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Comunità energetiche: istruzioni per l’uso

Che cosa è una comunità energetica rinnovabile e quale procedura occorre seguire per poterla realizzare? Quale il percorso progettuale e quali gli interlocutori tecnici? Ecco in quattro punti come attivare un processo che è accessibile a tutti.
1. L’associazione di più soggetti. Il primo passo è lanciare la sfida ad un gruppo di possibili soggetti interessati. Dentro una comunità energetica possono riunirsi, secondo la legge (decreto legislativo 8 novembre 2021 n.199), privati cittadini, piccole e medie imprese (a patto che la comunità energetica non costituisca la loro principale attività di business), enti territoriali e autorità locali, incluse le amministrazioni comunali, gli enti di ricerca e formazione, gli enti religiosi, quelli del terzo settore e di protezione ambientale. Una delle modalità più diffuse per mettere insieme questi soggetti consiste nell’indire una o più assemblee pubbliche, conferenze o webinar in cui viene spiegato il tema, chiarendo benefici ed implicazioni. Poi si procede alla raccolta delle manifestazioni di interesse. La soglia minima da soddisfare per realizzare una comunità energetica rinnovabile è quella di due partecipanti. Si può quindi stilare un documento preliminare che racchiude una prima sintetica analisi sulle superfici disponibili per l’installazione degli impianti di produzione da fonti energetiche rinnovabili – gli unici che possono essere inseriti all’interno di una comunità energetica -, sugli eventuali impianti già presenti e quelli implementabili, sulle criticità locali e il potenziale di sviluppo. Aspetto cruciale delle comunità energetiche è rappresentato dal fatto che non tutti coloro che ne fanno parte devono necessariamente possedere un impianto di produzione di energia, elemento che distingue i soggetti dentro una Cer in due categorie: i prosumer (produttori-consumatori) ossia coloro che producono l’energia, la consumano e la mettono in rete in condivisione per la comunità energetica ed i consumer (consumatori), coloro che consumano l’energia condivisa all’interno della Cer.

2. Le utenze. Entrando nel vivo dell’operatività progettuale, va chiarito che solo le utenze che sono collegate alla medesima cabina di trasformazione dell’energia elettrica possono far parte della stessa Cer, (il Decreto 199/2021 fissa la cabina primaria, a cui sono mediamente collegate circa ventimila utenze). Collegandosi ai siti dei distributori locali si ottiene una rapida verifica dei perimetri di ciascuna cabina primaria.

3. I tecnici. Va poi individuato un partner tecnico, ossia un’azienda, uno studio ingegneristico, una Energy service company (Esco), etc. che ha le competenze per analizzare nel dettaglio i profili di consumo di energia di ciascun membro e procedere alla progettazione e realizzazione degli impianti di energia rinnovabile la cui potenza è modulata al fine di garantire una piena profittabilità dell’iniziativa in relazione agli obiettivi stabiliti dalla stessa comunità energetica, che comunque non può superare 1 MW. Le Cer devono necessariamente costituirsi come soggetti di diritto privato no-profit dedite al perseguimento di obiettivi sociali ed ambientali, associazioni, cooperative, imprese sociali. Per la forma di associazione non riconosciuta basta l’intervento di un commercialista, mentre per tutte le altre si richiede l’intervento di un notaio. In questa fase vengono prodotti due importanti documenti: lo statuto ed il regolamento della comunità energetica che contengono obbiettivi e finalità della comunità energetica nonché alcune regole fondamentali, definite e decise dall’assemblea dei membri, come il criterio di ripartizione degli incentivi che si riceveranno dal gestore dei servizi energetici (Gse).

4. La richiesta al Gse. L’ultima pratica da affrontare è la richiesta al Gse di accesso al servizio di valorizzazione e incentivazione​ dell’energia, il cui esito finale potrà decretare l’effettivo inizio di attività della comunità energetica. Per fare questo, bisogna accedere all’area clienti online nel portale del Gse ed inserire informazioni quali dati anagrafici, data in cui è stata costituita legalmente la no-profit che rappresenta la Cer, eventuale richiesta di accesso al servizio di ritiro dell’energia elettrica immessa in rete per tutti gli impianti di energia rinnovabile, specifiche sui clienti finali, produttori, impianti e Pod (Point of delivery, ovvero il codice utilizzato per identificare i punti di prelievo e/o di immissione di energia elettrica) della configurazione. Entro novanta giorni dal completamento della procedura, il Gse rilascia il proprio parere e, se positivo, la comunità energetica risulta effettivamente attiva generando gli incentivi associati.
Come già anticipato, non c’è una regola dettata dalla Legge circa la modalità con cui ripartire il bonifico. Sono gli stessi soci della Cer, nel regolamento ed eventualmente anche nello statuto, a stabilire il criterio ritenuto più opportuno. Generalmente si cerca di premiare i consumatori più attenti e virtuosi, cioè coloro che riescono ad auto consumare istantaneamente l’energia generata dagli impianti rinnovabili incrementando di conseguenza l’incentivo ricevuto dalla Cer.

L’autore: Tommaso Polci fa parte dell’ufficio nazionale energia di Legambiente

 

Rinnovabile fa rima con solidale

È in atto una rivoluzione del modello energetico e stavolta arriva direttamente dal protagonismo dei cittadini che vogliono candidarsi ad essere produttori, prima ancora che consumatori, di energia. Un’energia rinnovabile, pulita e soprattutto da condividere. È una rivoluzione che prende piede in tutta Italia e nei luoghi più disparati: dai piccoli Comuni alle periferie delle grandi città dove sono attivi comitati sociali, dai distretti industriali a quelli agricoli, dai tetti dei beni confiscati alle mafie fino a quelli dei condomini nei centri storici. È qui, in ognuno di questi luoghi, che si stanno avviando dal basso comunità energetiche rinnovabili, capaci oggi di rispondere ai fabbisogni energetici di cittadini, associazioni, enti e imprese.

Sul modello delle sperimentazioni di innovazione sociale avviate a Napoli Est e a Ferla (Siracusa) oggi le comunità di energia rinnovabile (Cer) si moltiplicano lungo tutto lo Stivale: da San Nicola da Crissa in Calabria, alla cittadella di Bucaletto in Basilicata, dall’esperienza lombarda di Lodi a quella sarda di Borutta. E sempre più le comunità energetiche sono anche solidali, per sostenere – tramite la condivisione – famiglie in povertà energetica.

È da questi modelli che è nata la Rete nazionale delle comunità energetiche rinnovabili e solidali (Cers) che guarda allo sviluppo di questo strumento non come un mero “contratto” di vendita di energia, ma come un’occasione di cooperazione territoriale, a partire da contesti con forti criticità – sia ambientali che socioeconomiche o con disagio insediativo – per costruire processi di partecipazione e innovazione sociale capaci di innescare un profondo cambiamento dei territori. Pannelli di silicio o turbine eoliche diventano il punto di incontro per modelli partecipati territoriali che sviluppano un potenziale importante per tracciare la strada a quella giusta transizione energetica che serve al nostro Paese, che sia ambientalmente e socialmente giusta e che possa rappresentare un’occasione di riscatto per alcuni territori.

Le Cers possono essere, infatti, una leva fondamentale per il sistema energetico italiano e per il raggiungimento degli obiettivi climatici, ma anche per le opportunità di sviluppo di territori abbandonati all’incuria, dove persistono siti in attesa di bonifica, o dove le vertenze ambientali sono all’ordine del giorno. Senza dimenticare le aree di pregio naturalistico dove la mancanza di servizi territoriali accelera lo spopolamento, o laddove la mancanza di alternative rafforza l’illegalità e fa crescere disagi e disuguaglianze.
Il contributo che le Cer possono dare all’Italia è duplice. Da una parte, per attuare la transizione ecologica: secondo uno studio di Elemens e Legambiente, infatti, la potenza installabile al 2030 è di 17 Gigawatt (GW), cioè circa il 30% degli obiettivi di decarbonizzazione del settore energetico fissati dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima 2030 (Pniec). E dall’altra, portando a compimento una grande sfida culturale che rende le comunità protagoniste del cambiamento, guadagnandone in termini di qualità della vita e dal punto di vista economico con la riduzione delle bollette.

Si tratta, inoltre, anche di uno strumento che può essere utilizzato per avviare percorsi partecipativi per favorire l’accettazione sociale alla realizzazione dei grandi impianti industriali necessari alla transizione energetica e lasciare così un importante contributo ai territori che li ospitano. Perché, per vincere la sfida climatica, servono i grandi parchi eolici a terra e in mare, i campi di agrivoltaico per conciliare produzione energetica e agricola, i biodigestori anaerobici per trasformare scarti alimentari e agricoli e reflui zootecnici in biometano e compost. Impianti che ancora oggi provocano conflitti nei territori che dovrebbero ospitarli per pregiudizi, fake news e speculazioni politiche.

Oggi le comunità energetiche rinnovabili solidali si possono inserire in questo percorso e possono diventare “l’anima” della transizione ecologica. Abbiamo già le tecnologie per realizzare i migliori impianti industriali; oggi possiamo finalmente avere il necessario protagonismo delle comunità e creare così valore economico e sociale per i territori, a partire dal Sud Italia.
Per fare tutto questo le Cers dovranno essere la leva dei grandi impianti e non l’alternativa per chi li contesta. Ma c’è bisogno di coraggio e coerenza da parte dei decisori politici. Perché davvero tutto possa cambiare insieme alle comunità.

L’autrice: Mariateresa Imparato è componente della segreteria nazionale di Legambiente

Una luce nelle terre colpite dal sisma

In attesa dei bandi per l’utilizzo dell’investimento previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) di 2,2 miliardi di euro, destinato alle comunità energetiche rinnovabili (Cer) nei piccoli Comuni, può essere utile trarre qualche riflessione da un’esperienza che abbiamo fatto come Legambiente nei 183 Comuni dell’Appennino centrale colpiti dal sisma del 2009 e del 2016, per il 90% piccoli e piccolissimi.
All’interno del programma NextAppennino, finanziato dalla misura del Fondo complementare al Pnrr dedicata al rilancio economico e sociale dei territori colpiti dal terremoto, si è ritenuto che le comunità energetiche fossero funzionali alla rigenerazione economica dei territori impegnati nella ricostruzione, scommettendo sulla loro capacità di portare innovazione sociale oltre che energetica.

L’estate scorsa sono stati messi a bando 68 milioni di euro, a disposizione degli enti locali, per realizzare impianti rinnovabili e condivisione dell’energia termica ed elettrica prodotta, tramite il teleriscaldamento e le comunità energetiche.
Un bando pioniere e molto significativo per i contenuti e per la dimensione territoriale: quattro Regioni, dieci Province, 183 Comuni.
L’ente attuatore, il commissario alla ricostruzione, consapevole del contesto territoriale molto complesso, della poca conoscenza delle comunità energetiche, dei tempi stretti imposti dal bando, ha deciso di predisporre una struttura tecnica di supporto alle comunità territoriali e di realizzare una campagna di sensibilizzazione, informazione e sostegno. La campagna, itinerante e capillare, è stata progettata e realizzata da Legambiente.

Conoscevamo il territorio e le difficoltà che avremmo incontrato: alcuni Comuni sono quasi interamente distrutti, la ricostruzione è in ritardo, sono ancora molte le persone che alloggiano nelle Strutture abitative di emergenza (Sae) o fuori dal loro Comune di residenza, la popolazione è mediamente anziana, i Comuni, piccoli e piccolissimi, come in tutte le aree interne del nostro Paese, mancano di risorse tecnico-professionali.
Eppure, alla scadenza del bando (20 novembre 2022) sono stati presentati 105 progetti, alcuni dei quali vedono coinvolti più territori comunali. Mentre scriviamo non è stata ancora pubblicata la graduatoria dei progetti approvati. Non conosciamo quindi né la loro qualità né quanti saranno finanziati.

C’è però un altro dato, ancora più significativo: ben 162 Comuni, pari ad oltre l’88%, si sono attivati pubblicando la manifestazione di interesse per chiedere ai loro cittadini e imprese di aderire alla comunità energetica. Una straordinaria attivazione sociale, particolarmente importante per la rinascita di quei territori, che abbiamo visto crescere man mano che si avvicinava la scadenza del bando. Un patrimonio spendibile anche per accedere ad altre opportunità finanziarie.

Certo, l’aumento del costo dell’energia per le famiglie, le imprese, i bilanci dei Comuni ha creato un terreno fertile per l’efficacia della campagna. Ha suscitato speranza e motivazione la prospettiva di investire sulle proprie risorse territoriali rinnovabili per produrre l’energia e condividerla, portando benefici per i singoli e per la comunità. Il nostro monitoraggio ha evidenziato anche una criticità, conseguente ai tempi stringenti dati dai bandi con cui si attuano le misure del Pnrr. La stragrande maggioranza dei Comuni ha presentato progetti di fotovoltaico, la tecnologia più matura e più facile da progettare. Pochi i progetti che prevedono di utilizzare altre risorse territoriali per produrre energia rinnovabile, quali i salti d’acqua per il mini idroelettrico o la filiera bosco-legno-energia. Sono progetti che hanno bisogno di studi e competenze più complesse per l’impatto ambientale che possono avere.

Ritengo, quindi, che i prossimi investimenti (europei, nazionali e regionali) che saranno destinati alle comunità energetiche debbano offrire ai territori la possibilità di poter esplorare, con competenza, tutte le loro risorse rinnovabili. E, fattore non meno importante, prestare molta attenzione alle azioni di informazione, di sostegno, di coinvolgimento e partecipazione dei cittadini. Perché una comunità energetica rinnovabile è prima di tutto una comunità, fatta di persone con esigenze ed obiettivi diversi che si mettono insieme per condividere nel tempo un beneficio per sé e per la collettività. Le dinamiche sociali, culturali, solidaristiche devono essere curate quanto gli aspetti tecnologici e ambientali per riuscire a sprigionare tutte le potenzialità delle comunità energetiche.

L’autrice: Maria Maranò è componente della segreteria nazionale di Legambiente

Comunità energetiche, non si può fermare l’onda green

L’iter burocratico per le comunità energetiche rinnovabili (Cer) e le configurazioni di autoconsumo collettivo è in dirittura d’arrivo? Forse sì, anche se nel momento in cui scriviamo sono ancora tante le criticità aperte. In primis gli incentivi: sono usciti annunci in interviste al ministro dell’Ambiente e sicurezza energetica Pichetto Fratin ma non c’è ancora nessun decreto ufficiale, il provvedimento per ora è stato notificato a Bruxelles.
Un percorso pieno di ostacoli per cercare di fermare il grande fermento dal basso che da anni esiste in Italia sulle comunità energetiche rinnovabili e solidali, certamente non rappresentato dalle 40 Cer che fino a pochi mesi fa erano riuscite a completare la registrazione sul portale del Gestore dei servizi energetici (Gse) per diventare operative a tutti gli effetti. Già solo Legambiente a giugno 2022 contava almeno 100 realtà in movimento, numeri che sono cresciuti in pochi mesi in modo esponenziale. Basta pensare al fermento messo in moto dalle risorse che arriveranno attraverso il Pnrr dedicate alla nascita di comunità energetiche nei piccoli Comuni o da quelle a fondo perduto per le aree terremotate, per non parlare delle 665 adesioni arrivate in pochi mesi alla campagna attivata dalla Regione Lazio. Sette, inoltre, le Regioni che sono già intervenute con norme ad hoc per sostenere la nascita di questi nuovi soggetti giuridici di diritto privato. Secondo una stima del Politecnico di Milano, entro cinque anni, con le giuste politiche e scelte, si potrebbe arrivare a contare circa 40mila nuovi soggetti energetici di autoconsumo diffuso con il coinvolgimento di 1,2 milioni di famiglie, 200mila uffici e 10mila piccole e medie imprese con una crescita di posti di lavoro di circa 10.500 unità. Che salgono a 19mila secondo lo studio condotto da Elemens per Legambiente al 2030.

Ma nonostante questi numeri e l’alto interesse, sono tante le criticità ancora aperte. Il ministro Pichetto Fratin in un evento pubblico ha dichiarato la volontà di rivedere il meccanismo proposto in occasione della consultazione sulle comunità energetiche di fine novembre 2022 e basato su tariffe premio calcolate anche in base alle aree geografiche e sulla ormai famosa percentuale del 70%. Una marcia indietro che rischia non solo di allungare ancora di più i tempi di attesa per chiudere l’iter normativo, in ritardo ormai di otto lunghi mesi, ma anche di minare lo spirito delle Cer. Concluso, in parte e non senza criticità, invece il lavoro dell’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (Arera) che a fine 2022, con ben nove mesi di ritardo ha pubblicato la tanto attesa regolamentazione, la delibera cioè che disciplina le modalità e la regolazione economica per l’energia elettrica oggetto di condivisione in edifici e condomini o nell’ambito di comunità di energia rinnovabile.

Tra le novità più interessanti, l’introduzione della nuova figura di autoconsumo collettivo a distanza e la semplificazione introdotta per l’individuazione dei perimetri delle cabine primarie e su cui, finalmente, sono state definite importanti scadenze tra cui la pubblicazione finale il 30 settembre 2023 del portale Gse.
Le prime mappe identificative delle cabine primarie sono già comunque consultabili sui portali dei diversi gestori. Altra novità introdotta da Arera è la possibilità di creare configurazioni di comunità energetiche su più cabine primarie tutte sotto lo stesso soggetto giuridico, possibilità che nasce su ispirazione di una delle esperienze territoriali più interessanti sviluppate nel nostro Paese, quella della Cer Nuove energie alpine delle Valli Maira e Grana, la prima la comunità energetica di area vasta.

Rispetto alle criticità sugli incentivi, Arera ha ribadito che gli impianti che ne hanno diritto sono quelli i cui lavori di realizzazione sono iniziati dopo il Decreto 199 del 2021. Insieme agli incentivi, rimangono aperte altre tre questioni importanti. La prima legata alla possibilità per i piccoli Comuni, interessati da più cabine primarie, di sviluppare un’unica comunità energetica, così come consentito nelle isole minori. Una questione tecnica non di poco conto, considerando non solo le difficoltà di queste amministrazioni ma anche il tessuto identitario di questi territori. La seconda legata, invece, allo scorporo in bolletta, tema importante soprattutto connesso ai benefici percepibili dai diversi utenti e su cui Arera ha rimandato le soluzioni ad un decreto ad hoc, senza però indicare tempi di esecuzione. Ultima questione aperta, certamente non per importanza, riguarda la possibilità di condividere e scambiarsi energia termica. Possibilità questa inserita anche nel decreto legislativo ma che Arera sembra aver totalmente dimenticato, nonostante l’incidenza in bolletta e le esperienze di successo rappresentate dalle cooperative energetiche storiche.

L’autrice: Katiuscia Eroe è componente della segreteria nazionale di Legambiente

Energia collettiva, nuovi strumenti contro il cambiamento climatico

Le comunità energetiche, volute qualche anno fa da una direttiva comunitaria, sono una parte importante, forse quella decisiva, per realizzare quel nuovo modello energetico rinnovabile e solidale, che è necessario per far vivere meglio le persone – e renderle protagoniste di importanti scelte -, ma anche e soprattutto per governare il cambiamento climatico. Purtroppo dopo il loro recepimento da parte dello Stato è stato fatto di tutto per ostacolarne il decollo. Sono noti i protagonisti di questo boicottaggio: le grandi aziende energetiche e i politici, nazionali, regionali e comunali sia di destra che di centrosinistra.
Questi tentativi continui di impedire lo sviluppo delle comunità energetiche però non riescono a produrre gli effetti sperati dal fronte anti green, anzi, al contrario, rafforzano in settori importanti della società la domanda urgente di poterle realizzare. E in tal senso ci si organizza. Penso ad esempio al crescente interesse dimostrato dalla Cgil che sull’argomento ha dedicato di recente un importante appuntamento nazionale o all’incontro organizzato il 9 marzo dalla Fiom milanese che ha messo a confronto gli esperti di Legambiente con i delegati delle fabbriche su questo tema: la possibilità di fare delle comunità energetiche (Cer) argomento di contrattazione.

Questa crescita della domanda tuttavia non trova spazio nei media e quindi la prima difficoltà da affrontare è la scarsa informazione, che fa sì che la maggioranza della popolazione ne sappia ben poco. La non conoscenza impedisce alle persone di comprendere i vantaggi economici che trarrebbero dall’adesione alle Cer, ma soprattutto i vantaggi sociali perché farne parte rende i cittadini protagonisti delle proprie scelte energetiche, li aiuta a capire che è giunto il tempo di non sprecare energia ma di usarla in modo intelligente e con efficienza. È ben noto che sono tutti questi aspetti gli ingredienti utili per governare e mitigare i cambiamenti climatici.

Serve quindi molta informazione e per questo motivo come collaboratore di Left e militante di Legambiente ho proposto un dossier di approfondimento, in accordo con l’associazione ambientalista. Lo sfoglio pubblicato da Left, oltre a questa mia breve introduzione, si compone di quattro articoli: Tommaso Polci dà indicazioni utili sui vari passaggi necessari per creare una comunità energetica Katiuscia Eroe chiarisce il punto a cui siamo giunti in Italia nello sviluppo di questi strumenti, le barriere che ancora ne frenano il decollo e le esperienze già in corso. Nel suo intervento Maria Maranò analizza il lavoro da tempo avviato con sindaci e amministratori per diffondere le Cer nel cratere delle aree terremotate, ed infine Mariateresa Imparato racconta le esperienze che Legambiente Campania ha realizzato. Un lavoro prezioso, di cui ringrazio l’associazione ambientalista, che per Left può essere il punto di partenza di una campagna che mese per mese informi le sue lettrici e i suoi lettori su come procede la diffusione di questi importanti strumenti. Per un cambiamento collettivo, a livello ambientale e sociale.

Nella foto di Renato Ferrantini: Climate change strike, Roma 3 marzo 2023

Costruiamo la rete del sapere

Qualunque tecnologia che offre nuove possibilità e facilita aspetti della nostra esistenza, è accolta con incondizionato entusiasmo. La sfida che la rivoluzione digitale rivolge al mondo della scuola, non è come purtroppo pensano, con sguardo cieco, i promotori di una scuola sottomessa al mondo del lavoro, semplicemente rivolta all’acquisizione di abilità strumentali, ma al ricercare una nuova visione della scuola in quanto la realtà di oggi necessita di una nuova idea di sapere. È importante essere consapevoli del fatto che l’accesso illimitato alla conoscenza, offerto dalla rete, per essere significativo ha bisogno di una informazione di fondo che è tutta da individuare e costruire. La frequentazione di bambini e ragazzi dei media digitali stimola abilità cognitive basate su mediatori culturali di tipo multimediale e non solo di tipo linguistico come era nel passato quando la formazione intellettiva si basava prevalentemente sul libro. L’influenza che le Tic (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) esercitano sui processi cognitivi è diversa per le differenti fasce di età. La pratica dei media digitali acquisita dalle nuove generazioni può assumere in ambito scolastico, con la guida dell’insegnante, quelle valenze culturali e formative che sicuramente non sono proposte dai gestori delle piattaforme che si preoccupano soltanto di migliorare l’efficienza tecnica di tali ambienti per acquisire profitti maggiori. Perché non dovremmo pensare che ci siano possibilità di conoscenza e di espressione artistica attraverso i media digitali?

Un testo di molti anni fa di Walter J. Ong Oralità e scrittura (Il Mulino 1986) nell’indagare gli effetti della prima rivoluzione culturale, determinata dall’introduzione della scrittura, analizza alcuni processi mentali caratteristici dell’epoca dell’oralità per individuare cosa si è perso e cosa si è conquistato con l’invenzione della scrittura. Quanto detto suggerisce un filone di ricerca che dovrebbe essere di grande interesse per il mondo della cultura ed in particolare per la scuola: cosa si rischia di perdere e cosa si sta conquistando a livello mentale ad opera dei media digitali? Con la frequentazione della rete le nuove generazioni sono abituate ad assumere un ruolo da protagonisti nell’accesso alla conoscenza ed inoltre il loro rapporto con la conoscenza è mediato soprattutto dallo schermo, e non dal libro come avveniva nel passato. È indispensabile, allora, che chi opera nella scuola assuma consapevolezza di tale realtà per poter realizzare una didattica veramente efficace per gli studenti di oggi. Questo non vuol dire che la scuola debba rinunciare al suo compito formativo per la crescita intellettiva e umana di bambini e ragazzi, anzi, l’attenta osservazione di come stanno cambiando i processi mentali di approccio alla conoscenza può contribuire a realizzare una didattica più incisiva.

Per rendere possibile questa osservazione è imprescindibile che a scuola si creino occasioni didattiche in cui gli studenti siano liberi di esprimersi in modo creativo. Una maggiore possibilità di espressione consente allo studente di far conoscere all’insegnante le proprie modalità di pensiero, oltre che le proprie attitudini e passioni. Questa libertà di espressione non è da intendersi come un lasciar fare agli studenti senza alcuna guida: l’insegnante nell’attivare didattiche di questo tipo è impegnato ad esprimere al meglio le proprie competenze professionali. Il docente deve attingere non solo alla conoscenza dei fondamenti epistemologici della disciplina insegnata ma anche avere attenzione gli aspetti relazionali che caratterizzano i rapporti all’interno della classe.

È essenziale attivare una riflessione per individuare quando e come i contenuti e i metodi delle discipline oggetto di insegnamento debbano essere rivisitati. Noi insegnanti dovremmo chiederci come ogni disciplina possa essere considerata in modo nuovo senza perdere, ma anzi potenziando, le proprie finalità formative. Pensiamo, ad esempio, agli interventi didattici messi in atto da alcuni docenti, la cui finalità è sostenere e potenziare l’accesso alla lettura nei giovani abituati alle serie Tv ma ben disposti, se si trova il modo giusto, ad appassionarsi alla lettura. Parlando di serie Tv ci sembra doveroso evidenziare il fatto che nella scuola non è presente lo studio sistematico di uno dei linguaggi a cui i ragazzi sono quotidianamente esposti: il linguaggio cinematografico. Sarebbe significativa una formazione che possa far riconoscere, nel mare di produzioni cinematografiche troppo spesso di solo valore commerciale, il manifestarsi dell’espressione artistica. Ma altrettanto insufficiente è nella scuola di oggi la presenza di tutti i linguaggi dell’arte. Si sente molto parlare di Stem acronimo di scienza, tecnologia, ingegneria, matematica (in inglese), che a fasi alterne è stato sostituito da Steam con l’aggiunta della A di arte. Sicuramente è importante che nella scuola si potenzi la formazione delle competenze digitali ma è fondamentale nello stesso tempo offrire agli studenti la possibilità di una ricerca di realizzazione umana che necessita di alimentare quella realtà interna espressione profonda dell’essere umano ed allora letteratura, poesia, musica e arti visive debbono essere ampiamente presenti nei percorsi didattici per non rischiare di appiattire le menti alla bidimensionalità dello schermo e ricercare, invece, le infinite dimensioni della fantasia e dell’immaginazione.

L’autrice: Assunta Amendola, docente di informatica e matematica e psicologa dell’età evolutiva, è coautrice con A. M. Monti e B. Gigli del libro Adolescenti nella rete (L’Asino d’oro ed.)

La scuola dell’opposizione

C’è del metodo nella gestione della scuola da parte del governo Meloni. A partire dalla modifica del nome del ministero dell’Istruzione, a cui è stata aggiunta la parola merito. Che non è un dettaglio. Poi, le esternazioni e gli atti del ministro Giuseppe Valditara nei primi cinque mesi di governo, rivelano un’idea di scuola autoritaria e classista, in cui «l’umiliazione è un fattore fondamentale nella crescita e nella costruzione della personalità» – parole del ministro. A ciò si aggiungano altri episodi con protagonista sempre Valditara: i toni intimidatori usati nei confronti di una preside che con una circolare aveva reagito con forte impegno civile di fronte a un raid squadrista davanti a una scuola e la lettera inviata ai genitori degli studenti delle medie in cui si consigliavano gli studi tecnici e professionali che avrebbero garantito, a suo dire, la garanzia immediata di un lavoro dopo il diploma.

Il ministero dove sta andando? Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Buondonno, responsabile scuola di Sinistra italiana impegnato nei primi mesi del 2023 a presentare in giro per l’Italia un disegno di legge che rivoluziona l’attuale sistema della formazione. «L’indirizzo è brutto e pericoloso – dice -. Per certi versi si tratta di un’accelerazione esasperata, su orientamenti e cedimenti culturali maturati da tempo. Ma, indubbiamente, il taglio reazionario e selettivo di una destra allergica alla complessità democratica emerge con evidenza». Non c’è solo Valditara, aggiunge. «L’accoppiata con Piantedosi (per la guerra ai migranti e alle Ong come per il decreto – surreale, ma indicativo – sui rave) delinea un quadro preoccupante, in cui i giovani sono considerati, per essere eufemistici, oggetto di una “normalizzazione repressiva”».

Per tornare all’operato del ministro dell’Istruzione, Buondonno, che oltre ad avere un ruolo politico è un insegnante di liceo e quindi la scuola la conosce bene, afferma: «La sostanza è piegare il sistema dell’istruzione alle esigenze del mercato del lavoro: una scuola che selezioni, addestri e, alla bisogna, reprima. Tutto ciò che Valditara dice e fa, va in questa direzione: l’ipotesi di finanziamenti privati alle scuole, il decreto sull’orientamento, col tentativo di abbassare sempre più l’età della “scelta” della scuola superiore e l’idea di una – come la chiama lui – “filiera tecnico-professionale” che, come si può immaginare, soprattutto se si abbassa l’età in cui si sceglie, raccoglierà i meno abbienti, visto che, tra l’altro, l’università, per i costi crescenti, è tornata ad essere un privilegio dei benestanti. E infine i problemi dei giovani trasformati in devianze da sorvegliare e punire, anche umiliandoli». Il cambiamento del nome del dicastero poi, ha un significato ben preciso rispetto alla “visione” della scuola. «Quel merito – spiega Buondonno – non è solo un inganno (in assenza di eguali condizioni di partenza), ma è proprio la negazione della funzione pubblica dell’istruzione. La scuola non è una gara, una competizione, una selezione, ma un diritto universale, un luogo di crescita e di formazione collettiva, attraverso cui la Repubblica contribuisce a “rimuovere gli ostacoli” alla realizzazione di tutte e tutti».

In questa situazione, il disegno di legge sulle “norme generali sul sistema educativo statale” vuole rappresentare una rottura con il passato. Alleanza Verdi e Sinistra con la deputata Elisabetta Piccolotti lo ha presentato all’inizio dell’anno. “Promossa! La proposta di legge per la scuola che vogliamo” si compone di otto articoli e «ribalta – come afferma la deputata nella relazione introduttiva – la logica che ha guidato, in almeno un ventennio, le politiche dell’istruzione». Aumento del “tempo scuola”, riduzione del numero di alunni per classe a 18, interventi specifici per contrastare la dispersione scolastica, innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni e gratuità della formazione scolastica, dall’asilo nido fino alla fine degli studi. Questa la sintesi del Ddl. È un preciso atto politico, spiega Buondonno. «Noi concepiamo l’opposizione a questo governo non come un inseguimento delle sue scelte, non solo come una – pur necessaria – resistenza ma, attraverso questa e altre proposte di legge che leghino il conflitto sociale e la battaglia parlamentare, come la costruzione di lotte che contribuiscano ad una controffensiva culturale e politica. Una battaglia su due fronti: contro questa destra e contro gli errori e i cedimenti culturali che le hanno spianato la strada al potere. A partire dalla scuola, perché il modello di scuola è un modello di società e, finanche, un modello di umanità».

Proporre la formazione come diritto fondamentale per tutti, un accesso al sapere incondizionato, dopo una deriva che oltre ai tagli di Gelmini e Tremonti, porta la firma anche di governi di centrosinistra – basti ricordare la Buona scuola di Renzi – è una rottura politica con il passato anche a sinistra? «Questa è la visione che vogliamo rilanciare: rimettere la scuola e il sapere al centro di un rilancio della partecipazione democratica; perché la scuola non è un tema, è un architrave della democrazia, uno snodo decisivo del legame tra libertà e giustizia. La rottura col passato riguarda, in particolare, le politiche dei tagli e dell’austerità (perché per la scuola, in Italia, si spende troppo poco, non troppo), il rifiuto di una scuola selettiva, anti solidale e finalizzata a produrre “pezzi di ricambio”, invece che a formare persone e cittadini liberi, pensiero critico».

La rottura con il passato, continua l’esponente di Sinistra italiana, riguarda anche la modalità attraverso cui si è arrivati al testo attuale. Tutto parte dall’iniziativa “Pensiero stupendo. Sapere è democrazia” svoltasi a Pisa nel maggio 2022 con undici tavoli di lavoro a cui hanno preso parte sindacati, associazioni di studenti, Cidi, Cgd. Da lì venne prodotto un documento condiviso da Europa Verde che ha dato vita al programma dell’Alleanza Verdi e Sinistra per le elezioni politiche del 2022.

«Questa legge – sottolinea Buondonno – è nata da mesi di confronto con tante realtà del mondo scolastico, anche perché (e lo dico da insegnante) siamo stufi di provvedimenti propagandistici costruiti da chi la scuola non la vive e non la conosce».
Quali sono i punti della riforma che rappresentano un salto di paradigma nella formazione dei giovani? «Creare le condizioni per una scuola pubblica, insieme inclusiva e di qualità; per esempio riducendo le classi a un massimo di 18 alunni. Chiunque conosca la scuola reale sa quanto lavorare in gruppi più piccoli sia decisivo, per migliorare la didattica, conoscere gli alunni realmente, praticare forme didattiche e di relazione umana concretamente inclusive, prestare attenzione alle eventuali forme di fragilità». Oggi il contesto dell’apprendimento è radicalmente cambiato e di questo bisogna tener conto: «Una delle condizioni affinché la scuola, nel mondo digitale e virtuale, continui a produrre pensiero critico e conoscenza complessa è lavorare con meno ragazzi». Ma non solo. «Allo stesso tempo, è fondamentale aumentare il tempo-scuola, per non lasciare bambine e bambini o adolescenti, soli con le proprie difficoltà. Questo significa più insegnanti e più stabili, spazi maggiori e migliori. Dunque investimenti consistenti, in decisa controtendenza con gli ultimi decenni».

Il Pnrr secondo Buondonno, è stata un’occasione sprecata: «Quelle grandi cifre avrebbero dovuto essere indirizzate molto meglio. L’ennesimo esempio di quanto una gestione tecnocratica e non partecipata delle scelte sia sbagliata».
Nel disegno di legge è riservato molto spazio al contrasto alla dispersione scolastica e alla povertà educativa. È possibile agire sull’istruzione, pur con azioni massicce, come la definizione delle Zep (Zone di educazione prioritaria e solidale), quando il problema è profondo ed è legato ad una assenza nei territori dell’intervento pubblico che produce mancanza di centri culturali e di aggregazione per i giovani, di biblioteche, di centri sportivi ecc.? In altre parole, la scuola da sola può cambiare la società? «La nostra proposta – risponde Buondonno – intanto prevede nelle Zep interventi di sostegno ai Comuni o ai municipi, per favorire la cultura, l’aggregazione, la socialità. Per vivere, insomma, in un ambiente formativo, intorno alla scuola e a sostegno della sua attività. Scuola e territori quindi possono e devono dialogare, avendo ben chiari i confini delle proprie funzioni. La proposta delle Zep (sul modello francese) nasce dal dato di fatto che, se la povertà educativa è un problema generalizzato, ci sono aree del Paese o delle città in cui dispersione scolastica e disagio sociale si sommano e si moltiplicano. Noi vogliamo ribaltare la logica per cui le risorse rischiano di andare, prevalentemente, alle realtà più forti e meno problematiche». «È anche una risposta chiara e concreta alla logica dell’autonomia differenziata, che nella scuola farà danni devastanti», sottolinea Buondonno facendo notare come Meloni, nonostante parli ossessivamente di nazione, in realtà con il decreto Calderoli «si è impegnata alacremente a sfasciarla».

Un’altra rottura con il passato è la proposta di innalzamento dell’obbligo scolastico da 16 a 18 anni. Un obiettivo osteggiato dalla destra portatrice spesso degli interessi di tanti imprenditori che sfruttano giovani apprendisti o stagisti malpagati e invece caldeggiato da sempre da Francesco Sinopoli, segretario Flc Cgil o anche da Enrico Letta, nel corso dell’ultima sfortunata campagna elettorale.
A Buondonno chiediamo cosa comporterebbe nei fatti questo cambiamento, dai curricoli dei piani di studio agli orari, fino alla didattica. «L’innalzamento dell’obbligo (a partire almeno dall’ultimo anno della scuola dell’infanzia) è, prima di tutto, una battaglia determinante, per rendere maggiormente possibile a tutti – al di là della propria condizione sociale – la scelta di accedere ai livelli più alti della formazione».

Questo come principio fondamentale, nei fatti «occorrerà, poi, cambiare profondamente l’orientamento, mettendo al centro le vocazioni reali degli studenti, cancellare l’attuale sistema dei Pcto (Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento), ripensando seriamente il rapporto tra la scuola e il lavoro negli ultimi anni delle superiori. E infine, allargare materialmente le possibilità di accesso all’università. E su questo lavoreremo con nuove proposte di legge». Innalzare l’obbligo comporterà una rivisitazione delle attuali discipline e dei programmi. «Anche una riforma dei cicli, probabilmente, per spostare, tra l’altro in avanti (e non indietro, come vuole Valditara, l’età della scelta). Non si può mettere un abito nuovo su un impianto nato per coloro che proseguivano volontariamente gli studi e profondamente frammentato fra un indirizzo e l’altro. La stessa cosa accadde quando si portò l’obbligo per la scuola media unica». Per Buondonno è «l’avvio di una “rivoluzione gentile” nella scuola perché deve essere fatta con il confronto con la scuola reale». I costi, presumibilmente tra i 3 e i 4 miliardi. «In un Paese che ha aumentato la spesa militare di oltre cento milioni al giorno, che ha oltre 100 miliardi l’anno di evasione fiscale, penso si debbano investire questi soldi per il futuro delle presenti e future generazioni. La spesa per l’istruzione, in generale, deve invece essere raddoppiata. E deve farsene carico una fiscalità realmente progressiva, anche attraverso una tassa sui grandi patrimoni».

Infine, perché questo disegno di legge non resti un’utopia e inneschi un dibattito dentro e fuori il Parlamento occorre che si crei una rete con le altre forze dell’opposizione. A che punto siamo per fare della scuola una battaglia finalmente condivisa? «Intanto fino a maggio e oltre continueremo a dialogare con associazioni e organizzazioni del mondo scolastico in tutta Italia. Al di là dell’iter parlamentare, si tratta di tenere viva una rete, una battaglia comune, di natura culturale e politica. Non c’è stata, al momento, l’occasione per un confronto specifico con Pd e Movimento 5 Stelle, ma le affermazioni di Elly Schlein e di Giuseppe Conte mi sembra vadano in direzione della difesa della scuola pubblica, della “scuola della Costituzione”». «Questo disegno di legge – conclude – può dare un piccolo ma significativo contributo a costruire, nel Paese e in Parlamento, un progetto di alternativa».

Nella foto di Renato Ferrantini: manifestazione degli studenti “Adesso decidiamo noi”, Roma, 18 novembre 2022

L’uso politico del corpo di un dittatore fascista

La vicenda del trafugamento della salma di Benito Mussolini, nella notte tra il 22 e il 23 aprile 1946 dal Cimitero maggiore di Milano, non è stata solo una storia macabra degna di un film dell’orrore, ma una vicenda con risvolti politici che addirittura, undici anni dopo, consentì la nascita di un governo.
Partiamo dall’inizio.

Campo 16, fossa 384
Dopo essere stato rimosso da piazzale Loreto, il cadavere di Mussolini fu portato all’obitorio di via Ponzio, dove fu praticata l’autopsia, quindi, come disposto dalle autorità, al Cimitero maggiore di viale Certosa (Musocco). Qui la sera del 30 aprile 1945, dopo le 18, a camposanto chiuso, fu trasferito con lo stesso furgone che portava le salme di Claretta Petacci e Achille Starace, quindi inumato al campo 16, fossa 384, senza alcun segno di identificazione. A poca distanza, nella stessa fila, anche Petacci e Starace furono a loro volta sepolti in forma anonima. Fatto curioso era che il campo 16, costeggiante il muro di cinta di destra del cimitero, per due terzi fosse occupato dalle tombe di militari tedeschi, ognuna sormontata da una croce uncinata. Che l’operazione non fosse stata condotta in gran segreto lo dimostrava la piccola folla di curiosi, venuta a conoscenza dell’evento, che si era assiepata all’esterno dei cancelli, ma anche la scorta che aveva accompagnato i necrofori, con alcuni militari, un colonnello medico, uno della Croce Rossa, il direttore del cimitero, nonché alcuni frati che avrebbero poi dovuto benedire la salma. Ad accompagnarli anche un fotografo in borghese che ritrasse il tutto. Dove si trovasse la tomba di Mussolini era poco più che un “segreto di Pulcinella”.

La notte tra il 22 e il 23 aprile
Il trafugamento avvenne tra il 22 e il 23 aprile 1946, la notte di Pasquetta, ad opera del “Partito fascista democratico” (simbolo un fascio senza scure), una delle formazioni clandestine di nostalgici costituitisi già nella seconda metà del 1945, a soli pochi mesi dalla Liberazione. Questi raggruppamenti dell’immediato dopoguerra, generalmente composti da pochissime unità, furono attivi soprattutto al Nord, in particolare in Lombardia tra Milano, Como e Monza, dove assunsero le denominazioni più svariate, rendendosi protagoniste di attentati alle sedi dei partiti di sinistra, ma anche di azioni omicide. A Milano, proprio la sera del 23 aprile 1946, il giorno stesso del trafugamento della salma di Mussolini, da una casa adiacente la Camera del lavoro di corso di Porta Vittoria, furono sparati alcuni colpi di pistola all’indirizzo dei partecipanti a una riunione della Lega dei portinai. Morì in questo modo Stella Zuccolotto, 34 anni, militante del Pci. A ricordarla, nel 2015, nel 70esimo anniversario della Resistenza, una lapide è stata posta all’ingresso della sede sindacale. A guidare l’operazione al Cimitero maggiore fu Domenico Leccisi, sindacalista durante la Repubblica sociale italiana (già distintosi il 5 novembre 1945 a Milano per aver incendiato i cartelloni del film Roma città aperta), che penetrò con altri due a notte fonda a Musocco, agendo indisturbato per diverse ore fino all’alba. Il cadavere di Mussolini fu dissepolto, lavato a una fontanella e trasportato con una carriola, perdendo lungo il tragitto anche una gamba e varie falangi di una mano, quindi, avvolto in un telo da tenda, e scavalcato il muro di cinta, chiuso nel bagagliaio di una Lancia Aprilia che si trovava all’esterno del camposanto. Inizialmente il trafugamento era stato pensato per il 28 aprile, anniversario della fucilazione del Duce. Fu anticipato in considerazione della rivolta scoppiata il giorno prima nel carcere di San Vittore che stava massicciamente impegnando le forze di polizia. Il gesto venne rivendicato dal Comitato direttivo del Pfd con un manifesto lasciato nella fossa e con un comunicato alle redazioni de l’Unità e dell’Avanti!. L’intenzione dichiarata era di conservare la salma fino al momento di inumarla solennemente.

I cento giorni
Dopo alcuni arresti, tra gli altri dello stesso Leccisi, e svariate macabre traversie del cadavere, sottoposto a successivi trasporti, prima a Madesimo in una villa, poi nella chiesa di Sant’Angelo di Milano, custodita da due frati, Alberto Parini (fratello di Piero Parini, podestà e prefetto di Milano al tempo della Rsi) e Enrico Zucca, (entrambi arrestati e trattenuti per più di un mese a San Vittore), il 12 agosto, grazie proprio ai due religiosi artefici dell’ultimo trasferimento, il corpo di Mussolini, sballottato da un angolo all’altro della Lombardia dentro un baule, ormai ridottosi ad un ammasso disordinato di ossa, fu fatto rintracciare alla Questura di Milano all’interno della Certosa di Pavia in un armadio a muro. Il tutto era durato cento giorni. La vicenda aveva nel frattempo occupato le prime pagine dei giornali italiani, con il diffondersi di notizie le più svariate, tutte false, che davano il corpo in marcia verso Roma, in procinto di essere nascosto in Inghilterra, cremato e portato a Giulino di Mezzegra.

Un “eroe”
Domenico Leccisi venne giudicato dalla Corte d’Assise di Milano. Amnistiato, grazie alla legge Togliatti, per la sottrazione della salma fu invece condannato, il 4 aprile del 1947, a sei anni, per la contraffazione dei biglietti di banca con i quali finanziava il proprio movimento. Scarcerato dopo 21 mesi di detenzione, fu eletto nel 1951 in consiglio comunale. Divenuto una sorta di “eroe” per il neofascismo nazionale, nel 1953 entrò in Parlamento, surclassando il capolista del Msi Pino Romualdi, nella circoscrizione di Milano-Pavia. Fu nuovamente rieletto nella successiva legislatura del 1958. Giancarlo Pajetta dai banchi della sinistra un giorno così lo apostrofò: «Sta’ zitto tu. Se noi comunisti non ti avessimo fornito il cadavere da trafugare, non staresti qua dentro».

Più di undici anni dopo
I resti di Mussolini vennero nascosti dalle autorità, il 25 agosto 1946, questa volta sì in gran segreto, nella cappella al primo piano del convento dei cappuccini di Cerro maggiore, in provincia di Milano, grazie anche alla mediazione del cardinal Schuster.
Ma quando il 7 giugno 1957 il governo presieduto da Adone Zoli, un monocolore democristiano, ottenne alla Camera la fiducia solo grazie ai voti dei monarchici e dei missini, lo stesso Zoli, in evidente imbarazzo, li rifiutò. Ma Domenico Leccisi, proprio lui, passato al Gruppo misto, venne considerato “indipendente” e non appartenente al Msi. «La fiducia al governo – ebbe a dire nelle sue memorie – si reggeva su di un solo voto di maggioranza, e quel voto, determinante ai fini istituzionali era il mio … Con simile giustificazione il governo rimase in carica un anno intero».
Per questo servizio reso alla Democrazia cristiana Leccisi e i missini (i cui voti sottobanco furono comunque necessari in più circostanze) vennero retribuiti con l’autorizzazione, da loro richiesta, al trasferimento al cimitero di Predappio, presso la tomba di famiglia, delle spoglie di Benito Mussolini. Uno scambio in piena regola.
La traslazione avvenne tra il 29 e il 30 agosto 1957. Adone Zoli, originario a sua volta di Predappio, motivò il gesto come «Un atto di pietà cristiana». L’estrema destra parlò di «una decisione imposta dall’azione del Msi». Di fatto, da allora, iniziarono i pellegrinaggi fascisti alla tomba. Una vergogna mai contrastata.

L’autore: Saverio Ferrari è direttore dell’Osservatorio democratico sulle nuove destre. Tra i saggi pubblicati per Redstarpress I nazisti di Ludwig e il rogo del cinema Eros (2021), La strage di piazza Fontana (2019)

Carlo Greppi: L’umanità di Lorenzo, che salvò Primo Levi

Ancora abbiamo vivide nella mente le immagini e la storia del tenente tedesco Rudolf Jacobs che, disertando, decise di passare dalla parte dei partigiani, a costo della vita. Ci aveva fatto appassionare alla sua vicenda lo storico Carlo Greppi che gli ha dedicato Il buon tedesco (Laterza, 2022), un libro drammatico e insieme pieno di vita anche per quello che ci comunica oggi. Ora Greppi torna in libreria con un libro, se possibile, ancor più toccante perché ci racconta la storia della silenziosa amicizia, fra un giovanissimo internato nel lager, Primo Levi, e l’operaio Lorenzo Perrone che gli salvò la vita, portandogli di nascosto la sua zuppa ma soprattutto dandogli rapporto umano.
Di questo ci racconta Un uomo di poche parole. Storia di Lorenzo, che salvò Primo (Laterza), fra rigorosa ricerca storica e scrittura avvolgente, narrativa. Siamo tornati a cercare Carlo Greppi per saperne di più di questo suo nuovo lavoro (che a poche settimane dalla sua prima uscita ha già avuto varie ristampe) ma anche del suo manuale di storia per le superiori e delle novità della collana “Fact checking. La storia alla prova dei fatti” che lo storico torinese cura per Laterza.

Carlo Greppi, quelle di Jacobs e di Perrone sono due storie diversissime ma accomunate dalla disobbedienza civile e dal rifiuto netto dell’oppressione nazifascista. Jacobs scelse di disertare, mentre Lorenzo come lei scrive, dal basso, a suo modo, volle gettare la sua pietra nell’ingranaggio della Shoah per tentare di fermarlo?
In comune ebbero la capacità di maturare, al di là delle circostanze e del contesto, una scelta radicale di opposizione intransigente alle peggiori derive del loro tempo. Come ricercatore ciò che mi ha attratto in entrambi i casi è stata la possibilità di dissotterrare storie che non sono conosciute quanto meriterebbero. Mi affascina molto l’idea di cercare di riportare alla luce delle vicende appannate o del tutto sommerse.

Nel suo libro lei cita I giusti (Iperborea) di Jan Brokken. Lo scrittore olandese che ha avuto il merito di far conoscere storie di uomini e donne che salvarono ebrei rischiando la propria vita. Sono noti a tutti i casi di Schindler, reso celebre dal film di Spielberg e di Perlasca raccontato dal libro di Deaglio e poi da Rulli e Petraglia nel film di Negrin. Tante storie come quella di Lorenzo rischiano di rimanere sotto traccia perché i protagonisti erano persone umili, senza mezzi, senza visibilità sociale?
È una ipotesi che avanzo prudentemente. È innegabile tuttavia che figure più note, più conosciute, anche a livello internazionale, che avevano una buona posizione e possibilità di manovra nel contesto in cui operavano, abbiano lasciato molte più tracce di sé. Beninteso tutti noi lasciamo tracce, ma una persona umile con la terza elementare non si preoccupa minimamente di scrivere di sé o di raccontare ciò che ha fatto. Per di più Lorenzo muore pochi anni dopo il suo ritorno in Italia. Nulla avremmo saputo di lui se non avesse incontrato quel ragazzo che poi sarebbe diventato Primo Levi. Mentre scrivevo questo libro mi chiedevo: chissà quanti altri Lorenzo ci sono che non hanno avuto la fortuna più che legittima, giustificatissima, di essere nel pantheon civile globale?

Colpisce il silenzio pieno di attenzione che Lorenzo ha verso Primo. Riesce ad arrivare a lui al di là delle parole. La zuppa che gli ha portato per mesi è stata fondamentale ma ancor più importante è stato il rapporto umano?
Ricordiamoci che Primo Levi allora era un ragazzo che rischiava di essere una vittima dello sterminio e risucchiato nel buco nero della Shoah. D’altro canto, se mai fosse uscito vivo da lì, rischiava di sopravvivere con un’idea dell’umanità tremenda, implacabile. Invece, come Primo scrive nella prima edizione di Se questo è un uomo (De Silva I947, poi Einaudi 1958, ndr), Lorenzo gli dette una buona ragione per sopravvivere perché gli mostrò, non tanto per l’aiuto materiale che pure fu fondamentale, che esistono esseri pienamente umani anche nel cuore dell’orrore. «Qualcosa di puro e intero», scrive Primo Levi, che pure era sempre molto cauto nell’usare parole importanti.

Questo libro getta luce anche sulla storia degli operai, nei fatti anch’essi “deportati” poiché si trovarono a lavorare nei lager, loro malgrado. Come lei ricorda, della sorte di questi lavoratori scrisse il Corriere della Sera nel 2001 molto tardivamente. Perché a lungo non se ne è saputo niente?
Ci sono state delle ricerche ma perlopiù scarsamente note al grande pubblico. Poco si è saputo del grande accordo italo tedesco che portò lo stesso Lorenzo ai margini di Auschwitz. E che portò migliaia di volontari italiani nel cuore del Terzo Reich. Relazioni molte solide sul piano industriale e produttivo legavano l’Italia e la Germania. Del resto, dalla metà degli anni Trenta in poi furono fedeli alleate. Lorenzo Perrone arrivò a Auschwitz nel 1942. All’epoca, in qualunque territorio lui avesse lavorato -, italiano, francese o tedesco o polacco – si sarebbe trovato in ogni caso alle dipendenze di una industria che operava sotto la cappa dell’asse tedesco. I lavoratori umili non avevano possibilità di scelta.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto che alle Fosse Ardeatine furono trucidate 335 persone solo «perché italiane». Quanto è importante, anche in vista del prossimo 25 aprile che immaginiamo sarà molto “dibattuto”, tornare a parlare in termini rigorosi di ciò che è stato?
Penso che il nostro ruolo oggi si svolga in un momento decisivo, in cui non dobbiamo arretrare di un passo. Parlo al plurale perché penso a tutto il gruppo di Fact checking, al lavoro che stiamo facendo con Laterza e ai tanti colleghi e tante colleghe con i quali condivido questo percorso di militanza civile, democratica. Dobbiamo rivendicare ciò in cui crediamo, ovvero che il 25 aprile 1945 è stato il momento più alto della storia nazionale. Ed ha avuto una forte venatura internazionalista come le ultime ricerche stanno dimostrando. La Resistenza fu transnazionale. Io penso che chiunque tenta di squalificare o ridimensionare quella stagione della storia italiana sia vittima di questa ondata di luoghi comuni che da decenni inquinano il discorso pubblico, oppure è in mala fede. Con chi è vittima di luoghi comuni si può e ci si deve assolutamente lavorare. È ciò che cerchiamo di fare con i nostri libri, con le nostre conferenze, con interviste. Penso però che sia necessario fronteggiare a muso duro chiunque giochi sporco nella partita della memoria pubblica. Lo ripeto spesso citando il libro di Chiara Colombini Anche i partigiani però il volume della collana Fact checking in cui lei ha mostrato nitidamente come la grande prospettiva resistenziale sia stata svalutata elevando l’eccezione a norma, fotografando alcuni casi molto specifici e problematici (perché l’essere umano è complesso) e usandoli per infangare tutti i mesi e gli anni di antifascismo storico. Il nostro lavoro è anche rimettere tutto nel giusto contesto storico e riequilibrare il discorso in base ad alcuni valori fondanti.

Il libro di Colombini evidenzia la nostalgia dei reduci di Salò che traspare nelle varie forme di post fascismo oggi ma parla anche dell’avanzare di una memoria afascista…
Sì, questi decenni di revisionismo spinto hanno fatto tanti danni. Lo si sente nel chiacchiericcio sulla storia del ventennio e della liberazione. È un male in termini oggettivi ma è anche una grande opportunità. Ribadisco: sulla memoria di chi si dichiara superficialmente afascista ed equidistante si può lavorare, mentre con i nostalgici ci si può solo scontrare. Non si possono legittimare posizioni inqualificabili nel discorso pubblico. La base comune dovrebbe essere che siamo tutti democratici e che ci riconosciamo nei valori fondanti della nostra comunità. Se non sei solamente afascista, ma sei fascista allora non abbiamo nulla da dirci, siamo a tutti gli effetti avversari.

Quanto le è apparso grave derubricare a rissa l’aggressione squadrista avvenuta davanti al liceo Michelangiolo di Firenze? E che valutazione dà del modo in cui il ministro Valditara è intervenuto stigmatizzando la lettera della preside ai ragazzi?
È la spia di un clima asfissiante in cui si politicizza tutto e quando la matrice è molto chiara, e tra l’altro molto vicina al partito di governo Fratelli d’Italia, letteralmente la si butta in vacca. Personalmente sono stato molto rincuorato dall’energica reazione trasversale che c’è stata nel mondo della scuola, sia da parte dei dirigenti che dei docenti e degli studenti. Dimostra che quel mondo è più vitale e reattivo di quanto si pensi e si dica. Dunque la preoccupazione è tanta per le prese di posizione dei vertici del governo (che per altro non mi stupiscono) ma al tempo stesso sono molto fiducioso: a mio avviso nel mondo della scuola ci sono energie e sotto traccia c’è la capacità di una presa di posizione forte, non scontata. Sta a noi farle emergere e sostenerle come nel caso della lettera della professoressa-dirigente scolastica.

Su cosa si basa l’impianto del manuale per le superiori Trame del tempo che lei ha realizzato con alcuni altri colleghi?
Il nostro manuale uscito per Laterza è un tentativo di far entrare studenti, studentesse e docenti nel laboratorio dello storico mostrando come funziona il nostro mestiere intrecciando il grande racconto con le fonti, con la storiografia. Nasce per aiutare i ragazzi a conoscere la conoscenza e a innamorarsi della storia, come è capitato a noi e a tutti quelli che fanno la nostra professione. È una sfida che ci sta portando in parecchie scuole d’Italia, come del resto faccio ormai da vari anni. Mi rendo conto che tutto questo un po’ in controtendenza perché la semplificazione, troppo spesso, è anche banalizzazione e produce un effetto grave: percepire la storia come una serie di dati, come un elenco asettico di eventi molto legato alle vicende politico-diplomatiche. Il processo della conoscenza invece è in continua evoluzione e parlando di uomini e donne del passato ci dice molto di quello che siamo noi esseri umani. Credo che questo sia un grande veicolo per trasmettere passione e conoscenza e spero che questa sfida verrà in gran parte vinta.

Dopo volumi importanti come quello di Colombini, come quello di Eric Gobetti E allora le foibe?, e come quello di Franzinelli Il fascismo è finito il 25 aprile 1945, che temi affronterete con nuovi titoli?
Posso dire che di sicuro si parlerà di statue, di questioni di genere e di vicende dell’Italia repubblicana. E posso aggiungere che ci saranno uscite con un respiro internazionale di cui al momento non posso rivelare di più.

Giovani partigiani crescono

Lo scorrere del tempo è un nemico implacabile e invincibile con cui tutti prima o poi dobbiamo fare i conti. Questo oggi però non sembra accadere per l’Anpi, ovvero l’Associazione nazionale partigiani d’Italia. Che ha come obiettivo la valorizzazione della storia della Resistenza italiana e dell’impegno dei partigiani che si opposero al regime fascista durante la Seconda guerra mondiale. Il tesseramento 2023 ha infatti da poco superato la soglia dei centoquarantamila tesserati, nel 2008 erano novantacinquemila, in un momento storico in cui il numero di partigiani che combatterono per la Resistenza al nazifascismo e per la liberazione del nostro Paese è drasticamente diminuito per cause anagrafiche. Altro dato straordinario, tra i nuovi tesserati moltissimi sono giovani e dunque senza aver avuto nessun legame diretto con la storia dei partigiani.

Ma qual è il segreto di questa rigenerazione che ha portato un’associazione legata a un momento storico preciso del nostro passato ad essere una delle più grandi e attive del nostro Paese? Per Gabriele Bartolini, classe 2003, studente universitario al primo anno, ma già militante nell’organizzazione da quattro anni e presidente della sezione Anpi di Trastevere “Casa della memoria” a Roma, la resistenza nella realtà non è mai finita: «Il fascismo è stato battuto militarmente e ha subìto un gravissimo danno anche da un punto di vista politico con la stesura della nostra Carta costituzionale che ha messo nero su bianco la cultura antifascista. Un grande risultato, merito di chi ha combattuto quella guerra. Purtroppo però non è bastato per sradicare del tutto il fascismo. Come una pianta infestante ha continuato e sta continuando a germinare attraverso la cultura dell’intolleranza, dell’odio e le divisioni sociali, anche grazie a partiti e movimenti politici che continuano a soffiare su questo fuoco. Ed oggi è soprattutto per questo che io faccio parte di questa gloriosa associazione»

Ma la storia che ha portato Gabriele e tanti altri giovani come lui all’associazione partigiani non è casuale, è figlia anzi di una decisione lungimirante e generosa.
Il 2006 infatti fu l’anno della svolta per l’Anpi. Nel corso del Congresso nazionale che si tenne a Chianciano Terme, fu approvata la modifica statutaria che consente tutt’oggi anche ai non combattenti di iscriversi all’Associazione.
Una decisione che le partigiane e i partigiani hanno assunto per permettere all’Anpi di continuare a vivere, e quindi proseguire la sua missione di memoria attiva, anche in quel futuro inevitabile che vedrà la scomparsa degli ormai meno di cinquemila partigiani rimasti in vita. Carlo Ghezzi, vice presidente nazionale dell’associazione racconta quei giorni: «Abbiamo discusso, anche appassionatamente, se fosse giusto che l’Anpi morisse con la fine della vita degli ultimi suoi protagonisti, ma alla fine l’orientamento che ha prevalso è stato quello di credere che se anche muoiono i protagonisti di quella lotta i valori per i quali si sono battuti e che li hanno ispirati durante la Resistenza era giusto che continuassero a vivere. Da qui la decisione ad aprire a chi si riconosce nei valori dell’antifascismo e si impegna a fare memoria della Resistenza e a lottare per l’attuazione piena della Costituzione».

Una sfida, visti i numeri, sicuramente vinta, soprattutto in un momento storico in cui la disaffezione politica dilaga, soprattutto tra i giovani e giovanissimi. Secondo una stima di YouTrend, portale italiano di statistiche, quasi un under 35 su due (il 48%) non è andato a votare alle scorse elezioni politiche nazionali e i classici partiti politici, sia a destra che a sinistra, faticano ad attrarre e formare una nuova classe dirigente nelle proprie fila. Esiste un distacco reale fra le nuove generazioni di questo Paese e l’impegno politico e non possiamo far finta che non sia un problema. L’Anpi con le sue più di cinquecento sedi sparse in tutto il Paese ma anche all’estero, come in Argentina, in Repubblica Ceca, in Belgio e in tanti altri Stati prova a tamponare questa diaspora.

Lo spiega bene Gabriele: «I tre quarti dei ragazzi che conosco sono lontani dalla politica ma esiste una parte di giovani che è veramente attenta, pronta e preparata a spendersi per quello che pensa giusto. Il mio posto per fare tutto ciò, io l’ho trovato dentro l’Anpi. In mezzo a una sinistra fin troppo divisa e litigiosa, questa associazione riesce a radunare tutte le sue componenti e a farle dialogare e discutere. Questo perché, nonostante le divisioni, siamo forti di una consapevolezza: siamo tutti partecipi di un progetto di valori che dobbiamo difendere».

Ma quali sono esattamente i valori che i giovani e gli anziani iscritti all’Anpi dichiarano di voler difendere? «Il primo è sicuramente quello di “proteggere” la nostra Costituzione e prodigarsi affinché venga attuata nella sua interezza. Per fare un esempio, ultimo in ordine di tempo, la dura presa di posizione dell’associazione e dei suoi iscritti contro le proposte di riforma annunciate dal governo Meloni che aprono al presidenzialismo e all’autonomia differenziata che porterebbero allo snaturamento della Carta nata dall’antifascismo e dalla Resistenza. Il secondo è quello di far perdurare e difendere la storia della Resistenza antifascista della seconda guerra mondiale».

Per Ghezzi questo punto è particolarmente importante: «Oggi vediamo in tutto il mondo il proliferare di nuove forme di fascismo, anche in Paesi grandi e importanti come la Russia, gli Stati Uniti o il Brasile. Il nostro, inoltre, è un Paese con la memoria decisamente corta che tende a dimenticare, non conoscendo pienamente la propria storia. Per questo sono infiniti i revisionismi e gli attacchi alla nostra storia, ed è per questo che oggi abbiamo bisogno di nuovi e vecchi partigiani che resistano».

Illustrazione di Marilena Nardi