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Libertà in Iran. La lotta laica e non violenta non si ferma

Foto di Renato Ferrantini

Attivista per i diritti umani, curatrice della rubrica Lo Stato di diritto su Radio Radicale e tesoriera del Partito radicale Irene Testa è autrice di un toccante libro Azadi, libertà in Iran che raccoglie le voci di chi lotta contro l’oscurantista regime iraniano. E’ il racconto di una straordinaria lotta non violenta, laica e progressista che vede in prima linea le donne. Ecco un estratto dal volume che viene presentato il 13 giugno nella sede della Fondazione Marco Pannella, a Roma.

«Uno degli aspetti più difficili è dover sottostare a un potere militare strumentalizzato dalla religione. Questo è diventato un mezzo di oppressione e soppressione del suo stesso popolo.Non puoi vivere, non puoi godere della nazione che ti appartiene. Per anni il regime si comporta come fosse proprietario del paese e dei suoi cittadini», racconta l’iraniana Fari Alizadeh.

Tu hai partecipato alla marcia per i diritti umani che si è tenuta lo scorso 10
dicembre, sei venuta a Roma dall’Abruzzo perché essendo iraniana hai particolarmente a cuore questa battaglia e mi raccontavi che in questi mesi ti ha tenuto compagnia in modo particolare l’informazione di Radio Radicale rispetto a ciò che sta accadendo.

Con la rivoluzione in atto, i social e mass media sono stati fondamentali e ho riscontrato grande coerenza con ciò che sta accadendo in Iran e i fatti riportati sulla tua Radio.
È importante ma difficile diffondere la realtà e dare voce del popolo iraniano fuori dai confini. Negli ultimi tre mesi il regime ha cercato di limitare internet per evitare che le notizie fossero trasmesse fuori dall’Iran, la rivoluzione iraniana è irreversibile, è stato versato troppo sangue. C’è stata una grande rottura tra il regime e il popolo iraniano, in 43 anni il regime islamico ha cercato di creare un nemico immaginario per poter sopravvivere.
Alla fine abbiamo capito che per il regime il popolo iraniano è il primo nemico perché non ha avuto un minimo di pietà per la sua gente e per i suoi giovani. Per i manifestanti di recente hanno chiesto l’impiccagione senza un processo. Sono assolutamente d’accordo con la decisione dell’espulsione del regime iraniano dalla Commissione delle Nazione Unite sullo status delle donne, questa è la nostra prima vittoria. Noi chiediamo la fine di questo regime in modo che il nostro paese possa avere le porte aperte verso il mondo, possa essere parte della vita all’estero, parte della libertà di pensiero e di espressione sia a livello economico, sociale che politico. Il popolo iraniano è amico con tutti i popoli del mondo…

Qual è stata per te la cosa più fastidiosa che hai dovuto subire nel tuo paese da parte del regime?

Il potere militare. Questo è strumentalizzato dalla religione come mezzo di oppressione e soppressione di un popolo. Non puoi vivere, non puoi respirare e non poter godere della nazione che ti appartiene, loro si comportano come fossero i padroni del Paese.

Nei giorni scorsi c’è stata l’ennesima condanna a morte di un manifestante che tra le sue
volontà prima di essere impiccato non voleva che facessero la lettura del Corano.
Vorrei capire da te, perché sono in tanti a prendere le distanze sul Corano.

Io penso che libertà voglia dire anche la libertà del proprio credo religioso, perciò chi vuole credere alla religione islamica e al Corano è libero di farlo. Noi da 43 anni subiamo il Corano perché è diventato un mezzo per sottometterci e soprattutto non lo capiamo, non fa parte della nostra tradizione e della nostra cultura.

Spieghiamolo perché in molti non sanno che i persiani non sono arabi e non riconoscono il Corano, puoi spiegare la differenza.

Noi abbiamo una storia di 7.500 anni, una storia scritta, chiara, vera, riconosciuta.
Il Corano e l’Islam ce lo hanno imposto con la guerra. All’epoca chi aveva i soldi per risarcire ha mantenuto il suo credo che è lo zoroastrismo. Chi invece non aveva i soldi ha dovuto convertirsi all’Islam. La religione dovrebbe fare la sua parte e non entrare nell’economia, nella in politica e nella società, invece per 43 anni ci ha tolto le nostre feste persiane, le nostre ricorrenze, la nostra cultura e tradizioni, le nostre festività.
Per oltre 40 anni ci hanno maltrattato, arrestato, ci hanno tolto tutto, sembrava di vivere nel medioevo….

Foto di apertura di Renato Ferrantini

Berlusconi maestro di analfabetismo civile

Totò riferendosi alla morte la aveva descritto come ‘a livella’. L’allusione del genio napoletano a quella sorta di “pareggio di bilancio” che si riferisce alla fine dei giorni non può e non deve riguardare anche il giudizio che lascia la vita del defunto. Oggi è il giorno del cordoglio e del lutto ma anche il giorno dell’esercizio del giudizio ipocrita. In modo ridondante, quasi stucchevole si ripete come il berlusconismo abbia determinato un’epoca; che la figura di Berlusconi rappresenti una sorta di spartiacque tra il prima e il poi. Attraverso questo pedante ritornello si sorvola sul “prima” e sul “poi” più per celebrare che per constatare e analizzare.

Si cerca di non dire che l’Italia che ci lascia Berlusconi è sicuramente un Paese peggiore di quello che ha preceduto la sua “discesa in campo”. Posto che la discesa in campo abbia rappresentato il primo atto di una pantomima che si è protratta da allora fino ad oggi giacché in campo c’era già sotto mentite spoglie, da quel momento ha utilizzato ogni risorsa e ogni energia per snaturare il Paese attraverso lo svuotamento di coscienza politica e la razionale creazione dei presupposti di quell’analfabetismo civile che ancora oggi rappresenta la malattia più grave del nostro Paese. Se il giudizio post mortem non può fare a meno di considerare il Berlusconi pidduista, se non si può giudicare il defunto senza ricordare le vicende relative a Dell’Utri e a quelle di Mangano lo stalliere di Arcore, ancora, se non si può fare a meno di ricordare lo spregiudicato rapporto con le istituzioni che avrebbe dovuto rappresentare e il tentativo reiterato di violentare la Costituzione, se non si può dimenticare il volgare tentativo di dare un prezzo a ogni cosa, soprattutto al corpo delle donne in ogni occasione – solo qualche mese fa aveva promesso ai giocatori del Monza, in cambio di risultati sul campo, un “pullman di troie” – se tutti questi comportamenti, seppur deprecabili, sarebbero solo quelli di un personaggio di dubbia onorabilità e folcloristico, la colpa più grande è quella di aver creato proprio le condizioni perché oggi si dica che c’era un’Italia prima di Berlusconi e ce ne sarà un’altra dopo Berlusconi.

La colpa più grande è quella di aver creato quella “industria culturale” come la chiama il filosofo tedesco Adorno, necessaria a trasformare la società nelle sue viscere. A formare una generazione sui valori del Drive-in, di Non è la Rai o di Colpo grosso. La colpa più grossa è stata quella dell’applicazione razionale del panem et circenses funzionale a svuotare le coscienze. Quello che ci lascia la creazione di questi nuovi valori, di questo nuovo linguaggio è un Paese non più capace di scegliere, che si abbandona alle continue e differenti “mareggiate populiste”. Quello che ci lascia è un Paese senza classe dirigente. Quello che ci lascia è un Paese che si disinteressa di politica, che invece di considerarla come fondamentale esercizio e impegno la percepisce come cosa lontana e magari anche sporca. Quello che ci lascia Berlusconi è un Paese digiuno di strumenti di riflessione critica sul presente. La colpa più grande di Berlusconi dunque, paradossalmente, è forse l’unica colpa che non lo ha portato davanti al giudice in vita. Per questa colpa ci penserà la storia a scrivere sentenze definitive e inequivocabili.

*Pietro Abate è docente di liceo

Nella foto: Silvio Berlusconi, vertice del Partito popolare europeo, 2019

Ricordarsi di ricordare chi era Silvio Berlusconi

Il Fatto Quotidiano (che sul tema è uno specialista) ha messo in fila le vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi. L’elenco è lungo e piuttosto disgustoso ma vale la pena tenerlo in tasca  quando sentirete dire che “Berlusconi ha ricevuto una sola condanna e ha scontato la pena”. Ben prima se ne è accorto  Left uscito già nel 2020 titolando Berlusconi al Quirinale nemmeno per scherzo.

L’unica condanna definitiva per Berlusconi è arrivata il 1 agosto del 2013 quando la Cassazione confermò il verdetto d’appello a 4 anni per frode fiscale per il processo sui diritti televisivi Mediaset. Pena decurtata di 3 anni grazie all’indulto. L’ex premier ha scontato la pena in affidamento ai servizi sociali facendo il volontario in un istituto per anziani a Cesano Boscone per essere stato, come hanno scritto gli ermellini nella motivazione del verdetto, «l’ideatore del sistema illecito per consentire la perdurante lievitazione dei costi di Mediaset a fini di evasione fiscale».

Però ci sono anche le prescrizioni. Il primo processo è All Iberian dal nome della società capofila della Finivest offshore. Cuore del processo la tangente più alta mai versata a un singolo politico: 23 miliardi di lire in nero a Bettino Craxi, leader socialista e amico di Berlusconi che gli paracaduta il denaro tra il gennaio e l’ottobre del 1991 poco dopo il via libera alla legge Mammì (approvata nell’agosto del 1990) che di fatto si limitava a cristallizzare l’esistente e mettere un sigillo normativo al duopolio Rai-Fininvest senza un vero tetto pubblicitario e spot senza limiti. Condannato in primo grado il 13 luglio 1998 per il solo finanziamento illecito, in secondo grado questo reato è già prescritto e la Cassazione il 22 novembre 2000 conferma ma «non emerge negli atti processuali l’estraneità dell’imputato». C’è poi il caso Lentini-Milan con il clamoroso acquisto del giocatore del Torino. L’ipotesi dei pm milanesi era che i 10 miliardi al presidente granata per agevolare il passaggio non siano mai stati iscritti a bilancio, dunque versati in nero. Il reato viene dichiarato prescritto dalla II sezione del Tribunale grazie alla solita concessione delle attenuanti generiche e alla riduzione dei termini di prescrizione introdotta dalla nuova legge sul falso in bilancio, varato dal governo dello stesso imputato. C’è poi la prescrizione per i bilanci Fininvest 1988 -1992, quella per il consolidato Fininvest sempre grazie alle nuove regole sul falso in bilancio. C’è poi la prescrizione Mondadori (corruzione giudiziaria), il processo sulla cosiddetta guerra di Segrate che oppose Carlo De Benedetti a Berlusconi per il controllo del gruppo. Per l’ex Cavaliere, sempre grazie alle attenuanti generiche e alla contestazione di corruzione semplice e non in atti giudiziari, arriva una prescrizione. In sede civile la Cir dell’ingegnere però incassa 564,2 milioni di euro. Grazie comunque alla sentenza del processo penale che riconosceva che corruzione ci fu. Prescritto anche il processo Mills per corruzione giudiziaria con l’accusa per Berlusconi di aver pagato l’avvocato inglese ideatore delle società offshore con 600mila dollari in cambio di due false testimonianze nei processi Guardia di Finanza e All Iberian. Tra lodi e legge ex Cirielli per il leader di Fi arriva la sentenza di non luogo a procedere, prescrizione anche se solo in Cassazione per il legale inglese. Nel carnet delle prescrizioni c’è poi il caso della compravendita senatori. È del 2 luglio 2018 la conferma da parte della Cassazione sulla corruzione del senatore Idv, Sergio De Gregorio, pagato 3 milioni di euro per passare dal centrosinistra al centrodestra votando la sfiducia al governo Prodi nel 2008. L’ex parlamentare aveva invece patteggiato una condanna a 20 mesi nel 2013. «È del tutto pacifico che Berlusconi abbia agito con assoluta coscienza e volontà di corrompere un senatore della Repubblica» avevano scritto i giudici dell’appello. C’è poi il caso del nastro-Unipol. La VI sezione penale della Cassazione, il 31 marzo 2015, conferma la prescrizione per rivelazione di segreto d’ufficio per Paolo e Silvio Berlusconi per la storia dell’intercettazione della telefonata tra l’ex segretario degli allora Ds, Piero Fassino, e l’ex amministratore delegato di Unipol, Giovanni Consorte, nella quale l’ex sindaco e ministro pronunciò una famosa frase che suonava così: “Abbiamo una banca“ pubblicata da Il Giornale. Gli ermellini avevano scritto che era impossibile assolvere perché era indubbio che il placet dell’ex presidente del Consiglio aveva avuto «efficacia determinante ai fini della pubblicazione della notizia» da parte del quotidiano edito dal fratello sulla tentata scalata alla Bnl in quei mesi in cui era esploso il risiko bancario e le relative inchieste.

Ci sono poi tre processi Ruby (minorenne marocchina – presente alle feste di Arcore e spacciata per la nipote dell’ex presidente Mubarak). Sul tema c’è una sentenza significativa: il 18 ottobre è diventata definitiva la condanna di Gianpaolo Tarantini a 2 anni e 10 mesi per reclutamento e favoreggiamento della prostituzione di donne che venivano accompagnate nelle residenze di Berlusconi.

Berlusconi ha beneficiato di due amnistie. Per il reato di falsa testimonianza ovvero aver mentito al Tribunale di Verona sulla sua iscrizione alla P2. Nell’ambito del fascicolo sui fondi neri Macherio: uno dei falsi in bilancio contestati è stato amnistiato. Altri due andarono prescritti, mentre fu pronunciata sentenza di assoluzione per la frode fiscale e l’appropriazione indebita.

Infine c’è la questione giudiziaria più abnorme: quella condanna a Marcello Dell’Utri per avere fatto da “intermediario” tra Berlusconi e Cosa Nostra.

Questo solo il lato giudiziario. Ma non si tratta solo di giustizia, dentro c’è anche un’enorme questione morale. Poi, con calma, vediamo quello politico. Tanto per capire di chi stiamo parlando come possibile prossimo presidente della Repubblica.

Reprint: articolo pubblicato su left nel 2021

 

 

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Crosetto, i pirati e Capitan Uncino

Nel caso in cui vi siate persi le gesta del ministro alla Difesa Guido Crosetto in questo ultimo fine settimana ecco un veloce ripasso. Venerdì la stragrande maggioranza dei media si è buttata sulla presunta storia di 15 migranti che avrebbero dirottato la nave Galata Seaways, partita dal porto turco di Topcular il 7 giugno e diretta in Francia. L’Italia ha messo in campo un’unità militare di fanteria in forza alla marina militare (un tempo nota come battaglione): si sono calati sulla nave da due elicotteri per mettere in sicurezza l’equipaggio e individuare i migranti rimasti nascosti nella stiva.

Il ministro, eccitato, aveva twittato: «le forze speciali italiane, di stanza a Brindisi, stanno liberando una nave turca con 22 persone di equipaggio sequestrata da circa 15 migranti che erano a bordo dell’imbarcazione al largo di Napoli». E poi: «I dirottatori della nave sono stati catturati. Tutto è finito bene.  I miei complimenti ai ragazzi del Battaglione San Marco, ai poliziotti ed ai finanzieri, che hanno concluso una splendida operazione in collaborazione. Ognuno per la sua parte. Bravi!».

Quasi tutto falso. La procura di Napoli ha aperto un’inchiesta per associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina per capire come i migranti scoperti a bordo di una nave mercantile turca siano riusciti a imbarcarsi di nascosto. Le prime indagini hanno escluso che i 15 migranti abbiano tentato di dirottare la nave, di sequestrare o aggredire il comandante e l’equipaggio.

Domenica mattina Crosetto ha poi pubblicato su Twitter una nota informativa del suo ministero nel tentativo di dimostrare il dirottamento di cui aveva parlato venerdì. Scrive Crosetto: «Oggi alcuni giornali infangano, raccontando i fatti della nave Galata Seaways come “inventati”. Poiché ministero della Difesa e ministro agiscono con responsabilità ed approfondendo, è giusto dimostrare la verità e l’infondatezza di queste notizie, a tutela del sistema Paese». Peccato che la nota spieghi che la presenza dei migranti costituiva «una minaccia per l’equipaggio» e non fa nessun riferimento a tentativi di dirottamento, di sequestro o di aggressione. L’abbordaggio della nave era stato chiesto dalle autorità turche in seguito all’allarme lanciato dal comandante. Le attività di ricerca delle forze speciali, si legge, non hanno in nessun momento «comportato l’uso della forza da parte dei militari. Nessun danno fisico è stato, quindi, riscontrato a chicchessia durante l’espletamento delle attività descritte».

I migranti sono stati fatti sbarcare a Napoli. Due donne sono state portate in ospedale, una perché incinta e l’altra perché considerata in condizioni fisiche precarie per via del lungo viaggio. Un uomo è stato curato per una sospetta frattura alla caviglia e un altro per ipotermia. Gli altri migranti sono stati accolti in un centro di accoglienza. La nave è ripartita verso il porto di Sète, in Francia. Nel disperato bisogno di inventare nemici che non esistono per offrirsi come protettori (è una tradizionale strategia delle destre in tutto il mondo) qualcuno si è fatto prendere un po’ la mano. «Qui non c’è più avventura», direbbe Capitan Uncino.

Buon lunedì.

Abbandonare un bimbo in auto. Cosa c’è dietro a un evento così drammatico

Con drammatica periodicità si presentano alla cronaca episodi di bambini morti per essere stati lasciati inconsapevolmente in auto dai genitori. Dal 1990 a oggi (prima i dati non erano attendibili) nel mondo ci sono stati circa 1050 casi, 11 in Italia, di quella che impropriamente viene definita Forgotten baby  syndrome.
Impropriamente in quanto alla base di questi eventi non c’è  affatto di una banale dimenticanza quanto una dinamica patologica non cosciente che altera completamente il rapporto con la realtà, e in particolare con la realtà umana.
L’ ennesima tragedia è avvenuta pochi giorni fa nella zona della Cecchignola a Roma dove il padre ha abbandonato in auto la figlia di 14 mesi convinto di averla accompagnata all’asilo.
Left nel corso degli anni ha proposto varie voci dissonanti rispetto a un panorama mediatico che continua a ribadire che alla base di questi episodi ci sia una concatenazione di eventi casuali e sfortunati.
Riproponiamo qui di seguito, tra i tanti, un articolo sul tema pubblicato su questa stessa rivista nel 2013. Segnaliamo anche un intervista a Massimo Fagioli su Articolo 21 del ottobre 2014 Dimenticare un mazzo di chiavi è amnesia, dimenticare un bambino è annullamento e un convegno che si tenne a Firenze nel 2018 dal titoloDimenticare” il bambino in auto. L’assenza che può uccidere, la cui registrazione è disponibile in rete e un volume omonimo a cura di G. Del Missier, L. Del Pace, A. Montanaro, C. Iannaco, F. Penta, M. Riggio (Aracne, 2020).
In calce un’ultima osservazione riguardante l’età dei bambini abbandonati. Tutti i casi avvenuti in Italia e la stragrande maggioranza di quelli esteri (fonte KidsandCars.org) riguardano bambini tra l’anno e i due anni di vita.
I bambini al di sotto dell’anno di età non vengono quasi mai dimenticati in auto e quindi evidentemente sono presenti nella mente dei loro genitori. Si tratta del resto di un periodo della vita dove l’accudimento richiesto è immenso e quasi costante per 24 ore al giorno.
Invece quando il bambino trascorso il primo anno di vita inizia un processo (che riguarda l’alimentazione, la deambulazione, il linguaggio, ecc.) che lo porta a diventare più indipendente può accadere, come dimostrato dai tragici casi di bambini abbandonati in auto, che sparisca dalla mente dei genitori. Perché accade questo? Perché il genitore non riesce a trovare un modo nuovo di rapportarsi con la realtà cambiata del bambino che è divenuto più grande e autonomo?
La ricerca su questo e altri temi riguardanti il rapporto adulti-bambino pensiamo potrebbe contribuire, come una corretta informazione mediatica, a un cambiamento culturale che smascheri la favoletta inquietante e priva di base scientifica che si tratti di eventi che possono accadere a tutti.

*L’autore: Psichiatra e psicoterapeuta, su questo tema Luca Giorgini ha pubblicato su Left Non chiamatela dimenticanza

Una vendetta inaccettabile su Assange e contro la libertà di stampa

Dopo un’interminabile attesa, il giudice monocratico dell’Alta Corte del Regno Unito ha respinto gli otto motivi di appello del collegio di difesa di Julian Assange, contro l’ordine di estradizione negli Stati Uniti siglato dall’allora ministra degli Interni Priti Patel.
Ora verrà presentato un ulteriore appello. Finita simile procedura alquanto barocca, non rimarrà che il ricorso alla Corte europea dei diritti umani, la cui legittimità la Gran Bretagna potrebbe persino non riconoscere dopo la Brexit. Insomma, in questi giorni pare consumarsi un delitto perfetto, contro WikiLeaks e il suo fondatore; e contro l’autonomia e l’indipendenza dell’informazione. Di questo, infatti, si tratta. Chi suppone che sia in questione la sorte, pur di enorme importanza, di una singola persona o non ha capito o finge con malcelata complicità.
Assange non è in libertà da tredici anni e da quattro è rinchiuso nel carcere speciale di Belmarsh, la Guantanamo d’oltre Manica. Tuttavia, non vi è stato finora alcun procedimento di merito sulle presunte accuse di violazione dell’Espionage Act del 1917, la legge varata nel corso della Prima Guerra mondiale e utilizzata cinicamente per impedire il ricorso al primo emendamento della Costituzione statunitense che considera sacrale il diritto di cronaca.
Le lungaggini di appelli e contrappelli inducono a pensare malissimo: si spera che il quadro psicofisico del giornalista peggiori definitivamente. Del resto, il recente volume redatto dall’ex relatore speciale delle Nazioni unite sulla tortura Nils Melzer (2023,per approfondire c’è il suo libro Il processo a Julian Assange edito da Fazi) spiega la parabola della tragedia in modo chiaro e documentato, ivi compreso il riferimento della docente dell’università di Boston -chiamata a svolgere la perizia in carcere- al dolore e alle sofferenze inflitte ad un imputato a rischio suicidario.
Quindi, i mesi trascorsi per dipanare la competenza territoriale del futuro dibattimento reale sembrano una condanna preliminare, che le menti spietate ispiratrici vorrebbero anticipasse la conclusione di una faccenda meno marginale e dimenticata di qualche tempo fa.
Appelli, cittadinanze onorarie, prese di posizione di ex ambasciatori, oltre ai riconoscimenti professionali decisi dall’Ordine dei giornalisti e da numerose organizzazioni sindacali della stampa europee hanno un po’ rivoltato la frittata. Si è capito, dove si tirano le fila della macchinazione (l’asse tra Stati uniti, Gran Bretagna, Svezia ed Ecuador), che la coscienza democratica diffusa potrebbe risvegliarsi dal sonno irragionevole di diversi lustri.
In fondo, a guardare a situazioni in parte omologhe, il Premio Nobel per la pace Pérez Esquivel si salvò dalla morte nell’oceano (il metodo che segnò la macelleria della dittatura argentina) proprio per la mobilitazione dell’opinione pubblica.
Vi sono state iniziative significative del presidente del Brasile Lula e dello stesso premier laburista australiano Albanese. L’associazione Articolo21 ha recentemente promosso un’importante assemblea in occasione della marcia Perugia-Assisi.
In quella sede aveva preso la parola il direttore di WikiLeaks Kristinn Hrafnsson, descrivendo il panorama inquietante della vicenda, confortato dalla moglie avvocata Stella Moris, in collegamento. Mentre la storia politica e giudiziaria veniva delineata da colei che in Italia più di tutti ha scritto libri e articoli, Stefania Maurizi (qui l’intervista di left).
Siamo arrivati, probabilmente, al dunque. Poco prima, forse, dei titoli di coda.
Se mai vi fossero stati dubbi, sarebbe il caso di scioglierli e di costruire un’azione civile di resistenza.
È possibile che non si levino voci critiche e non asservite all’amico americano nel parlamento italiano e in quello europeo? Non è una storia particolare, bensì la prova generale di una spirale autoritaria.

Per approfondire Free Assange, il libro di Left

E l’intervista all’avvocata Sara Chessa

L’articolo è stato pubblicato anche su Il Manifesto

Artiste che fanno la differenza. Una collettiva a Ravenna

Le donne rappresentano la maggioranza degli studenti universitari d’arte, superando il 60% degli iscritti, secondo statistiche del Miur. Ma una volta terminato il percorso di studi la presenza delle artiste donne nelle gallerie d’arte moderna e contemporanea si riduce al 25% del totale.

Secondo una ricerca di Kooness (realtà milanese operante nel settore artistico), analizzando 5 tra i premi più prestigiosi del mondo dell’arte (Turner Prize, Mac Arthur, Hugo Boss, Bucksbaum Award e Duchamp Prize) emerge che: su 406 vincitori, 253 artisti sono uomini e 153 donne. Il 62,3% contro il 37, 7%.

«Questi dati mostrano un evidente divario di rappresentanza che si riflette anche nei compensi percepiti dalle artiste », osserva la fotografa Lavinia Nitu, una delle cinque protagoniste della mostra Noi come loro appena aperta a Ravenna. «Purtroppo il mondo dell’arte non è un caso isolato. In tutti gli ambiti del mondo lavorativo, soprattutto quelli che prevedono un percorso di studio universitario, il divario di rappresentanza e stipendio percepito rimane tuttora molto alto».

l’artista Elena Fegni

Insieme a Stefania Salti, Abra Degli Esposti, Elena Fregni e GaiaMaya Lavinia Nitu, dando vita alla mostra Noi Come Loro, aperta fino al 24 giugno nella Manica Lunga della Classense di Ravenna, invita a riflettere sui temi dell’inclusione e della diversità nell’arte contemporanea, da una prospettiva femminile.

L’iniziativa nasce a partire dal progetto fotografico di Lavinia Nitu May We Be Them e intende sottolineare doppi standard e gender gap presenti in ambito sociale e lavorativo, soprattutto nel mondo dell’arte.

Tra le tante donne che Lavinia Nitu (che si definisce transfemminista intersezionale) ha scelto di fotografare in occasione del progetto artistico-sociale May We Be Them, portato avanti insieme alla fotografa Elisa Cesca, ha incontrato e conosciuto alcune artiste.

l’artista GaiaMaya

«Da questo incontro è scoccata una scintilla, un impulso a intraprendere insieme questo progetto in una forma sinestetica espressa dalla individualità operativa di ciascuna artista intrecciata per coincidenza l’una all’altra – così la pluripremiata fotografa racconta la nascita di questa collaborazione fondamentale, per il percorso di ognuna – la nostra ricerca è partita dal mondo creativo e artistico. Infatti, abbiamo scoperto che nei paesi Ocse solo il 12% dei direttori creativi sono donne con un compenso del 30% inferiore rispetto ai maschi. Il 70% degli studenti di fotografia sono donne, ma solo il 15% di esse riesce a sostenere una carriera come fotografa».

Proprio per questo, lo spazio espositivo di Noi come loro si apre alle prospettive e alle voci delle donne, donne che attraverso la loro arte ritrovano una profonda connessione con l’ambiente naturale.

Le cinque artiste hanno selezionato opere che spaziano tra diverse forme d’arte: pittura, scultura, installazioni, fotografia.

Ogni creazione invita il visitatore a immergersi nella natura, a riflettere sul proprio ruolo nell’ambiente, a ponderare su come le proprie azioni possano influenzare il mondo che ci circonda, e a muoversi verso un cambiamento più sostenibile e consapevole. È in questa direzione che si orientano i percorsi delle artiste protagoniste del progetto.

La scultrice bolognese Abra è autrice di una scultura Elementale, in cui il fuoco diviene elemento-guida nella trasformazione della materia. «L’artista vuole divenire un canale per adempiere al suo compito e canalizzare i messaggi della contemporaneità», spiega la stessa Abra, che dal 2015 è presidente dell’associazione riBellArti, che unisce arte, impegno sociale ed ecologia.

«Dipingo la natura intorno a me. Mi potrei definire una pittrice figurativa perché è da lì che parto – racconta di sé la pittrice Stefania Salti – ho la mania di osservare e osservare fino a quando l’immagine totale si perde divenendo un fulcro che racchiude l’anima di quel pezzo di natura».

L’opera di Elena Fregni unisce invece la sapienza artigianale a una visione onirica, lavorando un materiale povero come il ferro, fino a trasformarlo in oggetti evocativi e preziosi, che, grazie a nodi, intrecci e piegature, si trasformano e danno vita a figure di animali che sprigionano leggerezza.

Le opere di GaiaMaya, costruite completamente a mano con la penna 3d, nascono dalla fusione di design e tecnologia dando forma a ragnatele capaci di sfidare la percezione visiva, grazie ai giochi di luce ricercati dall’artista che riescono di volta in volta a trasformare e rendere mutevoli gli spazi in cui vengono installate.

«Noi come Loro – spiega Lavinia Nitu – nasce con l’intento di puntare i riflettori sull’essere donna in tutte le sue sfumature e su quanto le donne siano di ispirazione per il mondo. Il mio scopo era far vedere, non solo alle ragazze di oggi, che una donna può fare ciò che vuole».

Le visitatrici potranno riconoscersi le une nelle altre e ritrovarsi attraverso le visioni e i contributi artistici di altre donne.

La mostra è organizzata con la compartecipazione del comune di Ravenna, la collaborazione della biblioteca Classense, il supporto dei volontari dell’associazione Banca del tempo e il coordinamento di Ribellarti Aps.

Le decisioni, tutte sbagliate, nel patto Ue

Che ha deciso il Consiglio Affari interni a Lussemburgo? Ricapitoliamo.

Resta in vigore il regolamento Dublino e la responsabilità dei migranti dello Stato di primo arrivo per 24 mesi. Poiché la solidarietà nell’Unione europea non è un movimento naturale, non è qualcosa che abbia a che fare con l’etica e con la propria coscienza, si è provato a renderla obbligatoria. Figurarsi. Nell’Ue c’è la libera circolazione di soldi e di merci, c’è la colletta per la bacinella di armi, ma i neri sporchi e cattivi non riescono a tirare i fili di quella che vorrebbe essere una comunità. E quindi? Quindi chi sgarra paga, semplicemente. 20mila euro e la pratica è chiusa.

L’Unione europea lascia agli Stati membri la scelta di ritenere o no un porto sicuro. Proprio così. L’Unione europea è disunita quando c’è da decidere se un’autocrazia è una democrazia. Un regalo impacchettato per i sovranismi di casa nostra. Così potremo goderci scene come quella che abbiamo visto ieri grazie alla denuncia di Medici senza frontiere: la cosiddetta Guardia costiera libica che opera un respingimento illegale bruciando in mare aperto un barchino e accalappiando una cinquantina di disperati riportati nei lager libici.

Rimane l’illusione dei rimpatri. L’Italia avrebbe voluto appaltare anche gli Stati di rimpatrio con la possibilità di un Paese “terzo”. Tu violentato e perseguitato in Nigeria scappi per sopravvivere, vieni stuprato e derubato in Libia, arrivi in Italia e quelli non hanno nemmeno il fastidio di riportarti in Nigeria ma ti possono paracadutare su un Paese africano a caso e sono a posto così. La brillante idea è passata a metà. In compenso poiché i rimpatri non accelereranno alla fine l’Italia si ritroverà ancora più ingolfata così i partiti che leccano la xenofobia potranno guadagnare voti sulle scelte sbagliate prese con il loro concorso.

Una narrazione disumana che poi si scontrerà con la realtà. A proposito di narrazione distorta: ricordate la manfrina dei “migranti economici” ovvero la teoria per cui se sei povero non hai il diritto di cercare dignità (anche) economica. Che sia una cagata pazzesca (citazione cinematografica) l’ha sancito la Corte di Cassazione italiana: “Via libera alla protezione umanitaria al migrante economico, se la povertà al suo paese è tale da ledere la dignità. Partendo dal presupposto che la povertà estrema sia una buona ragione per offrire lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria o umanitaria, la Cassazione ha respinto il ricorso del ministero dell’Interno, contro la decisione della Corte d’Appello che, contrariamente al Tribunale, aveva concesso a un cittadino extracomunitario il permesso di soggiorno”. Sapete chi ha dato risalto alla notizia? Il Sole 24 Ore, qui. C’è confusione sotto al cielo.

Buon venerdì.

Torture nella questura di Verona: mele marce o sistema?

Agli arresti, lo sappiamo, ci sono 5 poliziotti, accusati a vario titolo di tortura, lesioni aggravate, peculato, rifiuto ed omissione di atti di ufficio e, infine, falso ideologico in atto pubblico. All’interno della questura di Verona essere stranieri o comunque fragili era la caratteristica fondamentale per prendersi botte, insulti e umiliazioni. I poliziotti si vantavano: nel delirio dell’abuso di potere ci si vanta di avere infilato la violenza nelle proprie funzioni.

L’assistente capo Michele Tubaldo e l’agente scelto Davide Cracco però erano già sotto indagine da mesi per un altro episodio. Risultavano iscritti nel registro degli indagati per tortura e lesioni per la denuncia presentata da tre cittadini nordafricani che li accusavano di averli pestati durante un controllo. La domanda che molti si pongono quindi è: perché la questora di quel tempo (Ivana Petricca) e il loro dirigente del reparto Volanti li hanno messi in condizioni di poter reiterare quel loro agire?

Non sono mele marce. Gli indagati nel reparto Volanti sono 22 su 104. Siamo ovviamente nelle fasi preliminari, ci sarà un processo che stabilirà le responsabilità. Ma 22 su 104 è un numero che rimanda a un “sistema” di violenza diffuso, inutile girarci intorno. Lo scrive con parole chiare la gip Livia Magri: “si deve prendere atto che la pluralità e la gravità dei reati contestati non rappresentano certamente episodi isolati di violenza od occasionali illeciti”. Nel corso delle intercettazioni c’è chi, come l’assistente capo Dario Fiore, invita i colleghi a essere più accorti limitando gli schiaffi “nei corridoi o nel tunnel come abbiamo sempre fatto”.

“Noi non facciamo i macellai!” si sfoga il poliziotto Giuseppe Tortora. Il primo passo per una reale consapevolezza sta nell’avere ben presente le proporzioni.

Buon giovedì.

 

Bambina lasciata in auto: non chiamatela dimenticanza

È accaduto ancora, purtroppo. A Roma una bambina è stata lasciata in auto probabilmente dal padre, carabiniere, che doveva portarla all’asilo. Nonostante l’intervento di un passante che ha segnalato la presenza della bambina sola in auto con i finestrini chiusi ormai non c’era ormai più nulla da fare. Non chiamatela “dimenticanza” scriveva su Left la psichiatra e psicoterapeuta Annelore Homberg in un approfondimento del 27 maggio 2011 che ancora una volta ci pare importante riproporre.

 

Qualcuno dimentica le chiavi di casa, qualcun altro l’appuntamento dal dentista ma non esiste che si dimentichi un bambino. Può accadere, invece, che un bambino venga annullato, venga fatto sparire internamente “come se non fosse mai esistito”. A differenza della dimenticanza, l’annullamento non è una cosa senza alcuna pertinenza psichiatrica che capita “a tutti” bensì una dinamica estremamente patologica che per fortuna riguarda solo un numero ristretto di persone. Non è quindi vero che, come temono attualmente molte mamme italiane e come sostiene la mamma della piccola Elena, tutti possono svegliarsi un brutto mattino e “scordarsi” dei propri figli. Quando diventa evidente che qualcuno ha fatto il “black out” annullando il proprio bambino, non servono né la condanna morale, né chiacchiere sconnesse, né il perdono, bisogna che la persona che ha attuato l’annullamento, venga curata. Molti psicoterapeuti italiani basano da anni il loro lavoro proprio su questo concetto, sulla pulsione di annullamento. Abbiamo avuto tutto il tempo per veri care che ciò che crea disastri e tragedie nei rapporti umani, non è una debolezza o mancanza di qualcosa (di attenzione, pazienza, calma). Al contrario è un’attività del soggetto, un’attività pulsionale situata tra “lo psichico e il biologico”, che dall’interno della persona istantaneamente si dirige contro la realtà umana. Ciò che ne risulta, non è una fantasticheria sull’altro morto o leso ma una gravissima alterazione del pensiero inconscio: l’altro è reso inesistente. Nella propria mente, l’altro non esiste più né potrà essere rievocato (come accade invece nella rimozione). Chi lavora interpretando ed opponendosi alla pulsione di annullamento sa bene che è una violenza invisibile di cui il paziente non sa nulla e che si coglie solo in due modi: comprendendo le immagini dei sogni che parlano di un’assenza laddove l’altro dovrebbe esserci e dando credito alla sensibilità del nostro corpo che spesso reagisce con sofferenza e con segni neurovegetativi ben precisi agli annullamenti che i pazienti stanno attuando. Per quest’ultimo motivo, la morte della bambina di Teramo ci pone anche la domanda su quale effetto sortisce sull’organismo di un bambino piccolo un annullamento talmente violento del genitore da decretare l’inesistenza del figlio non solo nel pensiero inconscio ma addirittura nella realtà fisica. Quando, se è vero quello che i giornali hanno raccontato, l’adulto torna alla macchina e sentendo dei rumori (gemiti), controlla se ci sia un ipotetico cane ma non vede la bambina nel suo seggiolino.

 

L’autrice: Annelore Homberg. Psichiatra e psicoterapeuta, è presidente del Network europeo per la psichiatria psicodinamica (Netforpp Europa). Ha pubblicato numerosi studi e coordinato iniziative internazionali nel campo della psicopatologia, della psichiatria dinamica e della storia della psichiatria. Vive e lavora tra Roma e Berlino.