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Il massacro di Gaza e le proteste degli studenti. Dov’è finito il diritto al dissenso?

Come è noto Maurizio Molinari è il direttore di uno dei principali quotidiani italiani, La Repubblica. Per l’esattezza, il secondo per numero di vendite in Italia, sebbene in crisi da anni, con un crollo delle copie vendute che ha subito un’accelerazione dall’arrivo di Molinari nel 2020. Sempre lui, Molinari, è direttore editoriale del Gruppo Gedi (che possiede La Repubblica), di proprietà della famiglia Agnelli-Elkann e tra i principali gruppi editoriali del Paese. Al di là della carta stampata, Molinari è una presenza fissa in Tv. Dalle reti pubbliche a quelle private, le sue opinioni arrivano nelle case degli italiani praticamente ogni giorno. Come quando arrivò a esigere pubblicamente le scuse di una collega, la giornalista Lasorella, colpevole di aver messo in discussione la veridicità della notizia rimbalzata su tutti i media sui presunti 40 bambini decapitati da Hamas durante la strage compiuta il 7 ottobre. Notizia, quella della decapitazione di bambini, diffusa dalla stessa Repubblica e rivelatasi una fake news.

Pochi mesi fa ha pubblicato l’ultimo dei suoi tanti libri: Mediterraneo conteso. Perché l’Occidente e i suoi rivali ne hanno bisogno. Pubblicato con Rizzoli, storica casa editrice acquisita nel 2015 dal Gruppo Mondadori (controllato dal 1991 dalla Finivest, alla cui presidenza c’è Marina Berlusconi, figlia di Silvio); prima della cessione le rispettive quote di mercato erano del 14% e del 28%. Non proprio le briciole del mercato editoriale.

Molinari gira lo “stivale” per presentare il suo ultimo libro e per partecipare a dibattiti che hanno al centro delle riflessioni la congiuntura che ci troviamo ad affrontare.
Il 15 marzo arriva all’Università Federico II di Napoli, che quest’anno festeggia gli 800 anni di storia, per una discussione che vede tra i presenti anche il rettore dell’ateneo, Matteo Lorito.

Alcune decine di studenti e studentesse organizzano una contestazione: cartelli e cori all’indirizzo di Molinari, accusato di aver sposato la propaganda di Israele e, conseguentemente, di aver schierato La Repubblica, che pure è considerato quotidiano di punta del “progressismo”, a sostegno del genocidio in corso a Gaza.
Cosa tra l’altro sostenuta da un ex giornalista del Venerdì di Repubblica, Raffaele Oriani (Premio  Stefano Chiarini 2024), che con una lettera aveva così motivato le sue dimissioni dopo 12 anni di collaborazione: «Questo massacro [a Gaza] ha una scorta mediatica che lo rende possibile. Questa scorta siamo noi. Non avendo alcuna possibilità di cambiare le cose, con colpevole ritardo mi chiamo fuori».

A quel punto, l’incontro salta. Secondo le parole dello stesso Molinari, che ricevono immediatamente enorme eco e il 16 marzo saranno pubblicate sul suo stesso quotidiano: “Con grande dispiacere ho scelto di rinunciare alla conferenza in programma […] in considerazione dei rischi per la sicurezza del pubblico causati da un ristretto gruppo di manifestanti”.
Come lui stesso scrive, dunque, non gli è stato impedito di parlare, ma ha deciso di non tenere l’incontro. Versione che, se qualcuno avesse voluto fare mezza domanda agli studenti, avrebbe visto confermata. E, anzi, avrebbe potuto aggiungere particolari: l’incontro era a invito – a proposito di restrizioni; gli studenti sono stati strattonati, spintonati e in alcuni casi presi a calcio dagli agenti presenti all’esterno dell’università; la proposta di incontro di Molinari era in realtà la proposta di ricevere una delegazione di soli due studenti “contestatori”, cui gli studenti hanno rilanciato chiedendo la possibilità di un dibattito collettivo, prontamente rifiutato. Alla luce della versione degli studenti, chi ha rifiutato il dialogo?

Nonostante tutto ciò, la narrazione che immediatamente viene diffusa è che gli studenti hanno impedito a Molinari di parlare, l’hanno privato della libertà di espressione.

Seguono le reazioni del mondo della politica. La ministra del Turismo Santanché che nel 2008 durante un comizio a Milano si era dichiarata “orgogliosamente fascista”, scrive che “i fascisti di sinistra continuano a manganellare la libertà di parola”. Forse per lei è una maniera di fare un complimento…
Il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida – la cui moglie, Arianna Meloni, sorella di Giorgia, qualche mese fa ha querelato un disegnatore, Natangelo, per una vignetta sul Fatto Quotidiano – si erge a paladino della libertà di espressione e addirittura sostiene che “la tolleranza del passato verso questi episodi ha portato al terrorismo”.
Posizioni riprese dal presidente del Senato La Russa, seconda carica dello Stato, orgoglioso del busto di Mussolini che tiene in bella mostra a casa, la cui lettera viene pubblicata su La Repubblica (ops!) lunedì 18 marzo e in cui sostiene che ciò che è successo a Napoli “richiama alla mente fatti e slogan degli anni ‘70 (“Fuori i fascisti dall’università” ecc.) […] che furono poi concausa della nascita del terrorismo”.

L’ex presidente del Consiglio Gentiloni (Pd), oggi commissario Ue all’Economia, su X parla di “Brutto episodio. Tira un’aria pericolosa”. A ruota la segretaria del Pd, Schlein: “è grave che qualcuno impedisca di svolgere iniziativa pubblica”. Per finire con Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana: “la censura non può avere cittadinanza negli atenei italiani”.

Il fatto che comporta una svolta qualitativa è, però, la presa di parola del presidente della Repubblica. Mattarella esprime con una nota la propria solidarietà a Molinari e aggiunge che “quel che vi è da bandire dalle università è l’intolleranza, perché con l’Università è incompatibile chi pretende di imporre le proprie idee impedendo che possa manifestarle chi la pensa diversamente”.

È “il mundo al revés” di cui parlava Eduardo Galeano.

L’intero arco politico parlamentare e la totalità delle istituzioni fanno passare Maurizio Molinari come “uno che non può parlare”. Uno dei volti del potere mediatico progressista (direttore del secondo quotidiano italiano, presenza fissa in Tv, pubblicato dalle principali case editrici italiane) una sorta di “senza voce”.

Per contro, gli studenti e le studentesse, sono etichettati come squadristi, violenti, intolleranti, ignoranti. E, ovviamente, antisemiti. Come dichiarato fin da subito dai presidenti delle Comunità ebraiche, che scrivono che Molinari sarebbe stato preso di mira “solo perché ebreo”. Diffamazione bella e buona.

A questi stessi studenti, sotto attacco da giorni, non viene concesso nemmeno il diritto di replica alle accuse.
La conferenza stampa che hanno convocato all’indomani della contestazione e delle parole di Mattarella viene disertata dai media. Il comunicato stampa che hanno inviato ad agenzie e redazioni non compare da nessuna parte, fatta eccezione per poche righe e qualche minuscolo trafiletto.

Gli stessi che si sono stracciati le vesti a difesa di Molinari, cui sarebbe stato impedire di parlare, non hanno evidemente più vesti da stracciare per gli studenti cui viene impedito di avere qualsiasi spazio mediatico per portare le proprie posizioni e difendersi da accuse a volte infamanti (come quella di antisemitismo).
A difesa del potere mediatico sì, a difesa dei veri “senza voce” anche no.

Per non parlare del fatto che, dall’ultradestra ai progressisti, salvo rarissime eccezioni, non si è alzata mezza voce a difendere il diritto al dissenso. Che viene dichiarato sacro quando potere mediatico e politico parlano di ciò che accade all’estero, ma che evidentemente qui da noi non è “sale della democrazia”, ma un vezzo tranquillamente sopprimibile.

Senza difesa del diritto al dissenso – che si difende non solo quando si è d’accordo con le posizioni espresse e i modi usati – non c’è argine agli attacchi a libertà individuali e collettive. Così, a poche ore dalla contestazione, il principale quotidiano italiano, il Corriere della Sera già avvisa che “gli episodi che si sono ripetuti nelle Università potrebbero portare a bloccare, o quantomeno limitare, le contestazioni fuori dalle aule dove si tengono convegni e incontri che potrebbero innescare la protesta pro Palestina e contro Israele. […] Non potendo prevedere ogni protesta, sarà aumentata la sorveglianza prima dei convegni che potrebbero essere a numero chiuso o ad inviti. Per impedire di fatto l’accesso a chi potrebbe aver organizzato una manifestazione che possa portare all’interruzione dell’evento” (Corsera, 17 marzo).

Insomma, altro che “libero fischio in libera piazza”, espressione dell’ex partigiano socialista ed ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
L’Italia in cui viviamo oggi è un Paese in cui proteste e dissenso sono sempre più considerate alla stregua di un fastidio da marginalizzare. Il modello che si persegue da parte del blocco sociale al potere non è tanto l’eliminazione formale di questi diritti, quanto il loro sostanziale svuotamento. Così che, sulla carta, potremo continuare a dissentire e protestare, ma senza disturbare.

È la democrazia sognata dal potere politico, mediatico ed economico, quella in cui il conflitto viene espunto o imbrigliato. Così che di “democratico” rimanga solo il nome.

L’autore: Giuliano Granato è portavoce di Potere al popolo. Collabora con CanalRed diretto da Pablo Iglesias

Nella foto: frame del video delle proteste alla Federico II, Napoli, 15 marzo 2024

Cosa succede a Bari?

A Bari il ministro Piantedosi ha deciso di avviare l’iter di scioglimento del Comune guidato dal sindaco dem Antonio Decaro per infiltrazioni mafiose. La mossa ha tempistiche elettoralmente perfette, cade esattamente nell’accelerazione per la campagna elettorale delle elezioni europee e colpisce uno tra i primi cittadini più noti tra i partiti dell’opposizione. 

Come nasce l’azione del Viminale? L’impulso è stato dato da un gruppo di parlamentari pugliesi di centrodestra, tra cui due vice ministri di governo, e fa riferimento alla recente operazione antimafia che ha portato all’arresto dell’avvocato Giacomo Olivieri e la moglie Maria Carmen Lorusso nonché il padre di quest’ultima, l’oncologo Vito Lorusso. 

Su alcuni furbeschi giornali di oggi leggerete che Maria Carmen Lorusso sta nella maggioranza di Decaro. Non è un’informazione sbagliata ma è incompleta. La consigliera comunale è stata eletta nel 2019 tra le liste che sostenevano il candidato sindaco del centrodestra, Di Rella, ed è poi transitata nel movimento Sud al centro, partito coordinato da Sandro Cataldo, marito di Anita Maurodinoia, assessora regionale ai Trasporti, che in comune sostiene Decaro. 

Secondo gli investigatori la consigliera comunale avrebbe sfruttato rapporti con il clan Parisi-Palermiti per farsi eleggere nel 2019.

Quindi, ricapitolando, un ministro di centrodestra su impulso di parlamentari del centrodestra ha decapitato un sindaco di centrosinistra per una consigliera comunale di centrodestra che avrebbe stretto patti con i boss. Non male. 

Buon mercoledì. 

 

Elena Popova: «Noi obiettori russi rischiamo tutto ogni giorno contro la guerra»

Elena Popova è la portavoce del Movimento degli obiettori di coscienza russi. Questo suo intervento ci è giunto dalla Campagna di obiezione alla guerra del Movimento nonviolento.

San Pietroburgo, 20 febbraio 2024
Cari amici sono passati due anni dall’inizio della guerra russa contro l’Ucraina e nessuno sa quando finirà.
Due anni fa le vite della maggior parte dei Russi erano a malapena toccate dalla guerra; oggi la guerra colpisce le vite di quelle persone che mai avrebbero pensato prima che le persone mobilitate sarebbero state al fronte per più di un anno: la maggior parte di loro è mentalmente e fisicamente esausta; dopo essere stati feriti ed essersi ritrovati in un ospedale sono stati rimandati di nuovo al fronte. Coloro che si rifiutano di andare in guerra sono torturati, picchiati, rinchiusi in prigioni illegali.
I parenti delle persone mobilitate si rivolgono ai funzionari ma non ricevono risposte adeguate o non ne ricevono.
Non possiamo ottenere giustizia mentre migliaia di persone sono in carcere per aver diffuso le cosiddette false informazioni sull’esercito ma nei fatti per aver detto la verità sulla guerra. Più di 4mila soldati sono stati condannati a oltre 5 anni di prigione per aver abbandonato le unità militari senza autorizzazione.
Queste persone volevano fermare la loro partecipazione alla guerra ma non sapevano come farlo legalmente.
È un peccato che non si siano rivolti al nostro movimento per un consiglio: se l’avessero fatto, essi stessi o i loro parenti, noi avremmo potuto aiutarli.
I soldati che sono riusciti a lasciare le loro unità militari e tornare a casa sono costretti a nascondersi perché la polizia militare può arrestarli.
Alcuni soldati hanno lasciato le loro unità ma non possono tornare a casa dall’Ucraina perché sarebbero arrestati al passaggio dei checkpoints, così affittano degli appartamenti o delle case nelle città ucraine per nascondersi. La maggior parte di loro ha già gravi problemi di salute e hanno bisogno di cure mediche ma non le possono ricevere.
Il ministro della Difesa recluta attivamente persone per la guerra nelle carceri promettendo loro di non mandarle al fronte: gli promettono buoni stipendi e, naturalmente, il rilascio dalla prigione; questo trucco funziona perché le persone in carcere non hanno la possibilità di usare internet e guardando la televisione sono esposte alla propaganda. Recentemente un piccolo gruppo di donne ha fondato il movimento “Strada verso casa”. Esse chiedono il ritorno di tutte le persone mobilitate, non soltanto dei loro parenti, e noi del Movimento degli obiettori di coscienza russi e altre organizzazioni per i diritti umani abbiamo pensato a come far tornare un mobilitato o un soldato sotto contratto dalla guerra per motivi medici: è difficile, ma se la tua famiglia è tenace e determinata è possibile. Purtroppo il numero di persone che intraprendono questo percorso non è alto, ma potrebbe esserlo.
Quando sento dire dalla gente che siamo persone comuni e non possiamo fare nulla per fermare la guerra, io rispondo sempre che forse non possiamo fare molto ma possiamo sicuramente non essere complici della guerra, aiutare i nostri amici a non partecipare e sostenere le persone che sono in prigione per le loro posizioni contro la guerra e per aver abbandonato le unità militari, aiutarli scrivendo lettere, inviando dei soldi, accogliendo i rifugiati ucraini che ora sono nel territorio russo.
Forse non è molto, ma più persone lo faranno e prima la guerra finirà.

Grazie per il vostro tempo.
No alla guerra!

(Si ringrazia Mao Valpiana presidente del Movimento nonviolento e direttore della rivista Azione nonviolenta)

Nella foto: polizia antisommossa nella piazza Rossa (adobestock)

Pezzo dopo pezzo se ne va la propaganda del Piano Mattei

Mentre Giorgia Meloni faceva la chierichetta a Ursula von der Leyen che in pompa magna staccava l’assegno al presidente egiziano al-Sisi per fare ancora di più e meglio il lavoro sporco da tappo dei migranti, il Tribunale de L’Aquila scriveva nero su bianco che la Tunisia non è un Paese sicuro riconoscendo la protezione speciale a un richiedente asilo. 

Il tribunale certifica che a Tunisi vi siano situazioni oggettivamente registrate: deterioramento del tasso di democraticità; violazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali; magistratura non indipendente; arresti di massa; assenza di tutele per migranti, richiedenti asilo e rifugiati; seria crisi economica in atto; emergenza climatica ed ambientale in atto. 

“In primo luogo il ricorrente, – scrivono i giudici – in disparte il profilo della documentazione lavorativa prodotta (…), proviene dalla Tunisia, Paese che solo formalmente è inserito nella lista del Paesi c.d. di origine sicura. Invero nel recente periodo, si sono verificati in Tunisia eventi che hanno deteriorato il tasso di democraticità del Paese e una palese violazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali”. 

I grandi accordi del governo italiano e di quello europeo si smontano pezzo dopo pezzo. Nel frattempo Italia e Ue firmavano accordi con al-Sisi, uno che da oltre 10 anni detiene il potere vincendo elezioni farsa con oltre il 90 per cento dei voti, arrestando, torturando, incidentalmente ammazzando migliaia di oppositori. Vale la pena di ricordare che al-Sisi è l’artefice del colpo di stato del 2013, fece arrestare almeno 40mila persone, condannare a morte centinaia di oppositori compreso l’ex presidente eletto Morsi e prese il potere grazie a elezioni farsa nel 2014 col 96% dei voti.

Buon martedì. 

Nella foto: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente egiziano al-Sisi, Il Cairo, 17 marzo 2024 (governo.it)

I torturatori fascisti della banda Koch. “Pensione Oltremare”, il nuovo libro di Andrea Maori

Esattamente 80 anni fa, tra il febbraio e l’aprile 1944 a Roma operava la famigerata “banda Koch”, un reparto speciale fascista che aveva l’obiettivo di reprimere gli oppositori della Repubblica sociale e gli ebrei. Sul processo che si svolse nel 1946, Andrea Maori ha scritto il libro Pensione Oltremare. Testimonianze dal processo alla banda Koch (Tralerighe libri), dal nome del quartier generale del gruppo di feroci torturatori rimasto finora nell’ombra e che nel 1978 divenne la sede di Radio Radicale. La presentazione del libro il 18 marzo a Roma (circolo Giustizia e libertà, via A.Doria, ore 18).

Una pensione, un esercizio commerciale, trasformato in luogo di sevizie e di torture della banda Koch, uno dei centri di polizia della Repubblica Sociale italiana più feroci della repressione dell’antifascismo durante l’occupazione nazista a Roma. Questo è stata la pensione Oltremare di Roma, situata al quinto piano di un palazzo in via Principe Amedeo, 2 in un quartiere residenziale nei pressi della stazione Termini tra febbraio e aprile 1944.
Attraverso lo studio degli atti processuali ho voluto dare voce alle dichiarazioni di coloro che salirono le scale di quel palazzo ed hanno poi avuto la sorte e la forza di raccontare i giorni di sofferenze passati nella pensione, con dichiarazioni, denunce, testimonianze rese di fronte a magistrati, cancellieri, avvocati e altri testimoni,
Un lungo iter giudiziario che si aprì subito dopo la liberazione della città, avvenuta il 4 giugno 1944, con l’istituzione dell’Alto Commissariato per punizione dei delitti fascisti, e che si protrasse fino al grande processo di Milano del 1946, apertosi con una novantina di imputati, che racchiuse i vari procedimenti contro i componenti del reparto di polizia a Roma e a Milano. Furono invece pochi i procedimenti giudiziari promossi da parenti delle vittime, successivi al processo di Milano, che finirono con assoluzioni.

I testimoni furono messi a confronto durante le udienze del processo. Emerse subito un quadro di accuse molto coerente e omogeneo contro i picchiatori e i delatori al servizio di Pietro Koch, il capo del reparto che prese il suo nome. Furono in particolare gli informatori e l’uso sistematico di sevizie che gli permisero di vantare successi nelle operazioni di polizia contro i partiti antifascisti e il fronte militare dinanzi al capo della polizia, al Ministro dell’interno e agli alleati tedeschi. Koch e i suoi crearono una rete di spionaggio molto efficace, grazie alla spregiudicatezza dei suoi uomini e all’uso indiscriminato della violenza. L’ampia autonomia di poteri polizieschi cui godette il reparto segnò però la sua fine. Infatti divenne una minaccia per lo stesso regime al punto che Mussolini ne decise lo smantellamento ad opera della rivale legione Muti.

Le testimonianze, anche se filtrate da vincoli processuali, come la risposta a domande dei magistrati, o ricordi arricchiti di informazioni successive ai fatti, fotografano un microcosmo fatto di relazioni umane, che a volte sfiorano il grottesco. I ruoli tra dominatori e dominati sono ben separati; questi ultimi potevano interagire con i primi solo su loro richiesta, non c’era possibilità di mediazione. Non c’erano soggetti esterni che avrebbero potuto prendere le loro difese: il dominio è totale.

L’impatto mediatico del processo milanese fu ampio. I giornali seguirono con grande attenzione le udienze con notizie di cronaca arricchite da note di costume, soprattutto per la presenza di donne nel banco degli imputati, un fatto che incuriosì non poco; fu però l’applicazione dell’amnistia Togliatti e il confronto drammatico tra testimoni e imputati a tenere viva l’attenzione per tutto il periodo di tenuta delle udienze.
Tra i luoghi di detenzione della banda Koch a Roma, la pensione Oltremare è stata quella meno citata nel dopoguerra. L’attenzione si è concentrata sulla pensione Iaccarino di Roma e su Villa Triste a Milano. Eppure lì passarono, per quasi tre mesi, dirigenti del Partito d’Azione, comunisti, membri del fronte militare, aderenti alla rete di O’ Flaherty e semplici cittadini sospettati. Inoltre la pensione servì come luogo di detenzione per un gruppo di vittime che trasportate nel carcere di Regina Coeli poi furono martirizzate alle cave ardeatine il 24 marzo 1944, a seguito della terribile rappresaglia nazista all’attentato dei Gruppi di Azione Patriottica di via Rasella del 23 marzo.

Anche negli atti processuali la pensione è poco citata, se non nelle testimonianze, molte delle quali riportate nella seconda parte del volume, a fronte di una ampia informazione sugli altri luoghi di detenzione.
Nei resoconti del processo di Milano, molti cronisti, usando una semplificazione insopportabile, citarono quasi esclusivamente la pensione Iaccarino, facendo passare lì fatti ed avvenimenti consumati nella pensione Oltremare. Quello che avvenne alla pensione Iaccarino fu poi amplificato dalla notorietà di alcuni sopravvissuti alle torture come il regista Luchino Visconti di Modrone e lo storico della letteratura italiana Carlo Salinari.
Il microcosmo repressivo seguiva regole comportamentali precise e monotone nella loro spietatezza. Koch e i suoi agenti procedevano con la parte investigativa e comandavano le operazioni di cattura; aguzzini ben addestrati provvedevano alle punizioni per le risposte deludenti con strumenti contundenti o con minacce di fucilazione. A margine agivano complici come le dattilografe e la cuoca, che avevano un ruolo marginale, ma che furono imputate nel processo di Milano e amnistiate. Le testimonianze rilevano un diverso grado di responsabilità degli imputati, che la Corte prese in considerazione quando emise la sua sentenza il 10 agosto 1946.

Nel dopoguerra nell’edificio, per un periodo, si installò la Delasem, la Delegazione per l’Assistenza degli emigranti ebrei, l’ente che aveva per scopo di assistere concretamente gli ebrei sopravvissuti alla deportazione che, per i suoi scopi, si appoggiò all’American Joint Distribution Committee e all’Unrra, l’organizzazione internazionale di assistenza ai paesi usciti gravemente danneggiati dalla guerra. La pensione Oltremare ritornò alla sua attività e prese anche un nuovo nome, Domus. Poi l’oblio.

Nel 1978 i locali si trasformarono nella sede di Radio Radicale, l’emittente del Partito Radicale. Venne inaugurata una stagione di democrazia e di libertà di informazione per tutto il Paese, ma l’amnesia collettiva verso quello che successe nel 1944 tra quelle mura rimase fino al 25 aprile 2012, anniversario della Liberazione. Quel giorno infatti fu inaugurata, con una piccola cerimonia all’ingresso dello stabile, una targa commemorativa a cura del municipio Roma centro storico, dell’Anpi Esquilino Monti Celio “don Pappagallo” e dell’associazione La Lotta Continua.
La mia ricerca è la continuazione di questo percorso di conoscenza su una delle pagine più buie della Repubblica Sociale Italiana e dell’occupazione nazista di Roma.

L’autore: Andrea Maori, saggista, collaboratore del’Archivio audio-video di Radio Radicale, si occupa da anni di storia politica del Novecento

La presentazione del libro Pensione Oltremare di Andrea Maori, lunedì 18 marzo a Roma

Scuola, ritorno al passato. A che serve la riforma del voto in condotta?

Rivolgendo il nostro interesse al mondo della scuola ci chiediamo quale sia il senso di molte delle posizioni dell’attuale ministero dell’Istruzione e del merito nei confronti della scuola e degli studenti. Dopo la carica della Polizia a Pisa nei confronti di studenti che manifestavano pacificamente – un atto violento nei confronti di adolescenti che avrebbero il diritto di essere accompagnati nel’ingresso alla società in tutt’altro modo – ci chiediamo quale sia il filo che lega quell’episodio ad interventi che vorrebbero riportare ad un passato che non esiste più: non c’è errore peggiore, quando ci si rapporta alle nuove generazioni, del non cercare di comprendere il presente in cui essi vivono.

L’ennesimo divieto dei cellulari in classe, nei termini in cui è posto, non solo rischia di far sembrare la scuola sempre più lontana dal mondo in cui i ragazzi vivono ogni giorno ma esprime anche l’ottusità di non comprendere che per la scuola è importante avviare riflessioni per un utilizzo delle tecnologie digitali che risponda alle finalità della scuola e non solo alle richieste del mondo del lavoro. Ricordiamo, inoltre, che è in discussione un disegno di legge in merito a “Revisione della disciplina in materia di valutazione del comportamento delle studentesse e degli studenti” nel quale non si tiene per nulla conto non solo delle attuali acquisizioni della psico-pedagogia in merito al tema della valutazione ma neanche dei cambiamenti che negli anni si sono avuti nella società e quindi nella scuola.

Negli ultimi decenni gli adulti vivono, con le nuove generazioni, sia in famiglia che a scuola un rapporto molto diverso dal passato. L’essere genitori si esprime con modalità di vicinanza, talvolta addirittura di tipo amicale, nei confronti dei figli e non dimentichiamo che in seguito ai movimenti del Sessantotto abbiamo assistito al crollo, sia in ambito scolastico che familiare, di una vecchia idea di autorità. Nei nostri giorni gli insegnanti debbono proporre di sé una immagine autorevole che non può essere imposta ma deve scaturire dall’identità professionale e personale. Chi vive nella scuola sa che “rispetto” e autorevolezza non si ottengono con proibizioni o imposizioni ma realizzando un contesto relazionale in cui i ragazzi abbiano la possibilità di esprimersi nella ricerca di sé stessi.
Ma, a vedere più in profondità, non si tratta solo di ritorno al passato: i manganelli dei poliziotti contro gli studenti minorenni forse sono sorretti da una idea dell’essere umano visto come “cattivo” per natura e che, pertanto, deve essere controllato, punito, umiliato. Ricordiamo le parole di Valditara, pronunciate nel novembre del 2022 in seguito ad un episodia di violenza in una scuola, parole che nessuna rettifica riesce ad attutire: «Evviva l’umiliazione che è un fattore fondamentale nella crescita e nella costruzione della personalità».

Ogni adulto che si relaziona con un adolescente dovrebbe, sempre e comunque, essere mosso da interesse per la realizzazione umana della ragazza o del ragazzo. Per un insegnante l’aspetto relazionale della propria professione è fondamentale ed estremamente delicato: ogni giorno in classe egli vive quell’incertezza presente nelle relazioni umane, caratterizzate dal continuo movimento interiore dell’essere esseri umani. Cercare di comprendere alcuni comportamenti degli adolescenti può consentire all’adulto di andare incontro alle loro esigenze. Ogni ragazza o ragazzo, nella ricerca della propria identità, si cimenta con nuove esperienze di vita e può anche commettere degli errori ma sono gli adulti a sbagliare se pensano che i metodi punitivi possano essere la strada giusta. Per favorire la costruzione di identità di una ragazza o di un ragazzo è fondamentale il confronto aperto e non giudicante. Il solo provvedimento punitivo, come sa bene chi vive quotidianamente con adolescenti, non rappresenta mai nulla di buono perché non offre occasione per il cambiamento. Gli adolescenti, talvolta, arrivano alla scuola superiore con il pesante bagaglio di delusioni già riserbato loro dagli adulti senza essere in grado di riconoscere quanto queste delusioni abbiano incrinato le loro possibilità di espressione umana. Rapporti validi con gli insegnanti e i compagni potrebbero far vivere esperienze in grado di riaccendere fiducia nella ricerca della loro bellezza umana.

Se un insegnante è guidato dalla certezza, non solo del valore formativo di ciò che insegna, ma anche dal riconoscere che la ricerca di rapporti umani validi, della conoscenza di sé, degli altri e del mondo siano esigenze di tutti gli esseri umani è sulla strada per trovare il modo migliore di rapportarsi con un adolescente e nello stesso tempo perseguire le finalità della scuola. Un insegnante può riuscire a realizzare in classe quel clima positivo che favorisce non solo l’apprendimento ma anche la crescita personale e sociale degli studenti.
Essere insegnanti nella scuola di oggi è una professione di estrema complessità che dovrebbe essere sostenuta con adeguata formazione e riconoscimento sociale. Questa complessità richiede che gli insegnanti siano sempre attenti osservatori: un atteggiamento di continua ricerca è caratteristica della loro professionalità e, pertanto, diventano necessari confronto collegiale e adeguata formazione.

La professionalità dell’insegnante si esprime lungo tre direzioni che non procedono in modo lineare ma si intersecano e si alimentano a vicenda. Un insegnante per insegnare, per esempio, la matematica a Giulia, come afferma una frase famosa di John Dewey, deve amare la matematica, amare insegnare la matematica e amare Giulia. La parola amare si ripete tre volte ma ha tre significati necessariamente differenti, la comprensione di ognuno di questi significati intreccia sensibilità umana e conoscenza. L’insegnante di matematica deve conoscere profondamente la disciplina che insegna ma la sua attenzione per essa è ben diversa da quella del matematico che lavora in altro ambito e per realizzare questa particolarità deve amare insegnare. E questo “amare insegnare” non può prescindere dall’interesse per lo studente.

Un insegnante cerca ogni giorno il modo migliore per insegnare la matematica avendo sempre presente anche la realtà di quel particolare studente e di quella data classe, perché sa che altrimenti il suo lavoro rischia di fallire. Certamente qualche studente, sostenuto da particolari doti personali o proveniente da un ambito familiare favorevole, può raggiungere comunque buoni risultati, ma non sono questi studenti che veramente hanno bisogno dell’insegnante. Questo interesse-amore per ogni singolo studente, è sostenuto dalla incessante ricerca di conoscere come quello studente pensa, ragiona, si appassiona. Questo interesse nei confronti dell’adolescente non è “buonismo” e non ha nulla a che fare con quel “lassismo” a cui parole come controllo, punizione, merito pensano di opporsi. È invece un continuo lavoro di ricerca perché l’insegnante, non abbandonando mai le finalità della scuola della Costituzione e l’idea della funzione socializzante della cultura, pretende che lo studente esprima al massimo le sue potenzialità, quelle potenzialità che l’apparenza talvolta può nascondere.

Gli insegnanti sanno come tutto questo non sia affatto semplice e non sempre si raggiungano i risultati desiderati ma sanno che vale sempre la pena di cercare di offrire il più possibile ad un adolescente evitando, anche, di assumere i tanto declamati “atteggiamenti carismatici”, stile insegnante del film L’attimo fuggente il quale, nell’affermazione narcisistica di sé, non è in grado di entrare veramente in rapporto con i propri studenti. Ogni giorno gli insegnanti cercano di lasciare liberi i propri studenti nella loro realizzazione umana provando ad essere quello stimolo costruttivo e quel sostegno che sono possibili nella specifica realtà della scuola, nel suo non essere né ambiente familiare né intervento psicoterapeutico. Concludiamo con una frase della lettera degli insegnanti degli studenti di Pisa: «Come educatori siamo allibiti di fronte a quanto successo oggi. Riteniamo che qualcuno debba rispondere dello stato di inaudita e ingiustificabile violenza cui sono stati sottoposti cento/duecento studenti scesi in piazza pacificamente …».

L’autrice: Assunta Amendola, docente di informatica e matematica, psi­cologa dell’età evolutiva, coautrice di “Adolescenti nella rete” (L’Asino d’oro edizioni)

Campo largo, non così

Il primo risultato delle elezioni regionali non ancora svolte in Basilicata consiste nella dispersione di quel precedente mucchietto di speranza. Non era molto, certo, ma dopo le elezioni vinte in Sardegna e perfino dopo le elezioni perse in Abruzzo quel barlume di possibile futuro era l’unico capitale iniziale di una bozza di alleanza credibile. Questione di aritmetica, almeno. 

Il comunicato serale in cui Pd, M5s, Si, Ev, Psi, +Europa annunciano di avere estratto dal cilindro il nome di Piero Marrese, sindaco dem di Montalbano Jonico e presidente della Provincia di Matera, non basterà a risollevare l’elettorato locale sfibrato dal susseguirsi incerto e nevrotico di nomi, dal re delle cooperativa bianche Angelo Chiorazzo impallinato dal M5s, al chirurgo Domenico Lacerenza con il triste record di essere stato candidato nel giro di 72 ore fino alla ridda di veti, subbugli locali e rivendicazioni nazionali. 

Il campo largo (o giusto o stretto o come diavolo si voglia chiamare) non può essere uno stiracchiato incastro di veti con l’aria ogni volta di avere avuto fortuna. Il campo largo (o giusto o stretto o come diavolo si voglia chiamare) non può apparire agli elettori un affannarsi alla ricerca di un nome a poche ore dalla presentazione delle liste. Il campo largo (o giusto o stretto o come diavolo si voglia chiamare) non può essere un balletto orribile con i centristi che pregano la cenere per poterci ballare sopra. 

L’alleanza è necessaria ma lo stare insieme deve essere la maturazione di ragioni limpide. Il caso della Basilicata è un ingarbugliato bugiardino leggibile solo dalle segreterie, roba da caminetto. Veramente troppo poco per spingere fuori casa i possibili elettori. 

Buon lunedì. 

La mostra di Riccardo Acerbi. Immagini di volti e luoghi dal mondo

Sguardi dal mondo è la personale del fotografo Riccardo Acerbi dal 15 al 23 marzo a Roma, Palazzo Velli (Piazza Sant’Egidio, 10). Pubblichiamo il testo critico della curatrice, Ludovica Palmieri.

Oltre cento fotografie, in bianco e nero, fanno vibrare le pareti di Palazzo Velli e accompagnano i visitatori in un metaforico viaggio attraverso diversi Paesi. Italia, Stati Uniti, Brasile, Inghilterra, Sud Africa, Paesi dell’Est Paesi, Canarie. Ognuno particolarmente rappresentativo nell’immaginario di Riccardo Acerbi artista, fotografo, viaggiatore, che ritrova in questi luoghi la Rappresentazione di un volto che ha amato.

Per Riccardo Acerbi, romano, classe 1962, attore e regista per professione, cresciuto davanti all’obiettivo, la fotografia rappresenta una naturale estensione dello sguardo. È stato dunque spontaneo per lui sviluppare precocemente una passione per lo strumento fotografico e adottarlo da autodidatta come principale mezzo di espressione.

Riccardo Acerbi

Nella visione di Riccardo Acerbi la fotografia non ha una funzione descrittiva o documentaristica, quanto piuttosto emotiva. Le sue opere hanno poco a che vedere con le tradizionali fotografie di viaggio, perché raccontano i luoghi attraverso punti di vista inusuali, si potrebbe dire poco battuti, come gli itinerari che preferisce. Per Riccardo Acerbi viaggiare non significa percorrere percorsi canonici ma perdersi tra la folla, mischiarsi agli abitanti del luogo, entrare in empatia con lo stesso, capirlo e respirarlo, facendolo scorrere come ossigeno dentro di sé.
Le sue fotografie, immagini a tratti intime e silenziose, sono un’alternanza di ritratti, posati o rubati, paesaggi dalle inquadrature originali, dettagli di architetture o strade, momenti di vita. Nella maggior parte dei casi si tratta di foto in esterno. Strade, spiagge, edifici, paesaggi. Immagini che intendono cogliere il momento, una particolare situazione.

La loro singolarità risiede nella vivacità della visione dell’autore, specchio della sua libertà interna che lo svincola dall’obbligo di obbedire a dogmi, stereotipi o fredde regole accademiche. Le sue opere non hanno nulla di studiato o premeditato, sono figlie del momento, al cui altare l’artista è ben disposto a sacrificare la perfezione tecnica. Per cui non importa se un’inquadratura non è centrata o se la luce poteva essere migliore, quello che conta è mescolarsi alla realtà, vivere l’hic et nunc. In altre parole: nelle sue opere la sostanza prevale sulla forma, l’urgenza creativa e la passione si impongono sulla perfezione tecnica.
L’artista sceglie continuamente e seleziona una determinata porzione di realtà, in un processo velocissimo che rifiuta gli scatti multipli in favore di un romantico ritorno allo scatto unico, perché unico è il momento. Come se la purezza del suo sguardo si andasse a imprimere, senza filtri, direttamente sulla carta fotografica. In un processo creativo che conferisce alle immagini quella genuina freschezza che si respira nella mostra. A questa poetica del momento fa da contraltare la perfezione fragrante della stampa che genera un ossimoro, creando un corto circuito emozionale che rapisce lo spettatore.

Questo approccio schietto e sincero alla fotografia si riflette nel fatto che per ogni Paese emergono delle caratteristiche peculiari che non discendono da elucubrazioni teoriche ma, semplicemente dalla sua apertura mentale al mondo e all’accoglienza del diverso da sé. Per cui, come nei rapporti d’amore, l’adattamento all’altro avviene in modo impulsivo ed immediato, senza bisogno di regole o convenzioni.

In mostra sono presenti anche due installazioni video che, realizzate sempre con la macchina fotografica, si pongono in naturale continuità con le immagini. Il primo video, Man at Work, Brazil, 2021, dedicato al Brasile, è esasperatamente rallentato e presenta le attività che un pescatore compie ogni mattina, come togliere la plastica dalla spiaggia o sciogliere la rete. Il video procede senza colpi di scena, in un’esaltazione della normalità e un elogio alla lentezza che ricorda la filosofia zen, ripresa in maniera magistrale da Wim Wenders nel suo ultimo film. Il principio alla base è quello tratto dalla cultura buddhista del saper cogliere la felicità nelle piccole cose, in linea con il concetto di Ikigai molto popolare ultimamente. Termine che, composto da due parole traducibili con “vivere” e “ragion d’essere” o “qualità”, identifica la pienezza esistenziale nella consapevolezza del proprio scopo e nel metterlo in pratica quotidianamente, in un’azione che nello stesso tempo appaga se stessi e contribuisce al benessere altrui.

La seconda installazione video: People, 2010-24, seppur diversa dalla prima, è legata alla mostra dal medesimo cordone ombelicale, per usare le parole dell’artista, che è la potenza dello sguardo. Ovvero, la capacità di cogliere la bellezza attraverso la connessione profonda con ciò che ci circonda. In questo caso, l’opera deriva dal montaggio di una selezione di video brevi, di pochi secondi, in cui l’artista, nel riprendere impercettibili movimenti, è come se offrisse ai visitatori la possibilità di entrare nel suo processo creativo volto a cogliere l’attimo. L’opera esprime quell’esigenza di immediatezza che diventa ancor più urgente nei ritratti, in cui lo scopo dell’artista è quello di riuscire a restituire in video l’espressione del soggetto nell’istante immediatamente antecedente lo scatto.
Tutte le opere di Acerbi, seppur appartenenti a periodi diversi, riconducibili ad un arco temporale compreso tra il 2010 e il 2023, sono in bianco e nero. Una scelta distintiva per l’artista, nonché indispensabile per mettere a fuoco la scena, spogliandola da dettagli chiassosi che rischierebbero di distogliere l’attenzione dell’osservatore dal focus della stessa. La mostra è voluta e prodotta da Alberto de Marinis, esperto ed appassionato d’arte che da anni sostiene e supporta come mecenate l’attività di vari artisti.

In apertura, Riccardo Acerbi, Italia, Milano, 2019

Per fotografare devi vivere.
Ci sono tanti luoghi, tante situazioni, tante persone e tanti volti che trasmettono emozioni.
A volte mi piacerebbe dare una voce a coloro che compaiono nelle foto,
sperando che quella voce arrivi anche a chi guarda le mie immagini.
Io abito a Roma, il volto da me più conosciuto e amato.
La passione e non l’esigenza mi ha sempre accompagnato quando metto la macchina fotografica al collo,
pronto per quell’emozione improvvisa…
Quel momento dello scatto diventa una scena viva, reale
e quando tolgo l’occhio dal mirino sembra già passato tutto,
però io sono ancora lì e al prossimo scatto non ci penso, tanto arriva.
La vita è come un lungo film e il mio ogni tanto si prende una pausa per fermare l’attimo.
Riccardo Acerbi

 

Esseri precari

Qui intorno una volta era tutto un filosofare sulla precarietà poi improvvisamente abbiamo smesso. Solo che i precari sono aumentati, eccome, e il processo di normalizzazione sembra essere perfettamente riuscito. 

Dice l’Istat che sono 3 milioni gli occupati a termine in Italia e sono impiegati in tutti i settori, nel privato come nel pubblico, al Nord come al Sud e al Centro. Secondo le rilevazioni Inps per il settore privato, la retribuzione media annua di una persone con contratto a tempo determinato è di 10.400 euro, il numero di giornate retribuite 155, pari a circa 6 mesi. Sono soprattutto giovani under 35 (il 48,9 per cento), più uomini che donne (52,4 contro 47,6), tra i settori spiccano noleggio, agenzie di viaggio, supporto alle imprese (21 per cento) e alloggio e ristorazione (15 per cento).

Nel settore pubblico i numeri sono spaventosi. 500 mila dipendenti a termine, di cui più di 100 mila nella pubblica amministrazione, dalla sanità alle funzioni locali, 205 mila docenti nella scuola, altri 200 mila lavoratori del settore della conoscenza (scuola, ricerca, università alta formazione). I numeri sono la faccia del disinvestimento nel settore pubblico a discapito dei servizi che andrebbero offerti. 

In cambio ci offrono un’ampia letteratura secondo cui essere precari significherebbe essere smart, imprenditori di sé stessi, perennemente in sfida. La precarietà è bella – vorrebbero convincerci – perché ci permette di rimanere vigili. Così accade che la sanità pubblica preconizzata non riesca a offrire servizi stabili a lavoratori precari che non hanno comunque soldi per affidarsi alle cure private. Bello, no?

Buon venerdì. 

Arte viva e che respira. La mostra di Rothko a Parigi

foto di Amarilda Dhrami

Un veliero grande, imponente, immerso nel verde degli alberi e del prato che lo circonda. Allo stesso tempo questo maestoso veliero si infrange tra le onde. Un’ immagine fuori dal comune e che fa pensare all’impresa di Fitzcarraldo nel voler portare una nave oltre la montagna nell’omonimo film di Werner Herzog. Il visionario sognatore riesce nel suo intento e non possiamo non ricordare la celebre frase del film «Chi sogna può muovere le montagne». Questa immagine però non è di un film, ma è una meravigliosa opera architettonica realizzata dall’architetto Frank Gehry. È la sede della Fondazione Louis Vuitton situata nel sedicesimo arrondissement di Parigi, tra gli alberi del Bois de Boulogne (il “Bosco di Boulogne”).

Fino al 2 aprile 2024 la Fondazione Louis Vuitton ospita una mostra altrettanto meravigliosa dedicata all’artista Mark Rothko. Mostra curata da Suzanne Pagé, Christopher Rothko, François Michaud e Ludovic Delalande, Claudia Buizza, Magdalena Gemra, Cordélia de Brosses. Iniziando il percorso viene da subito voglia di porsi in totale ricettività e di lasciar parlare soltanto l’artista attraverso i suoi 115 dipinti, mettendo a tacere dentro di sé quanto già visto, letto, studiato in precedenza. La mostra infatti si snoda in un racconto completo per immagini della sua vita interiore, un libro sorprendentemente aperto sul percorso di un uomo che ad ogni tela ci grida il suo sentire.

foto di Amarilda Dhrami

L’esposizione è stata pensata in ordine cronologico. Nella prima sala sono presenti una serie di quadri figurativi per lo più ambientati in situazioni urbane, stazione della metropolitana, una strada angusta, l’autoritratto con gli occhi neri che ci presentano un Rothkovitz (Markus Yakovlevich Rothkowitz è il nome originario di Rothko) che si esprime nello stile del tempo. La sala si chiude con una immagine femminile, la rappresentazione di una giovane donna nuda che tiene lo sguardo leggermente abbassato. Ci piace leggere qui il punto di partenza dell’artista alla ricerca di un suo linguaggio intimo che esprime un sentire quasi di ribellione ad una normalità che lo portava verso la china della depressione. Come se volesse parlarci di una ricerca che passa attraverso l’immagine femminile. È il 1938 e sapremo in seguito leggendo la sua storia che anni addietro era andato a trovare un amico all’Arts Students League dove gli studenti erano intenti a ritrarre una modella nuda. Rimase pensoso e capì che quella sarebbe stata la sua strada.

La seconda sala espone il periodo che va dai primi anni Quaranta, periodo surrealista e mitologico fino all’irruzione dell’esigenza di esprimersi mediante forme e colori. “Col passare del tempo – racconta il figlio Christopher Rothko – decise che quei miti erano ancora troppo specifici e si spostò sempre più verso l’astrazione, verso dipinti che, attraverso la loro stessa astrazione, potrebbero toccare una parte di noi. Anche questo è preverbale. Non si tratta di una storia. Si tratta di una comprensione più generale di cosa significhi essere umani”. In questa ricerca di cosa significhi essere umani, Rothko rifiuta la parola astrazione «La mia arte non è astratta, vive e respira». Nel 1944 Rothko si separa definitivamente dalla prima moglie, Edith Sachar, di cui dirà che con lei era “come vivere con un frigorifero”.
Nel 1945 c’è la sua prima mostra in America di venti dipinti presso la galleria Art of This Century di Peggy Guggenheim. Nello stesso anno incontra la sua futura moglie, Mary Alice Beistle, conosciuta come Mell. Arriva il 1946 e con la serie di dipinti conosciuta come Multiforms, il suo stile continua a evolversi e si unisce alla Betty Parsons Gallery, dove esporrà ogni anno fino al 1951.

foto di Fiammenta Nante

Ed è proprio in questo periodo che nasce Rothko, l’espressività artistica e potente con cui lo conosciamo, un nuovo rapporto con una giovane donna, un suggestivo viaggio in Europa, l’inizio dei riconoscimenti. «Quando si realizza un grande quadro si è al suo interno, non si può decidere nulla» leggiamo sui pannelli della mostra.

Dalla sala successiva in poi con i Multiforms è tutta meraviglia, ci avviciniamo alle opere come da lui richiesto, a 45 centimetri di distanza: «in questo modo l’osservatore viene inglobato negli spazi cromatici e apprende il loro movimento interno e la mancanza di limiti esterni ben delineati sia come malessere dinnanzi a quanto non può essere percepito sia come libertà di superare i limiti dell’esistenza umana» (Jacob Baal-Teshuva, Rothko. Taschen 2003).

È difficile descrivere la bellezza di queste opere, il colore qui tocca corde profondissime. Lo stesso Rothko ci dice che negli occhi di uno spettatore insensibile le sue opere non sarebbero nulla. Ed è proprio vero, bisogna lasciarsi andare, spogliarsi di ogni pensiero razionale. Solo così quei colori e quelle forme arrivano nel profondo suscitando emozioni a volte fino alle lacrime.

Ad un certo punto del percorso troviamo a tutta parete la celebre foto di Hans Namuth del 1964 che ritrae Rothko di spalle intento a guardare dentro il suo quadro, forse potremmo pensare, nel desiderio di oltrepassare ogni strato di colore alla ricerca del mondo che c’è dietro: «I quadri, pensava talvolta, erano come paraventi dietro ai quali lui nascondeva il suo essere sé stesso» (Jan Brokken, Anime Baltiche, Iperborea). E poi ancora lo stesso Rothko «I miei dipinti sono in verità facciate. A volte apro una porta e una finestra, altre volte due porte e due finestre».

È in questa sala che si cominciano ad aprire le grandi vetrate curve e si comincia a leggere la struttura dell’edificio che ci ospita. Continuando a salire ci viene offerta la possibilità di una pausa, un tour all’esterno fin sulle terrazze che ci permette di osservare la costruzione in tutta la sua complessità ed il panorama parigino a 360 gradi, dalla Tour Eiffel ai grattacieli della Défense. Ma ciò che imprigiona la nostra attenzione da subito sono queste vele di vetro tenute su da un fitto incrociarsi di travi, questo spettacolare veliero che racchiude l’edificio formato da più corpi candidi detti “iceberg” all’interno dei quali vengono ospitate le mostre, i convegni, gli eventi culturali. Vista da qui è una struttura complessa, impossibile da tener su, se non al prezzo di questa strabiliante talvolta ponderosa foresta tecnologica. L’impressione che ne abbiamo verrà mitigata all’esterno guardando il vascello dal parco, dove le vele si distendono tra la vegetazione confermando le suggestioni che avevamo provato all’arrivo.

Riprendendo il percorso all’interno, troviamo ulteriori opere di Rothko in cui colore e luce assumono toni dal rosso scuro al blu, dai marroni al viola. La sensazione qui è come se l’aria si facesse densa come i colori impressi sulle tele. Si tratta della serie Seagram murals commissionati per il ristorante Four Seasons di New York. L’artista rendendosi conto che in quell’edificio non ci sarebbe stata la giusta atmosfera per le sue opere, decise di rinunciare alla commissione. In un secondo momento le opere verranno esposte alla retrospettiva al MoMa nel 1961 e alcune donate alla Tate Gallery di Londra e al Kawamura Memorial Museum in Giappone.

foto di Amarilda Dhrami

Dopo un’immersione nella serie Seagram murals attende lo spettatore un’altra immersione nel colore, un colore ancora più scuro. In quella della serie Blackforms.
“È proprio con questa serie che Rothko capì che la luce non proviene solo dai faretti posizionati in una stanza per illuminare i dipinti. Realizzò che questa luce, quando l’intensità luminosa circostante veniva abbassata, poteva provenire direttamente dal dipinto stesso. Ed è in quel momento che comprese qualcosa che sarebbe diventato quasi un filo conduttore in tutta la sua opera successiva” racconta Francois Michaud, uno dei curatori.

foto di Fiammetta Nante

Siamo alla penultima sala, quella del suo toccante incontro con Alberto Giacometti. I due artisti si conobbero nell’ottobre 1965 in occasione del grande ricevimento in onore dello scultore le cui opere erano esposte in una personale al MoMa di New York. Rothko aveva iniziato a lavorare alle tele grigie e nere per la cappella De Menil a Houston, Texas (all’interno del percorso è presente anche una riproduzione della cappella) e Giacometti già malato non lavorava quasi più e morirà di lì a pochi mesi. In questa sala della mostra, che ricrea il progetto non realizzato per una sede Unesco, le sculture verticali di Giacometti e i piani orizzontali di Rothko sembrano dialogare, in un silenzio denso e carico di tutto il percorso e dell’epilogo della loro vita di artisti.

«Per noi l’arte è un’avventura sconosciuta in un mondo sconosciuto che solo chi accetta di prenderne il rischio può esplorare».

Nell’ultima sala torna inaspettatamente il colore. Forse è proprio in questo momento che ci arriva una suggestione, quella che le opere dell’artista, quelle più cupe forse non sono state dettate dalla depressione come in molti pensano. Forse sono dettate da una ricerca personale, profondissima. Prendere il rischio dicevamo poco fa, e il suo prendere il rischio di “guardare dove non si è mai potuto guardare” è ben raccontato da Massimo Fagioli in un articolo sulle pagine di Left (Left n° 45 del 9 novembre 2007 “Un ritorno all’immagine”):
“È giunto al colore senza linea e si è ucciso. Era il 1970. La ricreazione della prima immagine mentale è soltanto colore, dice Rothko. Ma tendere al colore puro senza linea ci fa morire. Non ho potuto dirgli che è vero soltanto se la vitalità è senza linea”.

Parole forse un po’ difficili ma che profondamente risuonano bene.