C’è del metodo nella gestione della scuola da parte del governo Meloni. A partire dalla modifica del nome del ministero dell’Istruzione, a cui è stata aggiunta la parola merito. Che non è un dettaglio. Poi, le esternazioni e gli atti del ministro Giuseppe Valditara nei primi cinque mesi di governo, rivelano un’idea di scuola autoritaria e classista, in cui «l’umiliazione è un fattore fondamentale nella crescita e nella costruzione della personalità» – parole del ministro. A ciò si aggiungano altri episodi con protagonista sempre Valditara: i toni intimidatori usati nei confronti di una preside che con una circolare aveva reagito con forte impegno civile di fronte a un raid squadrista davanti a una scuola e la lettera inviata ai genitori degli studenti delle medie in cui si consigliavano gli studi tecnici e professionali che avrebbero garantito, a suo dire, la garanzia immediata di un lavoro dopo il diploma.
Il ministero dove sta andando? Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Buondonno, responsabile scuola di Sinistra italiana impegnato nei primi mesi del 2023 a presentare in giro per l’Italia un disegno di legge che rivoluziona l’attuale sistema della formazione. «L’indirizzo è brutto e pericoloso – dice -. Per certi versi si tratta di un’accelerazione esasperata, su orientamenti e cedimenti culturali maturati da tempo. Ma, indubbiamente, il taglio reazionario e selettivo di una destra allergica alla complessità democratica emerge con evidenza». Non c’è solo Valditara, aggiunge. «L’accoppiata con Piantedosi (per la guerra ai migranti e alle Ong come per il decreto – surreale, ma indicativo – sui rave) delinea un quadro preoccupante, in cui i giovani sono considerati, per essere eufemistici, oggetto di una “normalizzazione repressiva”».
Per tornare all’operato del ministro dell’Istruzione, Buondonno, che oltre ad avere un ruolo politico è un insegnante di liceo e quindi la scuola la conosce bene, afferma: «La sostanza è piegare il sistema dell’istruzione alle esigenze del mercato del lavoro: una scuola che selezioni, addestri e, alla bisogna, reprima. Tutto ciò che Valditara dice e fa, va in questa direzione: l’ipotesi di finanziamenti privati alle scuole, il decreto sull’orientamento, col tentativo di abbassare sempre più l’età della “scelta” della scuola superiore e l’idea di una – come la chiama lui – “filiera tecnico-professionale” che, come si può immaginare, soprattutto se si abbassa l’età in cui si sceglie, raccoglierà i meno abbienti, visto che, tra l’altro, l’università, per i costi crescenti, è tornata ad essere un privilegio dei benestanti. E infine i problemi dei giovani trasformati in devianze da sorvegliare e punire, anche umiliandoli». Il cambiamento del nome del dicastero poi, ha un significato ben preciso rispetto alla “visione” della scuola. «Quel merito – spiega Buondonno – non è solo un inganno (in assenza di eguali condizioni di partenza), ma è proprio la negazione della funzione pubblica dell’istruzione. La scuola non è una gara, una competizione, una selezione, ma un diritto universale, un luogo di crescita e di formazione collettiva, attraverso cui la Repubblica contribuisce a “rimuovere gli ostacoli” alla realizzazione di tutte e tutti».
In questa situazione, il disegno di legge sulle “norme generali sul sistema educativo statale” vuole rappresentare una rottura con il passato. Alleanza Verdi e Sinistra con la deputata Elisabetta Piccolotti lo ha presentato all’inizio dell’anno. “Promossa! La proposta di legge per la scuola che vogliamo” si compone di otto articoli e «ribalta – come afferma la deputata nella relazione introduttiva – la logica che ha guidato, in almeno un ventennio, le politiche dell’istruzione». Aumento del “tempo scuola”, riduzione del numero di alunni per classe a 18, interventi specifici per contrastare la dispersione scolastica, innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni e gratuità della formazione scolastica, dall’asilo nido fino alla fine degli studi. Questa la sintesi del Ddl. È un preciso atto politico, spiega Buondonno. «Noi concepiamo l’opposizione a questo governo non come un inseguimento delle sue scelte, non solo come una – pur necessaria – resistenza ma, attraverso questa e altre proposte di legge che leghino il conflitto sociale e la battaglia parlamentare, come la costruzione di lotte che contribuiscano ad una controffensiva culturale e politica. Una battaglia su due fronti: contro questa destra e contro gli errori e i cedimenti culturali che le hanno spianato la strada al potere. A partire dalla scuola, perché il modello di scuola è un modello di società e, finanche, un modello di umanità».
Proporre la formazione come diritto fondamentale per tutti, un accesso al sapere incondizionato, dopo una deriva che oltre ai tagli di Gelmini e Tremonti, porta la firma anche di governi di centrosinistra – basti ricordare la Buona scuola di Renzi – è una rottura politica con il passato anche a sinistra? «Questa è la visione che vogliamo rilanciare: rimettere la scuola e il sapere al centro di un rilancio della partecipazione democratica; perché la scuola non è un tema, è un architrave della democrazia, uno snodo decisivo del legame tra libertà e giustizia. La rottura col passato riguarda, in particolare, le politiche dei tagli e dell’austerità (perché per la scuola, in Italia, si spende troppo poco, non troppo), il rifiuto di una scuola selettiva, anti solidale e finalizzata a produrre “pezzi di ricambio”, invece che a formare persone e cittadini liberi, pensiero critico».
La rottura con il passato, continua l’esponente di Sinistra italiana, riguarda anche la modalità attraverso cui si è arrivati al testo attuale. Tutto parte dall’iniziativa “Pensiero stupendo. Sapere è democrazia” svoltasi a Pisa nel maggio 2022 con undici tavoli di lavoro a cui hanno preso parte sindacati, associazioni di studenti, Cidi, Cgd. Da lì venne prodotto un documento condiviso da Europa Verde che ha dato vita al programma dell’Alleanza Verdi e Sinistra per le elezioni politiche del 2022.
«Questa legge – sottolinea Buondonno – è nata da mesi di confronto con tante realtà del mondo scolastico, anche perché (e lo dico da insegnante) siamo stufi di provvedimenti propagandistici costruiti da chi la scuola non la vive e non la conosce».
Quali sono i punti della riforma che rappresentano un salto di paradigma nella formazione dei giovani? «Creare le condizioni per una scuola pubblica, insieme inclusiva e di qualità; per esempio riducendo le classi a un massimo di 18 alunni. Chiunque conosca la scuola reale sa quanto lavorare in gruppi più piccoli sia decisivo, per migliorare la didattica, conoscere gli alunni realmente, praticare forme didattiche e di relazione umana concretamente inclusive, prestare attenzione alle eventuali forme di fragilità». Oggi il contesto dell’apprendimento è radicalmente cambiato e di questo bisogna tener conto: «Una delle condizioni affinché la scuola, nel mondo digitale e virtuale, continui a produrre pensiero critico e conoscenza complessa è lavorare con meno ragazzi». Ma non solo. «Allo stesso tempo, è fondamentale aumentare il tempo-scuola, per non lasciare bambine e bambini o adolescenti, soli con le proprie difficoltà. Questo significa più insegnanti e più stabili, spazi maggiori e migliori. Dunque investimenti consistenti, in decisa controtendenza con gli ultimi decenni».
Il Pnrr secondo Buondonno, è stata un’occasione sprecata: «Quelle grandi cifre avrebbero dovuto essere indirizzate molto meglio. L’ennesimo esempio di quanto una gestione tecnocratica e non partecipata delle scelte sia sbagliata».
Nel disegno di legge è riservato molto spazio al contrasto alla dispersione scolastica e alla povertà educativa. È possibile agire sull’istruzione, pur con azioni massicce, come la definizione delle Zep (Zone di educazione prioritaria e solidale), quando il problema è profondo ed è legato ad una assenza nei territori dell’intervento pubblico che produce mancanza di centri culturali e di aggregazione per i giovani, di biblioteche, di centri sportivi ecc.? In altre parole, la scuola da sola può cambiare la società? «La nostra proposta – risponde Buondonno – intanto prevede nelle Zep interventi di sostegno ai Comuni o ai municipi, per favorire la cultura, l’aggregazione, la socialità. Per vivere, insomma, in un ambiente formativo, intorno alla scuola e a sostegno della sua attività. Scuola e territori quindi possono e devono dialogare, avendo ben chiari i confini delle proprie funzioni. La proposta delle Zep (sul modello francese) nasce dal dato di fatto che, se la povertà educativa è un problema generalizzato, ci sono aree del Paese o delle città in cui dispersione scolastica e disagio sociale si sommano e si moltiplicano. Noi vogliamo ribaltare la logica per cui le risorse rischiano di andare, prevalentemente, alle realtà più forti e meno problematiche». «È anche una risposta chiara e concreta alla logica dell’autonomia differenziata, che nella scuola farà danni devastanti», sottolinea Buondonno facendo notare come Meloni, nonostante parli ossessivamente di nazione, in realtà con il decreto Calderoli «si è impegnata alacremente a sfasciarla».
Un’altra rottura con il passato è la proposta di innalzamento dell’obbligo scolastico da 16 a 18 anni. Un obiettivo osteggiato dalla destra portatrice spesso degli interessi di tanti imprenditori che sfruttano giovani apprendisti o stagisti malpagati e invece caldeggiato da sempre da Francesco Sinopoli, segretario Flc Cgil o anche da Enrico Letta, nel corso dell’ultima sfortunata campagna elettorale.
A Buondonno chiediamo cosa comporterebbe nei fatti questo cambiamento, dai curricoli dei piani di studio agli orari, fino alla didattica. «L’innalzamento dell’obbligo (a partire almeno dall’ultimo anno della scuola dell’infanzia) è, prima di tutto, una battaglia determinante, per rendere maggiormente possibile a tutti – al di là della propria condizione sociale – la scelta di accedere ai livelli più alti della formazione».
Questo come principio fondamentale, nei fatti «occorrerà, poi, cambiare profondamente l’orientamento, mettendo al centro le vocazioni reali degli studenti, cancellare l’attuale sistema dei Pcto (Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento), ripensando seriamente il rapporto tra la scuola e il lavoro negli ultimi anni delle superiori. E infine, allargare materialmente le possibilità di accesso all’università. E su questo lavoreremo con nuove proposte di legge». Innalzare l’obbligo comporterà una rivisitazione delle attuali discipline e dei programmi. «Anche una riforma dei cicli, probabilmente, per spostare, tra l’altro in avanti (e non indietro, come vuole Valditara, l’età della scelta). Non si può mettere un abito nuovo su un impianto nato per coloro che proseguivano volontariamente gli studi e profondamente frammentato fra un indirizzo e l’altro. La stessa cosa accadde quando si portò l’obbligo per la scuola media unica». Per Buondonno è «l’avvio di una “rivoluzione gentile” nella scuola perché deve essere fatta con il confronto con la scuola reale». I costi, presumibilmente tra i 3 e i 4 miliardi. «In un Paese che ha aumentato la spesa militare di oltre cento milioni al giorno, che ha oltre 100 miliardi l’anno di evasione fiscale, penso si debbano investire questi soldi per il futuro delle presenti e future generazioni. La spesa per l’istruzione, in generale, deve invece essere raddoppiata. E deve farsene carico una fiscalità realmente progressiva, anche attraverso una tassa sui grandi patrimoni».
Infine, perché questo disegno di legge non resti un’utopia e inneschi un dibattito dentro e fuori il Parlamento occorre che si crei una rete con le altre forze dell’opposizione. A che punto siamo per fare della scuola una battaglia finalmente condivisa? «Intanto fino a maggio e oltre continueremo a dialogare con associazioni e organizzazioni del mondo scolastico in tutta Italia. Al di là dell’iter parlamentare, si tratta di tenere viva una rete, una battaglia comune, di natura culturale e politica. Non c’è stata, al momento, l’occasione per un confronto specifico con Pd e Movimento 5 Stelle, ma le affermazioni di Elly Schlein e di Giuseppe Conte mi sembra vadano in direzione della difesa della scuola pubblica, della “scuola della Costituzione”». «Questo disegno di legge – conclude – può dare un piccolo ma significativo contributo a costruire, nel Paese e in Parlamento, un progetto di alternativa».
Nella foto di Renato Ferrantini: manifestazione degli studenti “Adesso decidiamo noi”, Roma, 18 novembre 2022