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Leggere il passato per capire il presente. Un libro fondamentale di Davide Conti

Fascisti contro la democrazia (Einaudi) di Davide Conti è un libro fondamentale e necessario, per leggere il passato e capire il presente. Illumina pagine fin qui ancora buie della storia dell’Italia e, indirettamente, permette di vedere più chiaramente la matrice politica e culturale di molti provvedimenti del governo Meloni che avanzano a rapidi passi prima delle Europee.

In primis il premierato ma anche l’autonomia differenziata. Sono due controriforme – una costituzionale, l’altra no – che nel loro combinato disposto intaccano pericolosamente gli equilibri e i valori costituzionali. Il premierato svuota il senso del voto, marginalizza il ruolo Parlamento e la funzione di garanzia del presidente della Repubblica. (Su Left ne hanno scritto autorevoli giuristi a loro rimando).
Quanto all’autonomia differenziata cancella l’universalità dei diritti sanciti dalla Carta e non siamo solo noi a dirlo. Importanti rilievi critici arrivano non solo dai comitato di cittadini riuniti sotto la sigla no Ad ma anche dalla Corte dei Conti, dalla Banca d’Italia, dalla Cgil, da Gimbe e da altri autorevoli organismi. Queste controriforme volte a colpire la Costituzione antifascista non sono un frutto estemporaneo del momento ma hanno radici antiche nella storia del fascismo e nel neo fascismo. Il libro di Davide Conti ci aiuta a capire tutto questo tessendo una straordinaria trama di fatti incontrovertibili.

Detto in estrema sintesi il libro del ricercatore e consulente della procura di Bologna permette di capire da dove viene la stretta autoritaria che viviamo e che è sotto gli occhi di tutti: manganellate a studenti inermi come è accaduto a Pisa, Firenze, a Roma. Criminalizzazione del dissenso dentro le università, querele temerarie che colpiscono giornalisti, docenti, rettori come Tomaso Montanari e lo stesso Conti. (Qui la conferenza stampa alla federazione nazionale della stampa).

Non è solo la libertà di parola e di espressione ad essere colpita, ma è anche lo stesso conflitto sociale, come sana dinamica democratica ad essere censurato, impedito, criminalizzato. Da dove viene questa spinta? Quale ne è la matrice? Quali gli obiettivi?

Davide Conti lo fa capire lasciando che sia il lettore a fare l’immagine di ciò che sta accadendo, ricostruendo puntualmente la traettoria del fascismo e del post fascismo. Lo fa con prosa limpida, in maniera assolutamente non ideologica, squadernando scientificamente i documenti sul tavolo, citando le fonti, invitandoci a rileggere più a fondo la storia, illuminando circostanze e nessi.

Fascisti contro la democrazia non è un libro a tesi, non c’è pedagogismo. Semplicemente (con quel carico di lavoro che è necessario per arrivare a questa profonda semplicità) fa correre la mente in maniera appassionate, tanto che non si smette di leggere anche se è chiaro fin dalle prime pagine chi è – metaforicamente parlando – l’assassino.

Ma lasciatemi aggiungere qualche altra nota riguardo al libro, per chi non l’avesse ancora letto.

Il volume analizza 30 anni di storia dal 1946 al 1976. Già la prima data segna uno choc per chi, come me, non sapeva che proprio il 26 dicembre 1946, poco dopo la liberazione dal nazifascimo -grazie alla lotta partigiana e prima che fosse promulgata la Costituzione -, si formò l’Msi, partito dei reduci di Salò (che avevano trovato a Roma la protezione del clero). I repubblichini fondarono l’Msi non con un intento meramente nostalgico, ma con un chiaro obiettivo: essere fascisti in democrazia, costruire nuove generazioni di fascisti. E tutto questo la dice lunga su quanto in Italia sia mancata una vera Norimberga. Ci dice di una strisciante continuità (su cui ha scritto pagine importanti Claudio Pavone) e dei conti che l’Italia non ha mai fatto fino in fondo con il fascismo.

Così l’Msi è stato il convitato di pietra. E’ il baco che si nasconde nella democrazia appena nata, in quanto « aggregazione ontologicamente ostile alle istituzioni nate dalla Resistenza e alla democrazia antifascista», scrive Davide Conti.

La data finale del libro è altrettanto e più risuonante della prima, e troppo spesso oggi ce la si dimentica: il 1976. In quell’anno il 98 per cento degli elettori andò a votare. La Dc prese il 38 per cento, il Pci il 34 per cento. Erano due partiti di massa. L’Msi toccò i suoi minimi storici. Quel risultato non fu affatto casuale. Era il risultato di una stagione di riforme per la giustizia sociale e di lotta alle disuguaglianze. Tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta la democrazia italiana fece passi da gigante: fu varato lo statuto dei lavoratori, la riforma dello stato di famiglia che liberava le donne dalla sottomissione al capo famiglia imposta dal fascismo, la scuola dell’obbligo, il divorzio, il 1981 l’abolizione del diritto d’onore, il servizio sanitario nazionale… Fu una straordinaria fioritura democratica. Intanto cresceva un apparato paramilitare ostile alla democrazia.

Quelle riforme democratiche suscitarono una risposta violentissima da parte delle forze reazionarie, dai ceti padronali, da quella parte della società che voleva la conservazione, il mantenimento del privilegio di pochi. Nel 1969, ci ricorda Conti, passò lo statuto dei lavoratori in prima lettura e poi ci fu la strage di piazza Fontana per mano di Ordine nuovo.

Il blocco più reazionario non trovò il suo braccio armato solo in gruppi eversivi di estrema destra come Avanguardia nazionale e Ordine nuovo, ma anche nell’Msi che fu partito rappresentato in Parlamento e che, con il governo Tambroni nel 1960, arrivò alle soglie del governo; partito in cui affonda le proprie radici Fratelli di’Italia che ha scelto di evocarlo anche nel simbolo: la fiamma tricolore.

Come ha rilevato Saverio Ferrari presentando il volume di Conti all’Anpi a Milano, leggendo in parallelo le biografie di Almirante e Rauti, Conti sfata il luogo comune che il fucilatore, il repubblichino Almirante, redattore de Il giornale della razza fosse diventato “solo” un fascista in doppio petto, il padre nobile della destra estraneo alla successiva violenza squadrista e alle stragi. Non è così. Fu altrettanto implicato di Rauti nella strategia della tensione, negli anni del terrorismo nero, delle stragi, dello squadrismo (Almirante disse a Firenze nel 1972 «Fuori i manganelli» mentre stringeva rapporti con soggetti militari addestrati in Spagna, in Portogallo, nella Grecia dei colonnelli).

Ma c’è un altro aspetto altrettanto inquietante che Conti documenta – e che ci fa riflettere sulle radici dell’atlantismo bellicista, nazionalista dell’attuale governo -: in tempi di guerra fredda Rauti e Almirante furono apertamente cooptati dalla Nato in chiave anticomunista. Almirante era peraltro stipendiato dagli Usa. È impressionante ciò che emerge da una serie di fatti che Davide Conti rispolvera: In un convegno Nato del 1965 all’Hotel dei principi a Roma intervenne Rauti. Nel 1961 sempre a Roma il segretario della nato Stikker aveva delineato profili e modalità d’azione delle strutture istituzionali, militari e civili sul piano della lotta al comunismo. Fu lì che si cominciò a parlare di «controinsorgenza», di guerra rivoluzionaria contro il comunismo e poi di «guerra psicologica», di «conquista delle menti», di modi per terrorizzare, irretire, per destabilizzare, creare angoscia in modo che la popolazione chiedesse legge e ordine. Poco dopo cominciò la strategia della tensione cominciarono le stragi di Stato in cui furono implicati parte dei servizi. Rauti nel 1964, all’epoca del piano Solo e all’epoca del golpe De Lorenzo, era interno ai massimi livelli militari e di intelligence. Lo stragismo durò fino al 1984. Ed è importantissimo tornare a studiare quegli anni, non perché si pensi che possano tornare tali e quali, ma perché quegli anni gettano ombre lunghe sul presente.

Qui L’intervista di Francesco Troccoli a Davide Conti Quella matrice neofascista della destra 

Ricordando Roberto Roversi, poeta partigiano

Marzo 1944 «Fuori è una tormenta che sibila da tutto il giorno; gli alpini alla luce di una candela, giocano a sette e mezzo; due accanto a me, cantano con voce di nostalgia, una canzone piena di delicato tremore “dormi mia bella dormi”. Siamo a quasi 3000 metri, dentro una baita piccola e bassa, e vicino non abbiamo che la neve e il cielo………» e più avanti: «Vedi che scrivo malissimo ma non ho nemmeno la forza di correre dietro alle parole o di sorvegliare il mio pensiero……». In questi brevi stralci di una toccante lettera che il poeta Roberto Roversi, ventenne, inviava alla sua famiglia, si sente tutta la trepidazione e la invincibile convinzione di chi è consapevole di stare dalla parte giusta.

Dalla sua postazione sulle montagne del cuneese, come alpino arruolato nella Monterosa, poi disertore per aggregarsi alla seconda divisione brigata Val Vatraita “Rolando Besana”. Roversi partecipa a diverse azioni con la determinazione e l’onestà intellettuale che hanno contraddistinto tutta la sua esistenza professionale e privata.«Per il nostro affetto», scriveva ancora,«quanti egoismi, quante crudeltà altrove! Ho visto tante cose così dolorose così terribili che non ho quasi più fede nella vita!». Ma poi conclude:«Compatitemi perché vi amo tanto».
Per ricordare lui e quel periodo della sua vita, il Comune di Bentivoglio, in provincia di Bologna, in collaborazione con Anpi, il Museo della civiltà contadina, la città di Bologna e l’Officina Roversi, hanno voluto dedicargli la mostra Roversi partigiano, una resistenza prolungata nel tempo. E così è stata la vita del grande poeta civile, intellettuale e maestro di autori, che probabilmente ha conservato nella memoria quel periodo così intenso umanamente e politicamente, durante la stesura del suo poema più famoso L’Italia sepolta sotto la neve, iniziato nel 1984 in quattro parti, parallelamente alla conclusione dell’altro poema Le descrizioni in atto (1969-1985) e raccolte in volume solo nel 2010 dalla casa editrice Pendragon (qui tutti i libri di Roversi editi dalla casa editrice bolognese). Anche se non si riferisce a quella neve in cui erano immersi i partigiani che difendevano l’Italia dal fascismo, il poema tuttavia evocava, più tardi nel tempo, un’altra neve, quella che ha coperto l’Italia degli anni Settanta, insanguinata da stragi, depistaggi, trame e culminata nell’attentato alla stazione di Bologna nel 2 Agosto del 1980.

La neve del silenzio e della omissione, “un’opera-mondo”, come ha scritto Marco Giovenale, poeta e critico, creata da un “autore-istoriatore”. Non possiamo, in queste poche righe, dilungarci sulla grandezza dell’autore, dell’intellettuale critico ma dotato di grande umanità e capacità di ascolto, di prezioso ricercatore di testi antichi e spesso introvabili, tranne che nella sua libreria antiquaria La Palmaverde, a Bologna in via Castiglione, dove sono passati quasi tutti i poeti e gli intellettuali italiani.
Ma possiamo celebrarlo come ha fatto il paese di Bentivoglio, luogo di villeggiatura del poeta. Alla presenza della sindaca del paese, del presidente Anpi Roberto Dall’olio dello storico Luca Alessandrini e dell’editore Antonio Bagnoli, tutti hanno voluto ricordarlo soprattutto come partigiano. Le foto in gruppo ce lo mostrano con una barba da Che Guevara, stretto ai compagni di lotta. «Una resistenza prolungata nel tempo», sottolinea Antonio Bagnoli, editore dell’Opera omnia di Roversi, «questa è una frase con la quale il poeta amava sottolineare un atteggiamento di fronte alla vita. Un modo di pensare, che dunque non si esaurisce in quegli anni, in quel periodo, ma che continua e deve continuare in tutta la nostra esistenza e le nostre azioni».
Con la coerenza che lo contraddistingueva, Roversi ha messo in pratica la “sua” resistenza di fronte al mercato editoriale, ma anche di fronte ad una sinistra con la quale era diventato difficile dialogare. Capace, come pochi altri di coniugare la dimensione più alta di scrittore e poeta, di autore teatrale, di intellettuale in rapporto con i maggiori poeti italiani, come si evince dai carteggi con Sciascia, Sereni, Pasolini, con quella più giocosa delle canzoni scritte per Dalla e gli Stadio (chi ricorda “Chiedi chi erano i Beatles”?). E di evocare, all’età di quasi 82 anni, l’Italia che aveva difeso, con una struggente breve lirica dal titolo “Patria” che conclude: «…è tutta cielo e mare. Nubi bianche su alte montagne. E’ la voce di bambini che chiaman la madre. E’ il rumore di un treno sulla pianura. E’l’Italia ferita e altera. Sono io. Siamo noi. Qualche marmo. Comune destino».

Il ministro che chiamava le macchine

Venerdì scorso sono scese in piazza 12mila persone appartenenti a tutte le sigle sindacali per contestare l’accordo di Stellantis (già Fiat) con cui altre 3mila e 600 lavoratori dovranno “volontariamente” uscire dagli stabilimenti italiani di un’azienda che di italiano ha davvero poco. A Torino con gli operai c’erano anche gli studenti. Altri 1.500 lavoratori dovranno lasciare la fabbrica con l’accordo sulle uscite incentivate. Come se non bastasse, due giorni fa, l’ad Carlos Tavares è tornato a minacciare altri “feriti e vittime” se il governo lascerà entrare un concorrente cinese. 

Ci si aspetterebbe che il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso imponesse il ruolo del governo, aprisse il tavolo delle trattative, mettesse in campo tutti gli strumenti a disposizione per salvare i posti di lavoro. 

Che ha fatto il ministro? Si è infilato in una polemica sul nome di un tipo di auto, quasi fosse stato in un forum di appassionati, irritato dal fatto che Alfa Romeo avesse deciso di chiamare Milano un suo modello prodotto in Polonia. Qualcuno avrebbe bonariamente potuto pensare che fosse il primo passo di una complessa strategia. Niente di tutto questo. Quelli all’Alfa Romeo hanno risposto che “Il nome Milano, tra i favoriti dal pubblico, era stato scelto per rendere tributo alla città dove tutto ebbe origine nel 1910” e sottolineando come ci siano “temi di stretta attualità più rilevanti del nome di una nuova autovettura” hanno decisa di chiamarla Junior. Ci si poteva aspettare quindi una mossa successiva da parte del ministro ma niente. Urso ha espresso “grande soddisfazione”. Immaginiamo come siano soddisfatti anche gli operai. 

Buon martedì. 

Nella foto: manifestazione a Torino, 12 aprile 2024 (foto Marioluca Bariona)

Parlare di pace e di Palestina a scuola. Una lezione degli studenti contro l’indifferenza

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Quella che segue è una riflessione a più voci tra l’insegnante di Storia e Filosofia, Marco Cosentina e alcuni studenti del Liceo Ariosto-Spallanzani di Reggio Emilia, Rossana Meggiato, Emilio Montero Piccinini ed Edoardo Ficarelli, organizzatori del convegno sulla Palestina, che si è tenuto sabato 13 aprile presso l’Aula Magna dell’Università di Modena e Reggio. All’evento hanno partecipato storici, giornalisti, filosofi, analisti, operatori umanitari e cittadini italiani di origine palestinese.

Marco: La guerra ormai è diventata una narrazione legittima, all’interno di una rassegnata disciplina volontaria all’ordine del reale, che non sembra affatto consegnare al futuro spiragli di orizzonte umano, ma solo un’incurabile rassegnazione al peggio. La scuola è il luogo dove si collaudano quelle tendenze in atto che esercitano un portato egemonico tale, da disporre anche i vissuti al controllo ideologico. L’incontro intergenerazionale spesso conosce una torsione impropria che apre ad un malinteso cognitivo intorno al senso da attribuire ai saperi. Cosa significa conoscere? Quale significato attribuire all’insegnamento? Davvero vogliamo ridurre la complessità e il rischio dell’apprendimento a mera performance competitiva? Ad un’estetica di basso profilo mercificante, quale quella del cosiddetto “capolavoro”? Oppure occorre fondare un campo disciplinare che nutra il pensiero critico e una prassi consapevole, un paradigma di intervento che filtri la realtà, cogliendone i nuclei di contraddizione, così da poter esercitare il cambiamento?

In tale prospettiva ho accolto la proposta di Rossana, di organizzare un convegno di approfondimento sulla tragica situazione in Palestina. Dopo una precedente esperienza, relativa alla guerra in Ucraina, a fronte del clima censorio che si respira ovunque, abbiamo messo in piedi, con la collaborazione di altri studenti, un incontro, così da disporre i ragazzi ad interventi che avessero come obiettivo il mettere a fuoco una tematica tanto urgente e grave, quanto storicamente stratificata, emotivamente densa e per molti aspetti divisiva. Lo spirito che mi ha animato è quello che da sempre orienta il mio essere insegnante: far entrare la realtà nella scuola, per far della scuola un momento essenziale che operi nel reale. Quello cioè che dovrebbe essere il parametro di riferimento di ogni programmazione didattico educativa. Anzi il criterio di fondo che dovrebbe strutturare l’intera cornice concettuale dell’istruzione. E ciò a maggior ragione rispetto ad una tirannia della violenza che sembra pervadere la stessa trama lessicale dell’universo mediatico, che sembra voler sdoganare il tabù della guerra e incitare alla demonizzazione di ogni dissenso vocato alla pace.

Proprio per questo, il primo compito che si è proposto tale evento è stato quello di sviluppare una sorta di disamina “igienica” del linguaggio, così da cercare di restituirne il portato di autenticità, essenziale ad una corretta interpretazione dei fatti. Analizzare i singoli lemmi, focalizzarsi sul significato etimologico di specifici termini, ha significato poter riappropriarsi dei legittimi criteri di orientamento, evitando la propaganda, per una lineare ricostruzione storiografica. Una Storia che tra l’altro trova sempre meno spazio nei contesti istituzionali, sia in quelli come la scuola, vocati alla trasmissione del sapere, (si riducono le ore di insegnamento a discapito di programmi sempre più estesi), sia quelli dove la disciplina diviene luogo della strumentalizzazione e del tentativo di ridefinizione del passato, alla luce delle proiezioni di dominio sul presente. A partire proprio da un uso mistificante dei fatti. Quei fatti che però attraversano la carne ed il sangue, i corpi e le emozioni di altri esseri umani, travolti dalla catastrofe bellica, ai quali ci sembrava giusto e doveroso restituire la parola, così che la testimonianza fungesse da guida al principio della compassione e della solidarietà nei confronti di tutte le vittime, ed allo stesso tempo spingesse ad una maggior motivazione a comprendere quegli eventi che ne avevano determinato la sofferenza.

Emilio: Partendo da questa prospettiva, la conferenza ha trattato trasversalmente nel suo svolgimento due temi salienti, non limitandosi quindi a un’esposizione compartimentata, per così dire, di argomenti eterogenei, offrendo invece al pubblico una narrazione dinamica e continua, intervallata da letture di approfondimento.

I due nodi intertestuali attorno ai quali è fiorito il dibattito sono l’idea di democrazia e il concetto di apartheid, introdotti rispettivamente da una contestualizzazione storica a cura di Istoreco e da un brano tratto da J’accuse di Francesca Albanese.

Edoardo: La molteplicità di opinioni differenti, e in alcuni casi discordanti, ha dato luogo a un meccanismo di reciproci riferimenti e commenti da parte dei singoli relatori che hanno arricchito il tessuto dialettico del convegno con considerazioni frutto delle loro visioni personali. Una presa di posizione, per quanto discutibile, criticabile e non priva di rischi, a nostro parere diventa essenziale nell’affrontare l’urgenza di tematiche così coinvolgenti.

Marco: l’indifferenza spesso è alimentata non solo da un clima culturale che esorta al culto narcisistico dell’io, un io smarrito che nella corsa contro gli altri distrugge le articolazioni stesse del vivere civile. L’indifferenza si riflette nelle angosce che ciascuno subisce di fronte all’isolata traiettoria a cui sembra destinarci il presente, in un’assenza di meccanismi di protezione sociale. Bisogna ritrovare le passioni vitali, i luoghi dell’agire collettivo. Dibattere, organizzarsi. Anche semplicemente incontrarsi, per cercare di comprendere una crisi così profonda e gravida di morte e distruzione, quale quella che innerva gli scenari contemporanei, è un modo di resistere, un tentativo di tracciare una rotta, laddove solo nell’incontro e nello spazio pubblico del confronto intellettualmente onesto, si può davvero provare a ridisegnare una prospettiva di crescita che stimoli lo sviluppo permanente di ambiti democratici. Sulla falsariga del noto slogan di Gramsci «istruitevi, agitatevi, organizzatevi» credo sia impellente che i ragazzi siano stimolati a ragionare, relazionarsi, appassionarsi. Non esiste una democrazia come mera astrazione istituzionale. Esiste un agire democratico che crea coscienza, radicalità, progetto, trasformazione, sfida, ricerca: crescita comune per una comune emancipazione, che nel dialogo e nella reciprocità negoziale del conflitto assuma i propri valori di riferimento, i propri corollari di identificazione politica. In altri termini deve esistere e si deve operare per una scuola pubblica, da definire come scuola di libertà per la pace.

Rossana: Credo che la mancanza d’azione o di parola di fronte ad una simile situazione di oppressione e violenza sia estremamente dannosa per la nostra coscienza e non faccia altro che rendere socialmente accettabile uno sterminio civile che non risparmia neanche i bambini. Per questo ho trovato sin da subito intollerabile un certo silenzio anche nell’ambiente scolastico. Ho deciso di porre la questione, per la prima volta, durante un’assemblea di classe, a novembre, ottenendo l’appoggio dei miei compagni di classe. Erano d’accordo sul fatto che il nostro grado d’informazione non era sufficientemente adeguato rispetto al livello di gravità della questione, eppure il conflitto va avanti dal dopoguerra. L’organizzazione di questo evento pubblico ha incontrato qualche difficoltà per il rischio di essere accusati di politicizzazione o strumentalizzazione. In realtà l’obiettivo era solo quello di aiutare i ragazzi ad elaborare un pensiero critico e libero. Evidentemente alcuni adulti preferiscono appiattirsi ad un pensiero “ufficiale” e non gradiscono che i ragazzi possano essere disallineati.

Nella foto: una immagine di Gaza dopo un attacco israeliano (Fars Media corporation)

La giustizia riparativa: oltre la pena, per ricostruire fiducia e senso della collettività

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La giustizia riparativa, che grazie al decreto legislativo 150/22 (c.d. riforma Cartabia) è diventata legge anche in Italia, viene spesso definita come “giustizia dell’incontro”, perché attraverso una serie di programmi relazionali e dialogici (che appunto si fondano sull’incontro con l’altro) prova a prendersi cura degli effetti distruttivi nascenti dalla commissione di un fatto di reato, promuovendo la ricucitura del legame sociale a partire dalle ferite che l’illecito ha generato.
La giustizia riparativa si affianca al processo penale senza sostituirlo e prova a offrire ai protagonisti della vicenda penale qualcosa di più rispetto alle risposte tradizionalmente orientate alla sola punizione del colpevole o alla sua rieducazione.

La questione fondamentale non è soltanto “come deve essere punito il colpevole” ma anche “se e che cosa può essere fatto per riparare il danno”, non solo nel senso di controbilanciare in termini economici il danno cagionato ma anche nell’ottica di ridare significato ai legami fiduciari fra le persone che il reato ha interrotto.
Per fare questo, la giustizia riparativa coinvolge attivamente le persone indicate come autori dell’offesa, le vittime e la comunità, in un percorso dialogico di riconoscimento reciproco, nel quale possono ritrovare dignità i vissuti e le narrazioni di ciascuno. Oltre alla verità processuale, la giustizia riparativa accoglie le verità personali, quelle vissute e non solo accadute.

I programmi di giustizia riparativa permettono di costruire la responsabilità in modo concreto, una responsabilità “verso il volto dell’altro” e non solo per aver fatto qualcosa, e aprono alla progettazione di azioni che riparano, quali gesti capaci di ridare valore al patto di cittadinanza violato, quale possibilità di riappropriarsi di un senso di giustizia non solo legato alla riaffermazione della norma ma anche ai significati delle relazioni che costruiamo con gli altri.

Proprio su questi temi si apre a Pontremoli, dal 16 al 20 aprile, il Festival Curae 2024, promosso dal Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, sui temi della giustizia riparativa, della giustizia minorile e del teatro.
Il tema di quest’anno – che rappresenterà il filo conduttore delle diverse iniziative in programma – è “l’altro”, quale parola chiave della giustizia riparativa ma anche di tutti gli interventi che promuovono responsabilità e riconoscimento.

Il Festival coinvolge ragazzi sottoposti a procedimento penale, sia ristretti in quattordici istituti di pena per minorenni sia ospiti di comunità educative e affidati ai servizi della giustizia minorile, ragazzi del territorio della Lunigiana, quale voce della comunità lesa dal reato, e la comunità di Pontremoli, destinataria di gesti riparativi nella giornata conclusiva del Festival.

Con spettacoli, performance, musica rap, incontri, tavole rotonde, proiezioni e presentazioni di libri, il festival vuole far dunque dialogare e confrontare registi di teatro, magistrati, mediatori, studiosi di diverse discipline, docenti di università italiane sul tema de L’altro: su quanto sia imprescindibile il riconoscimento e il relazionarsi positivamente con l’altro; sulla essenzialità dello smontare le paure verso gli altri; ed infine sull’alterità come componente fondamentale delle pratiche teatrali.

Dal lavoro dei ragazzi in carico ai servizi della giustizia minorile, spesso in percorsi comuni con gli studenti di scuole superiori del territorio sono nati quattro lavori che debuttano al festival; il complesso universo dell’“Altro” è esplorato anche nei due incontri dal titolo Dialoghi sull’Altro: nel primo, introdotto da Antonio Sangermano, Capo Dipartimento del Dipartimento di Giustizia minorile e di comunità, il professore di sociologia Paolo Jedlowski dialoga con Teresa Forcades, teologa e medico, nel secondo il criminologo Adolfo Ceretti si confronta con Cristina Valenti, studiosa di teatro; e nella tavola rotonda in cui il dialogo sull’Altro mette in comunicazione giovani e adulti, attraverso uno scambio nel quale un gruppo di ragazzi “interrogano” sull’Altro diversi adulti, rappresentativi di ruoli professionali differenti e di esperienze personali variegate, con l’accompagnamento dei mediatori esperti della Cooperativa Dike.

Federica Brunelli è mediatrice esperta in programmi di giustizia riparativa – Cooperativa Dike di Milano. Cura con Paolo Billi (regista del Teatro del Pratello) e Lisa Mazoni (Associazione Punto Zero Milano) la direzione e l’ideazione del Curae festival

Nella foto: frame dal video Perdere e prendere – I ragazzi dell’Ipm di Catanzaro – feat. Kento

CURAE Festival Teatro, Giustizia minorile, Mediazione, Giustizia Riparativa

 II edizione

16-20 aprile 2024 Pontremoli (MS)

PROGRAMMA COMPLETO con gli spettacoli e gli incontri al link qui

Spesa sanitaria come esempio: la realtà e il percepito.

Il nuovo Documento di economia e finanza presentato dal governo guidato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni c’è scritto nero su bianco che nel 2023 la spesa sanitaria è stata più bassa rispetto a quanto previsto dal governo Meloni. Il calo rispetto al 2022 c’è stato anche nel rapporto tra spesa sanitaria e Prodotto interno lordo (Pil): si è infatti passati dal 6,7 per cento al 6,3 per cento. La spesa sanitaria è passata dai 131,7 miliardi del 2022 a 131,1 miliardi, calando anche in rapporto al Pil. 

È interessante notare però come i membri dei partiti di maggioranza, del governo e perfino Giorgia Meloni abbiano sempre ripetuto (e insistono ancora) che non c’è nessun calo, convinti evidentemente di poter piegare i numeri alla propaganda. In una democrazia funzionale e matura la compagine governativa potrebbe semplicemente spiegare ai cittadini quali siano le le cause della contrazione della spesa sanitaria, senza perdere tempo e autorevolezza insistendo su un’affermazione falsa.

A colpire è soprattutto il senso di impunità di chi è convinto di poter imporre una bugia nel dibattito pubblico – sicumera dai connotati berlusconiani – senza avere nessun timore della smentita certificata dalle cifre. Il cosiddetto “controllo della stampa” sta tutto qui, nella consapevolezza di avere accesso alle leve che potranno inquinare il sistema informativo trasformando il giornalismo in narrazione che contribuisce al percepito. Così alcuni lettori di centrodestra oggi sono convinti che la spesa sanitaria sia aumentata e che i numeri facciano sporca propaganda.

Buon lunedì. 

La società-fabbrica e l’ecocidio globale

La società digitale è diventata fabbrica e tutti noi siamo diventati la forza-lavoro – produttiva, consumativa, generativa di dati che i padroni delle piattaforme digitali organizzano, comandano e sorvegliano.Questo è il punto di vista del sociologo Lelio Demichelis che interviene alla Biennale Tecnologia a Torino (18-21 aprile) parlando del  “totalitarismo della razionalità strumentale che per sua essenza è antisociale, ecocida e antidemocratico”. Ecco alcune sue riflessioni scritte per Left

La società è un’immensa fabbrica, ormai globale. E contro questa società trasformata in fabbrica – e dove ciascuno è mera forza lavoro – occorre praticare una critica radicale, andando così alla radice anche della crisi sociale e ambientale-climatica e la cui causa prima è quella razionalità strumentale/calcolante-industriale che è la premessa del capitalismo. Serve quindi una nuova Teoria critica da usare contro questa razionalità (come proviamo a fare ne La società-fabbrica. Digitalizzazione delle masse e human engineering, Luiss UP, 2023), sviluppandola dalla prima Scuola di Francoforte. Una razionalità che è diventata, a tre secoli dall’inizio della rivoluzione industriale, ma con antecedenti in Cartesio e Francesco Bacone, lo spirito del mondo e che è alla base oggi del totalitarismo tecnico e capitalista. Una razionalità totalmente “irrazionale”, ma che aveva catturato anche Marx e i marxismi con il loro mantra dello sviluppo delle forze produttive, Marx e Gramsci vedendo nella fabbrica il modello per la società socialista – senza però il capitalismo.
Una (ir)razionalità che è strumentale, perché finalizzata ad accrescere sempre di più il profitto privato; calcolante, perché tutto si basa sul calcolo e sulla ricerca dell’esattezza (oggi algoritmica), che però mai è sinonimo di giusto e di vero; e industriale, perché tutto è industrializzato e oggi lo è soprattutto la nostra vita intera come produttori, consumatori e generatori di dati. “To change the soul”- cioè  cambiare l’animo della gente – è sempre stato l’obiettivo di ogni totalitarismo, e oggi di quello tecno-capitalista, per omologare/uniformare/standardizzare e soprattutto integrare i comportamenti umani e renderli calcolabili, prevedibili, pianificabili e quindi sfruttabili – e a questo servono appunto il management, il marketing e i social.
E da soggetti liberi e autonomi quali gli uomini potevano essere, almeno nelle premesse dell’Illuminismo, sono diventati oggetti, merci, nodi della rete. Passando dalla reificazione capitalistica dell’uomo, secondo Marx, alla datificazione tecnica di oggi e quindi rendendolo ancora meglio funzionale alle esigenze di accrescimento illimitato e irresponsabile del tecno-capitale: cioè produrre e consumare sempre di più, ma certo non per soddisfare i bisogni e l’esigenze dell’uomo e per la cura della Terra. E la società-fabbrica è allora la sublimazione totalitaria della razionalità strumentale/calcolante-industriale.  E di totalitarismo della tecnica scriveva, nel 1964 il francofortese Herbert Marcuse: «L’apparato produttivo tende a diventare totalitario nella misura in cui determina non soltanto le occupazioni, le abilità e gli atteggiamenti socialmente richiesti, ma anche i bisogni e le aspirazioni individuali… La tecnica serve per istituire nuove forme di controllo sociale e di coesione sociale, più efficaci e più piacevoli», soprattutto grazie a comportamenti other directed (human engineering, appunto) che però devono sembrare inner directed (cioè liberi e autonomi), cancellando ogni opposizione e ogni pensiero critico. Senza dimenticare che il management (e la divisione e l’organizzazione industriale del lavoro) è incorporato negli stessi dispositivi tecnologici e oggi negli algoritmi.
E che la fabbrica tendesse da tempo a uscire dalla fabbrica, «La fabbrica si generalizza e va a pervadere e a permeare tutta la società civile» lo scriveva l’operaista Raniero Panzieri nei primi anni Sessanta; mentre il francofortese Horkheimer scriveva, già nel 1942 di «un regolamento della fabbrica ormai esteso all’intera società»; ed Harry Braverman aggiungeva poi, negli anni Settanta che «quasi tutta la popolazione è stata trasformata in dipendenti del capitale». E accanto e funzionale al management c’è il marketing, che è l’organizzazione scientifica/tayloristica della fabbrica del consumo; e ora anche i social/piattaforme – ancora la fabbrica dove deve crescere sempre di più la nostra produttività/pluslavoro di dati – con tutti noi sorvegliati più e peggio che in una vecchia fabbrica. Ovvero, stiamo realizzando in pieno il principio del positivismo ottocentesco di Saint-Simon e Comte per i quali società e industria sono sinonimi e quindi la società deve essere guidata da industriali, banchieri e tecnocrati, mentre il demos deve saggiamente rassegnarsi (Comte) senza cercare di opporsi, perché l’industria è la forma più alta di civiltà e di progresso…
Falso è quindi dire che siamo entrati nel post-fordismo/post-taylorismo, nella post-modernità e nella società post-industriale/immateriale, perché siamo semmai in una società iper-industriale e iper-positivistica e sempre tayloristica (oggi digitale). Noi tutti non vedendo (soprattutto i marxismi novecenteschi, ciechi come talpe davanti al potere della tecnica – e oggi anche del capitale ) che è la fabbrica (lo scriveva Simone Weil, nel 1934) – dominata dalla sua legge ferrea della divisione e totalizzazione del lavoro e dalla distinzione sempre e comunque tra chi organizza-comanda-sorveglia e chi deve solo e-seguire – e non la proprietà privata dei mezzi di produzione a generare oppressione sociale e perdita della libertà e sfruttamento dell’uomo e della Terra.
Quindi non siamo in una società individualista, ma in una società-fabbrica fatta di individui massimamente integrati/connessi/sussunti (è la digitalizzazione delle masse) nel sistema di potere tecno-capitalista come mai accaduto prima, neppure nei totalitarismi politici del ‘900. Cioè l’individualismo è solo una finzione, posto che quanto più si produce individualizzazione, atomizzazione, isolamento, tanto più e meglio si realizza l’integrazione/sussunzione totalitaria delle parti prima suddivise – soprattutto degli uomini. Impedendo – ancora la legge ferrea della fabbrica, ancora il divide et impera oggi tecnologico – di vedere il tecno-capitalismo nel suo insieme totalitario.
E così siamo anche incapaci di vedere che il mondo è oggi governato da imprese private che a loro discrezione decidono della nostra vita e di quella del mondo intero, così però generandosi (Gallino) un gigantesco deficit di democrazia e di libertà. Così come siamo incapaci di capire che le macchine di oggi non sono le macchine di ieri (singole), ma hanno tutte nella loro essenza la convergenza in mega-macchine (Anders) – il digitale, appunto – ma che questo coinvolge anche la nostra convergenza/sussunzione e soprattutto ibridazione in/con un sistema di macchine, negando quelli che erano invece i fondamenti dell’uomo, cioè pensare, valutare, giudicare, conoscere prima di decidere. Quindi, ci stiamo alienando ancor più da noi stessi, dalla libertà, dalla consapevolezza, dalla stessa ragione e dalla Terra. Delegando tutto alle macchine e al calcolo. E così costruendo quella società automatizzata e governata dalle macchine temuta dai francofortesi mezzo secolo fa, «dove il singolo può sì vivere senza preoccupazioni materiali, ma dove non conta più nulla e tutto si ridurrà al fatto di imparare come si usano i meccanismi automatici che assicurano il funzionamento della società» (Horkheimer).
Urgente diventa allora tornare a fare pensiero critico e a costruire una razionalità radicalmente diversa da quella oggi egemone, anti-sociale ed ecocida – ovvero: una ragione umanistica, ambientalista, responsabile.

 

L’autore:
Lelio Demichelis insegna Sociologia economica al Dipartimento di economia dell’Università degli Studi dell’Insubria e alla Supsi di Lugano

Il festival: Dal 18 al 21 aprile si svolge la Biennale tecnologia a Torino a con quasi 150 incontri, 324 relatori da Italia e mondo su 22 sedi, oltre al Politecnico. Fra i protagonisti, oltre al professor Lelio Demichelis, ci saranno Pascal Chabot, filosofo e autore e autore per Treccani Libri del saggio di cronosofia Avere tempo. Il suo intervento si concentrerà su un’analisi di come la tecnologia ha cambiato radicalmente il nostro rapporto con il tempo. Attraverso una riflessione sull’era dell’ipertempo – il tempo degli schermi, e della frenesia delle attività quotidiane – Chabot si domanderà come sia possibile conciliare questa realtà con il bisogno naturale di riappropriarsi di un tempo più “umano”. Altra lectio da segnalare è quella di Bruce Sterling, scrittore, giornalista e docente alla European Graduate School, che parlerà delle “utopie fatte in casa“. Sterling proporrà alcune storie di artisti e collettivi impegnati a ricostruire continuamente le proprie case e i propri spazi lavorativi, come quella di Alexander Calder, artista e ingegnere creativo che investì molto del suo tempo a rinnovare il suo laboratorio e le sue due abitazioni in Europa e negli Usa. E ancora Filippo Santoni De Sio, docente in etica della tecnologia presso Delft University of Technology interviene in un panel che si concentra sulla politica dell’IA. Le intelligenze artificiali creano enormi possibilità di sorveglianza, oppressione e sfruttamento dei lavoratori e degli utilizzatori di Internet, nonché di influenzare i processi politici. La sfida, oggi, è quindi di promuovere sistemi di IA che rispondano ai principi di libertà umana, giustizia e democrazia. Inoltre Riccardo Giorgio Frega, divulgatore e attivista, con Luca Berto e Laura Nori interviene sul tema dei Bitcoin e su come matematica e tecnologia al servizio della democrazia, mentre  Marco Deseriis, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi della Normale di Pisa parlerà di piattaforme digitali fra utopia e distopia: da Netflix a Instagram, da Amazon a Glovo, le piattaforme digitali costituiscono il luogo di molte delle nostre interazioni sociali, nonché della nostra formazione culturale e politica. Infine segnaliamo l’intervento di Luisa Corazza, docente di diritto del lavoro all’Università del Molise. L’incontro proporrà un focus sul lavoro nelle piattaforme digitali che ha lanciato nuove sfide all’azione sindacale. Quale è il ruolo dell’azione sindacale nel capitalismo delle piattaforme? Quali sono le possibili forme di una rappresentatività sindacale matura e consolidata? Questi sono solo alcuni degli interventi per noi più interessanti, ma il programma è sterminato, lo trovate qui: biennaletecnologia.it

La società-fabbrica e l’ecocidio globale

La società digitale è diventata fabbrica e tutti noi siamo diventati la forza-lavoro – produttiva, consumativa, generativa di dati che i padroni delle piattaforme digitali organizzano, comandano e sorvegliano.Questo è il punto di vista del sociologo Lelio Demichelis che interviene alla Biennale Tecnologia a Torino (18-21 aprile) parlando del  “totalitarismo della razionalità strumentale che per sua essenza è antisociale, ecocida e antidemocratico”. Ecco alcune sue riflessioni scritte per Left

La società è un’immensa fabbrica, ormai globale. E contro questa società trasformata in fabbrica – e dove ciascuno è mera forza lavoro – occorre praticare una critica radicale, andando così alla radice anche della crisi sociale e ambientale-climatica e la cui causa prima è quella razionalità strumentale/calcolante-industriale che è la premessa del capitalismo. Serve quindi una nuova Teoria critica da usare contro questa razionalità (come proviamo a fare ne La società-fabbrica. Digitalizzazione delle masse e human engineering, Luiss UP, 2023), sviluppandola dalla prima Scuola di Francoforte. Una razionalità che è diventata, a tre secoli dall’inizio della rivoluzione industriale, ma con antecedenti in Cartesio e Francesco Bacone, lo spirito del mondo e che è alla base oggi del totalitarismo tecnico e capitalista. Una razionalità totalmente “irrazionale”, ma che aveva catturato anche Marx e i marxismi con il loro mantra dello sviluppo delle forze produttive, Marx e Gramsci vedendo nella fabbrica il modello per la società socialista – senza però il capitalismo.
Una (ir)razionalità che è strumentale, perché finalizzata ad accrescere sempre di più il profitto privato; calcolante, perché tutto si basa sul calcolo e sulla ricerca dell’esattezza (oggi algoritmica), che però mai è sinonimo di giusto e di vero; e industriale, perché tutto è industrializzato e oggi lo è soprattutto la nostra vita intera come produttori, consumatori e generatori di dati. “To change the soul”- cioè  cambiare l’animo della gente – è sempre stato l’obiettivo di ogni totalitarismo, e oggi di quello tecno-capitalista, per omologare/uniformare/standardizzare e soprattutto integrare i comportamenti umani e renderli calcolabili, prevedibili, pianificabili e quindi sfruttabili – e a questo servono appunto il management, il marketing e i social.
E da soggetti liberi e autonomi quali gli uomini potevano essere, almeno nelle premesse dell’Illuminismo, sono diventati oggetti, merci, nodi della rete. Passando dalla reificazione capitalistica dell’uomo, secondo Marx, alla datificazione tecnica di oggi e quindi rendendolo ancora meglio funzionale alle esigenze di accrescimento illimitato e irresponsabile del tecno-capitale: cioè produrre e consumare sempre di più, ma certo non per soddisfare i bisogni e l’esigenze dell’uomo e per la cura della Terra. E la società-fabbrica è allora la sublimazione totalitaria della razionalità strumentale/calcolante-industriale.  E di totalitarismo della tecnica scriveva, nel 1964 il francofortese Herbert Marcuse: «L’apparato produttivo tende a diventare totalitario nella misura in cui determina non soltanto le occupazioni, le abilità e gli atteggiamenti socialmente richiesti, ma anche i bisogni e le aspirazioni individuali… La tecnica serve per istituire nuove forme di controllo sociale e di coesione sociale, più efficaci e più piacevoli», soprattutto grazie a comportamenti other directed (human engineering, appunto) che però devono sembrare inner directed (cioè liberi e autonomi), cancellando ogni opposizione e ogni pensiero critico. Senza dimenticare che il management (e la divisione e l’organizzazione industriale del lavoro) è incorporato negli stessi dispositivi tecnologici e oggi negli algoritmi.
E che la fabbrica tendesse da tempo a uscire dalla fabbrica, «La fabbrica si generalizza e va a pervadere e a permeare tutta la società civile» lo scriveva l’operaista Raniero Panzieri nei primi anni Sessanta; mentre il francofortese Horkheimer scriveva, già nel 1942 di «un regolamento della fabbrica ormai esteso all’intera società»; ed Harry Braverman aggiungeva poi, negli anni Settanta che «quasi tutta la popolazione è stata trasformata in dipendenti del capitale». E accanto e funzionale al management c’è il marketing, che è l’organizzazione scientifica/tayloristica della fabbrica del consumo; e ora anche i social/piattaforme – ancora la fabbrica dove deve crescere sempre di più la nostra produttività/pluslavoro di dati – con tutti noi sorvegliati più e peggio che in una vecchia fabbrica. Ovvero, stiamo realizzando in pieno il principio del positivismo ottocentesco di Saint-Simon e Comte per i quali società e industria sono sinonimi e quindi la società deve essere guidata da industriali, banchieri e tecnocrati, mentre il demos deve saggiamente rassegnarsi (Comte) senza cercare di opporsi, perché l’industria è la forma più alta di civiltà e di progresso…
Falso è quindi dire che siamo entrati nel post-fordismo/post-taylorismo, nella post-modernità e nella società post-industriale/immateriale, perché siamo semmai in una società iper-industriale e iper-positivistica e sempre tayloristica (oggi digitale). Noi tutti non vedendo (soprattutto i marxismi novecenteschi, ciechi come talpe davanti al potere della tecnica – e oggi anche del capitale ) che è la fabbrica (lo scriveva Simone Weil, nel 1934) – dominata dalla sua legge ferrea della divisione e totalizzazione del lavoro e dalla distinzione sempre e comunque tra chi organizza-comanda-sorveglia e chi deve solo e-seguire – e non la proprietà privata dei mezzi di produzione a generare oppressione sociale e perdita della libertà e sfruttamento dell’uomo e della Terra.
Quindi non siamo in una società individualista, ma in una società-fabbrica fatta di individui massimamente integrati/connessi/sussunti (è la digitalizzazione delle masse) nel sistema di potere tecno-capitalista come mai accaduto prima, neppure nei totalitarismi politici del ‘900. Cioè l’individualismo è solo una finzione, posto che quanto più si produce individualizzazione, atomizzazione, isolamento, tanto più e meglio si realizza l’integrazione/sussunzione totalitaria delle parti prima suddivise – soprattutto degli uomini. Impedendo – ancora la legge ferrea della fabbrica, ancora il divide et impera oggi tecnologico – di vedere il tecno-capitalismo nel suo insieme totalitario.
E così siamo anche incapaci di vedere che il mondo è oggi governato da imprese private che a loro discrezione decidono della nostra vita e di quella del mondo intero, così però generandosi (Gallino) un gigantesco deficit di democrazia e di libertà. Così come siamo incapaci di capire che le macchine di oggi non sono le macchine di ieri (singole), ma hanno tutte nella loro essenza la convergenza in mega-macchine (Anders) – il digitale, appunto – ma che questo coinvolge anche la nostra convergenza/sussunzione e soprattutto ibridazione in/con un sistema di macchine, negando quelli che erano invece i fondamenti dell’uomo, cioè pensare, valutare, giudicare, conoscere prima di decidere. Quindi, ci stiamo alienando ancor più da noi stessi, dalla libertà, dalla consapevolezza, dalla stessa ragione e dalla Terra. Delegando tutto alle macchine e al calcolo. E così costruendo quella società automatizzata e governata dalle macchine temuta dai francofortesi mezzo secolo fa, «dove il singolo può sì vivere senza preoccupazioni materiali, ma dove non conta più nulla e tutto si ridurrà al fatto di imparare come si usano i meccanismi automatici che assicurano il funzionamento della società» (Horkheimer).
Urgente diventa allora tornare a fare pensiero critico e a costruire una razionalità radicalmente diversa da quella oggi egemone, anti-sociale ed ecocida – ovvero: una ragione umanistica, ambientalista, responsabile.

 

L’autore:
Lelio Demichelis insegna Sociologia economica al Dipartimento di economia dell’Università degli Studi dell’Insubria e alla Supsi di Lugano

Il festival: Dal 18 al 21 aprile si svolge la Biennale tecnologia a Torino a con quasi 150 incontri, 324 relatori da Italia e mondo su 22 sedi, oltre al Politecnico. Fra i protagonisti, oltre al professor Lelio Demichelis, ci saranno Pascal Chabot, filosofo e autore e autore per Treccani Libri del saggio di cronosofia Avere tempo. Il suo intervento si concentrerà su un’analisi di come la tecnologia ha cambiato radicalmente il nostro rapporto con il tempo. Attraverso una riflessione sull’era dell’ipertempo – il tempo degli schermi, e della frenesia delle attività quotidiane – Chabot si domanderà come sia possibile conciliare questa realtà con il bisogno naturale di riappropriarsi di un tempo più “umano”. Altra lectio da segnalare è quella di Bruce Sterling, scrittore, giornalista e docente alla European Graduate School, che parlerà delle “utopie fatte in casa“. Sterling proporrà alcune storie di artisti e collettivi impegnati a ricostruire continuamente le proprie case e i propri spazi lavorativi, come quella di Alexander Calder, artista e ingegnere creativo che investì molto del suo tempo a rinnovare il suo laboratorio e le sue due abitazioni in Europa e negli Usa. E ancora Filippo Santoni De Sio, docente in etica della tecnologia presso Delft University of Technology interviene in un panel che si concentra sulla politica dell’IA. Le intelligenze artificiali creano enormi possibilità di sorveglianza, oppressione e sfruttamento dei lavoratori e degli utilizzatori di Internet, nonché di influenzare i processi politici. La sfida, oggi, è quindi di promuovere sistemi di IA che rispondano ai principi di libertà umana, giustizia e democrazia. Inoltre Riccardo Giorgio Frega, divulgatore e attivista, con Luca Berto e Laura Nori interviene sul tema dei Bitcoin e su come matematica e tecnologia al servizio della democrazia, mentre  Marco Deseriis, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi della Normale di Pisa parlerà di piattaforme digitali fra utopia e distopia: da Netflix a Instagram, da Amazon a Glovo, le piattaforme digitali costituiscono il luogo di molte delle nostre interazioni sociali, nonché della nostra formazione culturale e politica. Infine segnaliamo l’intervento di Luisa Corazza, docente di diritto del lavoro all’Università del Molise. L’incontro proporrà un focus sul lavoro nelle piattaforme digitali che ha lanciato nuove sfide all’azione sindacale. Quale è il ruolo dell’azione sindacale nel capitalismo delle piattaforme? Quali sono le possibili forme di una rappresentatività sindacale matura e consolidata? Questi sono solo alcuni degli interventi per noi più interessanti, ma il programma è sterminato, lo trovate qui: biennaletecnologia.it

Come Orbàn con i suoi giornalisti

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«Gli emendamenti presentati in commissione Giustizia dal senatore di FdI Gianni Berrino al ddl Diffamazione dimostrano che qualcuno non ha capito molto delle sentenze della Corte costituzionale in materia. Il carcere per i giornalisti è un provvedimento incivile e denota la paura di questo governo nei confronti della libertà di stampa. Questa è l’orbanizzazione del Paese». Lo ha detto ieri Alessandra Costante, segretaria generale della Fnsi.

In risposta a un’indicazione che arrivava dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e chiedeva di levare la possibilità del carcere per tutelare i giornalisti la compagine di governo ha pensato di riformare la diffamazione in Italia scrivendo male un disegno di legge che complica ulteriormente il rapporto tra potere e giornalismo e all’ultimo momento non sono riusciti a trattenersi dal prevedere il carcere, di nuovo. Anche la Corte costituzionale aveva sottolineato l’illegittimità del carcere. Niente, è più forte di loro.

Le pulsioni autoritarie del resto funzionano esattamente così, spingono il potere a mostrare la sua vera faccia nelle pieghe della sua azione politica, tradiscono la sua natura alla benché minima occasione. Il combinato disposto dell’emendamento al ddl Diffamazione e l’idea di riforma della par condicio (che prevede minutaggio libero per gli esponenti del governo) tradisce una debolezza di fondo dell’esecutivo. 

La querela per diffamazione è il manganello per sabotare il giornalismo che negli ultimi anni è già in crisi per altri – molto più seri – motivi. Il termometro dello scenario rimane l’editoriale di quei due direttori di giornali di destra qualche settimana fa che per mesi hanno ripetuto che no, non c’era nessuna deriva autoritaria, prima di frignare in un editoriale che lamentava l’abuso di querela.

Buon venerdì. 

Nella foto: il senatore Gianni Berrino, frame di un video sulla campagna elettorale 2022

 

L’Unione europea vara un patto scellerato contro la migrazione

This pact kills, vote no!(questo patto uccide, votate no). Queste grida sono risuonate ieri nel Parlamento europeo, durante la votazione del cosiddetto Migration Pact approvato ieri 10 aprile a Strasburgo. Ma ad uccidere l’Europa ci provano in molti e con ogni mezzo necessario, persino la guerra. Con i conflitti dichiarati, che vedono gran parte dei governi e dei parlamentari europei, schierati per riarmo e offensiva bellica, con quello silenzioso a migranti e richiedenti asilo che ha compiuto un ulteriore salto di qualità, in peggio.

Il Migration Pact, diviso in 3 parti e fondato su 5 pilastri, è il prodotto di un lavoro iniziato nel settembre 2020, quando la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen aveva presentato il New pact on migration and asylum, che avrebbe dovuto, nelle intenzioni delle autorità Ue, essere approvato in pochi mesi. Numerosi ostacoli sono stati immediatamente posti dal Gruppo di Visegrad, ma va detto per correttezza, che da nessuno degli Stati membri, sono venute spinte significative per cambiarne il senso e ricostruire il progetto di un’Europa accogliente. Si è arrivati a votare il testo nell’imminenza delle elezioni ed ognuno tenta di utilizzare il voto per scopi interni.

I 5 pilastri approvati, sotto il nome di “regolamenti”, dovranno ora trovare l’approvazione definitiva del Consiglio europeo ma lo schieramento variegato che si è creato ieri, dà l’idea della direzione che ha preso la frastagliata “maggioranza Von der Leyen”. Secondo le dichiarazioni della presidente della Commissione il Patto dovrebbe servire a gestire con un «regime di solidarietà fra gli Stati membri», in particolare quelli considerati come più esposti all’arrivo di richiedenti asilo. Chi ci segue ne è consapevole, ma impegnare le istituzioni europee, per un numero di fatto esiguo di persone che, con percorsi di reale accoglienza, non costituirebbe alcun problema. Ciò dimostra per l’ennesima volta l’inadeguatezza di questa Ue. Basti pensare che nel 2023 in Italia, Paese di 60 mln di abitanti sono giunte, via mare 158 mila persone e che nello stesso periodo, in Europa, 440 milioni di abitanti, ne sono arrivate 380 mila. Percentuali impercettibili rispetto alla popolazione ma, a causa di una gestione perennemente emergenziale e dell’uso strumentale del tema da parte delle forze di destra si diffonde un allarme di (inesistente) “immigrazione incontrollata”. Invece di affrontare le cause delle migrazioni forzate, magari operando per garantire anche la possibilità di vivere, in condizioni decenti, in Paesi pacifici, si è scelto di percorrere strade battute che non produrranno miglioramenti né per chi arriva né per chi accoglie.

In sintesi il piano è così riassumibile: norme uniformi per le procedure di identificazione; aggiornamento del database Eurodac per creare una banca dati comune per chi entra in Europa; creazione di procedure più rapide per l’esame delle domande d’asilo anche attraverso l’introduzione – in Italia già sperimentata – delle cd procedure accelerate in frontiera, destinate a chi proviene da Paesi ritenuti sicuri e da poter rimpatriare in 28 giorni; istituzione di un nuovo meccanismo grazie al quale, i Paesi a maggior impatto migratorio andranno sostenuti o attraverso il ricollocamento in paesi con meno arrivi o attraverso meccanismi di compensazione economica. In pratica chi rifiuta di accettare un ricollocamento si dovrebbe impegnare a versare 20 mila euro al Paese che ha accolto. L’ultimo pilastro dovrebbe entrare in funzione laddove si verifichino crisi ed emergenze che portino ad aumenti non previsti degli arrivi in uno Stato membro e in cui si richiede un celere intervento dell’intera Unione europea.

Nei 3 anni trascorsi, ci sono state però raccomandazioni che hanno portato già ad interventi mirati: il 2 marzo 2022 è stato creato l’ufficio di un Coordinatore che si occuperà di rendere più rapidi ed efficaci i rimpatri. Lo stesso anno, il 22 giugno 23 Paesi Ue, con il voto contrario del gruppo Visegrad, hanno raggiunto un accordo per le ricollocazioni di rifugiati. La mancata unanimità, ribadita da Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Ungheria, dimostra come il piano votato non sarà considerato vincolante. Il Patto ha incontrato il voto contrario dei gruppi europei più oltranzisti come Identità e Democrazia (in Italia rappresentato dalla Lega di Salvini), che lo considerano un accordo al ribasso che pretendevano un impossibile blocco delle frontiere. Dopo un dibattito e numerosi emendamenti, il testo è stato votato in 3 blocchi: gestione asilo e migrazioni, filtraggio frontiere esterne, situazioni crisi immigratoria. In maniera differente e con eccezioni, hanno espresso voto contrario il gruppo The Left e i Verdi. Articolato il voto di Liberali e gruppo Socialisti & Democratici (il Partito Democratico ha espresso voto contrario su due blocchi, approvando solo quello relativo alle situazioni di “crisi”. A favore quasi tutto il Partito Popolare Europeo, il gruppo ECR di Giorgia Meloni, la maggioranza di Liberali e Socialisti e, come già detto, gli estremisti di destra di ID.

Il testo è stato presentato dicendo di voler coniugare sicurezza e accoglienza. Sicurezza per fermare e cacciare, mediante rimpatri, i “migranti economici”, accoglienza per chi ha, secondo le istituzioni UE, realmente diritto all’asilo.
Il testo definitivo andrà letto in maniera più approfondita dopo che una valanga di emendamenti ne ha mutato la versione originale ma alcuni elementi sono certi. In pratica l’accoglienza ai richiedenti asilo sarà sottoposta a limitazioni forti, i rilievi dattiloscopici e le fotosegnalazioni per il database Eurodac, aggiornato, riguarderà obbligatoriamente anche i bambini al di sopra dei 6 anni e chi chiede protezione potrà anche essere temporaneamente privato della libertà personale, per lo screening e l’identificazione, anche se minorenne.

Ma la vera natura del Patto è nella limitazione del diritto d’asilo che rischia di non essere più soggettivo ma legato al Paese di provenienza. I singoli Stati, altro che comunanza di azione, avranno maggiori risorse per la detenzione, potranno utilizzare investimenti per concludere accordi per bloccare le partenze, come fatto con Turchia, Libia e Tunisia, spese comuni per i rimpatri. In definitiva detenzione, rimpatri, delocalizzazione dei Centri di trattenimento ed esternalizzazione delle frontiere, i soliti ingredienti, lasciati alla gestione dei singoli governi, che hanno soltanto reso il Mediterraneo come la rotta balcanica, veri e propri cimiteri.
Gran parte delle organizzazioni umanitarie, come Amnesty International, avevano chiesto di non votare il Patto, così come ha fatto la sinistra. La scelta, maturata con questo testo che innalza le mura della fortezza Europa, non solo è crudele e offensiva del diritto internazionale, ma è anche suicida. Bloccare l’accesso di chi chiede di entrare in Europa per lavoro, mettere a rischio chi crede protezione o asilo, in un periodo che vede l’intero continente, in particolare l’Italia, in pieno inverno demografico e con un forte bisogno di manodopera da regolarizzare, significa, in nome di qualche seggio in più a Strasburgo, privare anche l’imprenditoria di opportunità. Invece, con una votazione che ha spaccato il Parlamento – i voti favorevoli nei 3 blocchi hanno oscillato fra i 322 e i 301, i contrari fra i 269 e i 250 – si è scelto di respingere con ogni mezzo, anche illegale e violento, di perpetrare un crimine che va avanti da decenni.
Va registrato col patto, in conclusione, il fallimento della richiesta di modifica del Regolamento Dublino, quello che obbliga a chiedere asilo nel primo Paese Ue in cui mette piede. Poter arrivare in Italia, Grecia, Malta, per indicare i Paesi più esposti, e consentire di chiedere protezione nei Paesi in cui sussistono legami parentali o migliori prospettive di inserimento socio lavorativo, avrebbe reso meno dura la fuga e di minor impatto l’accoglienza. Ma l’Unione Europea resta egoista e sorda anche di fronte alla ragione.