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Dove sono quei 500? Riportati all’inferno (e sono 600)

Le centinaia di disperati che farcivano un’imbarcazione alla deriva nel Mediterraneo di cui dal 24 maggio non si è occupato nessuno sono tornati nell’inferno libico, probabilmente respinti illegalmente per l’ennesima volta dal governo di Malta. A farcelo sapere sono i libici, feroci, fieri, con un video pubblicato dalla cosiddetta Guardia costiera libica. Nel filmato un cittadino egiziano racconta che il peschereccio è stato intercettato sulle coste di Malta e riportati in Libia dalle forze militari.

Per l’ennesima volta Malta se ne fotte dei trattati internazionali, dei diritti umani e del diritto all’asilo. La nave era stata intercettata il 24 maggio dalla Ong Alarm Phone che aveva inutilmente allertato l’Italia e Malta. Il Life Support di Emergency, la ong Sea Watch e  Ocean Viking hanno inutilmente pattugliato la zona cercando l’imbarcazione ma avevano dovuto fermare le ricerca per il peggioramento del tempo.

Le persone detenute (tra cui un neonato, 45 donne, alcune in gravidanza, e 56 bambini sono ora in un centro di detenzione libico dove mancano i servizi più elementari e dove verranno sistematicamente sottoposti a violenze, sevizie, stupri e torture. I centri di detenzione libici – che rientrano nell’accordo Italia-Libia – sono o sacchetti dell’umido dei nostri errori e dei nostri orrori.

Comunque vada a finire per loro, se ci capiterà di incrociarli da vivi o da morti, tra le molte cicatrici sulla loro pelle ci sarà questa il segno di quest’Europa che li ha deliberatamente riportati nei lager perché hanno commesso l’imperdonabile orrore di volersi salvare.

Buon lunedì.

Le stragi del terrorismo nero. Un’antologia per ridare voce alle vittime di piazza della Loggia

foto di piazza della Loggia, a Brescia dopo l'esplosione, tratta da wikipedia

Per non dimenticare cosa è stato il terrorismo nero in Italia e le stragi di cui si è reso responsabile. Il romanziere Marco Archetti, autore di “Una specie di vento”, pubblicato dalla casa editrice Chiarelettere, ridà vita alle otto vittime della strage che si abbatté su Brescia il 28 maggio del 1974 quando nella piazza in cui si teneva una manifestazione del “Comitato unitario permanente antifascista” esplose una bomba nascosta in un cestino dei rifiuti. Archetti si concentra sulle vicende umane di chi, quel giorno, fu colpito a morte dalla violenza del terrorismo nero. Ad introdurle, Redento Peroni, sopravvissuto grazie al piccolo gesto di uno sconosciuto. Vi proponiamo qui un estratto (Reprint dalla prima uscita nel 2018)

[divider]Una specie di vento[/divider]

Il fantasma sono io

Quanti anni ho passato a contare? Dieci? Venti? Trenta? Conti e riconti e in un momento arrivi a quaranta. Quarantaquattro, a esser precisi. Ma nonostante tutto, cari nipoti, vostro nonno è ancora qui: Redento Peroni, salvo per un pelo e per niente matto. Semmai, miracolosamente in equilibrio. Su un filo, magari, ma pur sempre in equilibrio. In certi momenti non so proprio come ho fatto, non è stato facile restare lucido. Sapete cosa dicevo, i primi tempi, a vostra nonna? Le dicevo: «Marisa, non escludo di andar fuori di testa, se va avanti così».

Be’, i giorni passavano e tutto andava avanti così. Allora io tornavo indietro. Non che lo volessi. Non che mi piacesse. Diciamo che sarebbe stato impossibile evitarlo. Il risultato? Questi quarant’anni, passati con la sensazione di vivere in retromarcia, con la sensazione di fissare un punto per tutta la vita. Fissavo, fissavo, fissavo. Ma a furia di fissare, esistevo ancora? Piano piano mi stavo trasformando in un fantasma, in un’ombra ingoiata dai fatti.

Quanti anni ho passato a contare da uno a otto? E poi da otto a uno? E poi da capo e ancora, alla rovescia, ripetendomi sempre le stesse cose, perché a un certo punto sembrava chiaro, solare, palese che non sarebbe cambiato nulla. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto: otto le sentenze definitive pronunciate in un istante quella mattina del 28 maggio, e quarant’anni di carte e deposizioni non riuscivano a stabilire nient’altro? I dibattimenti si susseguivano come una novena insopportabile, vagoni blindati carichi della stessa, unica, orribile verità, e cioè che non c’era alcuna verità. Insomma: quella mattina in piazza Loggia non era accaduto nulla. Ci eravamo inventati tutto. Si era trattato di un’allucinazione collettiva.

Ma a me lo spostamento d’aria aveva scombussolato il cervello, altro che allucinazione! Dopo lo scoppio della bomba, ricordo il sangue e le viscere di qualcuno, grondanti, sulla faccia. Ricordo l’odore di ustione, di macerie, di massacro. Ricordo pezzi di corpi umani per terra mentre una cortina di fumo ondeggiava sui frantumi.

L’avevo sognato, quel disastro? Io, dopo lo scoppio, mi sono lanciato in corsa come un diavolo, a casaccio, gambe in delirio e pensieri a brandelli. Cadevo e mi rialzavo, mi rialzavo e cadevo, solo l’urlo in gola, senza respirare, cervello scoperchiato e nervi br

uciati, trapunto di fuoco dalla testa ai piedi. Era successo qualcosa, eccome se era successo. In fondo lo sapevamo, o per lo meno io quella mattina credevo di saperlo…

Ma no, fermi, cosa dico? Non è vero, non è così. Non posso mentire proprio a voi che mi avete chiesto mille volte di raccontarvi tutto… In realtà nemmeno io ci avevo capito qualcosa. Dopotutto, come si fa a immaginarsi davvero una cosa del genere?

Certo, i segnali c’erano tutti. I tempi erano quelli: tetre comparse della Repubblica di Salò riemergevano dalle tenebre del passato. A capo del Sid, il Servizio informazioni della difesa, c’era un uomo come Vito Miceli, che non si preoccupava di nascondere le sue simpatie fasciste. L’eversione di destra si rigenerava e rinasceva di continuo, gemmando a tutto andare una cupa miriade di sigle, gruppi e nuclei clandestini. Il motto di «Anno zero», periodico che giustificava il ricorso alla violenza e auspicava un assetto basato sul terrore e la gerarchia, era «Distruggere tutto per tutto ricostruire», secondo lo schema: bombe, instabilità, golpe.

I gruppi neofascisti bresciani erano in contatto con La Fenice di Milano e Ordine nuovo di Padova. I tondinari, negli impianti siderurgici, picchiavano, minacciavano e intimidivano i lavoratori e i rappresentanti sindacali. A marzo, nella chiesa delle Grazie, erano stati rinvenuti due ordigni. Un terzo aveva danneggiato la sezione del Psi di largo Torrelunga e otto candelotti di dinamite erano stati offerti in gentile omaggio anche alla sede della Cisl. Pochi giorni prima della strage, Silvio Ferrari, giovane esponente della destra cittadina, era saltato in aria mentre trasportava in Vespa due diversi tipi di esplosivo e un detonatore elettrico collegato a una sveglia.

Ma le forze dell’ordine, rimandando le pulizie, contribuivano a rendere la situazione, di fatto, sempre meno controllabile.

Per voi ragazzi nati nel 2000 sono cose lontane, me ne rendo conto, ma io in questi anni ho continuato a ripetermi…

Dove sono quei 500?

foto di Emergency

Nel Mediterraneo non si trova più un’imbarcazione alla deriva da più di due giorni con circa 500 persone a bordo. Per ore ha lanciato sos ad Alarm Phone mentre si trovava in zona Sar maltese. È accaduto ciò che accade sempre: Malta e Italia non hanno voluto coordinarsi.

Nel comunicato di Emergency si legge che a lanciare l’allarme è stata per prima la ong Alarm Phone, con la quale i naufraghi si sono messi in contatto per chiedere l’intervento delle autorità marittime. Secondo l’organizzazione, a bordo del mezzo c’erano 500 persone, tra cui almeno 45 donne, alcune in stato di gravidanza, e 56 bambini, uno dei quali nato durante la traversata dalle coste nordafricane. Quando è scattato l’allarme, si legge, “Emergency ha chiesto alle autorità competenti a Malta e in Italia di coordinare i soccorsi, ma queste si sono rifiutate di condividere qualsiasi informazione”.

Non arrivando risposte il Life Support di Emergency ha così deciso di dirigersi verso la posizione dell’imbarcazione per portare in salvo i naufraghi e ha effettuato “una ricerca attiva 24 ore su 24, ma dal pomeriggio di ieri, 24 maggio, non vi è stato alcun contatto da parte delle persone a bordo e nessuna traccia della nave”. Anche la ong Sea Watch ha svolto una ricerca durata due giorni consecutivi con il suo velivolo Sea Bird, senza però trovare indizi sulla posizione della nave. “Né Life Support né Ocean Viking, che pattugliavano la zona, hanno trovato segni di naufragio. Pertanto, dato il peggioramento del tempo, saremo costretti a spostarci in un’altra zona se non troveremo la barca nelle prossime ore”, ha aggiunto Emergency.

Albert Mayordomo, capo missione di Life Support, ha spiegato che “attualmente siamo nel Mediterraneo orientale. Continueremo le operazioni di ricerca in quest’area fino a questa sera, con attività di vedetta sul ponte. Poi a causa del peggioramento delle condizioni meteorologiche ci sposteremo in acque internazionali, nell’area libica di ricerca e soccorso. Un’ipotesi potrebbe essere che il motore abbia ripreso a funzionare e la barca stia navigando verso la Sicilia, ma di questo non abbiamo prove”.

Potrebbero essere vivi, potrebbero essere morti, né Malta né l’Italia ne hanno contezza. L’importante è che gli eventuali cadaveri non arrivino sulle nostre spiagge.

Buon venerdì,

A che serve il sindaco d’Italia?

Ma a quale reale necessità risponde l’elezione diretta del presidente della Repubblica, o del presidente del Consiglio, del cosiddetto “sindaco d’Italia”? La risposta è la governabilità, la stabilità e la durata dei governi. Sarebbe questa la via per realizzare le riforme di cui il Paese ha bisogno. Un tale argomentazione è assolutamente priva di prove empiriche e di fondamenti storici. I primi decenni dell’Italia repubblicana dimostrano che non esiste alcun nesso necessario tra stabilità dei governi e processi riformatori. Dal 1946 sino al 1981, quando si sono succeduti decine di governi, tutti a guida democristiana, contrastati da una forte opposizione politica e sindacale, mentre il Paese era percorso da aspri conflitti, si sono realizzate le riforme che hanno reso moderno il Paese, fatto approdare a un gradino più avanzato di dignità civile milioni di italiani.

Nel 1949 viene varato il piano Ina-Casa, che nel corso di 14 anni assicurerà un’abitazione decente a centinaia di migliaia di famiglie operaie. Nel 1950 viene avviata la riforma agraria, che, pur con tutti i suoi limiti, spezza l’assetto secolare del latifondo, un vero pezzo di feudalesimo sopravvissuto all’età contemporanea. Nello stesso anno nasce la cassa per il Mezzogiorno, che avvierà profonde trasformazioni strutturali del territorio e della società meridionale. Nel 1962 viene nazionalizzata l’energia elettrica e realizzata la riforma della Scuola media unica, per elevare l’alfabetizzazione dei cittadini secondo il dettato costituzionale. Ma è con gli anni Settanta, com’è noto, frutto di un biennio di lotte operaie e popolari senza precedenti, che fiorisce una stagione fertilissima di riforme. Nel 1970 viene varato lo Statuto dei lavoratori, la legge sul divorzio, cui segue, nel 1971 , l’istituzione degli asili nidi e la scuola a tempo pieno, mentre nel 1974 vengono varati i Decreti delegati sulla democrazia nelle scuole, che coinvolgono  la rappresentanza delle famiglie. Riforme destinate a modificare gli assetti sociali si alternano al quelle per il riconoscimento dei diritti civili: nel 1975 il nuovo diritto di famiglia elimina la figura millenaria del capofamiglia quale detentore unico della potestà; nel 1978 viene legalizzato l’aborto; nel 1978, viene istituito il sistema sanitario nazionale, una della maggiori conquiste di civiltà della storia d’Italia. Quali riforme può vantare il secondo governo Berlusconi, durato dal 2001 al 2005, o il quarto Berlusconi, dal 2008 al 2011, o quello di Craxi, dal 2083 a 2086? Giusto per richiamare gli esecutivi di maggior longevità. E’ evidente che non è la stabilità e durata dei governi a costituire la condizione di una strategia riformatrice dei gruppi dirigenti, ma qualcos’altro. Non dovrebbe sfuggire a una analisi meno superficiale, una fatto paradossale. Alla instabilità dei governi della cosiddetta seconda repubblica (una invenzione retorica, per farci simili alla Francia e alla sua grandeur), corrisponde nei fatti una coesione strategica dei partiti politici: sostengono tutti un programma neoliberista, tutti, con variazioni tattiche di poco conto, e con qualche eccezione dei Cinque stelle, convergono al “centro”. Dunque, per un sistema politico sostanzialmente così omogeneo, dovrebbe essere più agevole che in passato, intraprendere riforme di ampio respiro. In realtà, se si eccettua la fase d’avvio del Movimento 5 stelle l’Italia è rimasta, per diversi anni, senza una opposizione. Priva di un partito realmente riformatore e di una conflittualità programmatica. Non esistevano grandi ostacoli per chi governava. Oggi l’opposizione l’ha creata il governo Meloni. Un’opposizione, al momento, in gran parte esclusivamente verbale. In realtà l’instabilità che viene lamentata non è dovuta a contrapposizioni strategiche delle forze in campo, a conflitti che coinvolgano gli interessi di vasti strati sociali, come accadeva tra gli anni Cinquanta e Settanta, ma a competizioni di potere, al confliggere di cordate elettorali in competizione, alla ressa confusa di diversi appetiti individuali. I partiti infatti, che non rappresentano più classi sociali, raggruppamenti definiti, sono in gara fra loro unicamente per gestire le risorse pubbliche. Il fine della politica, soprattutto in Italia, si è ridotto alle manovre per accedere a tutti i luoghi di potere pubblico o semipubblico che consentono la fruizione di danaro, l’acquisizione di influenza, visibilità, gestione di clientele necessarie al consenso elettorale e alla riproduzione del ceto politico. I partiti non mirano soltanto alla vasta platea di luoghi di comando e di gestione di risorse rappresentati dal governo, dal sottogoverno, dalle varie autority, ecc, ma anche dalle grandi e ricche corporazioni pubbliche e semipubbliche, come Rai, Eni, Enel, Leonardo, Fincantieri, Trenitalia, ecc. Senza qui considerare le occasioni di lucro offerte dalla gestioni degli appalti e in genere dai rapporti con le imprese a livello locale. La pratica dello spoil system mostra oggi in trasparente filigrana l’ orizzonte strategico entro cui si muovono i partiti. Se riusciamo a liberarci della nebulosa retorica che offusca il cielo del Paese, e le menti dei contemporanei, noi comprendiamo che, di fatto, tranne qualche isolata eccezione, le forze politiche costituiscono una Seconda Pubblica Amministrazione, gestita da soggetti privati. La prima si occupa della macchina statale e dei servizi, la seconda, nella faccia rivolta ai cittadini, gestisce l’acquisizione del loro consenso in perpetua competizione dei suoi attori, per il fine sostanziale della conservazione degli assetti vigenti. La tutela dello statutus quo è infatti per quasi tutti i soggetti il “perimetro costituzionale” da non valicare. Non a caso le leggi elettorali degli ultimi decenni sono state congegnate per impedire l’ingresso di nuove forze nell’agone competitivo, e soprattutto per ostacolare l’irruzione del conflitto di classe nella dinamica spartitoria del spoglie pubbliche perseguite dai raggruppamenti maggiori. Dunque l’assetto è: i partiti, che sono organizzazioni private, operano per gestire le risorse pubbliche, riproducendosi in gran misura con il sostegno delle medesime. E allora, di fronte a tanta stabilità, qual è il fine dei progetti di snaturamento della nostra Costituzione? La prima risposta è che bisogna dare in pasto ai cittadini, considerati solo come elettori, un qualche risultato dell’azione governativa. In cambio di consenso i partiti vendono infatti narrazioni riformatrici. E’ uno scambio di mercato tra voti e pubblicità elettorale. Lo slogan della governabilità fa parte dell’armamentario retorico inaugurato negli anni Ottanta da Bettino Craxi. Ma dietro il vuoto progettuale e operativo dei nostri partiti si cela in realtà una vocazione autoritaria di tutti i poteri politici nelle società avanzate. La ricerca di uno Stato forte è un’aspirazione di vecchia data delle classi dirigenti capitalistiche. Barbara Spinelli ha ricordato che è stata la Trilaterale, nel 1975, a esprimere, in un documento pubblico, l’esigenza di una “democrazia decidente”, quale risposta ai conflitti e alle aspirazioni socialisteggianti della fine degli anni Sessanta ( vedi Il Fatto quotidiano del 12 maggio). Un’aspirazione in apparenza paradossale. Non viviamo nel Regno del pensiero unico neoliberista? E questo non chiede ed impone l’assoluta libertà del mercato, e la più o meno completa marginalità dell’agire statuale? E allora, se lo stato deve limitarsi a stabilire solo le regole, mentre le libere forze dell’impresa si autoregolano, garantendo da sole lo svolgimento di una società libera e dinamica, a chi e a che serve un governo forte? I
padri fondatori del pensiero neoloberista da Friedrich von Hayck, a Milton Friedman hanno fatto del termine libertà una bandiera al vento, a partire dai titoli delle loro opere. E con questo vessillo ideologico hanno conquistato il mondo. Ma non c’è bisogno di scomodare Marx per svelare che la libertà teorizzata dal pensiero economico neoliberista riguarda in realtà la figura degli imprenditori: sono loro che devono essere lasciati liberi dai condizionamenti della lotta sindacale organizzata, dalla pressione fiscale finalizzata al welfare pubblico, dalle regole di protezione degli interessi collettivi e dell’ambiente. Ma c’è un anello che collega tale rivendicazione libertaria all’autoritarismo nascosto in questo pensiero. La libertà incondizionata pretesa è al tempo stesso la libertà di comando dell’imprenditore ( o del manager) in qualità di capo, che nell’agone competitivo deve avere il controllo assoluto su tutti i membri che operano nell’impresa.Un potere di
comando del singolo che richiede ubbidienza del collettivo. Ma l’autoritarismo preteso per la fabbrica viene progressivamente rivendicato per l’intera società. E’ un processso cui assistiamo da anni. L’abbiamo visto in Italia, ad esempio, non solo in tanti ambiti della vita economica privata, ma anche nella sfera pubblica: nella sanità, con la trasformazione delle Usl in Asl , cioè in in aziende, con conseguente disciplinamento interno. Oppure nell’Università, che dopo i trattati di Maastricht, col cosiddetto Processo di Bologna (1999) , ha assunto in Europa la figura del New Pubblic Management, come viene definito il processo di aziendalizzazione del settore pubblico. Ancora più evidente è in Italia il rivolgimento subito dalla scuola, dove il preside è diventato il dirigente, e l’aziendalizzazione è stata accompagnata da un nuovo assetto gerarchico interno.  Dunque l’esigenza per niente sotterranea, lo spirito che domina il tempo, è quella di adattare ogni forma di realtà sociale alla struttura dell’ azienda, sottoporla alle sue gerarchie, ai suoi meccanismi di disciplinamento. Non è un caso che il cosiddetto presidenzialismo venga perorato anche in ambito di centro sinistra: esso costituisce un coerente esito dell’ideologia che esalta la libertà: quella di chi comanda. Ma a questo punto tutto dovrebbe apparire chiaro allo sguardo dell’osservatore non ingannato dalla pubblicità elettorale. I partiti , senza più legami con le grandi masse popolari, privi di prospettive strategiche, ridotti a un confuso coacervo di interessi in conflitto, promettono agli italiani un capo azienda, un manager di Stato che consenta l’efficienza a la prontezza d’azione che essi non riescono a garantire. Vogliono un comandate sopra di loro, perché l’opera di predazione di chi vince la competizione elettorale avvenga in buon ordine e con regole certe.

 

Emiliano Fossi (Pd): Ballottaggio, Toscana al bivio

Toscana con qualche venatura di rosso? È possibile che al ballottaggio del 28 e 29 maggio, il centrosinistra a Pisa, Siena, e Massa riesca a strappare il governo delle città alle destre? Sono giorni frenetici di incontri, con le liste civiche (il caso di Siena) che non danno indicazioni di voto, e con (per ora) il nulla di fatto sugli apparentamenti.
Al ballottaggio deciderà dunque l’astensionismo, l’opportunismo politico con l’occhio a Roma, oppure una decisa reazione alle politiche di destra che hanno dominato sulle città in questi ultimi 5 anni anni?
Dopo il primo turno, in previsione del ballottaggio, abbiamo rivolto alcune domande a Emiliano Fossi, eletto segretario regionale del Pd alle primarie che hanno sancito la vittoria di Elly Schlein. Fossi è deputato ed è stato sindaco di Campi Bisenzio, dove ha appoggiato la battaglia del lavoratori della Gkn contro la delocalizzazione della fabbrica. In un post su facebook subito dopo il turno del 14 e 15 maggio ha scritto: «Una fase in cui il Partito democratico non è più arrogante, si apre alle altre forze di centrosinistra e, soprattutto, al civismo, raggiungendo buoni risultati».

Emiliano Fossi, dal ballottaggio potrebbe uscire una Toscana un po’ più rossa?
Ci sono due dati politici dal primo turno. Il primo, è che il Pd ha rialzato la testa e torna ad essere centrale e credo che questo sia anche il frutto del passaggio congressuale che ha fatto uscire il partito, a livello generale, da una situazione di marginalità politica. L’altro aspetto, è che la marcia, che definivano inarrestabile, della destra in Toscana, con il voto del 14 maggio, mi pare proprio di poter dire che abbia subito una battuta d’arresto. Non c’è l’effetto Meloni perché c’è una destra divisa che si fa la guerra. A questo proposito sono emblematiche le parole della europarlamentare Ceccardi (Lega) che critica in maniera diretta e forte Fratelli d’Italia dicendo che è un partito che pensa solo a contarsi o a contare dentro il governo di coalizione e così manda in frantumi la coalizione di destra. Su tre capoluoghi dove avevano vinto cinque anni fa si va al ballottaggio e in due di questi tre capoluoghi loro non hanno ripresentato il sindaco uscente (a Massa non lo hanno ripresentato uniti). Credo che sia un segnale positivo e che ci siano ampi margini di iniziativa e di azione per il Pd e che ci lascia ben sperare anche per il secondo turno.

Per il ballottaggio quali alleanze? Italia viva e M5s non vogliono stare insieme e poi ci sono i civici che sono un’incognita.
Qui ci sono in gioco due diverse visioni: una Toscana popolana, che ha a cuore la lotta contro le diseguaglianze, che pensa a uno sviluppo che fa rima con la sostenibilità, quindi una Toscana democratica. E dall’altra parte c’è una Toscana che è esclusiva e prova a privilegiare la parte dei cittadini che stanno meglio rispetto a quelli che stanno peggio. Mi pare che la polarizzazione sia nei fatti e quindi l’appello che ho fatto è questo: che le forze che si riconoscono in un’area di centrosinistra e in un’area democratica stiano insieme. Con dentro le forze politiche riferibili al centrosinistra e le liste civiche che rappresentano realtà importanti nei territori e che fanno parte a pieno titolo di questa idea di Toscana. Per me questo è un ragionamento che vale anche per il dopo elezioni perché si apra un cantiere per il centrosinistra che vada dalle forze moderate a quelle più radicali e progressiste fino alle forze civiche, con l’obiettivo di costruire insieme nel merito, a partire dai contenuti, l’idea della Toscana del futuro, senza forzature e definendo insieme le regole d’ingaggio e cercando di capire se c’è un sentiero comune. Io credo che ne valga la pena, perché il Pd ha chiuso la stagione dell’arroganza, dell’autoreferenzialità e dell’autosufficienza quindi è conscio e consapevole che ha bisogno di costruire un campo, un’area di centrosinistra dove c’è il Pd nella posizione centrale ma dove sono necessarie alleanze con le altre forze. Ecco, io credo che le altre forze si rendano conto che se vogliamo costruire un’alternativa alla destra bisogna prendere questo tipo di percorso.

Lei dice che il Pd non è più arrogante. Che significa? È una separazione da una politica di derivazione renziana?
Direi separazione da una storia che concepiva il Pd come un partito che potesse prescindere quasi da un’interlocuzione con altre forze e che fosse autosufficiente, quindi non lo marcherei nel senso esclusivamente renziano. Per un lungo periodo il Pd ha avuto questa idea, anche in buona fede, ma oggi quell’idea non ha più capacità di espansione e di incidere nella realtà politica. Il Pd ha bisogno di allearsi per costruire campi più ampi possibile, a partire dai programmi e dalle proposte. Quindi adesso c’è un elemento di consapevolezza rispetto al passato. Si apre una fase nuova ed è anche la fase che la segretaria nazionale vuole aprire a livello nazionale. C’è bisogno di tempo, di impegno e di pazienza ma credo che ne valga la pena.

Ma già alle origini c’era l’idea veltroniana di partito a vocazione maggioritaria. Adesso si rimette in gioco l’identità stessa del Pd?
Il congresso del Pd è stato un congresso dove per la prima volta si sono confrontati non soltanto dei candidati o delle candidate che volevano diventare leader ma per la prima volta dopo tanto tempo si sono confrontate piattaforme politiche che, pur riconoscendosi in valori comuni e anche in una visione unitaria, però avevano elementi di diversità. Quindi un congresso con mille difetti ma alla fine c’è stata una discussione matura che ha prodotto un esito che dovrà portare a delle sintesi, perché in questo si riconosce il partito complessivamente. Ma comunque è stato chiaro che c’è anche una caratterizzazione identitaria o se vogliamo dire, un profilo che il Pd sta assumendo e che assumerà sempre di più, più marcato su molti temi, a partire dal lavoro, ambiente, come concepiamo le politiche migratorie. Insomma gli elementi su cui il partito di Elly Schlein ha provato a caratterizzarsi in queste prime settimane di esperienza.

Lei come sindaco di Campi Bisenzio aveva sostenuto la lotta dei lavoratori della Gkn contro la delocalizzazione…
Io ho l’idea di un partito che non è più “né carne né pesce”, indefinito, pigliatutto, ma di un partito invece che ha cuore la coesione sociale, che al tempo stesso non si caratterizza come un partito classista ma che ha ben chiaro da che parte stare. Come io in quell’esperienza non ebbi un attimo di esitazione, in quei momenti drammatici, nel decidere da che parte stare, dalla parte dei lavoratori, così è il Pd che vogliamo costruire e ricostruire. Un partito che ha ben chiaro le scelte da fare sul tema del lavoro: combattere i contratti pirata, salari, legge della rappresentanza.

A Siena i civici hanno basato la loro campagna elettorale criticando i partiti, il Pd in particolare, per la passata gestione della città, come si fa a riconquistare terreno, recuperare la fiducia?
Il secondo turno è diverso dal primo, c’è un elemento di differenziazione maggiore, al ballottaggio la partita si polarizza di più e si confrontano due idee sostanzialmente alternative. In questo senso credo che non sfuggirà a nessuno il fatto che l’idea di città che propone il centrosinistra è alternativo e completamente diverso da quella della destra. Ciò significa far tornare Siena una città aperta al resto della Toscana, non una città chiusa come è accaduto in questi ultimi cinque anni, cosa che riguarda di fatto tutte le città governate dalla destra. Poi credo che le forze di centrosinistra che non si sono unite nel primo passaggio possano ritrovare un elemento comune nel secondo turno. E poi penso che si debba parlare molto ai cittadini oltre che alle forze politiche civiche. Penso che i senesi abbiano chiaro tra chi ha cuore il bene della città, chi fa calcoli di parte o chi è piegato davvero a parti di potere.

A Pisa Città in comune con Ciccio Auletta ha ottenuto un buon risultato al primo turno. Potrebbe essere importante, per battere il sindaco uscente di destra, il dialogo con la sinistra radicale?
Questo dialogo sarà portato avanti dai dirigenti locali. Io dico soltanto che il candidato del centrosinistra Paolo Martinelli per il profilo che ha, è una persona naturalmente portata al dialogo e alla condivisione anche di battaglie e comunque di valori che sono anche sostenuti da una parte della sinistra che potremmo definire sinistra più radicale.

Nella foto (da facebook di Emiliano Fossi): manifestazione elettorale a Pisa con Elly Schlein, il candidato sindaco Paolo Martinelli e il segretario regionale Pd Emiliano Fossi

Il ritorno dei manganelli

Il popolo dell’antimafia di Palermo è stato manganellato perché avrebbe voluto ricordare (a loro e a noi) che in Sicilia c’è un sindaco a Palermo e un presidente della Regione che non rifiutano l’appoggio politico di due condannati per mafia come Totò Cuffaro e Marcello Dell’Utri.

Manganelli anche a Milano. In via Sarfatti una donna trans brasiliana di 41 anni appare in un video mentre viene manganellata inerme, poi presa a calci, poi attaccata con spray al peperoncino. Come accade in questi casi dell’episodio ne siamo venuti a conoscenza solo grazie al video amatoriale girato da un cittadino. Sarebbe stato probabilmente uno dei tanti pestaggi che non si ritrovano nei verbali, finché non ci scappa il morto. Il sindaco di Milano Beppe Sala ammette che «non è certo una bella immagine, anzi mi sembra un fatto veramente grave». La segretaria metropolitana del Pd e deputata Silvia Roggiani parla di scena “orribile e intollerabile”  e spiega: «Resta in ogni caso da sottolineare – ha aggiunto – che nulla di ciò che è accaduto prima può giustificare quella violenza, in particolare, su una persona che dalle immagini del video appare inerme». «Le immagini sono disgustose. Qualsiasi sia il contesto e qualunque cosa sia accaduta ‘prima’ di quanto filmato» commenta il capogruppo in Regione Lombardia Pierfrancesco Majorino. La consigliera regionale M5s Lombardia Paola Pizzighini denuncia “la violenza smisurata degli agenti e i colpi reiterati ingiustificabili». «Una violenza di questo tipo non è mai accettabile. Mai» conclude. Critica anche Sinistra Italiana con il consigliere regionale Onorio Rosati che parla di “immagini inquietanti“: «Qualsiasi eventuale reato abbia commesso quella donna non giustifica questa violenza».

A destra il deputato e coordinatore milanese di Fratelli d’Italia Stefano Maullu è di diverso avviso: «Hanno fatto il loro dovere – dice – evitando che quella persona potesse dar seguito alle minacce ai bambini di una scuola milanese» visto che «un trans brasiliano, evidentemente fuori di sé, si è denudato davanti la scuola di via Giacosa, nei minuti in cui i bambini stavano entrando per l’inizio delle lezioni». «Quotidianamente – aggiunge la Lega per bocca della commissaria cittadina Silvia Sardone e il capogruppo in Comune Alessandro Verri – vediamo aggressioni nei confronti delle forze dell’ordine sulle quali la sinistra mai si espone, non mostrando mai solidarietà a uomini e donne in divisa. In questa occasione invece sono uscite immediate dichiarazioni con la sentenza in tasca». Sardone e Verri ricordano che l’intervento dei vigili è arrivato dopo le escandescenze della 41enne: «Prima di attaccare sia fatta una relazione approfondita sui fatti»

Fabrizio Marrazzo, portavoce partito Gay LGBT+, sottolinea il fatto che si tratti di una donna trans: «Nulla potrebbe mai fornire una copertura a quanto si vede in quel filmato, chiediamo al sindaco Sala una immediata verifica dei fatti e la sospensione immediata degli agenti che hanno aggredito. Evidenziamo al ministro Piantedosi, che quanto accaduto ad una settimana dalla giornata mondiale contro l’omobistransfobia, mostra l’urgenza di una legge che ci tuteli e punisca con aggravante anche le forze dell’ordine che si macchiano di tali reati», spiega.

Ci sarebbe un modo per sapere cosa sia accaduto: dotare gli agenti di bodycam, la telecamera addosso agli operatori, e codice identificativo. Non l’ha fatto il centrosinistra quando era al governo e non lo farà certamente questa destra che vorrebbe abolire il reato di tortura. Una cosa è certa. Come scrive il direttore di Oggi Carlo Verdelli «Dal passato che non passa, rispunta prepotente una parola scongelata di fresco: manganello. E fa male, non solo a chi se lo prende in testa».

Buon giovedì.

 

Donne che hanno fatto la storia: Gianna Radiconcini, staffetta partigiana e giornalista

Donne italiane straordinarie, nomi noti e donne comuni, che con il loro coraggio e la loro determinazione, sono riuscite a vivere una ‘prima volta’ in Italia o nel mondo, che è stato un passo avanti per cambiare la nostra società.

Questa storia poco conosciuta viene raccontata da La prima donna che, un format televisivo breve, semplice e incisivo. Ideato da Alessandra di Michele Bragadin, prodotto dalla Direzione Rai intrattenimento day time e fortemente voluto dalla direttrice Simona Sala, ha una durata di poco meno di tre minuti e va in onda su Rai 3 alle 16 e 05 fino al 26 maggio (la serie è iniziata il 23 aprile). Una sorta di «pillola giornaliera contro gli stereotipi di genere», come l’ha definito Karina Laterza che presiede la commissione Pari Opportunità di viale Mazzini, realizzata grazie al patrimonio di immagini delle Teche Rai.

La prima donna che, alla seconda edizione, ci racconta la storia di quelle singole donne, vere e proprie pioniere, che per prime hanno fatto qualcosa che prima di loro era interdetto a tutte le donne. Sono raccontate in prima persona da ragazze che alla fine si palesano in video, creando un efficace effetto staffetta, senza retorica. In alcuni casi sono ragazzi che parlano per bocca di uomini che raccontano le proprie madri, mogli, compagne o idoli.

Aldo Grasso, riferendosi alla prima edizione, ha definito questo abbattimento del muro la primavoltità. Dunque, ecco in video la prima donna camionista, vice-presidente della Camera, minatrice, laureata in ingegneria, inviata di guerra, giornalista, direttrice di un teatro, vincitrice di un oscar, conducente di autobus, e così via.

Alcuni nomi delle protagoniste di questa seconda edizione: Lea Pericoli, record di campionati italiani di tennis, prima donna “in minigonna” e prima testimonial nella lotta contro i tumori, Anna Maria Guidi Cingolani madre costituente prima donna ad avere un incarico ufficiale al Governo (con De Gasperi nel 1951), Valentina Zurru  tra le prime donne minatrici nella miniera di Nuraxi Figus, Laura Bassi, prima donna al mondo ad ottenere una cattedra universitaria vissuta a Bologna nel 1700, Nives Meroi prima scalatrice italiana in vetta agli 8.000 (Nanga Parbat) nel 1988. E ancora: Matilde Serao, Maria Montessori, Cristina Trivulzio di Belgiojoso, Anna Magnani, le sorelle Fontana e molte altre.

Profili importantissimi nella storia del nostro Paese ma non abbastanza ricordati se non del tutto dimenticati. Come quello di Gianna Radiconcini, la prima donna corrispondente Rai all’estero. Che viene ricordata senza dubbio per questa primavoltità ma che ha una vita così intensa da costituire un vero e proprio esempio di emancipazione per le donne in generale e per tutti i giovani.

Gianna Radiconcini, scomparsa nel 2020, era nata nel 1926, in pieno fascismo. Diventa antifascista all’età di nove anni. Quando nel settembre del 1943 arrivano i nazisti a Roma, la ragazza, che ormai ha 17 anni, insieme ad alcune sue compagne di classe, diventa una staffetta partigiana. Porta di tutto, finanche dinamite, acquistata vendendo gioielli di famiglia. Entra a far parte del Partito d’Azione e poi dal 1946 di quello repubblicano. Tra il 1953 e il 1958 diventa responsabile de la Voce della Donna, la pagina del quotidiano del partito da dove denuncia il maschilismo imperante anche dentro la stessa formazione politica in cui milita.

Il maschilismo è dappertutto in quegli anni, pure dentro la Rai dove inizia a lavorare come giornalista. Ed è in Rai che diventa la prima corrispondente donna dall’estero, da Bruxelles.
La vita privata di Gianna Radiconcini è turbolenta. Ma riesce a farla diventare una battaglia pubblica. Il suo primo marito, con il quale ha due figli, lascia il tetto coniugale e va ad abitare con l’amante. Quando si innamora di un altro uomo è costretta a nascondersi, perché secondo la legge, non può tradire un marito che l’ha abbandonata. È il 1970, ancora non c’è il divorzio. Ma lei comunque non accetta una legge profondamente sbagliata. Ha un figlio col nuovo compagno e dà scandalo. Ma quello scandalo orgogliosamente e giustamente rivendicato apre la strada alla grande battaglia per il divorzio e alla più vasta opera culturale per la rivendicazione della parità di genere.

Le altre cinquantaquattro donne raccontate finora non coprono tutte le attività umane, ma iniziano a dare un affresco di un pezzo di storia davvero troppo poco indagato.
In attesa della terza serie, le cinquantacinque prime donne si possono sentire su Radio 1 e si trovano tutte su Rai Play.

Nella foto: Gianna Radiconcini, frame del video dell’intervista di Gad Lerner, La scelta. I partigiani raccontano, Rai 3

Il giorno nero dell’antimafia

Il primo record di cui avremmo volentieri fatto a meno è la presidenza della Commissione antimafia un nome sgradito ai familiari delle vittime di mafia. Le perplessità legate alla fedelissima di Giorgia Meloni sono state, fin dall’inizio, legate alla sua inesperienza sul tema in un Paese in cui di professionalità antimaf ce ne sono moltissime. Poi è arrivata la famosa puntata di Report (che non a caso qualcuno vorrebbe chiudere) sulla presunta vicinanza tra Colosimo e Luigi Ciavardini , l’ex estremista nero dei Nar, condannato a 30 anni per la strage di Bologna. Dalle parti di Fratelli d’Italia avevano spiegato che la foto che ritraeva Ciavardini e Colosimo fosse legata a una serie di eventi di associazioni che si occupano di carcere. Nella maggioranza non hanno trovato un altro nome in grado di rassicurare i familiari delle vittime.

M5s, Pd e Avs hanno fatto muro all’elezione di Colosimo alla presidenza. Poi sono tornati in Aula per leggere vicepresidenti e segretari. Accade così che come vice della probabile peggiore presidente della Commissione antimafia nella storia d’Italia ci sia l’ex procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho, ora deputato del Movimento 5 Stelle. A chi ha sottolineato il controsenso di contestare la presidente per poi farne da vice l’ex magistrato Roberto Scarpinato (senatore M5S) spiega che dovevano «avere uno spazio all’interno dell’Ufficio di presidenza per fare le nostre proposte». Vedremo l’evolversi di questo inizio nefasto. De Raho stamattina spiega che nel suo ruolo vigilerà sui processi sulle stragi. Colosimo intervistata da Libero attacca già la minoranza. Ci sono già tutti gli elementi per l’inopportuno errore politico dell’opposizione.

Ieri, durante la commemorazione per la morte del giudice Giovanni Falcone, alcuni poliziotti hanno bastonato il popolo di Palermo in corteo con la Cgil e altre sigle. In città l’ultimo episodio in cui si usò la forza contro i cittadini palermitani per questioni di mafia e di antimafia risale ai tempi del funerale di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti di scorta. Non proprio un bel presagio. I politici da difendere in questo caso sono il sindaco di Palermo Roberto Lagalla e il presidente della Sicilia Renato Schifani, eletti anche con la spinta elettorale di due condannati per mafia come Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro. 31 anni dopo anche i cognomi sono gli stessi.

È la cronaca cruda di una giornata nera anche nei simboli.

Buon mercoledì.

 

Ballottaggio in Turchia: il 28 maggio si gioca una partita che va oltre i confini del Paese

Kemal Kılıçdaroğlu

Chi è Kemal Kılıçdaroğlu, lo sfidante dell’autocrate Erdoğan alla presidenza della Turchia, che va la ballottaggio il 28 maggio? Dal 2010 è il leader del Partito popolare Repubblicano (il partito di Atatürk) e candidato presidente sostenuto dallo Yesil Sol Parti, il partito rosso verde a forte presenza curda.

Oggi Kılıçdaroğlu avrebbe potuto essere già al lavoro per una svolta democratica da capo dello Stato e del governo. O comunque avrebbe potuto essere in vantaggio sul suo sfidante. Dico avrebbe potuto, perché il voto del 14 maggio scorso per le presidenziali ha visto di nuovo l‘affermazione della dittatura sostanziale creata da Erdoğan in questi anni. Un sistema di utilizzo del potere, del controllo del territorio e del voto che, di fatto, smentisce la retorica da “Paese normale” usata per l’accreditamento internazionale. Non si possono analizzare le elezioni turche senza inserire tra i parametri di valutazione i brogli eclatanti, le violenze, le intimidazioni avvenute prima e durante il voto (polizia ed esercito, indiscriminatamente, hanno sparato e lanciato lacrimogeni per le vie di Cizre nelle ore di scrutinio). Il contrario di ciò che Erdoğan cerca di narrare a livello internazionale. In alcuni collegi, video alla mano, le schede che davano in vantaggio la Coalizione sostenuta dal presidente Erdoğan sono state conteggiate più volte. In conferenza stampa, le opposizioni hanno dimostrato la differenza tra il risultato dei verbali dello scrutinio ai seggi e quello ufficiale. Nella sezione 1240 di Bismil, più di 200 voti per lo Yesil Sol Parti sono stati registrati in favore dell’MHP, partito alleato di Erdoğan. La prova elettorale non è stata né libera né trasparente. A dirlo è sia la missione dell’Osce (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), che ha segnalato possibili irregolarità almeno nel 10% dei seggi; sia per la missione indipendente a cui ho partecipato insieme a centinaia di osservatori da tutta Europa.

Ho fatto parte, insieme al deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Marco Grimaldi e all’attivista e collaboratore del gruppo alla Camera Luca Faenzi, della delegazione europea di osservatori indipendenti. L’invito è arrivato dal HDP, partito che tiene insieme le anime del movimento curdo con la sinistra socialista, ambientalista e femminista turca. Sul posto abbiamo potuto registrare il clima vissuto in Turchia dalle forze di opposizione, con in testa il partito rosso verde che raccoglie il protagonismo politico della comunità curda e l’eredità di Selahattin Demirtaş, leader dell’HDP e storico militante della sinistra e per i diritti umani, ora nelle carceri turche. Abbiamo potuto verificare sul campo il clima di controllo poliziesco diffuso e di intimidazione.

I ragazzi che abbiamo incontrato la sera del nostro arrivo erano entusiasti. Ci hanno raccontato di una campagna elettorale porta a porta, di una mobilitazione mai vista prima. Di un Erdoğan indebolito dalla gestione catastrofica dell’emergenza terremoto e dall’inflazione. Parole di speranza, ma anche di paura. Incrociano i nostri passi vicino all’albergo dove siamo ospitati e mostrano con orgoglio il simbolo del partito rosso verde. Ricambiamo il loro entusiasmo dicendo che siamo dentro la stessa speranza. E da lì, è un fiume in piena. Memet, uno dei ragazzi, ci dice: «Erdoğan è un dittatore, stavolta ce la facciamo!». Mostra i video delle mobilitazioni di piazza dei giorni precedenti. Donne e uomini di tutte le età, bambini che sventolano le bandiere del partito rosso verde e quelle con i colori del Kurdistan rosso giallo verde. Video con musiche, fuochi d’artificio e slogan. Memet vuole farsi una foto con noi. È un giovane militante ed è fiero di quanto fatto durante la campagna elettorale. Poi però ci ripensa. Ondeggiando tra la baldanza giovanile e il dubbio, la sua espressione cambia. Ci dice che è meglio non farlo. “Se la trovano a voi se la prendono con me. O con i miei genitori”. Ci chiede di non pubblicare nulla.

Sarà così nei giorni successivi. Sarà così anche nei pressi di alcuni seggi. Accanto alla normalità formale del voto, cresce la paura di molti che chiedono di non essere nominati o fotografati «per il timore di ritorsioni». Proprio in queste ore arriva la dichiarazione della deputata curda Ceylan Akça eletta in Parlamento: «le elezioni non sono state né giuste, né libere. Le persone hanno avuto paura a svolgere il ruolo di scrutatore, per la preoccupazione di perdere lavoro e opportunità». Dice che Kılıçdaroğlu avrà la possibilità di vincere se ci sarà la mobilitazione della società democratica turca. Ma anche di quella internazionale, Europa in testa. Sostiene che non ci sono solo i brogli, che la campagna elettorale si trucca anche con le intimidazioni prima del voto.

Da queste elezioni emerge il tentativo di Erdoğan di accreditarsi ancora di più come figura di riferimento tra due mondi, quello occidentale e quello asiatico-orientale. La sua ambizione vola verso un ruolo che vada oltre il tradizionale nazionalismo kemalista, per accedere a quello di superpotenza non solo locale (basti vedere il ruolo giocato nel conflitto Russia-Occidente o quello sul versante libico e nel Mediterraneo). Per arrivare a questo risultato deve annientare l’opposizione curda e democratica, deve farlo cercando, allo stesso tempo, di accreditarsi con un volto presentabile sul piano internazionale. Da qui il doppio livello: dittatura sostanziale, democrazia di facciata. Questo è quello che è successo prima e durante il voto. In questi giorni è uscita allo scoperto la doppiezza politica di chi, da una parte, prova ad annientare a colpi di carcere e di guerra permanente il popolo curdo e le opposizioni interne; ma dall’altra si presenta agli occhi internazionali come figura «disposta ad accettare l’esito del voto». In vista del ballottaggio bisognerà potenziare tutte le iniziative di verifica e pressione internazionale e chiamare gli organismi internazionali a presidiare con maggiore determinazione l’appuntamento del 28 maggio. Come ci dicono i nostri amici curdi e i rappresentanti dello Yasil Sol Parti: «combattere fino alla fine!». Perché è chiaro che nonostante i brogli e le violenze, il Sultano ha subìto una battuta d’arresto, senza riuscire a dare la spallata che si aspettava. Il 28 maggio si giocherà una partita che va oltre la Turchia, che riguarda il ruolo che un Paese cruciale per gli equilibri dell’area avrà sul versante europeo e sul Mediterraneo. Si gioca una partita che interessa i diritti civili e umani e il rapporto con la maggiore fonte di propulsione democratica dell’area: le forze politiche espressione del popolo curdo.

Aggiornamento:  Il nazionalista Ogan sosterrà l’autocrate Erdogan

Il silenzio che uccide

Letteralmente è il silenzio che ha ucciso le 43 persone a Genova sul ponte Morandi. Se dice il vero il più potente manager della famiglia Benetton, Gianni Mion, è accaduto che durante una riunione nel 2010 qualcuno abbia deliberatamente deciso di tacere: “Ci fu un incontro sul Ponte Morandi che io ricordo come memorabile. – dice Mion di fronte al pm Massimo Terrile – Una riunione di alto livello in cui si parlò di quel difetto originario di progettazione. I tecnici ci dissero che quel problema creava perplessità sul fatto che il ponte potesse ‘stare su’. Chiesi se qualche ente esterno ne avesse attestato la sicurezza, e il direttore generale Riccardo Mollo mi rispose che la sicurezza del ponte ‘ce la autocertificavamo’. Questa risposta sembrava assurda solo a me, perché constatavo invece che, a tutti gli altri partecipanti, compreso Castellucci, pareva tutto normale, sembrava che nessuno si preoccupasse o avesse dubbi di alcun genere. La cosa mi lasciò allibito e sconvolto, anzi più esattamente terrorizzato. Mi sentivo tutt’altro che tranquillo, non mi fidavo, non condividevo il metodo, pensavo bisognasse coinvolgere il ministero, e anche per questo nel 2013 decisi di lasciare l’incarico nel Cda di Atlantia”.

Una colpa che si trascina anche dopo il crollo: “Ricordo che telefonai a Castellucci, tre giorni dopo il crollo – spiega Mion al magistrato – chiedendogli esplicitamente di chiedere scusa, di stanziare una grossa cifra per i primi risarcimenti e dimettersi. Lui non fece niente del genere e, su questo, trovò l’appoggio iniziale della proprietà che, per me, non si era resa conto dell’entità della tragedia e degli effetti devastanti che produceva sull’immagine loro e delle loro imprese: la reputazione dei Benetton, mi confermò la sondaggista Ghisleri, era morta e sepolta”.

Le parole di Mion smontano in toto la tesi difensiva su cui puntano Autostrade per l’Italia e gli imputati per i 43 morti di Genova, a cominciare dall’ex amministratore delegato, Giovanni Castellucci. Autostrade ripete che il crollo del ponte sia dovuto a un vizio che definiscono “occulto”. Ora non resta che vedere cosa accadrà nel processo. A proposito del processo: secondo il pm, proseguendo con questo ritmo si dovrebbe finire a dicembre del 2025. A febbraio 2026 arriverebbero le prime prescrizioni.

Buon martedì.

Nella foto: frame di un video che riprende il crollo del ponte Morandi (LiguriaOggi redazione)