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Alle radici della pericolosa retorica bellicista che dilagava già prima del 24 febbraio 2022

Oltre alla guerra in corso in Ucraina dal 24 febbraio 2022, in Italia già da due anni prima, era cominciata una guerra mediatica che alimenta quella che Edgar Morin chiama «isteria di guerra» che «provoca l’odio di ogni conoscenza complessa e di ogni contestualizzazione». Come insegnano i filosofi del linguaggio, abitiamo la lingua che parliamo perché il linguaggio costruisce gli elementi concettuali del mondo in cui viviamo, ne crea le coordinate condivise di riferimento. Attraverso il linguaggio non solo descriviamo la realtà, ma la organizziamo quando con le parole elaboriamo un pensiero. (non a caso logos indicava nella filosofia greca sia la parola che il pensiero). Tuttavia, l’argomentare è spesso vittima di fallacie, inganni che svelano errori logici nella costruzione dei ragionamenti. Errori inconsapevoli ai quali ci affidiamo per pigrizia mentale oppure inganni consapevoli per ottenere ragione, promuovere tesi precostituite, ostacolare l’esercizio del pensiero critico. Fallacie che hanno come caratteristica comune la semplificazione della complessità.

Un’epifania massiccia di fallacie argomentative si è avuta con la narrazione della pandemia da Covid-19 in chiave bellica: non si è trattato di un mero espediente metaforico ma, per le notevoli implicazioni culturali e politiche che ha generato, di un vero paradigma interpretativo. Nel 2020, infatti, insieme alla pandemia ha cominciato a dilagare il linguaggio bellico per raccontare l’impegno collettivo delle comunità per salvare persone aggredite dal subdolo “nemico”, che andava necessariamente “sconfitto”. Anticipando e preparando, di fatto, il clima bellicista poi pienamente dispiegato con la narrazione del conflitto armato in Ucraina, esploso sui media italiani dal 24 febbraio 2022 in piena continuità lessicale tra la narrazione della “guerra” al virus e quella del “virus” della guerra. Ma quella modalità di racconto della pandemia era ingannevole per molte ragioni: ha forzatamente banalizzato ciò che è complesso; ha personificato in un nemico un elemento naturale indifferente, non intenzionalmente ostile; ha rappresentato questo nemico come “alieno”, non considerando che è il sistema stesso ad essere “malato”; ha favorito il depotenziamento della procedure democratiche: la guerra è “stato di eccezione” per definizione; ha diviso le persone in amici e “traditori”, tra coloro che rispettavano e coloro che trasgredivano restrizioni; ha costruito il mito degli eroi in corsia, trascurando di rispondere dei tagli alla sanità che hanno costretto ad affrontare la crisi in situazione di precarietà; ha rilanciato il mito della guerra come mobilitazione positiva; ha oscurato il tema del prendersi cura reciproco, antitesi del paradigma bellicista. Dunque questo racconto martellante della pandemia è stato funzionale – intenzionalmente o meno – alla ricostruzione di un immaginario positivo della guerra come sforzo collettivo, come mobilitazione patriottica, come esaltazione della potenza militare. In un Paese nel quale il pudore della guerra, insito nel ripudio costituzionale, faceva sì che veri interventi militari venissero definiti ossimoricamente “missioni di pace”, la guerra – associata, in questo caso, all’impegno di chi salva vite umane anziché ucciderle – è tornata ad essere rivalutata come metafora di valore, anziché di disonore. Anche per questo è sembrato normale che dal 24 febbraio 2022 i “bollettini di guerra” serali dei morti da covid venissero rimpiazzati da bollettini di guerra dei morti di una guerra guerreggiata, senza doverne modificare la cifra narrativa.

Dall’invasione russa dell’Ucraina il linguaggio bellicista è stato dispiegato in tutta la sua potenza per convincere della “necessità” del coinvolgimento italiano non in un processo europeo di mediazione tra le parti, ma in un ingaggio armato sempre più massiccio ribadito ossessivamente nel discorso pubblico. Deformando sui principali media, ancora con uso abbondante di fallacie argomentative, le opinioni basate su analisi che, ad esempio, provavano a ricostruire la genealogia del conflitto antecedente al 24 febbraio per cercarne una via di de-esclation: una narrazione del conflitto inquadrata nel paradigma binario della “guerra giusta”, fondata sullo schierarsi militarmente dalla parte dell’aggredito – non per la pace ma per la “vittoria” – pena essere tacciato di filo-putinismo. In questa ottica, anche le iniziali manifestazioni spontanee per la pace e la solidarietà con il popolo ucraino sono state interpretate – come nella distopia orwelliana della neolingua: “guerra è pace” – come mandato al governo per entrare di fatto in guerra, sulla pelle degli ucraini.
È il dispiegamento della propaganda di guerra: un dispositivo antico quanto la guerra stessa, codificato nell’elenco delle “bugie in tempo di guerra” stilato da Arthur Ponsonby, politico pacifista inglese, dopo la prima guerra mondiale, nell’omonimo libro nel quale analizza gli inganni messi in atto dalla propaganda di tutte del parti in conflitto. La storica belga Anne Morelli ha recuperato questo testo e ne ha fatto una verifica alla luce delle guerre successive, fino all’aggressione militare Usa dell’Iraq del 2003, nelle quali mutatis mutandis tutti i “Principi elementari della propaganda di guerra” risultano confermati e adattati ai diversi contesti per convincere le opinioni pubbliche pacifiste. Le guerre hanno enormi costi umani ed economici e per esse bisogna essere disponibili a uccidere, a morire, a fare sacrifici, per questo è necessario mettere in campo gli specifici meccanismi di persuasione, che si ripropongono, guerra dopo guerra, attraverso sistemi mediatici sempre più pervasivi. Ecco l’elenco dei dieci “principi elementari di propaganda di guerra”, riproposto da Morelli: 1. Non siamo noi a volere la guerra, ma siamo costretti a prepararla e a farla; 2. I nemici sono i soli responsabili della guerra; 3. Il nemico ha l’aspetto del male assoluto (salvo averci fatto affari fino a poco prima); 4. Noi difendiamo una causa nobile, non i nostri interessi; 5. Il nemico provoca volutamente delle atrocità, i nostri sono involontari effetti collaterali; 6. Il nemico usa armi illegali, noi rispettiamo le regole; 7. Le perdite del nemico sono imponenti, le nostre assai ridotte; 8. Gli intellettuali e gli artisti sostengono la nostra causa; 9. La nostra causa ha un carattere sacro (letterale o metaforico); 10. Quelli che mettono in dubbio la propaganda sono traditori.
Quante volte abbiamo sentito e sentiamo nel discorso pubblico queste formule, diversamente declinate, invece di analisi e proposte responsabili e consapevoli di essere “sull’orlo dell’abisso”, come ha ricordato anche recentemente Jürgen Habermas?

Infine, la propaganda di guerra assume la più odiosa e pervasiva delle forme quando – senza dover neanche far uso dei dispositivi linguistici – raggiunge e viola le coscienze dei più vulnerabili tra i cittadini: i bambini, com’è avvenuto lo scorso 28 marzo per i cento anni dell’Aeronautica militare, quando scolaresche festanti sono state portate ad inneggiare alla presidente del consiglio Giorgia Meloni che si accomodava all’interno di un cacciabombardiere F35 collocato nel bel mezzo di piazza del Popolo a Roma. Un orribile strumento di morte, capace di trasportare testate nucleari, circondato dai bambini in tripudio nella più oscena e subdola delle parate belliciste. Una messa in scena da regime militarista. Ma in tempi di guerra, ogni governo diventa regime.

Pasquale Pugliese è filosofo e formatore fa parte del Movimento nonviolento

ELLE, il nuovo disco sulle tracce di Hemingway

ELLE è il progetto di un gruppo di tre giovani artisti – Marco Calderano, batteria e chitarre,  Miriam Fornari, tastiere ed elettronica e Danilo Ramon Giannini, voce e liriche – nato da un incontro avvenuto poco tempo prima della pandemia del 2020.
Abbiamo parlato con i tre musicisti in occasione della pubblicazione del loro nuovo disco – ELLE Volume II (Urtovox Records). Tutto il disco è permeato da un’atmosfera sospesa, con un approccio quasi “minimalista”, i pochi strumenti a disposizione, batteria, chitarre e tastiere, vestono con sobrietà melodie e testi permeati da una singolare malinconia, che resta però sempre agganciata ad una speranza di rinascita. I singoli brani partono di solito in maniera sommessa, con l’enunciazione delle prime strofe cantate dalla voce di Danilo, poi, quasi inaspettatamente la musica si espande, entrano le chitarre e la batteria mentre la melodia, doppiata dalla seconda voce di Miriam, si distende verso un finale aperto.
Lo sguardo si rivolge alla finestra, scrutando l’esterno giorno di un grigio pomeriggio autunnale. Prima del tramonto, un raggio di luce filtra attraverso gli strati di nuvole e fa presagire l’arrivo di un nuovo giorno. Il sole sorge ancora. “The sun also rises” come recitava il titolo di un famoso romanzo di Ernest Hemingway, che non a caso viene citato anche nelle pieghe del testo di “Sailing roads”.

Come nasce il gruppo ELLE?
«Impossibile non legare la nascita della band ELLE alla pandemia del 2020» ci racconta Marco Calderano. «Ci siamo incontrati proprio pochi mesi prima e, grazie soprattutto ad un’intuizione di Miriam, che mi ha subito incoraggiato a comporre, abbiamo iniziato a suonare assieme. Il distanziamento e il relativo lockdown invece di scoraggiarci, ha fatto emergere una voglia nuova di approfondire e scrivere delle cose proprie, a dispetto di una situazione esterna davvero poco incoraggiante. È avvenuto così che il primo disco omonimo – ELLE – ha visto la luce sul finire del 2020 quando le restrizioni sembravano potersi allentare. Nel corso del 2021, con l’alternarsi dei periodi di aperture e chiusure imprevedibili, la situazione ci ha costretto di nuovo ad un blocco delle esibizioni dal vivo. Ma, come era già accaduto in precedenza, la solitudine forzata ci ha dato l’opportunità di continuare a scrivere e comporre. Pian piano è nato così questo Volume II».

In che cosa questo album si differenzia dal primo e in che cosa invece prosegue su quella falsariga?
«Di fatto, almeno musicalmente, le analogie prevalgono sulle differenze – ribadisce Marco – anche perché sul piano compositivo, nell’intervallo tra il primo ed il secondo disco non ci siamo mai fermati, anche se a ben guardare c’è stata un’evoluzione, forse anche inconsapevole, nel modo di comporre. Ad esempio “We know”, l’ultimo pezzo inserito nell’album, ha una struttura compositiva aperta che ci apre la strada verso direzioni completamente diverse».
«La musica è legata con un filo rosso alle prime composizioni –  spiega Danilo Ramon Giannini – ma il nostro vissuto durante la pandemia ha fatto sì che le canzoni del nuovo lavoro siano forse più mature. Mentre all’inizio i testi erano incentrati di più su una ricerca interiore, un guardare essenzialmente dentro se stessi, nei nuovi brani c’è una maggiore apertura verso l’esterno, un’attenzione al rapporto con l’altro e con il diverso da sé».
«Nella scrittura dei brani – prosegue Miriam Fornari – il modus operandi del gruppo è sempre stato di tipo cooperativo. Normalmente è Marco che porta in studio le bozze del brano, con la sequenza degli accordi, e poi lavoriamo insieme, anche se io mi dedico maggiormente agli arrangiamenti, mentre Danilo Ramon Giannini è responsabile dei testi, tutto il lavoro si basa su un interscambio continuo ed incessante di idee e scelte tra tutti noi».

Che cosa ne pensate della definizione di “post rock” spesso utilizzata per cercare di descrivere la vostra musica?
«Credo che ormai nel 2023 il concetto di “genere musicale” – afferma Miriam – troppo spesso utilizzato e direi “abusato” in passato non abbia più senso oggi. I musicisti delle nuove generazioni come la mia sono cresciuti in un’epoca di globalizzazione culturale e di conseguenza anche musicale. Abbiamo ascoltato di tutto ed ognuno di noi ha tanti “padri” e quindi ci portiamo dietro un po’ l’eredità “genetica” di tutto quello che c’è stato prima di noi, ma anche di tutto quello che ci circonda adesso».
«Non a caso – prosegue Marco – nel disco compare anche una rivisitazione di “Landslide” dei Fleetwood Mac (conosciuta peraltro attraverso la cover degli Smashing Pumpkins) che apparentemente potrebbe sembrare la cosa più lontana dal nostro approccio alla musica».
«Ognuno di noi inoltre viene da storie ed esperienze assai diverse che vanno a fondersi in un’unica entità artistica – aggiunge Danilo – quindi per noi l’obbiettivo più importante resta quello della ricerca di una nostra precisa identità come gruppo musicale al di là di qualsiasi etichetta di comodo».

Qual è dunque la vostra storia individuale prima di incontrarvi e formare il gruppo?
«Io sono di Perugia – racconta Miriam – e provengo da una formazione classica di conservatorio e dalla specializzazione ottenuta presso Siena Jazz, e mi è sempre piaciuto scrivere e poter dare il mio apporto nell’ambito della composizione e dell’arrangiamento ai musicisti che di volta in volta chiedevano la mia collaborazione».
«Io invece – prosegue Danilo – vengo da mondo del teatro che frequento come attore, ma ho sempre coltivato questo mio animo musicale, oltre che come cantante, anche nella scrittura di testi e monologhi sia per il teatro che nella canzone. Nei testi del disco ho voluto inserire anche dei riferimenti letterari e delle citazioni, a volte rubate a Shakespeare, oppure a Hemingway, come nell’intermezzo da “Il vecchio e il mare” inserito in “Sailing Roads”».
«La mia storia è un po’ diversa – racconta Marco – come molti ho iniziato a suonare la chitarra da ragazzo come autodidatta. Dopo il mio trasferimento a Roma, ormai diversi anni fa, ho avuto la possibilità di studiare ed approfondire seriamente chitarra e batteria».

Perché la scelta dei testi in inglese?
«Il nostro retroterra musicale ci ha condotto in modo del tutto naturale verso l’inglese – spiega Danilo – in particolare verso il suono della lingua inglese, che resta un carattere originario del rock, e che abbiamo voluto utilizzare per poter creare delle immagini e delle suggestioni, anche sonore, attingendo anche a reminiscenze letterarie e libere citazioni di scrittori e poeti, spesso senza sentirci in obbligo di seguire i dettami della grammatica o della sintassi della lingua inglese».
«Scrivere in italiano mi metterebbe in difficoltà – prosegue Marco – e sinceramente ad oggi non è ancora nelle mie corde; dovrei forse cercare di esprimermi per metafore, visto che l’idea di un racconto più vicino alla realtà finirebbe per annoiarmi un po’».
«A me invece piace sperimentare – questo è il parere di Miriam – e non escluderei di potermi cimentare con liriche in italiano, potrebbe essere uno stimolo interessante per nuove esplorazioni”.

Da dove viene questa vena malinconica soffusa che permea tutto l’album? Riflette forse in maniera più intima e personale la crisi di speranze e prospettive di cambiamento di quella generazione “di mezzo” come la vostra dei trenta-quarantenni, stretti tra i più anziani, i cosiddetti “boomers” e scavalcati dai nuovi “millenials”?
«In effetti l’arco di età che ci contraddistingue – risponde Danilo – va dai ventotto anni di Miriam ai quarantadue di Marco, e quindi ricade, con qualche distinguo, nelle generazioni di cui stiamo parlando. Personalmente sono convinto che in questo lavoro ci sia l’esigenza di un rapporto autentico con una realtà sociale esterna sospesa e sfuggente. Credo che una chiave di lettura sia quella di esplorare l’esterno con un rapporto dialettico con l’altro».
«Da parte mia – aggiunge Miriam – essendo la più giovane del gruppo sono quella che ha vissuto di più in prima persona il fenomeno della globalizzazione dei linguaggi attraverso l’immersione nel mondo dei social e dei media. Però tutto questo bombardamento di input musicali e culturali diversi, se filtrato dalla propria sensibilità, può essere considerato un’opportunità e anche una ricchezza, che però va sempre finalizzata alla ricerca di una propria identità artistica a prescindere dai generi musicali». «Credo che in questo momento – conclude Marco – per me la chiave di tutto stia nella ricerca, nella curiosità e nel rapporto anche con musicisti e con persone più giovani con cui dialogare, ascoltare e “rubare” dando attenzione e prendendo ispirazione da quello che ascoltano gli altri. Al contrario di quanto si voglia far credere, c’è tanta bella musica e tanta creatività in giro, c’è solo da avere l’apertura e la disponibilità di prenderla al volo e farla diventare qualcosa di nostro».

Un’ultima notazione: la foto della copertina del disco, realizzata da Eolo Perfido, allude volutamente a Cecità di Saramago: ritrae Marco, Danilo e Miriam in un abbraccio. Lei con gli occhi chiusi copre con le mani gli occhi dei due uomini. Nelle intenzioni della band la foto vuole essere quindi un omaggio al sentire femminile, irrazionale e “sconosciuto”.

L’ecatombe del Mediterraneo

Il trimestre gennaio-marzo 2023 è stato il più letale per i migranti che hanno attraversato il Mediterraneo centrale dal 2017: lo dichiarano le Nazioni Unite registrando 441 vite perse nel tentativo di raggiungere l’Europa. “La persistente crisi umanitaria nel Mediterraneo centrale è intollerabile. Con più di 20.000 morti registrati su questa rotta dal 2014, temo che queste morti si siano normalizzate”, ha dichiarato Antonio Vitorino, capo dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni delle Nazioni Unite (Oim).

“Durante il fine settimana di Pasqua, 3.000 migranti hanno raggiunto l’Italia, portando il numero totale di arrivi dall’inizio dell’anno a 31.192 persone”, afferma l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dell’Onu (Oim). L’Organizzazione sostiene che i ritardi nelle operazioni di ricerca e salvataggio (Sar) sono stati un fattore determinante in almeno sei episodi dall’inizio dell’anno, causando la morte di 127 delle 441 persone. “La totale mancanza di risposta durante una settima operazione di salvataggio è costata la vita ad almeno 73 migranti” ancora inclusi nello stesso conteggio, afferma in un comunicato, aggiungendo che gli sforzi di ricerca e salvataggio da parte delle organizzazioni non governative sono diminuiti significativamente negli ultimi mesi. “Il Progetto migranti scomparsi dell’agenzia Onu sta inoltre indagando su diversi casi di imbarcazioni scomparse, dove non c’è traccia di sopravvissuti, non ci sono detriti e non sono state condotte operazioni di ricerca e salvataggio. Circa 300 persone a bordo di queste imbarcazioni sono ancora disperse”, sottolinea l’Oim. “Salvare vite in mare è un obbligo legale per gli Stati”, ha detto Vitorino. “Abbiamo bisogno di un coordinamento proattivo degli Stati negli sforzi di ricerca e salvataggio. Guidati dallo spirito di responsabilità condivisa e di solidarietà, chiediamo agli Stati di lavorare insieme e di impegnarsi per ridurre la perdita di vite umane lungo le rotte migratorie”, ha aggiunto.

Recentemente, le operazioni Sar a guida ong sono state notevolmente ridotte, ricorda l’Oim in una nota. Il 25 marzo, la Guardia costiera libica ha sparato colpi in aria mentre la nave di soccorso dell’ong Ocean Viking stava rispondendo a una segnalazione di un gommone in difficoltà. Nel contempo, domenica 26 marzo, un’altra nave, la Louise Michel, è stata posta in stato di fermo in Italia dopo aver soccorso 180 persone in mare, un caso simile a quando la Geo Barents era stata bloccata a febbraio e successivamente rilasciata. Nel weekend di Pasqua 3.000 migranti sono giunti via mare in Italia e il numero totale di arrivi è ora di 31.192. Una nave con circa 800 persone a bordo è stata soccorsa martedì 11 aprile a più di 200 chilometri a sud-est della Sicilia dalla Guardia costiera italiana con l’assistenza di una nave commerciale. Un’altra nave con circa 400 migranti è stata alla deriva tra l’Italia e Malta per due giorni prima di essere raggiunta dalla Guardia Costiera italiana, ricostruisce l’Oim. Non tutti i migranti di queste barche sono ancora sbarcati in Italia. “Salvare vite è un obbligo legale per gli Stati – ricorda Vitorino – C’è bisogno di un coordinamento, a guida statale, nelle operazioni di ricerca e soccorso. Guidati dallo spirito di condivisione delle responsabilità e della solidarietà, chiediamo agli Stati di lavorare insieme per ridurre la perdita di vite lungo le rotte migratorie”.

La preoccupante situazione nel Mediterraneo centrale rafforza la necessità di un sistema Sar a guida statale dedicato e prevedibile e di uno sistema di sbarco che ponga fine alla risposta ad hoc che ha caratterizzato le operazioni in mare dalla fine dell’Operazione Mare Nostrum nel 2014. Gli sforzi degli Stati per salvare vite devono includere un sostegno all’impegno delle ong nel fornire assistenza per salvare vite e devono poter porre fine alla criminalizzazione, agli ostacoli e ai vari tipi di deterrenza esercitati nei confronti degli sforzi di coloro che forniscono tale assistenza. Tutte le navi, comprese quelle commerciali, hanno l’obbligo legale di fornire assistenza e soccorso alle imbarcazioni in difficoltà. L’Oim, conclude la nota, chiede inoltre ulteriori azioni concertate per smantellare le reti criminali di traffico di esseri umani e per perseguire coloro che approfittano della disperazione dei migranti e dei rifugiati facilitando viaggi pericolosi.

Buon giovedì.

Per approfondire leggi il libro di Left di aprile di Flore Murard-Yovanovitch e Fulvio Vassallo Paleologo

Parole gentili per stare bene insieme. A scuola e non solo

«A Roma le macchine volano e non inquinano, i monumenti come il Colosseo sono protetti da una cupola invisibile, il rapporto con gli animali è gentile e rispettoso, gli studenti a scuola non usano più i libri ma i touch pad, schermi fluttuanti che contengono tutti i materiali scolastici». Inizia così Il sassolino apocalittico uno degli otto piccoli, preziosi volumi del progetto “Diventare libri”, un progetto-laboratorio scolastico promosso dalla Regione Lazio nel 2022 (ora arrivato a splendida conclusione e presentato a Bologna Children’s Book Fair 2023) in collaborazione con Beisler Editore in cui i ragazzi e le ragazze hanno immaginato, scritto, illustrato le loro storie. Partner di Beisler, l’Istituto comprensivo via Semeria di Roma, con due sue classi di scuola media: la 2a I e la 3a F. Motori di tutto, oltre alle studentesse e agli studenti, Chiara Belliti, editor di grande bravura ed esperienza, e le loro intraprendenti insegnanti, Maura Dianetti e Patrizia Vilardo.
Molto belle le storie raccontate da studentesse e studenti; storie che vanno da Roma a Cassino, da Sydney a New York per arrivare fino in Canada, o che partono dalla Georgia e dalla California, vere, reali, per poi giungere, attraverso misteriosi portali, in immaginari mondi sotterranei. Insomma, un trionfo della fantasia, ma con i piedi (anzi, le mani) ben ancorati per terra, nella vita vera, quella di tutti i giorni, a scuola e non solo. I racconti scritti da queste giovani scrittrici e da questi giovani scrittori in erba sono spesso divertenti e surreali, altrettanto spesso terribilmente seri, tragici. Come anche i temi che trattano: la solitudine, il bullismo, l’amicizia, le dipendenze, l’amore. Alcune assomigliano a favole, ma non sempre a lieto fine, quasi distopiche; in altre si dà spazio al sogno, visto che in molti casi i protagonisti sono adolescenti. Quanta bravura e delicatezza nella scrittura dell’incipit di Il segreto della miniera. Tanti sono i brani degli otto volumi pubblicati dalla Beisler che meriterebbero di essere citati per la loro bellezza. Come sono belli i disegni e le illustrazioni che accompagnano i racconti di queste giovani scrittrici e di questi giovani scrittori, che fanno un tutt’uno con le storie pubblicate da Beisler editore, impreziosendole. Storie che attraversano i generi della letteratura, dal giallo alla fantascienza.
Un’altra importante sfida (vinta) per Chiara Belliti. Maura Dianetti e Patrizia Vilardo sono entusiaste del lavoro e del risultato finale. In questo progetto è stato coinvolto anche Marco Dallari, docente ordinario di Pedagogia generale e sociale all’Università di Trento, e apprezzato formatore di insegnanti e operatori del settore. Dal suo punto di vista, la valenza pedagogica di questa esperienza è stata eccezionale e sono davvero dense di significato le parole che usa per parlarne, perché colgono l’essenza di un percorso educativo che ci auguriamo possa avere un seguito anche in tante altre scuole del nostro Paese.

Poeti da tutto il mondo a Roma, per Ritratti di poesia

«Il poeta ha le sue giornate contate come tutti gli uomini, ma quanto quanto variate…» scriveva Umberto Saba. ll grande poeta triestino coglieva le tante sfumature emotive di un animo umano che percepisce il mondo intorno a sé in modo non convenzionale, come succede anche a chi, dotato di forte sensibilità, vive la realtà e insieme ne percepisce altri significati, ne trascolora il senso quasi, evocando realtà invisibili, lontane, senza staccarsi da ciò che accade. Forse è un suono speciale che in molti, a giudicare dalla quantità della “produzione” («italiani popolo di navigatori e poeti»? che affolla le segreterie di case editrici minori o maggiori, nel nostro Paese, di pubblicazioni auto pagate, pensano di ascoltare. Ma la musica vera ha un tono in più. Lo sentiremo nella rassegna che ci attende il 14 aprile a Roma, con l’Auditorium di via della Conciliazione trasformato in un salone, un’agorà in cui si alterneranno poeti provenienti da tutto il mondo. Ritratti di poesia è la più importante riunione di poeti che negli ultimi sedici anni ha attraversato la capitale, forse la penisola, e ospita più di trenta poeti in un susseguirsi di letture, presentazioni, incontri. Lungo l’arco di una sola giornata nei ventiquattro incontri viene testimoniato il lavoro di lunghi anni.

Come per Tess Gallagher (Viole nere, Il ponte che attraversa la luna) che si è detta onorata dal premio che viene tribuito dal Paese di Dante a lei, americana cresciuta nei campi di taglialegna di fronte all’isola Victoria in Canada.

Ritratti di poesia premia la vita di studio e ricerca, la stessa che vibra nelle parole di Maria Grazia Calandrone, poeta amatissima (leggi l’intervista a Calandrone per Left di Barbara Pelletti ndr), riconosciuta da molte giurie letterarie (premio Pasolini, Dessi, Montale, Camaiore, ne citiamo solo alcuni) e attualmente nella cinquina, (che potrebbe diventare sestina) del Premio Strega, con il romanzo pubblicato da Einaudi Dove non mi hai portata. Ricerca svolta non solo all’interno della propria storia, per saperla raccontare, ma anche come nel suo caso, con i detenuti, con i quali ha svolto laboratori. Ma anche con gli studenti di liceo, come accadrà nell’incontro mattutino previsto per “Ritratti”. Per questa occasione le chiedo della sua presenza nello spazio “Caro poeta”, che vedrà un dialogo tra lei, accompagnata dal poeta marchigiano Nicola Bultrini (I fatti salienti, La forma di tutti) e le  classi di tre licei romani.

Ha molti impegni, l’intervista è veloce, chiedo: Quanto è difficile misurarsi con degli adolescenti? «Direi che è una sfida», risponde (e sappiamo dai suoi libri come sa affrontarle). «Da tempo la cultura è sotto attacco – continua – e per difendersi da chi si comincia se non da e con loro a cambiare le cose? Sono loro che rappresentano il futuro. Io sfrutto questa mia “ossessione per gli altri”». Lo dice ridendo, sa che la sua caratteristica è proprio la forza di un reale interesse che mette nei rapporti. «E metto a disposizione quel che ho», dice. Durante il lockdown per la pandemia da Covid-19 faceva lezione su You tube a studenti e detenuti, e a chi come loro cercava il calore di una voce che portasse sostanza. «Leggevo on line il “Notturno” di Alcmane», racconta (il frammento designato con il n.89 del poeta greco) e declama: «Dormono le cime dei monti e le gole, i picchi e i dirupi e le schiere di animali, quanti nutre la nera terra e le fiere abitatrici dei monti e la stirpe delle api e i mostri negli abissi del mare purpureo: dormono le schiere degli uccelli dalle ali distese….». Per un attimo la potenza antica di quei versi che arrivano da secoli di superba civiltà risuonano come il cratere di un vulcano, nell’aria, nei telefoni, finendo dentro al cuore… Un silenzio, poi Maria Grazia Calandrone riprende velocemente: «Questo testo mi ha aperto la fantasia, mi ha conquistato e fatto decidere che la mia vita sarebbe stata questa. I ragazzi sono schiacciati dalla mercificazione continua cui li sottopone il modo di studiare, il mercato, la tv, noi cerchiamo di dar loro una prospettiva diversa di sé stessi».

Sì, caro poeta. Perciò caro poeta. Lavoro importante e delicato, coadiuvato, preparato da alcuni insegnanti dei Licei Machiavelli, Vittoria Colonna, Cavour di Roma: il docente Giovan Battista Elia insegna al Cavour, ancora prima insegnava al Kant: «Se vogliamo sottrarre i nostri ragazzi al modo di pensare instillato dalle prove invalsi, che mirano a ridurre la risposta ad un quesito con una crocetta, dobbiamo trovare degli spazi nuovi, spazi mentali, mirare all’autonomia di giudizio», dice e aggiunge: «Io uso ogni cosa per metterli a contatto con una dialettica diversa, per esempio andare a leggere Giovenale ai Fori, invece che in classe». Ci racconta che con i ragazzi parla di attualità, in primis della guerra, ma anche di temi di ricerca: «Mettiamo a confronto matematica e arte, il valore di una linea per esempio, di un disegno geometrico espressione di chi disegna ma anche di chi scrive. Studiamo poesia, il senso delle parole. Ha notato – mi dice – che a molti della nuova generazione mancano le parole per esprimersi?».

La professoressa Doriana Macrì del liceo Vittoria Colonna, dopo tre anni di esperienza con “caro poeta”, ci racconta l’esperienza in questa nuova edizione con il contributo di Laura Cingolani. «A fine anno abbiamo organizzato una lezione magistrale da parte dell’anziano e noto poeta Elio Pecora», racconta. «La classe era di tredici-quattordicenni, un primo ginnasio, quindi pensavamo che non ce l’avremmo fatta a tenerli. Invece sono rimasti in silenzio assoluto per due ore, senza battere ciglio. Da non credere. A fine lezione hanno accompagnato il poeta, emozionato come loro, fino all’uscita dell’istituto. Elio Pecora era molto contento».

Ascoltando, viene alla mente che i Ritratti di poesia siano la rappresentazione di “come” si sta dentro alla poesia, di come si possa usare un linguaggio non razionale per indicare le cose, per significare la propria vita. Ognuno dei poeti presenti ha una personalità decisa, una storia, una provenienza diversa, un percorso che a volte pare segnato, a volte appare casuale, come afferma per quel che la riguarda la ottantenne deliziosa poeta Vivian Lamarque, a cui andrà il premio Fondazione Roma. Della sua vita di bambina rifiutata dalla famiglia di origine, ma adottata da affettuosi genitori, ha tratto amari insegnamenti, espressi, dopo lunga elaborazione, in uno stile piano, leggero, quasi infantile. «Scoperta per caso», così si dice, dal poeta Giovanni Raboni, che ha insistito per farla pubblicare. Racconti di libertà, ci sembra, di come sapersi separare dal dolore senza compatire sé stessi e la propria vicenda. La poesia chiede cuore saldo e sintesi, per mandare a segno la propria amorevole arma. Nella rassegna il massimo della sintesi è rappresentato dall’incontro “Ritratti di poesia.280”, poesia via Twitter, un esperimento? Forse meglio gli haiku.

Nei ritratti di “Poesia sconfinata” c’è attesa per il grande spagnolo Luis Garcia Montero, l’honkongese Mary Jean Chan e l’iraniana Mina Gorji (ancora una volta il racconto in versi sugli orrori per la guerra (Persepolis) e la nostalgia per la sua terra lasciata a quattro anni (Tehran) ma anche per la lezione del pittore-poeta Emilio Isgrò dal titolo “scrittura e cancellatura”.

Vincenzo Mascolo, instancabile curatore della rassegna fin dai suoi inizi, sottolinea il lavoro di due fotografe, Loredana Foresta e Stefania Rosielic, Scoprire la libertà. Sono foto che mostrano come si vede il mondo stando dietro un burqa. «Hanno fotografato la realtà indossandone uno», dice Mascolo, testimonianza estrema di un estremo limite cui sottoporre un umano. Il mondo di una donna, di tante donne senza diritto di parola, e neanche di sguardo. Ma anche nelle foto si vedrà il prima e il dopo, non a caso il titolo parla di scoperta. Uno dei poeti italiani contemporanei più conosciuti, Claudio Damiani, abituale ospite  dei “Ritratti” ha scritto: «Se ci fosse restituito ciò che ci è stato tolto, che non è stato dato, ci hai mai pensato? se fosse che adesso soffriamo ma poi non soffriremo più, tutto ci sarà ridato e fossimo così pieni e soddisfatti da non chiedere, da non soffrire più ci hai pensato?».

Nella foto: Vivian Lamarque, frame dell’opera video di Silvio Soldini dedicata alla poetessa

 

 

                                       

Le migrazioni, il governo e i vestiti nuovi dell’imperatore

Nella celebre fiaba di Andersen l’imperatore si convince a farsi confezionare un abito con un tessuto pregiatissimo che ha la caratteristica di essere invisibile agli stolti. L’imperatore vanitoso non riesce a vederlo ma per pudore tace e si lascia convincere dai suoi cortigiani a indossarlo. Col nuovo vestito sfila per le vie della città di fronte a una folla di cittadini che applaudono e lodano a gran voce l’eleganza del sovrano, pur non vedendo alcunché  sentendosi segretamente colpevoli di inconfessate indegnità. L’incantesimo si rompe quando un bambino, sgranando gli occhi, grida con innocenza: “Ma il re è nudo!”. Ciononostante, il sovrano continua imperterrito a sfilare come se nulla fosse successo.

Il re nudo sono Matteo Salvini e Giorgia Meloni che ieri ci hanno regalato un Consiglio dei ministri che può essere preso sul serio solo dagli stolti e dagli ignari. La strana coppia che in questi ultimi anni ha urlacciato da ogni vicolo televisivo e giornalistico che avrebbe risolto “in un minuto” il “problema dell’immigrazione” se fossero stati votati ieri ha scritto su carta bollata che siamo in uno “stato di emergenza”. Tradotto: per non fare troppo la figura degli inetti hanno certificato come insuperabile il fenomeno che non sanno governare.

“Abbiamo aderito volentieri alla richiesta del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ben consapevoli – ha spiegato il ministro del Mare Nello Musumeci – della gravità di un fenomeno che registra un aumento del 300%. Sia chiaro, non si risolve il problema, la cui soluzione è legata solo a un intervento consapevole e responsabile dell’Unione europea“. Ricapitolando: il ministro dell’Inferno Piantedosi è andato dai suoi compagni di governo confessando di non sapere dove sbattere la testa e proponendo un bel “stato di emergenza” che nei fatti gli permette di forzare ancora di più le regole (orribili) che lui stesso ha scritto per risolvere la questione. Quelli, come quando si porge un biscottino, hanno accettato. Ora lo stato di emergenza è l’abito invisibile di Piantedosi.

L’ultimo stato di emergenza che certificava l’incapacità di mantenere le promesse sull’immigrazione risale al 2011 quando Silvio Berlusconi (ineguagliabile ispiratore di questa destra) con il ministro Roberto Maroni si inventarono questa trovata pubblicitaria per travestire l’inettitudine nel mantenere promesse irrealizzabili, oltre che disumane. Ora Piantedosi, Salvini, Meloni, Musumuci e compagnia cantante sfilano tronfi per le vie della città.

Al prossimo giro certificheranno che il problema del surriscaldamento globale sia la vernice lavabile sui monumenti (ops, l’hanno già fatto), che gli oppositori politici siano nemici della Patria (ops, l’hanno già fatto), che i poveri siano solo dei delatori (ops, lo stanno già facendo), che la Storia sia un lungo complotto contro di loro (ops, l’hanno già fatto) e così via. E sfileranno nudi sommersi dagli applausi.

Buon mercoledì.

Rileggere Gramsci per comprendere la crisi dell’Europa

Molti e oscuri sono gli spettri che si aggirano per l’Europa, nel nostro inquieto presente. Le tragedie del conflitto bellico e i timori di una sua degenerazione, le tensioni sociali generate dalla pandemia e dalla crisi energetica, nuove (e antiche) rivendicazioni nazionaliste, alimentano rancori, sospetti e sempre più profonde divisioni. Tutt’altro che fantasmatiche, queste forze centrifughe si abbattono sui già fragili legami che uniscono il vecchio continente.
È in questo contesto che vede la luce il volume L’Europa di Gramsci. Filosofia, letteratura e traducibilità, opera collettiva che raccoglie molteplici interventi critici, con lo scopo di indagare il rapporto, costante e fecondo, che Gramsci ha intrattenuto con la cultura europea. Il volume, pubblicato con in sostegno di transform!europe, segna il rilancio della collana “Per Gramsci” presso l’editore Bordeaux. E non è certo un caso che per riprendere i fili di questo importante lavoro critico sia stato scelto un taglio prospettico che analizza l’opera gramsciana a partire dalle sue connessioni con il più vasto orizzonte europeo.

Per indagare un sistema teoretico tanto complesso e multiforme è certo necessario uno sforzo corale; per questo motivo i due curatori del volume, Lelio La Porta e Francesco Marola, hanno raccolto i contributi di studiose e studiosi, esperti e giovani intellettuali, che si sono avvalsi delle loro diverse competenze disciplinari per seguire le diramazioni delle riflessioni gramsciane e indagare in profondità i percorsi che da esse sono aperti e lumeggiati.

Il rapporto con l’Europa filosofica e letteraria, che segna tutto il percorso e la produzione gramsciana, dai primi interventi giovanili alle riflessioni carcerarie, profuse nelle lettere e nei Quaderni, si dimostra fondamentale in due accezioni. La cultura europea, infatti, costituisce sia una base per la costruzione del sistema teoretico gramsciano sia, al contempo, il terreno di indagine in cui tale sistema si esplica in analisi e riflessioni critiche. Il concetto fondamentale su cui si incardina l’intero processo di assimilazione e riconversione è quello di “traducibilità”, introdotto dallo stesso Gramsci e da lui utilizzato come uno dei pilastri portanti della sua metodologia critica.

Tradurre, per Gramsci, significa trasmutare un sistema di pensiero in un codice culturale e sociale differente, non è un processo di semplice e pacifica riproduzione, né un meccanico adattamento in contesti caratterizzati da differenti gradi di sviluppo. Rifiutando qualsiasi concezione deterministica, Gramsci ritiene sempre necessario analizzare le infinite modalità in cui struttura economica e sovrastruttura culturale si intersecano e si modificano vicendevolmente. Secondo questa prospettiva diventa dunque fondamentale studiare attentamente i contesti nazionali, non già perché egli consideri le nazioni come entità eterne e immutabili, ma perché vede in esse il complesso politico storicamente determinato in cui i settori sociali esplicano la loro azione materiale e culturale, in cui si confrontano per l’egemonia. Per questo motivo la traduzione, il passaggio da una tradizione nazionale a un’altra, diventa il solo modo per unire in un dialogo fecondo le tradizioni europee. E questo dialogo – che inevitabilmente è anche sollecitazione ermeneutica, forzatura interpretativa, processo di sradicamento e nuovo innesto di sistemi ideologico-culturali – non è un vacuo esercizio intellettuale, ma un metodo caratterizzato da una profonda valenza gnoseologica. Tradurre il pensiero di grandi intellettuali formatisi in diversi contesti culturali consente dunque a Gramsci di acquisire strumenti teoretici molteplici e avanzati, e di servirsene per costruire un metodo critico sempre più penetrante, un sistema di pensiero poliedrico e originale.

Il volume si apre proprio con un saggio di Derek Boothman che indaga lo studio gramsciano dell’opera di Ricardo e che ci rammenta come, secondo Gramsci, vi sia traducibilità reciproca fra l’economia classica inglese, la tradizione politica francese e la filosofia classica tedesca. Queste tre tradizioni, presentate già da Lenin come “fonti” del marxismo, appartengono a tre ambiti di studio differenti, a tre culture distinte e sono espresse in tre linguaggi diversi. Nonostante ciò esse possono essere assimilate e ricondotte a una superiore sintesi, una volta che siano sottoposte al lavoro critico e intellettuale di trasmutabilità.

Gli interventi successivi illustrano sapientemente questo processo traduttivo nel suo formarsi, focalizzandosi sullo studio gramsciano dei tre pensatori fondamentali per l’elaborazione teoretica gramsciana: Hegel, Marx e Lenin, approfonditi rispettivamente nei saggi di Fortunato M. Cacciatore, Pietro Maltese e Gianni Fresu. A questi si aggiunge un altro dittico di interventi – a cura di Giuseppe Guida e Mimmo Cangiano – in cui si analizza la traduzione critica delle correnti soggettiviste (Bergson e Sorel) e quelle pragmatiste di Mach e dell’empiriocriticismo (e della loro “traduzione” nella cultura italiana ad opera delle riviste Lacerba e La Voce). Tutte queste diverse tradizioni, sottoposte alla pressione incandescente della critica gramsciana, si fondono e si trasformano in un materiale plastico, pronto per essere utilizzato in nuove forme; tale processo di orogenesi intellettuale culmina nella formulazione di un sistema teoretico che da una parte supera l’angusta concezione meccanicistica del socialismo positivista e dall’altra riconduce l’elemento soggettivo entro una cornice storicamente determinata, di specifici rapporti di forza, evitando le derive del relativismo e del solipsismo.

A questa prima parte dell’opera, più concentrata sul percorso formativo del pensiero gramsciano, segue una seconda parte, in cui tale strumento viene studiato nelle sue applicazioni operative: appartengono a questa sezione i saggi che indagano lo studio della letteratura. Ad aprire la sezione è il saggio di Marola dedicato alle traduzioni gramsciane di Goethe. Queste riflessioni sono un’occasione per acuire lo sguardo sulla concezione gramsciana della letteratura e dell’attività mitopoietica e sul modo in cui essa influenza la metodologia stessa delle sue traduzioni. La riflessione su questi aspetti continua nel saggio di Lorenzo Mari, dedicato alle traduzioni di opere letterarie inglesi, soprattutto di Kipling e Dickens, in cui si indagano le risorse e i limiti del Gramsci traduttore, studiando attentamente i risultati dei suoi lavori, gli scopi precisi che si prefiggono e i contesti in cui si inseriscono.

I due lavori successivi, a cura di Marco Gatto e Paolo Desogus, approfondiscono lo studio gramsciano dell’evoluzione del mito superomistico dai romanzi d’appendice della letteratura francese alla rielaborazione critica realizzata da Dostoevskij; è nel contesto di questa analisi che Gramsci misura tutta la distanza tra la rielaborazione complessa del grande autore russo e le versioni degenerate che di un tale mitologema si realizzano nella cultura di massa italiana.
Il saggio di Livia Mannelli mostra invece come Gramsci, partendo dalla traduzione dell’opera di Ibsen nel contesto culturale italiano e dalla sua ricezione presso i settori della borghesia conservatrice, riesca ad aprire spiragli di analisi riguardo la condizione femminile in Italia e la gestione materiale ed economica del mondo teatrale; si dimostra così, ancora una volta, come la traduzione di linguaggi e codici differenti sia per il rivoluzionario sardo un grimaldello teoretico in grado di scardinare serrature, aprire spiragli di analisi.

Gli ultimi due contributi – scritti da Noemi Ghetti e Lelio La Porta – ci riconducono infine nell’est europeo, studiando i rapporti fra Gramsci e le pratiche organizzative, politiche e culturali del Proletkult e le distanze e le consonanze teoretiche che è possibile ravvisare fra Gramsci e Lukács, nonostante le scarse annotazioni dirette che entrambi gli intellettuali si rivolgono vicendevolmente.

Le due parti in cui si è idealmente diviso il volume per mera esigenza espositiva non si presentano così nettamente separate, anzi esse intessono fra loro un continuo scambio dialettico. Nonostante la polifonia degli interventi, la diversità degli approcci e dei metodi di studio, tutti i saggi sono ben compenetrati fra loro e in tutti vi sono rimandi, risonanze, terminologie e concetti che ritornano più volte, indagati e approfonditi da angolazioni differenti. L’insieme dei lavori restituisce quindi al lettore un arazzo complesso, stratificato ma strutturato in modo organico e completo, senza ridondanze pletoriche né lacune.

Quest’opera collettanea ha quindi tutte le potenzialità per inaugurare una nuova stagione di studi originali e inediti dell’opera gramsciana, e di mostrare concretamente la ricchezza che si cela nel dialogo costante fra tradizioni europee, quando si ha la volontà – certamente rivoluzionaria – di farle comunicare fra loro, per comprendere meglio la realtà e tentare di cambiarla.

L’economia circolare è una chimera. Per salvare il pianeta serve un nuovo modello di agricoltura

Mettendo fine alla lunga tradizione socialdemocratica inglese (ed europea), ancor prima del crollo dell’Unione Sovietica, il premier britannico Margareth Thatcher consegnava alla storia la sua lezione: There is no alternative (Tina), non vi sono alternative al libero mercato e al capitalismo globalizzato. Non c’è, cioè, modo migliore dell’attuale per crescere, creare nuova ricchezza e distribuirla. Il paradigma, meglio l’assioma, sottinteso da Tina è tra i più longevi della storia economica; resiste da oltre quarant’anni e non mostra, a giudicare dai comportamenti messi in atto dai governi di ogni Stato in ogni continente, nessun segnale di possibile cedimento.

Già dal lontano 1972 i fondatori del Club di Roma, con il Rapporto sui limiti dello sviluppo, avevano messo in guardia l’opinione pubblica mondiale sull’insanabile antinomia fra crescita economica illimitata e limitata disponibilità di risorse naturali con il corollario di un inquinamento ambientale che avrebbe reso impossibile la vita sul pianeta. Bisognerà, tuttavia, varcare la soglia del nuovo millennio perché si consolidi un vasto interesse sulla precarietà dell’equilibrio terrestre soprattutto in seguito al manifestarsi, sempre più frequentemente e a ogni latitudine, di eventi climatici estremi come ondate anomale di caldo e di freddo, siccità, inondazioni. Soltanto nel 2018 è nato il movimento di Greta Thunberg, Fridays for future, che, a partire dalla Svezia, ha raggiunto adesioni in tutto il mondo sollecitando azioni politiche concrete per combattere il riscaldamento globale e la crisi climatica. I sacerdoti del Tina non si sono però arresi. È venuto in loro soccorso un nuovo paradigma, la Circular economy (Ce), grazie al quale i sistemi produttivi globali non dovranno intaccare nuove e sempre più scarse risorse naturali ma attraverso il recupero e il riutilizzo delle materie prime estratte dai rifiuti potranno prolungare indefinitamente la loro corsa.

Il termine “economia circolare” compare, ad esempio, 75 volte nelle 270 pagine del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Next Generation Italia) reso pubblico dal governo Draghi nel maggio 2021. Nel febbraio dello stesso anno il Parlamento europeo aveva votato un piano d’azione per la Ce, il Ceap (Circular economy action plan), con l’obiettivo, come ha scritto il suo portavoce Jaume Duch Guillot, di «raggiungere un’economia a zero emissioni di carbonio, sostenibile dal punto di vista ambientale, libera dalle sostanze tossiche e completamente circolare entro il 2050» (per inciso lo stesso governo Meloni dà poco credito a questo obiettivo se nelle settimane scorse ha concluso, con tanto di fanfara, un accordo in Libia per l’estrazione e l’invio di gas attraverso il Greenstream della durata di 40 anni, valido cioè sino al 2063!).

La comunicazione è stata così efficace che buona parte dello stesso movimento ambientalista ha finito per crederci e l’economia circolare figura oggi ai primi posti nel programma di qualsiasi forza politica progressista. Peccato che l’economia circolare, intesa in senso lato e non come stimolo a recuperare e rigenerare quanto più possibile dai nostri rifiuti, non sia altro che una chimera. Basta qualche dato. Ammettendo di poter tagliare il traguardo della differenziazione totale (il 100%), cosa manifestamente impossibile, per ogni tonnellata di frazione organica comunque trattata si hanno 220 Kg di rifiuti non recuperabili, un decimo dei quali è percolato; mentre il tasso di riciclaggio della plastica si attesta al 36%. Anche se l’Italia è tra i Paesi che ricicla di più, a livello globale il Circularity gap report stima che il rapporto fra i materiali recuperati e il totale delle materie prime immesse in produzione è stato appena dell’8,6% nel 2021, mentre era del 9% nel 2018.

Ma non si tratta di affinare metodologie di raccolta e tecniche di riciclo, il 100% di circolarità è, infatti, impossibile. Il limite è imposto da una delle più importanti leggi della fisica nota come Secondo principio della termodinamica. Un’economia che pretendesse di chiudersi in sé stessa, un’economia pienamente circolare, non solo varrebbe meno di un decimo di quella attuale ma decrementerebbe progressivamente sino ad azzerarsi. Ci vorrà del tempo ma è certo che i teorici dello sviluppo capitalistico, illimitato per sua necessità vitale, dovranno ammetterlo e trovare qualcosa di nuovo per confermare la validità assiomatica del Tina. Non resta, tuttavia, molto tempo. Nelle ultime tre decadi la quantità di materie prime estratte dalla Terra è più che raddoppiata e al ritmo attuale raddoppierà nuovamente entro il 2060. Il collasso dell’umanità nel corso di questo secolo, prefigurato dal Club di Roma, non è più un’ipotesi catastrofista.

A salvarci potrebbe essere un nuovo modo di produrre cibo perché, ci ricorda Piero Bevilacqua in un indispensabile saggio da poco uscito per l’editore Slow Food, Un’agricoltura per il futuro della Terra, è nell’agricoltura che l’ideologia del libero mercato ha trovato la più clamorosa delle smentite. L’idea che la libera circolazione di merci e di denaro, che in agricoltura ha preso il termine di Rivoluzione verde, fosse la condizione del benessere collettivo si è dimostrata un completo fallimento. Sotto la pressione delle grandi multinazionali dell’agroalimentare la monocoltura e la concimazione chimica hanno preso il posto della policoltura tradizionale. Milioni di contadini sono stati costretti ad abbandonare le terre dalle quali ricavavano sostentamento per affollare i miserabili sobborghi sorti nelle periferie delle megalopoli mentre milioni di braccianti immigrati, ridotti in regime di semi-schiavitù, completano nei campi il lavoro che le macchine non sono in grado di svolgere.

Ma non c’è solo quest’aspetto di profonda ingiustizia sociale, il modello dell’agricoltura capitalistica è incompatibile con gli stessi equilibri del pianeta perché l’uso di diserbanti e di pesticidi distrugge la fertilità del suolo e provoca contese tra gli stati che sfociano inevitabilmente in nuove guerre per l’acqua e per il cibo. La maggior resa produttiva del Tina applicato in agricoltura ha, poi, tra le contropartite anche la perdita di varietà e di qualità organolettica dei prodotti della terra; è esperienza comune la scarsa sapidità delle merci agricole, omologate e standardizzate, che vengono inviate al mercato attraverso la grande distribuzione. Sottrarre alla logica predatrice e dissipatrice del capitalismo la produzione di cibo prefigura, dunque, di per sé un nuovo assetto di società. Bevilacqua indica nell’agricoltura biologica, e soprattutto biodinamica, la necessaria risposta, ricordando che il 20% in meno di produttività stimata è poca cosa rispetto alle eccedenze alimentari che ogni anno si traducono in un miliardo e trecento milioni di tonnellate di rifiuti, da soli in grado di sfamare la metà attuale della popolazione mondiale.

L’autore: Pino Ippolito Armino ingegnere e giornalista, dirige la rivista “Sud Contemporaneo” e fa parte del comitato direttivo dell’Istituto “Ugo Arcuri” per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea. È tra gli autori del libro collettaneo a cura di Tiziana Drago e Enzo Scandurra Cambiamento o catastrofe? La specie umana al bivio (Castelvecchi 2022)

 

Maternità pornografica

Il giorno di Pasqua una donna (perché dovrebbe essere una donna, oltre che madre, anche se molti se ne sono dimenticati) decide di affidare il proprio figlio alla Culla per la vita del Policlinico di Milano. Affidare, non abbandonare. La cura delle parole conta, la scelta delle parole conta. Non c’è nessun abbandono. Quella moderna ruota degli esposti sta lì per offrire la possibilità di scegliere di affidare in sicurezza un bambino.

Poiché in questo Paese la molla della maternità squarcia tutte le volte una poetica di passione e di dolore (non è nemmeno troppo difficile risalire all’origine dell’essere made con dolore) quel bambino (Enea, si legge in un foglietto di accompagnamento) diventa il dibattito del giorno. Siamo un Paese così. In un giorno in cui Silvio Berlusconi non peggiora, i politici non hanno occasione di dire cazzate perché sono impegnati con le vacanze pasquali e il campionato di calcio è fermo bisogna inventarsi la storia del giorno: eccolo, Enea.

Accade così che un gesto che avrebbe dovuto essere privato (non sappiamo se gioioso, doloroso, bisognoso, disperato, allegro: sicuramente privato) diventi una sfilata di sacerdoti della maternità. Anche il governo della Patria e della Famiglia concorre all’intossicazione generale. La giornata di editoriali di passione e di dolori immaginati di una donna di cui nessuno sa si infarciscono di sciocchezze gravissime (“la ricca Milano non può permettersi di lasciare una donna sola”, dice qualcuno, come se a Catanzaro invece possiamo serenamente fottercene) che si concludono con Ezio Greggio, quello del Gabibbo.

Greggio vede l’occasione ghiottissima e si butta a registrare un video: «torna ti prego, questo bambino è fantastico. Non è giusto che sia abbandonato, ti daremo una mano», dice Greggio. Ovviamente l’uomo (per puro caso un privilegiato) dà per scontato di conoscere le motivazioni dietro la scelta di una donna e si propone di diventarne il protettore. «Merita una mamma vera», dice Greggio, dando per scontato che le madri “vere” siano coloro che hanno partorito, con buona pace di migliaia di famiglie adottive. E infine la firma: zio Ezio.

Buon martedì.

I competenti

Qualche dato interessante sull’attività dei leader politici in Parlamento (che è quello che dovrebbero fare) lo rilascia Pagella Politica. Si nota ad esempio che il leader di Azione Carlo Calenda – nonché presunto leader del cosiddetto Terzo polo del promesso partito unico che non si farà mai – tra il primo gennaio e il 7 aprile è stato ospite in televisione 26 volte, una ogni tre giorni, per spiegarci che la competenza, la serietà e l’impegno sono caratteristiche solo sue.

E come siamo messi con l’impegno? Maluccio. Il 22 marzo Openpolis, una fondazione indipendente che promuove la trasparenza nella politica, ha pubblicato i dati sulla presenza dei leader di partito in Parlamento. Nei primi sei mesi di questa legislatura il senatore Calenda, che non ricopre incarichi di governo, ha partecipato all’11,2 per cento delle votazioni in Senato, la seconda percentuale più bassa tra i leader di partito, davanti solo allo 0,5 per cento del senatore e leader di Forza Italia Silvio Berlusconi. Il deputato Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa verde, è il leader di partito più presente in Parlamento, avendo partecipato all’83 per cento delle votazioni. Il deputato Giuseppe Conte e la deputata Elly Schlein hanno registrato finora rispettivamente il 65,2 per cento e il 53,7 per cento di partecipazione alle votazioni. Il senatore Matteo Salvini, che ricopre l’incarico di ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, il 14,9 per cento, mentre il senatore Matteo Renzi, leader di Italia viva, il 41,7 per cento.

Il leader di Azione ha presenziato a tutti i programmi di approfondimento politico: quattro volte a Tagadà su La7, tre volte a L’aria che tira e due volte a Piazzapulita e Dimartedì. Non si è fatto nemmeno mancare due ospitate alla trasmissione mattutina di Fiorello. Ospite di La7 (considerata dai calendiani la rete televisiva che non si dovrebbe guardare perché troppo populista, troppo poco competente) Calenda ha spiegato in diverse occasioni che “la politica è una cosa seria” e che il suo partito è “una chiamata per l’impegno per l’Italia”.

I numeri del cosiddetto Terzo polo rimangono comunque inchiodati a percentuali ritenute insoddisfacenti. I competenti.

Buon lunedì.

Nella foto: frame dell’intervista di Carlo Calenda al Tg1Mattina, 7 aprile 2023 (Youtube Azione)