robin. Il libro nasce dall’esperienza viva e dolorosa di alcuni testimoni, soldati arruolati inconsapevoli e vittime e smaschera la fandonia che si sia trattato solo di un conflitto tribale, interetnico, legato ai clan locali, una lettura imperniata sull’idea che alla base ci sarebbe stata una (inesistente) questione razziale, dunque biologica, immodificabile. Il libro prende le mosse dalla storie vere di un ex soldato francese Jean, che giovanissimo lasciò gli amici e la cameretta con il poster di Thomas Sankara, l’eroe civile del Burkina Faso, pensando di partecipare a una missione di pace, e Marie, scampata da bambina al massacro proprio grazie a Jean. Lei riesce a ritrovarlo, a scovarlo nel buio di una crisi personale profonda, a tirarlo fuori dall’assedio dei sensi di colpa e dalla disperazione per ciò che ha visto, riaccendendo in lui la forza di vivere e di denunciare. Nella memorie di infanzia di Marie, immaginata dalle autrici, ci sono immagini vivide di compagni di scuola Hutu e Tutsi, ugualmente amici, indistinguibili. D’un tratto poi, costretti a diventare nemici, a combattersi a colpi di machete.

«Sistematicamente lo sterminio si estese alle scuole, alle chiese, agli ospedali, in una serie di episodi atroci che videro torbe di contadini armati di machete, di mazze chiodate, degli strumenti più disparati, dare la caccia, inseguire, ferire, uccidere i loro vicini, i loro ex amici tutsi, per cancellarne la presenza e la memoria», scrive Vania Lucia Gaito nel libro Il genocidio del Rwanda dell’Asino d’oro che richiamavamo poc’anzi. In Rwanda gli estremisti Hutu chiamavano inyenzi, scarafaggi, i Tutsi e attuarono il massacro dicendo di voler sradicare le erbe cattive. «Furono massacrati a colpi di machete anche migliaia di bambini» scrive Gaito «uccidendoli si obbediva all’ordine di estirpare le radici». Marie non è solo sopravvissuta fisicamente alle atrocità perpetrate da una parte della popolazione Hutu, ma è riuscita anche a non farsi avvelenare la vita dall’odio. Non odia e non perdona, ma vuole sapere, cerca la verità e coraggiosamente s’interroga su come sia possibile che un essere umano possa arrivare a vedere un altro essere umano come un animale, come una cosa, da eliminare.

È la domanda cruciale che ci portiamo dietro dal Novecento, è la voragine aperta dalla Shoah. Come e perché alcuni esseri umani arrivano a negare l’umanità di propri simili perdendo così irrimediabilmente anche la propria? Perché è accaduto? Come evitare che possa accadere di nuovo? Primo Levi in Se questo è un uomo descrive il lucido e sistematico processo con cui i nazisti non solo sterminavano fisicamente ebrei, rom e comunisti, fino a farne sparire anche i corpi come se non fossero mai esistiti, ma prima perversamente cercavano di annichilire e annientarne l’umanità, cancellando i loro nomi, sostituendoli con un numero inciso sul braccio, annullando la loro realtà affettiva, il loro mondo interiore, cercando di bloccare in loro ogni traccia di pensiero e di immaginazione, attraverso la tirannia di una quotidianità vessata dalla fame e dalle torture, ridotta a soli bisogni primari, come quella degli animali.

I processi di deumanizzazione, in forme diverse, hanno segnato le guerre sporche dell’America latina dove i nemici erano descritti come sovversivi, pidocchi, parassiti, larve, scarafaggi infestanti. Un processo simile di negazione dell’umanità dell’altro, da colpire e sterminare, è stato messo in atto dall’esercito statunitense ai danni della guerriglia e della popolazione civile in Vietnam. È accaduto in Darfur. È accaduto in Bosnia. Accade oggi a Gaza dove la popolazione civile, ostaggio di Hamas al pari degli israeliani sequestrati nel pogrom del 7 ottobre, viene braccata e sterminata dall’esercito israeliano, istruito dai capi dell’ultra destra di governo che chiamano i palestinesi animali.

La Shoah è un fatto unico nella storia, il più disumano. Ma non possiamo non vedere che continuano ad essere perpetrati anche altri atti genocidari. È necessario capire i processi, distinguere, e ogni volta vedere le cause della violenza visibile e invisibile, che si può e si deve rifiutare e fermare, perché non è innata negli esseri umani, non è un destino ineluttabile.

La mina antidemocratica che punta a far saltare le elezioni in una città di 300mila abitanti

Bari

Sembra quasi che il ministero dell’Interno abbia intrapreso una competizione con la procura della Repubblica di Bari, con cui la maggioranza di governo cerca di strumentalizzare e scavalcare l’efficace azione che la magistratura sta ponendo in essere con tempestività: una gara sul tempo contro chi riesce a spazzare via a suon di arresti i rischi di inquinamento del voto, affinché il voto democratico possa svolgersi.
Dinanzi a questa corsa del centrodestra, il maggior partito della coalizione di centrosinistra sta però mostrando debolezza, arroccandosi nella difesa strenua e ugualmente strumentale del pur importante operato degli ultimi vent’anni in Puglia e a Bari, ma che abbisogna di un salto in avanti e di coraggio. Perché per bonificare una terra come questa non bastano vent’anni e occorre dirselo, affrontarlo e andare molto più avanti, non difendere le manchevolezze. Il Pd ha temporeggiato per mesi nel tentativo di imporre un proprio candidato a sindaco, inizialmente sostenendo la candidatura di Marco Lacarra, attualmente parlamentare, in un gioco del 15 che avrebbe collocato alcune caselle tutte locali. I giornali locali ci hanno ricordato che l’eventuale elezione a sindaco di Lacarra avrebbe liberato in Parlamento il posto per la prima dei non eletti nelle file del Pd, Anita Maurodinoia, che nel frattempo ricopriva la carica di consigliera regionale e di assessora ai trasporti nella giunta regionale del presidente Emiliano, dopo un’ascesa dovuta anche- si ipotizza – a usi disinvolti della doppia preferenza. Non solo, se fosse scattato il seggio parlamentare per l’assessora, le sarebbe succeduto in consiglio regionale il segretario regionale del Pd, Domenico De Santis.

Tutto perfetto. Solo che in questa astratta rappresentazione, tutta politicista e interna al Pd è mancato il contatto con la città e con la cittadinanza attiva, non quella delle liste civetta ma quella vera, fatta di persone che davvero pubblicamente discutono – litigano anche – su cosa è meglio per il proprio territorio.
Nell’amministrazione, invece, e nel Pd, è mancato il polso sulla stanchezza della città per pratiche note, acquisite da tradizioni politiche molto diverse da quelle familiari a sinistra, fatte invece di strada, studio, contatto con i bisogni. Soprattutto è mancato il polso sulla condizione di difficoltà nella quale la cittadinanza si trova, privata della mediazione dei corpi intermedi ed esclusa a causa di pratiche di relazione non politiche, bensì amicali, quando non clientelari, dopo gli anni della pandemia, la crisi energetica, la crescita dell’inflazione e il riaffermarsi dei settori informali dell’economia, dopo l’eliminazione del reddito di cittadinanza.

A Bari, ad esempio, come nel resto d’Italia, l’emergenza abitativa è diventata ormai vera e propria crisi. E su questa l’impatto della turistificazione, purtroppo non governata ed anzi promossa come risorsa per lo sviluppo, di cui tuttavia non si percepisce un ritorno in termini di giustizia e di redistribuzione di ricchezza, è uno degli elementi di immediata percezione insieme alla sensazione plastica che il governo del territorio stia sfuggendo alla pianificazione, nella mancanza del Pug. Ma è solo un esempio, nel quale bruciano però 3200 sfratti esecutivi.

Bari è anche in cima alle classifiche dell’Ispra per consumo di suolo. Poi, è vero, è più bella rispetto a vent’anni fa, almeno nei quartieri più centrali, ma questa bellezza è troppo poco distribuita. Siamo a Bari, in Puglia, un Sud dei Sud che voleva competere con Milano e che ha lavorato al proprio riscatto a partire dal 2004 e soprattutto dal 2005, con la prima inaspettata elezione di Nichi Vendola alla presidenza della Regione – la promessa della Primavera.
Ma qualcosa si è inceppato e, già dal secondo mandato di Nichi Vendola e poi dall’elezione di Michele Emiliano alla presidenza della Regione, la devastazione dei corpi intermedi ha sfilacciato le cinghie di trasmissione tra la società sana e la sua rappresentanza politica. Non diciamo niente di nuovo. Pagine e pagine sono state scritte su quanto è avvenuto negli ultimi trent’anni nel sistema di produzione della rappresentanza. La costruzione del consenso ha smarrito la strada della politica ed ha intrapreso quella più comoda dei gruppi di interesse, più o meno legali, ha sussunto i trasformismi.

Nel maggior partito di governo locale, il Pd, è inoltre mancata negli ultimi anni la percezione del lavoro messo in campo in città da molti gruppi ed individui, sempre più distanti da palazzi sordi alle critiche, anche quelle costruttive. E tra questi “non hanno visto arrivare” nemmeno Michele Laforgia (la citazione è sua, ed è sottilmente pungente), un possibile candidato civico ma chiaramente connotato e con una storia a sinistra, espressione di uno di questi gruppi, l’associazione La giusta causa, che era parso ai più il candidato naturale per il campo del centrosinistra. Un candidato con una posizione progressista, che non ha risparmiato le critiche e ha cercato di offrire uno slancio in avanti all’amministrazione uscente, e che è sostenuto da alcune associazioni politiche ben caratterizzate, oltre che da Sinistra italiana (ma non dai Verdi, che sono allineati con il candidato Pd) e persino dai 5 Stelle. E che avrebbe potuto essere sostenuto anche da altri soggetti, anche più a sinistra (Pci Up), che però sono stati frenati dalla rigida, e allo stato dell’arte ingiustificata, hybris dei dem con le loro molte anime.
La mancanza del polso della situazione ha, quindi, fatto sì che il Pd non rinunciasse alle sue pratiche. Ha preteso che tra Laforgia e il proprio candidato, finalmente individuato in gennaio, Vito Leccese, si svolgessero primarie, contrastando altresì ogni richiesta di porre regole certe. Primarie invise a molti perché falsamente rappresentate come festa della democrazia, specialmente nel contesto dato: consultazioni private che – a differenza dei primi esperimenti innovativi, cui naturalmente partecipavano i soli militanti – invece facilmente si prestano, come è accaduto negli anni recenti, a manipolazioni, proprio perché tutto sono meno che urne democratiche. Non ci sono regole, non è determinato il perimetro di chi può esprimersi, non fanno che minare la struttura di qualsiasi organizzazione democratica. Chi passa decide per chi invece resta.

Poi è arrivato uno tsunami, dai 130 arresti per presunta compravendita di voti dello scorso mese di febbraio, con il coinvolgimento di una società municipalizzata, agli arresti della mattina del 4 aprile 2024, tra i quali quelli quello del sindaco di un Comune limitrofo al capoluogo pugliese, Triggiano, di una coalizione opposta a quella che governa invece il capoluogo; ma anche quello del marito di Anita Maurodinoia, la quale ha rassegnato le sue dimissioni.
Ma il Pd ha reagito con un arrocco. Il tentativo di tenere insieme la coalizione del campo largo, spinto per Laforgia soprattutto da 5s e Sinistra Italiana, è quindi naufragato dinanzi alla realtà che la Procura ha dimostrato di tenere sotto controllo, senza necessità di interventi governativi. Laforgia, supportato da Conte, dal palco del comizio che lo stesso 4 aprile doveva essere la conclusione della sua campagna per le primarie, ha comunicato di fatto la sua indisponibilità a sottostare a una competizione senza regole nel contesto che il Pd non ha inteso arginare né riconoscere.

Ma la priorità è la città: si faccia un accordo, ha detto con responsabilità Laforgia, si mettano insieme su un’idea più progressiva di città le forze sane del centrosinistra tutto, intendendo con ciò l’arco dal Pd ai comunisti passando per i 5s, si mettano fuori le persone (i cosiddetti capibastone) e le pratiche che non garantiscono trasparenza e che inficiano i processi democratici – e non perché siano in grado di condizionarli, ma perché è loro concesso di farlo, per una distorta idea di pace sociale che può serenamente essere ribaltata, che va abbandonata. Auspicando che anche il centrodestra si proponga con una candidatura e un approccio costruttivi per la città, dismettendo la minaccia di scioglimento palesemente strumentale in un quadro giudiziario nel quale lo stesso centrodestra è coinvolto.
Ma Elly Schlein, a Bari quest’oggi (ndr 5 aprile), non ha inteso cogliere l’occasione che veniva offerta, di dare una scossa al suo partito su decisioni politiche per la città che avrebbero giovato al suo stesso partito e soprattutto all’idea di partito come luogo nel quale dirimere il conflitto politico per il bene collettivo. Ha invece avallato quanto già annunciato dal livello locale, di voler continuare a sostenere la candidatura espressa dal Pd, e di voler andare direttamente al voto con due candidati, in una logica da braccio di ferro calata nel clima delle tifoserie che rischia soltanto di far precipitare la città in decisioni strumentali del governo, privandola del diritto democratico di autodeterminarsi nel voto.

Si è persa un’occasione storica per mettere in piedi un nuovo laboratorio che potesse rappresentare un esperimento di innovazione politica per il Paese. A questo punto, e salvo cambiamenti dell’ultimo secondo, credo che il “centrosinistra-senza-Pd”, libero di selezionare il proprio personale politico su base ideale e programmatica, non debba avere paura di affrontare la contesa elettorale con lo slancio di una opportunità nuova, per la città e per la sinistra. Ci vediamo alle urne, dunque. Quelle vere. E vedremo le liste.

foto di Nicholas Chieco – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=118285778