Una delle principali preoccupazioni del governo è esautorare la Corte dei conti dal controllo dello stato di avanzamento del Pnrr. È già pronto l’emendamento al decreto Pa che abolisce il “controllo concomitante” dei giudici contabili sull’utilizzo dei fondi del Piano, cioè il meccanismo di monitoraggio “in itinere” da parte della Corte sui “ritardi” e sulle “irregolarità gestionali” nell’attuazione del Piano, introdotto dal decreto Semplificazioni del 2020 e attivabile su richiesta delle commissioni parlamentari.
Contemporaneamente verrà prorogato lo scudo erariale. “La norma – si legge nelle bozze – chiarisce che il dolo va riferito all’evento dannoso in chiave penalistica e non in chiave civilistica”. “Inoltre, fino al 31 luglio 2021, si limita la responsabilità dei soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei conti in materia di contabilità pubblica per l’azione di responsabilità al solo profilo del dolo per le azioni“. Significa che saranno perseguibili le ipotesi di danno erariale sono in caso di dolo, e quindi commessi in modo intenzionale. Gli altri casi, quelli colposi – cioè i reati commessi senza esplicita volontà – non saranno perseguibili. Una misura che secondo l’associazione di giudici e pm contabili “ha aperto uno spazio di impunità che va a vantaggio del funzionario infedele e di chiunque sperperi le risorse pubbliche”.
La baruffa è cominciata quando a inizio maggio il Collegio del Controllo concomitante della Corte dei conti ha messo nero su bianco il “serio pericolo” che il governo non raggiungesse gli obiettivi del Pnrr. Il ministro Fitto aveva risposto scrivendo una lettera a Il Sole 24 Ore in cui non spiegava – come ci si aspetterebbe – il ritardo ma contestava il controllore. Ora hanno fatto di meglio: l’hanno abolito.
Buon giovedì.
Nella foto: il ministro Fitto, frame del video della conferenza stampa sul Pnrr, 31 maggio 2023
È stato arrestato ieri con l’accusa di tentato omicidio aggravato lo studente sedicenne che ha accoltellato in classe la sua professoressa di italiano, ad Abbiategrasso, nell’hinteland milanese. Dopo l’aggressione che ha causato ad Elisabetta Condò lesioni multiple alla testa e alle braccia, tanto gravi da rendere necessario un delicato intervento chirurgico, il ragazzo si è procurato a sua volta delle ferite , ed è stato ricoverato nel reparto di Neuropsichiatria dell’adolescenza dell’ospedale San Paolo di Milano, un rarissimo luogo di cura dedicato a quest’età sempre più evidentemente colpita oggi da un profondo malessere che trova nulle o deboli risposte nella nostra società. Stando a quanto riporta la stampa, la diagnosi è di disturbo paranoide, un disturbo di personalità dunque, non una condizione psichiatrica tale da giustificare la momentanea perdita del rapporto con la realtà che rende incapaci di intendere e volere. Del resto l’aggressione è stata premeditata, il ragazzo è andato a scuola armato di un grosso coltello, forse un’arma da caccia del padre, e di una finta Colt, con la quale ha minacciato i suoi compagni costringendoli a uscire dall’aula dopo aver ferito la docente. Pare che un suo compagno di classe abbia detto che “sembrava privo di emozioni” mentre accoltellava la sua professoressa. I carabinieri che sono intervenuti sul posto, lo hanno trovato seduto in un banco in fondo all’aula, immobile, con la testa fra le mani vicine alle armi. Non avrebbe opposto alcuna resistenza quando è stato invitato ad inginocchiarsi per essere ammanettato.
Mauro (nome di fantasia che ci serve a ridurre le distanze per cercare di comprenderlo) era stato bocciato in prima liceo, ma non aveva avuto difficoltà ad inserirsi nella nuova classe socializzando velocemente con gli altri ragazzi, ma più vote aveva disturbato le lezioni tentando di interromperle con comportamenti tanto provocatori da apparire bizzarri, come staccare la spina della lavagna luminosa o spruzzare spray maleodorante, che gli erano costati sei note disciplinari, quattro delle quali firmate dalla docente vittima dell’aggressione.
Come accade troppo spesso, nessuno sospettava che Mauro non stesse bene. Neanche il padre, che in un’intervista dice che oggi realizza che la vita di suo figlio è spezzata, ma avrebbe anche potuto suicidarsi ed è vivo, e da questo si deve ripartire. Mauro ha compiuto questo terribile passaggio all’atto il giorno prima di un colloquio con la sua famiglia convocato dai docenti, durante il quale si sarebbe forse comunicato il rischio di bocciatura per insufficienza in condotta. Pare che fino ad allora i genitori non fossero informati delle note (ma com’è possibile nell’era dei registri elettronici?).
Colpisce, di questa tragica vicenda, innanzitutto la solitudine di Mauro, evidentemente tormentato da affetti e pensieri malati che nessuno è riuscito a cogliere. Una solitudine che giustifica l’accusa di omissione di soccorso da parte della società nei confronti degli adolescenti che riecheggia in qualche titolo di giornale in questi giorni. E non basta lo psicologo a scuola, che spesso c’è, ma non riceve le richieste d’aiuto di chi sta peggio, perché in psichiatria più grave è la malattia, minore è la consapevolezza di star male, e spesso la malattia mentale più grave, proprio quella che porta ad agiti così violenti e assurdi, passa inosservata. La diagnosi psichiatrica è complessa, ed è lecito tenere sospesa anche quella formulata nel reparto dell’ospedale San Paolo di Milano. Ma è innegabile che Mauro abbia dato segni evidenti di malessere, la bocciatura, il comportamento incongruo in classe, tutti ricondotti a questioni disciplinari o di merito, come si direbbe oggi in linguaggio ministeriale, e di conseguenza trattati con mezzi correttivi, la cui dannosità è nota ai pedagogisti ormai da decenni, e che tuttavia imperversano perfino nelle scuole elementari. Per non dire delle bocciature nelle scuole medie, in un Paese come il nostro dove la dispersione scolastica è un serio problema.
Allora, si dice, è necessario fare formazione, dare ai docenti gli strumenti per riconoscere i segnali del malessere. Paradossalmente, viviamo in realtà in un’epoca nella quale le numerosissime diagnosi di presunti disturbi dell’apprendimento e perfino quelle di disturbi del cosiddetto spettro autistico, come lo ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder), largamente trattati con psicofarmaci dalla più tenera età, partono proprio da segnalazioni in ambito scolastico. E malgrado sia nota la correlazione tra questi disturbi, che andrebbero meglio definiti sintomi dei quali cercare la eziopatogenesi, con l’esposizione a varie tipologie di maltrattamento, ovvero a varie forme di violenza, i bambini vengono sottoposti a diagnosi e trattamenti basati sull’assunto che si tratti di malattie che hanno una base organica, ipotesi questa non sostenuta da coerenti evidenze scientifiche.
I sintomi e i segni di malessere sono richieste d’aiuto, e tanto più quando provengono da bambini e adolescenti, dovrebbero essere letti come segnali di una crisi dei rapporti umani nei quali i nostri figli, figli della nostra società arida di interesse e affettività, sono immersi. Anche Mauro, che ha attentato alla vita della sua professoressa, è vittima dell’assenza del mondo degli adulti.
Barbara Pelletti è psichiatra e psicoterapeuta.È presidente dell’associazione Cassandra
Si è aperto un fronte nuovo nel nostro rapporto con la scienza e la tecnologia. Seppure i loro impatti siano stati crescentemente costanti negli ultimi lustri, d’improvviso, le performance di prodotti realizzati attraverso l’intelligenza artificiale (IA) generativa stanno scatenando una reazione diffusa e difforme – persino tra gli stessi scienziati – sul ruolo futuro delle macchine intelligenti e le loro interferenze nello svolgimento delle nostre vite individuali e sociali. (È di ieri la lettera diffusa dal Center for AI safety che parla di “minaccia per l’umanità” Ndr)
L’IA generativa è così chiamata perché realizza sistemi capaci di generare, a partire da dati precedentemente analizzati e appresi, nuovi dati o nuove versioni di dati esistenti. ChatGPT, il prodotto più diffuso e di successo di generazione di testi è un esempio di questi sistemi, anche detti Llm (Large language models). Questi sofisticati strumenti, addestrati su enormi moli di dati, offrono risposte spesso del tutto indistinguibili da quelle degli umani. Sappiamo che fanno questo in quanto, avendo accumulato uno straordinario patrimonio informativo, sono in grado di prevedere quale parola sia la più probabile comparire dopo una certa sequenza di altre. Detta in questo modo la loro perfomance sarebbe il solo risultato di un processo sintattico-probabilistico. In realtà si sta cercando di capire se gli algoritmi di apprendimento con cui questi sistemi vengono realizzati, i famosi algoritmi di “deep learning”, determinino anche una qualche implicita rappresentazione del significato dei contenuti su cui il linguaggio si esprime.
Nel frattempo però, in attesa di queste indagini essenziali per comprendere il futuro dell’IA e delle sue ulteriori evoluzioni, dobbiamo affrontare la diffusione pervasiva di questi sistemi nelle nostre vite quotidiane. E comprendere come interagire con essi. Gli umani utilizzano da sempre un’essenziale attitudine sociale che chiamano fiducia. Tanto per cooperare quanto per evitare di farlo (diffidare).
Questa attitudine, evolvendosi nel tempo, ha sviluppato supporti esterni alla cognizione, di ordine interazionale, organizzazionale, normativo.
C’è da chiedersi come si possa adeguare la nostra fiducia alla rapidità e portata della mutazione attualmente in corso.
In particolare due punti: 1) Quanto possiamo considerare queste tecnologie intrinsecamente affidabili? 2) Quanto possiamo considerare affidabile l’utilizzo che ne viene fatto nella nostra società? Due problemi differenti ma la cui convergenza indirizza complessità e problematiche significative.
Rispetto al primo punto, va considerata la difficoltà di interpretazione dei risultati prodotti dai sistemi di AI. Non si tratta semplicemente del fatto che ci troviamo di fronte a sistemi complessi. La nostra capacità nel fidarci in queste situazioni è già esercitata: ci fidiamo, per fare qualche esempio, di farmaci, di macchine distributrici di soldi (bancomat) o di sistemi frenanti delle auto, anche senza spesso avere una chiara comprensione di come essi funzionino. Ci è sufficiente saperlo in modo approssimativo, avere un’idea delle loro macro-funzioni e l’impressione, fondata, di affidabilità, sicurezza, usabilità.
In questi casi, accettiamo l’assenza di trasparenza del loro funzionamento, ci basta avere fiducia nella progettazione del sistema.
Con i sistemi di AI generativa invece, ci troviamo di fronte ad un fenomeno differente. Non si tratta di assenza di trasparenza ma di vera e propria mancanza di interpretabilità di come il sistema opera. È questa una caratteristica tipica dei modelli di “deep learning”: gli stessi progettisti possono avere difficoltà a comprendere perché i loro modelli facciano previsioni specifiche. L’attribuzione di fiducia diventa un processo cognitivamente più complesso da esercitare.
Spesso questi sistemi non sono neppure in grado di fornire stime dell’incertezza dei loro risultati.
Sul secondo punto invece, si coagulano sfide etiche e politiche. Abbiamo detto che la straordinaria efficacia delle performance dei nuovi sistemi di AI è il risultato della elaborazione di enormi moli di dati. Sono questi dati effettivamente rappresentativi dei mondi che si vogliono interpretare? E nel caso in cui questi mondi contengano pregiudizi sociali e culturali, è possibile neutralizzarli, oppure essi continueranno a riprodurli e a reiterare stereotipi, conformismi e riproposizione di schemi considerabili influenti sulla morale condivisa?
Come si vede il problema delle fonti e della loro gestione rappresenta un’enorme questione per l’affidabilità e per l’etica di questi nuovi sistemi.
Per fidarci come società dobbiamo difenderci da un uso scorretto di questi strumenti, da un loro utilizzo manipolatorio che può rappresentare un rischio assai alto nella limitazione di alcune prerogative essenziali degli esseri umani come, ad esempio, quella di scelta e decisione autonoma.
Uno studio della Stanford School of Humanities and Sciences ha mostrato che Chat-GPT-3 può essere persuasivo (nei confronti degli umani), con la stessa o maggiore efficacia di quella degli umani.
Si comprende allora come possano questi sistemi essere in grado di realizzare campagne di disinformazione o creare contenuti fuorvianti per scopi politici non prevedibili.
Quanto è quindi necessario allarmarsi?
Le interpretazioni sono varie e non del tutto convergenti. Ma è bene riflettere anche su quelle più estreme e per certi versi catastrofiche. Tra queste, va citata quella di Byung-Chul Han secondo cui le piattaforme sociali stanno restringendo «i nostri orizzonti e divorando le fondamenta stesse della democrazia rappresentativa».
Altri segnali di preoccupazione si sono concretizzati negli ultimissimi tempi: si consideri l’appello, sottoscritto inizialmente da un migliaio di scienziati e imprenditori hi-tech, per chiedere ai laboratori scientifici di fermare temporaneamente lo sviluppo dei sistemi di AI generativa. O la sospensione del servizio di Chat-Gpt per gli utenti che si collegano dall’Italia, da parte del Garante per la protezione dei dati personali.
In particolare nell’appello si parla di «una corsa fuori controllo per sviluppare e implementare menti digitali sempre più potenti che nessuno, nemmeno i loro creatori, può capire, prevedere o controllare in modo affidabile». Scenari inquietanti su cui va posta seria attenzione ma che non è affatto chiaro quanto siano realmente credibili. Certamente la lettera è più condivisibile dove si afferma: «Tali decisioni non devono essere delegate a leader tecnologici non eletti».
In questo senso, rapidità, impatto e portata della mutazione in corso deve ricevere risposte urgenti. L’affermarsi di un capitalismo digitale in cui prevalgano, oltre alla potenza manipolatoria dei gestori dei dati, anche un approccio generalizzato degli umani defraudato dalla cognizione critica e analitica, sostituita sostanzialmente dagli algoritmi di previsione, può rappresentare un rischio profondo per le strutture portanti della socialità partecipata e della democrazia politica.
L’autore: Rino Falcone è dirigente di ricerca presso l’Istituto di Scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche
I detenuti nelle carceri italiane sono 56.674 (dato aggiornato al 30 aprile), a fronte di una capienza ufficiale di 51.249 posti: dunque, 5.425 detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare. Questi i numeri che l’associazione Antigone illustra nel suo nuovo rapporto sulle condizioni di detenzione, presentato ieri, nel quale parla di «oltre 9mila persone in più rispetto alla capienza effettiva», poiché, ricorda, «ai posti regolamentari vanno però sottratti i posti non disponibili, che a maggio 2023 erano 3.646». Considerando i posti conteggiati e non disponibili, si legge ancora nel dossier, «l’affollamento reale è del 119%», a fronte di un tasso di affollamento ufficiale medio del 110,6%.
Le regioni dove si registrano le situazioni definite «piu’ preoccupanti» sono Lombardia (151,8%), Puglia (145,7%) e Friuli Venezia Giulia (135,9%). A livello di istituti, i valori effettivi più alti si registrano a Tolmezzo (190,0%), a Milano San Vittore (185,4%), a Varese (179,2%) e a Bergamo (178,8%). Rispetto al resto d’Europa, solo Cipro e Romania hanno tassi di sovraffollamento maggiori di quello italiano, osserva Antigone, rilevando che «invece ci collochiamo al trentaseiesimo posto per tassi di detenzione, ossia numero di detenuti rispetto a cittadini liberi. Incarceriamo meno di Francia e Spagna, più di Germania e Paesi nordici». I detenuti, prosegue l’associazione, «crescono circa 5 volte di più rispetto alla crescita dei posti: dal 30 aprile 2022 la capienza ufficiale è cresciuta dello 0,8%, mentre le presenze sono cresciute del 3,8%. È aumentato soprattutto il numero delle donne, cresciuto del 9%, mentre l’aumento degli stranieri, del 3,6%, è piu’ o meno in linea con quello della popolazione detenuta complessiva». Inoltre, è sempre più alta l’età media della popolazione detenuta: gli over 50 erano, alla fine del 2022, il 29% (17% a fine 2011). Nello stesso intervallo di tempo sono poi raddoppiati gli over 70, passando da 571 (1%) a 1.117 (2%), mentre per gli under 25 la percentuale passa dal 10 al 6%.
Sono stati 23 i suicidi in carcere in questi primi mesi del 2023. Sono state 85 le persone che si sono tolte la vita all’interno di un istituto penitenziario nel corso del 2022 – su 214 morti totali – ovvero più di una ogni quattro giorni. Cinque i suicidi avvenuti nel solo carcere di Foggia. Negli istituti penitenziari i suicidi sono stati 23 volte superiori rispetto ai suicidi in libertà. Delle 85 persone suicidatesi, 5 erano donne. Le persone straniere erano 36, delle quali 20 senza fissa dimora. L’età media era di 40 anni. La persona più giovane era un ragazzo di 20 anni, la più anziana un signore di 71. La maggior parte di queste persone (50, ossia quasi il 60%) si sono tolte la vita nei primi sei mesi di detenzione. Addirittura, 21 nei primi tre, 16 nei primi dieci giorni e 10 addirittura entro le prime 24 ore dall’arrivo in carcere. Delle 85 persone morte per suicidio nel 2022, 28 avevano precedentemente messo in atto almeno un tentativo di suicidio (in 7 casi addirittura più di un tentativo). In 68 (pari all’80%) erano coinvolte in altri eventi critici. 24 di loro erano state sottoposte alla misura della ”grande sorveglianza” e di queste 19 lo erano anche al momento del suicidio.
Sono circa 4.000 i figli di donne detenute nelle carceri italiane. Di questi, 22 alla fine di aprile vivevano in carcere con la propria madre. Erano 2.480 alla fine del mese di aprile le donne detenute nelle carceri italiane, pari al 4,4% della popolazione carceraria complessiva. Una percentuale sostanzialmente stabile nel tempo, che non raggiunge i cinque punti dagli inizi degli anni ’90 del secolo scorso. Sono ospitate in parte nelle quattro carceri femminili presenti in Italia, che si trovano a Roma (dove il carcere femminile di Rebibbia, con le sue 337 detenute per 275 posti letto ufficiali, si impone come il più grande d’Europa), a Venezia, a Pozzuoli e a Trani. Gli Istituti a custodia attenuata per madri di Lauro, Milano e Torino ospitano 15 donne complessivamente. Le restanti 1.853, pari ai tre quarti del totale, vivono nelle 45 sezioni femminili attive in questo momento all’interno di carceri a prevalenza maschile. Le detenute straniere sono nettamente calate negli ultimi quindici anni. Se oggi costituiscono il 30,2% del totale delle donne detenute, nel 2013 coprivano circa dieci punti percentuali in più. Le nazionalità più rappresentate sono la rumena e la nigeriana.
Nel 2022 sono state presentate 1.180 domande di riparazione per ingiusta detenzione, di cui 556 sono state accolte. La ‘parte da leone’ la fa Reggio Calabria: 103 domande accolte pari a oltre 10 milioni di euro, del totale che lo Stato nel 2022 ha pagato, ossia 27.378.085 euro. Nel 2022, si legge ancora nel dossier, sono arrivate agli uffici di sorveglianza italiani 7.643 richieste di risarcimento – in base all’articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario – per aver subito un trattamento inumano o degradante durante la detenzione, tendenzialmente per assenza di spazio vitale. Le richieste che sono state decise nel corso dello stesso anno sono state 7.859: di queste, 4.514 (pari al 57,4%) sono state accolte. Gli accoglimenti erano stati 3.115 nel 2018, 4.347 nel 2019, 3.382 nel 2020 e 4.212 nel 2021. Sorprende, secondo Antigone, la disomogeneità del tasso di accoglimento tra i diversi uffici: se la media nazionale nel 2022 era superiore al 50%, guardando al dato per ufficio si va da situazioni come Bologna (27,2%), Catanzaro (27,3%) o Roma (26,2%) ad altre come Brescia (82,3%), Potenza (80,6%) o Trento (83,6%). L’articolo 35-ter prevede, in particolare, una riduzione della pena di un giorno per ogni dieci giorni passati in condizioni inumani e degradanti o, per chi ha già ultimato di scontare la propria pena, il riconoscimento di 8 euro per ogni giorno passato in tali condizioni.
Da Italpizza all’Andana Resort le aziende dall’Emilia Romagna uniscono le forze per aiutare la popolazione di Ravenna e dintorni, una delle zone colpite dalla violenta alluvione che si è abbattuta sull’Emilia Romagna negli scorsi giorni e che ha generato danni per miliardi di euro. Le aziende locali intervengono per sostenere le fasce della popolazione più in difficoltà distribuendo derrate alimentari negli hub della provincia. Fra i protagonisti di questa catena umanitaria c’è anche l’Andana Resort di Grosseto che con la casa automobilistica Lamborghini e la Prefettura di Grosseto ha donato alla popolazione di Conselice i pasti preparati per il Raduno internazionale in programma dal 24 al 28 maggio a Grosseto.
La Fippa (Federazione Italiana Pasticceri e Panificatori) si sono attivati per trovare la farina e fornai per panificare nelle zone alluvionate, con il supporto dell’esercito che ha installato panifici da campo. Italpizza di Modena si è resa disponibile all’aiuto e distribuito gratuitamente i propri prodotti agli abitanti di Castel Bolognese e ai volontari e operatori impegnati nell’emergenza.
E poi c’è LegaCoop Romagna 3.0 che ha reso possibile il rifornimento, nei primissimi giorni dell’emergenza, dei supermercati Coop e Conad di Riolo Terme, Casola Valsenio, Alfonsine, Faenza e Russi, mentre la LegaCoop estense ha messo a disposizione gratuitamente 9000 mono dosi di parmigiano per le popolazioni alluvionate.
Nel 1950 Alan Turing, celebre per aver decifrato il codice di comunicazione dei nazisti nel corso della guerra, affermò che in futuro le macchine potranno conversare come gli esseri umani. La prova di ciò sarebbe venuta nel momento in cui un essere umano non sarebbe stato più in grado di distinguere se teneva una conversazione con una macchina o con una persona. Il problema del linguaggio è sempre stato uno dei più difficili da trattare, e il test di Turing è rimasto uno scoglio non superabile, ma Chat GPT rappresenta un indubbio avanzamento verso il superamento della differenza tra un testo prodotto da un essere umano e quello prodotto da un progr amma. Come si è arrivati a questo? Possiamo affermare che presto le macchine potranno sviluppare capacità cognitive pari o superiori a quelle umane? Gli sforzi per approdare ai risultati attuali datano diversi decenni. Dapprima si è tentato di fornire alle macchine le conoscenze del mondo e le regole della sintassi, ma presto si è visto quanto questo compito fosse irrealizzabile. Le informazioni necessarie, infatti, erano così tante da superare qualsiasi possibilità di catalogarle e di inserirle nei programmi. Con l’avvento dei big data si è passati ad un approccio statistico. Fornendo alle macchine testi, traduzioni e conversazioni, grazie a metodi di apprendimento automatico (machine learning) esse hanno cominciato a registrare delle regolarità nelle sequenze delle parole, poi nella formulazione e delle frasi, riuscendo a generare testi sempre più complessi e privi di errori. In futuro, grazie all’uso che faremo tutti noi, si potranno raggiungere risultati sempre più raffinati. Dato che i modelli di apprendimento non eseguono istruzioni definite dai programmatori, molti affermano che, per la mole di testi che in breve tempo potranno analizzare – superiore a quella di un’intera vita di qualsiasi essere umano – essi diventeranno più intelligenti di noi. Ma quella delle macchine è vera intelligenza?
Indubbiamente chi volesse compilare un tema su un argomento che conosce poco resterebbe piacevolmente sorpreso: “Dimmi cosa è successo al Congresso di Vienna”. “Spiegami cosa è il bosone di Higgs”. “Illustra le tematiche principali contenute in Guerra e pace di Tolstoj”. Grazie a Chat GPT domande di questa natura trovano già oggi risposte soddisfacenti, e potranno trovarle ancora di più in futuro con programmi più avanzati. Chiediamo ora a Chat GPT:
D: “Paolo e Giorgio fanno una scommessa. Giorgio scommette 1.000 euro che entro 5 anni una guerra atomica porterà all’estinzione della specie umana. Paolo che questo non avverrà. Alla scadenza del periodo stabilito si incontrano. Chi ha vinto la scommessa?”
R: “Non è possibile determinare chi ha vinto la scommessa senza informazioni aggiuntive. La scommessa riguarda un evento futuro che non può essere verificato in questo momento”.
Testiamo ancora le capacità di ragionamento di Chat GPT:
D: “Il materasso non entrava nel baule. Chi era troppo piccolo?”
R: “Dal tuo messaggio non è chiaro cosa sia troppo piccolo nel contesto del baule e del materasso. Potrebbe essere che il baule sia troppo piccolo per ospitare il materasso, oppure potrebbe essere che il materasso sia troppo grande per entrare nel baule. Ho bisogno di ulteriori dettagli sulle dimensioni del baule e del materasso che stai considerando”.
Ma Chat GPT comprende cosa siano un baule e un materasso? Proviamo a invertire i termini:
D. “Il baule non entrava nel materasso. Chi era troppo piccolo?”
R: “Mi scuso per la mia risposta precedente, ho frainteso la tua domanda. Se il baule non entrava nel materasso, significa che il baule era troppo grande per il materasso. Quindi il materasso era troppo piccolo per il baule”.
L’esperienza è sconcertante. Da un lato sembra di essere di fronte ad un essere umano che ragiona sulla sequenza delle domande, si scusa, esclama. Dall’altro la macchina, pur essendo in grado di spiegare cosa sia il bosone di Higgs, sembra non sapere cosa siano un baule e un materasso. Forse non trova in rete sufficienti casi in cui i materassi devono trovar posto nei bauli. Proviamo allora a cambiare tema:
D. “La bimba non entrava nella culla. Chi era troppo piccola?”
R: “Se la bimba non entrava nella culla, è probabile che fosse lei ad essere troppo piccola. La culla è progettata per adattarsi alle dimensioni di un neonato o di un bambino molto piccolo, quindi se la bimba era ancora troppo piccola o piccolina rispetto alle dimensioni standard, potrebbe non essere stata in grado di entrare nella culla. In tal caso, potrebbe essere necessario cercare una culla più piccola o adattare l’attuale culla alle sue dimensioni (sic)”. È evidente che il computer non “sa” nulla degli oggetti a cui si riferisce. In assenza di questo sapere non riesce a evitare evidenti assurdità. Siamo di fronte ad un gioco di prestigio riuscito anche male.
Chiarito questo punto possiamo affrontare alcune questioni decisive. Anzitutto questo battage pubblicitario, accompagnato da allarmi provenienti anche da ambienti che queste tecnologie conoscono bene sul fatto che presto saremo soppiantati dalle macchine, è privo di senso. Certo, progressi saranno sicuramente compiuti: i dati forniti dagli utenti saranno infatti decisivi per il miglioramento di questi algoritmi e forse tra qualche tempo Chat GPT riuscirà ad evitare errori macroscopici. Ma saranno sempre e solo l’attività e il pensiero umano – cioè il lavoro dei tecnici e di tutti noi che utilizziamo il programma – a consentire alle macchine di funzionare in modo più affidabile. Infatti, se i programmi di IA in molti campi possono assolvere compiti impossibili per qualsiasi essere umano, ma non sono in grado di rispondere sensatamente a domande così banali, è perché lo scarto tra una capacità specifica (come quella di giocare a Go, a scacchi, analizzare montagne di dati e ora comporre un testo privo di errori di sintassi) e il pensiero umano è incolmabile. Non siamo cioè in grado di produrre sistemi veramente dotati di pensiero (di arrivare cioè a quella che i ricercatori chiamano Intelligenza Artificiale Generale), né qualcuno sa come quest’obiettivo, a cui tendono le ricerche nel campo, possa essere raggiunto. Questo perché il pensiero umano funziona sulla base di affetti e immagini, la cui matrice è in quella che Massimo Fagioli ha chiamato “capacità di immaginare”. Il computer invece, non avendo né vita né corpo, non solo non può avere tale capacità, ma non riesce nemmeno a dotarsi di una rappresentazione di un materasso che entra in un baule, o di una bimba in una culla. Esso rimane una macchina dotata di potentissime capacità di calcolo, ma priva di pensiero.
Va ricordato che l’approccio statistico-probilistico di Chat GPT è comune a tutti i sistemi di intelligenza artificiale basati sui big data. Così come Chat GPT cerca di indovinare, grazie alle regolarità statistiche, le sequenze di parole e frasi, l’IA può essere impiegata per prevedere quando un macchinario potrebbe guastarsi, come anche dove possano comparire comportamenti sociali fuori dalla norma. Si profila la possibilità di utilizzare l’IA anche in campo giudiziario, poliziesco, economico, accompagnando o sostituendo scelte di funzionari, giudici e professionisti quali quella di concedere o meno un prestito, assumere un lavoratore, valutare la pericolosità di un individuo, pattugliare alcune aree urbane e non altre per prevenire crimini.
Le pressioni in questa direzione sono fortissime, sia per gli interessi dei grandi gruppi che dominano queste tecnologie e che vogliono fondare sull’automazione una nuova fase dello sviluppo umano, sia per la fiducia nella maggiore razionalità delle scelte affidate alle macchine, piuttosto che agli esseri umani. Torna, su basi diverse, il mito della “società automatica” dell’economista von Hayek, mito che è stato alla base del progetto neoliberista di sottrarre poteri al settore pubblico, per affidarli agli automatismi del libero mercato. Purtroppo, accanto agli indubbi benefici che si registrano in campo industriale – dove ad esempio è possibile programmare interventi di manutenzione preventiva rendendo molto più affidabili motori e impianti produttivi – in campo sociale l’impiego dell’IA presenta difetti e distorsioni gravissime. Prevedere il guasto di un macchinario, o un comportamento individuale socialmente dannoso, è uguale per una macchina priva di pensiero, o anche ai fini del profitto capitalistico, ma non è certo la stessa cosa. L’evento, in entrambi i casi, è “previsto” sulla base di regolarità come rilevate dai dati, ma in campo sociale, al di là della dubbia affidabilità e della scarsa trasparenza di questi programmi, l’individuo può risultare penalizzato come conseguenza di valutazioni probabilistiche attinenti al suo gruppo di appartenenza o di presupposti impliciti nel modo in cui i dati sono raccolti. Per portare un esempio molto semplice, anche se fosse vero che, in media, un ragazzo proveniente da una famiglia povera e che vive in un quartiere disagiato ha meno probabilità di diventare uno studente modello, di restituire un prestito, o meno attitudine alla fedeltà aziendale, rendergli la vita più difficile di quanto per lui già non sia è una scelta priva di ogni giustificazione. La letteratura su questo è ormai vastissima: le decisioni basate sull’impiego di sistemi di IA sono «costitutivamente discriminatorie e, in alcuni ambiti, lesive di diritti legalmente tutelati». (D. Tafani, L’«etica» come specchietto per le allodole. Sistemi di intelligenza artificiale e violazione dei diritti v. qui).
Per concludere, come già notava Gramsci in Americanismo e fordismo, la società industriale richiede che si formi un tipo umano particolare, razionale e dai comportamenti prevedibili. Oggi quest’obiettivo della perfetta prevedibilità può modellare ancora più radicalmente il corpo sociale, risultando particolarmente pericoloso per le nostre libertà (rimane imprescindibile su questo S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss Univ. Press 2019). Come detto, infatti, da un lato i big data costituiscono la materia prima necessaria per qualsiasi sviluppo dell’intelligenza artificiale, dall’altro quest’ultima rende utilizzabili una mole di informazioni impressionante, che crescerà in modo esponenziale. Nessun ambito della nostra vita sarà esente da lasciare qualche traccia da cui estrarre informazioni. Anche sul piano internazionale, il conflitto in corso tra Stati Uniti e Cina si gioca in gran parte sui microchip a maggiore capacità di calcolo (A. Ventura, L’invasione dell’Ucraina e la crisi del neoliberismo. Due facce della stessa medaglia): il potere che deriva dal controllo di queste tecnologie, infatti, è immenso, avendo riflessi sul piano militare, industriale, politico, informativo. Infine le capacità di calcolo necessarie e per trattare questa mole di informazioni, e generare progressi nell’IA, sono tali che solo un pugno di società, legate agli apparati statali americani e cinesi, può aspirare a competere nel settore. Gli esiti di questa competizione, e come saranno indirizzate le potenzialità di queste tecnologie, avranno ripercussioni profondissime su chi eserciterà il potere nel prossimo futuro, su quale modello di società potrà affermarsi e su quali diritti saranno garantiti. Per quanto riguarda il conflitto sociale, esso ormai verte non solo, come nel secolo scorso, sulla questione del lavoro e su come distribuire i benefici degli avanzamenti tecnologici: sono sul tappeto questioni attinenti al funzionamento del pensiero umano, alla razionalità e agli ambiti in cui il calcolo e la logica massimizzante risultano appropriati. Il capitalismo non è mai stato così potente, né ha mai portato una sfida così radicale all’identità umana. Oggi esso cerca di appropriarsi a fini di profitto non solo del lavoro, ma anche del pensiero umano. La risposta, a partire dalla ricerca attorno a quest’ultimo, dev’essere altrettanto radicale.
Si riaffacciano, periodicamente, in Italia, le tentazioni presidenzialiste. Uno degli argomenti su cui si fa leva è quello per cui l’elezione diretta del presidente della Repubblica, renderebbe il sistema più democratico.
Vale però la pena di affrontare il tema con attenzione, per verificare se davvero il presidenzialismo sia un modello che si prospetta, nel futuro, come evoluzione naturale della democrazia, o se invece al contrario sia un relitto del passato, un attrezzo desueto e poco funzionale.
Si può cominciare con il ricordare che la riflessione sulle forme di democrazia è immediatamente accompagnata dall’esigenza di frammentare la concentrazione del potere in un solo individuo.
Il principio di separazione dei tre poteri dello Stato risale al ‘700, a Montesquieu, che scrivendo dello spirito delle leggi, affermava come ogni funzione statale (legislativa, amministrativa e giudiziaria) debba essere esercitata da organi diversi, in modo che “il potere arresti il potere”.
Oltrepassate le soglie del nuovo millennio, occorre però chiedersi, se davvero i poteri da tenere separati siano solo tre. E conviene particolarmente chiederselo, nel momento in cui sono ancora vive nella memoria le immagini dei tristi fatti del gennaio 2021, quando i manifestanti pro Trump assalirono il congresso degli Usa per cercare di impedire la transizione presidenziale, e dell’8 gennaio del 2023, con i tumulti di Brasilia.
Rileggendo a mente fredda quei fatti, ci si accorge del principale problema del sistema presidenziale. Manca un arbitro che sia al di sopra delle parti, il cui unico compito sia quello di far rispettare le regole. Quando Trump annunciava che non avrebbe lasciato il potere, nessuno, sopra di lui, poteva richiamarlo all’ordine. Il presidente americano è capo dell’esercito (Commander in Chief), è vertice delle istituzioni, ed è anche il capo del governo, quindi non ha nessuno sopra di lui.
Si comprende allora come, in una democrazia matura, vi sia un ulteriore, fondamentale potere, che merita riconoscimento e tutela, ed è il potere attribuito agli organi deputati al mero rispetto delle regole costituzionali. In termini teorici, si può discutere se questo sia un quarto potere, se sia la somma di tutti gli altri, se sia un potere neutro o meno, così come si discute se il bianco sia un colore, o la compresenza di tutti i colori.
Le riflessioni sulla democrazia matura, per cui potremmo recuperare la definizione di Isonomia (di matrice ateniese), mirano a tracciare un percorso evolutivo: ridurre lo spazio del potere, inteso come scelta arbitraria, per sottomettere ogni, pur minimo, potere, alla regola. E quindi comprimere, bilanciare, frammentare, controllare e regolamentare ogni forma di potere, pubblico o privato, fino a togliergli la caratteristica di potere per far emergere l’essenza di funzione.
La democrazia matura è quindi l’era politica in cui la Regola, democraticamente generata, nel compromesso, nella tutela delle minoranze, nel principio di partecipazione, prevale sull’esercizio arbitrario del potere. Dall’era del predominio della regola sull’arbitrio, nasce il quarto potere. Ciò che rileva è che questo ruolo di garanzia e di vigilanza è essenziale nella democrazia moderna, perché la garantisce nella sua sopravvivenza.
La repubblica presidenziale, tradizionalmente auspicata dalla destra italiana, è invece articolata sui tre poteri canonici. Al presidente della Repubblica, eletto direttamente dal popolo, è attribuito sia il ruolo di vertice dell’Istituzione, che in Italia oggi è svolto dal presidente della Repubblica, sia il ruolo di capo del governo. Introdurre il presidenzialismo in Italia significa quindi eliminare la figura del presidente della Repubblica come la conosciamo noi, di soggetto sopra le parti. Il premier assumerebbe entrambi i ruoli.
Questa semplice considerazione permette di capire perché si tratta di un arretramento. In Italia il presidente della Repubblica è espressione del quarto potere, così come lo sono i presidenti delle Camere, le molteplici autorità indipendenti, i garanti etc. Questi soggetti non hanno solo un ruolo di garanzia, non sono solo àrbitri del rispetto delle regole. Essi incarnano l’Istituzione. L’attuale presidente della Repubblica agisce e deve agire per il bene della collettività nel suo insieme, senza favorire una parte politica. Storicamente questo ruolo sopra le parti è stato interpretato con grande dignità dai presidenti che si sono alternati: Pertini, Scalfaro, Ciampi, Napolitano, Mattarella. Ciascuno di loro si è anche esposto a critiche, ma non può non emergere il senso complessivo di una funzione rilevante, che è cresciuta nel corso del tempo, l’autorevolezza che deriva dal parlare per l’Istituzione e non per la maggioranza temporaneamente al governo. Ed un effetto simile si è avuto per altre analoghe figure di rilievo (si pensi alla presidente Marta Cartabia della Corte costituzionale).
Prendere il presidente della Repubblica e gettarlo nella mischia di maggioranza e minoranza, costringerlo all’attività spicciola e quotidiana di governo, all’imposizione di tasse ed alle dichiarazioni polemiche contro gli avversari, non sarebbe un progresso. Sarebbe invece una lesione della sua alta dignità. Non è un caso che le figure più rispettate ed amate della politica italiana abbiano rivestito questo ruolo. È un ruolo che migliora la personalità politica: chi si sente chiamato ad essere migliore, spesso lo diventa. Ma ciò che più conta è che sulla dignità di questo ruolo riposa anche una parte della residua capacità degli italiani di identificarsi con la Repubblica. Ciò non significa svilire il ruolo dei politici che si prestano all’attività di governo quotidiana. Tuttavia essi devono sapere che a loro saranno attribuiti pochi meriti, e tutte le disgrazie. Essi hanno anche una funzione di capro espiatorio. Nel frattempo, sopra le parti, a vegliare sulla Repubblica, i cittadini vogliono che vi sia qualcuno che è fuori dall’agone politico, e che è capace di intervenire per stimolare e correggere, per arginare le intemperanze della maggioranza a difesa delle minoranze, per trovare difficili mediazioni nei frangenti più neri. Fondere in una sola figura il ruolo di presidente della Repubblica e quello di presidente del Consiglio, o attribuire ruoli di governo attivo al presidente della Repubblica, non solo non aggiungerebbe nulla, ma sopprimerebbe il ruolo di vigilanza e, ciò che è perfino peggio, la percezione popolare di un garante, che si fa portatore dell’idea stessa della Repubblica. Non è un ruolo da poco. Sarebbe saggio evitare di rinunciarvi.
L’autore: Pietro Adami è avvocato e fa parte dell’associazione Giuristi democratici
Nella foto: Riforme istituzionali, confronto del presidente Meloni con le opposizioni, Roma, 9 maggio 2023
La sconfitta è netta, per più di un motivo. Non c’è solo quel sonoro 6 a 1 che dice chiaramente le proporzioni: l’unica vittoria del Pd (Vicenza) è quella di un sindaco che con la “svolta” di Elly Schlein c’entra molto poco. Giacomo Possamai è una trentatreenne fieramente moderato e vicinissimo a Enrico Letta che non ha voluto i “big” del partito (vecchi e nuovi) per la sua campagna elettorale. C’è un altro dato: il Partito democratico e il centrosinistra hanno perso il tocco magico nei ballottaggi in cui spesso la spuntava. Tanto da indurre la destra a ipotizzare di eliminarli dal meccanismo elettorale.
L’onda della destra è forte e chiara. Inutile nasconderlo. È un vento che spira in tutta Europa e che potrebbe cambiare gli equilibri alle prossime europee se Ppe e Conservatori troveranno l’accordo. Elly Schlein ci mette la faccia: «è una sconfitta netta», dice, «ci vuole tempo per costruire una sinistra vincente e il fatto che il Pd sia il primo partito nel voto di lista non può essere una consolazione». Inevitabilmente ora le salteranno al collo. Lo farà la destra (sta nelle regole d’ingaggio della tenzone politica) e lo stanno facendo stamattina i giornali vicini al cosiddetto Terzo polo e al Movimento 5 Stelle. Qui sta la debolezza dell’aspirante centrosinistra: non esiste. Quando Schlein dice che «il Pd da solo non ce la fa» non si riferisce solo a una questione meramente matematica: il “campo largo” che sognava Letta si è infeltrito ed è diventato un arcipelago di isole che non vogliono ponti.
Il cosiddetto Terzo polo e il Movimento 5 Stelle hanno collezionato risultati pessimi, in alcune città quasi inquietanti, ma sono riusciti a ritagliarsi una posizione comoda: colpa di Elly. Nei tempi brevi non c’è nessuna voglia di organizzare un’opposizione degna di questo nome in Parlamento e qui fuori. La paura di farsi logorare da qualche alleato è più forte di qualsiasi senso di responsabilità. E la destra, com’è normale che sia, vince. Ma se è vero che nella strategia del cosiddetto Terzo polo la segretaria del Partito democratico è un elemento disturbante non si capisce cosa ci guadagnino Giuseppe Conte e Schlein nel guardarsi in cagnesco. Anzi, ci guadagnano la speranza di limare qualche voto che non serve a niente e a nessuno.
Due mesi sono troppo poco per aspettarsi un cambiamento di rotta dalla nuova segreteria ma Elly Schlein una rotta la deve indicare il prima possibile. L'”effetto Schlein” non durerà per sempre, sicuramente non fino alle prossime elezioni europee. È vero che il partito è salito nei sondaggi ma manca la risposta alla domanda chiave: “come faremo a vincere?”, chiedono gli iscritti e gli elettori. Ci sono due possibilità: aspettare che passi l’onda della destra (è la soluzione più facile) oppure fare e organizzare l’opposizione.
Buon martedì.
Nella foto: Elly Schlein, frame del video sul commento sui risultati alle amministrative
Con Claudia e Silvia Pinelli ci incontriamo a Milano. Volevo che mi aiutassero a raccontare il quartiere in cui ho sempre vissuto e in cui loro hanno trascorso gli anni dell’infanzia. Il quartiere è quello di Piazzale Selinunte e delle vie adiacenti. È il quartiere di Milano con la maggior densità di edilizia popolare. È un quartiere che negli ultimi anni è stato raccontato molto, nel suo aspetto folkloristico ma non nel suo cuore intimo.
A Piazzale Segesta vicino alla scuola francese c’è un pezzo di prato. Lì il comune di Milano ha dedicato un albero a Pino Pinelli. Per uno degli strani scherzi del destino, quell’albero e quella targa sono a poca distanza dall’abitazione della moglie del commissario Luigi Calabresi.
Sulla targa è inciso “Albero dedicato a Giuseppe Pinelli, ferroviere, anarchico, partigiano”. Più in basso “18esima vittima innocente in seguito alla Strage di Piazza Fontana”. Ancora più sotto “A 50 anni dalla tragica morte in suo ricordo nel quartiere in cui abitò”. In alto a sinistra c’è lo stemma del Comune di Milano, a destra un logo e la scritta “Milano è memoria”.
Chiedo la storia di questa targa mentre Pietro Masturzo che nel 2010 ha vinto il World Press Photo è con me. È intento alle riprese per un documentario a venire sul quartiere. Pietro di tutto questo racconto sarà l’uomo ombra, presente ma silenzioso.
È Silvia a rispondermi.
Mi raccontate la storia di questa di questa targa? Perché è stata messa qua e quando?
Il comune di Milano ha voluto questa targa ed è molto importante, perché ci sono voluti ben cinquanta anni affinché il Comune si ricordasse di Giuseppe Pinelli. C’è un cippo come si può vedere e c’è una quercia. La quercia rossa è stata una richiesta nostra, perché ha radici molto profonde, un tronco largo e rami che si espandono verso il cielo.
Quand’ero ragazzino andavo alla scuola media di via Fogazzaro. Adesso è stata abbattuta, il terreno è totalmente occupato dalla scuola francese. Voi dove andavate a scuola?
Claudia: Noi andavamo alla scuola elementare di via Paravia, dopo la morte di nostro padre abbiamo cambiato scuola e abbiamo frequentato elementari e medie dall’altra parte della città, al Trotter, in viale Monza. La proposta dell’albero per Pino è arrivata da noi dopo un incontro con il Comune in preparazione al cinquantesimo anniversario. Io ero appena andata in Armenia. Per ricordare un giornalista di origine armena ucciso ad Istanbul hanno piantato mille alberi per ogni anno di vita. Oggi c’è una foresta di 53mila piante. Da qui la proposta di dedicare un albero a Giuseppe Pinelli. È un atto molto importante perché oltre a essere il primo gesto del Comune di Milano a ricordo di Pino è una restituzione di vita nel quartiere in cui ha vissuto. Noi abitavamo in via Preneste successivamente in via Morgantini.
Il quadrilatero che ha come cuore piazza Selinunte è stato il vostro quartiere. Alle elementari andavate come me alla scuola di via Paravia?
Silvia: Eh beh, sì.
Avremmo potuto vederci e conoscerci.
Claudia: All’epoca se non ricordo male c’erano classi femminili e classi maschili.
Voi venivate qui a giocare qualche volta.
Claudia: No assolutamente.
Silvia: Giocavamo nei cortili.
Claudia: Avevamo il cortile, anche perché nostra madre Licia lavorava da casa. Trascriveva a macchina le tesi di laurea e i lavori dei professori universitari. Aveva l’esigenza di tenerci sotto controllo. La domenica qualche volta si andava all’oratorio insieme alle amichette del cortile.
Adesso non si vedono molti bambini in giro.
Silvia: Questo è un quartiere molto popolare. È cambiato il tipo di abitanti, una volta erano operai. Era il quartiere del sottoproletariato. Mi ricordo che andavamo sempre a casa di questo signore che faceva i materassi. Una volta facevano i materassi di lana, li cardavano.
Erano i mestieri di un mondo antico.
Silvia: La vita era nei cortili durante il periodo estivo, se no eravamo sempre a casa di uno o dell’altro a giocare.
Il gioco nei cortili lo ricordo bene. Si creavano le bande che poi si scontravano.
Claudia: C’era una rivalità tra cortile, con la portinaia che ti sgridava se andavi nel cortile dove avevi abitato fino a poco tempo prima per giocare con i tuoi amici. Le portinaie erano delle figure importanti, dettavano legge, ordine e disciplina all’interno del cortile. Scaduto l’orario tutti a casa.
Andrei in via Micene. Sotto la targa ufficiale che indica la via c’è un’altra targa che ricorda il vostro papà.
Claudia. Sì messa recentemente.
Quando l’ho vista mi sono commosso. Vostra mamma Licia battendo le tesi vedeva passare testi di diverso genere. Era una donna di cultura?
Claudia: Diciamo che entrambi erano persone di grande cultura, senza aver potuto continuare degli studi regolari. Perché dovevano aiutare economicamente la famiglia. Il fatto che non abbiano mai rinunciato però alla loro formazione, e abbiano continuato a leggere e studiare fa la differenza. Persone che si sono fatte trascrivere da nostra madre le tesi di laurea mi hanno detto che era bellissimo il rapporto di scambio che si creava. Perché si discuteva di quello che avevano scritto. Non trascriveva e basta, c’era poi tutta un’elaborazione. Il lavoro era lungo perché dovevano essere “battuti a macchina” dei manoscritti di cui venivano fatte cinque copie, con la carta carbone. C’era la discussione sul contenuto, sulla forma e sulla lingua. Quando Licia è rimasta incinta di mia sorella Silvia, che ha solo un anno più di me, la ditta per cui lavorava l’ha licenziata. È stato un momento di difficoltà ma i nostri genitori non si sono persi d’animo. Pino aveva vinto il concorso e lavorava in ferrovia, e lei ha continuato a lavorare come dattilografa da casa. Una copisteria ha cominciato a passarle del lavoro e poi ha funzionato il passaparola. Non erano ricchi, ma potevano vivere dignitosamente. Vivevano del loro lavoro.
Appartenevano alla generazione dei miei genitori, che si sono rimboccati le maniche e sono riusciti a educare i figli, a dargli una casa.
Claudia: È stato anche Il lavoro di Licia che ha permesso loro di ampliare i propri orizzonti e avere una casa aperta al mondo. Non è stato solo Pino, che era una persona estremamente dinamica e estroversa impegnata a livello politico e sociale anche come sindacalista, oltre che come militante anarchico, che portava il mondo a casa. Entravano anche tutti questi studenti e assistenti universitari con cui si discuteva del mondo, di quello che avveniva, di come si poteva agire in quegli anni di speranza, di profondi cambiamenti sociali.
Voi in quegli anni in qualche modo avete assorbito questa atmosfera di incontri, di socializzazione.
Claudia: Assolutamente sì.
Silvia: Avevamo una casa talmente piccola che era tutto concentrato lì, ed era il nostro mondo, una casa sempre molto viva. Il fatto che mia mamma copiava a macchina le tesi le ha permesso di farsi una cultura generale su tante cose. Me ne accorgo anche quando parlo con lei.
La vostra mamma c’è ancora?
Silvia: Ha novantacinque anni.
Claudia: Sì c’è ancora. Tocca tutti i legni che trovi per scaramanzia, perché per il momento sta bene ed è lucida.
Avrebbe voglia di parlare con noi?
Claudia. No, assolutamente, ma proprio nella maniera più assoluta. Non ti lascio neanche uno spiraglio.
Silvia: Non con voi, in generale.
Lei ha deciso che non avrebbe parlato?
Claudia: Lei ha fatto tutto. Dopodiché a novantacinque anni ha anche il diritto di fermarsi.
C’è anche un discorso caratteriale. Licia ha sempre vissuto con estrema fatica il dover diventare un personaggio pubblico, partecipare e rilasciare interviste. Nel momento in cui ha scritto con Piero Scaramucci il libro Una storia quasi soltanto miaha detto “Questa è la mia testimonianza. È quello che rimarrà”. Qualche altro intervento l’ha fatto. Però adesso veramente, va troppo in ansia. C’è l’ultima intervista rilasciata nel 2019 e c’è stata male. Allora perché?
Invece dell’intervista datele un bacio da parte mia.
Claudia. Assolutamente.
Il resto della passeggiata sarà solo con Claudia e con Pietro. Silvia deve lasciarci per un impegno. Claudia continua il suo racconto.
Per moltissimi anni non sono venuta in questo quartiere. La nostra vita è andata altrove. Quando avevo circa quindici anni ci siamo trasferite sempre in una casa popolare, ma in Porta Romana. Quindi questo quartiere è diventato lontano, lontano dalla nostra vita, dai nostri interessi, lontano dalla scuola. Comunque dopo la morte di Pino il quartiere lo frequentavamo già poco. Perché cambiando scuola e andando dall’altra parte della città, in viale Monza alla Casa del Sole, che era a tempo pieno, quando tornavamo a casa erano almeno le cinque e mezza del pomeriggio e d’inverno era buio e ti chiudevi in casa, non c’era più tempo per giocare in cortile. La nostra vita è cambiata. Non c’era più quella porta di casa spalancata ad accogliere chiunque come prima.
Di quel periodo ho delle immagini. Mio padre lavorava all’ufficio contravvenzioni, in piazza Beccaria, a pochi passi da piazza Fontana. Quello che ricordo dell’esplosione alla Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, è mio padre che torna pienodi angoscia dicendo: «Ho visto vetri, ho visto sangue». Ricordo lui che mangia davanti al televisore ed ascolta il telegiornale impietrito.
Claudia ascolta con interesse questi frammenti di memoria.
Una volta ho letto che tuo padre aveva avuto un malore attivo e per questo era precipitato dalla questura.
È la sentenza del giudice Gerardo D’Ambrosio.
La formula malore attivo mi sembra un’idiozia assoluta, che va al di là di qualsiasi possibile buonsenso.
Diciamo che quella è stata una interpretazione di altri dopo la lettura della sentenza. Il giudice D’Ambrosio non usa questo termine. Nella sentenza esclude il suicidio, esclude però anche l’omicidio e attribuisce la morte di Pino a un possibile malore, causato da tre giorni di fermo illegale, dalle privazioni di cibo, di sonno, e altro ancora. Presumibilmente si è sentito male secondo il giudice, quindi avrebbe dovuto accasciarsi e invece, mentre era in corso l’ennesimo interrogatorio con almeno cinque funzionari di polizia presenti in quella piccola stanza al quarto piano, è precipitato dalla finestra schiantandosi nel cortile della questura. Per il giudice D’Ambrosio il malore ha comportato un’alterazione del centro di equilibrio che ha comportato uno spostamento del baricentro che ha provocato il volo dalla finestra. L’unico caso di “malore attivo” della storia della medicina legale.
Claudia senza completare la frase aggiunge qualcosa che esprime bene il suo pensiero.
L’unico che invece di accasciarsi avendo un malore…
Tu cosa ne pensi di questo?
Che il giudice D’Ambrosio doveva chiudere, archiviare, perché altrimenti avrebbe messo a rischio la sua carriera.
Quindi quella del giudice D’Ambrosio è stata una conclusione di comodo?
Diciamo che l’unica volta che ho incontrato il giudice D’Ambrosio mi ha detto “Mi devo giustificare con lei”. Erano passati quaranta anni. Avrebbe dovuto farlo con mia madre guardandola negli occhi. “Ho fatto quello che ho potuto” mi ha detto. “Non ho potuto usare né polizia né carabinieri. Sono stato l’unico magistrato a uscire sul luogo dove è morto suo padre”. Quando muore qualcuno il magistrato di turno deve uscire immediatamente. Non è uscito nessuno.
Era lui il magistrato di turno in quell momento?
No, lui riceve l’incarico dal procuratore generale Luigi Bianchi d’Espinosa, che accoglie la denuncia presentata dalla nostra famiglia tramite l’avvocato Carlo Smuraglia. Il giudice D’Ambrosio fa i rilevamenti nel cortile della questura, e delle prove di caduta con un manichino che fa costruire da Carlo Rambaldi, quello che ha costruito ET. Che riproduce la corporatura, la statura di mio padre, e sembra che non riescano ad arrivare a delle conclusioni certe con questo. Nel frattempo gli viene sottratta l’inchiesta su piazza Fontana che è molto più consistente, e che gli interessava sicuramente di più, e chiude l’inchiesta sulla morte di Pino dopo tre anni, con quella sentenza che archivia il caso. Non è suicidio non è omicidio, sarà stato un malore. Il che comporterebbe che tutti i presenti nella stanza e in questura quella notte hanno mentito. Hanno mentito quelli che hanno parlato di raptus, di “suicidio” al grido “È la fine dell’anarchia”. Ha mentito l’agente che dice che gli è rimasta una scarpa in mano nel tentative di fermarlo, ma le aveva entrambi ai piedi quando è precipitato. Hanno mentito tutti. E quindi? Non succede nulla, non succede assolutamente nulla.
Tu fai una scelta diversa da quella di tua madre. Continui ad affrontare la fatica della testimonianza.
Beh, diciamo la necessità della testimonianza. Perché nella nostra storia in troppi mettono le mani cercando di trasformarla in altro, di addomesticarla. Ci sono stati dei passaggi in questi anni che sono stati assolutamente importanti, come l’incontro istituzionale il 9 maggio 2009 con l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Cosa succede?
In occasione della Giornata della Memoria per le vittime del terrorismo e delle stragi, riceviamo un invito da parte del Quirinale e veniamo informate che il presidente della Repubblica in quell’occasione avrebbe riconosciuto Giuseppe Pinelli come diciottesima vittima innocente della strage di Piazza Fontana. Mia madre sorprendentemente vuole esserci. Quindi partiamo per Roma sostenendo le spese del viaggio aereo. Perché non riceviamo neanche un rimborso spese. È stato un momento comunque estremamente importante per tutte noi e soprattutto per Licia. Nel 2009 aveva ottantun anni, ne aveva quarantuno quando Pino morì, sono dovuti passare quaranta anni per poter ascoltare parole di giustizia pronunciate dalla più alta carica dello Stato. “Rispetto e omaggio per la figura di un innocente Giuseppe Pinelli, vittima due volte di infondati sospetti e di un’assurda fine”. È stata una giornata importante ed emozionante anche perché per la prima volta incontriamo i familiari delle vittime di piazza Fontana che non avevamo mai incontrato prima. Come si può trasformare un atto così significativo?
Si potrebbe trasformare in qualcosa che porta a un riconoscimento di verità oppure arenarsi all’istante in cui le vedove del ferroviere e del commissario si sono strette le mani, vivendolo come il momento in cui il passato si cancella e si passa oltre. Si è parlato in quell’occasione di memoria condivisa, di pacificazione, ecco, non per noi, noi aspettiamo ancora la verità.
Una volta da ragazzino bevvi un bicchiere di vino nel bar che Pietro Valpreda aveva aperto in corso Garibaldi a Milano. Lo versò lui. Il suo viso era fermo, si leggeva dolore. Non parlammo. Credo che quell’uomo abbia veramente sofferto tantissimo. Ci sono state delle vite spezzate dalla morte o dall’impossibilità di continuare nel proprio percorso. Noi uscivamo da questo cancello. Te lo ricordi?
Siamo davanti all’ingresso principale della scuola elementare di via Paravia.
No, sinceramente no. Non lo ricordavo.
Uscivamo da questo cancello, da quei gradoni.
Devo dire che i miei ricordi sono diventati un po’ selettivi.
Che cosa ricordi di quegli anni?
Sai cosa mi è tornato in mente rivedendo la scuola? Adesso mi viene da ridere. Che Pino venendoci a prendere un giorno disegnò una “A” cerchiata con un gessetto viola su questo muretto. Il giorno dopo è venuta a prenderci Licia. E mentre era con le altre mamme io indico alle mie compagne il segno sul muretto dicendo “Questo l’ha fatto mio papà”. E mia madre mi strattona e ci dice “Via, andate a giocare”.
Comunque bellissimo. Sì mi hai fatto ricordare questa “A” cerchiata fatta da Pino con il gessetto. Dai sono contenta. Rivedo ancora l’imbarazzo di Licia.
Le mamme hanno sempre hanno un altro approccio.
Loro avevano sicuramente dei valori comuni. Però quanto è sempre stata riservata Licia così è sempre stato estroverso Pino, anche giocherellone. Pino era estremamente comunicativo e vedeva il buono in tutti. A Licia invece non è che piacessero proprio tutti quelli che passavano da casa.
In via Paravia c’è sempre stato il mercato rionale. In via Zamagna invece c’è il mercato delle povere cose.
Sai che cosa mi ricordo?! Che io e mia sorella andavamo a scuola con un’amichetta. Ogni tanto c’era un nebbione tale che se eravamo sui lati opposti del marciapiede non riuscivamo a vederci e dovevamo chiamarci.
La nebbia adesso non c’è più. Ma continuiamo a passeggiare. Non rimaniamo sul marciapiede. Con la carrozzina a volte riesci a salire ma quando devi scendere non puoi perché non ci sono scivoli. Ricordo che con il mio papà, che non è mai stato un bravo guidatore, andavamo a trovare a Baggio dei parenti e spesso ci perdevamo al Quartiere degli Olmi. Perché c’era una nebbia che non vedevi a un metro da te.
Era da tempo che non pensavo alla nebbia e al fatto che andavamo a scuola da sole.
Io andavo da scuola da solo o accompagnato da mio fratello. È più grande e mi proteggeva. Inizialmente pensavo di non chiedertelo, ma poi ho visto che tu ne hai discusso sulla tua pagina Facebook. Cosa ne pensi della vicenda Cospito?
Io penso che stia subendo una pena sproporzionata e penso che qualsiasi sia il reato commesso non debba essere lasciato morire, e che non può che mettere in gioco il suo corpo, sé stesso per denunciare la tortura a cui è sottoposto. Uno che decide di portare avanti uno sciopero della fame in questo modo è perché comunque in quelle condizioni non c’è una vita (Cospito ha sospeso lo sciopero della fame il 19 aprile Ndr).
Scenderei da qui perché non vedo scivoli.
Ma ce la fai?
Sì un saltino così è fattibile.
Davvero? Sei bravissimo.
Là dove abitavamo hanno messo una targa (ma) da diversi anni, almeno una ventina. Magari andiamo là prima.
Adesso prendo la rincorsa e faccio un salto.
Sono ammirata.
È una questione di sopravvivenza. Non c’è nessuna, nessuna abilità. Sono d’accordo con le tue parole. Pena esagerata per Cospito. Ancora prima della messa in discussione del 41 bis c’è una pena esagerata che sa molto di vendetta.
Che sa di vendetta. Esatto.
Nordio ha firmato la conferma del 41 bis. Ma a volte lo Stato se vuole essere veramente laico dovrebbe anteporre criteri di umanità.
C’è chi difende questa pena che io ritengo iniqua sbandierando che il 41 bis l’ha voluto il giudice Falcone per cui non si tocca, ma dovrebbe ricordare che il 41 bis era un istituto assolutamente provvisorio ed eccezionale destinato ai mafiosi, ed è diventato permanente e comminato a chiunque. Sono passati trent’anni e ancora manteniamo leggi eccezionali che contrastano I dettami della Costituzione. Il che equipara il nostro Paese a un Paese dittatoriale.
Per la libertà di stampa l’Italia è al centocinquantesimo posto.
Davanti a via Preneste Claudia ci mostra dove abitava.
Quindi questo era il tuo cortile?
Sì, diciamo che questi erano i nostri cortili. Prima abitavamo al quattro, però erano solo due locali con quattro piani da fare a piedi perché era l’ultimo piano. Mi ricordo quasi meglio questa casa dell’altra. E poi siamo passati al due. Non riesco a ricordare quale fosse la scala.
Sei mai tornata nel tuo appartamento a vederlo?
Non abbiamo mai avuto questa esigenza. Ho delle immagini del funerale di Pino ricostruite con foto e racconti perché io non c’ero. Qui davanti sono arrivate circa tremila persone, la gente era affacciata alle finestre delle palazzine, ma c’erano i vicini, I parenti, i compagni, gli amici, anche poeti come Fortini e Raboni, in un quartiere assediato dalla polizia. in quel momento di paura, di angoscia, quando le versioni che passavano erano solo quelle ufficiali, essere presenti al funerale di Pino è stato un atto di coraggio con la polizia che ha schedato praticamente tutti quelli che hanno partecipato al funerale. Si dovevano mostrare i documenti per riuscire ad arrivare qui, e comunque la polizia fece in modo con blocchi stradali e delle cariche che non si arrivasse al cimitero. Ci arrivano in pochissimi.
Per quale necessità le cariche di alleggerimento?
Torna a quel momento. È scoppiata la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura che ha provocato morti e feriti in piazza Fontana. Si ha paura, siamo nel pieno della strategia della tensione. Si teme il colpo di Stato. I sindacati si riuniscono per tre giorni e per tre notti. Decidono lo sciopero generale per il giorno dei funerali delle vittime della strage. Questo permette a migliaia di persone di partecipare ai funerali delle vittime della strage dando un segnale molto forte di presenza attiva, tanto che non venne decretato lo stato di emergenza. Ma per la questura i colpevoli sono gli anarchici. Viene arrestato Pietro Valpreda il 15 dicembre. Nella notte tra il 15 e il 16 dicembre mio padre, fermato con tanti altri solo per la sua appartenenza politica, trattenuto illegalmente per oltre 72 ore, muore precipitando da una finestra della questura. Si schianta nel corso di un interrogatorio. “Suicidio a dimostrazione della colpevolezza” è la prima e menzognera versione del questore di Milano Marcello Guida che viene ripresa da tutti gli organi di informazione. Si ha paura. C’è un sacco di gente che dorme fuori di casa. Si ha paura.
Questo depone ancora di più sul coraggio di quelle tremila persone che erano presenti. Stanno ritirando fuori la paura degli anarchici?
Diciamo che non penso che la storia si ripeta uguale a sé stessa ma determinati meccanismi sì. Quelli di colpevolizzazione del dissenso, quello del capro espiatorio, quello di distrazione con colpevoli precostituiti. Quindi bisogna imparare dalla storia a riconoscere questi meccanismi. Per questo è importante conservare la memoria.
Mi sembri una donna molto lucida.
Beh speriamo ancora per qualche anno, grazie.
Scoppia in una risata cristallina.
Quanto ti è costata questa presa di coscienza?
Beh, tanto, tantissimo. Ma anche perché non è arrivata subito.
Subito sei travolta. Tutta la tua vita si schianta in quel cortile. Perdi il padre, ma perdi anche la madre che deve affrontare una lotta impari per avere verità e giustizia. Nulla è più come prima, e tu a otto anni non ti puoi più permettere di essere una bambina, perdi l’infanzia. Licia trova una forza che non pensava di avere e per fortuna si mette in moto anche una solidarietà che le permette di ritrovare un lavoro in un ufficio. Accetta la proposta di lavorare all’università all’istituto di Biometria e Statistica Medica con il professor Giulio Maccacaro che partecipando ai funerali soccorre il nonno, il padre di Pino, che si sente male. Qualche giorno dopo si ripresenta sia per chiedere notizie del nonno ma soprattutto per offrire a Licia quel posto di lavoro.
Che cosa fa?
Fa la segretaria in università. Poi una sua collega che doveva passare di ruolo le cede il posto così il suo incarico diventa fisso. La solidarietà. Dalle ferrovie arriverà dopo alcuni anni una pensione di reversibilità di 15mila lire per i quindici anni di lavoro di Pino.
Non c’è mai stato nessun indennizzo per noi. Siamo andate avanti con il lavoro di Licia e una solidarietà non scontata da parte di persone che non conoscevamo. Lentamente, le versioni ufficiali si sono incrinate grazie ai dubbi e alla ricerca della verità di moltissime persone. Licia, noi, abbiamo sentito di non essere sole. Camilla Cederna era tra quei giornalisti che vennero a suonare alla nostra porta quella notte, quel primo incontro le cambia la vita.
Quella è la notte della morte di tuo papà?
Quando lei arriva mio padre non è ancora morto. Comunque sì, è quella la notte.
Lei scriverà un libro importante Pinelli una finestra sulla strage. Camilla Cederna, giornalista dell’Espresso, fino a quel momento si occupa di moda e costume. Ha una rubrica che si intitola “Il lato debole” in cui prende bonariamente in giro la sua classe sociale che è l’alta borghesia milanese. Entra nella banca dopo la strage il 12 dicembre. Nella notte tra il 15 e il 16 dicembre viene svegliata dai colleghi e arrivano qua, preceduti da dei giornalisti del Corriere della Sera. Rimane colpita dalla dignità di Licia che non piange e non li fa entrare. E altrettanto rimane colpita dal clima quasi euforico quando in questura partecipa alla conferenza stampa. “Si è suicidato al grido ‘È la fine dell’anarchia’”. “Se fossi stato un anarchico avrei fatto lo stesso”, disse il questore di Milano Marcello Guida, già direttore del confino fascista di Ventotene in cui era stato rinchiuso anche Sandro Pertini. E siamo a ventiquattro anni dalla fine della guerra. I funzionari formati durante il fascismo hanno continuato la loro carriera nell’Italia democratica.
Nell’Italia democristiana, di cui qualcuno ha detto che era una forma diversa di fascismo.
Il discorso si fa complesso. È chiaro che comunque l’Italia è il Paese che esce sconfitto dalla guerra. Pensa a quante basi militari della Nato ci sono ancora adesso sul nostro territorio. Tutto ciò che avveniva in Italia non era una decisione autonoma del governo italiano. Gladio era stato pensato e realizzato ben prima della fine della seconda guerra mondiale, per contrastare un’eventuale invasione comunista. Viene usata per fini interni in questa guerra a bassa intensità, che avrebbe fatto un numero limitato di morti e che è stata portata avanti almeno fino al 1980.
È interessante la tua capacità di avere questa visione d’insieme.
Ma il sole è dall’altra parte della strada dove io agognerei andare. Sto morendo di freddo.
Entriamo nel cortile. Parliamo un po’ di teatro. Lo amiamo entrambi. Lei collabora scrivendo di teatro con alcune testate on line.
È un cortile molto ordinato, tenuto molto bene.
Esatto. L’ultima volta che sono entrata qua era il 2019, e mi aveva colpito rispetto ad altro in quartiere, come sia un ambiente curato, con un giardinetto, con degli alberi.
Che cosa facevi nella vita?
Boh ho fatto tante cosine e poco di pratico. Ho anche insegnato. Ho studiato filosofia.
Ricordo le serate infinite in primavera estate passate a giocare fino al calar del sole.
Sì, assolutamente. Poi di bambini ce n’erano tanti. Si chiamavano gli amici. “Scendiamo? Adesso? No dopo”. Licia si affacciava e sapeva che eravamo lì e in qualche modo ci controllava.
Anche mia madre controllava dalla finestra se c’eravamo ancora tutti e se eravamo ancora interi.
Che poi era anche una cosa di comunità. Perché eravamo sotto l’occhio vigile di tutte le mamme.
Per i bambini era un mondo diverso.
Per i bambini era sicuramente un mondo diverso. Considerando che tutti avevano delle case estremamente piccole qui c’era questa possibilità meravigliosa di avere un cortile in cui giocare. Ricordo delle famiglie particolarmente numerose con tantissimi figli. Ricordo che la mia migliore amica un giorno che sono andata a casa sua stava cercando di insegnare a leggere allo zio, il fratello della mamma, una persona adulta analfabeta. Avevo meno di otto anni. Così ho scoperto che c’erano persone che non avevano potuto studiare e che addirittura non sapevano leggere né scrivere. Mi ricordo con che entusiasmo mi sono detta. “Sì anch’io insegno a leggere”. Dopo un po’ eravamo stanchissime perché c’era proprio la fatica dell’adulto di acquisire determinati meccanismi.
Ti va qualcosa di caldo?
Sì, certo. Grazie. Qua c’è ancora il murales?
Andiamo a vederlo e ci fermiamo davanti. Claudia ritrova nella memoria i luoghi del passato.
Dove c’è il supermercato in Via Morgantini c’era lì davanti una fiorista con il suo chiosco. Mia madre, quel dicembre del ’69, aveva prenotato l’albero di Natale. Quando è andata per ritirarlo era ormai gennaio. L’alberello non c’era più: “E no signora con quello che le è successo pensavo di non vederla mai più”. La fiorista l’aveva venduto.
A volte sono le cose più semplici a ferirci.
“Pensavo di non vederla mai più”. Cioè sei tu che devi sparire, vergognarti, che devi nasconderti? Licia è sempre andata in giro a testa alta perché lei non aveva nulla di cui vergognarsi. Ce l’ha insegnato. Erano altri che avrebbero dovuto vergognarsi.
In casa tutti cercavano di tenersi insieme. Non era facile per nessuno. Fuori avevi i fotografi che ti seguivano, ti entravano a scuola per fotografarti e poi vendevano le foto a Gente.
Quella notte quando arrivano i giornalisti del Corriere della Sera, mia madre apre uno spiraglio di porta e viene abbagliata dai flash delle macchine fotografiche. Figurati se rispettavano quello che era la vita di noi bambine. L’importante era vendere ai rotocalchi. Immaginati quello che ha subito Licia durante tutto il suo percorso, o anche quello che abbiamo subito noi. Il dolore di una bambina non veniva assolutamente preso in considerazione e rispettato. Non si teneva conto che Pino aveva anche una famiglia. Anche ieri mi sono sentita dire “Pinelli è un simbolo”. Ma era soprattutto una persona, un uomo, aveva degli affetti, aveva una vita. È arrivata la violenza di una morte imposta. Non è stato per nulla semplice non farsi sopraffare. È già tanto avere fatto sì che non fosse la rabbia a prendere il sopravvento.
Però sei passata attraverso la rabbia, immagino.
Secondo me ci passiamo tutti. La rabbia per quello che hanno fatto a Pino, per quello che siamo state costrette a subire. In qualche modo, in qualche momento della tua vita, devi anche passare da quello e trasformarlo. Per far sì che non ti mangi, che non ti divori.
Per me la rabbia è stata un motore. Quando la malattia mi ha portato in carrozzina ho deciso di non farmela rubare. Rivendicavo il diritto alla rabbia.
Dipende. L’importante è che non sia distruttiva. Non nei confronti di terzi, verso sé stessi. Non può essere mero livore, non ti deve consumare, deve trasformarsi in qualcosa di positivo e propositivo. Altrimenti avrebbero vinto quelli che avrebbero voluto condizionartela la vita. Per capirlo ci ho messo anni. Altri vorrebbero decidere quale dovrebbe essere la tua vita. La vita di un anarchico è sbagliata perché mette in discussione la concezione comune? Perché i valori di solidarietà e amore universali non sono conformi a quello che tu vuoi imporre a tutti? Ecco, io ho dovuto elaborare, e anche realizzare che non devo dimostrare niente a nessuno. Cioè, io in questo momento sono Claudia. Sono anche la figlia orgogliosa di Pino e Licia. Ma io non parlo per Pino. Io sono io. Alcuni mi dicono “Ah, tuo padre non avrebbe mai detto, non avrebbe mai fatto. Non sei anarchica come lui, mi sono anche sentita dire “sei una democratica”. A prescindere dal fatto che voglio capire da quale piedistallo qualcuno si permette di dare etichette. Ma soprattutto rivendico l’essere me stessa. E questa cosa non è stata semplice. Sono orgogliosa, lo sono sempre stata, di essere la figlia di Pinelli, non sono solo questo e, soprattutto non mi sostituisco a lui.
Io ho cominciato il liceo e un’insegnante della classe mi ha detto “Tu sei in questa classe perché tu sei la figlia di Pinelli e io ti volevo avere tra le mie alunne”. Penso di non aver odiato mai nessuno come ho odiato quell’insegnante in quel momento. Lì me la ricordo la rabbia. Solo che diventa una cosa distruttiva. Mi dissi “Io la tua materia non la studierò mai. Ti pentirai amaramente”. Poi ero io che mi stavo pentendo amaramente. E quindi ho dovuto fare un ulteriore processo di crescita.
So che hai avuto anche delle polemiche con gli anarchici del Circolo della Ghisolfa.
Succede, diciamo che ci sono sempre quelli che pensano di avere lezioni da insegnare, di essere i più duri e i più puri. Però le nostre scelte non possono essere condizionate soprattutto da chi non cerca il confronto, e riduce tutto a un attacco personale. Io rispetto chi ha fatto tanto, ma il rispetto deve essere reciproco. Insomma.
Sono per quell’insomma.
Si corre sempre il rischio di venire strumentalizzate o di essere accettate solo se non fai ombra ad altri che hanno anche meriti, ma non sempre comportamenti corretti. Diciamo che impari a difenderti dai nemici ma anche dagli amici. C’è chi pensa che come donna sei facilmente strumentalizzabile, c’è chi tenta di tirarti da una parte e chi dall’altra.
Non deve essere stato facile.
Nulla è stato facile. Però non mi piace neanche il vittimismo. È come se battessi sulla tua spalla, e dicessi “Oh poverino. Hai sofferto tanto?”. Ecco, io penso che potremmo usare un bazooka.
Ridiamo.
Nel senso che non facciamo una carriera sul vittimismo. Porti una testimonianza. Perché una testimonianza è un impegno civile importante. Mentre fare la vittima è uno speculare. Eh no. Non è rispettoso nei confronti della storia.
Forse è anche per questo che abbiamo scelto questa linea narrativa. Partendo dalla voglia di entrambi di raccontare questo angolo di mondo in cui poi c’è tutto il mondo.
La targa in marmo in via Preneste, dove abitavamo prima era diversa. Riproduceva il quadro di Enrico Baj “Il funerale dell’anarchico Pinelli”.
Tu sei credente?
Non sono credente.
Il personaggio di un mio libro 21 volte Carmela dice “Io non credo in Dio. Credo negli amplessi, credo nel buon vino. E credo che adesso andrò a farmi una doccia”.
Ride.
Hai figli?
Ho due figlie. Martina che ha trentun anni e che è insegnante nelle scuole superiori e Arianna che ha venticinque anni e studia chimica.
Come vivono la loro eredità?
La vivono con consapevolezza. Poi chiaramente sono due persone estremamente diverse. Martina ha sempre fatto moltissime domande fin da quando era piccola. Arianna ne ha sempre fatte pochissime. Entrambe hanno un ottimo rapporto con la nonna. Martina, entrando a casa della nonna quando aveva quattro anni, nota per la prima volta la litografia del quadro di Enrico Baj I funerali dell’anarchico Pinelli. E la domanda è stata “Nonna ma perché quell’uomo cade? Ma chi è? Perché quelle mani non lo trattengono?”. E mia mamma ha detto “Chiedilo alla tua mamma?”.
Tosta la bambina.
Quindi con lei poi c’è stato man mano un cercare di spiegarle le cose anche con un linguaggio adeguato. Con mia figlia più piccola, Arianna, mi sembrava di aver già dato. Mi sono resa conto che Arianna non facendo domande alcune cose non le sapeva proprio. Entrambe hanno portato la storia del nonno agli esami di maturità, elaborandola in maniera diversa. A ogni anniversario loro ci sono, mi stanno accanto. Martina ha fatto anche un percorso di conoscenza e approfondimento su quel periodo con dei ragazzi e ragazze di terza media. Però non voglio parlare di eredità, che sa di imposizione, nel caso vorrei che fosse una scelta libera e consapevole come lo è stata per me
Entriamo al bar La Genzianella. Parliamo di teatro di disabilità, dei giovani, della necessità di presidiare i territori. Si sommano e accavallano aneddoti e volti del teatro, Serena Sinigaglia, Peter Stein, Maddalena Crippa. Mi racconta del Parenti, della presentazione del libro di Guido Viale “Lotta Continua. Niente da dimenticare”.
Guido Viale, che stimo moltissimo, rivendica la storia di un movimento politico che si è impegnato su tanti temi e che è stato innovativo a livello culturale e sociale. Ammettendo anche dove è naufragato, quali sono state le questioni non affrontate in maniera adeguata.
Questo libro è molto interessante perché ripercorre molto chiaramente il periodo fino al 1976 quando il movimento si sciolse e anche il periodo successivo, le scelte, le derive violente, la vendetta dello Stato nei confronti di chi mise in discussione la tesi ufficiale sulla morte di mio padre con attacchi terribili nei confronti del commissario Calabresi, mirati a farsi denunciare per riuscire a parlare in tribunale della morte, fino a quel momento sempre archiviata, di Giuseppe Pinelli.
Da lì passiamo a discutere dell’omicidio Carlo Giuliani, di Genova dove è stato seppellito il movimento No Global, del potere che giustifica l’uso legittimo delle armi. Torniamo a parlare di quella notte.
Torniamo sempre lì a quel momento, in cui una donna rimane da sola con due bambine piccole da cercare di preservare, senza il tempo di poter ascoltare il proprio dolore, di piangere perché non bisognava arrendersi. Pochi amici le rimangono accanto, la sostengono, la consigliano. La fatica di trovare degli avvocati, il non capire in un primo momento perchè devi trovarli. “Uccidono mio marito e io mi devo cercare un avvocato? Pensavo di vivere in uno Stato di diritto”. Lei credeva che il fascismo fosse finito. Credeva di vivere in una democrazia. Il libro che scrive insieme a Piero Scaramucci Una storia quasi soltanto mia ha il merito di averle fatto ritrovare la voce. Ci hanno messo due anni a scrivere quel libro. Piero è stato paziente e attento, per Licia è stato faticosissimo, per troppo tempo aveva dovuto controllare ogni sua emozione, ha dovuto reimparare a fidarsi, è stato un percorso lungo e difficile ma rimane anche a tanti anni anni di distanza una pietra miliare, per non dimenticare.
L’autore: Gianfranco Falcone è psicologo e blogger (Viaggi in carrozzina, DisAccordi) e collabora con la rivista on line Mentinfuga, dove scrive di temi culturali, di teatro e diritti. Da alcuni anni è costretto a vivere su una sedia a rotelle. Ha da poco pubblicato il romanzo 21 volte Carmela (Morellini editore)
Il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, ha deciso in piena solitudine di allargare la fascia centrale della città in cui non possono entrare i veicoli più inquinanti. E’ un suo diritto come primo cittadino e la decisione ha anche un fondamento reale: diminuire i livelli di inquinanti che attentano alla salute dei cittadini, specie le fasce deboli, bambini e anziani.
Ma è una decisione sbagliata. Iniziamo dalla solitudine. Poteva almeno discuterne di questa sua idea. Aprire una interlocuzione con le la società romana, con i tanti presidi di inclusione che rendono viva la città e attenuano la cancellazione del welfare urbano in atto da trenta anni. Invece ha tirato dritto trincerandosi dietro allo slogan in cui non crede più nessuno: “ce lo chiede l’Europa”.
Così arriviamo alla questione vera. L’Europa chiede di ridurre gli inquinanti lasciando alle singole amministrazioni la scelta di come arrivarci. Stanno qui i motivi della scelta sconsiderata che Gualtieri ha preso. Vediamo perché.
Il sindaco di Roma ha deciso che nel giro di pochi mesi i veicoli inquinanti non possono entrare nella fascia verde. Due sono le scelte che restano ai residenti. Cambiare automobile sostituendola con un modello più evoluto e costoso o cambiare casa trasferendosi nelle immense periferie che circondano la città. Entrambe le scelte sono odiose sotto il profilo sociale perché discriminano in funzione della capacità di spesa: chi potrà cambierà auto. Chi ha redditi troppo bassi andrà altrove.
La scelta è stata così sbagliata che la stessa giunta comunale sta correndo ai ripari con ideucce che tentano malamente di mettere una toppa su una scelta iniqua. Ma avendo scelto la strada sbagliata continuerà a seminare malumori.
Il sindaco Gualtieri si è messo nei guai da solo perché appartiene a quella cultura che ha applicato con rigore –parola chiave!- le politiche neoliberiste e che non si è ancora accorta che la coperta è diventata troppo corta perché quelle politiche hanno provocato il disastro.
Per salvare la città avrebbe dovuto scegliere al strada maestra che la sinistra (ha ancora senso per lui questa parola?) ha perseguito da decenni e decenni, quella di potenziare il trasporto pubblico su rotaia, il solo modo socialmente equo per coniugare il diritto all’aria pulita con il diritto a spostarsi. Poteva insomma presentare un piano per costruire un sistema di tramvie che nel breve periodo (5 – 10 anni) avrebbe cambiato al città salvaguardando le fasce sociali più povere. “L’Europa” avrebbe accettato questo percorso. Non lo ha fatto, questo è il fatto più grave.
Sono le due strade che ci troviamo e che ci troveremo davanti ogni volta: l’economia dominante pensa ancora che l’unica strada sia quella di aumentare il livello tecnologico individuale o delle famiglie. Fino a dove non si sa e a quali prezzi sociali neppure. L’altra strada è quella di cambiare i modelli di consumo spostandoli sul sistema pubblico.
E qui arriviamo al punto. “Pubblico” fa ancora orrore alla sempre più sparuta pattuglia dei neoliberisti e Gualtieri ha obbedito: cambiate automobile e vivrete meglio. Sta alla sinistra indicare che esiste l’altra strada, quella che riconosce i diritti di tutti e che ricostruisce pezzo dopo pezzo –ad iniziare dal trasporto pubblico- il benessere pubblico.
Non sarà facile farlo comprendere al sindaco di Roma. Sono ormai troppi gli errori che ha inanellato in un anno: sempre in rigorosa solitudine ha scelto infatti di costruire un gigantesco inceneritore (600 mila tonnellate) invece di tentare di intervenire sulla filiera dei rifiuti. Ha poi scelto di riempire 20 ettari di asfalto per fari i parcheggi dello stadio della Roma a Pietalata sulle aree che erano destinate a parco per i cittadini.
Anche il parco di Pietralata avrebbe diminuito gli inquinanti, gli alberi servono per questo. Ma i parcheggi per la Roma calcio sono utili a far aumentare la macchina economica che sta dietro al baraccone del calcio. Gualtieri ha dimostrato di essere prigioniero di una cultura che ha fallito.
Spetta alla sinistra saper mantenere viva e credibile l’unica strada veramente efficace: costruire tramvie e ricostruire il welfare urbano cancellato.